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BAUDONIVIA 

la biografa

Poitiers (Francia), Secolo VI

 

     E’ una scrittrice di professione? Probabilmente si. Baudonivia, o 

 Baldonivia che dir si voglia, è una vera sorpresa nel panorama altomedievale. Non  è  che  nell’antichità  siano mancate scrittrici o amanuensi nei monasteri, ma le scrittrici di professione  erano   veramente rare.

     Entrata fin da bambina nel Monastero di S. Croce di Poitiers, Baudonivia  si  sente  emozionata allorché le consorelle le chiedono di scrivere la vita straordinaria della regina e santa Radegonda. “Hanno ingiunto un’opera a lei impossibile” - scrive la sua biografa nel Pro logo alla “Vita” - non meno che toccare il cielo con un dito.” Baudonivia costruisce il rac conto della vita di Radegonda, mettendo in evidenza i suoi desideri di donna, la dimensio ne missionaria del suo misticismo e l’infaticabile lotta politica a favore della pace tra tutti i re della Gallia del secolo VI. 

Scrive Baudonivia della Santa: “Ogni  volta  che  veniva  a sapere che dei contrasti spiacevoli erano sorti tra di loro, tremava tutta e rivolgeva lettere all’uno e all’altro perché non venissero alle armi e....la Patria non venisse meno. E riusciva ad ottenere la vittoria, cioè la pace tra i re.”

     Parlare di Patria in questo periodo, in cui la Francia non esiste ancora, manifesta l’esigenza unitaria di Radegonda. Lo storico Carlo Leonardo osserva: ”E’ certo straordinario che la voce di una monaca, ancora incerta nel suo latino, apparentemente priva di prospettive storiche, sappia manifestare una coscienza insieme spirituale e politica di così alto significato.” (Leonardi, 1993)

     Oltre che essere affascinata dal comportamento di Radegonda  all’interno e all’ esterno del monastero di Poitiers, Baudonivia è desiderosa di illuminare i giorni di Radegonda regina. Una regina decisamente sui generis. Ella aveva solo dieci anni, quando, bellissima, vagante per il campo di battaglia  nel 530, fu rapita dal terribile re Clotario I, figlio di Clodoveo, il quale la porta a corte, la fa istruire e la sposa. Radegonda non accetterà   mai  il matrimonio con un violento. Agisce come se fosse la serva del palazzo, vestendosi  miseramente e cibandosi di briciole. Riunisce i poveri, li lava e li serve. Da adulta fa liberare  i prigionieri, intercede per i condannati a morte, raccoglie i pellegrini. 

L’unico affetto rima sto a Radegonda è il fratello Clotacario.  Quando il marito uccide anche lui, ella prende la decisione definitiva: abbandona il re e il palazzo per sempre, pur sapendo che in questo caso la legge germanica dà diritto al marito di "uccidere la moglie ricoprendola di fango". 

A Poitiers ini zia la lotta di Radegonda anche contro la Chiesa, che rifiuta l’abito monastico ad una don na sposata. Ma, come dice la biografa, ella ottiene tutto, “perché Cristo abita in lei”.

Bibliografia

Duby George e Perrot Michelle, Storia delle donne, Il Medioevo,  Laterza 1990

Leonardi  Claudio, Baudonivia, la biografa in La storia al femminile, Il Medioevo,  Laterza, 1989

(Maria Antonietta Pappalardo)

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000    

 

   

M.ME   DE   BEAUMER

e il "Journal des Dames"

Parigi (Francia), XVIII secolo

     Solo con il  Journal des Dames  troviamo l’impegno chiaro di un giornale

  di e per le donne, la cui autodefinizione basta a presentarlo come un’avventura pionieristica. Il mensile dura dal 1759 al 1778 e alterna complessivamente nove direttori. 

