PSICOLOGIA E PSICOANALISI

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 Sigmund Freud e Luce Irigaray

Una femminilità mutilata

Sigmund Freud   1856-1939

1911, Weimar

Primo Congresso Internazionale di Psicoanalisi

Luce Irigaray, 1939

Nel 1974, poco dopo la pubblicazione di "Speculum. L'altra donna", Luce Irigaray si ritrova disoccupata. Viene ufficialmente allontanata dal Dipartimento di psicoanalisi dell'Università di Parigi VIII, a Vincennes, dove stava svolgendo il suo lavoro di insegnante dal 1969. A decretare l'ostracismo è la prestigiosa Ecole freudienne, di cui la Irigaray fa parte, in quegli anni  monopolizzata dalla personalità e dal pensiero di Jacques Lacan. Nella motivazione che accompagna la sospensione dall'insegnamento, la Commissione (nominata direttamente da Lacan) scrive: "per mancanza di etica". Mancanza di etica verso chi, verso cosa? Verso il padre della psicoanalisi Sigmund Freud? Verso "il logos" dell'ultimo Capo della Scuola freudiana Jacques Lacan? Verso il mestiere di psicoanalista? O mancanza di etica (cioè di ossequio) verso il pensiero maschile tout court?

Se, infatti, scorriamo l'album del Movimento psicoanalitico, notiamo una cosa strana e sistematica rispetto al destino riservato ai critici del Capo. Quando sono gli analisti di sesso maschile a distanziarsi dal Verbo, ci si riunisce, si discute, si fanno convegni e alla fine del percorso - se non c'è possibilità di mediazione - sono costoro, i "contestatori", che prendono la decisione di separarsi dal gruppo, dalla Società o dalla Scuola di appartenenza. E' questo il caso di  Alfred Adler, che nel 1910, volendo staccarsi dal gruppo di Freud, fonda con Wilhelm Stekel la "Rivista Centrale di Psicoanalisi" con lo scopo di creare un gruppo organizzato di oppositori. Nonostante l'intento chiaramente "poco etico", la rottura tra Freud e Adler avviene solo nel 1913. Emblematico è anche il caso di Carl Gustav Jung, che nel 1913 ufficializza il suo dissenso dalle teorizzazioni freudiane che misconoscono l'importanza della tradizione culturale e dei suoi simboli, dopodichè si allontana sua sponte dalla Società Psicoanalitica. Gli stessi Otto Rank e Sandor Ferenczi, pur circondati da un persistente alone di sospetto per le loro "deviazioni" nei confronti delle teorie freudiane, sono tra coloro che non si allontanano, ma neppure saranno mai cacciati dall'Olimpo psicoanalitico.

Altra è la procedura quando si tratta di psicoanalisti donne che deviano dalla "retta via": non appena rendono pubblica l'elaborazione del loro pensiero, vengono estromesse. Senza preavviso, senza possibilità di confronto. Prima della Irigaray era stata allontanata dalla Società della Psicoanalisi, nel 1941, la grande Karen Horney. Contrapponendosi a Freud, ella propone un modello in cui non sono le pulsioni ma i condizionamenti sociali e culturali a giocare un ruolo predominante nella costruzione delle identità maschile e femminile. Sollecita ripetutamente gli analisti a non appiattirsi sul privato, sulla sessualità, come ha fatto Freud, ma a studiare le correlazioni tra psiche e sociologia, psiche e antropologia. Prendendo spunto dalla posizione filosofica di Georg Simmel, secondo il quale tutta la nostra civiltà è monopolizzata dal maschile, la Horney proclama "di parte" il modello di donna costruito fino a quel momento dalla psicoanalisi. 

Stessa sorte tocca nel 1960 a Françoise Dolto, la studiosa che ha modificato il corso della psicoanalisi con le sue scoperte sulla psicosi. Ella, osservando a lungo come pediatra neonati malati, comprende che la psicosi si presenta precocemente nel bambino e che è determinata da una interruzione di comunicazione tra madre e bambino. Nel caso della Dolto a pronunciare l'allontanamento è addirittura la Società Internazionale di Psicoanalisi, la quale, non potendo scrivere nella motivazione "perché femminista, perché deviante e per di più comunista", scrive "perché intuitiva", quasi fosse "eticamente" sconveniente possedere eccezionali doti di intuito.

In verità - questa è la mia convinzione - le analiste vengono allontanate non tanto perché propongono revisioni della psicologia femminile freudiana (il cui quadro devastante, alla fine, convinceva poco lo stesso Freud, figuriamoci i suoi allievi e allieve), ma soprattutto perché minacciano l'universalità del sapere psicoanalitico.  A ben leggere la storia dell'istituzione psicoanalitica, infatti, sono estromesse dal gotha coloro che pongono la questione del soggetto che analizza: poiché sei un analista uomo, produci un pensiero di parte sul femminile; poiché sei un analista uomo e occidentale, produci un pensiero di parte e all'interno di una cultura  occidentale. Sono queste le analiste estromesse, quelle che strappano la maschera all'antica filosofia binaria - dove l'uomo è il Soggetto e la donna è l'Oggetto - e contestano la validità universale degli assunti psicoanalitici.

Era (è) quest'etichetta di parzialità a non essere accettata dalle Scuole di psicoanalisi. Ancora oggi, nonostante tutta la filosofia postmoderna di Foucault, Derrida, Deleuze e dello stesso Lacan, è questa relatività del soggetto che disturba l'uomo occidentale formatosi nell'adorazione dell'Uno. Egli è convinto di  produrre il Sapere, non il sapere del Soggetto-uomo. Proprio come è convinto di creare il Progresso, non una società con una visione occidentale del progresso. 

Questo era, è ancor più vero per la psicoanalisi, una scienza giovane, a cui molti rifiutano ancora oggi lo statuto stesso di scienza. Ricordiamo per tutti Ludwig Wittgenstein, che la definisce un insieme di metafore che possiede con la verità lo stesso rapporto del mito. Bisogna convenire che la base epistemologica della psicoanalisi non poteva (non può?) essere sottoposta a sconvolgimenti radicali, pena la verticale delegittimazione di tutta la Scuola insieme all'establishment di turno. 

A dir la verità, le paure di Freud e Lacan rispetto all'elaborazione psicoanalitica delle donne (di alcune donne) provengono dai loro stessi limiti. Essi non hanno compreso che le analiste come Horney, Dolto e Irigaray non vogliono costruire una teoria psicoanalitica alternativa,  così come nel mondo dei women's studies le storiche  non vogliono costruire un'altra storia, né le letterate un'altra letteratura o le scienziate un'altra scienza. Esse vogliono solo rendere significativa la differenza femminile in un ordine simbolico che si è costituito rigorosamente al maschile. Probabilmente per gli adoratori dell'Uno questo è già troppo.

Venendo al dunque, qui propongo la comparazione tra brani di Sigmund Freud e brani di Luce Irigaray sulla femminilità. I brani di Freud sono tratti da due suoi scritti: "Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi"  del 1925 e "La femminilità" del 1932, raccolti nel testo "Scritti sulla sessualità femminile",  Trad. di Sandro Candreva, Marilisa Tonin Dogana e Ermanno Sagittario, Boringhieri, Torino 1976. I brani di Luce Irigaray sono tratti da "Speculum. L'altra donna" (1974), Trad. di Luisa Muraro, Feltrinelli (Universale economica), Milano 1989.

E' un dialogo sulle tappe del "diventar donne" che avvince il lettore, la lettrice al di là dello scarto temporale che separa le due voci. E' un confronto, fase dopo fase, sostantivo contro sostantivo, punti interrogativi dentro puntini sospensivi, che avviene nell'intreccio di più livelli: il livello analitico, che con la Irigaray si allarga a quello filosofico e sociologico e il livello linguistico, fascinoso e professorale quello di Freud, frizzante e logico e sperimentale quello della Irigaray. Ma avviene anche nella distanza plateale e insieme rispettosa di due punti di vista sessuati, i quali, dal versante freudiano, rendono palpabile l'incapacità maschile di prefigurare una sessualità diversa dalla propria, e, dal versante irigaraiano, rendono ironiche le reiterazioni, trionfanti le scoperte e dolorose le ammissioni su un processo di identità femminile comunque ambiguo, comunque collusivo.

E' un confronto non facile, ma appassionante tra due immortali. 

