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ADRIANO  SOFRI

versus 

Marta Baldocchi, Mara Mauri Jacobsen Ambra Pirri

o viceversa

 

 

Lettera alle donne invisibili

 

 

Gentili donne, avevo l'impressione, e ce l'ho ancora, che non si sentisse abbastanza la vostra voce rispetto alla guerra corrente e alla libertà delle donne. Non delle donne afghane, ma della vostra.

I capi di stato e i primi e i secondi ministri, quando si incontrano, si fanno la foto. Nella foto di Gand, per esempio, ci sono ben due donne, su venticinque. Una è Tarja Halonen, è finlandese, dunque non vale. L'altra è Nicole Fontaine. A volte c'è una donna anche nella foto degli incontri più ristretti: è l'interprete. Nella foto di Shanghai si riconosce la signora Megawati Sukarnoputri, in mezzo a una folla di uomini. Del resto è capitato più spesso di vedere arrivare donne in cima allo Stato là, che da noi: da Indira Gandhi a Benazir Bhutto, o Hasina Wajed del Bangladesh, o la spericolata Tansu Ciller in Turchia. Anche lì, quando ci si felicita con una donna, se ne loda la virilità, come con la signora Thatcher. La giornalista Yvonne Ridley si è conquistata le congratulazioni dei carcerieri taliban: "Lei è un vero uomo".

E' il riconoscimento che da sempre, fra ammirazione e spavento, si riserva a Oriana Fallaci: una che ha le palle. E' un fatto che la sfuriata di Fallaci non avrebbe seminato tanto panico se non fosse venuta da una donna, e non fosse stata così intrisa di umori e liquori forti: una che ti dà un calcio nelle palle.

Anche se si rinunci al luogo comune sull'estraneità femminile alla guerra, la rarità di donne nelle fotografie di gruppo è di per sé una misura di scarsa correità. Guerra, caccia, sono affari maschili. Le pose rivali scelgono con cura la propria scenografia - lo studio con finestra sul traffico stradale per Bush, un presepio grottesco per Bin Laden e i suoi ma si somigliano in questa esclusività maschile, attenuata all'ovest, tassativa all'est. 

Si capisce che le donne si persuadano più puntualmente di quella specularità che per parte loro certi uomini proclamano - "Né Bush né Bin Laden" - per fervore ideologico. Maschio l'uno e l'altro, spiegato e smascherato l'uno dall'altro. 

Questa idea della specularità dei capi di stato angloamericani e dei capi di banda di Al Qaeda, è straordinariamente diffusa nelle (rare) prese di posizione di donne. Anche le più interessanti per me, dall'appello di femministe pubblicato dal Manifesto col titolo (poi sconfessato) "Ma noi non siamo americane", all'articolo della preziosa scrittrice indiana Arundhati Roy. (Ha scritto che Osama Bin Laden "è il segreto di famiglia dell'America. E' la faccia nascosta del suo presidente. Il gemello selvaggio di tutto ciò che si vanta di essere bellezza e civiltà... I gemelli diventano a poco a poco intercambiabili": frasi belle e assurde). Una sconcertante logica addita l'affinità nella prevalenza maschile, al punto di ignorare la differenza nella condizione femminile.

Differenza enorme, come quella che separa una donna americana o europea da una donna afghana o saudita: donne prigioniere, che non possono decidere di sé, della propria stessa visibilità, e donne libere di disporre di sé, cioè del proprio corpo e della propria gonna.

Questa differenza tramuta le donne libere insieme in posta dello scontro fra terrorismo islamista e democrazia capitalista, e in attrici possibili e attuali dello scontro. Le donne libere possono essere la preda sognata del terrorismo nell'eventualità della sconfitta dei "loro" uomini - alla rinfusa, di Bush e Blair, di Schroeder e Berlusconi - o le corresponsabili, in un loro modo, della lotta contro gli uomini del fanatismo islamista. La loro "neutralità" da questo conflitto fra maschi è impensabile, perché un fronte del conflitto mira a loro. Direttamente a loro.

Bambine afghane

 

Donne afghane in una rappresentazione teatrale

 

La scrittrice ecologista Arundhati Roy, tirata in ballo da Sofri in questo articolo

 

Il testo, davvero sconvolgente, della Roy sulle battaglie contro la costruzione delle dighe in Asia da parte delle multinazionali americane.

 

La loro libertà - ancora così recente e parziale - non è assicurata una volta per tutte, neanche per la loro parte di mondo. E' revocabile. Perfino le donne afghane, le iraniane, le algerine, non vivono in una prigionia tradizionale: ebbero una libertà, e l'hanno perduta. Erano evase, e sono state ricatturate.

Lo scontro viene interpretato in due chiavi del tutto complementari, e invece contrapposte per capriccio. Per qualcuno è guerra di religione, per altri guerra del petrolio (e dell'oppio: economicamente inteso, benché l'oppio sia anche intimo della religione). La predilezione per la spiegazione economica delle cose è tenace e fondata. Questa volta è specialmente complicata. Non deve solo spiegare il successo di un ricco come Bin Laden agli occhi dei diseredati e dei senza scarpe: deve considerarlo come un freddo stratega petrolifero, piuttosto che un ispirato e invasato assassino. E deve riparlare dei poveri come di quelli che non hanno niente da perdere. A parte tutto il resto, i poveri hanno da perdere le loro donne. Cioè la più decisiva delle proprietà materiali, e insieme la più simbolica e "idealista".

Fra religione e petrolio, preferisco pensare che sia una guerra per le donne. Il modo di vita occidentale - chiamiamolo così, piuttosto che civiltà, o cultura - ha un suo cuore segreto, reso via via manifesto, nella libertà delle donne. Essa trascina il resto, democrazia elettiva compresa, libertà di culto compresa. E compresa la vita dei bambini. E' la libertà delle donne a misurare il destino dei bambini. Dei bambini maschi, altrimenti spinti a diventare apprendisti fanatici, preti guerrieri e picchiatori. Delle bambine, altrimenti addestrate a esser cancellate dall'esistenza civile. La storia della nostra parte di mondo - che si intreccia peraltro da sempre alla storia delle altre parti - non riesce più a meritarsi il nome di progresso se non per questo lentissimo e tormentato sprigionarsi della libertà delle donne. Le donne sono la posta di mutue aggressioni, naturalmente. Gli stupri di massa, malamente detti etnici, nella ex Jugoslavia ebbero per principali autori miliziani serbi (dunque cristiani ortodossi) e per vittime donne bosniache di nazionalità musulmana.

