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B I L L I E   H O L I D A Y

La signora canta i blues

Baltimora 1915 - New York 1959

 

 

 

     “Mi hanno detto che nessuno canta la parola fame e la parola amore come la canto io. Forse è perché so cosa hanno voluto dire queste parole per me e quanto mi sono costate”.

     Billie Holiday, una delle piu' grandi cantanti jazz e blues di tutti i tempi, nasce nel 1915 a Baltimora. Il suo vero nome è Eleonora Fagan Gough. Questa grande cantante jazz non conosce l'apprendistato consacrato delle chiese. Non ha alle spalle cori gospel come Bessie Smith o Aretha Franklin. La sua iniziazione musicale, come racconta lei stessa nella sua biografia "Lady sings the blues", avviene a sette anni, in un bordello. “A quel tempo facevo le pulizie in un casa chiusa e non accettavo incarichi da nessuno per meno di dieci cents ma per Alice e le sue ragazze correvo dappertutto gratis. Bastava che mi lasciassero andare di là nel salottino a sentire i dischi di Louis Armstrong e di Bessie Smith. In certi casi la musica mi rendeva triste, così triste che piangevo lacrime a fiumi, in altri casi riusciva a farmi dimenticare tutto. Era la prima volta che sentivo cantare musica senza parole. Quel ba, ba, ba, con tutto il resto significava un'infinità di cose per me, quanto e più delle parole vere di cui spesso non capivo il significato. Non sono la sola ad aver ascoltato per la prima volta del buon jazz in un bordello. Tanti bianchi la conobbero in case come quella di Alice ed è per questo che continuarono a chiamarla musica da casino”.

     Apollo, Morocco, Spider Web: i locali di Harlem dove Billie cominciò a cantare, e che preferì sempre alle grandi platee. Nati grazie al proibizionismo, stavano in zone dove ogni sera le fuoriserie erano parcheggiate davanti a catapecchie. Le signore in ermellino, correndo tra i bidoni della spazzatura e le casse di carbone, facevano a gara a chi s'infilava per prima nel locale più alla moda. È l'America degli "speakeasies", gli spacci clandestini di alcool. Il gin in questi posti sa di vernice ma non importa. L'importante era pronunciare la parola d'ordine sulla porta, entrare di nascosto e temere da un momento all'altro l'incursione della polizia. Le "flappers" (le maschiette) invadono le città, danno scandalo con le loro calze trasparenti e le zazzere corte (bobs) e truccatissime vanno negli "speakeasy" e li' fumano e bevono in pubblico. Faulkner ha appena diciotto anni, Hemingway diciassette e Gershwin tredici.

     Billie vive con la madre che lavora come domestica presso famiglie bianche nel ghetto nero del Maryland. A cinque anni si infila nei cinematografi dall'uscita posteriore per assistere ai film dell'attrice Billie Dove e di Billie diventa un'ammiratrice fino al punto di decidere di chiamarsi come lei. Inizia piccolissima a pulire per pochi centesimi i gradini delle case signorili di Baltimora. “Mi piaceva andare ai grandi magazzini. Entravo di nascosto e agguantavo velocemente dei calzerotti da sopra il banco e poi scappavo. E perché no? Tanto anche se avessi avuto i soldi non me li avrebbero lasciati comprare. Il mondo in cui ci toccava vivere era regolato dai bianchi ma loro facevano razza a parte”. A dieci anni subisce una violenza carnale da un vicino di casa. Denuncia lo stupro ma non viene creduta. Accusata di adescamento, finisce in un riformatorio cattolico.

     Siamo nel '26. Chicago significa guerra tra le bande e "famiglie” della malavita organizzata. Al Capone gira su di un'auto blindata e va a teatro con una guardia del corpo di diciotto uomini in abito da sera. Billie, uscita dal riformatorio, va a fare la prostituta in una casa di tolleranza. Finisce di nuovo in prigione. Una condanna scontata nella fetida e sovraffollata prigione di Welfar Island. Ha quattordici anni. Uscita dal carcere segue la madre ad Harlem. Riescono a trovare una sistemazione provvisoria. Il suo debutto come cantante avviene per caso. Nel 1929 la borsa di Wall Street crolla. In America ci sono più di 17 milioni di disoccupati. Billie e la madre rischiano di essere sfrattate. Per racimolare qualche dollaro bussa a tutti i locali di Harlem in cerca di lavoro. Dopo aver girato a lungo sulla 133°, la strada dello swing, arriva al locale Pod's and Jerry's. Cerca inutilmente di essere assunta come ballerina.