Un confronto, io ritengo, utile un po' a tutti, giacché presso i non addetti ai lavori (ma talvolta anche presso gli addetti) esiste consolidata la convinzione che Freud abbia elaborato ben poco sulla femminilità, considerandola "un continente nero" tutto da scoprire. Completamente errato. Il ritratto della Donna nella teoria freudiana è a tutto tondo, solo che è mort(e)ificante come pochi al mondo. Alcune linee disegnano sulle donne giudizi così forzati e mutilanti nel campo della giustizia, dell'etica, dell'arte, del sociale che sembra quasi di non riconoscere il rigoroso Sigmund Freud. Per fortuna c'è chi, come la Irigaray ma anche qualche studioso/uomo  come Donald W. Winnicott, ha saputo ridare "vita" e "senso" a colei che mette al mondo il mondo. A colei che ha dato corpo e parola anche a Sigmund Freud: la donna.

(Maria Antonietta Pappalardo)

Sigmund Freud 

1886, Freud e la fidanzata Martha Bernays 

La più piccola dei sei figli di Freud, Anna, l'unica che studiò e lavorò, come il padre, nel campo della psicoanalisi. Il suo testo più pregnante "L'Io e i meccanismi di difesa", è del 1936. "Cara e unica figlia", la chiama Freud, che l'amerà in modo tenero e possessivo, opponendosi alla richiesta di matrimonio del dottor Ernest Jones.

Freud, la madre Amalia Nathanson e la moglie Martha

1. Sull'invidia del pene

Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi (1925)

(..........) Il problema edipico delle bimbe pone un problema in più rispetto a quello dei maschi. La madre era all'inizio per entrambi il primo oggetto; non ci siamo stupiti che il maschio lo conservi nel complesso edipico; ma come giunge la bambina a rinunciarvi e ad assumere invece il padre come oggetto? Nell'affrontare questa questione ho avuto modo di fare alcune scoperte che possono gettare luce direttamente sulla preistoria della impostazione edipica nelle bambine. 

   E' capitato ad ogni analista d'imbattersi in donne che con particolare intensità e tenacia rimangono attaccate al loro vincolo paterno e al desiderio di avere un figlio dal padre, in cui culmina tale vincolo. Si è supposto con valido fondamento che questa fantasia di desiderio sia anche la forza motrice del loro onanismo infantile, e si ritrae facilmente l'impressione di trovarsi qui davanti a un fatto elementare, non ulteriormente districabile, della vita sessuale delle bambine. Un'analisi approfondita di questi casi indica però qualcos'altro, vale a dire che qui il complesso edipico ha una lunga preistoria ed è in un certo modo una formazione secondaria. 

   Secondo un'osservazione del vecchio pediatra Lindner, il bambino scopre la zona genitale che dona piacere (cioè il pene o la clitoride) mentre succhia con delizia (ciuccia). Preferisco lasciare in sospeso se davvero questa nuova fonte di piacere che il bambino si è conquistata prenda per lui il posto della recente perdita del capezzolo materno, come indicherebbero fantasie più tarde (fellatio). A farla breve, la zona genitale viene prima o poi scoperta e pare non esservi giustificato motivo per attribuire un contenuto psichico alle prime attività nei suoi confronti. Il passo successivo nella fase fallica, che inizia in tal modo, non è però di stabilire un nesso tra questo onanismo e gli investimenti oggettuali del complesso edipico, bensì una scoperta gravida di conseguenze di cui è protagonista la bimba. Essa osserva il pene, vistoso e di grandi proporzioni, di un fratello o di un compagno di giuoco, riconosce subito che esso è ciò che fa il paio in maggiori dimensioni al proprio organo piccolo e nascosto e di qui incorre nella invidia del pene.

   Vi è un interessante contrasto nel comportamento dei due sessi: nel caso analogo, quando il maschietto scopre per la prima volta la regione genitale della bambina, rimane titubante, sembra essere dapprima poco interessato; egli non vede niente, o rinnega la sua percezione, la attenua, cerca di informarsi meglio per armonizzarla con le sue aspettative. Solo più tardi, quando una minaccia di evirazione ha pesato su di lui, l'osservazione da lui fatta acquisterà importanza ; il suo ricordo o la sua ripetizione desta in lui una tremenda tempesta affettiva ed egli è indotto a credere nella verità di quella minaccia finora derisa. Questa coincidenza provoca due reazioni, le quali possono fissarsi e poi ognuna singolarmente o entrambe riunite o insieme con altri elementi determineranno durevolmente il suo rapporto con la donna: orrore per quella creatura mutilata o trionfante disprezzo per essa. Ma questi sviluppi appartengono al futuro, seppur non lontano. 

Vita e opere di Sigmund Freud 

   Sigmund Freud nasce il 6 maggio 1856, da una modesta famiglia israelitica, a Freiberg (Moravia). A Vienna, dove la famiglia si era trasferita quattro anni dopo la sua nascita, si iscrive dapprima alla facoltà di Scienze e poi, per ristrettezze economiche, a Medicina. Nel 1881 si laurea. Ottenuta la libera docenza in neuropatologia e una borsa di studio, ne approfitta per andare a Parigi, alla Salpêtrière, da Charcot, il più grande neurologo europeo di quei tempi. Per la cura degli isterici Charcot si serviva dell'ipnoterapia ed in quegli anni l'interesse di Freud per l'ipnosi diventa vivissimo. Dell'ipnosi per la terapia dei casi isterici si serviva anche a Vienna il dottor Joseph Breuer, con il quale Freud inizia a collaborare. Da questa collaborazione, che dura sino al 1895, Freud ricava alcune acquisizioni che resteranno essenziali per la terapia dell'isteria e di altre nevrosi. I risultati di questo lavoro comune sono pubblicati nell'opera Studi dell'isteria del 1895. Completata nel 1900 la propria autoanalisi e conseguita la libera docenza, Freud ottiene la carica di professore straordinario all'università di Vienna nel 1902 e, molto più tardi, nel 1920, di professore ordinario.

I riconoscimenti che riceve sono dovuti al suo prestigio di neuropatologo. In quegli anni, infatti, la psicoanalisi era ancora fraintesa o ritenuta scandalosa; ma, pur oggetto di accuse e di polemiche, essa cominciava lentamente a diffondersi. Nel 1902 si costituisce il primo gruppo di psicoanalisti a Vienna, con segretario Otto Rank. Nel 1907 si stringono i primi rapporti con la clinica psichiatrica di Zurigo, e cioè con Bleuler ed i suoi assistenti Eitington e Jung, che danno ben presto luogo alla pubblicazione d'una rivista di studi comuni, lo Jahrbuch fuer Psychologie und Psychopathologie. Questa collaborazione consente una maggiore diffusione della psicoanalisi, anche grazie all'insegnamento che pubblicamente se ne fa da una clinica di così grande risonanza. 

In questi anni Freud pubblica alcuni importanti lavori: Psicopatologia della vita quotidiana (1901), Tre saggi sulla sessualità (1905), Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio (1905). Nel congresso di Norimberga, tenutosi nel 1910, viene fondata l' Associazione ufficiale degli psicoanalisti a capo della quale viene eletto Carl Gustav Jung. I successivi congressi di Weimar nel 1911 e di Monaco nel 1913 contribuiscono a far uscire definitivamente la psicoanalisi dalla sua preistoria. 

Nel febbraio del 1923 Freud avverte i primi sintomi di un male che si rivelerà presto un cancro alla mascella. Egli conserva, tuttavia, la sua straordinaria vitalità; continua il lavoro di analista e di scrittore, rimanendo sempre consapevole e presente a se stesso e rifiutando ogni pietoso inganno; nonostante i dolori, preferisce non assumere calmanti al fine di non ottundere la propria usuale chiarezza intellettiva.  Continuamente accanto, in un rapporto sempre più stretto e proficuo, c'è la figlia Anna, alla quale Freud è legato, scrive Ernest Jones, da "una reciproca, profonda, silenziosa comprensione e simpatia". Anna è la  compagna, la segretaria, l'assistente, la collaboratrice. 

Nel 1933 i nazisti prendono il potere in Germania; nonostante i cattivi presagi di un'aggressione all'Austria e le ripetute esortazioni degli amici, Freud non acconsente a lasciare Vienna. Si deciderà solo cinque anni più tardi, di fronte all'Anschluss. Nel 1938, dunque, si trasferisce con la famiglia prima a Parigi, presso la psicoanalista e grande amica Maria Bonaparte, e poi a Londra, dove muore il 23 settembre dell'anno seguente. 

