Ritratti di donne  Europa Orientale 

mappa ritratti   

chi

cosa

servizi

culture comparate

ritratti di donne

corsi di formazione

collaborazioni

progetti

links

news

  

MARIA TERESA  DI  CALCUTTA

 

"Una matita nelle mani di Dio"

Skopie, 27 agosto 1910 - Calcutta, 1997

 

 

Agnès Gonxha Bojaxhiu - questo il vero nome di Madre Teresa -

nasce a Skopie, oggi in Macedonia, da una benestante famiglia di origine albanese, il 27 agosto del 1910.  La minuta bambina dai piccoli occhi pensosi e la bocca facile al sorriso trascorre l'adolescenza tra la scuola, la drogheria del babbo e i giochi in compagnia del fratello Lazar e della sorella Aga.  Cresce nella parrocchia di Cristo Re dove frequenta il Sodalizio, un gruppo di preghiera e aiuto per le missioni.  Lì incontra dei padri gesuiti che lavorano nella lontana Calcutta, una città del Bengala.  L'esperienza dei missionari la colpisce profondamente, tanto che a 18 anni decide di entrare nella Congregazione delle Suore missionarie di Nostra Signora di Loreto, presente anche in India.
     E' la fine del dicembre 1928 quando parte per Rathfannan, in Irlanda, per iniziare il suo postulantato.  L'anno seguente viene mandata in una cittadina ai piedi dell'Himalaya per il noviziato.  Inizia così il suo soggiorno a Darjeeling, a pochi chilometri da Calcutta, dove, alternando alla preghiera i libri, perfeziona l'inglese, approfondisce la geografia soprattutto indiana e si dedica allo studio delle lingue locali, l'hindi e il bengali. Il 24 maggio 1931 pronuncia i primi voti assumendo il nuovo nome di suor Teresa.  Rinnova anno dopo anno i voti temporanei e il 14 maggio 1937 fa la professione perpetua.  Inizia la sua attività di religiosa, per volere dei superiori, come insegnante di storia e geografia alla Saint Mary of Loreto High School di Calcutta, un collegio per ragazze cattoliche.  Più tardi viene anche nominata direttrice.

 

La rinuncia più difficile

     Al di là dell'alto muro del convento c'è il misero quartiere Moti Jheel, con i suoi tuguri e vicoli fangosi.  Suor Teresa dalla finestra della camera vede tanto squallore: bimbi nudi e sporchi, vecchi sofferenti e moribondi, gente affamata e senza casa.  Si rende sempre più conto che Calcutta non è solo la metropoli dei mercanti, degli uomini di affari e della politica, ma che accanto ai grandi palazzi ci sono i tuguri dove tanti ogni giorno muoiono di fame.  Inoltre dal 1939 tutto diventa più difficile: scoppia un'orrenda guerra che dall'Europa si estende in tutto il mondo.  Anche l'India è coinvolta: e i poveri diventano sempre più poveri.  Finita la guerra, gli indiani festeggiano con danze e sacrifici agli dei.  Suor Teresa sale su un treno che la riporta a Darjeeling per gli esercizi spirituali.  Stretta in un cantuccio, faticosamente conquistato, pensa alla folla di affamati, storpi, ciechi e lebbrosi che popolano i marciapiedi di Calcutta.  Tante scene che l'avevano sconvolta non può dimenticarle, vede mani che le si tendono per chiedere aiuto, ode i rantoli dei moribondi in mezzo alle strade.  Per la notte, tanto dura il viaggio, non riesce a dormire e continuamente ripete «Devo fare qualcosa ... ».
Su quel treno ha una seconda chiamata o, come Madre Teresa in seguito l'ha definita «una vocazione nella vocazione.  Il messaggio fu molto chiaro, dovevo uscire dal convento e aiutare i poveri vivendo in mezzo a loro».  Ritornata a Calcutta, chiede all'arcivescovo monsignor Périer l'autorizzazione a lasciare la congregazione per lavorare con i poveri.  La prima risposta è un secco «no».

 

