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GASPARA    STAMPA

 

la cortigiana letterata

Padova (Italia) 1523 - Venezia (Italia) 1565 

 

Gaspara Stampa era una bella ragazza, piena di talento che, quando la 

famiglia si trasferì da Padova a Venezia, ebbe il coraggio e la capacità di diventare una "virtuosa" di canto e di musica, vivendo, insieme a poeti e letterati della galante repubblica, una situazione per l’epoca assai libera. Poiché non era nobile, dovette conquistare da sola la celebrità con il suo genio, e pagò con la fama di “cortigiana” la sua libertà, e con la delusione il suo grande amore per l’aristocratico Collaltino di Collalto. 

   Ci ha lasciato un “Canzoniere” che è un autentico diario interiore: il tema dominante e continuo è l’amore per lui e la paura di non essere corrisposta in modo degno della sua sincera passione. Questo amore durò tre anni, dal 1548 al 1551; dai versi compare il ritratto di lui: bello, biondo, atletico, coraggioso, giovane ma saggio, dotato insomma di tutte le virtù meno una: è “empio in amore”, infedele senza pietà quanto lei è fedele e pervasa dal bisogno di cantare la sua passione e il suo dolore:  

Arsi, piansi cantai, piango, ardo e canto  

piangerò, arderò, canterò sempre

     Lei è di fuoco, lui di ghiaccio; lui vive contento, lei si strugge. E’ una storia vera, non una storia inventata: sotto lo stile petrarchesco di moda all’epoca, si avverte tutto il tipico andamento delle reali storie d’amore. Tutto l’ossequio e la reverenza alla tradizione maschile del petrarchismo non riescono a ingabbiare l’autenticità e la forza. Laura era un proiezione del Petrarca, Collaltino è vero e fa soffrire: quando parte in continuazione, quando torna e la fa venire al castello perché ha voglia di lei, e lei va, sognando un matrimonio che non può avvenire, perché lui sta già preparando nozze socialmente vantaggiose e convenienti con una fanciulla nobile come lui e non "libera" come lei (ancora duecentocinquanta anni dopo Madame de Staël in "Corinne", descriverà una situazione simile a questa). 

Dopo la fine di questo amore Gaspara si sforzò di amare ancora, di "vivere ardendo e non sentire il male", di dimenticare lo scacco subìto nel credere di poter cambiare le convenzioni sociali. Provò. Ma morì tre anni dopo, a soli trentun anni. 

   Nel 1994 si è costituita, a Vicenza, l’Associazione Culturale Gaspara Stampa, che “si propone di promuovere lo studio e la divulgazione delle scienze umane applicate alla vita quotidiana, con particolare riferimento ai ruoli sessuali e parentali e al lavoro di cura”.  

(Eleonora Chiti)

 

Opere

Rime, introduzione di Maria Bellonci, BUR, Rizzoli, Milano

Bibliografia

Guerrini Olindo, Prefazione alla sua edizione di Rime di tre gentildonne del secolo XVI: Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Veronica Gambara, Milano 1882

Melandri Lea, Come nasce il sogno d'amore, Milano 1988

Zancan Marina, Il doppio itinerario della scrittura. La donna nella tradizione letteraria italiana, Einaudi, Torino, 1998

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000  

CRISTINA   TRIVULZIO   

DI   BELGIOIOSO  

e il Risorgimento italiano

Milano (Italia), 1808-1871

 

   "Ero una bambina malinconica, seria, chiusa e quieta... talmente timida 

che spesso mi capitava di scoppiare in lacrime nel salotto di mia madre perché temevo che qualcuno mi guardasse o cercasse di farmi parlare... Mi credevo decisamente brutta... Dopo la nascita di mio fratello fui data a lui... dovevo farlo giocare e senza lamentarmi passavo le ore di svago a spingere la sua carrozzina”

Così racconta Cristina di Belgioioso, e fa davvero piacere sapere che invece diventò bellissima e, coraggiosa e che non si sottomise al tradizionale ruolo di donna debole e inferiore. 

