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D O P O    L ' 1 1    S E T T E M B R E

Bush: ecco perché ho ordinato l’attacco

Il testo integrale del messaggio del presidente americano

"Su mio ordine, le forze militari degli Stati Uniti hanno iniziato gli attacchi contro i campi di addestramento dei terroristi di Al Qaeda e contro le installazioni militari del regime dei talebani in Afghanistan. Queste azioni attentamente mirate hanno come fine quello di distruggere l'uso dell'Afghanistan come base terroristica e di attaccare le capacità militari del regime dei talebani.
Più di 40 paesi in Medio Oriente, Africa, Europa e in Asia hanno dato la disponibilità dello spazio aereo o di terra. Molti di più hanno collaborato con informazioni di intelligence.
Siamo sostenuti dalla volontà collettiva del mondo. Più di due settimane fa, ho fatto ai leader dei talebani una serie di richieste chiare e specifiche: chiudete i campi di addestramento dei terroristi; consegnate i leader dell'organizzazione di Al Qaeda e rilasciate gli stranieri, compresi i cittadini americani ingiustamente detenuti nel vostro paese. Nessuna di queste richieste è stata accolta. E ora i talebani pagheranno un prezzo.

STANARLI ANCHE NELLE GROTTE                        Distruggendo i campi e rendendo inutilizzabili le comunicazioni, renderemo più difficile per l'organizzazione del terrore di addestrare nuove reclute e di coordinare i loro piani malvagi.

1. 11 settembre 2001: le Torri bruciano poco dopo la strage. 2. Il Presidente Bush parla alla Nazione.

 All'inizio i terroristi possono rintanarsi in grotte sempre più profonde ed in altri luoghi fortificati per nascondersi. La nostra operazione militare mira ad aprire la strada per operazioni sostenute, a largo raggio e incessanti per stanarli e portarli davanti alla giustizia.

SAREMO GENEROSI CON IL POPOLO AFGHANO
Il popolo oppresso dell'Afghanistan conoscerà la generosità dell'America e dei suoi alleati. Nel momento i cui colpiamo gli obiettivi militari, sganceremo anche cibo, medicine e rifornimenti per gli uomini, le donne e i bambini che patiscono la fame e soffrono in Afghanistan.

SIAMO AMICI DELL’ISLAM
Gli Stati Uniti d'America sono amici del popolo afghano e noi siamo amici di circa 1 miliardo di persone che nel mondo seguono la fede islamica. Gli Stati Uniti sono nemici di coloro che aiutano i terroristi e dei criminali barbari che profanano una grande religione commettendo crimini in suo nome.
Questa azione militare è parte della nostra campagna contro il terrorismo, un altro fronte nella guerra che è stata già ingaggiata attraverso la diplomazia, i servizi segreti, il congelamento dei beni finanziari e l'arresto di noti terroristi da parte delle polizie di 38 paesi.
Data la natura e la portata dei nostri nemici, vinceremo il conflitto accumulando con pazienza successi, affrontando una serie di sfide con determinazione e volontà. Oggi ci concentriamo sull'Afghanistan, ma la battaglia è più ampia. Ogni nazione deve fare la sua scelta.

IN QUESTO CONFLITTO NON SI PUO’ ESSERE NEUTRALI
In questo conflitto, non c'è un terreno neutrale. Se un governo aiuta i fuorilegge e gli assassini di innocenti, diventa fuorilegge e assassino. E intraprenderà una strada solitaria a suo proprio rischio e pericolo.
Vi sto parlando oggi dalla Treaty Room della Casa Bianca, un luogo dove i presidenti americani hanno lavorato per la pace. Siamo una nazione pacifica. Ma, come abbiamo imparato, così improvvisamente e così tragicamente, non ci può essere pace in un mondo di improvviso terrore. Di fronte a questa nuova minaccia di oggi, la sola via di perseguire la pace è di perseguire coloro che la minacciano. Non abbiamo cercato questa missione, ma ci impegneremo in pieno in essa.

LIBERTA’ DURATURA
Il nome dell'operazione militare di oggi è Libertà duratura. Noi difendiamo non solo la nostra preziosa libertà, ma anche la libertà di tutti gli altri popoli a vivere e crescere i loro bambini liberi dalla paura.
Conosco molti americani che hanno paura oggi. E il nostro governo sta prendendo grandi precauzioni. Tutte le forze di sicurezza e i servizi segreti stanno lavorando in maniera aggressiva in America, nel mondo e a tempo pieno. Su mia richiesta, molti governatori hanno attivato la Guardia nazionale per rafforzare la sicurezza negli aeroporti. Abbiamo richiamato i riservisti per rinforzare la nostra capacità militare e la protezione della nostra patria.
Nei mesi futuri, la nostra pazienza sarà la nostra forza, pazienza per le lunghe file provocate dai controlli più stretti, pazienza e comprensione per il fatto che ci vorrà del tempo per raggiungere i nostri obiettivi, pazienza per tutti i sacrifici che dovremo fare.
Oggi, quei sacrifici sono fatti dai membri delle nostre forze armate che ci difendono così lontano da casa, e dalle loro famiglie orgogliose e preoccupate. 

MANDO I FIGLI D’AMERICA IN BATTAGLIA DOPO AVER MOLTO RIFLETTUTO E PREGATO
Un comandante in capo manda i figli e le figlie dell'America in battaglia in un paese straniero, solo dopo la più grande riflessione e tanta preghiera.
Chiediamo molto a coloro che indossano la nostra uniforme. Chiediamo di lasciare i loro cari, di viaggiare lontano, di rischiare di essere feriti, persino di essere preparati a sacrificare le loro vite.
Sono determinati. Sono da onorare. Rappresentano il meglio del nostro paese e noi dobbiamo loro gratitudine. A tutti gli uomini e le donne delle nostre forze armate, ad ogni marinaio, ad ogni soldato, ad ogni pilota, ad ogni guardia costiera, ad ogni marine, io dico: la vostra missione è precisa. Gli obiettivi sono chiari. Il vostro obiettivo è lì.

Voi avete la mia piena fiducia, e avrete ogni mezzo di cui abbiate bisogno per adempiere al vostro dovere. Di recente ho ricevuto una lettera commovente che diceva molto sullo stato dell'America in questi momenti di difficoltà; una lettera di una bambina delle elementari con un papà nell'esercito. 'Non voglio che il mio papà combatta - mi ha scritto - ma voglio dartelo'. Questo è un dono prezioso. Il più grande che poteva dare. Questa ragazzina sa cosa è l'America.

Dall'11 settembre, un intera generazione di giovani americani ha conquistato una nuova comprensione del valore della libertà, del suo costo e dovere, e del suo sacrificio. La battaglia è ora su molti fronti. Non vacilleremo, non ci stancheremo, non arretreremo e non perderemo. La pace e la libertà prevarranno. Grazie.
Possa Dio continuare a benedire l'America."

Fonte: http://www.mondadori.com/panorama/ultime/attaccobush.htm

 

Messaggio di bin Laden dopo la strage delle Torri gemelle

 

  Osama bin Laden

Il logo della TV Al Jazeera (Qatar) - L'unica foto esi stente di Mohammad Omar Mullah, il capo dei talebani

 

Rajab 1422, Arabic station Al Jazeera 19 Message first broadcast on

 

Praise be to God and we beseech Him for help and forgiveness. We seek refuge with the Lord of our bad and evildoing. He whom God guides is rightly guided but he whom God leaves to stray, for him wilt thou find no protector to lead him to the right way.

I witness that there is no God but God and Mohammed is His slave and Prophet.

God Almighty hit the United States at its most vulnerable spot. He destroyed its greatest buildings. Praise be to God.

Here is the United States. It was filled with terror from its north to its south and from its east to its west. Praise be to God. What the United States tastes today is a very small thing compared to what we have tasted for tens of years.

