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DARIS   CHRISTANCO

e il coraggio del popolo U'WA

Bogotà (Colombia), 1972

 

Eccola, la ferocia della globalizzazione: è tutta negli occhi di Daris Christanco, 

29 anni, indigena del popolo UWA, circa 10 mila persone che tentano di sopravvivere a nord di Bogotà, in Colombia, uno dei paesi più violenti dell’America latina, teatro di scontri per il possesso delle due ricchezze principali: il petrolio e la produzione di coca, dalla quale poi si raffina la droga dei ricchi.

     Lei racconta, senza mai lasciare che le lacrime trabocchino dai suoi occhi scuri di giovane donna, già madre di cinque tra bambini e bambine, di come la Madre Terra stia morendo, offesa e violata dalle ruspe e dalle trivelle della Oxy, la compagnia petrolifera Usa che da dieci anni, senza che il mondo muova un pelo o quasi, sta demolendo uno degli ultimi territori vergini sul pianeta.

     Gli indigeni U'wa sono stretti tra il colosso del petrolio e le bande paramilitari mercenarie, che spesso vengono utilizzate anche dallo stesso governo per sgombrare il territorio con la forza; in queste occasioni vengono uccisi bambini, bambine, persone anziane, chiunque si frapponga sulla strada del progresso, la strada lucida del cancro nero senza il quale l’Occidente è perduto.

     Daris parla di aria che manca, di alberi secolari che spariscono, di diritto alla vita non solo per loro, ma per tutte le persone che sulla terra rischiano seriamente, oggi, di non ereditare che morte e malattie a seguito della deprivazione del territorio. Il loro territorio, ma anche il nostro territorio, l’intero pianeta.

Vengono i brividi, a mettere insieme la spaventosa lista di catastrofi non naturali (e anche su quelle naturali spesso l’intervento umano ha grosse responsabilità) che stanno demolendo il patrimonio di ricchezza ambientale in mare, nell’aria e sul territorio. Ma anche qui, se non accade sulle tue coste, sul tuo piccolo parco, nel tuo quartiere, in fondo che ci si può fare?

     La selva di Daris è lontana, e tuttalpiù questo riferirsi al mondo con termini così poetici può incuriosire per qualche secondo gli amanti della new age: che può importare a noi se qualche migliaio di persone di un paese povero viene decimato? Il progresso globale richiede pur dei sacrifici, meglio se allora li fanno degli indigeni. 

Il problema però è che Daris è sì un’indigena, ma è anche una laureata in scienze sociali, ha un indirizzo e-mail e parla tre lingue, gira l’Europa insieme ad un altro indigeno (che tra l’altro non è suo marito, il suo compagno è al villaggio con i piccoli), Giuseppe Di Marzo, appassionato ecologista che da anni segue la vicenda U'wa per conto dei Verdi italiani. Non è poi così facile fare spallucce, perché Daris porta argomenti stringenti, mette in guardia con autorevolezza l’Occidente sulle ripercussioni che fin da ora stanno causando la deforestazione e la perdita di quel valore primario, la diversità biologica, che si impoverisce con il ritmo vertiginoso di scomparsa di 100 specie animali e vegetali ogni anno dal pianeta.

Come dire: i miei bambini non vedranno mai, se non in tv, circa 1000 tra piante e animali che invece io ho potuto conoscere. E l’elenco si allunga ogni giorno. L’estinzione è la nostra cifra, e su questa costruire un futuro è un paradosso.

     Lei, l’indigena che rischia di estinguersi, alla domanda su cosa pensa dell’Occidente, risponde senza esitazione, e inesorabilmente: "Mi sembrate una cultura triste, perché tutta la vostra ricchezza deriva in gran parte dall’avere saccheggiato il vostro ambiente e quello di altri popoli e terre, come nel nostro continente. Come si può essere felici e in pace se si distrugge?"

* Le anziane e gli anziani del suo popolo hanno accettato che una delegazione di giovani viaggi in Europa, nel mundo dabbajo, per tentare la strada della relazione con chi voglia aiutarli a fermare il genocidio. 