Una seconda chiamata

     "Era giusto che rispondesse così - dirà più tardi la Madre -, perché un arcivescovo non può permettere alla prima arrivata di fondare una nuova opera, sotto il pretesto che è stato Dio a chiederlo».  Suor Teresa si rende conto che non è facile lasciare il convento, ma non si scoraggia.
Un anno dopo, è il 1947, ripete la sua istanza.  Per l'India è un periodo non facile poiché in seguito all'indipendenza l'antico impero inglese si divide in due Stati: l'Unione Indiana, di religione indù, e il Pakistan di religione musulmana. I seguaci delle due religioni cominciano a combattersi dando luogo ad atroci massacri e a nuove povertà.  Suor Teresa segue i tragici eventi e sente che la vita del convento le sta sempre più stretta.
     Finalmente il 16 agosto 1948 le giunge l'autorizzazione da Roma, con la firma di papa Pio XII, a lasciare il convento.  Così, da sola, senza un tetto, con l'unica veste che indossa, cinque rupìe in tasca e una fede incrollabile, inizia la grande avventura. «Lasciare Loreto - confiderà molti anni più tardi - è stato il mio sacrificio più grande, la cosa più difficile che abbia mai fatto».  Adolescente aveva abbandonato la famiglia, la casa patema, il proprio Paese, la propria cultura per andare in una terra straniera e lontana; ora Dio la chiama a una totale donazione di sé. E' serena e si sente libera di raggiungere il mondo dei derelitti.
     Per quattro rupìe compra un sari di cotone, la veste più comune e povera delle donne indiane; è bianco bordato di azzurro e sulla spalla si appunta una piccola croce.  Prende un treno per Patna, dove trascorre tre mesi presso le Medical Sisters per apprendere rudimentali nozioni di medicina, poi rientra a Calcutta alla ricerca dei più miseri slums di Tilia e Motijhil.  Passa da una baracca all'altra e inizia l'opera con acqua e sapone: lava i bambini, i vecchi piagati, le donne sofferenti.  Va in giro chiedendo cibo e medicine, mendicando per curare e sfamare i suoi poveri.  Dopo tre giorni apre una scuola, all'aria aperta, sotto un albero. «Come lavagna - preciserà - avevamo la terra polverosa dove con un bastoncino disegnavo le lettere».
     Dopo la «scuola» comincia a camminare senza sosta per le strade della città.  In pieno centro nelle viuzze di Georgetown è letteralmente assalita da uno stuolo di mendicanti e di bambini affamati che urlano: «Niente madre... niente padre... niente fratello, straniera, dare dei soldi!».  Ai lati, sui marciapiedi, quelli di cui non si sa se sono ancora vivi o sono già morti. «La prima persona che tolsi  dal marciapiede - racconterà Madre Teresa - era una donna mangiata per metà dai topi e dalle formiche.  La portai con un carretto all'ospedale, non volevano accettarla, se la tennero solo perché mi rifiutai di andarmene finché non l'avessero ricoverata.  Poi fu la volta di un'anziana che si lamentava tra i rifiuti.  Nell'indifferenza dei passanti mi sforzai di tirarla fuori, mentre tra le lacrime continuava a ripetermi: "E dire che è mio figlio che mi ha gettata qui"».
     Ogni giorno la fragile suora dal sari bianco continua la sua opera per le vie di Calcutta e il suo corpo per gli stenti è tutto dolorante.  Quando è sopraffatta dalla fatica ripensa al convento di Loreto, alla vita regolare, alla sicurezza.  Ma il suo sì ai poveri è deciso, è convinta che la sua vita sia assieme a coloro che cascano per la strada consapevoli di morire e accanto ai quali i «vivi» passano volgendo il capo.     La sua abitazione è una baracca sterrata e lì porta quelli che non sono accolti negli ospedali.  Nel febbraio 1949 Michele Gomez, funzionario dell'amministrazione statale, mette a disposizione di suor Teresa un locale all'ultimo piano di una casa di Creek Lane e lì giunge la prima consorella. E' Shubashini, una ragazza di famiglia agiata ex alunna di Loreto, che spogliandosi del suo elegante sari indossa la veste a buon mercato e prende il nome di Agnese, quello secolare della fondatrice.  Presto le suore diventano 12 e la comunità si va formando.

 

Nasce la congregazione

     Il 7 ottobre 1950 nasce ufficialmente, con decreto della Santa Sede, la Congregazione delle Missionarie della carità e suor Teresa diventa Madre Teresa.  In aggiunta ai tre usuali voti di povertà, castità e obbedienza la nuova comunità ne fa un quarto di «dedito e gratuito servizio ai più poveri tra i poveri». Il 1 febbraio 1965 la società religiosa fondata da Madre Teresa diventa Congregazione pontificia.  Inizia la vita secondo la Regola: alzata alle 4.45, preghiera fino alle 7.30, colazione e poi il lavoro nelle bidonvilles.
     Data la massiccia affluenza dei malati il piccolo locale di Gomez si rivela insufficiente.  E in più l'esperienza sconvolgente di molti moribondi rifiutati dagli ospedali rende insofferente la Madre. «E' inammissibile - dice - che tanta gente muoia senza alcun conforto.  Dei moribondi mi occuperò io».  Comincia così l'affannosa ricerca di un locale dove sistemare delle reti.  Dopo varie e continue richieste il Comune le affida il Dormashalah (Casa del pellegrino»): due ampi saloni accanto al tempio di Kalighat dedicato alla dea nera Kali.  Quando Madre Teresa va a prenderne possesso ai suoi occhi si presenta una scena apocalittica: tra il denso fumo dell'incenso e il fetore del sangue degli animali sacrificati alla dea, i pellegrini - assistiti dai sacerdoti - compivano riti per gli antenati.  Altri sacerdoti meditavano, tra il frastuono e i gemiti, e pregavano in una immobilità assoluta; i mendicanti frugavano nella polvere per trovare gli avanzi di cibo e i resti degli animali.
In quella indicibile babele Madre Teresa si insedia con le sue suorine.  Armata di pennello e calce imbianca le sudicie pareti.  Pone una statua della Madonna all'ingresso, sistema delle brandine... e tutto è pronto per accogliere gli infermi.  La Casa per il moribondo abbandonato, Nirmal Hriday, viene inaugurata: è il 1954.        Madre Teresa parte con il suo carrettino, ormai famoso nella città, per la «raccolta» dei moribondi di ogni età. «Per molti che qui arrivano non c'è più nulla da fare, ma se riprendono conoscenza dopo le nostre cure almeno muoiono amati.  Spesso mi sono sentita dire - sono parole della Madre - "Per tutta la vita ho vissuto come un animale, ora muoio come un essere umano..."».
     Oltre alla vita che si spegne la fondatrice guarda anche alla vita nascente con l'apertura della Casa dei bambini, Shishu bhavan, dove accoglie i bambini abbandonati, trovati spesso nei bidoni della spazzatura.  La Madre racconta spesso delle notti insonni passate a cullare i neonati per farli addormentare. «Li rendiamo molto felici qui - afferma - ma niente vale l'amore della famiglia. Un giorno ho visto un bambinetto che non mangiava: sua madre era morta. Ho cercato allora una suora che somigliava alla madre e le ho detto di giocare col bambino... il suo appetito è tornato da quando ha cominciato a chiamare la suora "mamma"». E' con in mente il loro avvenire che Madre Teresa cerca di far adottare questi bambini.