E' tuttavia innegabile una posizione sottomessa e oscurata della donna nei paesi di tradizione islamica, salve le differenze ingenti fra loro. La constatazione è rafforzata dall'argomento che si invoca per smentirla: cioè il carattere non coranico di costumi e prescrizioni misogine, che sono viceversa preesistenti all'Islam. E' l'argomento addotto a proposito delle mutilazioni genitali femminili, o dell'abbigliamento che occulta la vista della donna. Ma appunto: l'Islam ha spesso incorporato e fissato, quando non indurito, certi costumi tradizionali evidentemente ginofobi, indipendentemente dal Corano, e perfino in contrasto con esso. E' anzi diventato il pretesto per una vera "Riconquista" delle donne: più spettacolosamente nell'Iran della modernizzazione e dell'americanizzazione spinta dei Pahlavi, in cui la "rivoluzione" khomeinista ha ricondotto in cattività le donne iraniane. Altrove la modernità ha trovato e trova ancora nelle religioni organizzate una ostinata resistenza - nella chiesa cattolica specialmente - ma è stata più forte.

Non mi chiederò qui se una maggiore libertà civica delle donne abbia contribuito al vertiginoso sviluppo scientifico e tecnico dell'Occidente, o se ne sia stata trascinata come una conseguenza inevitabile. Si è scavato da allora l'abisso che oppone nel nuovo millennio le donne prigioniere del burqa e le donne liberate dalla nostra moda.

 

Afghanistan 2004: come aveva detto RAWA (Il movimento rivoluzionario delle donne afghane), nulla è cambiato nella condizione femminile dopo la sanguinosa guerra americana contro il regime dei talebani.

 

Alla quale moda verrò subito. Subito dopo aver risposto alla domanda sul discrimine fra ciò che è un imprescindibile diritto di ciascuna persona, dunque irriducibile a qualunque relatività culturale o morale, e ciò che viceversa compete alla bella varietà delle culture. Il discrimine è nell'habeas corpus. Ogni persona, in qualunque latitudine, dev'essere libera di disporre del proprio corpo. In una ingente parte del mondo (non solo islamica) una mera deroga all'uniforme prescritta è oggi una minaccia incombente all'incolumità fisica. Non fu abbastanza apprezzata, due anni fa, la prima concessione dell'asilo politico, negli Stati Uniti, a una donna africana fuggita alla mutilazione genitale.

L'accostamento fra il burqa e la moda sarebbe stato comunque irresistibile, e per giunta le operazioni militari in Afghanistan sono cominciate insieme alle sfilate. Benedetta Barzini, che è intelligente, ha 58 anni, è bella e ha sfilato per Hermès, si è appena concessa una sciocchezza: "Non c'è differenza tra le occidentali e le afghane. Siamo comunque schiave dell'immagine che l'uomo ha di noi". Ecco, per amore del paradosso, liquidato l'habeas corpus in una battuta. (Oltretutto, l'uomo talebano non ha un'immagine della donna: gli basta cancellarne l'immagine). I sontuosi supplementi femminili di questi giorni hanno fotografie sinottiche a piena pagina, di qua la modella, di là la sepolta nel burqa: specularità. Trasferita dagli uomini - "né Bush né Bin Laden" - alle donne delle due parti, che fine fa la specularità? Cestinati i paradossi, il punto di vista femminile mostra i due mondi come antipodi: l'uno vela l'altro svela. La stessa obiezione sulla dipendenza femminile dal giudizio del maschio è irrilevante a questo proposito: perché l'oscuramento delle donne afghane non è, come nell'idea maschile dell'harem, teso a riservare al privato proprietario il godimento delle loro grazie. Esso mortifica semplicemente il corpo della donna, la donna come corpo: lo sopprime. Vuole che se ne vergognino.

Dunque l'ovvia ma ingannevole equazione che uno sguardo femminile fa delle parti in guerra - Bush o Bin Laden, è un affare fra maschi - si mostra impensabile quando lo sguardo si volga alle donne delle due parti: a meno che non si voglia insistere su una comunanza di condizione fra donne afghane e americane (e italiane), che è un oltraggio al pudore.

Messi via i giochi di specchi che insultano il dolore, si può dare un altro colpetto al caleidoscopio e cambiare ancora visuale. Le telecamere in Pakistan e in Afghanistan hanno nei giorni scorsi mostrato come si vede attraverso la grata del burqa. Bisogna procedere con l'espediente, e immaginare che cosa si vede da lì sotto. Avete visto che ricorso si fa, buffo e drammatico insieme, al travestitismo da burqa per andare in cerca di scoop in Afghanistan: anche da parte di inviati maschi e aitanti. Anche nella nostra parte di mondo noi, giornalisti e no, dovremmo infilarci un burqa e così conciati fare un giro, o anche soltanto leggere i giornali. Chi volesse riscrivere le "Lettere persiane" nella Parigi di oggi, dovrebbe raccontarla da sotto il burqa. Ma non perché un punto di vista valga l'altro.

Uomini di chiesa cattolici del periodo che si chiama Controriforma o Riforma cattolica si meritarono una fama di santità battendosi contro la corruzione dei costumi. Santità e sessuofobia vanno assieme: dunque si cominciò dai monasteri femminili, che contenevano molte donne monacate per forza. L'ispirazione riformatrice dei pii vescovi si traduceva, per quelle donne, in una minuziosa persecuzione corporale: capelli rasati (la ciocca di Gertrude, ve la ricordate?), infagottamento rigoroso, divieto di liuti e gatti e galline, silenzio più stretto, grate più fitte, clausura più rigida. Regole di controllo del corpo femminile dettate da uomini maschi - da cui impararono molto le tecniche penitenziarie, che ne avrebbero ereditato le stesse celle. La scienza della prigionia (e della tortura) deve tutto alle donne. La mortificazione della vanità dei corpi femminili trapassava poi nel barocchismo delle esaltazioni religiose: Cosmesi dell'anima, si intitolava un manuale secentesco di direzione spirituale.

 

Il logo dell'Associazione RAWA (Movimento rivoluzionario delle donne afghane)

 

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Una riunione di RAWA, ripresa dalla fotografa femminista Pia Ranzato.

 

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Il logo di un altro Movimento di donne in Afghanistan: WAPHA

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Titolo che la dice lunga. C'è quella bella espressione: il pane e le rose. 

Nelle città assediate ho visto esattamente che non di solo pane vive l'uomo, e soprattutto la donna. Di pane e rossetto: a Sarajevo era il bene più cercato, su guance smunte e bocche sdentate. Nelle vie di Teheran bande di pasdaran - maschi vanesiamente brutti, di una sporcizia e una irsutezza accurate - assaltavano donne per perquisire unghie smaltate e labbra colorite sotto il chador, e bastonarle. 