La letteratura esistente sull'opera di Sigmund Freud è amplissima. Ci limitiamo a ricordare le opere principali pubblicate dal padre della psicoanalisi: Studi sull'isteria (1895); L'interpretazione dei sogni (1900); Psicopatologia della vita quotidiana (1901); Tre saggi sulla sessualità (1905); Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio (1905); Il caso di Dora (1905); Delirio e sogni nella Gradiva di Jensen (1907); Il caso del piccolo Hans (1909); Il caso dell'uomo dei topi (1909); Sulla psicoanalisi. Cinque conferenze (1910); Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci (1910); Totem e tabù (1913); Storia del movimento psicoanalitico (1914); Il caso dell'uomo dei lupi (1918); Al di là del principio del piacere (1920); Psicologia di massa e analisi dell'io (1921), Inibizione, sintomo e angoscia (1926) L'avvenire di un'illusione (1927), Il disagio della civiltà (1929), L'uomo Mosè, la religione monoteistica (1934-38), Analisi terminabile e analisi interminabile (1937), Costruzioni nell'analisi (1937).

A partire dal 1968, a cura di Cesare Musatti, presso l'editore Boringhieri di Torino inizia la stampa in traduzione italiana delle Opere di Freud. 

Dalla Newton Compton nel 1992 sono state pubblicate le opere e gli scritti minori di Freud in due ampi volumi: Opere 1886-1905 e Opere 1905-1921.

Per la bambina la cosa è diversa: il suo giudizio e la sua decisione sono immediati. Essa l'ha visto, sa di non averlo, e vuole averlo. 

   Da questo punto si diparte il cosiddetto complesso di virilità della donna, il quale potrà provocare gravi difficoltà al lineare sviluppo della femminilità, se essa non riuscirà a superarlo rapidamente. La speranza che nonostante tutto una volta le si sviluppi un pene e che diventi così uguale all'uomo, può mantenersi incredibilmente a lungo e diventare motivo di bizzarri comportamenti, inspiegabili in altro modo. 

Oppure si avvia quel processo, a cui darei il nome di "rinnegamento", che nella vita psichica dell'infanzia non pare esser raro né molto pericoloso, ma che nell'adulto indurrebbe una psicosi. La bambina rifiuta di accettare il dato di fatto della sua evirazione, si ostina nella convinzione che anch'essa possiede un pene, ed è costretta in seguito a comportarsi come se fosse un maschio.

   Le conseguenze psichiche dell'invidia del pene, in quanto essa non si riassuma nella formazione reattiva del complesso di virilità, sono molteplici e portano lontano. Con il riconoscimento della ferita al suo narcisismo si produce nella donna - in modo simile ad una cicatrice - un senso di inferiorità. Dopo che essa è andata oltre il primo tentativo di chiarirsi la mancanza del pene considerandola come una punizione personale e ha compreso la generalità di questo carattere sessuale, comincia a condividere il disprezzo dell'uomo per questo sesso minorato in un punto decisivo e, almeno in questo giudizio, si trova assimilata all'uomo. 

   Anche se l'invidia del pene ha rinunciato al suo oggetto, essa non cessa di esistere, con un facile spostamento sopravvive in una proprietà del carattere: la gelosia. Certamente la gelosia non è propria soltanto di uno dei due sessi e possiede un più ampio fondamento, ma io penso che essa abbia una parte di gran lunga maggiore nella vita psichica della donna, perché si giova di un enorme rafforzamento proveniente dall'invidia, deviata, del pene. 

Ancor prima di aver capito che la gelosia può avere questa derivazione, avevo costruito una prima fase per quella fantasia onanistica così frequente nelle bambine secondo cui "un bambino viene picchiato"; in tale fase la fantasia ha il significato che un altro bambino, di cui si è gelosi in quanto rivali, deve esser picchiato. Questa fantasia pare un relitto del periodo fallico della bambina. La particolare fissità, che mi stupiva nella monotona formula "un bambino viene picchiato", ammette verosimilmente ancora un'interpretazione specifica. Il bambino che qui viene picchiato- accarezzato non dev'essere in fondo nient'altro che la clitoride, così che quest'asserzione contiene, come suo significato profondo, il riconoscimento della masturbazione, la quale è implicita nel contenuto della formula dell'inizio, nella fase fallica, fino a epoche successive.

  Sigmund e Martha

Il lungo fidanzamento tra Sigmund Freud e Martha Bernays durato quattro anni e tre mesi, di cui tre in cui rimasero separati, ha dato corpo ad una raccolta epistolare costituita da ben novecento lettere.

La lettura della voluminosa raccolta fu consentita ad Ernest Jones, il biografo amico del grande studioso, verso la fine del 1951 dopo la morte di Freud. Lo studio del carteggio offrì l’opportunità di poter consultare un vero e proprio diario personale, perché Freud soleva descrivere, ad esempio, la sua attività clinica, il rapporto con i colleghi, senza trascurare le aspettative e le delusioni legate al proprio lavoro. 

   I due futuri coniugi si incontrarono in casa della famiglia di Freud: questi, rincasando, rimase talmente colpito dalla presenza di Martha, da indurlo ad intrattenersi con i suoi familiari, in presenza della giovane donna, contrariamente a quanto era solito fare.

Da quel giorno le inviò quotidianamente una rosa rossa accompagnata da un biglietto da visita, dove si dilettava a scrivere un motto in latino, in spagnolo, in tedesco o in inglese. 

L’interesse di entrambi divenne esplicito quando Martha inviò a Freud un dolce, dopo aver avuto in dono una copia del libro “David Copperfield” di Charles Dickens.

A questo fece seguito una lettera dove Freud le esprimeva il suo grande amore e della quale vorrei citare un piccolo passo:”Mi permetterò di dire una cosa sola: l’ultima volta che ci vedremo mi piacerebbe rivolgermi a colei che amo, che adoro con il “tu” ed avere la conferma di una relazione che forse dovrà essere ammantata di segreto per molto tempo” .

Parole profetiche, giacché la relazione fu lungamente contrastata dai genitori di Martha sia a causa delle precarie condizioni economiche di Freud, che a causa di divergenze religiose all'interno della comune fede ebraica.

Ma i due innamorati seppero attendere e coronarono il loro sogno il 13 settembre 1896.

Ebbero sei figli, ma, ad eccezione dell'ultima figlia, Anna, nessuno di loro intraprese la carriera di medico come il padre. 

 Ernest Jones 

Una terza conseguenza dell'invidia del pene risulta nell'allentamento dei rapporti di tenerezza con l'oggetto materno. Non è ben chiara la connessione, però è da ritenere che alla fine quasi sempre la bambina considera responsabile la madre, che l'ha mandata per il mondo con un equipaggiamento così insufficiente. 

La successione dei fatti è storicamente che spesso, subito dopo la scoperta dell'insufficienza dei genitali, sorge una gelosia contro un altro bambino che presumibilmente è più amato dalla madre; donde un motivo per lo scioglimento del vincolo materno. Con questo si concorda poi che il bambino preferito dalla madre diventi il primo oggetto di quella fantasia del picchiare che sfocia nella masturbazione.

   Un altro effetto sorprendente dell'invidia del pene - o della scoperta dell'inferiorità della clitoride - è certamente il più importante di tutti. In passato avevo spesse volte riportato l'impressione che la donna in generale sopporti la masturbazione peggio dell'uomo, che più spesso tenti di opporvisi e non sia in grado di servirsene, mentre l'uomo nelle medesime circostanze farebbe ricorso senza esitazione a questo espediente. 

E' ovvio che l'esperienza fornirebbe innumerevoli eccezioni a questa affermazione se si volesse porla come regola. Le reazioni degli individui dell'uno e dell'altro sesso sono una mescolanza di tratti maschili e femminili. 

Ma ciononostante rimasi dell'opinione che la masturbazione sia estranea alla natura della donna e che si potesse, per la soluzione del nostro problema, prendere in considerazione l'ipotesi che la masturbazione, almeno della clitoride, sia un'attività maschile e che lo spiegamento della femminilità richieda come condizione l'abolizione della sessualità clitoridea.

Le analisi della lontana epoca fallica mi hanno poi insegnato che nella bambina, subito dopo i primi segni dell'invidia del pene, sorge un'intensa corrente contro l'onanismo, che non può venir ricondotta solo all'influsso degli educatori. Questo impulso è chiaramente un prodromo di quel sopravvento della rimozione che al  tempo della pubertà eliminerà una gran parte della sessualità virile, per far posto allo sviluppo della femminilità. 