 

Costruire la Città della Pace

     Molti progetti della Madre si vanno realizzando ma manca forse quello più ambizioso: togliere i lebbrosi, i suoi figli prediletti come li definisce, dagli slum.  Va ogni giorno a trovarli e curarli nelle loro misere baracche ma spera di costruire per loro una città.  Sa già che la costruirà sul terreno di Asansol donatole dal governo, che dovranno abitarci 400 famiglie di lebbrosi e che la chiamerà «Città della Pace», Chantinabal ma le manca il danaro.  Puntualmente però la Provvidenza arriva. E' il 1964, a Bombay si celebra il Congresso eucaristico alla presenza del Papa Paolo VI, che incontra la Madre e constata personalmente il suo enorme e fruttuoso lavoro.  Al momento di partire le lascia un ricordo: una stupenda, lunga auto americana, decappotabile, tutta bianca con sedili rosso sgargiante con una dedica: "A Madre Teresa per la sua universale missione d'amore".  Appena la Madre vede la lussuosa vettura s'immagina seduta in quello splendore e scuote il capo dicendo: «Chissà quanta benzina consuma! No, meglio il mio carrettino tirato a mano.  La metterò all'asta.  Questa è la macchina dei lebbrosi».  E infatti con il ricavato costruisce il primo lotto, dei 14 previsti, della «città della pace»; la strada più grande la chiama viale Paolo VI.
     Due anni dopo, grazie ad altri aiuti e premi, il Villaggio della pace viene terminato: l'antica speranza è diventata realtà.  All'interno della città ci sono i negozi, i giardini, l'ufficio postale e le scuole.  Ormai il nome di Madre Teresa varca i confini dell'India e cosi la congregazione. Viene aperta a Cocorote, in Venezuela, la prima casa delle Missionarie della Carità.  E' il luglio del 1965.
     Così da un angolo dei bassifondi di Calcutta comincia ad irradiarsi per il mondo l'amore per Cristo attraverso i sofferenti.  La minuta figura di Madre Teresa, il suo fragile fisico piegato dalla stanchezza e dall'abitudine a curvarsi su ogni sofferente, il suo scarno viso solcato da innumerevoli rughe sono ormai conosciuti in tutto il mondo.  Nel 1979, poi, da Stoccolma arriva il premio Nobel per la pace.  Chi ha avuto la fortuna di incontrare  Madre Teresa e ha potuto ascoltarla sa che da lei emanava qualcosa di eccezionale; sia quando pronunciava parole «sconcertanti» per la loro semplicità, sia quando, assorta in preghiera, taceva con il Rosario tra le mani e il sorriso che le illuminava il volto.  Solo allora si capiva che le sue parole, i gesti, tutta la sua opera provenivano da qualcosa di più profondo che le bruciava dentro: il grande amore per Cristo attraverso i fratelli. E lei stessa così si definiva: "Una matita nelle mani di Dio".

 

Pina Cataldo

Fonte: Avvenire del 6 settembre 1997 

 

 

 

Helena Petrovna  Blavatsky 

La fondatrice della Società teosofica

 

Ekaterinoslav (Russia), 12 agosto 1831- 

Londra (Gran Bretagna), 8 maggio 1891

 

 

 

        Sotto il potere dello Zar, H.P.Blavatsky venne alla luce 

il 31 luglio 1831 a Ekaterinoslav, in Ucraina, da padre tedesco, il colonnello Van Hahn, discendente dall’antica nobiltà germanica e da madre russa, Hélèn Fadeef, imparentata alla casa imperiale e anch’ella di antica e nobile discendenza.
A diciassette anni, nel 1848, sposò il vecchio generale Blavatsky dal quale prese il cognome che conservò fino alla morte. Il matrimonio, come tutti gli avvenimenti della sua vita, fu pieno di colpi di scena, e dopo soli tre mesi le cose volsero al peggio; dopo l'ennesima lite, Helena lasciò precipitosamente la casa del marito per non farvi più ritorno. 

 

     Quando il suo proposito fu evidente e la sua determinazione ancora di più, il padre l’aiutò ad intraprendere la vita di pellegrinaggio che inizio a partire da quel periodo per poi far ritorno in Russia solo dopo 10 anni, nel 1858, da dove, dopo una breve sosta riprese i suoi viaggi di ricerca. Intraprese una serie interminabile di viaggi intorno alla terra che la portarono ad arricchire in maniera unica il suo spirito ardente. Più di 20 anni di esperienze e ricerca interiore nel mondo fin nei luoghi più reconditi dove vivono stregoni e sciamani, ma anche di incontri con autentici Maestri Spirituali, determinarono il resto della sua vita.


