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SHAHRAZAD, LA PAROLA E LA PAURA

 

Clara Pappalardo

 

 

     Il mitico personaggio che presentiamo in questa pagina esercita da secoli un grande fascino sugli uomini, ma soprattutto sulle donne: è Shahrazad, la protagonista della famosa raccolta di fiabe arabe "Le mille e una notte". La causa di tanta attrazione è da ricercarsi, a mio avviso, nel fatto che è un personaggio forte, vincente, senza paura, dotato della modalità tipicamente femminile di rapportarsi all’altro/all'altra attraverso l’affabulazione e il dialogo. Una modalità che si oppone alla volontà di dominio e di annullamento del diverso da sé che è, invece, caratteristica della cultura patriarcale. Shahrazad, quindi, nel contesto storico e culturale che stiamo attraversando, può ben rappresentare il superamento, o meglio, l’elaborazione  della paura nei confronti della diversità, paura che accomuna sia il rapporto tra l’uomo e la donna che quello tra l’Islam e l’Occidente.

     E’, Shahrazad, certamente una figura complessa, come complessi sono i punti di vista con cui nei secoli è stata rappresentata, avendo essa ispirato innumerevoli artisti, cineasti e studiosi sia dell'Oriente che dell'Occidente. Tra le tante, le analisi che abbiamo scelto, fortemente differenziate tra loro sia per i diversi ambiti disciplinari da cui partono che per le diverse finalità che intendono perseguire, sono quelle elaborate alla fine del XX secolo da: Adriana Cavarero, Bruno Bettelheim e Fatema Mernissi

Si può ipotizzare che l'attuale violenza contro le donne, nel mondo musulmano, sia dovuta al  fatto che si attribuisce loro un cervello funzionante, e che in Occidente le cose siano più tranquille perché le donne sono ritenute incapaci di pensare, o questo fingono di essere, se i loro Imam hanno bisogno di ritualizzare questa illusione?

Fatema Mernissi, L'Harem e l'Occidente, p. 82

 

     Adriana Cavarero, una delle maggiori filosofe viventi, esponente del "pensiero della differenza sessuale", docente di Filosofia della politica presso l'Università di Verona, parla di Shahrazad nel suo testo del 1997 dal titolo "Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione". Prendendo spunto da quanto espresso da Michel Foucault sul "rapporto che il linguaggio intrattiene con la morte" nella civiltà occidentale, la Cavarero mette in rilievo "la funzione generatrice" che Shahrazad rappresenta con le sue straordinarie capacità affabulatorie all'interno della civiltà orientale. Molto efficacemente ella così conclude il suo ragionamento: "Contrariamente alla legge del sultano, che fa seguire la morte al sesso, la legge di Shahrazad fa seguire al sesso il racconto, slegando il sesso medesimo dalla morte e dal rito della deflorazione. La narrazione e l'amore coniugale procedono di pari passo in "Mille e una notte". Il racconto non solo ferma la morte, ma guadagna il tempo per generare vita. Sulla scena narrativa della relazione, nonostante il suo marchio terrificante, eros e racconto obbediscono ad un unico ritmo."

     Bruno Bettelheim, dal canto suo,  dà della storia di Shahrazad un’interpretazione squisitamente psicoanalitica, mirando, come sempre nei suoi scritti di psicologia infantile, a formulare un metodo educativo che permetta ai bambini e alle bambine di costruirsi personalità ben integrate. Il re Shahriyar, che ad ogni nuova alba dà la morte alla sposa di una notte, rappresenta una persona dominata dalle pulsioni distruttive dell’Es; Shahrazad, invece, rappresenta l’Io, che ha la funzione di controllare, incanalare gli istinti in un ordine regolatore e civilizzatore. Un Io che nel caso di Shahrazad è strettamente connesso al Super-Io, poiché ella è disposta a rischiare la vita per ubbidire ad un imperativo morale. Bettelheim sottolinea con forza, nel suo capolavoro  "Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe", il potere delle fiabe di trasformare la nostra personalità e di guidarci nel tentativo di raggiungere un’integrazione interiore, capace di far coesistere i vari “diversi”, spesso  contraddittori, di cui è costituita la nostra personalità evitando che diano origine a conflitti insanabili ed autodistruttivi.

     Straordinariamente lucido e nuovo è, infine,  lo sguardo con cui Shahrazad viene osservata da una scrittrice femminista di cultura araba, Fatema Mernissi. Ella afferma che nel mondo islamico Shahrazad è considerata un’eroina politica, una liberatrice che, grazie al suo coraggio e alle sue doti intellettuali e psicologiche, riesce a sconvolgere l’equilibrio del potere che il re nella sua paranoia aveva comunque raggiunto e a vincere portando il re verso un equilibrio nuovo di pace e di serenità.

     Shahriyar e Shahrazad rappresentano il conflitto cosmico tra il Giorno (il maschile come ordine obiettivo, il regno della Legge) e la Notte (il femminile come ordine soggettivo, il regno del Desiderio). L’opposizione tra il sultano e la narratrice di storie rispecchia il conflitto dirompente nella cultura musulmana tra la sharia, la verità sacra, e l’immaginazione, con tutta la sua carica di sovvertimento del reale e delle sue leggi.  

     Interessante è anche la diversa concezione della donna che emerge nel mondo islamico e nel mondo occidentale se si scandaglia l’immaginario erotico. Lo testimonia la stessa figura di Shahrazad. Ella, infatti, viene descritta nel testo arabo originale in modo significativamente differente  da come è presentata nella traduzione francese dello studioso Antoine Galland agli inizi del Settecento. Nell'originale arabo c’è una lunga descrizione delle doti intellettuali di Shahrazad, presentata come una donna che aveva letto libri di letteratura, filosofia, scienza e medicina, che conosceva a memoria le poesie, che aveva studiato i resoconti storici ed era ferrata nei proverbi degli uomini e nelle massime di saggi e re; una donna intelligente, colta, saggia e raffinata. Nella versione occidentale l’autore limita la descrizione della mente di Shahrazad a tre aggettivi “colta, vivace e sapiente”, per poi subito passare alla bellezza del corpo, dei vestiti e dei monili.

     Ciò, in qualche modo, avvalora la tesi sostenuta dalla Mernissi, secondo la quale l’uomo orientale, rassicurato nella sua identità di dominatore e padrone dell’harem, ritiene importante, per potersi sentire eroticamente coinvolto, che la propria donna possegga  intelletto vivace e vasta cultura; invece, l’uomo occidentale, perennemente in crisi e reso vulnerabile dalla sua inconscia paura della donna, tanto più forte quanto maggiore è la sua libertà, riesce a ritrovare la propria mascolinità passivizzando la partner e riducendola a puro corpo da possedere. Pertanto, secondo l’acuta tesi della Mernissi, il “velo” delle donne occidentali è paradossalmente il loro “disvelarsi”, l’ossessione di corrispondere a un modello puramente esteriore dettato dagli uomini. In maniera ironica ma a conclusione di un discorso logicamente ineccepibile e ricco di “prove” artistiche e letterarie, Mernissi afferma: ”Ho scoperto che l’harem delle donne occidentali è la taglia 42”.