Ho letto dei filmati clandestini di donne afghane dell'Associazione Rawa: riprendono gesti e luoghi cruciali, le scuole segrete, le esecuzioni con pubblico obbligatorio allo stadio, e le donne che al chiuso dei loro rifugi si pettinano e truccano, si mettono il rossetto. L'altra sera in televisione una signora musulmana protestava contro interlocutori ostili al burqa: "Le donne afghane stanno sotto le bombe non sotto il burqa. Hanno bisogno di pane, non di rossetto...". Tristi frasi, e usurpatrici. Del pane, e del rossetto.

I capi politici e militari dell'Occidente sembrano particolarmente prudenti quando si tratta di sollevare presso gli interlocutori afgani o pachistani la questione della libertà delle donne. Hanno capito, o fanno come se avessero capito, che qui è il punto più gelosamente inviolabile della suscettibilità di quelli. Le donne sono proprietà loro. 

Il risoluto Blair ha pubblicato una lunga lettera aperta, proprio per chiedere ai musulmani se è al modo di Kabul che vorrebbero vivere ("Musulmani, vi piace Kabul?"). Il testo osserva una singolare discrezione a proposito di donne: un unico inciso finale in cui, in coda a una sequela di altri argomenti, si menziona "un regime che tratta in maniera abominevole le donne, e che denuncia come traditori i musulmani che lavorano all'estero", tutto qui.

 

Nei manifestini lanciati dagli americani sul cielo afgano non uno nomina la condizione di donne e bambine. Si dice bensì: "Capiamo che la vostra tradizione e la vostra cultura sono importanti e desideriamo disturbarvi il meno possibile". Tattica. Temo di non apprezzarla del tutto. Mi pare che l'Occidente dovrebbe far propria la voce delle afghane che si sforzano nei loro esilii di organizzare una resistenza. Nessun negoziato prevede la loro presenza.

Fra gli eccessi di zelo dei riconoscimenti alla nobiltà dell'Islam che si moltiplicano con uno spiacevole effetto retorico (surclassati dagli eccessi di zelo opposto) c'è una sottolineatura del rango in cui le donne sono tenute in paesi di tradizione musulmana, e specialmente nell'Iran "riformatore" di Khatami, nelle professioni, nella scuola - iscrizioni universitarie superiori a quelle maschili - ecc.

Ma l'Iran è davvero il banco di prova del rapporto fra Islam e modernità. Il regime degli ayatollah ha riportato il paese indietro di secoli, ha rinnegato la sua storia - le statue abbattute furono già un suo vanto - e ha rimesso sotto chiave le donne: donne libere di cultura, viaggi, abiti metropolitani, come a Teheran, o di tradizione popolare, come fra i qashqai e altre genti di villaggi che non avevano mai conosciuto l'impaccio del chador. L'Iran di Khomeini fu la più colossale impresa di riconquista di donne evase che la storia abbia conosciuto. (L'Afghanistan ne è stato un epigono rivale, e l'Algeria uno di aberrante ferocia). 

 

Naturalmente, la geopolitica rilutta a riconoscervi l'essenza di quella controrivoluzione: la geopolitica (e l'islamologia) è anch'essa parecchio maschile. La virulenza della rivalità fra sciiti e sunniti (soprattutto l'infinita guerra con l'Iraq: paese arabo, a differenza dell'Iran, e con una leggera maggioranza sciita, esclusa dal potere) fiaccarono l'ambizione khomeinista a capeggiare un'Internazionale islamista. Il regime alleato di mullah e bazari si volse presto in un sistema di parassitismo e corruzione politica. Il "riformismo" crebbe dentro questa rovina, e chiuso nei ceppi di una lotta intestina alla gerarchia "clericale". 

 

La riscossa delle donne è cresciuta fuori, nella società civile, e ha dovuto a sua volta accettare pregiudizialmente l'esclusione dall'universo maschile. Donne iraniane hanno trasformato via via la separatezza loro imposta in separatismo coltivato e orgoglioso. Nel loro mondo a parte, si sono guadagnate l'istruzione, giornali fatti da loro per loro, responsabilità politiche delegate, partite di calcio giocate da donne per un pubblico di sole donne: e intanto rosicchiavano lo spazio dei bastonatori, e si conquistavano il loro invisibile rossetto, e una variazione di colore del fazzoletto islamico. Questo Iran in bilico, la sua marea di ragazze e persone giovani, dovrebbe diventare l'alleato strategico dell'Occidente, e del Satana americano per primo: una volta che si ammetta che la politica mondiale (non la chiameremo più "estera", ormai) non dev'essere guidata né dalla fede religiosa né dal culto del petrolio, ma dai diritti e dal loro cuore, la libertà delle donne.

Chissà quali sentimenti e pensieri attraversano da noi le donne e le ragazze di cui non si leggono articoli e non si ascolta la voce in televisione. Anche fra le altre un "silenzio" si è fatto notare. Beninteso, molte cose giuste sono state dette, e fatte anche, come un viaggio di Emma Bonino, che usò bene della carica di commissaria europea, e si meritò un arresto dai virtuosi Taliban; e promosse poi una manifestazione dal bel titolo "Un fiore per le donne afghane" - a proposito di pane e rossetto.

Ho letto un articolo molto bello di Marina Terragni sul Foglio, dopo aver scritto queste note: per un'ultima volta, dice, dobbiamo parlare "a nome delle donne". C'è una decisiva differenza fra chi, per esempio Chiara Saraceno, avverte che questa guerra non venga fatta "solo per autodifesa dell'Occidente, ma per difesa delle donne afghane, perché possano riacquistare volto e voce", e chi, come le firmatarie dell'appello "Non in nostro nome", dichiara che "nel corso della storia, l'uso della forza non ha mai risolto alcun problema, ma solo alterato degli equilibri di potere": vale, questo, come un giudizio sulla Seconda guerra mondiale? In questo appello - che dichiara di unire donne "con un sofferto mal d'America" e altre "più inclini a leggere nei terribili fatti di Washington e di New York City una sorta di punizione per le tante malefatte dei governi Usa" - si denuncia "lo stesso meccanismo che ha reso possibile la costruzione di un mondo in cui l'unico soggetto riconosciuto e che si pone come universale - attraverso l'esclusione delle donne in quanto "altre" o la loro cancellazione o inglobamento - è quello maschile". Denuncia fondata: ma fino a quando basterà a motivare l'estraneità delle donne, le autrici della denuncia e le altre che a loro modo si sottraggono a quel meccanismo? Ed è secondaria la differenza fra il modo in cui quel meccanismo agisce sulle donne italiane o americane e il modo sulle donne afghane o somale o algerine?

 

La protagonista di "Viaggio a Kandahar"

Non ho visto il film Kandahar: i prigionieri non vanno al cinema. Ho visto il bel viso della Niloufar sua protagonista, e ho sentito anche lei abbinare Bush e Bin Laden, "ambedue fascisti". Mi ha colpito che si racconti una storia di sorelle: Antigone che sempre ritorna. Fra le sue mille letture, Antigone può confermare l'idea della contesa fra uomini, e della pietosa estraneità femminile. Ma qui non è questione di fratelli fratricidi e insepolti. Qui c'è un'Antigone scampata in Canada e un'Ismene prigioniera a Kabul. No?