   A soli sedici anni fu data in sposa al principe di Belgioioso e a venti si separò dal marito affrontando una vita difficilissima, perché la società non tollerava una donna che avesse rifiutato il suo dovere di moglie. Lei andò avanti intrepida, si appassionò alla lotta “degli oppressi contro gli oppressori” e sfidò la polizia milanese e austriaca negli anni delle società segrete e dei moti risorgimentali. 

     Andò esule a Parigi, diventò amica dei più grandi artisti, letterati, politici del suo tempo: in casa sua si faceva cultura e politica “per la rivoluzione italiana”. A Parigi, nel 1845, fondò il giornale ”La Gazzetta Italiana”: in Italia Terenzio Mamiani, nonostante i suoi begli ideali progressisti e risorgimentali, disse che “non avrebbe mai collaborato a un giornale diretto da una donna”.E non fu l’unico a scandalizzarsi: durante uno dei suoi ritorni a Milano, nel 1840, Cristina aveva aperto un asilo infantile nel suo castello di Locate, una scuola elementare per maschi e per femmine, due scuole superiori, una per maschi, una per femmine, una scuola di lavori femminili, una scuola di canto e un “pubblico scaldatoio”, cioè un grandissimo ambiente scaldato e illuminato dove le donne potevano andare a fare i loro lavori portando con sé i bambini piccoli. 

     Il conte Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, inorridì di fronte all’idea che i figli dei contadini imparassero ad avere cura di se stessi, a leggere e a scrivere e a far di conto. Alessandro Manzoni criticò la “mania di quella signora”, dicendo: "quando saremo tutti dotti , a chi toccherà coltivare la terra?”, e ruppe ogni rapporto con lei. 

     Ma lei, molto più attiva di lui, nel 1848 condusse a sue spese un corpo di volontari da Napoli a Milano, partecipò all’insurrezione di Milano nel 1848, di Roma nel 1849, fondò e diresse ospedali militari, e fu anche molto lucida nel criticare gli errori dei famosi uomini politici. Dovette fuggire da Roma dopo che il papa Pio IX ebbe criticato duramente il fatto che lei avesse accettato come infermiere volontarie per i feriti anche delle “prostitute”, dimostrando di avere “sentimenti non religiosi”. 

     Andò in Asia Minore e lì visse e viaggiò fino al 1855: ci ha lasciato delle descrizioni attentissime della vita sottomessa e penosa delle donne negli “harem”. Quando tornò in Italia scrisse, invece, sulla situazione del suo: “Della presente condizione delle donne e del loro avvenire” (pubblicato nel 1866). La società - ella  sostiene - si è formata sulla base della supposta inferiorità delle donne e sulla valorizzazione della forza fisica e della violenza maschile: questo pregiudizio cadrà quando le  donne di talento riusciranno a emergere non solo per la propria soddisfazione ma anche “per aprire una porta alle altre donne”.

 (Eleonora Chiti)

Opere

Il 1848 a Milano e a Venezia e Della presente condizione delle donne e del loro avvenire, a cura di Sandro Bortone, Feltrinelli, Milano

Vita intima e vita nomade in oriente, Ed. Ibis, Como-Pavia

Bibliografia

Le pagine critiche nelle edizioni sopra citate

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000  

 

SOFONISBA    ANGUISSOLA

 

La grande ritrattista

Cremona (Italia), 1534 - Genova (Italia),  1626

 

     E'appena ventenne quando Sofonisba Anguissola dipinge il celebre 

quadro "Partita a scacchi" ma già padrona della tecnica pittorica ed affermata ritrattista. Ella si sottrae alla logica del ritratto e costruisce un complesso racconto a più voci. Attorno a una scacchiera sono disposte quattro figure femminili: tre sorelle di Sofonisba e un’anziana servente, tutti gli sguardi si cercano ma non trovano rispondenza. Lo spazio della tela risulta saturo, quasi che la partita a scacchi altro non sia che un pretesto per portare  in primo piano le relazioni familiari dei personaggi.