Our nation has been tasting this humiliation and contempt for more than 80 years. Its sons are being killed, its blood is being shed, its holy places are being attacked, and it is not being ruled according to what God has decreed.

Despite this, nobody cares.

When Almighty God rendered successful a convoy of Muslims, the vanguards of Islam, He allowed them to destroy the United States.

I ask God Almighty to elevate their status and grant them Paradise. He is the one who is capable to do so. When these defended their oppressed sons, brothers, and sisters in Palestine and in many Islamic countries, the world at large shouted. The infidels shouted, followed by the hypocrites.

One million Iraqi children have thus far died in Iraq although they did not do anything wrong.

Despite this, we heard no denunciation by anyone in the world or a fatwa by the rulers' ulema [body of Muslim scholars].

Israeli tanks and tracked vehicles also enter to wreak havoc in Palestine, in Jenin, Ramallah, Rafah, Beit Jala, and other Islamic areas and we hear no voices raised or moves made.

But if the sword falls on the United States after 80 years, hypocrisy raises its head lamenting the deaths of these killers who tampered with the blood, honour, and holy places of the Muslims.

The least that one can describe these people is that they are morally depraved.

They champion falsehood, support the butcher against the victim, the oppressor against the innocent child.

May God mete them the punishment they deserve. I say that the matter is clear and explicit.

In the aftermath of this event and now that senior US officials have spoken, beginning with Bush, the head of the world's infidels, and whoever supports him, every Muslim should rush to defend his religion. They came out in arrogance with their men and horses and instigated even those countries that belong to Islam against us.

They came out to fight this group of people who declared their faith in God and refused to abandon their religion.

They came out to fight Islam in the name of terrorism. Hundreds of thousands of people, young and old, were killed in the farthest point on earth in Japan.

[For them] this is not a crime, but rather a debatable issue.

They bombed Iraq and considered that a debatable issue.

But when a dozen people of them were killed in Nairobi and Dar es Salaam, Afghanistan and Iraq were bombed and all hypocrite ones stood behind the head of the world's infidelity - behind the Hubal [an idol worshipped by pagans before the advent of Islam] of the age - namely, America and its supporters.

These incidents divided the entire world into two regions - one of faith

where there is no hypocrisy and another of infidelity, from which we hope God will protect us.

The winds of faith and change have blown to remove falsehood from the [Arabian] peninsula of Prophet Mohammed, may God's prayers be upon him.

As for the United States, I tell it and its people these few words: I swear by Almighty God who raised the heavens without pillars that neither the United States nor he who lives in the United States will enjoy security before we can see it as a reality in Palestine and before all the infidel armies leave the land of Mohammed, may God's peace and blessing be upon him.

God is great and glory to Islam.

May God's peace, mercy, and blessings be upon you.

 

 

 

 Massimo Cacciari

Il vero scontro è nelle coscienze

Faccia a faccia tra il teologo Bruno Forte e il filosofo Massimo Cacciari 

 Il Mattino, 2 ottobre 2001  

TITTI MARRONE - Il crollo delle Twin Towers ha avuto un effetto che molti hanno paragonato a quello del muro di Berlino, ma con un risultato opposto. Ha spalancato nuove ferite, eretto nuove barriere. E soprattutto, ha dato corpo allo spettro dello scontro tra civiltà, su cui convergono le riflessioni più disparate: vi si potrebbero collegare in un filo unico, dal passato al presente, da Huntington a Berlusconi, a Oriana Fallaci. Ma perché la solidarietà, lo sdegno unanimi e la preoccupazione comune per una rappresaglia scomposta sono durate così poco? Perché invece prevalgono le divisioni? Ne abbiamo parlato con il filosofo Massimo Cacciari e il teologo Bruno Forte, in un faccia a faccia lungo e appassionato, di cui diamo qui una rapida sintesi.

MASSIMO CACCIARI - Un attentato epocale come quello alle Twin Towers è una nuova forma di guerra che dovrebbe essere responsabilità di tutti disinnescare. Si è avverata la più tragica profezia di alcuni grandi interpreti del Novecento come Carl Schmitt e Ernst Jünger. Le guerre del futuro, avevano previsto questi due pensatori anticomunisti, non avverranno più tra Stati sovrani ma saranno conflitti permanenti, atroci, senza regola né forma, con il massimo di coinvolgimento di civili. Dunque, è evidente che la guerra a questo tipo di terrorismo dovrà essere condotta anche con azioni militari. Io mi auguro che la leadership americana sappia che i suoi mezzi non possono essere le portaerei, i missili e le bombe atomiche. E che la reazione sia la più limitata, la più rapida possibile: capisco di dire cose eticamente sgradevoli, ma mi auguro che si lasci sul terreno il numero più basso di morti innocenti che sia possibile. L’aspetto militare della reazione dev’essere sostanzialmente guidato da una intelligence politica. Bisogna convincere la stragrande maggioranza degli Stati islamici di poter lavorare per la costruzione di un nuovo ordine, prima di tutto in Medio Oriente e poi anche planetario. Bisogna coinvolgerli in questo processo: è la condizione per vincere la guerra anche sul piano militare. Così i settori conniventi e complici degli atti terroristici troveranno terra bruciata intorno a sé. Altrimenti non essendoci più l’Urss, con i suoi legami con i servizi segreti dei Paesi arabi antiamericani, prepariamoci alla guerra terroristica permanente profetizzata dagli Schmitt e dagli Jünger. Perché, una volta bombardato bin Laden, ne sorgeranno subito altri dieci.

FORTE - Però in passato gli Usa hanno fatto un lavoro di intelligence che li ha indotti a sostenere Saddam Hussein, Milosevic e gli stessi talebani contro regimi precedenti. Poi quelli da loro appoggiati sono diventati il nemico successivo.

CACCIARI - Ma il lavoro di intelligence è di alta scuola culturale. Prevede la conoscenza capillare del mondo del nemico. Faccio una battuta: nei film tratti da Fleming, James Bond sa tutte le lingue, conosce tutte le usanze, le culture. Nella realtà, invece, gli Usa scontano un gap conoscitivo abissale nei confronti dei mondi non loro. E temo che non riusciranno mai ad entrare nella testa di qualcuno diverso da loro.

FORTE - Ho delle riserve su questo discorso. Gli Usa sono un grandissimo Paese soprattutto per la loro capacità di melting pot, di accoglienza. Non bisogna compiere una lettura ideologica o semplificata della complessità Usa. Mentre per l’Europa le identità diverse si sono finora solo contrapposte con logiche ottuse, leghiste, in America il processo d’integrazione delle diversità è stato vissuto da sempre con naturalezza. Anche la figura del cow boy, con cui ci siamo rappresentati quasi inevitabilmente l’America di fronte al diverso, e che abbiamo temuto entrasse in gioco nella prima reazione americana alla tragedia dell’11 settembre, si sta disgregando in una complessità. Per esempio, Colin Powell non è il cow boy tradizionale, né lo è il vicepresidente Cheney. Sono stato di recente invitato dall’American Government Intelligence Agency a un ciclo di conferenze, e ho ammirato la capacità di autocritica delle moltissime persone che ho incontrato. Io sarei sempre molto esitante nell’usare gli schemi che una certa moda di destra e di sinistra hanno usato verso gli Usa. Sulla guerra, poi: certo, vogliamo evitare tutto ciò che è evitabile in termini di costi umani. Ma la ricerca del male minore non mi basta. Come credente, ho un’esigenza maggiore. Una guerra come questa, contro il terrorismo, si può fare solo attraverso un esercizio sofisticato di intelligence, come dice Massimo. 