     Sebbene inizi e finisca nelle mani di uomini, durante il periodo intermedio il mensile porta i nomi di tre direttrici donne. Dall’ottobre 1761 all’aprile 1775, sotto la loro direzione il  giornale si trasforma da un gingillo banale in una seria pubblicazione di opposizione che affronta temi sociali, chiede riforme, sfida le lettrici a pensare. Gli abbonamenti arrivano fino a 1000 e sono diffusi in 81 città europee. Presto esso diventa una spina nel fianco del governo francese, che lo sospenderà più volte fino al disastro finanziario.

     M.me de Beaumer, la prima giornalista delle Signore, rileva il giornale nel 1761 e dà inizio alla sua battaglia, incitando le lettrici a creare un movimento per l’eguaglianza femminile. Il tono delle sue appassionate perorazioni è pressante, perché ella sa che ha il tempo limitato e che presto arriveranno, come le è già accaduto in Olanda, i censori.

     Quasi sicuramente ugonotta con legami di parentela olandese, la de Beaumer  veniva da L’Ajia, dove, nel decennio precedente a quello parigino, aveva diretto un periodico clandestino:  Lettres curieuses, instructives et amusantes. In esso si era fatta paladina delle capacità delle donne, aveva intrapreso una crociata a favore dei poveri e degli oppressi in nome della giustizia sociale, la tolleranza religiosa, la libertà repubblicana, la pace internazionale e l’uguaglianza di fronte alla legge. I suoi grandiosi ideali , però, erano apparsi scandalosi alle autorità olandesi, che le chiusero la redazione.  Disperata di non riuscire a fare arrivare il suo messaggio al mondo, Madame de Beaumer aveva  deciso di tornare in Francia e di infilarsi nella porta posteriore del  Journal des Dames, un giornale già esistente che, in quanto pubblicato da uomini di corte, non aveva sollevato, fino ad allora, nessun sospetto di natura politica.

      Nei suoi articoli francesi ella dice che la subordinazione delle donne è una tragedia universale, che il rispetto reciproco tra i due sessi avrebbe portato ad un analogo rispetto tra le classi sociali e alla fine rispetto tra le nazioni. 

Attraverso il  Journal des  Dames ella stimola le donne ad essere audaci, insiste che esse possono  parlare, pensare, studiare, criticare esattamente come gli uomini; propone elenchi e fa elogi di donne importanti ma anche di donne oscure, artiste, mercanti, artigiane e musiciste delle classi inferiori. Allorché le autorità  sospendono l’uscita del giornale, M.me ritorna in Olanda, dopo aver rifiutato come espiazione delle sue colpe di scrivere una  Histoire militaire  che esaltasse i soldati. Determinata a salvare il  Journal des Dames  come fondamentale canale di comunicazione con le donne, ella lo consegna ad un’altra direttrice donna: M.me de Maisonneuve;  e questa lo consegnerà a M.me de Montanclos.

     Benché le tre direttrici siano una diversa dall’altra, questa genealogia di donne rende possibile l’esistenza di un giornale femminista per 14 anni; e il passaggio del testimone ad altra donna si presenta come azione consapevole. Incredibile, nel ‘700, eppure vero.

 (Maria Antonietta Pappalardo)

Bibliografia

Nina Rattner , Le donne giornaliste e la stampa, in G.Duby e M.Perrot, Storia delle donne,Vol.3 Laterza 1991

Ead., La donna nella stampa. Giornaliste, lettrici e modelli di femminilità  Editori Riuniti 1978

 

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000    

 

   

CHRISTINE  DE   PIZAN   

e "La Citè des Dames"

Venezia (Italia), 1364 - Poissy (Francia), 1430

     Alla fine del ‘300  la scrittura delle donne è ricca,  multiforme,  ma sono 

rare  le voci come quella di Christine de Pizan che si impongono con il loro sapere di fronte alle resistenze e alle beffe della società. Paradossalmente è più facile esprimersi in codici mistici che in codici letterari, come se la società medievale perdonasse la donna che parla  nello sconvolgimento dei sensi ma non quella che parla nella calma del raziocinio.