     Primogenita di sei sorelle, Sofonisba nasce a Cremona da due nobili un po’ spiantati ma assai colti e amanti delle arti liberali. Le Sofonisbe, termine coniato da Gadda, crescono insieme, istruite e assecondate dai genitori a coltivare i loro talenti intellettuali ed artistici. Una storia di illuminata anticipazione di ciò che, a distanza di poco meno di tre secoli, sarà la costruzione borghese dell’identità femminile di classe medio-alta. 

     Secondo i suoi genitori, la musica, la poesia, l’arte possono sposarsi con la maternità, la dedizione ai figli, la cura della casa: purché non si facciano mestiere, purché non emancipino la donna dal perimetro della casa e della famiglia, procurandole autonomia, decisionalità e denaro da amministrare. Soltanto Sofonisba riesce nell’impossibile. Le sue doti di ritrattista originale e squisita vengono riconosciute dai grandi e dai potenti: dal Papa a Michelangelo Buonarroti, dal Vasari a Filippo II di Spagna. Sarà proprio questo re che la vorrà a corte per 15 anni, come dama di compagnia della regina e maestra di disegno delle figlie.

     Sposa a trent’anni non per amore con don Fabrizio Moncada, Sofonisba trova, alla morte del marito, il grande amore nel capitano genovese Orazio Lomellini, con cui si unisce in un avventuroso sbarco a Livorno. Sarà un amore sereno che dura l’intera vita.

     La fama di Sofonisba nasce presto, quando lei è poco più di una ragazzina  e già ha sviluppato  "la freschezza del suo disegnare" (G.Vasari), schivando la maschera dei volti per dedicarsi all’indagine psicologica. Sono infatti, decantati dal grande Buonarroti i suoi studi delle espressioni del riso e del pianto, degni della mutevolezza della psiche. Questa capacità di penetrare oltre l’apparenza e di portare alla superficie ciò che essa cela sarà il tratto distintivo dei suoi tanti ritratti e autoritratti. 

In particolare il Vasari parla con ammirazione del "Ritratto di famiglia". Questo ritratto, in cui è raffigurato il padre che abbraccia l’unico figlio maschio, Asdrubale, ed ignora la figlia Minerva a sinistra, è l’emblema della società cinquecentesca: il padre investe le proprie aspettative sul maschio pur avendo quattro figlie piene di talento riconosciuto anche dai grandi dell’epoca.

     Ogni lavoro di Sofonisba è un vero e proprio racconto analitico; come se, pur rispettando i codici della ritrattistica, la pittrice rifiutasse di entrare in un rapporto di pura oggettivazione con i personaggi dipinti  e ingaggiasse con ognuno di loro , dal re Filippo II al giovinetto Massimiliano Stampa, nonché a se stessa, un rapporto fatto di allusioni, domande e risposte. Maria Nadotti osserva acutamente che i quadri di Sofonisba Anguissola sono piccoli dialoghi teatrali a due o più voci, giocosi e sinceri. Capaci, soprattutto, di portare in scena anche il corpo,spesso assente sulla tela,  dell’artista.

Bibliografia

Maria Nadotti, Sofonisba Anguissola, la tela e il mare, in LAPIS N.25, 1995

Flavio Caroli, Sofonisba Anguissola e le sue sorelle, Milano 1987

Sofonisba Anguissola e le sue sorelle, Leonardo Arte, Catalogo delle Mostra tenutasi a Cremona, Milano, 1994

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000

TINA   MODOTTI

 

 ARTE  VITA  LIBERTÀ

Udine (Italia), 17 agosto 1896 - Città del Messico, 5 gennaio 1942


EMIGRANTE, OPERAIA, ATTRICE, FOTOGRAFA NEL MESSICO DEGLI ANNI VENTI, ANTIFASCISTA, MILITANTE NEL MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE, PERSEGUITATA ED ESULE POLITICA, GARIBALDINA DI SPAGNA.