     La sua prima tappa fu Costantinopoli, ma fu in Egitto che si verificò l’incontro che cambiò la direzione della sua vita: conobbe un vecchio Copto che le impartì l’iniziazione all’arte magico/esoterica. Consecutivamente, il suo pellegrinaggio la portò in America, in Canada, in Messico e poi in India, per poi fare ritorno negli Stati Uniti nel 1853. Quando nel 1858 ritornò a casa, i suoi familiari ed i numerosi conoscenti ed amici, furono testimoni delle manifestazioni straordinarie dei suoi poteri che fino ad allora erano rimasti latenti. Ella stessa riferì che quello fu per lei un periodo in cui lasciò libero corso alle sue forze psichiche e imparò a comprenderle e controllarle perfettamente. Ripartì poi, ripresa dal suo spirito avventuroso, per cercare e trovare uomini e donne che condividessero con lei la fondazione di un nuovo grande movimento filosofico ed etico che intendeva creare più avanti.
Finalmente, il 17 novembre 1875, fondò, insieme al colonnello Henry S.Olcott e a William Q.Judge, la Società Teosofica con lo scopo dichiarato di formare un nucleo di Fratellanza Universale, di studio delle religioni e scienze antiche e di investigare sulle leggi occulte della natura e sui poteri latenti dell’uomo. 

 

     Lo scopo della sua esistenza era anche quello di scuotere gli uomini e le donne e cercare di liberarli dalle catene forgiate dal clero per asservirli, cercando di condividere la sua conoscenza nella speranza che ognuno comprendesse di essere Dio interiormente senza continuare a cercarlo fuori con dogmi e superstizioni. Spiegò che ogni uomo deve portare il peso delle sue azioni e che nessuno può farlo al suo posto ed è proprio per questo che riportò dall’Oriente le antiche dottrine del Karma e della Reincarnazione. Si scontrò per questo con la critica dei dogmi ortodossi del XIX secolo (sociali, scientifici e religiosi) che dividevano più che unire l’umanità, e forse nessuna donna dell’epoca è stata più ostinatamente messa in cattiva luce, calunniata e diffamata come H. P. Blavatsky. Ancora oggi, persone che non hanno mai letto una riga da lei scritta rimangono fermamente convinti che quelle calunnie fossero appropriate. In ogni caso, bastano le sue idee e i suoi propositi per smentire i suoi detrattori.


     La sua vita, dopo il 1875, trascorse in un infaticabile sforzo per coinvolgere nella Società Teosofica tutti coloro che volevano lavorare con altruismo per la propagazione di un etica tendente alla realizzazione della Fratellanza Umana cercando l’unità e non la separatività tra tutti gli esseri. Tutto questo anche per dare ad ognuno la possibilità di sviluppare i poteri latenti interiori e pervenire alla cooperazione con l’intera natura.
Ella, in ogni caso, si è sempre definita un tramite dei Grandi Maestri che si sono serviti di lei per portare a conoscenza dell’umanità quell’antica Saggezza chiamata Teosofia, cercando di abbattere tutte le barriere che limitano l’evoluzione umana.
H. P. Blavatsky passò al di là del velo il giorno 8 maggio 1891, lo stesso giorno che nel 487 a. C. Gautama Buddha, l’Illuminato, fece la stessa esperienza. Quel giorno è festeggiato dai Buddhisti, così come dai Teosofi ed è chiamato il "Giorno della Festa del Loto Bianco".

     Uno dei tre scopi fondamentali sul quale la Teosofia si basa è: "Incoraggiare lo studio comparato delle religioni, filosofie e scienze". Tutto questo perché il teosofo ritiene che ognuno abbia il diritto di percorrere la strada a lui più congeniale e che in ogni via è nascosta l’Essenza Originale Divina o Saggezza Divina, preferendo studiare le diverse religioni anziché condannarle, praticarle anziché farne proselitismo. La loro meta è la Verità ed Essa non può essere ritenuta come possesso esclusivo di nessuno.


     Oggigiorno, sulla Ricerca Interiore Olistica aperta verso tutte le direzioni e senza esclusione alcuna si fonda il pensiero filosofico del movimento moderno New Age, la stessa idea possiamo riscontrarla in un altro punto fondamentale della Teosofia, e cioè: "Formare un nucleo di Fratellanza Universale dell’umanità, senza distinzioni di razze, credo, sesso, casta e colore".
Promuovere uno spirito di unità ed armonia, malgrado tutte le diversità nelle credenze che alcune volte si contrappongono, è la meta della Teosofia. Nella New Age, così come nella Teosofia, troviamo l’Oriente e l’Occidente che si fondono in un incontro illuminante per entrambi. Dal messaggio del Cristo a quello del Buddha incontriamo l’Amore per il prossimo, la Tolleranza, il Karma e la reincarnazione, tanti tasselli che insieme con altri formano la Verità Unica.


    Possiamo sicuramente affermare senza paura di smentite che nessuno abbia fatto più di H. P. Blavatsky e dei suoi soci fondatori, per portare in occidente la luce dei tesori del pensiero, della saggezza, della filosofia e della spiritualità orientali, da sempre nascosti. Dopo aver letto le sue maggiori opere, "La Dottrina Segreta", "Iside Svelata", "La chiave della Teosofia", diventa evidente ad ognuno la profonda conoscenza dell’esoterismo orientale, cosa che la portava spesso là dove solo pochi iniziati riuscivano a seguirla, ma nello stesso tempo riuscendo a comunicare le sue conoscenze adattandole a tutti coloro che desideravano approfondirle. 