     Rimasta vedova con tre bambini a carico, Christine de Pizan ha un periodo di depressione che supera con l’accesso al sapere e con la costruzione di un altro Io, “virile” e insieme orgoglioso di appartenere al genere femminile."Nella mia follia" - scrive - "mi  disperavo che Dio mi avesse fatta nascere in un corpo femminile". Ma, analizzando  bene  le ragioni della sua miseria, scopre che gli artefici del suo malessere non sono, come pensava, i suoi limiti, bensì una  serie di autorità,  che decretano l’inferiorità del sapere e dell’agire femminile. Superata la lunga crisi, durante  la quale conosce con i figli  la miseria, la fatica e l’umiliazione, Christine  gradualmente riesce  ad imporsi per l’ampiezza e l’acutezza dei suoi saggi politici, filosofici, letterari, religiosi, nonché per il suo talento di scrittrice e di poetessa. 

     Ella si interessa personalmente alla realizzazione materiale dei testi che scrive, dirige i copisti e crea le illustrazioni. Per questo sono giunti fino a noi? La sua fama deve essere già grande alla fine del Trecento, se le viene data la possibilità di partecipare alla “querelle” del Roman de la Rose e di  indirizzare  parole di fuoco contro Jean de Meung, l’autore della  seconda parte del Roman: "Che non mi si accusi di sragionare, di essere arrogante, di osare, io donna, oppormi e rispondere ad un autore così acuto,  né  di  diminuire  l’elogio  dovuto  alla  sua  opera, mentre  lui, soltanto un uomo, ha osato  mettersi  a  diffamare  senza  eccezioni  tutto  il  sesso femminile" - così conclude Christine  una lettera al governatore di Lille.

     E’ davvero la prima femminista apparsa in territorio italo-francese. Christine de Pizan, tra le opere più note, ha scritto: 

Le livre des trois vertus (Il libro delle tre virtù), nel quale prospetta l’integrazione delle donne in un governo ideale;

 Le chamin de long estude (Il cammino del lungo studio), dove ella riceve gli insegnamenti dalle Sibille;

Citè des Dames (La città delle donne), la sua opera più famosa. 

In questo  testo Christine immagina una città governata da Natura, Giustizia e Rettitudine, le quali proteggono le donne dagli strali maschili. Ella mette sotto accusa le tradizioni educative e di fede avverse alle donne e incita  queste a  mettersi  insieme  per “la salvezza  dell’onore del sesso femminile”. 

E’ da qui che ha inizio “la questione femminile”.

 

Bibliografia

Regnier-Bohler Danielle, Voci letterarie, voci mistiche, in G. Duby e M. Perrot, Storia delle donne, Laterza 1993 

Klapisch-Zuber Christiane, Introduzione, in G. Duby e M. Perrot, Storia delle donne,  Medioevo, Laterza 1993

(Maria Antonirtta Pappalardo)

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000  

 

CL A I R E   GI B A U L T

 

 direttore d'orchestra di Lione

 

   Claire Gibault ha iniziato la carriera di direttore d’orchestra nel 1971,

 

come assistente di Theodor Guschlbauer all’Opera di Lione. Dal 1976 al 1983 diventa direttore dell’Orchestra di Chambery e in seguito, dal 1983 al 1989, torna a Lione come assistente di John Eliot Gardiner, allora direttore musicale dell’Opera di Lione.

 

     Nel 1986 lavora con Claudio Abbado alla Scala di Milano per Pelléas et Mélisande di Debussy. Dal 1990 al 1998 è direttore d’orchestra all’Opéra National di Lione; allo stesso tempo vi dirige l’Atelier Lyrique e la Maîtrise, con i quali realizza numerose produzioni per il pubblico giovanile. 