     Nata a Udine il 17 agosto 1896 e deceduta a Città del Messico

 

il 5 gennaio 1942.  Dopo l'improvvisa scomparsa, il riconoscimento della personalità umana, artistica e politica di Tina Modotti fu quasi immediato e per alcuni anni la sua vita e la sua opera restarono vive in buona parte dell'America latina. Poi cadde l'oblio, lungo di almeno trent'anni. Inquietanti cause di questo silenzio/rifiuto si possono trovare nel mondo reazionario, nel provincialismo, nel dilagante moralismo di questo secolo, contrari alla valorizzazione di una donna libera e inserita nel grande filone della cultura laica.

 

     L'opera di Tina, che si trova in buona parte negli Stati Uniti, venne tenuta nascosta nei cassetti dei Dipartimenti di fotografia per la nefasta influenza del maccartismo che rese impossibile, per molti anni e non solo in America, lo studio e la presentazione di un'artista che aveva creato immagini di qualità e militato nel movimento comunista internazionale.
Anche la Sinistra storica non è esente da disattenzioni nei riguardi di questa friulana d'eccezione.
Oggi sappiamo che non esiste un artista di qualità e un militante di valore, come Tina Modotti, che sia stato trascurato per così lungo tempo dagli storici della fotografia e dalla storiografia politica. Tutto ciò è avvenuto nonostante le novità e il fascino che caratterizzano la sua avventura umana: la sua complessa esistenza appare, con il solo raccontarla, un romanzo.


     Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina, nasce nel popolare Borgo Pracchiuso a Udine, da famiglia operaia aderente al socialismo della fine Ottocento. Il padre Giuseppe lavora come meccanico e carpentiere, mentre la madre Assunta Mondini fa la cucitrice.
Diventa emigrante all'età di soli due anni, quando la famiglia si trasferisce nella vicina Austria per lavoro. Nel 1905 rientrano a Udine e Tina frequenta con ottimo profitto le prime classi della scuola elementare. A dodici anni, per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia (sono in sei fratelli), lavora come operaia in una filanda. Apprende elementi di fotografia frequentando lo studio dello zio Pietro Modotti.


     Il padre decide di partire per gli Stati Uniti, presto raggiunto da quasi tutta la famiglia. Tina arriva a San Francisco nel 1913, dove lavora in una fabbrica tessile e fa la sarta, frequenta le mostre, segue le manifestazioni teatrali e recita nelle filodrammatiche della Little Italy. Durante una visita all'Esposizione Internazionale Panama-Pacific conosce il poeta e pittore Roubaix del'Abrie Richey, dagli amici chiamato Robo, con cui si unisce nel 1917 e si trasferisce a Los Angeles. Entrambi amano l'arte e la poesia, dipingono tessuti con la tecnica del batik; la loro casa diventa un luogo d'incontro per artisti e intellettuali liberal.

 

     Tina nel 1920 si trova a Hollywood: interpreta The Tiger's Coat, per la regia di Roy Clement e, in seguito, alcune parti secondarie in altri due film, Riding with Death e I can explain. Si tratta di una esperienza deludente, che decide di abbandonare per la natura troppo commerciale di quanto il cinema propone. Per la sua bellezza ed espressività viene ripresa in diverse occasioni dai fotografi Jane Reece, Johan Hagemayer e, soprattutto da Edward Weston con cui ben presto nascerà un legame sentimentale. Il 9 febbraio 1922 Robo muore di vaiolo durante un viaggio in Messico. Tina arriva in tempo per i funerali e scopre, in questa triste occasione, un paese che a lungo l'affascinerà. Rientra a San Francisco per l'improvvisa morte del padre Giuseppe. Alla fine dell'anno scrive un omaggio biografico in ricordo del compagno, che verrà pubblicato nella raccolta di versi e prose The Book of Robo.

 

      A fine luglio 1923 Tina Modotti e Edward Weston (con il figlio Chandler) arrivano in Messico, si stabiliscono per due mesi nel sobborgo di Tacubaja e, quindi, nella capitale. Uniti da un forte amore, vivono entro il clima politico e culturale post-rivoluzionario, a contatto con i grandi pittori muralisti David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Clemente Orozco, che appartengono al Sindacato artisti e sono i fondatori del giornale El Machete, portavoce della nuova cultura e, in seguito, organo ufficiale del Partito Comunista Messicano.