Però deve anche trovare a livello internazionale una capacità di mediazione d’interventi complessi che coinvolgano energie non solo del blocco angloamericano. Riservare il protagonismo dell’azione militare agli Usa, come sta avvenendo, rischia di essere un grave errore, perché potrà dare al mondo l’immagine di un blocco contro il resto del mondo. Ma poi, la vera guerra non è contro i talebani, ma contro le cause di quest’odio montante contro i signori del mondo. E qui il profilo etico è evidente: è contro la fame, l’ingiustizia, la violenza. Si gioca su tre fronti, il primo dei quali è l’Occidente stesso. Non credo si possa dimenticare che gli Usa sono il Paese più ricco del mondo, in cui ogni giorno 27 milioni di presone mangiano alle mense organizzate dalla Caritas. Il mondo islamico è quello con la più alta concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi. Non è possibile che continui a vivere così, occorre una redistribuzione. Ma poi, dove s’incontrano queste culture, con le loro specificità e diversità, cioè in Terra Santa, la soluzione giusta per il Medio Oriente diventa emblematica per tutta l’umanità. Il laboratorio israelo-palestinese si riflette ormai nelle nostre case, e non solo in Usa: a questo siamo del tutto impreparati. Dobbiamo imparare a convivere nella diversità, gli uni e gli altri. E credo che quanto successo l’11 settembre deve aiutarci in questo. 

CACCIARI - Se l’Europa si muovesse nel senso di una riforma dell’Onu, se riuscisse a imporre una linea di riforma rimuovendo gli ostacoli che ormai condannano l’Onu all’impotenza, dotandola di effettivi strumenti d’intervento, potrebbe avere un ruolo essenziale. È utopistico aspettarsi che siano gli Usa a promuovere questo processo: l’Europa invece dovrebbe avere un po’ più di Islam nel suo Dna, lo scambio con quei Paesi è nella sua storia. A meno che non la intendiamo come un’appendice, una provincia della grande isola atlantica, e della potenza americana.

Una parte della coscienza occidentale è rimasta sepolta sotto le torri. Sente un attentato perenne al proprio modo di vivere, mosso da una civiltà che ha avuto antiche grandezze ma che oggi opprime le donne, offende la libertà di tutti. Un’altra parte soffre per il confronto tra morti più o meno spettacolari, quelle americane contro quelle afghane, tra vite che sembrano avere più valore, e esistenze troncate in Paesi lontani, senza le luci dei riflettori, di cui non si sa niente: bisogna per forza sentirsi schierati in questi fronti contrapposti?

FORTE - Il vero scontro di civiltà è interno all’Occidente, tra due sue anime. Con la fine dei blocchi contrapposti, estintosi l’avversario visibile, la disgregazione ha preso il sopravvento. Ma non sarebbe emersa così drammaticamente nella coscienza occidentale fino all’11 settembre. È allora che ci si è resi conto di un fatto: il modello del gendarme del mondo, dell’unico capo che poteva intervenire a suo arbitrio con le bombe nei Balcani o defilarsi dalla questione palestinese, non poteva più funzionare. Allora, il vero conflitto è di quelli che vorrebbero continuare a ragionare coltivando l’illusione di una fine della storia all’insegna di un suo compimento realizzato dall’Occidente. E invece oggi l’Occidente è chiamato a un esame di coscienza, a chiedersi quali siano le sue responsabilità verso il disordine del mondo. E se tutto questo abbia una giustificazione sul piano etico. Credo che il riconoscimento delle colpe del passato fatto dalla chiesa cattolica sia un esempio che tutta la cultura occidentale dovrebbe seguire. 

Il nemico non è bin Laden, non sono i talebani: è la miseria che c’è nel mondo, che dipende dalle responsabilità del nord opulento del mondo. Ma non dev’esserci alcuna demonizzazione, né da una parte né dall’altra. Bisogna comprendere le complessità, l’enorme potenziale di riconciliazione contenuto nell’Islam. Non farlo significa dare alimento alla violenza, e credere che tutto l’Islam s’identifichi con il fanatismo dei talebani equivarrebbe ad aver confuso il Cristianesimo con il fanatismo dei cristiani che si macchiarono degli eccidi di Gerusalemme. Ora, questa complessità è stata completamente ignorata in dichiarazioni come quelle del nostro presidente del Consiglio. Mentre è proprio la scandalosa complessità della Croce che rende forte il messaggio del papa.

CACCIARI - Io ho la sensazione che oggi il papa sia abbastanza isolato dentro la chiesa. Ma come ha detto Bruno, ci sono differenze radicali tra gli Islam e i cristianesimi. Ammettiamo per un attimo che, negli ultimi 50-60 anni, ci siamo liberati dai rischi fascisti o comunisti che non vengono certo da Confucio o Maometto, non hanno nulla di marziano o di asiatico ma sono frutto della civiltà occidentale. Bene, ammettiamo che una volta liberi da questi incubi, siamo sbarcati sulla terra felice della democrazia. Dobbiamo armarci? Imporla a tutti i poveretti che non ci sono ancora arrivati? Ripetere Napoleone Bonaparte? 

Organizzare gli eserciti di liberazione delle povere donne musulmane costrette a portare il velo? Abbiamo un’idea di democrazia come di noi difensori di diritti umani e degli altri bestie? Dobbiamo dialogare, dibattere, vedere criticamente la nostra storia, e presentarci con veste critica a quel che non conosciamo, o dobbiamo evangelizzare? Beninteso, io so che, se fossi nato in un Paese islamico, probabilmente sarei nelle carceri di qualche ajatollah, e mi avrebbero fucilato come è accaduto ai miei amici islamici laureati con me, trent’anni fa, ad Architettura a Venezia. Insomma, la domanda centrale è: si può concepire la modernizzazione senza occidentalizzazione? Se pensiamo di no, andiamo al conflitto di civiltà. Da anni intellettuali islamici si pongono questo problema. 

E di recente una nuova generazione, impropriamente definita dei no global, si era affacciata manifestando quest’esigenza e muovendosi su piani dall’etico al politico al religioso, con naturale sete di giustizia. Ora, dopo le Twin Towers è in atto una straordinaria semplificazione dei valori e dei discorsi politici che coinvolge anche la stampa. Si va a una elementarizzazione dei discorsi. Torna una logica amico-nemico nel modo più brutale, con l’alibi che siamo in guerra. Ma se vuoi vincerla, la guerra, e se essa è prosecuzione della politica con altri mezzi, soffocare la complessità e portare il cervello all’ammasso vorrà dire ridurre la politica a razionalità aziendale, e basta.  

 

 

Death to terrorism of all brands!

Afghanistan Liberation Organization (ALO)

26th Sep.2001  

At last the day approached for the Islamist terrorist monster to devour its creator. 

However, it is not the creator but the innocent American people that are paying the price for the bloody act of the monster. The horrible criminal attack of 11th Sep. on New York and Washington struck thousands of Americans and non-Americans and made them mournful. 

Afghanistan Liberation Organization which has been struggling against the most rabid section of these forces and has lost its leader and tens of its outstanding cadres and members in the plots and terrorist attacks of the mentioned criminals, understands well the dimensions of the11th September horrific incident. 

And for this, it expresses its deep sympathy with the families and friends of the victims and with the US people as a whole. In response to the attack, the US government is preparing for an unprecedented war, a war with Osama and Taliban as its foremost targets. 

But do the majority of the American people know that the creator and trainer of the dirtiest Afghan terrorist groups as well as Osama since 20 years is no one else but the US government itself? Do they know that US government could destroy all these terrorists and heroine-kings exactly the way it did with Noriega of Panama if it paid the least attention and concern about the far-reaching interests of the American and Afghan people and democratic values and human rights? The US didn’t do because it wanted to use them as its running dogs during the cold war.