Può darsi che questa prima opposizione contro l'attività autoerotica non raggiunga lo scopo. Avvenne così anche nei casi da me analizzati. Il conflitto proseguì  e la bambina, allora come più tardi, fece di tutto per liberarsi dalla coazione all'onanismo. Molte manifestazioni posteriori della vita sessuale della donna rimangono incomprensibili se non si individua questo importante motivo.

   Non posso spiegarmi questa rivolta della bimba contro l'onanismo fallico se non con l'ipotesi che il piacere che trova in questa attività le venga malamente guastato da un fattore concomitante. Questo fattore, non c'è bisogno di cercarlo troppo lontano: deve trattarsi dell'umiliazione narcisistica connessa con l'invidia del pene, l'avvertire che a questo punto non si può più competere con il maschio e perciò è meglio tralasciare di porsi in concorrenza con lui. In tal modo la coscienza della differenza anatomica tra i sessi sospinge la bambina dalla virilità  e dall'onanismo maschile verso nuove strade che conducono allo spiegamento della femminilità.

   Fino ad ora non si è parlato del complesso edipico, e d'altronde non ha avuto fin qui parte alcuna. Ora però la libido della bambina scivola  (si può soltanto dire: lungo la già indicata equazione simbolica pene=bambino) in una nuova posizione. Ella rinuncia al desiderio del pene per mettere al suo  posto il desiderio di un bambino, e avendo di mira questo scopo assume il padre come oggetto amoroso. La madre diviene oggetto di gelosia, dalla bimba è emersa una piccola donna. Se posso dar fede a un singolo rilievo analitico, essa può in questa nuova posizione giungere a sensazioni fisiche che sono da giudicare come il prematuro destarsi dell'apparato genitale femminile. Quando questo vincolo paterno deve più tardi essere abbandonato in quanto fallimentare, può cedere il passo ad un'identificazione con il padre, col che la bimba retrocede al complesso di virilità ed eventualmente si fissa con esso.

   Ho  ormai detto l'essenziale  di ciò che avevo da dire e mi soffermo a considerare i risultati complessivi. Ci siamo fatti un'idea della preistoria del complesso edipico della bambina. Il corrispettivo nel maschietto è ancora in parte ignorato. Nella bambina il complesso edipico è una formazione secondaria: gli effetti del complesso di evirazione lo precedono e lo preparano. Per quanto riguarda il rapporto tra i complessi edipico e di evirazione, si pone un fondamentale contrasto tra i due sessi. Mentre il complesso edipico del bambino tramonta con il complesso di evirazione, quello della bambina è reso possibile e introdotto dal complesso di evirazione. Per spiegare questa contraddizione, basta riflettere che il complesso di evirazione opera sempre conformemente al suo contenuto, inibendo e limitando la virilità, promuovendo la femminilità. La differenza in questo segmento dello sviluppo sessuale dell'uomo e della donna è una comprensibile conseguenza della diversità anatomica tra i genitali e della situazione psichica che a ciò si collega, corrisponde alla distinzione tra un'evirazione compiuta e una puramente minacciata. Il nostro risultato è dunque fondamentalmente ovvio e avrebbe potuto essere previsto. 

da Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi (1925) in Sigmund Freud, Scritti sulla sessualità femminile (1924-32),  Trad. di Sandro Candreva, Marilisa Tonin Dogana e Ermanno Sagittario, Boringhieri, 1976, pp. 27-33

 

Parigi 1938, La famiglia di Freud a casa di Marie Bonaparte.  Quando iniziarono le persecuzioni razziali a Vienna, Freud si trasferì brevemente a Parigi e poi definitivamente a Londra.

Vienna, lo studio di Freud e il mitico divano. Lo studio e la casa di Freud erano in via Berggasse 19, dove visse con la famiglia dal 1891 al 1938. Oggi la casa è il Museo S. Freud.

Sigmund Freud

   2. Sull'odio per la madre

La femminilità (1932)

(....) Il primo oggetto amoroso del maschio è la madre, che tale rimane anche nella formazione del complesso edipico e, in fondo, per tutta la vita. Anche per la bambina il primo oggetto deve essere la madre (e le figure della balia e della bambinaia che con lei si confondono), perché è ovvio che i primi investimenti oggettuali avvengono mediante appoggio al soddisfacimento dei grandi e semplici bisogni vitali e le modalità del governo dei bambini sono le stesse per entrambi i sessi. 

Nella situazione edipica, invece, è il padre che diventa per la bambina l'oggetto amoroso e ci aspettiamo che nel normale corso dello sviluppo essa trovi, a partire dall'oggetto paterno, la via verso verso la scelta oggettuale definitiva. Col volgere del tempo la bambina deve dunque cambiare zona erogena e oggetto, mentre il maschio li mantiene entrambi. Sorge allora la domanda: come avviene questo? e in particolare: come passa la bambina, dalla madre, all'attaccamento per il padre, o, in altri termini, dalla sua fase maschile a quella femminile, a lei biologicamente destinata?

   Sarebbe una soluzione di una semplicità ideale se potessimo supporre che, a partire da una certa età, si faccia sentire l'influsso elementare dell'attrazione eterosessuale, la quale spingerebbe la piccola donna verso l'uomo, mentre la stessa legge permetterebbe al maschio di rimanere attaccato alla madre. Anzi, si potrebbe aggiungere che i bambini seguano in ciò l'indicazione che proviene loro dalla preferenza sessuale dei genitori. 

Ma non ce la caveremo così facilmente; non sappiamo, quasi, se dobbiamo credere sul serio a quel potere misterioso , non ulteriormente scomponibile mediante l'analisi, del quale i poeti parlano con tanto entusiasmo.  Dalle nostre laboriose ricerche - per le quali fu però facile procurarsi il materiale - abbiamo ricavato un'informazione di tutt'altro genere. Dovete sapere che il numero delle donne le quali fino a età avanzata rimangono in tenera dipendenza dall'oggetto paterno, o addirittura dal padre reale, è molto grande. Su queste donne con attaccamento intenso e persistente al padre abbiamo fatto sorprendenti constatazioni. 

Sapevamo naturalmente che vi era stato uno stadio preliminare di attaccamento alla madre, ma non sapevamo che potesse essere così ricco di contenuto, perdurare così a lungo, lasciarsi dietro tanti spunti a fissazioni e predisposizioni. Durante questo periodo il padre è solo un modesto rivale; in alcuni casi l'attaccamento alla madre persiste fin oltre il quarto anno. 

Quasi tutto quello che più tardi troviamo nel rapporto con il padre era già presente in tale attaccamento ed è stato trasferito successivamente sul padre. Ci formiamo, in breve, la convinzione che non si può comprendere la donna se non si valuta questa fase dell'attaccamento preedipico alla madre.

   Ci piacerebbe sapere quali sono le relazioni libidiche della bambina con la madre. La risposta è che sono molto varie. Poiché passano attraverso tutte e tre le fasi della sessualità infantile, esse assumono anche tutti i caratteri delle singole fasi, si esprimono in desideri orai, sadico-anali e fallici.

Questi desideri rappresentano impulsi sia attivi che passivi; se li mettiamo in rapporto - benché sia il più possibile da evitare - con la differenziazione dei sessi che compare più tardi, possiamo chiamarli maschili e femminili. Oltre a ciò, essi sono del tutto ambivalenti, tanto di natura affettuosa che quanto di natura ostile-aggressiva. Questi ultimi spesso vengono alla luce solo dopo essere stati trasformati in rappresentazioni d'angoscia. Non ci è sempre facile riuscire a formulare in che cosa consistano questi precoci desideri sessuali; quello che più chiaramente si esprime è il desiderio di dare alla madre un bambino - e quello corrispondente di partorirle un bambino - entrambi appartenenti alla fase fallica e abbastanza sconcertanti, ma accertati al di là di ogni dubbio dall'osservazione analitica.

In questo nodo dello sviluppo non si tratta semplicemente di un cambio di oggetto. Il distacco dalla madre avviene all'insegna dell'ostilità, l'attaccamento alla madre finisce in odio: un odio che può diventare molto evidente e perdurare tutta la vita, e più tardi può essere accuratamente sovraccompensato; di regola, una parte di esso viene superato mentre un'altra parte persiste. Su ciò hanno naturalmente una forte influenza gli avvenimenti degli anni successivi.

Da parte nostra, ci limitiamo a studiarlo all'epoca in cui la bambina si volge al padre e a indagarne i motivi. Sentiamo allora una lunga lista di accuse e di lamentele contro la madre, intese a giustificare i sentimenti ostili della bambina e di valore assai diverso, che non tralasceremo di esaminare. Alcune sono palesi razionalizzazioni e le vere sorgenti dell'inimicizia restano da trovare. Ho intenzione, questa volta, di condurvi attraverso tutti i particolari di un'indagine psicoanalitica, e spero che parteciperete con interesse.