     A contatto con la capacità e l'esperienza di Weston, Tina accelera l'apprendimento della fotografia e in breve tempo conquista autonomia espressiva; alla fine del 1924 un'esposizione delle loro opere viene inaugurata nel Palacio de Minerìa alla presenza del Capo dello Stato. Fra il 1925 e il 1926, in tempi brevi e diversi, tornano a San Francisco, dove Tina incontra la madre ammalata, conosce la fotografa Dorothea Lange, acquista una camera Graflex. Rientrati in Messico intraprendono un viaggio di tre mesi nelle regioni centrali a raccogliere immagini per il libro di Anita Brenner Idols Behind Altars. Il loro legame affettivo si deteriora e Weston torna definitivamente in California; i contatti continueranno per alcuni anni in forma epistolare.


     Tina vive con la fotografia ed esegue molti ritratti, si unisce al pittore e militante Xavier Guerrero (che ben presto andrà a Mosca alla scuola Lenin), aderisce al Partito Comunista, lavora per il movimento sandinista nel Comitato "Manos fuera de Nicaragua" e partecipa alle manifestazioni in favore di Sacco e Vanzetti durante le quali conosce Vittorio Vidali, rivoluzionario italiano ed esponente del Komintern.

     Tina trasforma il suo modo di fotografare, in pochi anni percorre un'esperienza artistica folgorante: dopo le prime attenzioni per la natura (rose, calli, canne di bambù, cactus) sposta l'obiettivo verso forme più dinamiche, quindi utilizza il mezzo fotografico come strumento di indagine e denuncia sociale, e le sue opere, comunque realizzate con equilibrio estetico, assumono di frequente valenza ideologica: esaltazione dei simboli del lavoro, del popolo e del suo riscatto (mani di operai, manifestazioni politiche e sindacali, falce e martello). Sue fotografie vengono pubblicate nelle riviste Forma, New Masses, Horizonte. In questo periodo conosce lo scrittore John Dos Passos e l'attrice Dolores Del Rio, ed entra in amicizia con la pittrice Frida Kahlo.


     Nel settembre del 1928 diventa la compagna di Julio Antonio Mella, giovane rivoluzionario cubano, con cui Tina vive un amore profondo e al cui fianco intensifica il lavoro di fotografa impegnata e di militante politica. Ma il loro legame dura pochi mesi, perché la sera del 10 gennaio 1929 Mella viene ucciso dai sicari del dittatore di Cuba Gerardo Machado proprio mentre sta rincasando con Tina, che rimane indignata e scossa da questo dramma e deve inoltre subire una campagna scandalistica con cui le forze reazionarie tentano di coprire mandanti ed esecutori del delitto politico. Partecipa alle manifestazioni in ricordo di Mella e, in segno di protesta, rifiuta l'incarico di fotografa ufficiale del Museo nazionale messicano. Si dedica alla militanza e al lavoro fotografico, realizzando un significativo reportage nella regione di Tehuantepec. All'Università Autonoma di Città del Messico il 3 dicembre si inaugura una rassegna delle sue opere, che si trasforma in atto rivoluzionario per il contenuto e la qualità delle fotografie e per l'infuocata presentazione tenuta dal pittore Siqueiros. La rivista Mexican Folkways pubblica il manifesto "Sobre la fotografia" firmato da Tina Modotti.