Now as the religious terrorism has reared its degusting head and slap in the face of its yesterday’s mentor, the US government shouldn’t take the revenge of the appalling attack from the people of Afghanistan, the people who have already been terrorized, looted and impoverished by the Northern Alliance, Taliban and Osamas. None of the media in the West explains when, how and by whom the Islamist terrorists were created, trained and equipped, because in this way the one who has to be held responsible by the people of America is nobody else but those at the very helm of the US.

Apparently America, at first thought that through fostering the fundamentalist groups in Afghanistan it could obtain a base in the heart of Asia for achieving its political and economic aims.

 But it seems that the control of most of these religious hired murderers is no longer in the hand of the US. And they, possessing vast financial sources and a safe haven such as Afghanistan are going to wage a “crusade”, to which Mr. Bush has also indicated

The ruling classes of America, without considering the interests of the majority of the US people, are not taking the incident of 11th September as a warning to completely wash its hands off the fundamentalist organizations and regimes, let alone their elimination. On the contrary, they want to exploit it as a favorable opportunity to suppress the oppressed nations and anti-imperialism and anti-reactionary liberation movements. 

And by doing so, it not only will solve its domestic quarrel with the Islamist fundamentalists in its favor but also strengthen and stabilize its undisputed domination on the world and whitewash its vulnerability. In addition, US, through this new pretext, tries to suppress and hold back the ever-increasing of anti-war and anti-globalization movements within America and in its Western allies which brings under question the very principle of capitalist system.

Though even in Muslim countries, most people don’t support the fundamentalist Islamists, the US blind retaliatory act could change the situation in favor of the fundamentalist forces. Nonetheless, we hope that with the fading of today’s emotions, the US government, under the pressure of people, especially the powerful working class of the US, won’t find it possible to add fuel to the religious contradictions in the world and as a consequence further vitalize the religious and non-religious reactionary forces by its militaristic policies.

Afghanistan Liberation Organization (ALO) which has been engaged in struggle against the dirty religious creatures of US, Iran, Pakistan and some other Islamic countries for years, now too will continue its struggle against the Taliban and other reactionary bands till the end. Liberation of Afghanistan is not possible unless the setups dependent to Pakistan and criminal regimes of Iran, Saudi Arabia etc. are overthrown.

Cooperation of the Afghan and other people of the world is the only way for a successful and effective struggle against religious terrorism. 

And it is the task of all proletarian and revolutionary movements of America and other developed capitalist countries to practically demonstrate their inspiring impact and presence in the current showdown of religious terrorists and their yesterday’s masters by securing a militant solidarity with the progressive movements in underdeveloped and backward countries and in the first place Afghanistan.    

DAL PROGRAMMA di Afghanistan Liberation Organization  (A.L.O.)   

 

WOMEN


Economic backwardness and the dominance of mediaeval culture has given the exploiting classes the power and the means of depriving our women from their basic social and political rights in the name of God, religion and tradition. 

They are effectively barred from equal participation in production and social and cultural life.

The ALO firmly believes that the chains of bondage from the hands and feet of women can be broken only when they firstly attain political and class consciousness and secondly become organised and participate actively in the anti-feudal and anti-imperialist revolutionary struggle under the leadership of the proletariat.

 No other power can emancipate the women of our society from political and class oppression, and "no revolution is victorious without the participation of women". 

The political and social inequality of women and of the exploited classes is rooted in the inequality of ownership and distribution of material wealth. 

The victory of the political revolution assigned by history to the proletariat and its revolutionary vanguard party shall be assured only when one half of society (women’s movement) unites with its other half (men’s movement) and stages a concerted assault on the bastions of feudalism and its patron, imperialism. 

Equal rights of men and women can be realised and assured only with complete democratisation of society. Struggling for women’s rights is an integral part of the struggle for true democracy and none but the proletariat and its political party can be the true champions of true democracy. 

It was with staunch belief in this principle that the ALO from the very outset focused on women’s revolutionary suffragist movement by undertaking to raise its Marxist awareness and assisting in its political organisation.

 Under the circumstances, we can claim remarkable achievements.

Afghanistan Liberation Organization (A.L.O.)

Unicef: sette milioni e mezzo di afghani rischiano la morte


L'obiettivo è quello di portare gli aiuti prima che arrivi l'inverno  

Rifugiati alla frontiera di Chaman, tra l'Afghanistan e il Pakistan

 

ROMA, 24 OTTOBRE 2001 - Sono 7 milioni e mezzo gli afghani che rischiano di morire senza nessuna forma di assistenza: la task force istituita dal Ministero della Salute per coordinare gli aiuti sanitari lancia l'allarme. L'obiettivo è quello di portare gli aiuti prima che arrivi l'inverno.


«È una lotta contro il tempo - ha spiegato il sottosegretario Antonio Guidi, presidente della task force, istituita in collaborazione con il Ministero degli Esteri e con le organizzazioni internazionali - ogni minuto può essere prezioso per salvare vite umane nel Paese con il più alto numero di mine antiuomo e di mutilati».
Tra poco più di dieci giorni, infatti, oltre alla guerra, l'Afghanistan si troverà a fronteggiare un altro storico nemico: l'inverno afghano, con temperature abbondantemente inferiori ai 20 gradi sotto lo zero.


Secondo dati dell'Unicef, sette milioni e mezzo di cittadini afghani, per il 70% donne e bambini rischiano di morire se non riceveranno urgentemente aiuti umanitari e in particolare sanitari. La rete delle strutture sanitarie del Paese è stata distrutta da oltre venti anni di guerra e i centri messi in piedi dalle istituzioni internazionali e dalle organizzazioni non governative non possono da sole garantire l'assistenza. «In Afghanistan manca tutto - sottolinea Guidi - dall'acqua potabile ai medicinali più comuni, alle garze e alle siringhe per le iniezioni. Ma soprattutto mancano i medici in grado di gestire situazioni di estremo disagio. Chirurghi capaci di intervenire con i pochi strumenti e in tempi limitati dettati dal ritmo dei bombardamenti o dell'esodo dei profughi. Medici senza Frontiere e le equipe di Emergency stanno facendo un lavoro eroico, ma da soli non possono andare avanti. Mancano soprattutto ortopedici, oculisti e anestesisti per assistere in particolare i bambini vittime delle mine antiuomo».


Guidi ha aggiunto che si sta cercando di superare in accordo con le Regioni quelle pastoie burocratiche che condizionano la disponibilità da parte dei medici di partire in missione all'estero, garantendo nel contempo l'incolumità dei volontari.
Al tavolo della task force del Ministero della Salute hanno finora aderito il Ministero degli Esteri, la Croce Rossa Internazionale, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Unicef l'ARCI, la Conferenza Episcopale Italiana, la Caritas, Medici Senza Frontiere, Emergency, la Comunità di Sant'Egidio, i Fatebenefratelli e l'Anspi.
Da un punto di vista operativo case farmaceutiche, il mondo dell'industria e della produzione sono state contattate per rendere disponibili ad horas materiale da consegnare ai centri di distribuzione in raccordo con le strutture sanitarie nei territori coinvolti dal conflitto.
«L'obiettivo di lungo periodo - ha aggiunto Guidi - è di trasformare la task force in un tavolo di lavoro permanente per intervenire con rapidità ed efficacia in tutti gli oltre 40 focolai di guerra attualmente presenti sul pianeta».

 

 

 

E' arrivata l'ora di liberare l'Islam rapito!

di Faraj Abu al-Asha

E' arrivata l'ora di liberarsi dalla schiavitù della cultura dei fondamentalismi totalitari e oscurantisti alleati della religione, siano essi islamici, cristiani, ebraici, indù, buddisti, confuciani o che si tratti di positivismo scientifico..! 