 

Che cosa vede, "in ultima istanza", nell'Occidente, un pachistano, una ragazza del Bangladesh, un ragazzo maghrebino arrivato a Milano, un kamikaze saudita di buona famiglia a Chicago? Le donne, la libertà delle donne. Nelle strade della città, nei programmi televisivi. L'Occidente ambito e disprezzato da tanti suoi stranieri, è la donna. Neanche quella vera: quella delle vetrine. L'Occidente fa molto per rafforzare questi risentimenti, e comunque non fa niente per attenuarli. Dà scandalo, senza porsi problemi. Di tutte le spiegazioni dell'odio inspiegabile che tanta parte di mondo ha covato contro l'America, quella cui richiamerei, tra cospirazioni della Cia e bombardamenti protervi d'alta quota, è il lungo spettacolo del processo a Clinton. 

 

Ora Dan Rather dice: "Abbiamo grosse colpe. Abbiamo passato anni a dibattere solo delle macchie sul vestito di una stagista della Casa Bianca". Si vergogna per l'America. Non so se abbia pensato abbastanza a come il terzo e il quarto e quinto mondo hanno mandato per anni i bambini di là, hanno guardato le cento puntate del film delle macchie sul vestito, hanno sghignazzato dell'uomo più potente della terra e hanno disprezzato la sua democrazia. Quando, dopo gli attentati di Dar es Salaam e di Nairobi, Clinton fece bombardare Sudan e Afghanistan, si era nel pieno dell'affare di Monica: il mondo fece presto a interpretare la storia. Il vecchio Bin Laden deve essersi divertito parecchio.

(31 ottobre 2001)  

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Meena fu assassinata da agenti del KHAD (il braccio afghano del KGB) e i loro complici a Quetta in Pakistan, il 4 febbraio 1987.

Una poesia di Meena, la leader di RAWA

Sono la donna che si è svegliata
Mi sono alzata e sono diventata tempesta fra le cenere dei miei figli bruciati
I miei villaggi in rovina e in cenere mi riempiono di rabbia contro il nemico.
Oh compatriota, non mi guardare più debole e incapace,
La mia voce si mescola con migliaia di donne in piedi
Per rompere tutte insieme tutte queste sofferenze e queste catene.
Sono la donna che si è svegliata,
Ho trovato la mia strada e non tornerò mai indietro.

 

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Marta Baldocchi, Mara Mauri Jacobsen, Ambra Pirri:  

tre donne tra l'Italia e l'America

 

Delle donne, delle guerre e dei veli

San Francisco  

 

In risposta alla "Lettera alle donne invisibili". Perché le donne invisibili, le donne mute, le donne che non sanno o non vogliono agire la propria libertà, "recente e parziale" (e, aggiungiamo, faticosamente conquistata, strappata pezzo per pezzo al renitente potere maschile in una lotta di secoli, tuttora in corso), queste donne insensibili alla mancanza di libertà delle altre donne, al futuro dei loro bambini, alla possibilità (terrificante ricatto!) della revoca della loro stessa libertà (in un futuro potenzialmente dominato da quelle forze oscure da cui la guerra ci starebbe salvando), queste donne (secondo Sofri) siamo noi, quelle che vivono nel lusso di una società democratica, cieche ai vantaggi che questa ci offre.

 

Vantaggio 1: comparire in foto ufficiali accanto al ritratto di quelli che contano.
Vantaggio 2: occupare posizioni di potere, per esempio diventare presidenti degli Stati Uniti o di qualche stato europeo (possibilità che a quanto pare ci è stata offerta ma che noi donne, nella nostra ostinazione all'"estraneità", abbiamo rifiutato).
Vantaggio 3: prendere posizione e schierarsi a favore della guerra (schierarsi contro non conta perché sembra rientri nella categoria "neutralità").
Vantaggio 4: possiamo vestirci come ci pare, e svestirci come ci pare, nei film, nella pubblicità, sulle copertine dei giornali, nelle sfilate di moda.… possiamo anche truccarci, insomma siamo padrone del nostro corpo e della nostra immagine. Ma lo siamo davvero?
 

 

L'abbigliamento è stato certamente fondamentale per la costituzione dell'identità sessuale: nell'Ottocento, per esempio, attribuiva, al maschile, autonomia, libertà di movimento e autenticità e, al femminile, dipendenza, scarsa mobilità e non-autenticità. Ecco Thorstein Veblen, un uomo, che spiega come la donna del XIX secolo fosse una proprietà mobile del marito la cui funzione era di esibire la sua ricchezza: "La mansione della donna è diventata quella di consumatrice subalterna per conto del capo della casa; e il suo abbigliamento è pensato in vista di questo scopo. Cosicché un lavoro apertamente produttivo è per le donne rispettabili una menomazione particolare, e si devono perciò avere cure speciali nell'ideare abiti femminili, per imprimere nell'osservatore il fatto .... che chi li indossa non si occupa né può abitualmente occuparsi in un lavoro utile .... La sfera della donna è dentro la casa; che lei deve abbellire e di cui deve essere il principale ornamento" ("Teoria della classe agiata"). Furono proprio le femministe ottocentesche a mettere direttamente in relazione l'oppressione femminile e gli abiti che le donne erano costrette a indossare, e a fondare associazioni che si battevano per riformare l'abbigliamento; sono state loro a liberare le donne dalla costrittiva moda del tempo e non viceversa. Questo, tanto per rimettere in piedi la storia capovolta che ci racconta Sofri.  

 

Se avessimo aspettato gli uomini e la moda staremmo ancora a morire di tisi dentro i busti ottocenteschi. E infatti gli uomini del tempo gridavano allo scandalo e chiamavano degenerate le donne che volevano riformare la moda. Per esempio, il punto di vista degli scrittori modernisti era decisamente reazionario poiché essi non intendevano rinunciare ai privilegi maschili che gli abiti sottolineavano e rinforzavano. Sandra Gilbert e Susan Gubar (No Man's Land, II voll.) hanno analizzato alcuni scritti di James Joyce, D. H. Lawrence, W.B. Yeats e Thomas Eliot per mostrare l'importanza che avevano per questi scrittori abiti e relative identità. 