     Secondo Taha Hussein, un influente pensatore egiziano presentatoci dalla stessa Mernissi, la civiltà comincia quando si stabilisce un dialogo tra i detentori del potere e coloro che ne sono privi, e la barbarie finirà quando gli uomini impareranno a dialogare nella loro intimità con le donne. Parole che dimostrano l’esistenza di un terreno di comuni ideali, di pratiche da costruire insieme, di principi da affermare ad ogni latitudine e da sostenere unendo gli sforzi di donne e uomini di buona volontà. Alla fine della storia Shahrazad così risponde al re Shahryar, che le chiede “Chi sei? Che cosa vuoi?”: “Chi sono? Io sono Shahrazad che per anni ti ha offerto di ascoltare le sue storie perché ero così spaventata da te. Ora ho raggiunto uno stadio in cui posso darti amore perché mi sono liberata dalla paura che tu mi ispiravi. Che cosa voglio? Io voglio, mio signore, mio re, avere un assaggio di serenità. Provare la gioia di vivere in un mondo libero dall’ansia e dalla paura”.

      Possiamo, dunque, affermare che il mito di Shahrazad, se lo si spoglia dei fronzoli occidentali e lo si veste degli attributi originari, rappresenta un modello femminile attualissimo. E' il modello di una donna che combatte la paura con il dialogo. E' il mito della 'grande affabulatrice'  che valorizza la propria tradizione culturale per trasformare l'esistente.

 

S H A H R A Z A D

da "Mille e una notte"

Nella traduzione e rielaborazione occidentale di Antoine de Galland *

Nell’antica India governava un grande re, sapiente e forte, discendente della stirpe dei Sassanidi. Alla sua morte i due figli, generosi e saggi, avevano pacificamente accettato la volontà del padre che lasciava al primogenito  tutto il regno, grande dalla Persia alla gran Tartaria, la cui capitale Samarcanda splendeva per le cupole di porcellana e d’oro.  

Alcuni anni dopo il re Shahriyar mandò il suo gran visir dal fratello per invitarlo a corte. Proprio prima della partenza il re di Tartaria si accorse della perfidia della sua sposa e con gran dolore dovette farla uccidere insieme all’amante. Arrivato alla residenza del fratello non riusciva a dimenticare la sua disgrazia e nulla poteva alleviare il suo dolore, non volle neppure partecipare ad una battuta di caccia al cervo, nei boschi vicini. 

Mentre il re Shahriyar era fuori, si accorse che la cognata e dieci ancelle si concedevano piaceri proibiti e fedifraghi. Quando il sovrano venne a conoscenza del tradimento ed entrambi i fratelli appurarono che molte erano le donne infedeli, i loro cuori si indurirono. Così, mentre il giovane tornava a Samarcanda, il re emanò un editto dichiarando che i suoi prossimi matrimoni sarebbero durati solo un giorno, al mattino successivo la sposa sarebbe stata strangolata.

Numerose furono le fanciulle che subirono questa sorte ed i genitori delle poverine gemevano: nella città le ragazze venivano tenute nascoste, ma a volte, inutilmente. Il gran visir, suddito onesto e fedele, aveva due figlie, entrambe virtuose e belle. La maggiore, anche colta, vivace e sapiente, chiese al padre di essere portata dal re accordandosi con la sorelle affinché,  mentre lei giaceva col re nell’alto letto reale d’uso in quei paesi, la sorella si stendesse su una stuoia ricordando di svegliare la sposa prima dell’alba. 

Il gran visir accompagnò suo malgrado le figlie alla reggia. Quando il re fece scoprire il volto alla saggia Shahrazad, rimase incantato dalla sua bellezza: la forma ovale, gli occhi vellutati, la pelle liscia bianco-rosata, i capelli neri intrecciati a fili d’argento con al centro una mezza luna incastonata di diamanti; gli orecchini erano stelle dondolanti; l’abito, che finiva su pesanti pantaloni a sbuffo, era con fili d’argento e rosa. Il re fu felice per le ore d’amore donategli durante la notte dalla giovane sposa, per questo esaudì il suo desiderio di poter raccontare alla sorella una favola, prima che il nuovo giorno la portasse alla morte.

La fanciulla cominciò a raccontare, la sua voce voluttuosa si  accompagnava con musica di magica dolcezza. L’alba la trovò mentre ancora descriveva con parole appropriate e movenze graziose, sottolineate dal fruscio dei veli e dai monili tintinnanti. Il re era molto interessato al racconto e sospese l’esecuzione per poter conoscere la fine della storia.

Giorno dopo giorno, il primo sole colorava di rosa le sete tessute d’argento e d’oro della sala, i cofani rivelavano i loro tesori sfavillanti di rubini e diamanti incastonati con certe perle e zaffiri, il racconto continuava e la vita acquistava un nuovo interesse e significato. Le ore trascorrevano veloci, affrettate dal desiderio del re di giacere con la giovane fanciulla ed ascoltare le sue parole che evocavano sultani, mercanti, maghi, geni, principesse e marinai.

Quanti personaggi prendevano vita grazie alla fantasia della giovane! Anni ed anni finché un giorno Shahrazad chiese ai servi eunuchi di portare alla presenza sua e del re i tre figlioletti nati dalla loro unione. Guardandolo, con gli occhi profondi colmi d’amore e devozione, brillanti ancora di luci di tante notti di veglia, gli chiese se fosse stato soddisfatto o fosse ancora intenzionato a mettere in atto il suo editto mandandola a morte.

“Che Allah benedica te, tuo padre e tua madre, la tua stirpe e la tua discendenza!” le rispose il sultano. Fu fatta gran festa: il re elargì doni ai ministri e ai dignitari; la città fu ornata da lumi e cortei in festa per trenta giorni. Shahriyar e il suo regno condussero vita felice e gioconda, ed il ricordo di Shahrazad, la nobile fanciulla, persiste, pur col passare del tempo.