     Sì, è arrivata l'ora in cui i musulmani liberino se stessi e l'Islàm dalla cultura della superstizione e dalla mentalità dell'assassinio, come se ciò fosse la cosa migliore da dare in prestito agli altri! Il Corano ha una visione totale dell'Universo e dell'Essere. E' un testo di pace, di pace dell'Essere con se stesso, con l'altro e con l'Universo. E la preghiera, con i suoi riti, dispone l'anima ad invocare misericordia e tranquillità, in amore e in pace. Si dice "la pace e la misericordia di Dio siano con te [noto saluto arabo-islamico, ndt] e si risponde "la pace e la misericordia di Dio siano con te". Quella è la comune lettura umana delle religioni, poichè la massima aspirazione della religione è l'Altissimo. 

     Eppure c'è qualcuno che offre la propria lettura, che interpreta il testo religioso partendo da passioni ideologiche, che accetta le aspirazioni e gli intenti dei "dissidenti", dei "ribelli". E in questa lotta interpretativa, alcuni sono riusciti a rapire l'Islàm e a prenderlo in ostaggio per i loro fini politici!

Quello che ora interessa è la necessità di liberare l'Islam dai suoi secondini, di recuperare una visione razionale, critica e profonda che apra un varco tra le polveri dei due grattacieli di New York e che ci possa far guardare alle domande del futuro e alle sfide del nostro tempo. 

Peshawar, 27 settembre 2001

Afghanistan 2001, Bambini alla frontiera 

     Queste sfide avanzano le loro richieste in maniera chiara, decisa, severa: non possiamo dirigere i nostri sguardi verso coloro che non hanno ancora risposto con interventi efficaci; non possiamo arrestarci di fronte a complicati progetti culturali o davanti ad un terrorismo confuso di gente retrograda che brancola nelle ombre della superstizione. 

     E' arrivato il momento della scelta epistemologica decisiva e dirompente fra due letture dell'Islàm: la lettura dell'Islàm spirituale in sintonia con la sua promessa celeste, in quanto religione semplice, religione senza mediatore, religione magnanima e religione del perdono…quell'Islàm che attraversò le foreste africane, che si spinse fino in Cina grazie a commercianti che solcarono deserti lungo le vie della seta!
E qui parlo con semplicità di un Islàm semplice che si astiene. L'Islàm della relazione diretta con Dio. L'Islàm del senso purificato rappresentato dal purificazione rituale [s'intende qui i due tipi d'abluzione che precedono la preghiera, il wudu', con acqua, e il tayàmmum, solo con sabbia e pietre in caso di mancanza d'acqua, ndt] e del pregare in solitudine: l'Islàm semplice, il perdono e la misericordia…e anche il Jihàd che non è quello espresso nelle fatàwa [pl. di "fatwa", ndt] del Mullah 'Omar, di Bin Làden, di 'Abu Qatada, di Mùstafa Hamza, di Zawàberi, di Khattàb o di altri fuqaha' [pl. di "faqìh", giureconsulto islamico ndt.] che vivono nell'oscurantismo e nelle vendette. E certo non è il Jihàd collegato ad aerei su cui viaggiano persone speranzosi di arrivare sani e salvi a destinazione, o non è il Jihad di quei missili distruttivi che bucano palazzi annientando migliaia di civili innocenti!
Quel Jihad è il prodotto della lettura oscurantista dell'Islam rapito dai fuqaha' fontamentalisti illusi e dall'immaginazione superstiziosa della realtà!

     L'Islam è diventato ostaggio delle interpretazioni tiranniche di Khattàb. Il guaio maggiore e che egli, con il terrorismo alleato alla religione,vuole imporre al mondo e al tempo la sua ideologia totalitaria e la sua logica superstiziosa che chiama solo al sangue!
Il regime dei Talibani è il "regime" di studenti dell'ignoranza applicata, il regime non-regime, lo stato non-stato; in questo modo la "formula talibana" è diventata la massima aspirazione per gli estremisti del terrorismo internazionale. Anzi, i movimenti invocati dall'"Islàm politico" sono scuole di tattica del terrore che non oppongono alcuna scusa o pretesto per nascondere le pratiche "talibane" e per  giustificare le nefandezze della loro dittatura. Lì, in quei paesi vittime della distruzione, mentre si vietano tv e insegnamento alle donne e si impone la barba, si permette l'utilizzo dei più moderni mezzi tecnologici, informatici, biologici, chimici e bancari al servizio del Jihàd terroristico!

     Il pericolo è enorme e l'ora delle scelte decisive è suonata. Ci si chiede: che fare?
Agire significa agire oggi, e l'azione non tollera proroghe e indugi che, per secoli e secoli, hanno consumato gli arabi e i musulmani. Questi annegano nell'ignoranza e persi in questioni sterili affrontate spesso in modo contraddittorio.
Quella che si chiede è un'azione liberatoria rapida, il salvataggio dell'Islàm dai suoi rapitori ben noti. Non è più utile difenderli, tacere di loro, simpatizzare per loro, giustificare le loro azioni o abbracciare le loro idee.
Sono un pericolo distruttivo per l'Islàm, religione generosa che essi vogliono invece  monopolizzare in base a passioni ideologico-politiche e giustificazioni pseudo-legali per arrivare al potere e sequestrarlo secondo il desiderio!

     La realtà è che l'Islàm non è solamente sequestrata dai Talibani, da al-Qà'ida e da altri gruppi terroristici ma è anche ostaggio della cultura che ha creato proseliti dietro l'idea che la spada è La Soluzione… così come è successo in Egitto e in Algeria. Questa cultura è quella che ha permesso che i Talibani e i loro sostenitori usassero concezioni sanguinarie, la folle intolleranza e la volontà suicida!
Ci sia dunque un invito continuo alla liberazione dell'Islàm dalla cultura del terrorismo ideologico, dagli artigli degli ignoranti per un riscatto della Storia, per l'emancipazione dalla censura leggendaria e dalla mentalità della superstizione.

11/10/01, Asharc Al-Awasat (giornale arabo)

Fonte: www.arabroma.com 

 

 

Dario Fo, Franca Rame e Jacopo Fo  

Dario Fo

      Quello che e' successo indurrebbe al panico, al silenzio, alla disperazione. Il mondo e' stato colpito da un ennesimo crudele massacro. Ma e' necessario, anche se doloroso, parlare. Cercare di capire. La prima osservazione che ci viene alla mente e' l'assurdo che esplode fuori dal televisore.
      Davanti a questo dramma il mondo si e' arrestato attonito. Ma non tutti. Le borse del mondo non si sono fermate neppure un secondo, hanno continuato a far soldi, a cercare utili selvaggi. Anzi hanno intensificato il ritmo. La gente ancora urlava appesa ai grattaceli in fiamme, prima che crollassero, e già i grandi broker gridavano nei loro cellulari:  "Compra petrolio! Vendi tutto! Compra petrolio!" e mentre i titoli azionari perdevano il 10% in pochi minuti il petrolio saliva di 10 dollari al barile e i furbi facevano utili di miliardi di dollari. E mentre i presidenti di tutti i paesi europei si apprestavano a esprimere il loro cordoglio, i loro banchieri succhiavano decimali al dollaro e finalmente l'euro segnava un bel po' di punti a suo favore. Nessuno ha pensato di chiudere le borse per decenza e rispetto ai cadaveri ancora freschi.

La belva feroce del capitalismo affondava felice i suoi denti nelle carni dei morti e fortune luminose si sono costruite in poche ore. E non c'e' da stupirsi. I grandi speculatori sguazzano in un'economia che uccide ogni anno decine di milioni di persone con la miseria, che volete che siano 20 mila morti a New York?