 

     I suoi scritti diffusero, anche nell’austero clima culturale europeo di fine ottocento, una nuova concezione dell’esistenza umana e della vita dopo la morte influenzando profondamente il pensiero di scrittori, pittori, scienziati, musicisti: da Jack London a D. H. Lawrence, da Gauguin a Mondrian, a Klee, da Mahler a Sibelius, ad Einstein.
E, oggi, la meditazione, lo yoga, il pranayama, il reiki, la pranoterapia, la cristalloterapia, i fiori di Bach, l’aromaterapia, lo sciamanesimo, l’allineamento dei chakra e dei corpi sottili, i viaggi fuori dal corpo, le energie, il rivedere le vite passate, ecc. non sono forse tutti argomenti che possiamo annoverare nel terzo scopo della Teosofia? E cioè: "Investigare le Leggi inesplicate della natura e dei poteri latenti dell’uomo".


     Madame Blavatsky, circa un secolo fa, affermò che i frutti più cospicui del suo lavoro si sarebbero notati col tempo nel secolo successivo al suo. Che sia anche la New Age uno dei frutti cui lei si riferiva?
Certamente l’enorme ventata di spiritualità e di ricerca interiore, che da un po’ di tempo sta investendo il nostro pianeta, lo lascia supporre, facendo meravigliare tutti coloro che notano questi fermenti senza darsene una spiegazione. Chi, però, ha avuto la "fortuna" di conoscere la Teosofia e il messaggio di Helena Petrovna Blavatsky si aspettava tutto questo già da molto tempo.

 

Giuseppe Bufalo

www.edicola.net

     

 

Anna  Grigor’evna

La moglie di  Dostoevskij

 

Pietroburgo, 30 aprile 1846 - Jalta, 9 giugno 1918

 

     Sappiamo tutti l’influenza benefica che una donna saggia e comprensiva, intelligente e sensibile riesce ad avere sul carattere, la psiche, l’esistenza stessa di un uomo, ma nel caso di Fëdor Michajlovic e Anna Grigor’evna, la sua seconda moglie, non è esagerato affermare che forse senza l’aiuto di Anna, Dostoevskij non avrebbe potuto dare al mondo i suoi cinque grandi capolavori: Delitto e castigo, Il giocatore, I fratelli Karamazov, L’idiota, I Demoni, ne avere il posto che ha nel panorama della letteratura mondiale di tutti i tempi. Un’iperbole? E allora ecco, piatta piatta, la verità delle cose.

     Anna (Anija) Grigor’evna nacque il 30 aprile 1846 a Pietroburgo. Il padre, Grigorij Ivanovic Snitkin era un modesto funzionario, la madre, Anna Nikolaevna, una svedese di origine finnica, discendente da una famiglia di illustri scienziati.

Anna e la sorella Marija appartennero alla prima generazione di donne russe che poterono studiare nel primo ginnasio femminile di Pietroburgo; fu qui che Anna cominciò a commuoversi sulle pagine di Dostoevskij, leggendo Le memorie di una casa morta. Dopo il ginnasio, Anna frequentò dei corsi di pedagogia; non riuscì purtroppo a terminarli per una grave malattia del padre che la costrinse a trascorrere lungo tempo al letto dell’infermo. Fu però il padre stesso a insistere perché la figliola frequentasse almeno dei corsi serali di stenografia.

Quando il padre morì, le condizioni economiche della famiglia Snitkin peggiorarono e la ragazza dovette mettere in pratica le sue conoscenze stenografiche.

 

     Proprio in quell’anno 1866 Dostoevskij, sempre oberato di debiti per colpa di avidi parenti, fu costretto - per avere degli acconti – a firmare un contratto-capestro con un editore, impegnandosi a consegnare entro un mese un romanzo di 240 pagine. Il guaio era che Fëdor stava già lavorando a tappe forzate a Delitto e castigo che doveva uscire su “Il messaggero russo” in quello stesso ristretto periodo. Lo scrittore era in preda a mille angosce. Un amico gli suggerì di assumere uno stenografo; anche se Dostoevskij non aveva mai provato a dettare, non aveva altra scelta.

Fu così che la mattina del 4 ottobre 1866 una ragazza magrolina, con un bel visetto ovale, capelli biondo cenere, occhi grigi penetranti e un sorriso incantevole bussò alla porta dell’appartamento n. 13, al secondo piano dello stabile situato all’angolo della via Malaja Mescankaja col vicolo Stolijarnij.

Chi le aveva proposto il lavoro l’aveva prevenuta: - Voi saprete svolgere il lavoro molto bene, ma non so se riuscirete ad andare d’accordo con lo scrittore, è una persona strana! - e Anija si sentiva intimidita.

L’appartamento dove il grande scrittore viveva col figliastro Pasa Isaev, un buono a nulla spilla-quattrini, era semplice e lo studio addirittura disadorno (un divano, uno specchio, una scrivania; a una parete il ritratto di Marija Dimitrievna Isaeva, la prima moglie morta due anni prima).

 

     Anija si trovò dinanzi un uomo estenuato, distrutto, sofferente, visibilmente infelice, che fumava in continuazione e beveva tè nerissimo. Ne ebbe un’impressione penosa, si sentì stringere il cuore dalla compassione. Notò subito gli occhi diversi uno dall’altro (avrebbe saputo più tardi che Dostoevskij si era ferito gravemente all’occhio destro cadendo durante un attacco di epilessia).