(Monica Lanfranco)

Fonte: Monica Lanfranco, Il coraggio di Daris (integrale), nel sito web www.marea.it

 

EMILY   DICKINSON  

la poesia come religione

 Amherst, MASSACHUSSETTS (United States), 1830-1886  

 

Io non sono nessuno! E tu chi sei?

Nessuno pure tu?  

                         Allora siamo in due, ma non lo dire!

                      Potrebbero bandirci, e tu lo sai!

                       Che grande noia, essere qualcuno!

                     Quanto volgare - dire il nome tuo  

                       Per tutto giugno - come fa la rana -

                        A un pantano che ti ammira!

Emily Dickinson non si mosse quasi mai da Amherst: qui nacque, visse e 

morì. Era un villaggio della Nuova Inghilterra dalla forte tradizione puritana: vita austera, lettura quotidiana della Bibbia, lotta al peccato, incitamento al pudore e all’esame di coscienza; un mondo regolato dall’orologio rituale del lavoro casalingo, delle cerimonie religiose e dei funerali. Eppure, in questo luogo così appartato e tradizionale, Emily scoprì e immaginò l’universo (ai geni capita: così a Recanati, così nella brughiera delle sorelle Bronte e nella canonica di campagna di Jane Austen). 

     Riuscì a usare gli oggetti familiari e i termini della cultura puritana per esprimere simbolicamente il mondo, e i campi e i giardini del villaggio diventarono la Natura. Emily era molto miope e perciò guardava  le cose da vicino, poi le allargava con la fantasia e la forza delle sue metafore: così ci ha lasciato 1775 poesie e volumi di lettere scritti in uno straordinario linguaggio poetico. 

     Sono canti sulla natura e meditazioni sulla morte, ma soprattutto sono poesie d’amore, scritte con la cosciente volontà di esser parte di quella tradizione letteraria femminile che si era resa forte e orgogliosa soprattutto dopo la pubblicazione dei versi di Elisabeth Barrett Browing. 

     La miope Emily, nel suo villaggio lontano, diventò un punto di risonanza fortissimo e appassionato: leggeva tutte le scrittrici anglo-americane, la sua solitudine era piena delle altre; faceva di tutto per conoscere la loro vita, partecipava come una sorella dei loro patimenti e della loro morte: conosceva tutto delle Bronte, aveva un culto per George Eliot, amò appassionatamente Elisabeth Barrett. 

     Il 1861 - anno in cui comincia la sua produzione più alta - è da lei ricordato non tanto per la Guerra di Secessione, che pure segnò la sua famiglia e il villaggio, quanto per la morte di Elisabeth, evento importantissimo, come se ne dovesse onorare la scomparsa tenendone viva la tradizione, “ereditando” il linguaggio poetico e amoroso, suscitandone l’eco.  

Una parola è morta

Quando è detta -

C’è chi dice così.

Io dico invece 

Ch’essa comincia a vivere 

  Proprio quel giorno

(Eleonora Chiti)  

 

Opere

Poesie (con testo a fronte), introduzione, traduzione e note di Guido Errante, Bompiani, Milano

Poesie (con testo a fronte), introduzione, traduzione e note di Margherita Guidacci, BUR, Rizzoli, Milano

Poesie e lettere, a cura di Margherita Guidacci, Tascabili Bompiani, Milano  

Bibliografia

Le pagine critiche nelle edizioni citate

Luisa Muraro, Emily Dickinson in Lingua e verità, Quaderno di “Via Dogana”, Libreria delle Donne, Milano

Grazia Livi, Da una stanza all’altra, Garzanti, Milano

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo, Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000

 

RIGOBERTA  MENCHÙ

e la lotta per la pace

San Miguel de Uspantàn (GUATEMALA), 1959

La storia di Rigoberta Menchù e della sua gente è diventata ormai in tutto 

il mondo uno dei simboli più conosciuti e intensi della battaglia incessante degli oppressi della Terra per ottenere la libertà, pace e rispetto delle proprie usanze e culture.

     Rigoberta nasce nell'aldea di Chimel nel dipartimento di Quichè, a nord-ovest del Guatemala. Quichè è il nome dell'etnia indigena erede della millenaria cultura Maya. L'esistenza degli indios guatemaltechi è segnata da plurisecolari persecuzioni, prima da parte dell'antico colonizzatore spagnolo, poi da parte di dittature imperialiste appoggiate dai governi americani. 