La società che gli scrittori modernisti auspicavano, doveva essere gerarchica e ordinata, e ognuno, all'interno di essa, doveva avere il posto che la natura, o la biologia, gli aveva assegnato. L'ordine si fondava su una precisa distinzione tra i sessi, e gli abiti dovevano esprimere questa ultima "vera verità", in un mondo che stava scardinando, a causa della prima guerra mondiale, tutte le certezze. L'ultima verità era l'anatomia, che coincideva con il destino di ciascun sesso e con il rapporto gerarchico tra maschile e femminile: questo ordine gerarchico era voluto dalla natura e dunque non poteva e non doveva essere cambiato dagli esseri umani. Meno che mai dalle donne.  

Due bambini in fuga

 

C'è ben poco di nuovo sotto il pallido sole del patriarcato. Ieri e oggi sono sempre gli uomini a sapere cosa è giusto e cosa è bene per le donne. E per il mondo intero.

 

Tornando al nostro corpo e alla nostra immagine, su questo punto il discorso è un po' più complesso di quello che possa sembrare. Non c'è "un corpo" e "un'immagine": ci sono molti corpi e molte immagini. Il discorso della diversità e della molteplicità mal si concilia con la delega della rappresentanza. Non crediamo di poter parlare a nome dei milioni di donne che, anche nella nostra parte di mondo, sono vittime di violenze quotidiane, di umiliazioni, di condizionamenti e di aspettative che mortificano il loro corpo e la loro mente. Per questo parlare di habeas corpus forse è ancora prematuro. Come se a partire dall'Inghilterra del XVII secolo tutti gli uomini e tutte le donne dell'Occidente avessero cominciato a possedere il proprio corpo. Forse, probabilmente, questo è vero per gli uomini bianchi, ma non è già più vero per quelli neri, per esempio negli Stati Uniti. Gli afro-americani maschi hanno conquistato l'habeas corpus nei civili e democratici Stati Uniti solo dopo il Civil Rights Movement, cioè negli anni '70, e forse oggi lo stanno perdendo di nuovo se è vero (come suggerisce Angela Davis) che il carcere è la nuova forma di schiavitù per i maschi afro-americani (1 su 3 è in prigione).  

E le donne afro-americane stanno ancora lottando per conquistare l'habeas corpus. Abbiamo così il paradosso che, mentre per le donne bianche statunitensi è difficile abortire se non possono permettersi di far fronte alle spese mediche, le donne nere non solo vengono incoraggiate ad abortire ma sono sterilizzate, spesso a forza. A Puerto Rico, il governo dei nostri civili e democratici alleati USA, insieme all'Agency for International Development, ha portato avanti, per 50 anni, un programma eugenetico di sterilizzazione forzata delle donne di colore col risultato che un terzo della popolazione femminile è stata sterilizzata. E tra il 1973 e il 1976, 3406 donne indiane, cioè native americane, sono state sterilizzate. Questo, sempre in nome della supremazia della razza bianca, così civile e così democratica.  

 

Kabul 2004, il sentimento della cura più forte della disperazione

 

 

È vero, come dice Sofri, il discrimine è proprio nell'habeas corpus, per questa ragione abbiamo passato anni a dimostrare e a gridare ''il corpo è mio e me lo gestisco io''. Ma gli uomini, anche nel civile e democratico Occidente, sono ancora convinti di avere ''naturalmente'' diritto a possedere, violentare, abusare e maltrattare madri, mogli, fidanzate, sorelle e figlie. Lo mostrano i dati sulla violenza nei confronti delle donne: la famiglia rimane per le donne il luogo più pericoloso e più violento del mondo, guerre escluse. Ecco alcuni dati: secondo il Bureau of Justice Statistics, negli Stati Uniti ogni 15 secondi una donna viene picchiata e ogni due minuti un'altra donna viene assalita sessualmente. Il 25% delle famiglie USA nasconde casi di abusi (stupri, violenza fisica) e potremmo continuare con dati a dir poco agghiaccianti e trasversali da un punto di vista di classe. Ma quello più significativo è che, mentre il 70% degli uomini vittime di crimini è stato offeso da sconosciuti, il 70% delle donne assalite, stuprate e picchiate conosce bene il proprio tormentatore essendo costui, un amico, un membro della famiglia o comunque un conoscente. 

 

La violenza che le donne subiscono dentro le osannate mura domestiche è, negli Stati Uniti, la causa di morte principale per le donne tra i 15 e i 44 anni; ed è anche la principale causa di malformazioni nei bambini appena nati: a quanto pare i civili e democratici uomini occidentali provano un particolare piacere a picchiare le donne incinte. Inoltre, le donne non si possono difendere, né hanno diritto a resistere o a rispondere; infatti, ecco un altro dato sconvolgente: una donna che uccide il proprio compagno che la picchia regolarmente viene condannata a scontare tra i 15 e i 20 anni di carcere, mentre un uomo che uccide la propria compagna (che non lo picchiava!) viene condannato al carcere per un periodo che va dai 2 ai 6 anni.  

Questo ci mostra con chiarezza che la violenza in famiglia non è un problema privato, ma la conseguenza di un sistema di giustizia che dà ragione agli uomini e torto alle donne; è cioè un preciso sistema di potere, basato gerarchicamente sulla differenza di sesso, che permette agli uomini, implicitamente ed esplicitamente, di abusare delle donne nel chiuso delle mura domestiche. Perché? Perché le donne appartengono agli uomini, e l'habeas corpus non è ancora una conquista definitiva per le donne.  

 

 

La bella storiella, un po' romantica, tanto retorica e molto comoda che le guerre vengono combattute per le donne, ci viene raccontata dai tempi di Elena e della guerra di Troia. Difficile crederci

Gli uomini fanno e hanno fatto le guerre per appropriarsi di schiavi, di terre e di risorse; talvolta anche per appropriarsi delle donne che appartenevano ad altri uomini, ma mai per liberarle.

Marta Baldocchi, Mara Mauri Jacobsen, Ambra Pirri

 

La libertà non si sogna di coincidere con "rossetti" e "minigonne". Casomai minigonna e rossetto servono a qualche giudice (maschio, tanto per cambiare) per dire che lo stupro è stato provocato e cercato dalla donna. Per non citare le acrobazie retoriche della tristemente famosa sentenza su jeans & stupro. L'abbigliamento come misura della liberazione è banale: indossare una minigonna non equivale necessariamente al superamento delle forme di oppressione di una realtà declinata al maschile e il rossetto, come metafora della resistenza, è altrettanto riduttivo quanto il burqa innalzato a significante ultimo del giogo femminile. 

 

Le polemiche sul burqa non colgono l'ambivalenza del fenomeno. Infatti, il velo che sottrae allo sguardo stabilisce anche una soglia: in virtù del rispetto che incute, ci ricorda Leila Ahmed (direttrice del Programma di studi sulle donne nel Vicino Oriente presso l'Università del Massachusets) le donne islamiche non sono più confinate nello spazio privato ma hanno accesso anche allo spazio pubblico, un tempo ritenuto esclusivamente maschile. Il paradosso della "guerra per liberare le donne afgane" risiede anche nel fatto che omette di accordare, a coloro che vuole affrancare, il diritto di autodeterminarsi come individui pensanti. 