 

     Ha diretto Pelléas et Mélisande (Covent Garden di Londra, Lingotto di Torino), Il Comte Ory di Rossini (Festival di Glyndebourne), l’Etoile di Chabrier (Festival di Edimburgo), Jacob Lenz di Wolfgang Rihm (Hebbel Theater di Berlino, con i musicisti della Filarmonica di Berlino), Così fan tutte di Mozart (Opera di Leeds, Opera di Liegi), La Station Thermale di Fabio Vacchi (Teatro alla Scala di Milano, Opéra-Comique di Parigi), Idomeneo di Mozart (Opera di Liegi), Zaide e Apollo et Hyacinthus di Mozart (Opéra-Bastille di Parigi), The Rape of Lucretia di Britten (Opéra-Bastille), Une petite flûte enchantée, tratto da Mozart (Opéra Comique), Mitridate, Die Zauberflöte, Le Nozze di Figaro, Bastien und Bastienne di Mozart e La Donna del lago di Rossini (Opéra di Nizza), Maria Stuarda di Donizetti al Teatro Regio di Torino, La dame blanche di Boïeldieu (Opéra Comique di Parigi) e la Cenerentola di Rossini al Teatro dell’Opera.

 

     Come direttore d’orchestra sinfonica, ha diretto concerti con l’Ensemble Intercontemporain, l’Orchestra della Suisse Romande, l’Orchestra da Camera di Losanna, l’Orchestra dell’Opera di Genova e di Roma, l’Orchestra della Rtb di Bruxelles, l’Orchestra Sinfonica del Québec, l’Orchestra Sinfonica di Stato di Mosca, la Berkeley Symphony Orchestra, l’Orchestra della Rai di Torino, l’Orchestra Halle di Manchester, la Royal Philharmonic Orchestra di Londra.

 

     Nella stagione 1999-2000 le è stata affidata la direzione del Laboratorio "Voci in Musica" e del Coro delle Voci Bianche di Musica per Roma.

 

 

Marie   Cardinal

 

salvata dal Mediterraneo e dalla psicoanalisi

Algeri, 1929 - Francia, 2001

"Sono una donna che sta vivendo, non sono già più quella 

che ha scritto i libri che hanno suscitato tutta questa pubblicità e questa posta. Non posso rispondere alle domande che mi fanno e non posso nemmeno dare i consigli che mi chiedono, perché le stesse domande me le pongo io e anch'io cerco gli stessi consigli".

E' così che si presenta Marie Cardinal, scrittrice francese di grande successo nel suo libro "In altri termini" ("Autrement dit", 1977), ponendosi in immediato contatto con il lettore. Già dalle sue prime opere quali "Ascolta il mare" ("Ecoutez la mer", 1962), "La vendetta" ("La mule de corbillard", 1963), "La trappola" ("La souriciere", 1965), si avvertono in embrione quelli che saranno i temi dominanti i suoi scritti: Mediterraneo e psicoanalisi da Marie stessa definiti "gli elementi più importanti della mia vita".

     Il Mediterraneo, l'amore per esso è inscindibile dal conflitto culturale e dal disagio presente nell'autrice e derivato dalla sua condizione di figlia di coloni francesi trapiantati in Algeria. Ella stessa dirà: "I francesi d'Algeria sono una specie di popolazione, né francese né algerina, la cui storia non è durata abbastanza a lungo per farne un popolo, ma abbastanza a lungo per fare della loro ultima generazione degli irrecuperabili. Fuori di casa loro sono come vermi brulicanti nei frutti". C'è inoltre in Marie il rifiuto dell'atteggiamento colonialista che la Francia manteneva nei confronti dell'Algeria francese e dalla stessa definito "cancro del cervello". Dall'Algeria, terra sentita come necessaria per la scrittrice, terra da cui è stata forgiata, di cui conosce ogni ritmo, colore e odore, si dovrà allontanare per motivi politici. In "Ascolta il mare" è vissuto questo distacco; sarà l'amore del tedesco Karl a renderlo più lieve ed il suo ritorno in Germania a riacutizzarlo, aprendo una voragine carica di ricordi del passato.