 

* Antoine de Galland (1646-1715), interprete e scrittore francese, si dedicò con grande interesse all’approfondimento della conoscenza ed alla diffusione della cultura orientale in Europa. Dopo numerosi viaggi e permanenza tra sultani e sceicchi a Damasco, Bassora e Costantinopoli, fece ritorno a Parigi dove aveva studiato lingue orientali. Pubblicò, oltre alla traduzione del Corano, un’appassionante storia di Saladino e la vita di Genghiz Khan, fondatore dell’impero mongolo dei Tartari. Dal 1709 ricoprì la cattedra di professore di arabo al College de France. La sua fama è legata alla raccolta e traduzione delle “Mille e una notte”, più di 200 racconti arabi testimoni della vita sociale, culturale e religiosa dell’antico mondo islamico, per secoli narrati da cantastorie ed illustrati da miniaturisti che, con finissimi disegni in oro zecchino e colori a tempera fissavano su avorio o pergamena le scene più amate delle fiabe, come quella di Aladino, dove l’intelligenza del giovane e l’amore della principessa permettono di sconfiggere il mago africano, con l’aiuto della lampada magica. Raffigurate con pregevole arte furono pure la rara grazia della Bella Persiana e l’ammirazione del suo innamorato Nur Al-Din e gli sfavillanti tesori di Ali Babà. La corte di Versailles e lo stesso Re Sole Luigi XIV rimasero affascinati dall’opera complessa che faceva conoscere la storia, gli usi, i luoghi dove l’antica cultura persiana si era mescolata a quella di tanti popoli di diversi paesi, dall’Egitto alla Siria, dalla Turchia alla Persia, dall’India alla Russia sino alla Cina.

 

SHAHRAZAD SCONFIGGE LA MORTE

Adriana Cavarero

.....Il tema risaputo "della parentela della scrittura con la morte", ovverosia del "rapporto che il linguaggio intrattiene con la morte", è emerso come uno dei punti saldi del pensiero contemporaneo. 

     Si tratta, secondo Foucault, di un rapporto produttivo che dilata il lavoro del testo. Sulla linea della morte, per fermare ciò che lo fermerà, il linguaggio riflette se stesso come in uno specchio, e reagisce al decreto della sua estinzione moltiplicandosi all'infinito mediante questo gioco speculare. Ne darebbe testimonianza proprio la scena dei Feaci, dove viene in primo piano "il canto dell'aedo che già cantava Ulisse prima dell'Odissea e prima di Ulisse stesso (visto che Ulisse lo ascolta), ma che lo canterà indefinitamente dopo la sua morte (perché per lui Ulisse è come se fosse già morto); e Ulisse, che è vivente, lo riceve, questo canto, come la sposa riceve lo sposo colpito a morte". 1 Insomma, in una danza di intrattenimento con la morte, il racconto torna circolarmente a raccontarsi, si autoproduce in una narrazione potenzialmente infinita sulla soglia di quella fine che attira e genera la narrazione stessa.

...In netta opposizione all'epica greca sta, per Foucault, il racconto arabo delle Mille e una notte che ha invece come motivazione il non morire: "si parlava, si narrava fino all'alba per evitare la morte, per rimandare quella scadenza che avrebbe chiuso la bocca al narratore. Il racconto di Shahrazad è il contrario accanito dell'assassinio, è lo sforzo ripetuto ogni notte per mantenere la morte fuori dal cerchio dell'esistenza". 2 Diversamente dalla narrazione omerica, Shahrazad nega quindi alla morte la funzione di alimentare il potere immortalante del racconto. Diversamente dai filosofi contemporanei, ella fa del racconto un mezzo ancora potente per scongiurare la morte. C'è comunque una curiosa affinità tra la scena di Shahrazad e e quella che Foucault vede svolgersi alla corte dei Feaci. Su ambedue il racconto, come in un gioco speculare, prolifera e si moltiplica.

....Come è noto, il libro delle Mille e una notte consiste nella compilazione di storie fantastiche all'interno di una storia che le fa da cornice. Procedimento ampiamente utilizzato nella narrativa di invenzione - basti pensare, per stare in casa nostra, al Decameron - la cornice "esibisce, vistosamente, l'atto stesso del narrare". 3  

Il mondo orientale da due

 punti di vista

 

Harun ar-Rashid, il quinto califfo della dinastia degli Abbasidi, definito da Mernissi 'il califfo sexy'.

 

Gaston Saintpierre, "Chetahate (les danseuses)".

 La cornice è dunque il racconto che genera il racconto, esibendo senza mistero questa sua funzione generativa. Nelle Mille e una notte, essa consiste in una storia che apre e chiude la proliferazione interna delle storie.

.....Shahrazad è una figura speciale nello straordinario scenario di misoginia  - che vede il sultano far strangolare la moglie infedele, aggiungendovi la decapitazione immediata di tutte le sue serve, per poi riservarsi una lunga serie di notti nuziali con strangolamento mattutino accluso. 

Veniamo infatti a sapere che "aveva un coraggio superiore al suo sesso, uno spirito singolare e una meravigliosa perspicacia, aveva molto letto, ed era di memoria tanto prodigiosa che non s'era dimenticata di alcuna cosa". 4  

C'è così, nella costruzione narrativa, un gioco bipolare evidente. Da un lato, sta il sultano come simbolo di una posizione maschile di misoginia e crudeltà. Dall'altro lato, sta Shahrazad come simbolo di una sapienza femminile capace di smentire il pregiudizio misogino e di sconfiggerne gli effetti violenti.

 L'elemento più interessante non consiste tuttavia in questa pur anomala vittoria del femminile sul maschile, ma nel tipo di sapienza che Shahrazad incarna. Si tratta appunto dell'arte, tutta muliebre, del narrare.

In altri termini, di vaste letture e di buona memoria, la fanciulla viene sintomaticamente a confermare in terra araba tanto la "diva" che Omero invoca per il suo canto, quanto la mitica Calliope che, come ogni Musa, è figlia di Mnemosyne. 

Non occorre del resto disturbare l'epica antica per incontrare la storyteller: vecchie streghe o sagge nutrici, nonne o cicogne, fate o sibille, stanno in ogni punto dell'immaginario letterario a testimoniare le fonti e le pratiche femminili del narrare. 

Entrata nella nostra tradizione agli inizi del Settecento e divenuta ben presto la narratrice per antonomasia, Shahrazad funziona così da significativo legame fra un Oriente e un Occidente che concordano su una matrice femminile del racconto.

Le donne raccontano storie, e c'è sempre una forma all'origine del potere incantatore di ogni storia.