 

Inoltre, il dibattito sui diritti delle donne musulmane è spesso strumentalizzato, come sottolinea Haideh Moghissi, (Feminism and Islamic Foundamentalism) poiché si pone solo a proposito dei paesi antagonisti alle grande potenze e non viene mai sollevato nei confronti dei paesi produttori di petrolio della penisola araba con cui tali potenze sono in rapporto di collaborazione. La studiosa femminista iraniana denuncia chiaramente l'appropriazione che l'establishment maschile occidentale ha fatto del femminismo per usarlo contro le altre culture. Si tratta di un "femminismo coloniale" che legittima la "missione civilizzatrice" dell'Occidente. Sul fronte interno, il femminismo che ha come oggetto la messa in discussione del potere dell'uomo bianco viene ostacolato, ma può comodamente venir esportato per essere usato contro la cultura dell'altro. Insomma, nell'osservanza più totale della logica coloniale, ancora una volta lo status delle donne musulmane diviene il bastone con cui l'Occidente batte l'Oriente.  

 

Ma quali sono poi i veli che coprono il corpo femminile se in fin dei conti lo portiamo anche noi quel velo che ratifica la sottomissione della donna all'uomo? Solo che è più impalpabile, meno visibile, può essere l'immagine patinata di bellezza e gioventù che le donne occidentali rincorrono per tutta vita, quel sentimento introiettato di mancanza di autostima e di inadeguatezza che spesso cerca la sua soddisfazione nella chirurgia plastica o che costituisce una delle componenti dell'anoressia e di altri disturbi dell'alimentazione di cui sono sempre più vittime le adolescenti "liberate dalla moda". La via dell'emancipazione delle donne islamiche, ripete Leila Ahmed, non passa attraverso l'importazione passiva dei modelli occidentali, neanche quelli del femminismo occidentale, ma attraverso l'istruzione, la conoscenza più profonda dei testi coranici e la reinterpretazione critica della propria tradizione culturale e religiosa. Lo stesso femminismo occidentale rischia di configurarsi nei termini di un'imposizione di stampo coloniale quando si presenta come unica via possible all'emancipazione, negando così lo specifico culturale delle altre donne.  

 

 

 

13 novembre 2001, l'Alleanza del Nord entra a Kabul

 

 

Consapevolezza e conoscenza localizzata costituiscono le forme dell'empowerment che consente alle donne di sottrarsi a una interpretazione univoca dell'Islam e di ricercare autonomamente la propria liberazione. Il velo non si può imporre, siamo tutti d'accordo, ma nemmeno vietare, come fece lo Sciah. Non a caso la presidente della Commissione per i Diritti Umani del Pakistan, Asma Jehangir, nel suo intervento alla 43° Sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla Condizione delle Donne, ha ribadito: "Ricordiamoci che i cambiamenti, per molte società tradizionaliste, hanno significato nuovi problemi, soprattutto in rapporto alla tradizione, laddove essa si sostanzia di integralismi, e alla definizione del limite giusto d'intervento". L'intervento dall'alto e dall'esterno rischia solo di alimentare posizioni xenofobe e il radicalismo islamico.  

 

E proprio perché così recente, e in parte attuale, è, anche nella nostra parte di mondo, la ferita dell'espropriazione del corpo (e della voce, e della "visibilità" intesa come partecipazione attiva al proprio destino), che non possiamo accettare nemmeno per un istante il dubbio sulla solidarietà femminile. È questa solidarietà con la sofferenza delle donne afghane che ci permette di mettere in discussione non certo la necessità della loro lotta di liberazione ma le forme e i modi. Se ci interessano davvero le voci delle donne, incominciamo da quelle delle donne afghane organizzate da anni in una resistenza finora ignorata dal mondo. Queste donne si oppongono all'intervento armato e continuano a denunciare le nefaste conseguenze di questa guerra, a breve e a lungo termine. Lasciamo parlare loro, che da anni si battono contro i talebani raccontando al mondo gli orrori di un regime sostenuto, foraggiato e incoraggiato dai nostri alleati USA e riconosciuto dai nostri cari alleati del Pakistan, degli Emirati Arabi e dell'Arabia Saudita, che non toglieranno né velo né burqa, né "gender apartheid" alle loro donne.  

 

"RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan) ha già ripetutamente chiesto che gli Stati Uniti non sostengano il più sanguinario, il più criminale il più antidemocratico e misogino partito fondamentalista islamico, perché entrambi, i Jehadi (l'Alleanza del nord di Massud) e i talebani hanno commesso ogni sorta di orrendi crimini contro la nostra gente (...) Purtroppo noi dobbiamo dire che è stato il governo degli Stati Uniti a sostenere il dittatore pakistano gen. Zia-ul-Haq nel creare migliaia di scuole religiose dalle quali sono emersi i germi dei talebani. Allo stesso modo, come è evidente per tutti, Osama bin Laden è stato il pupillo della CIA. Ma ciò che è più penoso è che il governo americano non ha tratto una lezione dalla sua politica a favore dei fondamentalisti nel nostro paese e sta ancora continuando ad appoggiare questo o quel gruppo o leader fondamentalista. Secondo noi ogni tipo di sostegno ai fondamentalisti talebani e jehadi è in realtà dannoso per la democrazia, per i diritti delle donne e per i diritti umani (...) Il governo degli Usa dovrebbe considerare le cause di fondo di questo terribile evento, che non è stato il primo e non sarà l'ultimo. Gli USA dovrebbero smettere di appoggiare i terroristi afghani e i loro sostenitori una volta per tutte."  

 

Le donne di RAWA dicono cose assai simili a quelle che scrive Arundhati Roy, ma Sofri riesce a rendere invisibile persino la scrittrice indiana che sarebbe, a suo dire, contro questa guerra perché Bush e bin Laden sono ambedue maschi. Arundhati Roy non dice niente di simile. Dice, ed è molto diverso, che "Osama bin Laden ha il privilegio di essere stato creato dalla Cia e ricercato dall'FBI"; dice che i mujaheddin sono stati addestrati dagli USA e appoggiati dalla Cia nella guerra contro l'Unione Sovietica; dice che il terrorismo non è una malattia ma il sintomo di un mondo "orribilmente sbagliato" e che il contributo degli USA a renderlo tale è stato grande e ci ricorda "i milioni uccisi in Corea, Vietnam e Cambogia, i 17 mila uccisi quando Israele - appoggiato dagli Stati Uniti - ha invaso il Libano nel 1982, le decine di migliaia di iracheni uccisi durante l'operazione Desert Storm... I milioni morti in Iugoslavia, Somalia, Haiti, Cile, Nicaragua, El Salvador, Repubblica domenicana, Panama, per mano di terroristi, dittatori e responsabili di genocidi che il governo degli Stati Uniti ha addestrato, rifornito di armi e sostenuto." 