 

     Nel frattempo il clima politico é molto cambiato, le organizzazioni comuniste vengono messe fuori legge: il 5 febbraio 1930 Tina viene ingiustamente accusata di aver partecipato a un attentato contro il nuovo capo dello Stato, Pasqual Ortiz Rubio, arrestata ed espulsa dal Messico. Si imbarca sul piroscafo olandese Edam, compie il viaggio fino a Rotterdam assieme a Vittorio Vidali e raggiunge Berlino, dove conosce Bohumìr Smeral, fondatore del Partito comunista di Cecoslovacchia, lo scrittore Egon Erwin Kisch e la fotografa Lotte Jacobi nel cui studio espone le opere che aveva portato con sé dal Messico. Tenta di riprendere l'attività fotografica, viene a contatto con le grandi novità dell'informazione giornalistica, specialmente con la stampa popolare di Willy Münzerberg: quotidiani e periodici come il prestigioso "Arbeiter - Illustrierte - Zeitung" che pubblica fotografie di Tina in diverse occasioni. In ottobre decide di partire per Mosca, dove la attende Vidali.


     Nella capitale sovietica allestisce la sua ultima esposizione, lavora come traduttrice e lettrice della stampa estera, scrive opuscoli politici, ottiene la cittadinanza e diventa membro del partito; abbandona la fotografia per dedicarsi alla militanza nel Soccorso Rosso Internazionale. Fino al 1935 vive fra Mosca, Varsavia, Vienna, Madrid e Parigi, per attività di soccorso ai perseguitati politici. Nel luglio del 1936, quando scoppia le guerra civile spagnola, assume il nome di Maria e si trova a Madrid assieme a Vittorio Vidali, suo compagno da anni, che diventa Carlos J. Contreras, Comandate del Quinto Reggimento.
Durante tre anni di guerra, lavora negli ospedali e nei collegamenti, stringendo amicizia con altre combattenti come Maria Luisa Laffita, Flor Cernuda, Fanny Edelman, Maria Luisa Carnelli; si dedica ad attività di politica e cultura: scrive sull'organo del Soccorso Rosso Ayuda, nel 1937 a Valencia fa parte dell'organizzazione del Congresso internazionale degli intellettuali contro il fascismo e, assieme a Carlos, promuove la pubblicazione di Viento del Pueblo, poesia en la guerra con le opere del poeta Miguel Hernandez. 

 

     Ha occasione di conoscere Robert Capa e Gerda Taro, Hemingway, Antonio Machado, Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, Malraux, Norman Bethune e tanti altri delle Brigate internazionali. Nel 1938 è tra gli organizzatori del Congreso Nacional de la Solidariedad


     Maria e Carlos, come tanti altri esuli, rientrano in Messico, dove il nuovo presidente Lazaro Cardenas annulla la precedente espulsione. Conducono un'esistenza difficile e Tina vive facendo traduzioni, si dedica al soccorso dei reduci, lavora nell' "Alleanza internazionale Giuseppe Garibaldi" e frequenta pochi amici, fra cui Anna Seghers e Constancia de La Mora.


     Nella notte del 5 gennaio 1942, dopo una cena con amici in casa dell'architetto Hannes Mayer, Tina Modotti muore, colpita da infarto, dentro un taxi che la sta riportando a casa. Come già era accaduto dopo l'assassinio di Julio Antonio Mella, la stampa reazionaria e scandalistica cerca di trasformare la morte di Tina in un delitto politico e attribuisce responsabilità a Vittorio Vidali.

Pablo Neruda, indignato per queste polemiche, scrive una forte poesia che viene pubblicata da tutti i giornali e contribuisce a tacitare lo "sciacallo" che

...sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l'anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.


     I primi versi sono scolpiti sulla tomba di Tina che si trova al Pantheon de Dolores di Città del Messico. Lungo i decenni dopo la sua scomparsa, in altre occasioni sono stati messi in discussione avvenimenti della vita della Modotti. Soprattutto le circostanze della morte hanno sollecitato interpretazioni diverse, tentativi di scoop giornalistici, ambigue ricostruzioni televisive. Ciò nonostante la biografia di Tina è rimasta sostanzialmente invariata, perché quelle prese di posizione non sono mai state sostenute da rigorose ricerche, da prove o da obiettive e attendibili testimonianze.