Nonostante la prima impressione, Anija accettò l’incarico; si trattava di stenografare e poi di trascrivere 740 pagine di due romanzi diversi che l’autore avrebbe dovuto scrivere entro ventisei giorni; uno l’avrebbe scritto la mattina, l’altro nel pomeriggio. Al limite dell’assurdo.

A Dostoevskij la ragazza era piaciuta subito così femminile, modesta, dignitosa e durante le pause del frenetico lavoro cominciò ad aprirlesi fiducioso: le raccontò che in gioventù aveva appartenuto al circolo socialista Petrasevskij, che per questo era stato incarcerato, processato e condannato a morte, che all’ultimo istante la condanna gli era stata commutata in quattro anni di lavori forzati a Omsk. Le raccontò del suo infelice matrimonio con Marija malata di tubercolosi, durato sette anni che non gli avevano dato alcuna felicità, del loro viaggio di nozze durante il quale egli aveva avuto un terribile attacco di epilessia. Marija si era spaventata e lo aveva accusato di averle tenuto nascosto la malattia, ma lui non aveva nascosto nulla, aveva sempre creduto che quegli attacchi fossero crisi nervose, conseguenza della prigionia.

Man mano che Fëdor le rivelava se stesso, la ragazza si rendeva conto di trovarsi davanti a un uomo infinitamente solo, desideroso di affetto, di calore umano. Nonostante la giovane età imparò quasi subito a leggere nel cuore ferito di lui, a penetrarne i suoi aspetti migliori e ad apprezzarli.

E anche lei cominciò a parlare con Fëdor senza più timidezze, apertamente e liberamente, come a un vecchio amico. La compassione e la pietà divennero rapidamente amore.

E anche in lui era avvenuto qualcosa di strano, sentiva che quella ragazza gli era assolutamente necessaria. Vicino a lei provava un sentimento di pace, cominciò a chiamarla “colombella”.

 

     Dal 4 ottobre 1866 lavorarono ogni giorno per parecchie ore. Di notte Dostoevskij scriveva Il giocatore, la mattina lo dettava ad Anija. Di sera la ragazza decifrava e trascriveva in bella calligrafia il testo stenografico, il giorno dopo Fëdor correggeva definitivamente i fogli che trovava pronti. Il lavoro andò bene: Il giocatore fu consegnato nei termini stabiliti.

Un romanzo in ventisei giorni! Un avvenimento inaudito nella letteratura mondiale. Dostoevskij però sapeva benissimo che non ci sarebbe mai riuscito senza l’aiuto di Anija. Era stata lei a persuaderlo a prolungare le sedute, lei a trascorrere intere nottate sul testo stenografico!

Consegnate le ultime pagine, Anija ricevette il compenso stabilito (50 rubli). Ma Fëdor non voleva perdere la sua colombella e andò semplicemente a trovarla a casa sua, disse che intendeva dedicarsi all’ultima parte dell’epilogo di Delitto e castigo e la pregò di aiutarlo.

Lei si fece desiderare un po’, poi riprese il lavoro. Fëdor si comportava in modo strano: ora era allegro, ora triste, ora agitato, ora silenzioso, ora ciarliero; sembrava molto più giovane dei suoi quarantacinque anni. Stava semplicemente innamorandosi della ragazza. L’avevano colpito il suo senso del dovere, la scrupolosità, la laboriosità, e soprattutto la bontà del cuore; lei si era perfino presa cura dei suoi abiti, della sua salute, del suo nutrimento, del suo riposo. Ma la grande differenza d’età lo tratteneva dal dichiararle il suo amore. Ricorse ad un espediente. Finse di raccontarle la trama di un nuovo romanzo che intendeva scrivere: era la sua stessa storia, riferita però a un immaginario pittore, e concluse così: - Vi pare verosimile che un artista attempato, ammalato, povero, che ha molto sofferto e si è spesso illuso d’essere amato, incontri una giovinetta bella e intelligente, e che questa si innamori di lui? Sposando un pittore così, non sarebbe per lei un terribile sacrificio?

 

     Anija, che lì per lì non aveva capito di essere lei l’Anija del fantasioso racconto, rispose che se la ragazza aveva buon cuore, avrebbe potuto benissimo innamorarsi del pittore spiantato e allora non sarebbe stato per lei un sacrificio sposarlo, perché quando si ama veramente non si deve aver paura né della malattia, né dell’indigenza.

- Mettetevi un momento al posto dell’Anija del racconto – riprese Dostoevskij. - Immaginate che il pittore sia io, che vi faccia una dichiarazione d’amore e vi chieda: “Volete essere mia moglie?” Dite, che cosa rispondereste?

- Risponderei - rise Anija, felice - che vi amo e che vi amerò sempre.

La madre di Anna che Fëdor aveva già incantato con la sua conversazione e la sua cultura, non si dimostrò entusiasta, ma non avversò il matrimonio; contraria fu naturalmente tutta la parentela dello scrittore. Quanto ad Anija aveva ben capito che doveva sposare subito quell’uomo buono e generoso, ma del tutto incapace di stare al mondo, che non sapeva dare il giusto valore al danaro: avrebbe pensato lei a lottare contro i famelici parenti.