 

E, aggiungiamo, in Guatemala, Egitto, Iran, Laos, Zaire, Bolivia, Brasile, Indonesia, Ghana, Grecia...  

 

Una bambina di Kabul (Foto di Pino Scaccia)

 

 

Il ragionamento di Sofri sembra essere questo: le donne occidentali debbono prendere posizione sulla guerra, scegliere di stare o con Bush o con bin Laden perché sono loro la "posta in gioco". A parte il fatto che se così fosse, sarebbe davvero uno scontro tra civiltà e culture, e noi non lo crediamo. La bella storiella, un po' romantica, tanto retorica e molto comoda che le guerre vengono combattute per le donne, ci viene raccontata dai tempi di Elena e della guerra di Troia.

 

Difficile crederci. Gli uomini fanno e hanno fatto le guerre per appropriarsi di schiavi, di terre e di risorse; talvolta anche per appropriarsi delle donne che appartenevano ad altri uomini, ma mai per liberarle. Se le donne occidentali hanno oggi più libertà delle donne islamiche, e molto probabilmente è così (anche se la libertà è un concetto assai complesso e difficile da misurare in metri di stoffa per burqa o per minigonne) non è certo per merito degli uomini ma di 100 anni di femminismo, come ricorda a Sofri anche Ida Dominijanni nella sua risposta. Né le donne di RAWA né Arundhati Roy si sognano di essere contro questa guerra perché Baby Bush è maschio. In realtà spiegano molto bene la situazione e chi l'ha creata e, soprattutto, mettono in chiaro che l'Alleanza del nord è un gruppo di criminali, "saccheggiatori e stupratori" che si guarderà bene dal "liberare" le donne. Le guerre combattute per liberare le donne fa il paio con ''le donne liberate dalla moda''.  

 

Vantaggio 5: questo, per noi donne delle democrazie, sembrerebbe essere il vantaggio principale a livello reale e simbolico. Si tratta di avere sulle spalle nientemeno che "il progresso" della nostra parte di mondo, e su questo proprio non possiamo sputarci sopra. In altre parole la logica modernistica del progresso dipende da noi e da quello che si fa in nostro nome. A questo non possiamo sottrarci. Pare dunque che le donne non abbiano un'alternativa: devono far sentire la loro voce ma solo per appoggiare e convalidare quello che si fa in loro nome. Non certo ripetendo, per esempio, quello che ha scritto Arundhati Roy: ci sono cose che in questo momento non possiamo proprio rinvangare. Cose che apparentemente non ci interessano più: sono acqua passata, non vogliamo certo passare per antiamericani. E anche le donne americane devono stare attente a non fare dell'ironia su questa guerra o potrebbero passare per antipatriottiche. 

 

  Vedi Stephanie Salter (San Francisco Chronicle) e i suoi editoriali sarcastici, come quello dell'11 novembre dal titolo "I sacrifici che dobbiamo fare".

"Al popolo Afghano.... Vi scrivo a nome dei miei concittadini statunitensi per spiegarvi perché dovete avere pazienza, anche se questo significa che diversi milioni di voi potrebbero morire di fame quest'inverno... Prima di tutto lasciatemi ripetere quello che il nostro presidente ha detto da quando abbiamo incominciato a bombardare il vostro paese: "Noi siamo vostri amici".... Vero è che un tempo abbiamo addestrato bin Laden e, come il resto del mondo, abbiamo guardato indifferenti mentre i talebani calpestavano i vostri diritti e riportavano il vostro paese al primo millennio... ma allora il nemico era il comunismo... e quello era un prezzo che eravamo disposti a pagare. Parlando di costi... il nostro modo di vita è stato minacciato. Noi siamo decisi a sacrificare tutto quello che è
necessario per rispondere, inclusi voi... Quello che voglio dire è che voi gente siete più abituati a morire, giovani e in grande numero, di quanto lo siamo noi. Per voi perdere cinquemila persone in un giorno è normale. Per noi è aldilà dell'inconcepibile... Ma vi prometto che quando tutto questo sarà finito, magari tireremo fuori un mini-Piano Marshall che vi aiuterà a organizzare una vera democrazia, proprio come la nostra. Pensate: vivere in una società in cui gli individui contano e ogni vita è preziosa. Fino ad allora tenete duro, OK? I vostri amici americani a voi ci tengono."
 

 

In realtà la linea di demarcazione tra visibile e invisibile sembra oggi passare tra quello che si decide di vedere e quello che si decide di occultare: la storia passata, quella recente e quella che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, la storia di soprusi e di negazione dei diritti di chi afferma di combattere per questi diritti. Negli Stati Uniti sono state arrestate dopo l'11 settembre più di mille persone senza precise imputazioni, e centinaia restano ancora in carcere in attesa di sapere di che cosa sono accusate; sono stati istituiti i tribunali militari (prevedono processi a porte chiuse senza nessuna delle garanzie di controllo dei tribunali civili); sono stati rinchiusi nel segreto i dossier presidenziali; si torna a parlare di tortura... come ha detto recentemente un esperto di diritto costituzionale intervistato da CBS: "Non sapremo mai chi viene imprigionato, di che cosa è accusato, se e quando sarà giustiziato... la costituzione americana è stata buttata nel fosso".  

 

La storia ci insegna che le grandi potenze non fanno guerre per scopi umanitari. La stessa costituzione americana delimita accuratamente le circostanze che prevedono un'entrata in guerra: per difendere "gli interessi" degli Stati Uniti, minacciati in patria o all'estero. Senza questa condizione non c'è autorizzazione del Congresso. Ma quando anche i nord-americani hanno incominciato a interrogarsi sugli obiettivi e la natura di questa guerra, la macchina propagandistica ha sfoderato, come sempre, la carta umanitaria: la liberazione del popolo afgano e, soprattutto, la liberazione delle donne afgane.  

 

Il testo scritto dall'Associazione Emergency

 

IL CD realizzato da RAWA

 

Emergency di Gino Strada a Kabul

Quando mai gli uomini hanno combattuto per la libertà delle donne? La libertà delle donne agli uomini non interessa perché, come ammette lo stesso Sofri, gli uomini le donne le possiedono e vogliono continuare a possederle, in Occidente un po' meno grazie al femminismo, nei paesi islamici un po' di più. 