     Altra immagine agghiacciante: la gente per strada, nei quartieri palestinesi, dilaniati dalla guerra civile, che festeggiavano il massacro. Gente che ha un morto in ogni famiglia e che non riesce più a vedere l'assurdità della morte, di qualsiasi morte. Il sistema della violenza, dello sfruttamento, del genocidio organizzato dei poveri cristi genera insensibilità alla violenza. Genera la logica della vendetta. Quasi ogni giorno, da anni, gli aerei Usa bombardano l'Iraq, uccidendo donne e bambini, col pretesto di eliminare impianti radar. E le televisioni occidentali non si degnano neppure di riportare la notizia. Quella è gente spazzatura, muoiono a migliaia per gli effetti dei proiettili all'uranio che hanno contaminato la loro terra, muoiono perché mancano le medicine a causa dell'embargo, nel silenzio carico di disprezzo dei media occidentali. Le lacrime di oggi dei commentatori televisivi sono vergognose perché seguono al silenzio decennale sui crimini dell'occidente cristiano.

     E' terribile ma e' così: la disperazione genera la follia della vendetta. Una vendetta che non serve a nulla, una vendetta che porterà altri massacri tra i diseredati del mondo. E attenzione: questo orrendo massacro di ieri, non è stato realizzato schiacciando un bottone su un aereo che vola sicuro ad alta quota. Qui ci sono decine di persone che sono diventate talmente pazze da suicidarsi tutte assieme pur di colpire "i diavoli bianchi". Questa misura della disperazione dovrebbe fare riflettere. Questa giornata di terrore dovrebbe avere insegnato ai cultori della forza dell'uomo bianco che non esiste sicurezza e pace per nessuno in un mondo dove il massacro e la prevaricazione sono la legge.

     E' ormai un fatto. Le moderne tecnologie rendono talmente potenti gli individui che nessun sofisticato sistema di sicurezza può proteggere. Non è più possibile, neppure per i nordamericani ricchi, credere di essere al sicuro. Non c'è nessun posto dove si possa stare al sicuro. Il cane feroce della follia può azzannare chiunque ovunque. I telegiornali si stupiscono (idioti) che i super controlli Usa non abbiano impedito a 4 aerei di essere dirottati per essere usati come bombe gigantesche e colpire i luoghi più protetti del mondo. Non vogliono capire che le moderne tecnologie e l'affollamento incontrollabile delle città offrono decine di modi di fare massacri. Questi orrendi attentati hanno ridicolizzato le pretese di Bush di costruire uno scudo stellare. 

     Oggi hanno usato aerei, ieri gas nervino in Giappone, bombole del gas a Mosca... Domani basterà urlare: "C'e' una bomba!!!" in uno stadio per provocare una strage. Un paese moderno non può garantire la sicurezza senza strangolare completamente la "vita normale" dei cittadini. Non c'e' modo.

     Nessuno può tenere milioni di persone chiuse in casa. L'unica garanzia di sicurezza per il mondo ricco è sanare le ferite sanguinanti della fame e del sopruso. Sennò si crea un humus sociale drammatico che non può che portare alla violenza più folle. Attenzione: non si può dire, in questo momento, chi abbia armato la mano dei kamikaze. Estremisti islamici? Estremisti di destra americani? Sionisti pazzi? Chi lo sa? L'attentato di Oklaoma, il piu' grande massacro terroristico avvenuto fino a ieri, fu imputato ai terroristi islamici e poi si scoprì essere opera di terroristi bianchi e fascisti che volevano provocare una reazione antislamica. Si potrebbe anche scoprire che dietro al massacro di ieri ci siano tutte le fazioni terroristiche e tutti i servizi segreti, uniti nel comune intento di gettare la società civile nel caos... Una cosa è certa: al di là di chi siano gli esecutori materiali del massacro questa violenza è figlia legittima della cultura della violenza, della fame e dello sfruttamento disumano.

     Questa violenza, queste morti, rendono immensamente felici coloro che hanno guadagnato milioni di dollari in poche ore speculando sul prezzo del petrolio, i mercanti di armi e i capi terroristi brindano ebbri di felicità insieme ai generali e agli ammiragli, stanchi di questa pace strisciante che minaccia ogni giorno lo stato di guerra e i profitti fatti sulle mine antiuomo.
Domani i caccia bombarderanno qualche villaggio sperduto uccidendo civili inermi con la scusa di fare giustizia dei colpevoli e le lobby delle iene spingeranno per dare dignità alle spese militari.

     "Gli Stati Uniti devono rispondere immediatamente a questa aggressione!" Urlava un cretino della strada e le sue parole sono state rilanciate da migliaia di telegiornali in tutto il pianeta.
"Rappresaglia!" Urla Bush, il boia del Texas. Colpiranno, faranno 10 morti con la pelle olivastra per ogni cadavere bianco. E qualcuno proporrà di reagire con manifestazioni di piazza e di nuovo la polizia farà dei morti. Deve essere chiaro a tutti che questo è un momento gravissimo. E' una nuova forma di guerra strisciante quella nella quale ci vogliono portare.


     Il partito della pace ha una sola possibilità: continuare caparbiamente a lavorare con gli strumenti della pace. Affermare con tutta la forza possibile che possiamo ed è necessario togliere il nostro appoggio economico alle multinazionali della morte. Oggi più che mai la scelta individuale di milioni di persone è l'unico strumento possibile, l'unica strategia vincente. Togliamo i nostri soldi dalle banche che finanziano l'economia del dolore, smettiamo di comprare il carburante della Esso, i prodotti della Nestlè, smettiamo di bere Coca Cola, di mangiare Mac Donald's, convertiamo le nostre auto a olio di colza e a gas, mettiamo i nostri risparmi sui fondi di investimento etico, abbandoniamo le assicurazioni colluse col sistema della morte, non compriamo auto da chi produce mine antiuomo, non compriamo scarpe da chi tiene in schiavitù i bambini, non mangiamo i cibi della chimica, abbandoniamo i marchi della cultura del profitto a tutti i costi.

     In questi anni abbiamo lavorato con successo per dimostrare che e' possibile consociare i nostri consumi, risparmiare, avere prodotti migliori e, contemporaneamente, boicottare il mercato della morte rifiutandoci di portare i nostri soldi al loro mulino. Oggi queste scelte non sono più solamente giuste e convenienti, sono anche urgenti e irrimandabili.

     Ti chiediamo di fare un gesto, subito, ora.

     Non c'è più tempo per pensarci sopra. La locomotiva del capitalismo selvaggio sta accelerando la sua velocità, punta con determinazione assoluta verso la guerra e la distruzione del pianeta. L'unica possibilità è tagliarle i rifornimenti di carburante. Subito. Il mondo è governato dal denaro. I soldi sono l'unico argomento al quale i potenti siano sensibili.
Dai una possibilità alla pace. Subito. Inizia tu. Non aspettare che lo facciano gli altri. 

Ogni lira che togli ai signori del mondo è un respiro che regali all'umanità.

Voti ogni volta che fai la spesa!  

 

 

OSAMA, LA MASCHERA DEL FALSO PROFETA


Tahar Ben Jelloun

 

La Repubblica, 23 ottobre 2000

     Torno ora dal Marocco, dove ho sentito parlare molto di Bin Laden. Passata l'ondata di simpatia per «il giustiziere degli umiliati», «colui che è riuscito a fare del male all'America», le lingue si sciolgono e piovono critiche. Quando Bin Laden ha fatto la sua dichiarazione attraverso l'emittente televisiva Al Jazeera, il tono, la calma, la sicurezza e l'indice leggermente curvo e alzato in segno di minaccia hanno impressionato la gente e fatto paura a molti.

     Quest'uomo fa tremare il pianeta e sfugge all'esercito e alla polizia più grandi del mondo. Ma, se questo suscita l'ammirazione dei popoli musulmani, alcuni hanno osservato che Bin Laden ha appena commesso il suo primo errore teologico. Facendosi riprendere davanti a una roccia, voleva suggerire di trovarsi in prossimità di una grotta nella montagna. Così facendo, però, riproduce l'immagine del profeta Maometto che ha ricevuto la Rivelazione nella grotta del monte Hira. In questo modo Bin Laden confonde le acque e scandalizza i veri musulmani. Ho sentito parlare di eresia e di impostura.