     I tentativi pacifici di instaurare un regime democratico sono tutti falliti, incluso quello del padre di Rigoberta, Vicente Menchù, eroe contadino morto nel 1980 nel rogo dell'Ambasciata di Spagna a Città del Guatemala, mentre tentava disperatamente di richiamare l'attenzione internazionale sulle arbitrarie espropriazioni delle terre e sul sistematico genocidio operato dal governo locale. 

Vicente soleva dire a sua figlia : "C'è a chi tocca dare il proprio sangue e c'è a chi tocca dare le proprie forze; perciò, finché possiamo, diamo la forza".

     Bracciante agricola non pagata, Rigoberta aiuta la madre che, con il figlio piccolo sulla spalla, lavora nei campi di caffè e di mais; l'ascolta mentre coglie le erbe e le insegna quali sono buone da mangiare e quali servono per guarire; aspetta spesso che ella torni da un'altra aldea (villaggio) dove va per far nascere i bambini."A mia madre piaceva aver sempre qualcosa da fare. E in effetti sapeva fare di tutto. Un'altra sua particolarità era che le piaceva offrire sempre qualcosina, per cui ci obbligava a tenere un po' d'acqua calda sul fuoco. Chiunque passasse da casa almeno un po' di 'atol' glielo si poteva preparare" - così Rigoberta ricorda sua madre nella lunga narrazione della sua vita fatta nel gennaio 1982 alla sociologa Elisabeth Burgos.

    Le trema la voce quando parla del lungo sequestro di sua madre, durante il quale questa fu più volte violentata e torturata dai militari, per poi essere abbandonata sotto un albero dove rimase viva per altri cinque giorni prima di morire dissanguata. 

Nell'anno in cui narra Rigoberta ha solo ventitré anni, ma ha fatto la sua scelta di vita: ha imparato lo spagnolo e, esiliata dal governo creolo, va in giro per il mondo a gridare il tormento delle popolazioni amerindiane. "Han sempre detto: poveri indios, che non sanno parlare. Così molti parlano per loro. Fu per questo che mi decisi ad imparare il castigliano".

"Arriva così fino a noi", scrive Alessandra Riccio in un articolo del 1991, "una voce forte e chiara", che, senza perdere la memoria dei riti ancestrali e l'amore per la tradizione, scopre che la comunicazione può essere lo strumento di salvezza per i popoli oppressi. 

    Ed è ad essi che Rigoberta dedica il suo Premio Nobel per la Pace 1992, dicendo "Libertà per i popoli indigeni dovunque siano in America e nel mondo. Poiché fino a quando i popoli indigeni vivranno, vivrà la fiamma della speranza e un patrimonio originale per l'umanità".

David Maria Turoldo, che ha sostenuto in Italia, insieme a centinaia di persone, l'azione di Rigoberta, le ha dedicato questi versi, che mi piace qui riportare:

Un campo sterminato di rovine

la memoria

nulla che non fosse male

mi rimase estraneo. 

Ma fierezza mi conforta

fino a credere che mi perdonerà.

da David Maria Turoldo,"Canti ultimi" (1991)

(Maria Antonietta Pappalardo)

 

Bibliografia

Burgos Elisabeth, Mi chiamo Rigoberta Menchù, Giunti 1991 (14° Ristampa dal 1983)

Fonte: Maria Antoniettta Pappalardo (a cura di), Ritratti di donne dall'età greca all'età contemporanea, Bandecchi e Vivaldi Editore, Pontedera, 2000

 

ANNA MAE

La leader dell'American Indian Movement

27 marzo 1945, Nuova Scozia (canada) - 24 febbraio 1976 (?)

Alla nascita dei movimenti di militanza politica dei Nativi d'America, 

nei primi anni '70, non v'è figura altrettanto significativa di quella di Anna Mae Pictou Aquash. Membro attivo dell'American Indian Movement, madre, sposa, operatrice sociale e insegnante, la sua figura s'impone per la sua prematura scomparsa quanto per l'impegno della sua vita.