     Avvertite della matrice femminile del racconto, possiamo dunque scendere nel dettaglio della storia cha fa da cornice. Di indole coraggiosa e perspicace, la fanciulla araba legge, ricorda e racconta. Ella non è dunque l'autrice delle storie, bensì colei che le tramanda. Completamente sua è tuttavia l'arte di scegliere le occasioni e i modi che riguardano la narrazione. Nessuno, infatti, la costringe a prodigarsi nel suo talento, anzi, è lei stessa a decidere di rischiare la vita per salvare con la sua arte altre vergini da un'inevitabile morte. Lungi dal trovarsi involontariamente in una situazione dove le tocca  di raccontare per non morire, Shahrazad vive quindi per raccontare e perché altre vivano. La morte, che incombe alla fine di ogni racconto, è stata sfidata per una scelta esplicita. 

     Per decreto di un campione della virilità, che fa coincidere le sue prestazioni sessuali con l'assassinio, c'è ogni giorno nel regno "una fanciulla maritata e una donna morta" secondo un ritmo ossessivo che consuma in un sol giorno la verginità e la vita di sempre nuove spose. Contrariamente alla legge del sultano, che fa seguire la morte al sesso, la legge di Shahrazad fa seguire al sesso il racconto, slegando il sesso medesimo dalla morte e dal rito della deflorazione. La narrazione e l'amore coniugale procedono di pari passo in Mille e una notte. Il racconto non solo ferma la morte, ma guadagna il tempo per generare vita. Sulla scena narrativa della relazione, nonostante il suo marchio terrificante, eros e racconto obbediscono ad un unico ritmo.

Note

1. Michel Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984 p. 74

 

2. Michel Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984 p. 4

 

3. Renato Cavallaro, Sociologia e storie di vita: il "testo", il "tempo" e lo "spazio" , in Biografia, storia e società, a cura di Maria I. Macioti.  Liguori, Napoli, 1965, p. 61

 

4. Le mille e una notte, Orsa Maggiore, Vicenza, 1994, p. 29

 

 

Fonte: Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, 1997. Il capitolo da cui sono tratti i brani è intitolato "Shahrazad intrappolata nel testo" e si estende da p. 153 a p. 165

 

Biografia - Adriana Cavarero è nata a Brà, (Cuneo) nel 1947 e insegna Filosofia politica all'Università di Verona ed è Visiting Professor presso la New York University. È esponente del "pensiero della differenza sessuale". Insieme con altre studiose ha costruito, in questi anni, la Libreria delle donne di Milano e la Comunità filosofica Diotima di Verona. Il suo lavoro è stato tradotto con successo in Europa e negli Stati Uniti. Le sue diverse competenze disciplinari vanno dall'antichistica al pensiero politico. Ha pubblicato diversi saggi in volumi collettivi e in riferimento alla politica delle donne ricordiamo i saggi comparsi in Diotima. Il pensiero della differenza sessuale (Milano, 1987) e in Diotima. Mettere al mondo il mondo (Milano, 1990). Fa parte del Comitato direttivo del Cbetro per il lessico europeo e collabora a numerose riviste tra cui Micromega, su cui ha scritto uno dei suoi saggi forse più belli, Nascita, orgasmo, politica.


Bibliografia - Nonostante Platone. Figure femminili nella filosofia antica, Ed. Riuniti, 1990;
Corpo in figure. Filosofia e politica della corporeità, Feltrinelli, 1995 (2000);
Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, 1997 (2001);
Le filosofie femministe, con Franco Restaino, Paravia/Scriptorium, 1999 (Bruno Mondadori 2002);
A più voci. Filosofia dell'espressione vocale, Feltrinelli, 2003.

 

 

 

 

 

LA STORIA CARDINALE DELLE MILLE E UNA NOTTE

 

Bruno Bettelheim


 

     Secondo la storia cardinale delle Mille e una notte, i due protagonisti, uno di sesso maschile e uno di sesso femminile, s'incontrano nella grande crisi delle loro esistenze; il re disgustato della vita e pieno di odio per le donne; Shahrazad che teme per la propria vita, ma è decisa ad ottenere la propria liberazione e quella del re. Essa raggiunge il suo obiettivo raccontando molte fiabe; nessuna storia singola potrebbe conseguire questo risultato, perché i nostri problemi psicologici sono troppo complessi e di difficile soluzione. Soltanto un'ampia varietà di fiabe potrebbe fornire l'impulso per una simile catarsi. Ci vogliono quasi tre anni di continua narrazione di fiabe per liberare il re dalla sua profonda depressione, per ultimare la sua cura. Ci vuole il suo attento ascolto delle fiabe per mille notti per reintegrare la sua personalità completamente disintegrata.

La comprensione del significato della propria vita non viene improvvisamente acquisita a una particolare età, neppure quando la persona ha raggiunto la maturità psicologica. 

Al contrario, è l’acquisizione di una sicura comprensione di quello che può o dovrebbe essere il significato della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità psicologica.

Bruno Bettelheim

 

     Le fiabe hanno significati a molti livelli diversi. A un altro livello di significato, i due protagonisti della storia rappresentano le contrastanti tendenze all'interno di noi che, se non riusciamo ad integrarle, inevitabilmente ci distruggono. Il re rappresenta una persona completamente dominata dall'Es perché il suo Io, in seguito a gravi delusioni sofferte nella sua vita, ha perso la forza di tenere sotto controllo il proprio Es. Dopo tutto, il compito dell'Io è quello di proteggerci da una deprivazione distruttiva, che nella storia è simboleggiata dal tradimento sessuale subito dal re; se l'Io non riesce ad ottenere ciò, perde il suo potere di governare le nostre vite.

     L'altro personaggio della storia cardinale, Shahrazad, rappresenta l'Io com'è chiaramente suggerito da questa precisazione: "Essa aveva raccolto un migliaio di cronache di popoli estinti e di poeti defunti. Inoltre, aveva letto libri di scienza e di medicina; la sua memoria eraricolma di versi, storie e folclore, e dei detti di re e di sapienti, ed essa era saggia, prudente e gentile", un'enumerazione esauriente degli attributi dell'Io. Così l'Es incontrollato (il re) diventa alla fine, dopo un lungo processo, civilizzato grazie all'impatto di un Io incarnato. Ma è un Io dominato in enorme misura dal Super-io, a tal punto che Shahrazad è decisa a rischiare la propria vita. Essa dice: "O io sarò il mezzo di liberazione delle figlie dei musulmani dall'assassinio o morirò e perirò come altre sono perite." Suo padre tenta di dissuaderla e l'ammonisce: "Non mettere a repentaglio in questo modo la tua vita!"  Ma nulla può distoglierla dal suo intento ed essa insiste: "Così deve essere."

     In Shahrazad vediamo quindi un Io dominato dal Super-io, che diventato talmente scisso dall'Es egoistico da essere disposto a rischiare la vita stessa della persona per ubbidire ad un imperativo morale.; nel re, un Es che si è separato dall'Io e dal Super-io.