     Il terrore che attanaglia la giovane donna, sarà reso meno violento dall'ascolto del mare, dal ritrovamento dei ritmi della terra. Nel suo luogo di origine sentirà il fortissimo desiderio di tornare, ma nel contempo avrà timore dei fantasmi del suo passato. Temerà di non essere in grado di provare per l'Algeria quell' "amore puro, senza avidità e senza rancore" che pure crede di portarle ma che potrebbe essere intaccato dal suo essere stata colona, figli di proprietari. Eppure Marie ama l'Algeria per ciò che è di per sé. Ama questa terra "dura da coltivare, rossa, secca, favorevole al timo, al pino marittimo, alla vigna calda". Di quest'amore profondo sarà pregna "La vendetta", storia di una donna sola per la quale la sua terra, le sue radici, rappresentano le uniche ragioni di vita e che vede minacciate. Quest'opera ci cala lentamente verso quella condizione esistenziale che segnerà indelebilmente la vita di Marie e che sarà all'insegna di un terrore sconosciuto e profondo. E' questo il tema della "Trappola" percepita come angoscia della vita e della morte, odio e paura del mondo esterno ed interno che porteranno Camille, protagonista del romanzo, al suicidio.

La Cardinal, ormai preda di questa terribile "paura della morte, ma anche della vita, perchè essa genera la morte", ritroverà lentamente e faticosamente se stessa attraverso sette lunghi anni di sedute psicanalitiche.

     Ella stessa dirà: "Esisto da sette anni... Sono nata con la psicoanalisi". Dopo sei mesi d'analisi riprenderà a scrivere abbandonando il romanzo per calarsi anima e corpo nell'autobiografia, nella narrazione della sua vicenda interiore, intesa come confessione, riflessione intima e introspettiva, ritrovamento di se stessa. E' proprio in questo senso che si deve intendere il suo libro "Le parole per dirlo" ("Les mots pour le dire", 1975) e cioè come il recupero di se stessa. In quest'opera si porta in primo piano la parola che per l'appunto libererà Marie dalla sua nevrosi, farà nascere da lei un'altra donna. Ella dirà "Ho parlato e l'ho liberata... Sono nata da lei a poco a poco... Ma la mia ricchezza è proprio nell'essere stata quella donna e quello che sono ora... Ho scorticato tutte le leggi, che mi avevano asservito fino a ridurmi a uno straccio".

Dirà ancora: "La sottomissione e la rivolta... La prima era fatta di parole vuote, la seconda è fatta di parole piene, pronte a scoppiare", rifiutando così una volta per tutte la sua condizione di borghese e tutte le leggi e i codici comportamentali che ne conseguivano. 

"In altri termini", considerato non a torto il seguito di "Le parole per dirlo" e strutturato come dialogo tra le due scrittrici Cardinal e Leclerc, vedrà Marie rimettersi in discussione. Le due donne parleranno di esperienze personali ed intime, di questioni sociali ma anche di letteratura. Questo libro rappresenta, a detta dell'autrice stessa "Il cammino verso la conoscenza di due persone, un desiderio di incontrarsi, una comune volontà di essere integri, sia nella risata, nell'indecenza, che nella gravità delle parole che buttiamo allo sbaraglio senza sapere esattamente cosa contengano".

     La Cardinal porrà ancora in prima linea la "parola" alla quale verrà imputato minor spessore rispetto alla scrittura, alla quale verrà però riconosciuto un valore più immediato, diretto, nell'ambito della comunicazione umana. Marie vorrà perciò precisare che "In altri termini" non è un libro bensì un insieme di "pagine parlate". Dirà inoltre "La parola è un fluido, un passaggio, una corrente. Le parole dette... non hanno alcun valore esemplare, nessuna stabilità. E' in questo modo che sono riuscita a trovare un accordo fra loro e il mio desiderio di comunicare". C'è in Marie e Annie Leclerc un desiderio di recupero della parola intesa come espressione propriamente femminile, "ripulita" cioè dei tradizionali significati che gli uomini hanno voluto imputarle e perciò meno "piena": sono entrambe concordi nell'affermare che "il linguaggio si femminizzerà, si aprirà, si abbellirà, si arricchirà con l'apporto delle donne".