     Allah ha detto che Maometto è l'ultimo dei profeti e che chiunque sosterrà d'essere un profeta sarà un bugiardo e un usurpatore. Come osa quell'ex-agente degli Americani, che indossa una giacca dell'esercito americano e un orologio sofisticato, lanciare una fatwa come se fosse il profeta di tutti i musulmani, il loro rappresentante e la loro guida? Con quale diritto scaglia una fatwa contro l'America e l'Occidente? Una fatwa è un'indicazione religiosa, non una legge. La può emettere un saggio, un teologo di rango elevato, un uomo dalla moralità perfetta, una guida rispettata e profondamente religiosa.
Originariamente, tale indicazione veniva espressa dai Compagni del Profeta, persone di grandi qualità. Non certo guerrieri che mandavano terroristi a seminare la morte in giro per il mondo. La fatwa più celebre è quella lanciata da Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie. Khomeini era il capo degli sciiti. Gli sciiti hanno un clero gerarchizzato che i sunniti, cioè l'islam tradizionale e ortodosso, rifiutano. Bin Laden è sunnita e appartiene al rito wahabita nato in Arabia Saudita. Questo rito prescrive la distruzione dei marabut (le tombe dei santi) e un rigorismo molto severo. Sono stati i wahabiti a finanziare il fondamentalismo islamico in paesi come l'Algeria. Le prime azioni dei fondamentalisti algerini sono state proprio la demolizione dei marabut e dei luoghi di culto non ortodossi.

     È stato detto che Bin Laden padroneggia perfettamente la scienza della comunicazione e fa la guerra anche attraverso la manipolazione delle immagini. Di fatto appartiene al lato più oscuro della società dello spettacolo. Il suo scopo è evidentemente quello di consumare una vendetta personale contro l'America, il suo vecchio padrone, e di destabilizzare il regime saudita che ospita soldati americani sul suo territorio. Cerca, inoltre, di alimentare il risentimento dei musulmani, un risentimento che nel mondo arabo è molto diffuso, soprattutto dopo i bombardamenti sulla popolazione irachena e la repressione dei Palestinesi. Questo risentimento rischia di annebbiare i pensieri dei musulmani e impedire loro di dubitare e aprire gli occhi sulla realtà del male immenso che Bin Laden sta facendo all'islam e agli Arabi in tutto il mondo.

     L'Islam ha le sue malattie, che sono le cattive interpretazioni. I Taliban rispecchiano tutte le malattie religiose costituite dall'ignoranza, dal fanatismo e dal terrore. Non è un caso che Bin Laden, un uomo che ha frequentato l'Occidente e ne conosce i meccanismi, ha scelto di circondarsi di guerrieri nevrotici e dementi. Cerca di seminare il terrore nel mondo e per questo applica quella logica dell'oscurantismo che fa accapponare la pelle. Tutto ciò è lontano dall'Islam, ma occorre che gli Stati musulmani diano inizio a una rivoluzione culturale separando la religione dall'ideologia, e cioè dalla politica. Purtroppo ne siamo ancora lontani. In Marocco, la figlia dello sceicco Yassine, leader di un movimento fondamentalista islamico, ha recentemente criticato con durezza l'atteggiamento del governo, che ha condannato il terrorismo e chiesto giustizia per le popolazioni irachene e palestinesi.


(traduzione di Elda Volterrani)

11 settembre, il clash nella mente occidentale/4. Intervista a Rosi Braidotti

Dopo le Torri, il corpo che resta

L'impatto dell'uomo-cyborg nel cielo di Manhattan e sul Vecchio Continente, il progetto multiculturale e il soggetto nomade alla prova della guerra identitaria, dell'Europa-fortezza e delle nuove gerarchie imperiali, il femminismo dopo l'11 settembre fra rigurgiti e implosione del patriarcato

 

IDA DOMINIJANNI
All'indomani dell'assassinio di Pym Fortuyn in Olanda, Rosi Braidotti - docente di women's studies all'università di Utrecht, origini italiane, formazione filosofica francese, frequentazione del femminismo europeo e americano - mi aveva detto in un'intervista sul Manifesto che molto di quello che stava accadendo in Olanda aveva a che fare con gli effetti dell'11 settembre. Con Rosi, che è anche un'amica, per ripensare l'anno che è trascorso ci sono angolature peculiari, segnate da un percorso femminista per molti tratti comune. Però parto anche con lei da una domanda analoga a quella che ho posto nei giorni scorsi agli altri.

L'anniversario dell'11 settembre, come scrive Susan Sontag, ha riciclato parole e immagini di un anno fa, svuotandole di significato. Un anno dopo, a te sembra svuotato di significato anche l'evento in sé?

Ne abbiamo discusso qui all'università di Utrecht, dove alcune studentesse, soprattutto di colore, sostengono che se c'è un 11 settembre da commemorare è quello del golpe cileno del `73. Non sono le uniche, del resto, a ricordare polemicamente quella data a confronto con quella del 2001: è un indice della memoria «d'opposizione», chiamiamola così se non vogliamo definirla antiamericana, che sta montando da varie parti. Quanto a me, penso che l'11 settembre, quello del 2001 intendo, è stato certo un grosso trauma per l'Occidente e per il mondo intero, ma a rigor di termini filosofici non lo definirei un evento. Almeno se per evento intendiamo qualcosa che spezza la sequenza lineare della logica del capitalismo. Il crollo delle Torri, al contrario, sta tutto dentro questa logica, che come ci hanno insegnato Deleuze e Guattari è la logica della catastrofe annunciata. Gli attentati terroristi, come i disastri ecologici, sono tutte catastrofi annunciate: e il capitalismo non punta a evitarle, ma solo a trarne il massimo profitto. La commodification, lo svuotamento della catastrofe è la regola del funzionamento spettrale dell'economia capitalistica, dice giustamente Derrida: pensa solo a tutti quelli che sull'11 settembre hanno speculato in borsa. Che il crollo delle Torri sia un disastro capitato al cuore dell'Impero, rende solo più evidente questa regola e questa logica, e ovviamente ci colpisce più di altri «ordinari» disastri che capitano ovunque, e di fronte ai quali o ci rassegniamo, come con l'Aids, o ci bendiamo gli occhi: mentre un anno dopo torniamo a guardare in tv le immagini del crollo delle Torri, abbiamo già dimenticato quelle di poche settimane fa di Praga sommersa dall'acqua.

A proposito di immagini. L'immaginario è stato sempre nella cabina di regia, nella vicenda dell'11 settembre. Come ha scritto Baudrillard, le immagini hanno preso in ostaggio l'evento: ne hanno deciso, e continuano a deciderne, la percezione e il senso. Oggi il cinema - penso ovviamente a «11 settembre 2001» - ci mette di fronte a una sua percezione planetaria e articolata, ma per un anno l'icona televisiva dello schianto ha fissato la nostra attenzione sul cielo sopra Manhattan; e tutt'ora, a rivederla, continua a fare un grande effetto. Forse perché col clash delle Torri ha fatto improvvisamente irruzione nella realtà quello che l'immaginario aveva anticipato? Il corpo-cyborg, l'uomo-macchina, l'uccello-Ufo... che cosa hanno suggerito, a una come te che lavora sul tema delle metamorfosi del corpo e dell'umano in questo inizio di millennio?