Avendo un Io così forte, Shahrazad affronta la sua missione morale con un piano: essa farà in modo di raccontare al re una storia così avvincente che egli vorrà ascoltarne il resto, e per questo motivo le risparmierà la vita. 

     E infatti quando spunta l'alba ed essa interrompe la sua storia, il re dice fra sé: "Non la ucciderò finché non avrò sentito il resto della storia!" Ma le sue incantevoli novelle, di cui il re vuole sentire il seguito, fanno rimandare la sua morte solo da un giorno all'altro.

Per la "liberazione" che Shahrazad si è prefissa come suo obiettivo è necessario dell'altro.

     Soltanto una persona il cui Io abbia imparato ad attingere alle energie positive dell'Es per i suoi fini costruttivi può poi affidare a questo Io il compito di controllare e civilizzare le propensioni omicide dell'Es.

Soltanto quando l'amore di Shahrazad per il re le impone di continuare la narrazione delle storie - cioè quando il Super-io (il desiderio di liberare "le figlie dei musulmani dall'assassinio") e l'Es (il suo amore per il re, a cui essa vuole stendere la liberazione, liberazione dal suo odio e dalla sua depressione) contribuiscono entrambi all'arricchimento dell'Io - essa diventa una persona completamente integrata. 

     Una simile persona, insegna la storia cardinale, è in grado di liberare il mondo dal male e nel contempo di ottenere la felicità per se stessa e per il suo simile infelice, convinto di non poter aspirare alla gioia. Quando essa dichiara il suo amore per il re, egli dichiara il suo amore per lei.

La miglior testimonianza che possiamo avere circa il potere di tutte le fiabe di trasformare la nostra personalità è il finale di questa storia, la storia cardinale delle Mille e una notte: l'odio omicida è stato trasformato in amore duraturo.

     Un altro elemento della storia cardinale delle Mille e una notte è degno di menzione.

Shahrazad esprime fin dall'inizio la speranza che la narrazione di fiabe possa "far cambiare al re le sue abitudini", ma per questo ella ha bisogno dell'aiuto della sua sorellina Dunyazad, a cui fornisce le seguenti istruzioni: "Quando io andrò dal sultano, ti manderò a chiamare, e quando tu verrai da me e vedrai che il re ha fatto quello che ha voluto con me, mi dirai: "O sorella mia, non addormentarti, raccontaci alcune delle tue meravigliose storie, per farci ingannare le ore di veglia di questa notte."  

"Le mille e una notte" in Occidente

 

1840. Eugene Laville

1913. Ille Edmond Dukac, principessa Badoura

1896. William Strang, Sinbad il marinaio

1897. Aubrey Beardsley, Alì Baba

1873. Walter Crane, Alì Baba e i 40 ladroni

     Così, in un certo senso, Shahrazad e il re sono come marito e moglie e Dunyazad è come la loro figlia. E' il suo desiderio espresso di ascoltare delle fiabe che forma il primo legame tra il re e Shahrazad. Alla fine del ciclo Dunyazad è sostituita da un bambino, il figlio del re e di Shahrazad, che essa dà al re quando dichiara il suo amore per lui. L'integrazione della personalità del re è sancita dal fatto che egli deve diventare un padre di famiglia.

      Ma prima che noi possiamo conseguire un'integrazione matura della nostra personalità come quella proiettata nella figura del re alla fine delle Mille e una notte, dobbiamo attraversare faticosamente molte crisi di sviluppo, due delle quali, strettamente connesse tra loro, sono fra le più difficili da superare.

     La prima di esse si accentra sul problema dell'integrazione della personalità. Chi sono io in realtà? Date le tendenze contraddittorie che esistono in me, a quali di esse dovrei reagire? La risposta della fiaba è la stessa offerta dalla psicoanalisi: per evitare di essere sconvolti dalla nostre ambivalenze e, in casi estremi, di esserne lacerati, è necessario che noi le integriamo. Soltanto in questo modo possiamo conseguire una personalità unificata in grado di affrontare con successo, e con intima sicurezza, le difficoltà della vita. L'integrazione interiore non è qualcosa che venga raggiunto una volta per tutte; è un compito che ci troviamo di fronte per tutta la vita, benché in diverse forme e gradi. 

      Le fiabe non presentano tale integrazione come un'impresa di tutta la vita; ciò sarebbe troppo scoraggiante per il bambino, che trova difficile raggiungere un'integrazione anche temporanea delle proprie ambivalenze. Invece, ogni fiaba proietta sotto la specie del suo "lieto" fine l'integrazione di qualche conflitto interiore. Dato che esistono innumerevoli fiabe, ciascuna con una qualche forma di conflitto fondamentale come tema, nella loro combinazione queste storie dimostrano che nella vita noi ci troviamo di fronte a molti conflitti che dobbiamo risolvere, ciascuno al momento giusto. 

     La seconda difficilissima crisi di sviluppo è il conflitto edipico. E' una serie di dolorose e disorientanti esperienze attraverso le quali il bambino diviene realmente se stesso se riesce a separarsi dai suoi genitori. Perché questo sia possibile, egli deve liberarsi dal potere che i genitori hanno su di lui e - impresa molto più difficile - dal potere che egli ha conferito loro a motivo della sua ansia e del suo desiderio che essi gli appartengano per sempre, così come egli sente di essere appartenuto a loro.

     La maggior parte delle fiabe discusse nella prima parte di questo libro proiettano la necessità dell'integrazione interiore, mentre quelle trattate nella seconda parte riguardano problemi edipici. Nel considerarle saremo passati dal più famoso ciclo di fiabe del mondo orientale alla tragedia germinale del dramma occidentale e - secondo Freud - della vita di tutti noi.

Fonte: Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli 1977, pp. 86-90

Biografia: nato a Vienna nel 1903, reduce dal lager, si trasferì in America dove ha fondato e diretto la Orthogenic School per bambini psicotici; si e' tolto la vita nel 1990. Tra i massimi esperti di psicologia infantile. Opere: Il prezzo della vita, Adelphi; Sopravvivere, Feltrinelli; I figli del sogno, Mondadori; Dialoghi con le madri, Comunità; L'amore non basta, Ferro; Ferite simboliche, Sansoni; La fortezza vuota, Garzanti; Il mondo incantato, Feltrinelli; Psichiatria non oppressiva, Feltrinelli; Imparare a leggere (con Karen Zelan), Feltrinelli; Freud e l'anima dell'uomo, Feltrinelli; Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli. Cfr. anche il libro ricavato da un'ampia intervista televisiva: Bruno Bettelheim, Daniel Karlin, Uno sguardo diverso sulla follia, Cittadella.