Il rimprovero alla madre che risale più indietro nel tempo è di aver dato alla bambina troppo poco latte, il che le viene imputato come mancanza d'amore. Ora, nelle nostre famiglie, questo rimprovero ha una certa giustificazione. Le madri spesso non hanno sufficiente nutrimento per i loro bambini e si accontentano di allattarli per alcuni mesi, per sei o nove mesi. Presso i popoli primitivi i piccoli vengono nutriti al seno materno fino a due-tre anni. La figura della balia che allatta viene di regola fusa con la madre; quando ciò non è accaduto, il rimprovero si trasforma nell'altro di aver mandato via troppo presto la balia che nutriva così premurosamente la bambina. 

(...) La seconda accusa contro la madre prorompe quando in famiglia appare il figlio successivo. Se possibile, è qui mantenuto il legame con la frustrazione orale. La madre non potrebbe o non vorrebbe più dare il latte alla figlia perché le occorre il nutrimento per il nuovo arrivato. Nel caso che i due bambini siano così vicini tra loro che l'allattamento venga compromesso dalla seconda gravidanza, questo rimprovero acquista un fondamento reale e stranamente la piccina, anche con una differenza di età di soli undici mesi, non è troppo piccola per prendere conoscenza di come stanno le cose. 

Il caso clinico di Dora. Qui Dora Bauer è ritratta con il fratello Otto.

Il caso clinico di Anna O., ovvero Bertha Pappenheim

Ma essa non invidia soltanto il latte all'indesiderato intruso e rivale, bensì anche tutti gli altri segni della sollecitudine materna. Si sente detronizzata, defraudata, lesa nei suoi diritti, riversa sul fratellino un odio geloso e sviluppa per la madre infedele un rancore che molto spesso si manifesta in uno spiacevole cambiamento del suo comportamento. Ad esempio, diventa "cattiva", irritabile, disobbediente e regredisce invece di progredire nel controllo delle escrezioni. Tutto ciò è noto da molto tempo e viene accettato come naturale, ma raramente noi ci facciamo un'idea esatta di questi impulsi di gelosia, della tenacia con cui persistono, nonché della vastità della loro influenza sullo sviluppo futuro. 

In particolare, ciò avviene perché a questa gelosia viene dato sempre nuovo alimento negli anni successivi dell'infanzia e perché la scossa si ripete, tutta, all'arrivo di ogni fratellino. Non fa molta differenza che la bambina rimanga la prediletta della madre; le sue pretese in fatto d'amore sono smisurate, esigono l'esclusività, non ammettono spartizioni.

 Una fonte abbondante di ostilità verso la madre sono, nella bambina, i molteplici desideri sessuali che variano secondo la fase libidica, i quali non possono perlopiù venire soddisfatti. La più forte di queste frustrazioni ha luogo nel periodo fallico, quando la mamma proibisce - spesso con dure minacce e con tutti i segni dell'indignazione - quel voluttuoso affaccendarsi col genitale cui, in fin dei conti, lei stessa l'aveva iniziata. 

   Si dovrebbe pensare che questi motivi siano sufficienti a giustificare il distacco della bambina dalla madre. Pertanto vien da credere che questa rottura consegua inevitabilmente dalla natura della sessualità infantile , dall'eccessività delle pretese d'amore e dall' inappagabilità dei desideri sessuali. 

(...) Ma ecco che all'improvviso si presenta un'obiezione che ci obbliga a cercare in un'altra direzione.  Tutti questi fattori - l'esser messi in secondo piano, le delusioni amorose, la gelosia, la seduzione con divieto successivo - operano alla fin fine anche nel rapporto del maschietto con la madre, eppure non sono in grado di estraniarlo dall'oggetto materno. Finché non avremo trovato qualcosa di specifico della bambina e che non sia presente, o non in tal modo, nel maschio, non avremo chiarito perché venga a cessare l'attaccamento della bambina verso la madre. 

   Riteniamo di aver trovato questo fattore specifico, e precisamente laddove ce lo aspettavamo, seppure in una forma sorprendente. Dico dove ce lo aspettavamo, perché si trova nel complesso di evirazione. La diversità anatomica non può non manifestarsi mediante conseguenze psichiche. E' stata però una sorpresa apprendere dalle analisi che la bambina ritiene la madre responsabile della sua mancanza del pene e non le perdona questo svantaggio.

   Come vedete, noi attribuiamo anche alla donna un complesso di evirazione. E con buone ragioni, ma esso non può avere lo stesso contenuto che nel maschietto. In quest'ultimo il complesso di evirazione sorge dopo che ha appreso, dalla vista di un genitale femminile, che il membro da lui tanto stimato non deve necessariamente accompagnare ogni corpo. Rammenta allora le minacce che si è attirato occupandosi del membro, incomincia a prestar loro fede e da quel momento cade sotto l'influsso della paura dell'evirazione, che diviene la più potente molla del suo successivo sviluppo.

Anche il complesso di evirazione della bambina è messo in moto dalla vista dell'altro genitale. Essa nota subito la differenza e - lo si deve ammettere - anche il suo significato. Si sente gravemente danneggiata, dichiara spesso che anche lei "vorrebbe avere qualcosa di simile" e cade quindi in balia dell'invidia del pene, che lascerà tracce incancellabili nel suo sviluppo e nella formazione del suo carattere e che, anche nel più favorevole dei casi, non sarà superata senza un grave dispendio psichico.

(...) La scoperta della propria evirazione è un punto di svolta nello sviluppo della bambina. Da essa si dipartono tre indirizzi di sviluppo: 

  uno porta all'inibizione sessuale o alla nevrosi; 

  il secondo a un cambiamento del carattere nel senso di un complesso di mascolinità; 

  l'ultimo, infine, alla femminilità normale. 

Su tutti e tre abbiamo abbiamo appreso parecchie cose, anche se non tutto. 

(...) Il distacco dalla madre non avviene certo tutto ad un tratto, poiché dapprima la bambina ritiene la propria evirazione una disgrazia individuale e solo a poco a poco la estende ad altri esseri femminili, e per finire anche alla madre. Il suo amore era diretto alla madre fallica (dotata di fallo); con la scoperta che la madre è evirata, diventa possibile abbandonarla come oggetto d'amore, così che i motivi di ostilità a lungo accumulati prendono il sopravvento. Ciò significa pertanto che, con la scoperta della mancanza del pene, la donna perde di valore agli occhi della bambina, così come del bambino e forse più tardi dell'uomo.

(...) Ho promesso di esporvi alcune altre peculiarità psiche della femminilità matura, quali si presentano all'osservazione analitica: per queste affermazioni non pretendiamo nulla di più di un valore di media verità; inoltre non sempre è facile distinguere che cosa sia da ascriversi all'influsso della funzione sessuale e cosa alla regolazione sociale.

Noi attribuiamo il narcisismo in maggiore misura alla femminilità, ed esso influisce tra l'altro sulla scelta oggettuale della donna, così che essere amata è per lei un bisogno più forte di quello da amare. 

Nella vanità fisica della donna ha la sua parte anche l'effetto dell'invidia del pene, dal momento che essa deve tanto maggiormente stimare le sue attrattive in quanto tardivo risarcimento per l'originaria inferiorità sessuale. Al pudore, che è ritenuto una qualità squisitamente femminile ma è assai più convenzionale di quanto si potrebbe pensare, noi attribuiamo l'originaria intenzione di nascondere il difetto del genitale. Noi dimentichiamo che esso ha assunto in seguito altre funzioni.

Studio di Freud. Lato libreria con scrivania.

Si dice che le donne abbiano fornito pochi contributi alle scoperte e alle invenzioni della storia della civiltà, eppure vi è forse una tecnica che esse hanno inventato: quella dell'intrecciare e del tessere. Se così fosse, viene spontaneo tentar di indovinare il motivo inconscio di questa riuscita. La natura stessa sembra aver scelto il modello da imitare, facendo crescere, con la maturità sessuale, il pelo pubico che ricopre il genitale. Il passo successivo consiste nel far aderire l'una all'altra le fibre che sul corpo erano conficcate nella pelle ed erano soltanto ingarbugliate tra loro. Se respingete come fantastico questo accostamento e ritenete che l'influenza della mancanza del pene sul configurarsi della femminilità sia una mia idea fissa, mi cogliete, naturalmente, privo di possibilità di difesa. 