Scrive Sofri: "A parte tutto il resto, i poveri hanno da perdere le loro donne. Cioè la più decisiva delle proprietà materiali, e insieme la più simbolica e 'idealista'". Concediamoci di invertire i sessi, mettiamo i poveri al femminile e al posto delle donne gli uomini. La frase suonerebbe così: "A parte tutto il resto le povere hanno da perdere i loro uomini. Cioè la più decisiva delle proprietà materiali, e insieme la più simbolica e "idealista". Non funziona, vero? Le donne non possiedono gli uomini mentre, purtroppo, il contrario è ancora vero.  

 

Serva di esempio il piglio paternalista con cui Sofri si rivolge a Benedetta Barzini che, dice lui, "è intelligente, ha 58 anni, è bella e si è appena concessa una sciocchezza". Sofri non parlerebbe così a Gad Lerner, non gli direbbe che è bello, che ha 58 anni e che dice sciocchezze. Cosa c'entra, in questo contesto, la bellezza di Barzini? A cosa serve se non a renderla un oggetto del desiderio maschile (una femmina, cioè), un oggetto dello sguardo maschile che pesa, valuta, giudica e squalifica?

 Inoltre, il solito richiamo all'aspetto fisico di Benedetta Barzini ne depotenzia l'immagine di donna intelligente: è bella e quindi, probabilmente, stupida, infatti dice sciocchezze. Anche se, dal nostro punto di vista, sono proprio i commenti di Sofri a dimostrare che Barzini ha ragione quando afferma che le donne "sono schiave dell'immagine che l'uomo ha di noi".  Gli uomini fanno di tutto per perpetuare questa logica: Sofri conferma e ribadisce.  

 

 

Ma torniamo a questa guerra. Dice Sofri romanticamente: "Fra religione e petrolio preferisco pensare che sia una guerra per le donne"; lui almeno preferisce pensarlo, altri se ne sono proprio convinti, e si sono trasformati in campioni di femminismo, compreso Baby Bush che ha fatto parlare sua moglie "in sua vece" alla radio per comunicare al mondo che stavamo per liberare le donne afghane. Bella propaganda! Quella di parlare in nome e in difesa, si fa per dire, degli altri è un'abitudine inveterata del civile maschio occidentale. La storia, e anche le storielle, sono piene di principi azzurri e di John Wayne seguiti dalla cavalleria e dalla gloriosa bandiera pronti a massacrare gli indiani. Dopotutto, gli uomini hanno passato 2.500 anni a rappresentarci, nel doppio significato che questa parola ha: ci rappresentano oggi in Parlamento, diciamo (con un eufemismo) da un punto di vista democratico, ma anche ci rappresentano, ieri come oggi, perché sono loro a dire come sono fatte le donne, cosa pensano le donne, e cosa è bene per le donne.  

 

L'appello al "progresso" e alla libertà delle donne come "cuore" di questo processo, diventa qui il ricatto del discorso dell'emancipazione: poiché le nostre democrazie si sono piegate a garantire alle donne l'accesso ad una potenziale parità di diritti (in un sistema ancora prevalentemente dominato da interessi maschili), dobbiamo mettere la nostra "libertà" al servizio di questo sistema, dei suoi meccanismi di distruzione e di potere; se ci teniamo alla nostra emancipazione, e a quella delle donne più sfortunate di noi, dobbiamo comprare tutto il pacchetto che Bush e i suoi alleati ci propongono e dobbiamo schierarci patriotticamente al fianco delle milizie che combattono per le infinite giustizie e le libertà durature.  

 

Ma una condizione della libertà, per potersi definire tale, è il potere di decidere come quando dove e in nome di chi o di che cosa spendere questa libertà: sono molte le donne che hanno deciso di spenderla per opporsi a questa guerra.

Il prezzo della libertà non può essere la rinuncia alla critica e al dissenso, la rinuncia allo svelamento della retorica, delle censure, delle mistificazioni. Mentre il presidente della più ricca democrazia del mondo denuncia la tragedia delle donne afghane che "non hanno accesso alla sanità", una percentuale astronomica di statunitensi (soprattutto donne e bambini) non può permettersi di pagare un'assicurazione privata (e oggi con la recessione la situazione rasenta il drammatico). Che cosa ha fatto Bush negli Stati Uniti perché le donne abbiano accesso alla sanità? Come possiamo davvero credere che la sua amministrazione sia interessata al destino delle donne afghane (o nigeriane, o sudanesi...) quando non si preoccupa di provvedere nemmeno a quello dei propri meno fortunati cittadini? Da anni i pensionati si organizzano in autobus per andare a comprare le medicine in Canada o devono scegliere tra il mangiare e il comprare medicine essenziali. Questo è solo un esempio dell'ipocrisia e della strumentalizzazione a cui assistiamo ogni giorno.  

 

Noi, come molte donne, non siamo "estrane" al dibattito sulla guerra: legittimamente dubitiamo che questa guerra, come tutte le altre guerre, abbia fini umanitari. Gli interessi dell'economia liberista poco si conciliano con gli interessi delle donne, afghane o nord-americane. Certo, c'è un distacco tra la nostra libertà, in Europa o negli Stati Uniti, e la libertà delle donne in altre parti del mondo. Ma non saranno le guerre a colmarlo. Le donne di Rawa che sono organizzate da anni nella clandestinità non appoggiano questa guerra che sta uccidendo migliaia di civili e che pone le premesse per nuove generazioni di combattenti nelle file del fondamentalismo islamico. Si sta oggi discutendo il futuro del governo afghano: le donne stanno facendo sentire con forza la loro voce. Sarà ascoltata? O qualcuno deciderà ancora una volta in nome delle donne?

 

Per concludere, aggiungiamo alcune notizie poco incoraggianti che ci arrivano da Islamabad mentre stiamo scrivendo:

"Mentre l'opinione pubblica internazionale saluta la fine della sistematica oppressione delle libertà civili delle donne afghane operata dai Taliban, L'Organizzazione rivoluzionaria delle donne afgane (RAWA) lancia da Islamabad un duro monito, affermando che, in termini di violazioni dei diritti femminili, la storia dei mujaheddin dell'Alleanza del nord testimonia un'altrettanto arbitraria brutalità: 'L'Alleanza del nord ha commesso crimini odiosi contro le donne dal 1992 al 1996 quando i suoi capi erano al potere....è questa crudeltà che ha condotto al regime dei Taliban... Per conservare il sostegno internazionale i capi dell'Alleanza del nord fingono un atteggiamento liberale con le donne, ma la realtà è diversa.... Di fatto le donne non hanno ottenuto granché dalla cacciata dei Taliban... Nelle zone rurali il burqa è stato imposto molto prima dell'avvento dei Taliban. Nelle città tutte le donne lo detestano ma hanno paura di essere aggredite dagli uomini dell'Alleanza del nord se lo levano...'" (la Repubblica, 13 dicembre 2001).

 

Fonte:Leggere Donna, Tufani Edizioni (Numero: 97 Marzo-Aprile 2002

 

 

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