 

Shahrazad in Oriente:

la mente di una donna come la più potente arma erotica

Fatema Mernissi

 

.....Le Mille e una notte inizia come una tragedia, una tragedia di tradimento e vendetta omicida che oppone uomini e donne, e finisce come una favola, grazie alla capacità intellettuale di Shahrazad di leggere nella mente del marito.

....Cambiare la mente di un assassino pronto ad ucciderti, narrandogli delle storie, è un'impresa straordinaria che esigeva dalla potenziale vittima il possesso di tre doti strategiche: una vasta riserva di informazioni, una lucida comprensione della mente criminale, e molto sangue freddo per agire. 

La prima dote è di natura intellettuale: si tratta di avere pronte una dovizia di conoscenze dalla quale selezionare le storie. La cultura enciclopedica di Shahrazad è descritta nelle prime pagine del libro: "Shahrazad aveva letto i libri di letteratura, filosofia e medicina. Conosceva a memoria la poesia, aveva studiato i resoconti storici, ed era ferrata nei proverbi degli uomini e nelle massime di saggi e re. Era intelligente, ben informata, saggia e raffinata. Aveva letto e aveva imparato" (1)

 

La sola differenza tra un Imam e Kant, considerato il maggiore nume dell'Illuminismo tedesco, è che la frontiera tra l'uomo e la donna non concerne la divisione dello spazio in privato (riservato alle donne) e pubblico (riservato agli uomini), ma opera una divisione chirurgica in una inestricabile matassa di qualità umane come la bellezza (riservata alle donne) e l'intelligenza (riservata agli uomini).

Fatema Mernissi, L'Harem e l'Occidente, p. 79

 

     Ma, come sapete, la conoscenza da sola non abilita una donna a influenzare gli uomini al potere su questioni fondamentali, come abbandonare l'uso della violenza, cosa che Shahrazad seppe gestire con successo. In Occidente, sono un numero straordinario di donne di cultura superiore impegnate in progetti di pace e contro il nucleare, eppure i loro moderni Shahryar continuano a produrre armi in enormi quantità. Di qui l'interesse ad analizzare il successo di Shahrazad, per quanto si tratti solo di fiction. In effetti, non si dovrebbe mai sottovalutare la fiction, specialmente ora che la realtà virtuale è parte tangibile della nostra modernità.

     La seconda dote è di natura psicologica: un uso del linguaggio tale da cambiare la mente di un pazzo criminale. Servirsi del dialogo per disarmare l'omicida: questa era l'ardita, ma vincente, strategia di Shahrazad. Per arrivare allo scopo la vittima deve avere una buona conoscenza delle probabili mosse del criminale e integrarle, come in una partita a scacchi, nella prevedibilità degli eventi in essere. Va ricordato che il re, l'aggressore, all'inizio non parla con Shahrazad. Durante i primi sei mesi resta in silenzio e ascolta senza articolar parola. L'aggressore osserva in silenzio la sua vittima per più di un centinaio di notti, così Shahrazad, per sapere cosa gli passa per la testa, non ha altro modo che osservare le sue espressioni facciali e il linguaggio corporeo e, sulla base di queste poche chiavi, decidere la prossima mossa. Come continuare a parlare nella notte senza commettere un fatale errore di calcolo psicologico? Shahrazad deve tirare ad indovinare, e indovinare con esattezza, perché il più piccolo errore potrebbe esserle fatale. In campo militare, questo tipo di lavoro mentale, ovvero la capacità di usare la propria riserva di conoscenze per prevedere gli eventi, comprese le probabili reazioni psicologiche dei loro protagonisti, è chiamato strategia.

L'ultima dote richiesta è il sangue freddo, la capacità di controllare le proprie paure al punto da continuare a pensare con lucidità e poter agire indipendentemente da esse, in modo da condurre la dinamica della interazione invece di essere condotti dall'aggressore. Shahrazad sopravvive perché si rivela una stratega di prim'ordine. Se si fosse spogliata, come le vamp hollywoodiane o le odalische di Matisse, e si fosse stesa passivamente nel letto del furioso re, sarebbe stata uccisa, perché a quell'uomo non serviva il sesso, gli serviva una psicoterapeuta. Shahryar soffriva di un'acuta forma di autosvalutazione, come chiunque di noi scopra di avere le corna. Il re era furioso perché non capiva l'altro sesso e la ragione del tradimento di sua moglie. 

Quest'abilità intellettuale da parte di una donna senza potere, questa sua accurata lettura di una situazione complessa, è ciò che la mette in grado di sconvolgere l'equilibrio del potere e di vincere. Questo è il motivo per cui, anche oggi, molte donne come me che si sentono totalmente imbranate in politica, ammirano Shahrazad.

     Molti occidentali si chiedono, però, se Shahrazad non sia un cattivo modello per le donne moderne. Io penso che se la si colloca in un contesto eminentemente politico, spesso trascurato in Occidente dove il personaggio è ridotto a frivola intrattenitrice, la sua pertinenza come modello di comportamento diventa palese. Se ci si concentra sul suo obiettivo e su come ha salvato non solo se stessa ma un intero regno, agendo lentamente sul principale responsabile delle decisioni (il re), la sua iniziale posizione di debolezza non fa che esaltare il risultato raggiunto. 

La donna nella tradizione orientale

Due miniature dela principessa Shirin del Khamsah, che nella tradizione orientale incarna una donna bella e dignitosa, indipendente e coraggiosa, che ama viaggiare da sola e cavalcare animali pericolosi.

     La scrittrice inglese Antonia Byatt coglie nel segno quando osserva che sebbene la storia "appaia una storia contro le donne" a causa dell'iniziale assoluta disparità tra Shahrazad e suo marito, alla fine la situazione, ad opera della stessa donna, risulta totalmente capovolta. (2)

Non solo la sua strategia funziona, dal momento che il re rinuncia infine al suo macabro progetto di decapitare le sue spose all'alba, ma riesce anche, lentamente, a sovvertire le convinzioni, le motivazioni e la psiche profonda del marito, dato che egli riconosce, dopo i primi sei mesi, di aver avuto torto assoluto nella sua collera contro le donne: "O Shahrazad, tu mi hai fatto dubitare del mio potere regale, e mi hai fatto pentire della violenza che ho usato alle donne, di aver ucciso così tante di loro". (3)

La donna orientale nella tradizione occidentale

Ingres, Bagno turco

La donna orientale è rappresentata dagli europei come corpo in attesa del maschio. L'harem è un carnaio, dove le donne sono immobili, nude, silenziose. 