     Il linguaggio della Cardinal sembra già, del resto, adempiere a questa funzione d'arricchimento: la sua prosa è carica di allusioni e odori, colori, sensazioni che si fondono in un'unica parola, si esplicano vicendevolmente, quasi che la parola stessa si tramutasse in sensazione, vibrazione e viceversa. A detta di Marie lo scrivere è un insieme di "Fluidi, correnti, emanazioni, onde nella fibra della frase... La parola è un atto, i vocaboli sono gli oggetti. Invisibili, impalpabili, vagano vaganti nel treno della frase"

E' proprio con questo linguaggio vibrante che descrive l'amata Algeria; "Si levano i colori, gli odori, le forme; trasformano il paesaggio a tale velocità che sembra di veder muovere e vibrare la terra. La vita!... Ritmi delle stagioni, ritmi delle canzoni, ritmi delle parole". Nel paese natale tornerà e racconterà il viaggio nel suo libro "Nel paese delle mie radici" ("Au pays de mes racines", 1980 ), cronaca appassionata di un rientro. Confesserà "Per me vivere altrove, lontano da quei luoghi è diventato sinonimo di arrancare per guadagnarsi la vita. Là vivere era vivere; significava abbandonarsi ai ritmi consueti dell'uomo senza soffrirne, dolersene e gioirne, ma accettandoli per quel che sono".

     Algeri rappresenterà non solo il passato ma anche il presente. Sarà infatti soprattutto quest'ultimo - e ciò contro ogni sua aspettativa - ad attrarla. Sua compagna di viaggio sarà la figlia Bènèdicte Ronfard che scriverà in appendice al libro un testo dal titolo "Nel paese di Moussia" il quale più che analizzare l'Algeria, si soffermerà soprattutto sulla madre e sul suo rapporto con la stessa. Marie Cardinal ha già a sua volta analizzato attentamente il rapporto madre-figli nella sua opera "La chiave nella porta" ("Le clè sur la porte", 1972) che ha voluto rappresentare un momento di apertura nei confronti dei giovani e al contempo di rottura rispetto agli schemi borghesi. 

     Ha inoltre alle spalle una spregiudicata indagine della vita di coppia ("Una vita per due", "Une vie pour deux", 1978). Con le sue ultime opere: "D'ora in poi" ("Le passé empiété", 1983), "Sconvolgimenti" ("Les grandes désordres", 1987), "Come se niente fosse" ("Come si de rien n'etait", 1990), "I giovedì di Charles e Lula" ("Les Jeudis de Charles et de Lula", 1993) la Cardinal riprende la finzione del romanzo che resta pur sempre autobiografico. Ella scriverà infatti: "Come se tutti i romanzi non fossero autobiografici! Come se bastasse nascondersi dietro la terza persona... Non è altrettanto rivelatore, altrettanto vicino alla confessione dell'intimità, anche autobiografica senz'altro, dello scrivere in prima persona?" e ancora "Ho bisogno di essere la donna di ognuno dei miei libri".

     Sarà così la donna che, inizialmente oppressa dai sensi di colpa frutti di una tradizione che la vuole subordinata a ruoli prestabiliti, troverà comunque la forza di accettarsi per ciò che realmente è ("D'ora in poi"); sarà Elsa Labbè ("Sconvolgimenti") che rinascerà ritemprata e migliorata da una sconfitta; si identificherà nella moltitudine di donne che popolano il suo libro "Come se niente fosse". Anche nella sua ultima opera "I giovedì di Charles e Lula" l'autrice vive il ritratto di donna coraggiosa, che lottando contro i valori borghesi e una società per certi versi ancora maschilista, saprà affermare se stessa e i propri ideali.

(Cristina Gagino e Maria Raffaele)

 

 

 

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