Le cause determinanti la scelta oggettuale della donna sono rese abbastanza irriconoscibili da condizioni sociali. Là dove tale scelta può mostrarsi liberamente, è fatta spesso secondo un ideale narcisistico, ove l'ideale è quel particolare uomo che la bambina aveva desiderato diventare. 

Se la bambina è rimasta ferma all'attaccamento al padre, e quindi al complesso edipico, sceglie secondo il tipo materno. Dato che nel suo volgersi dalla madre al padre l'ostilità del rapporto emotivo ambivalente è rimasta sulla madre, una scelta di tal genere dovrebbe assicurare un matrimonio felice. Ma molto spesso l'esito è tale da minacciare l'intera risoluzione del conflitto dell'ambivalenza. 

L'ostilità lasciata indietro raggiunge l'attaccamento positivo e si estende al nuovo oggetto. Il marito, che dapprima aveva ereditato dal padre, assume col tempo anche l'eredità materna: Pertanto può facilmente succedere che la seconda metà della vita di una donna sia riempita dalla lotta contro il marito, così come la prima, più breve, lo è stata dalla ribellione contro la madre. Dopo che la reazione è stata vissuta a fondo, un secondo matrimonio può facilmente riuscire molto più soddisfacente.

Un altro mutamento nella natura della donna, al quale gli innamorati non sono preparati, può sopravvenire nel matrimonio dopo che è nato il primo figlio. Sotto l'influenza della propria maternità, può riaccendersi nella donna un'identificazione con la propria madre, contro la quale aveva lottato fino al matrimonio, e tale identificazione può tirare a sé tutta la libido disponibile, cosicché la coazione a ripetere riproduce un matrimonio infelice dei genitori. Che l'antico influsso della mancanza  del pene  non abbia ancora perduto la sua forza, appare evidente nella diversa reazione della madre alla nascita di un figlio e di una figlia. 

Nel 1910 Freud pubblica "La memoria dell'infanzia di Leonardo Da Vinci", un testo costruito attraverso  l'analisi di questo celebre dipinto leornardesco "S.Anna con la Vergine e il bambino"

Studio di Freud. Collezione di statuine delle civiltà greca, romana, egiziana ed indiana.

Solo il rapporto con il figlio dà alla madre una soddisfazione illimitata; di tutte le reazioni umane è questa in genere la più perfetta, la più libera da ambivalenza. Sul figlio la madre può trasferire l'ambizione che dovette reprimere in se stessa, da lui può attendersi la soddisfazione di tutto quello che le è rimasto del proprio complesso di mascolinità. Il matrimonio stesso non è sicuro se non quando la moglie sia riuscita a fare del proprio marito anche il proprio bambino e ad agire da madre nei suoi confronti.

Nell'identificazione della donna con sua madre è possibile distinguere due strati: quello preedipico,che è basato sul tenero attaccamento alla madre e che prende quest'ultima come modello, e quello successivo risultante dal complesso edipico, che vuole eliminare la madre e sostituirla presso il padre. E' certo che rimangono molte tracce di entrambi gli strati nella vita futura e che nessuno dei due viene superato in misura adeguata nel corso dello sviluppo. 

Ma la fase del tenero attaccamento preedipico è quella decisiva per il futuro della donna; è qui che si prepara la lenta maturazione di quelle qualità che le consentiranno più tardi di essere all'altezza del suo ruolo nella funzione sessuale e di far fronte ai suoi preziosi compiti sociali. E' in questa identificazione, inoltre, che acquista le sue doti di attrazione nei confronti dell'uomo, il cui attaccamento edipico alla madre divampa in una nuova passione. Peccato che poi, molto spesso, solo il figlio ottenga ciò che l'uomo aveva aspirato per sé. Si ha l'impressione che tra l'amore dell'uomo e quello della donna rimanga un distacco dovuto ad una differenza di fase psicologica.

   Vi è un nesso tra lo scarso senso di giustizia della donna e il prevalere dell'invidia nella sua vita psichica; infatti, l'esigenza di giustizia è una metamorfosi dell'invidia, costituisce la condizione in base alla quale è possibile rinunciarvi. Diciamo anche delle donne che i loro interessi sociali sono più deboli e la loro capacità di sublimazione delle pulsioni più ridotta che negli uomini. Il primo aspetto deriva senza dubbio dal carattere asociale che è indubbiamente proprio di tutti i rapporti sessuali: gli innamorati bastano l'uno all' altro e anche la famiglia è restia all'inserimento in associazioni più vaste. L'attitudine alla sublimazione  è soggetta alle più grandi oscillazioni individuali. Ma a proposito delle oscillazioni non posso tralasciare di menzionare un'impressione che si ha continuamente nell'attività analitica. 

L'ambizione di Freud

 

Nel 1906, in occasione del cinquantesimo compleanno di Freud, si verificò un episodio significativo. 

Un piccolo gruppo di aderenti alla Società gli fece dono di un medaglione inciso da un famoso scultore, Karl Maria Schwerdtner, che riproduceva su di un lato il profilo del Maestro, e sull’altro l’immagine di Edipo nell’atto di rispondere alla sfinge, il tutto era contornato da un verso dell’Edipo Re di Sofocle:

”Colui che risolse il famoso problema e fu un uomo dei più potenti”. 

Dopo aver letto l’iscrizione, Freud impallidì e rivelò che da studente universitario era solito passeggiare nel grande cortile dell’Ateneo, passando in rassegna i busti dei vecchi professori divenuti celebri, fantasticando di vedere in quel luogo il proprio busto con l’identica iscrizione che aveva trovato sul medaglione

 

 

 

 

 

 

 

Vaso dell'antica Grecia, "Edipo risponde alla sfinge"

Fu Ernest Jones, suo amico e suo attento biografo, che donò all’Università di Vienna un busto di Freud scolpito nel 1921 da Königsberger e destinato ad essere installato nel cortile, naturalmente con il verso di Sofocle inciso sul piedistallo. Esso fu scoperto nel corso di una cerimonia il 4 febbraio del 1955.

Un uomo sui trent'anni appare un individuo giovanile, non del tutto formato, che ci aspettiamo saprà sfruttare energicamente le possibilità di sviluppo apertegli dall'analisi. Una donna della stessa età invece ci spaventa di frequente per la sua rigidità e immutabilità psichiche. La sua libido ha occupato posizioni definitive e sembra incapace di lasciarle per altre.  Non vi sono vie per un ulteriore sviluppo; è come se l'intero processo avesse già fatto il suo corso e rimanesse d'ora in avanti inaccessibile ad ogni influenza, o meglio, come se il difficile sviluppo verso la femminilità avesse esaurito le possibilità della persona. Come terapeuti questo stato di cose ci appare deprecabile, persino quando riusciamo a porre fine alla sofferenza risolvendo il conflitto nevrotico.

   Questo è tutto quanto avevo da dirvi sulla femminilità. E' certo incompleto e frammentario e non sempre suona gentile. Non dimenticate però che abbiamo descritto la donna solo in quanto la sua natura è determinata dalla funzione sessuale. Questo influsso, per la verità, giunge molto lontano, ma teniamo presente che ogni donna è anche un essere umano che può avere aspetti diversi. Se volete saperne di più sulla femminilità , interrogate la vostra esperienza, o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza possa darvi ragguagli meglio approfonditi o più coerenti.

da  La femminilità 1932, in Sigmund Freud, Scritti sulla sessualità femminile Trad. di Sandro Candreva, Marilisa Tonin Dogana e Ermanno Sagittario,Boringhieri, 1976, pp. 61-88

 

Luce Irigaray 

Luce Irigaray 

in Italia, alla fine di un percorso educativo sulla differenza sessuale tenuto nelle scuole elementare e media di Casalmaggiore. L'esperienza è riportata nel testo Chi sono io? Chi sei tu? (1999)

Speculum. L'altra donna Primo lavoro (1974), a causa del quale fu sospesa dall'insegnamento all'università di Vicennes.

Jacques Lacan

guru della filosofia contemporanea, maestro della Irigaray. Speculum è una critica a Freud, ma anche (da cui il titolo) alla teoria dello specchio di Lacan.