Ingres, Odalisca

Tale frase, con cui un violento despota riconosce che dialogare con la moglie ha cambiato la sua visione del mondo e lo ha portato a considerare il suo passato politico, ha ispirato molti famosi scrittori arabi del XX secolo, i quali hanno attribuito a Shahrazad, e alle donne attraverso di lei, lo status di agenti civilizzatori. 

 Pace e serenità sostituiranno la violenza nelle intenzioni e nella pratica degli uomini, predisse Taha Hussein, influente pensatore egiziano, se essi si lasceranno redimere dall'amore di una donna.

Nel suo I sogni di Shahrazad, pubblicato nel 1943, la narratrice diventa il simbolo degli innocenti travolti dalla Seconda Guerra Mondiale, se pure fu provocata dall'Occidente, coinvolse tanti altri che non ne erano responsabili, come gli arabi e l'intera popolazione del pianeta. (4)

Il re Shahryar incarna l'incomprensibile e tragica sete di sangue degli uomini. Shahryar arriva a rendersi conto, dopo aver ascoltato per anni la sua prigioniera, che la donna seduta sul suo letto è depositaria di un prezioso segreto.

Se solo egli potesse capire chi è e che cosa vuole, ne avrebbe in cambio una crescita emotiva e la serenità.

Shahryar:"Chi sei tu e che cosa vuoi?"

Shahrazad: "Chi sono? Io sono Shahrazad, che per anni ti ha offerto di ascoltare le sue storie perché era così spaventata da te. Ora ho raggiunto uno stadio in cui posso darti amore perché mi sono liberata dalla paura che tu mi ispiravi. Che cosa voglio? Io voglio, mio signore, mio re, un assaggio di serenità. Provare la gioia di vivere in un mondo libero dall'ansia".

 

     La redenzione, nelle riflessioni di Taha Hussein sulla barbarie, ha inizio quando si stabilisce un dialogo tra i detentori del potere e coloro che ne sono privi. La civiltà fiorirà quando gli uomini impareranno a dialogare nella loro intimità con gli essere umani più vicini a loro, le donne con cui dividono il letto. Il fatto che Taha Hussein fosse cieco, e per questa sua menomazione non idoneo a prendere parte alla guerra, proprio come le donne, contribuì a risvegliare negli anni Quaranta il simbolismo medievale di Shahrazad legando l'umanesimo al femminismo.. Qualsiasi riflessione sulla modernità come chance di liberarsi dalla violenza dispotica assunse la forma, nel mondo musulmano, di una necessaria presa di posizione dei filosofi a favore delle donne, a cominciare da Qasem Amin, campione del femminismo nel XIX secolo, fino a oggi. 

     Basta sfogliare la stampa o, grazie alle antenne satellitari, fare un po' di zapping sulle televisioni musulmane, per accorgersi che ogni dibattito sulla democrazia sfuma nel dibattito sui diritti delle donne e viceversa, indipendentemente dal luogo in cui ci si trova, in Indonesia come in Afghanistan, Turchia o Algeria. Il misterioso legame esistente tra il pluralismo e il femminismo nel travagliato mondo islamico di oggi, conferisce all'ombra di Shahryar una inquientante vivezza. 

     Nella Mille e una notte , che è vecchia di secoli, Shahryar ammetteva che odiare le donne era una malattia e che un uomo normale dovrebbe usare le parole al posto della violenza per risolvere la sue contese. E' questa capacità, da parte di una donna intelligente, di analizzare la sua situazione e influire sui pensieri degli uomini, portandoli al dialogo e all'abbandono della violenza, ciò che conferisce alla Shahrazad orientale le credenziali di un moderno mito civilizzatore; un simbolo del trionfo della ragione sulla violenza. 

 

Shahrazad in Occidente

Ingres, La grande odalisca

     Il primo viaggio di Shahrazad in Occidente fu in compagnia di uno studioso francese, Jean Antoine de Galland. Collezionista d'arte, in viaggio per l'Oriente come segretario dell'ambasciatore francese, Galland fu il primo traduttore delle Mille e una notte. Questo lavoro lo avrebbe ossessionato fino alla morte, avvenuta nel 1715.

Nel 1704, all'età di cinquantotto anni, Galland conobbe un successo fulmineo, non appena cominciò a far narrare a Shahrazad le sue storie in lingua francese. I dodici volumi della sua opera furono pubblicati nell'arco di tredici anni e due di essi apparvero postumi. Allo stesso tempo, Shahrazad riusciva laddove i musulmani che combatterono i crociati avevano fallito: con il solo uso del linguaggio, soggiogò la cristianità, dai cattolici devoti fino agli ortodossi e ai protestanti.

     ......E, fatto piuttosto curioso, in tutto questo gran tradurre, la Shahrazad intellettuale andò perduta, perché agli occidentali interessavano solo due aspetti: l'avventura e il sesso -in una forma bizzarramente ristretta di linguaggio del corpo femminile (abbigliamento e danza), che distoglieva l'attenzione dal terrificante dialogo tra i sessi. Certo che il samar, quell'esile voce di donna impaurita che parla a un uomo insicuro e travagliato, nel profondo silenzio della notte, non si trovava da nessuna parte nell'Europa cristiana.

     L'interesse occidentale per l'avventura fu limitato, per un secolo intero, agli eroi maschili come Sindbab, Aladino e Alì Babà, mentre Shahrazad dovette aspettare più di cento anni, fino al 1845, quando Edgar Allan Poe pubblicò "The Thousand and Second tale of Shahrazad", per essere riconosciuta come un'abile maestra di fantascienza. (5)

...Che Maria Antonietta, nel 1778, alla vigilia della Rivoluzione francese, apparisse vestita da Sultana, o con un abito di tipo caftano, non aiutò a restaurare l'immagine della povera Shahrazad come leader di una crociata politica contro il dispotismo e le gerarchie ingiuste. Accanto all'avventura e al lusso dell'harem, il parlare di sesso fu il terzo elemento che affascinò i lettori occidentali, strangolati come erano tra la censura dei preti e la fredda condanna delle emozioni da parte dei razionalisti. (6)

Le mille e una notte

nel cinema

 

Maria Montez, l'attrice divenuta famosa con i film ispirati alle "Mille e una notte"

Il film di Jack Kinney del 1959

Il film di Pierre Gaspard Huit del 1962

Il film di John Rawlins del 1942

...Duecento anni dopo la traduzione di Galland, Shahrazad fece un ritorno spettacolare nell'Europa del XX secolo... Le avvenne di cadere ostaggio nelle mani di due artisti russi, Djagilev e Nijinsky. Entrambi la usarono per celebrare il corpo come unica fonte di piacere, e riuscirono, nella Parigi moderna, dove Shahryar aveva fallito nella Baghdad medievale - mettere a tacere la narratrice per sempre.