     “Facevo e rifacevo quei miei due poveri sgambetti finché il pianista mi urlò di piantarla, volevano mandarmi via ma io li supplicai di darmi un lavoro”. È proprio il pianista ad intenerirsi. Le chiede se sa cantare e lei risponde di si'. “Improvvisamente nella sala si fece un gran silenzio. Se qualcuno avesse lasciato cadere uno spillo sarebbe sembrata l'esplosione di una bomba. Quand'ebbi finito tutti stavano lacrimando nelle loro birre”

Iniziò a lavorare il giorno dopo. A quel tempo le soubrette passavano da un tavolo all'altro alzando la gonna e stringendo la banconota tra le cosce. Lei si rifiuta. La gente inizia a chiamarla ironicamente "Lady" (la signora). Non l'avevano ancora battezzata "Lady Day”, nomignolo che l'avrebbe accompagnata tutta la vita e che il musicista Lester Young creò per lei in seguito aggiungendo alla lady dei tempi del Pot's and Jerry's l'ultima sillaba del suo cognome. Porta sempre una gardenia bianca tra i capelli e quello diventa il suo tratto distintivo. Comincia a cantare in altri locali finché nel '31 arriva all'Apollo, un locale famosissimo. Ora può lavorare con i più grandi e famosi musicisti dell'epoca, da Duke Ellington a Louis Armstrong. Il pianista Mal Waldron dirà di lei: “Suonare per Billie non era come suonare per una cantante, era come suonare con un altro musicista”. 

     È il periodo in cui il cinema americano si impone all'estero. Sono grandi anni anche per il jazz. Gershwin in questo periodo compone "Rapsody in blue". Escono "Tropico del cancro" di Henry Miller e "Furore" di John Steinbeck. Tra il '37 e il '38 iniziano le tournée, un duro apprendistato "on the road" con le maggiori orchestre del tempo. Nel '37 lavora con l'orchestra di Count Basie. Malgrado fosse nera come tutti gli altri musicisti, il colore della sua pelle al pubblico sembra troppo chiara. Una notte Billie è costretta a scurirsi il viso con il cerone nero.  Nel 1938 lavora con la "Artie Shaw Big Band”, un’orchestra di bianchi. Per mesi è costretta ad entrare dalla porta di servizio mentre i suoi colleghi bianchi entravano dalla porta principale.  

      Nel 39 canta al "Cafè Society" nel Greenwich Village una canzone che diventa un successo e un simbolo musicale della protesta contro la discriminazione razziale: "Strange fruit”, che racconta di un "frutto strano" che pende da un albero. “Danno strani frutti, gli alberi del Sud, sangue sulle foglie e sangue sulle radici/Corpi neri che dondolano nella brezza del Sud/ strani frutti che pendono dai rami dei pioppi”.  Il "frutto strano" è il corpo di un nero linciato. La Columbia non volle incidere questo pezzo per paura che le alienasse il mercato meridionale. Nel 1951 incide "Gloomy Sunday" una triste ballata di origine ungherese. Qualcuno pensa che questa canzone possa in qualche modo essere collegata ad un'ondata di suicidi che colpisce l'America. Viene proibita alla radio. 

     È il periodo in cui Billie precipita nella droga e nell'alcool. Nel 1947 Viene arrestata a Filadelfia per detenzione di stupefacenti. Entra e esce dalla prigione e le viene proibito di cantare nei club newyorchesi. Si ammalerà sempre più spesso. La voce si incrina, diventa meno flessibile. Il pubblico continua ad adorarla. Nel 1954 pubblica la sua biografia "Lady sings the blues". In questi ultimi anni ha la possibilità di esibirsi in una serie di concerti dal vivo. Nel maggio ‘59 fa la sua ultima apparizione in pubblico al Phoenix Theatre di New York. Il 31 maggio viene ricoverata in ospedale. Sul letto di morte riceve un'altra condanna per detenzione di stupefacenti. Muore dieci settimane dopo di cirrosi epatica con due poliziotti al capezzale.

(Bianca Madeccia)

CAROLINA   CORONADO

Almendralejo, 1820 - 1921

 

Quando ebbi la mia prima scrivania - ero ancora adolescente - appesi al muro, di fronte a me, un'illustrazione che appartenne a suo tempo ad un calendario e che rappresentava l'immagine di una donna greca, forse Saffo, con una penna in mano. Io sapevo molto poco di questa poetessa, però bastava che fosse una donna, dell'antichità e intenta a scrivere per incoraggiare me a fare lo stesso.