 

Fonte: tina@comitatotinamodotti.it

Sibilla Aleramo

Nata per scandalizzare

 

Alessandria, 1876 - Roma, 1960

 


Pseudonimo da Rina Faccio. Nata ad Alessandria nel 1876,

 morta a Roma nel 1960. Narratrice e poetessa. Una donna, il suo primo romanzo di stampo fortemente autobiografico viene pubblicato nel 1906. Il fallimento matrimoniale dei genitori, il tentato suicidio e la follia della madre, la seduzione da parte di un impiegato del padre (quando era poco più che adolescente), il matrimonio riparatore da cui nasce un bambino: sono tutte tappe drammatiche di una vita e di un'educazione sentimentale che vengono ripercorse dalla giovane scrittrice nel suo romanzo d'esordio a testimonianza dello sviluppo di una coscienza sempre più "femminista", di un'ideologia forte e costante, di cui fanno fede poi i suoi interventi giornalistici su Vita Moderna e su altre riviste per un pubblico di donne. Di lì a qualche anno arriverà anche alla direzione del settimanale milanese Italia femminile.

     

      Ben presto abbandona il marito ed il figlio, iniziando nel 1901 la sua "seconda vita". Ha un importante e lunga relazione con lo scrittore Giovanni Cena. Collabora a riviste filosocialiste; si iscrive all'Unione Femminile Internazionale, operando in numerose iniziative di carattere assistenziale. NeI 1910, dopo la crisi del rapporto con Cena, vive una lunga serie di amori e vagabondaggi, facendo della propria vita, dannunzianamente, "un'opera d'arte". Nel 1911 è a Firenze, dove collabora al Marzocco ed entra in contatto con l'ambiente "vociano". Inizia a scrivere versi. Nel 1913 è a Milano e si avvicina al movimento futurista. Tra il 1913 e il 1914 è a Parigi, dove incontra personalità di spicco della cultura internazionale, come Apollinaire e Verhaeren. Durante la grande guerra incontra Campana, con cui ha una relazione tempestosissima.

 

      Nel 1919 esce Il Passaggio, una nuova tessera romanzesca aggiunta alla costruzione mitologizzante del proprio personaggio. Del 1921 è la prima raccolta di liriche, Momenti. Fra il '20 e il '23 è a Napoli, dove scrive un poema drammatico dedicato a D'Annunzio, Endimione. Aderisce al manifesto antifascista degli intellettuali promosso da Croce. Nel 1927 esce il romanzo epistolare Amo dunque sono. Del 1929 è la raccolta Poesie. Un anno dopo è pubblicato un volume di prose varie, Gioie d'occasione. Parallelamente escono tra il 1932 e il 1938 un romanzo, Il frustino, e un'altra raccolta di poesie, Si alla terra, così come una nuova serie di prose Orsa minore che ha per sottotitolo la frase indicativa di una non rimossa vena autobiografica, Note di taccuino. Al 1936 risale l'incontro con Franco Matacotta, che segna un momento di svolta nella vita della scrittrice, la quale lascerà traccia di questa sua "quarta esistenza" in un diario ininterrotto, stilato fino alla morte e in parte pubblicato nel 1945 in Dal mio Diario. Nel 1978 escono i quaderni inediti degli anni 1945-1960.

      Nel dopoguerra Sibilla si iscrive al PCI e abbandona il filone letterario dedicato a un autobiografismo leggendario e affabulatorio, per dedicarsi a un impegno politico e sociale sempre più intenso, un impegno che la porterà a fare lunghi viaggi nei paesi dell'Est e a collaborare con Case del Popolo e circoli ricreativi. Iniziano in questo periodo le collaborazioni all'Unità e a Noi donne. Nel 1947 pubblica tutte le sue poesie nel volume Selva d'amore, a cui fa seguire nel 1956 la nuova raccolta Luci della mia sera, in cui grandeggia l'enfasi della nuova militanza, in una dimensione tutta corale. In quegli ultimi anni, in cui cerca di dimenticarsi e mimetizzarsi nella folla dei destini minimi, annota nel suo diario un pensiero quasi testamentario con sconsolata ironia: "Ho fatto della mia vita, come amante indomita, il capolavoro che non ho avuto così modo di creare in poesia".

 

Fonte: http://www.archiviodistato.firenze.it

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