Con l’anticipo sul nuovo romanzo L‘idiota affittarono un quartierino più grande, sempre nei paraggi di piazza dell’Ascensione, e il matrimonio fu celebrato nella cattedrale della Trinità il 15 febbraio ‘67. Purtroppo anche ad Anija toccò lo stesso spavento provato da Marija subito dopo le nozze. Fëdor ebbe due attacchi consecutivi, ma Anija non si spaventò, per tutto il tempo delle crisi tenne la testa di lui sulle sue ginocchia. Furono due ore strazianti.

Assillata dai parenti che si erano addirittura stabiliti in casa loro, Anija persuase il marito a lasciare Pietroburgo e a partire per l’Europa. Impegnò tutta la sua dote (mobilio, argenteria, oggetti vari) e fu pronta: aveva capito che non si trattava soltanto di salvare il suo matrimonio, ma soprattutto il genio creativo, la pace, la salute del marito.

Per compiacere la madre, Anija le promise che avrebbe annotato quotidianamente le sue impressioni sul viaggio. Ma ben presto cominciò a scrivere tutto ciò che riguardava l’amatissimo consorte: i suoi discorsi, i pensieri, le sue opinioni sulla musica e sulla letteratura. (Questi taccuini costituiranno un vero e proprio monumento letterario alla memoria di Dostoevskij).

 

     Prima tappa del viaggio fu Berlino, poi Dresda. E qui Fëdor si lasciò attrarre dalla roulette. Anija aveva ben capito, trascrivendo Il giocatore, che si trattava di un testo autobiografico, ma non immaginava fino a quale punto l’attrazione per il gioco da parte del marito fosse potente. Poteva giocare soltanto all’estero perché in Russia la roulette non c’era. Gli capitò di vincere anche grosse somme, avrebbe dovuto smettere, accantonare il denaro guadagnato (così almeno si sarebbe comportata una persona giudiziosa), ma Dostoevskij non era un commerciante, era una natura passionale: arrivò ad impegnare anche l’anello nuziale, gli orecchini della moglie. Ebbene, Anna trovava la forza di confortarlo quando egli si disperava dopo un ennesima perdita.

A Dresda lasciò la moglie e andò a Monaco, la città più vicina dove c’era una roulette e da lì scriveva alla moglie pregandola di aiutarlo quando perdeva.

Anija lo toglieva dai guai, capiva e perdonava. Ma alla fine con la sua dolcezza, la sua pazienza riuscì a guarire il marito dalla insana passione. Fëdor giocò per l‘ultima volta nel 1871 a Wiesbaden e poté scrivere ad Anija: “Si è verificato in me qualcosa di grande; è sparita l’ignobile fantasia che mi ha tormentato per quasi dieci anni. Adesso che sono nato a nuova vita staremo sempre insieme, farò in modo che tu sia felice”.

Mantenne il giuramento, e portò a termine L’idiota, un’opera di grande tensione.

 

     Purtroppo la sventura colpì i due coniugi con un terribile dolore: la morte, nel maggio del ‘68 a Ginevra, della loro prima bambina: Sonija, di tre mesi. Quando la bimba era nata, Fëdor aveva provato una gioia travolgente, il suo sogno di paternità si era avverato; la morte della piccola lo precipitò nella più cupa disperazione, e toccò ad Anna, pur affranta, confortare il marito.

E fu un gran dono di Dio che il 14 settembre ‘69 nascesse un’altra bambina, Lijubov; la felicità tornò a brillare in casa Dostoevskij.

All’estero si definivano ancor più i tratti migliori dei caratteri di Anija e Fëdor, il reciproco affetto li legava sempre più strettamente. Era diventato un sentimento così saldo che Fëdor poté scrivere alla suocera: “Anija mi ama e io non sono mai stato così felice in vita mia. È mite, buona, intelligente, crede in me ed è riuscita a legarmi a sé col suo amore al punto che adesso morirei senza di lei”.

E anche un altro sentimento contribuì ad unire i due sposi durante il loro soggiorno all’estero forzatamente prolungato: l’ardente nostalgia della Russia. Anija e Fëdor si erano proposti di trascorrere in Europa tre mesi, invece ne ritornarono dopo quattro anni. Arrivarono a Pietroburgo l’8 luglio ‘71: otto giorni dopo nacque il piccolo Fëdor.

Anija fu sempre una devota paziente madre per i suoi figli, una collaboratrice intelligente del grande scrittore, un’acuta estimatrice del di lui talento. Seppe anche lottare contro la folla dei creditori e, spesso, di disonesti ricattatori.

Liberando il marito dalle preoccupazioni economiche, lo preservò per la sua arte; in quegli anni passati all‘estero, la ragazza indifesa e timorosa era diventata una madre di famiglia che conosceva la vita, una donna volitiva e decisa.

I primi tempi in Russia furono duri; dovettero alloggiare in camere ammobiliate, perché durante la loro assenza, la casa era stata venduta all’asta da loschi individui; per di più il figliastro Pasa aveva venduto i libri di Fëdor, e addirittura pretendeva di aggregarsi alla famiglia del “padre”. Anija si oppose decisamente e Fëdor fu d’accordo con lei. 

 

     E fu ancora Anna a lottare per ottenere dagli editori migliori condizioni per il lavoro artistico del marito. Finalmente fuori dalle strettoie economiche, Fëdor poté portare a termine I fratelli Karamazov: riconoscente, dedicò l’opera alla moglie.