     A metà del diciannovesimo secolo, epoca ancora critica e ostile alla scrittura femminile, Carolina Coronado (Almendralejo, 1820-1921) adotta nelle sue prime poesie la voce della poetessa greca che in quel periodo veniva ormai ammirata, permettendosi così di parlare come donna da una posizione di autorità poetica. Carolina riconosce a Saffo l'essere stata creatrice di una tradizione e di un linguaggio poetico femminile, tradizione che autorizzava la voce femminile nella poesia e della quale naturalmente si fece erede. La ricerca della tradizione nella scrittura femminile portò Carolina Coronado anche a Teresa d' Avila, di cui tenne sempre un ritratto sulla scrivania; di lei e di Saffo affermerà che sono "Geni gemelli", perché in loro vede mostrarsi in ugual modo la potenza dell'amore ed è questa che spinge le altre donne alla creazione letteraria. "Saffo, dice Carolina, fa comporre versi, Teresa preghiere".

     L'esempio di due riconosciute scrittrici francesi più prossime al suo tempo, Madame de Stael (1766-1817) e George Sand - pseudonimo di Aurore Dupin - (1804-1876), offrì alla poetessa un modello da seguire. Nonostante entrambe fossero considerate estremamente immorali dalla società spagnola, Carolina Coronado trovò in loro una tradizione femminile che le offriva un linguaggio proprio col quale esprimere la sua opposizione alle regole culturali e sociali che limitavano la vita delle donne, un linguaggio per la critica della loro oppressione. Le poesie "Il marito aguzzino", "Nel Castello di Salvatierra" e altre manifestano questo sentimento.

     Insieme alla riconosciuta scrittrice Gertrudis Gómez de Avellanada (1814-1873), tutte e due membri del Liceo di Madrid, diede impulso alla creazione di spazi letterari per le donne: nel 1845 Gertrudis Gómez assume la direzione della rivista "L'illuminismo delle Dame", alla quale collabora Carolina Coronado, che, a sua volta, dirige da Badajoz "Il Pensiero", dove nel 1844 pubblica la scrittrice Angela Grassi (1823-1883). 

     Da queste e molte altre riviste dell'epoca, promossero e difesero le creazioni di altre autrici del loro tempo: Vicenta García Miranda, Robustiana Armiño, Josefa Massanés. Il generoso aiuto che Carolina Coronado offrì a queste poetesse si estese successivamente dall'una all'altra: Amalia Fenollosa, Encarnación Calero de Los Ríos, Dolores Cabrera Heredia. Ogni volta che una donna pubblicava per la prima volta le sue poesie, si mettevano in relazione con lei attraverso la scrittura, offrendole amicizia e appoggio. Mantennero fra loro un' abbondante corrispondenza con la quale si incoraggiavano a scrivere e si dedicavano poesie; nelle loro lettere si salutavano e accomiatavano affettuosamente, chiamandosi sorelle. La stretta relazione che alcune di loro stabilirono era nota pubblicamente nei circoli letterari del momento, dove si giunse a chiamarle come "le poetesse della confraternità lirica".

     Carolina Coronado, riconosciuta e ammirata dalle poetesse più giovani, mantiene e cura le relazioni con loro, mentre le incoraggia con le sue poesie: "Cantate, belle", "Alla signorina di Armiño", "A Elisa", "A Ángela"…. rendendo possibile che il loro desiderio di scrivere si mostrasse nel mondo.

     Saffo, Teresa d'Avila, George Sand e Madame de Staël furono le "quattro madri" di Carolina Coronado. Sentendosi orfana di tradizione letteraria femminile, costruì con loro una genealogia di donne scrittrici, aprendo così per sé, ma anche per altre, uno spazio simbolico di creazione femminile dal quale potersi dire liberamente. Genealogia che Carolina Coronado mantiene facendo nei confronti della sua contemporanea Gertrudis Gómez de Avellaneda lo stesso gesto fatto con le donne che l'avevano preceduta: un riconoscimento di autorità, come appare chiaramente nella poesia "Io non posso seguirti con il mio volo", (1) di cui fanno parte questi versi:

"L'entusiasmo che verso te mi spinge/ la dolce fede che ti guida verso il mio amore/
fanno sì che in compagnia amica/ il mio canto unito ai tuoi accenti voli;/ di più non so colomba se io temo/ che, alla fine, debba restare sola nella via/ perché vai così ascendendo nel cielo/ che io non posso seguirti con il mio volo"

(1) Carolina Coronado, Poesias, Ed. Noel Valis, Madrid, Castalda, 1991 Colection Biblioteca de Escritoras

Bibliografia: Kirkpatrick Susan, Las Romanticas. Escritoras y subjetividd en Espana, 1825-1850, Madrid, Catedra, 1989 Colecciòn Feminismo

(Carmen Delgado Echeverrìa)

 

PEGGY  GUGGENHEIM

e il sogno del Museo contemporaneo

New York, 1898 - 

Peggy Guggenheim nacque nel 1898 a New York, da una famiglia di 

origine svizzera: il bisnonno Simon era emigrato nel 1847 a Filadelfia. Nel 1912 il padre di Peggy morì a bordo del Titanic, lasciando a moglie e figlia parte delle ricchezze della famiglia Guggenheim. Nel 1938 Peggy progettò l'apertura di un museo di arte contemporanea a Londra. Non riuscì nell'impresa, riunì comunque, tra il 1939 ed il 1941, più di 170 opere d'arte moderna gran parte delle quali è tuttora presente nella sua collezione.

Nell'ottobre 1942 inaugurò a New York una galleria-museo, chiamata 'Art of This Century'. L'inaugurazione fu l'occasione per un gesto simbolico: Peggy indossò un orecchino creato da Alexander Calder ed uno creato da Tanguy per dimostrare la propria imparzialità tra l'arte astratta e surrealista. Nel 1947 Peggy decise di tornare in Europa; nel 1948 espose la sua collezione alla Biennale di Venezia.
Nell'anno successivo acquistò Palazzo Venier dei Leoni, qui trascorse il resto della sua vita e realizzò il suo sogno: aprire un museo di arte contemporanea.

Vi si possono tuttora ammirare opere cubiste, astratte e surrealiste di artisti famosi quali: Picasso, Boccioni, Duchamp, Braque, Kandinsky, Mondrian e moltissimi altri.
Peggy continuò ad acquistare opere d'arte fino agli anni sessanta quando vari fattori la portarono ad interrompere la collezione. Curò successivamente la presentazione dei più importanti movimenti rappresentati nella sua raccolta (cubismo, arte astratta europea, surrealismo ed il primo espressionismo astratto), e si preoccupò di garantire un futuro al museo che aveva creato.  

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  La Collezione Peggy Guggenheim (Peggy Guggenheim Collection) di Venezia è considerata una delle maggiori raccolte d'arte moderna internazionale.
È costituita principalmente dalle opere di proprietà di Peggy Guggenheim. Ad esse si sono aggiunte alcuni recenti acquisti e depositi di altre importanti collezioni private: la collezione di Gianni Mattioli, la Raymond and Patsy Nasher Sculpture Collection di Dallas.

La Collezione Peggy Guggenheim ha sede presso Palazzo Venier dei Leoni, affacciato sul Canal Grande nel tratto tra la chiesa di Santa Maria della Salute e l'Accademia. Dal 1949 fino alla morte, fu dimora di Peggy Guggenheim.
Oggi la collezione fa parte della Solomon R. Guggenheim Foundation di New York.

La raccolta è contenuta dal punto di vista quantitativo, ma eccezionale da quello qualitativo.
Documenta le principali avanguardie storiche (cubismo, futurismo, dadaismo, astrattismo, surrealismo, costruttivismo russo) e numerosi aspetti dell'arte del dopoguerra in America e in Europa. Sono presenti grandi capolavori di personalità del calibro di Pablo Picasso, Georges Braque, Fernand Léger, Constantin Brancusi, Paul Klee, Wassily Kandinsky, Piet Mondrian, Kasimir Malevich, Marc Chagall, Giorgio de Chirico, Marcel Duchamp, Max Ernst, Salvador Dalí, Rene Magritte, Yves Tanguy, Joan Miró. Uno spazio particolare è riservato al surrealismo.
Tra gli artisti del dopoguerra giganteggia la figura di Jackson Pollock, uno degli artisti più apprezzati da Peggy Guggenheim.
Recenti lavori di ristrutturazione hanno dotato la Collezione Peggy Guggenheim di spazi per esposizioni temporanee, museum-shop e per i servizi al pubblico.

(Maria Antonietta Pappalardo)

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