Nata il 27 marzo 1945, in un piccolo villaggio in Nuova Scozia, Canada, dopo un'infanzia in estrema povertà in una piccola riserva Mi'Kmaq, dove potè comunque assimilare la ricchezza culturale del suo popolo, frequentò una scuola pubblica e dovette subire quella dura, quotidiana discriminazione razziale causa di tanti abbandoni tra i suoi compagni Mi'Kmaq.

Nel 1968 si iscrisse al movimento per i Diritti dei Nativi, Riconoscimento Culturale e Rispetto dei Trattati, lavorando come volontaria nella Sede di Boston, Massachussets, dell'Indian Council, dove il suo impegno era diretto a aiutare i giovani nativi inurbati a sviluppare l'autostima e allontanarli dall'alcol, piaga ricorrente nelle comunità indiane.

Qui Anna ebbe notizia di una protesta organizzata dall'A.I.M. per confutare la versione ufficiale della festa del Thanksgiving (Ringraziamento) e raggiunse i partecipanti alla Mayflower II, una replica della nave che aveva trasportato i pellegrini in America (erano così chiamati i primi europei che approdavano nel nuovo continente). La storiografia ufficiale racconta dei nuovi venuti accolti festosamente dagli Indiani, trascurando il corollario di conquista e sangue che aveva accompagnato l'arrivo degli europei nel nuovo mondo.

Anna proseguì nell'impegno didattico e sociale, e quando le venne offerta una borsa di studio dall'università di Brandeisin, Massachusetts, la rifiutò per proseguire nel suo impegno presso le comunità indiane e di colore. Nel 1972, Anna participò alla marcia del Trail of Broken Treaties promossa dall'A.I.M., a Washington, D.C., che attrasse indiani da ogni luogo, e la prima in cui essi avessero aderito come popolo unito.

Nell'Aprile del 1973, prestò aiuto nel luogo del Massacro di Wounded Knee, nei pressi della riserva di Pine Ridge, in Sud Dakota, dove un gruppo di 200 attivisti dell'AIM era convenuto per attrarre attenzione sulla corrotta amministrazione del capo tribale dei Sioux Oglala, Richard "Dick" Wilson. Nel 1974 si portò presso una sede dell'AIM a St. Paul, Minnesota, e partecipò all'occupazione del monastero cattolico abbandonato degli Alexian Brothers. L'azione si concluse pacificamente, ma Anna era ormai nelle liste dell'F.B.I (Polizia Federale).

Nell'estate del 1975, con il responsabile per la sicurezza dell'AIM, Leonard Peltier, Anna raggiunse Pine Ridge per organizzare la sicurezza dei sostenitori e dei tradizionalisti dell'AIM che erano sistematicamente attaccati dalla polizia provisionale di Wilson. Il 26 giugno, durante un conflitto tra membri dell'AIM e agenti federali, due agenti e un giovane indiano rimasero uccisi. La conseguente caccia internazionale ai responsabili condusse all'arresto di Peltier con l'accusa di omicidio. In settembre, Anna fu fermata durante una retata nella riserva di Rosebud, Sud Dakota.  Temendo il peggio passò in clandestinità. In novembre, Anna fu di nuovo arrestata e estradata in Sud Dakota per rispondere dell'azione di Rosebud e del possesso illegale di armi. Rilasciata su cauzione, tornò in clandestinità.

Il 24 febbraio 1976 il cadavere di Anna fu rinvenuto da un allevatore Lakota e portato al presidio sanitario di Pine Ridge per l'autopsia, che certificò la morte come dovuta a assideramento; le mani furono amputate e inviate al quartier generale dell'FBI, a Washington DC, per l'identificazione. Quando la famiglia ne fu informata ottenne, con il sostegno dell'AIM, una seconda autopsia che rivelò un foro da proiettile cal. 32 alla base del cranio. Il decesso fu allora rubricato come omicidio e l'inchiesta avviata. Anna fu sepolta con rito indiano.

Nonostante le interrogazioni di due senatori al Parlamento e al Dipartimento della Giustizia, e le richieste ufficiali delle autorità canadesi su un loro cittadino, l'assassinio di Anna Mae resta irrisolto.

(Maria Antonietta Pappalardo)

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