L’anno 1872 fu davvero funesto: la piccola Lijubov si ruppe un braccio, glielo aggiustarono male e fu necessaria un’operazione, morì la sorella di Anija, Marija Grigor’evna, appena trentenne, sua madre si ammalò gravemente e lei stessa ebbe un ascesso in gola e i medici temettero per la sua vita.

Nel ‘78 ecco un altro terribile colpo: muore a tre anni l‘ultimogenito Alëöa, e Fëdor non si dà pace: il piccolo è morto di epilessia, la malattia ereditata da lui. Perché ritrovi calma e serenità, Anija fa in modo che il marito si rechi, con un giovane amico filosofo, all’eremo di Optina, un luogo che ha fama di dar conforto a chi soffre.

E ancora una volta Anija vede giusto: il marito ritrova tranquillità e torna al lavoro: ed ecco L’adolescente.

E intanto su Anija grava, oltre alla fatica della trascrizione dei testi, della correzione delle bozze, tutta la corrispondenza finanziaria, domestica ed economica, pesano i rapporti coi tipografi, i complicati compromessi coi creditori, mai tralasciando l’amorosa cura dei figli.

Senza contare che fin dal ’73 la donna aveva incominciato con successo un’attività commerciale ed editoriale, ricavandone una fonte di guadagno modesto, ma costante.

Nel giugno dell’80, Fëdor pronunciò l’orazione per l’inaugurazione del monumento di Puökin a Mosca. Quel discorso fu il suo testamento spirituale, il suo canto del cigno, l’ultimo raggio della sua gloria tardiva. Ma l’entusiastica ovazione del pubblico, a lui e al suo talento, gli diede “momenti di somma felicità: indimenticabili”.

Purtroppo però l’enfisema polmonare contratto durante i lavori forzati progrediva, e Fëdor lo sapeva.

 

     Il 25 gennaio, domenica, Fëdor andò a consegnare in tipografia Il diario di uno scrittore, poi ebbe una spiacevole discussione con la sorella Vera Michailovna circa l’eredità di una zia. Fu questo colloquio a provocare l’emorragia che colpì Fëdor quel giorno stesso? (Anija non ne parla nei suoi taccuini, certamente per un riguardo ai figli di Vera: preferì scrivere che l’emorragia era cominciata dopo che Fëdor aveva spostato una pesante etagère). Quando - per la rottura di un’arteria polmonare - Fëdor perdette molto sangue, egli capì che stava per morire, volle confessarsi e comunicarsi, chiese un Vangelo, ma non aveva più la forza di leggere. Volle vicino i figli, spiegò loro come avrebbero dovuto vivere dopo la sua morte, come amare la madre, l’onestà, il lavoro, come amare i poveri e aiutarli. Anija, in ginocchio davanti al marito, era in preda a una folle disperazione. I due figli, spaventatissimi, si segnavano continuamente.

I funerali del sommo scrittore furono un avvenimento storico. Più di trentamila persone accompagnarono il feretro al monastero di Sankt Aleksandr Nevskij. La morte di Dostoevskij era sentita da ogni russo come un lutto nazionale e un dolore personale.

Molto più tardi Anija scrisse a un’amica: “In quei momenti terribili del distacco mi sembrò che non sarei riuscita a sopravvivere alla sua morte, che mi si sarebbe spezzato il cuore, tanto forte mi batteva nel petto, che sarei impazzita. Perdevo l’uomo migliore del mondo, la gioia, l’orgoglio e la felicità della mia vita, il mio sole, il mio idolo”. 

     Da quel momento - aveva soltanto 35 anni - si dedicò anima e corpo al servizio del grande nome di Fëdor Dostoevskij. Nessuna moglie di scrittore ha mai fatto tanto per perpetuare la memoria del marito e diffondere la sua arte quanto lei. Non si contano le opere culturali che realizzò nel nome di Dostoevskij, le edizioni che curò (anche un’Opera omnia), le mostre organizzate, le biblioteche fondate, le scuole a lui intitolate, le serate letterarie. Anche un museo creò, per non parlare dei manoscritti, delle lettere, dei taccuini che ordinò. Nel 1916 pubblicò i Ricordi, il racconto più vivo ed attendibile relativo al periodo 1866-1881 quando furono creati i cinque grandi capolavori.

Anna si spense a poco a poco, in completa solitudine (a parte la donna che la vegliava di notte). Vicino al letto teneva una cesta colma, in pacchetti ben ordinati, delle lettere che Fëdor le aveva scritto durante i felici quattordici anni del loro matrimonio.

Morì il 19 giugno 1918. A causa della guerra civile in atto, la sua morte passò quasi inosservata. Fu sepolta a Jalta; soltanto nel 1960 la sua tomba fu casualmente ritrovata.

Il 9 giugno, nel cinquantesimo anniversario della sua morte, le ceneri di Anna Grigor’evna furono traslate da Jalta al monastero di Sankt Aleksandr Nevskij. Sulla tomba di Dostoevskij, sul lato destro del monumento, una semplice scritta:

ANNA GRIGOR ‘EVNA DOSTOEVSKAJA
1846-1918

 

Mappa Ritratti  

 

L'Antro della Sibilla, Trav. Cuma I, 66  80070  Bacoli (Napoli)

ma.pappalardo@virgilio.it

© Copyright 2002 Tutti i diritti riservati