1. L'invidia del pene (1974)

Un'attesa delusa

   E' stato detto (da Freud) che la bambina, dopo aver visto gli organi genitali dell'altro sesso, nonostante tutto il piacere che il suo ha potuto procurarle, non ha altra voglia che essere un giorno anche lei provvista di pene. E che, se riconosce di fatto la mancanza del pene "non vuol dire che vi si sottometta alla leggera". Anzi a volte per lungo tempo "mantiene il desiderio" di avere l'organo maschile. E perfino quando "la conoscenza della realtà ha scartato, in quanto irraggiungibile, l'appagamento di questo desiderio", la psicoanalisi può provare che "esso si mantiene ancora nell'inconscio e conserva una notevole carica di energia". D'altronde "il desiderio di ottenere ugualmente il sospirato pene può essere uno dei motivi che spingono la donna matura all'analisi".

   Non trascuriamo il fatto che la donna, isterica, è particolarmente sensibile alla suggestione, fino alla finzione, incline alla sottomissione, quando si tratta del discorso-desiderio dell'altro. Quello che viene a dire in analisi non è quindi estraneo a quello che ci si aspetta che lei dica. E se non lo dicesse, cosa verrebbe a fare? 

La scena è organizzata anche da/per la sua "invidia del pene". E cosa potrebbe capire l'analista di un desiderio di lei che non corrispondesse alla sua invidia? Del pene. Resterebbe "disarmato", ce lo dice Freud. Lei quindi dice e ridice la voglia che ha dell'organo sessuale maschile e forse acquisterà, dal trattamento analitico di questa "invidia", "la capacità di esercitare una professione intellettuale", "modificazione sublimata di quel desiderio rimosso".

 

Una sublimazione di straforo

Sia ben chiaro che la scena analitica non risolverà,per la donna, il problema dell' "invidia del pene", che non la farà uscire dalla sua condizione sessuale proletarizzata, che non servirà affatto ad interpretare l'eccedenza di credibilità concessa "al sesso" dell'uomo (padre); le consente, al massimo, di accedere - attraverso il trattamento "verbale" di tale "invidia" - alla sistematicità d'un discorso il cui "significato" o "voler dire" hanno un fondamento rigorosamente fallico. 

L' "invidia del pene" costituirebbe l'unico rappresentante utile del desiderio che ha la donna di uscire dalla sua condizione di semplice "merce" e di accedere come "soggetto" allo scambio simbolico. E' d'obbligo insomma passare attraverso il trattamento dell' "invidia" per sublimarla. Il che significa: pagare il prezzo d'una rimozione dell'appetito di potenza sessuale per accedere al discorso che nega alla donna ogni diritto al mercato degli scambi. "La capacità di esercitare una professione intellettuale" è concessa alla donna, come altre cose, per vie traverse: In questo caso, la via analitica.

   Non c'è niente da fare, dall' "invidia" non si esce, la donna meno di chiunque. "Sull'importanza dell'invidia del pene non si possono avere dubbi". E se qualcuno può considerare "come esempio di ingiustizia maschile la mia asserzione che l'invidia e la gelosia hanno nella vita psichica delle donne una parte ancora maggiore che in quella degli uomini (...) noi siamo propensi ad ascrivere il di più presente nelle donne all'influsso dell'invidia del pene". 

Ma col dire questo non si è risolto per niente il problema dell' "ingiustizia". Che è sociale, evidentemente. Infatti, ripetiamo, la donna in quanto tale non dispone di mezzi per partecipare alla suddetta vita psichica, non avendo avuto parte alla sua elaborazione, alla sua "simbolizzazione", ai suoi scambi. Donde il suo rancore per trovarsi esclusa come "soggetto" da una scena fallocentrica alla quale non può pervenire senza essere derisa, sentirsi colpevole e aver perso quella che si dice, che lui dice, la sua "femminilità". In ogni caso non vi accede senza sconfessare (rimuovere?) anzi senza perpetuare la rimozione di ciò che lei potrebbe promuovere come valori di scambio. Donna "di spirito" in spregio alla sua condizione femminile.

"Invidia o "desiderio" del pene?

"Alcuni analisti," è vero, "hanno mostrato l'inclinazione a sminuire l'importanza della prima ondata di invidia del pene nella fase fallica. Essi ritengono che quanto, di questo atteggiamento, si riscontra nella donna, sia in sostanza una formazione secondaria, sorta in occasione di conflitti successivi mediante regressione a quell'impulso della prima infanzia. Ora, questo è un problema generale della psicologia del profondo. A proposito di molti atteggiamenti pulsionali patologici, o anche soltanto insoliti - ad esempio, a proposito di tutte le perversioni sessuali, - ci si chiede quanta della loro forza vada attribuita alle fissazioni della prima infanzia e quanta all'influsso di esperienze e di sviluppi successivi." "In tutti i casi" nel problema specifico di cui trattiamo 

- accostato a quello degli "atteggiamenti pulsionali patologici", perlomeno "insoliti", come le "perversioni", eppure è stato detto che l'"invidia" è indispensabile al "divenire una donna normale" -, "il fattore infantile è quello che dà l'orientamento,"ed è spesso "determinante". Appunto nel caso dell'invidia del pene, sono decisamente dell'opinione che la prevalenza spetti al fattore infantile.

   Come sono stati letti e capiti, da Freud, gli psicoanalisti che riducono l'importanza dell'invidia del pene? Sembra che essi - o esse - non la considerino tutti come "primaria". E invece Freud risponde loro in funzione di questo arcaismo, opponendo qualcosa di ancora più arcaico. Che cosa implica questa ribadita precedenza? La questione s'impone tanto più che l' "invidia", che per le esigenze del suo discorso Freud asserisce essere "primaria", lui stesso l'aveva definita come posteriore al complesso di castrazione della bambina. La bambina non poteva avere in precedenza tale "invidia" dal momento che, sempre secondo Freud, la differenza dei sessi non esisteva, la bambina essendo un ometto, in tutto e per tutto. Aveva il clitoride-pene o il pene-clitoride. Non poteva quindi averne "invidia", nel senso che secondo lui il termine prende dopo l'avvento del complesso di castrazione.

   Giriamo ancora una volta la domanda. Il carattere più primitivo, ancora più primitivo, dell' "invidia del pene" non è forse richiesto dal primato dell'organo maschile? Dal fatto che il fallo deve essere l'archetipo del sesso? il sesso originario? ed il pene la più appropriata rappresentazione dell'Idea di sesso? 

Non può esistere altro "desiderio" di quello del suo dominio, da assicurarsi in caso con la brama, l'appetito di possesso. Se ci fosse qualcosa che vi contraddice - per esempio i piaceri della bambina - tutta l'economia degli affetti sessuali, con le relative destinazioni, dovrebbe essere rivista. E non è facile prevedere fino a quali livelli può arrivare un rimaneggiamento delle attribuzioni di poteri libidici. Ma i travisamenti che sono necessari a mantenere l'ordine stabilito lasciano supporre che una tale operazione andrebbe molto avanti.

   Il ricorso al carattere primitivo dell' "invidia del pene" onde giustificare la sua importanza, viene sostenuto con altri argomenti trovati "all'interno" della problematica analitica. Così l'avidità femminile per il sesso dell'uomo può significare agli occhi di questi, tra l'altro, una proiezione delle "primitive" pulsioni orali, dell'impulso antico di divorare il seno materno. In questo richiamo ai desideri primari, potremmo scorgere anche l'apprensione per aver distrutto il sesso della donna, per averla castrata, per fame insaziabile, per morsi che cercano di afferrare, incorporare o annientare ciò che sfugge, si sottrae. Da qui forse viene il senso di colpa, l'orrore nel vedere realizzarsi i fantasmi, resi onnipotenti? Angoscia che lei, sostituto materno, faccia lo stesso sul suo pene-seno, anche lei per fame, o per misura di ritorsione.

 

Rimozione o inesorabile censura

   Comunque stiano le cose, resta che alla vista del pene, in seguito al confronto - a rigore impossibile - del suo sesso con quello del maschietto, la bambina rinuncerebbe a tutta la sua elaborazione libidica precedente: agli impulsi orali, sadico-anali, fallici, al desiderio di avere e di fare un bambino con la madre, all'onanismo infantile. Un' intera economia viene in qualche modo cancellata, dimenticata, rimossa - ma appunto, in quale modo? ad opera di chi? per che cosa? per quale piacere? in funzione di quale dispiacere? - oppure "convertita" per fare strada all' "invidia del pene", che diventa a questo punto il "fondamento" della sessualità femminile.