Non c'è dubbio, quell'irruzione è stata per i più un grande shock. Per quelle come noi che hanno lavorato sul rapporto fra corpo e potere, una dolorosa conferma. Anche su questo piano nell'11 settembre non vedo una rottura, ma solo il punto acuto di una linea di tendenza riconoscibile anche altrove. Il corpo cyborg del kamikaze ci impressiona tanto solo perché non sappiamo riconoscere figure simili nella nostra esperienza quotidiana. Tutti i nostri corpi sono traumatizzati dall'impatto con l'attuale forma del capitalismo: lo stress fa dei luoghi di lavoro luoghi patogeni, i clandestini muoiono di terrore a bordo delle carrette che li trasportano, il corpo femminile si mostra fra silicone, anoressia e bulimia, ci sono trafficanti di droga che ingoiano chili di cocaina per portarla a destinazione e ogni tanto esplodono...Siamo tutti corpi cyborg, corpi vettori, corpi che si schiantano. Il suicide-bomber fa parte di questa mutazione. In fondo, se ci pensi bene, c'è una linea che collega il kamikaze e Schumacher.... Parlare del corpo-bomba del terrorista e tacere di tutto il resto a me pare ipocrita. In questo senso, l'irruzione nella nostra realtà di quei due aerei e di quei diciannove kamikaze avrebbe potuto e dovuto portare a una riflessione del rapporto fra corpo e potere. Anche in questo campo, invece, ha aperto una spaventosa regressione.

Cambiamo campo. Qualche mese fa hai associato agli effetti dell'11 settembre anche la regressione politica e sociale che vedevi dietro i risultati delle elezioni olandesi. Tu sei convinta che l'11 settembre sia rimbalzato così fortemente nel Vecchio Continente?

Beh, dall'Olanda s'è visto benissimo. Il riflesso securitario è stato molto forte e ha provocato un altrettanto forte riflesso identitario che sta cambiando il profilo della società. Il paese delle identità multiple, del meticciato etnico, della tolleranza e del multiculturalismo, passato al setaccio della paura, ha cambiato faccia. Per darti l'idea: si parla per la prima volta di scorte armate per i politici in un paese in cui finora il primo ministro andava in bicicletta. La lista Fortuyn si sta rapidamente disintegrando, ma il fenomeno Fortuyn ha portato in auge un nuovo tipo di middle class: gay bianchi metropolitani, apparentemente trasgressivi e in realtà molto integrati, che rivendicano spudoratamente una «olandesità» post-tollerante e capitalista. Adesso stanno chiudendo le discoteche gay perché non ce n'è più bisogno: la linea trasgressiva disegnata sulla sessualità si dissolve, mentre si consolida la linea razzista disegnata sulla differenza etnica.

Fermati un attimo. Tutto il pensiero postmodernista, e tu per prima, aveva scommesso sulle identità sociali plurime, mobili, nomadi, per contrastare le coazioni identitarie del politico. L'11 settembre dissolve questo progetto? O questo progetto rimane utile per contrastare la retorica dell'identità - «noi» contro «loro», l'Occidente contro l'Islam, il Bene contro il Male - con cui la politica americana ha risposto al trauma? La struttura materiale postcoloniale e multiculturale di società come quella americana o olandese dovrebbe fungere da antidoto contro i richiami patriottici e nazionalisti. Ammenoché quel progetto non fosse arrivato a un punto morto, producendo una nuova segmentazione, più che una fluidificazione, di quelle società.

Io punto ancora su quel progetto. Su tutte le soggettività nomadi e diasporiche che si possono coalizzare contro le identità fisse e la retorica nazionalista e razzista. Però quel progetto va continuamente aggiornato. Nei paesi multiculturali come gli Stati uniti o l'Olanda, si stanno producendo nuove stratificazioni culturali e di classe: il multiculturalismo disegna linee a zig-zag, non una cartografia di figure a tutto tondo, in cui emergono contraddizioni inedite. Per dirne una, mi racconta Angela Davis che in alcune realtà americane la borghesia nera è diventata più intollerante di quella bianca: sono i paradossi dell'assimilazione e dell'emancipazione. Queste società sono multietniche e multicolorate, ma sono anche pienamente occidentalizzate, e chi le abita, quale che sia la sua origine, oggi rivendica l'identità e i valori occidentali contro i «barbari» che vengono dall'Oriente incivile e dispotico. Questi processi sono andati più in là di come lo stesso pensiero postcoloniale, femminismo compreso, li aveva descritti o ipotizzati: perché le nuove gerarchie imperiali generano nuovi flussi, nuove frammentazioni, nuove contraddizioni - tutt'altro che hegeliane e alquanto schizofreniche, come ben rappresentava «Documenta» di quest'anno a Kassel.

A quel progetto tu hai ancorato negli ultimi anni anche la tua convinzione europeista, intendendo l'Europa come una costruzione postnazionale e l'identità europea come un'identità cosmopolita e aperta, idealmente connessa alla figura della diaspora ebraica. L'esatto contrario, in breve, dell'Europa-fortezza. Dopo l'11 settembre, anche la costruzione europea si è arrestata. E la diaspora ebraica tace di fronte all'arroccamento identitario di Israele...

Lo so bene, le probabilità che «l'Europa minore», come la chiama Bifo, proceda sono basse. Ma non bisogna recedere: l'Europa è il nostro orizzonte necessario. E la genealogia ebraica europea resta un punto di riferimento storico, anche se in questo momento la diaspora ebraica è così sulla difensiva che perfino alcune femministe ebree americane fanno il tifo per la guerra...Oltretutto, lavorare sulla costruzione europea è una mossa politica di scostamento da quella sinistra che quando avevamo vent'anni «saltava» l'Europa in nome dell'internazionalismo o del terzomondismo, dimenticando che è sempre su ciò che è più prossimo che bisogna lavorare. Il risultato è che oggi la sinistra europea non si sa dove stia: rischiamo di diventare l'ultima stelletta della bandiera americana. Guarda le giovani generazioni di femministe, conoscono tutte il femminismo americano e ignorano quello europeo.

Lo so bene, passano dalla California per arrivare a Roma o a Milano. Sul femminismo dopo l'11 settembre, bisognerà fare il punto. Un anno fa, negli Stati uniti c'erano femministe che credevano alla guerra di liberazione delle donne afghane, in nome dell'universalismo dei diritti. Ma c'erano anche quelle che analizzavano le segrete simmetrie fra il patriarcato dei talebani e i rigurgiti di patriarcato e di fondamentalismo sessista in occidente. Io, con le amiche italiane con cui lavoro, preferisco analizzare quello che sta succedendo nella chiave opposta della fine del patriarcato: un'implosione drammatica che fa molti danni, ma un'implosione. Tu che cosa vedi?

Vedo una galoppante virilizzazione dello spazio pubblico: Dio patria e famiglia, guerra indefinita contro il terrorismo e microguerre quotidiane, mascolinità gay femminilizzate che cannibalizzano quello che noi abbiamo detto, genealogie femministe che si frammentano nella nuova frammentazione delle società occidentali di cui abbiamo parlato.

Solo questo? Dovremmo discuterne, non sarei d'accordo. C'è questo, ma c'è anche molta distanza femminile - attiva, non indifferente - da tutto questo. La regressione del discorso politico, della retorica identitaria, degli appelli alle armi non trova molti consensi fra le donne, e nelle società occidentali le donne non sono più una parte marginale della sfera pubblica, come sai meglio di me. E poi, in termini simbolici, lo schianto degli aerei sulle Torri è stato visibilmente una catastrofe del fallocentrismo... non credi che abbia anche liberato parola e energia femminile?

Ora che mi ci fai pensare: lì per lì io ho sentito solo che si metteva in atto la logica della catastrofe che ti dicevo all'inizio. Passato quel momento, ho avvertito che si stava anche aprendo qualcosa. Che stavamo passando per un punto di non ritorno, che accelerava l'urgenza di fare quello che dobbiamo fare, almeno noi che non siamo precipitate nella depressione e nella paranoia. E infatti le mie studentesse dicono che tutto s'è rimesso in moto. In fondo anche questa è una funzione della catastrofe, liberare energie. Da questo punto di vista, l'11 settembre del 2001 forse conta più di quello cileno.

 

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