Sergej Djagilev lasciò la sua nativa Russia e si recò a Parigi con i suoi Balletti russi nel 1910. Il suo allestimento di Shéhérazade con i costumi di Leon Bakst, scatenò una nuova ondata di moda harem.

Quando lo stilista francese Poiret, ispirato dal balletto e dal suo lascivo Oriente, lanciò i suoi indimenticabili pantaloni da harem, la povera Shahrazad fu condannata a esistere dall'ombelico in giù. Portava i pantaloni, sì, ma non aveva più il cervello. Poteva danzare, ma sotto il comando di Nijinsky. 

...Vaslav Nijinsky influenzò anche Hollywood. Enfatizzando in modo eccessivo la dimensione puramente sessuale della danza in Oriente, cancellò la sua dimensione cosmica, che risale ai culti delle dee, e passò un colpo di spugna sulle aspirazioni di Shahrazad a essere qualcosa di più di una che dimena i fianchi.

...L'Oriente hollywoodiano, ritratto nei film come Istanbul Express, Kismet (1920), Lo sceicco (1921), Il ladro di Baghdad (1924), e così via, fu in larga misura influenzato dalle danze e dai costumi russi. 

I Balletti russi, che dopo il successo parigino fecero una tournée negli Stati Uniti, ridussero la danza orientale a dei volgari fronzoli o a satanica perversione. (7)

"La bellezza femminile che proiettavano era una versione orientaleggiante, più o meno spaventosa della "vamp" - termine che deriva da "vampiro", il mostro che succhia sangue." (8) ...Decisamente, la vamp non è una che che incoraggia gli uomini al dialogo, non vi pare? Piuttosto, sortisce l'effetto di esaltare la paura del maschio.

Anche se molti occidentali ai quali l'ho domandato hanno risposto di aver letto le Mille e una notte da ragazzi, su libri di fiabe illustrate, ciò che sembra aver avuto maggiore influenza su di loro è proprio il cinema. 

Molti hanno rievocato Maria Montez nella produzione di Notti arabe della Universal nel 1942. Notti arabe "non è un film canonico", spiega Matthew Bernstein nel suo studio sull'Orientalismo nei film "ma incassò alcuni milioni di dollari, durante la Prima Guerra Mondiale. Inaugurò una serie di film a basso costo, fantasie in technicolor con protagonista Maria Montez, affollati di donne succinte e despoti brutalmente crudeli (Alì Babà e i 40 ladroni, La donna cobra, entrambi del 1944, e così via). La formula venne copiata da altre case cinematografiche negli anni sessanta e promossa all'epica biblica e antica, allora di moda sul grande schermo, come "Il re Salomone e la regina di Saba (1959) e Cleopatra". (9)

La vamp si colloca esattamente all'opposto di Shahrazad, la cui intelligenza mira a nutrire gli uomini. Il potere cerebrale della vamp è atto a distruggere il maschio e a succhiarne le energie.

Shahrazad non ha questi desideri cannibali. Tutto ciò che vuole dagli uomini è dialogare con loro. Parlare sottovoce nella notte. Come si spiega, dunque, questa strana non recettività di Hollywood, di fronte al conviviale invito delle Mille a colmare la distanza tra i sessi?

 

Note

1 The Arabian Nights, traduzione dall'arabo di Hussain Haddawy, pag.11

 

2 A.S. Byatt, Narrate or Die: Why Scheherazade Keeps on Talking, Special Issue on Scheherazade, New York Times

 

3 Traduzione mia della "Storia degli uccelli" che non è inclusa nella versione di al-Mahdi, ma esiste in una delle più economiche e popolari versioni di Shahrazad si possono trovare nei suq del Marocco, al-Maktaba ash-Sha'biya, Beirut, Libano, Vol. II, p.43

 

4 "1942. Alle frontiere dell'Egitto si sono avuti violenti combattimenti ed è ancora l'eroina delle Mille e una notte ad ispirare a Taha Hussein una doppia finzione per esprimere le sue idee sulla guerra, sui doveri dei capi di stato e su altre questioni di minore importanza..." in Hiam Aboul- Hussein e Charles Pellat, Chéhérazade. Personage littéraire, p.144

 

5 La versione in mio possesso è in inclusa in Edgar Allan Poe, Tales of Mistery and Imagination, Ed. by Graham Clarke, Everyman's Library, London, repr.1998, pp.332/349. Per la versione italiana si fa riferimento a "Il millesimo secondo racconto di Sheherazade" in Racconti dell'impossibile, trad. di Maria Gallone, Rizzoli (BUR), Milano, 1957, p.169

 

6 Antoine de Galland confessò nel suo diario di non amare la filosofia cartesiana e di preferirle quella di Gassendi. "Egli aveva, ci dice il suo diario, più gusto per la filosofia del signor Gassendi che per quella del signor Descartes", In Les Mille et Une Nuit, Vol. III, p.5

 

7 Questa forte influenza dei Balletti russi su Hollywood è ben descritta in Gaylun Studlar, "Out-Salomein Salome", in  Visions of the East Orientalism in Films, Rtgers University Press, 1997  p.116

 

8 Gaylyn Studlar, ibidem

 

9 Matthew Bernstein, Introduction to Visions of the East Orientalism in Films, Rtgers University Press, 1997,  p.11

 

 

Fonte: Fatema Mernissi, L'Harem e l'Occidente, trad. di Rosa Rita D'Acquarica, Giunti Astrea 2000

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Biografia Fatema Mernissi è nata a Fez, in Marocco, nel 1940. Docente di sociologia presso l’Università di Rabat Mohammed V, studiosa del Corano e scrittrice, da molti anni è impegnata in attività di ricerca e insegnamento in ambito internazionale, per sostenere una visione pluralistica della società islamica, fondata sull’umanesimo e sul femminismo e opposta alle concezioni e alle pratiche dell’estremismo integralista. Il suoi libri sono letti in tutto il mondo e tradotti in più di venti lingue; in Italia è nota soprattutto per il grande successo di L'Harem e l'Occidente (Giunti, 2000) e La terrazza proibita (Giunti, 1996), preceduti da Le donne del Profeta (Ecig 1992), Le sultane dimenticate (Marietti 1992), Shahrazad non è marocchina (Sonda 1993).

 

 

Mi ricordai ancora una volta le parole di nonna Iasmine: viaggiare non è un'occasione di spasso, ma di apprendimento. Passare frontiere, superare la paura dello straniero, fare lo sforzo di comprenderlo, è decisamente un modo meraviglioso di arricchirci. Ci permette di capire chi siamo, e come la nostra cultura ci tratta.

Fatema Mernissi, L'Harem e l'Occidente, p. 78

 

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