   Ebbene,"è noto come (essi, i bambini) reagiscono alla prima impressione della mancanza del pene. Rinnegano i fatti, credono di vedere un membro, mascherano la contraddizione fra osservazione e pregiudizio dicendo a se stessi che è ancora piccolo e tra poco crescerà, giungono poi alla conclusione, di grande significato affettivo, che quantomeno c'è stato e poi è stato tolto. La mancanza del pene è intesa come risultato di una evirazione e il bambino si trova ora dinanzi al compito di fare i conti con l'evirazione riguardante la propria persona". 

Perché gli stessi sentimenti, le stesse rappresentazioni e difese sono attribuite anche alla bambina? La quale considererebbe la sua mancanza di pene come un' evirazione, un "fatto compiuto", eventuale conseguenza della precedente attività masturbatoria (di tipo fallico-virile-clitorideo). E che comunque continua a credere "di aver posseduto una volta un membro così grande". E per subito nega i fatti "nell'attesa di ricevere più tardi , quando lei sarà cresciuta, un'appendice grande come quella di un maschio". Eccetera. Postulato dell'imperialismo fallico secondo il quale, per di più, si afferma che la bambina "respinge il proprio amore per la madre" mentre ai suoi occhi "la donna perde di valore" così come l' ha perso lei in quanto sprovvista di pene. Analogamente "è noto quanto disprezzo della donna, ribrezzo di fronte ad essa, disposizione all'omosessualità, derivino dalla convinzione finale che la donna è priva di pene". Per l'uomo, di cui sappiamo come sia determinato "durevolmente il rapporto con la donna: orrore per quella creatura mutilata o trionfante disprezzo per essa". "Nell'uomo l' influsso del complesso di evirazione lascia anche un certo residuo di disprezzo per la donna, quest'essere evirato."


Mimetismo forzato

   Perché rappresentare la bambina, la donna, che teme, invidia, spera, odia, rinnega ecc. cioè esattamente negli stessi termini del bambino, dell'uomo? E perché lei ci si presta tanto facilmente? Perché suggestionabile? isterica? Ma è un circolo vizioso, trasparente. Lei non può essere altro che così, comprese le modalità perverse cui si sottopone per "piacere" e adeguarsi alla "femminilità" che da lei ci si aspetta. Come essere altrimenti se si considera la castratura che subisce delle sue pulsioni sessuali, l'interdetto sugli affetti, sui rappresentanti e sulle rappresentazioni corrispondenti? Il padre si impone come il solo che possa soddisfarla, ma preferisce il dipiù di godimento che gli procura l'esercizio della legge e quindi la sottopone a sanzione per i suoi (?) "fantasmi di seduzione".

   E del resto perché dovrebbe essere "isterica"? L'isteria almeno conserva nella sofferenza qualcosa del mimo la cui messa in scena è inseparabile dal piacere sessuale. Il problema è che il ludismo mimetico, la finzione, il "fare come se", il "fare mostra" - di cui sappiamo l'incredulità, la repressione, gli scherni che hanno attirato addosso all'  isterica - si trovano definiti, istradati e comandati da un significante capitale, il Fallo, e dai suoi rappresentanti. Emblema non tanto di un gioco tra i sessi ma della potenza di dominio e di appropriazione del rapporto con l'origine (del desiderio, "per esempio").

Di conseguenza, lo scenario dell'isterica, drammatizzazione preferenziale della sessualità femminile, viene condannato come proliferazione di "brutte" copie, di false caricature, rispetto a un rapporto con l'origine che sarebbe quello buono,valido, di valore. L'isterica è stigmatizzata come luogo in cui proliferano fantasie, fantasmi, ombre da smascherare,  interpretare, ricondurre alla realtà di una ripetizione, riproduzione, rappresentazione adeguata e conforme all'originale. 

Naturalmente si ricorrerà a spiegazioni come il "trauma iniziale", origine (supposta) della "malattia", ma tutto era giocato ben prima. Il problema è un altro, e cioè che - ripetiamo - la simbolizzazione del proprio inizio, la specificità del proprio rapporto con l'origine, per la donna sono da sempre annullate (rimosse?) da parte di un'economia che l'uomo cerca di costituire per risolvere il problema del suo principio. Che si regola assumendo all'inizio e alla fine il Fallo. Il significante della potenza e della preminenza sessuali, rispetto al quale non può esserci che "mancanza", "atrofia", "invidia", "fare come se ci fosse o si avesse il fallo", "fare mostra di esserlo o di averlo", ecc. Ma siccome mai viene posto come termine, origine e causa del desiderio, non è possibile neanche un gioco tra due modalità diverse di relazione con l'origine, l'originario. Ognuna delle quali con una parte di misura e di follia. 

"Serietà" - verità? d'una genealogia, d'una genetica, e copie, fantasmi, riflessi, parvenze, anamorfosi spettacolari, che trasformano la parte, le parti, prima che si producano e si riproducano. Questa sarebbe certamente la condizione di un rapporto tra i sessi, d'un gioco cui partecipa la differenza sessuale, e che ovviamente escluderebbe la preminenza di un sesso. Ma...Tra l'ossessivo che vuole, reclama e ripete il suo desiderio originario, dentro il quale gira in tondo e che pretende di dominare per farsi finalmente onnipotente, da una parte, e dall'altra l'"isterica" alla deriva, che non vuole più niente, non sa più quello che desidera, e fa come se fosse o come lui vorrebbe, mentre il corpo soltanto ricorda quello che era, tra questi due la partita sembra male avviata. Il piacere vi si annuncia tetro. Tristemente ripetitivo, volenteroso, oppure frammentario all'infinito, deviante senza scansione che non sia disintegrante. Piacere (?) pieno di storie ma senza storiografia possibile.

da L'invidia del pene, in Luce Irigaray, Speculum. L'altra donna (1974), Trad. di Luisa Muraro, Feltrinelli (Universale economica), 1989, pp.50-55

Luce Irigaray nasce a Blaton, in Belgio, nel 1939. 

Vive e lavora a Parigi, dove è direttrice di ricerca in filosofia presso il Centre National de la Richerche Scientifique. 

Al fine di elaborare un nuovo pensiero della differenza sessuale, ella critica la cultura patriarcale e costruisce l'orizzonte di un'altra cultura in cui un sesso non sia sottomesso né sfruttato dall'altro.

 Dal 1970 lavora con gruppi di donne di diversi paesi. Questa collaborazione va dalle azioni più concrete (lotta per la contraccezione, lotta per i diritti della madre e dei figli, dibattiti) fino a ricerche collettive di carattere scientifico sulla sessuazione del discorso, della lingua, delle immagini e dei simboli in più culture.

 Eletta parlamentare europea nel 1994 nelle liste della sinistra, ha lavorato con Renzo Imbeni ai nuovi diritti di cittadinanza per un'Europa e un mondo fatto di due soggetti: uomini e donne.

Luce Irigaray 

2. La bambina (non) è (che) un maschietto

Un ometto svantaggiato

   Dobbiamo dunque ammettere che LA BAMBINA E' UN OMETTO. Un ometto destinato ad un'evoluzione più difficile e complicata, di quella del bambino, per diventare una donna normale! Un ometto dal pene più piccolo. Un ometto svantaggiato. Un ometto la cui libido subirà una più forte repressione ma la cui facoltà di sublimare gli istinti resterà più debole. Delle cui esigenze la natura terrà meno conto e che tuttavia non prenderà parte alla cultura. Un ometto più narcisista a causa della pochezza dei suoi genitali (?). Più pudico perché si vergogna del confronto svantaggioso. Più invidioso e geloso perché meno dotato. Senza inclinazione verso gli interessi sociali condivisi dagli uomini. Un ometto il cui unico desiderio sarebbe quello d'essere o di restare un uomo. 

   Così Freud - in una sorta di ritorno ancora cieco del rimosso - scopre alcune carte che, variamente mascherate, custodite in luogo appartato, sottendevano il gioco, i valori, la gerarchia di valori, della partita, di tutte le partite: il desiderio del medesimo, dell'identico a sé, del sé (come) medesimo, e del simile, dell'alter ego, insomma dell'auto...e dell'omo...dell'uomo, questo domina l'economia della rappresentazione. 

La "differenza sessuale" dipende da una problematica del medesimo, la quale ancora e sempre si trova determinata all'interno del progetto, della proiezione del medesimo, nella sua sfera di rappresentazione. La "differenziazione" in due sessi muove dall'a priori del medesimo: la bambina ometto deve diventare un uomo meno certi attributi - il cui paradigma è morfologico - capaci di determinare e assicurare la riproduzione speculare del medesimo.  Un uomo meno la capacità di (rap)presentarsi come uomo=una donna normale. 

In questo desiderio proliferante del medesimo, soltanto la morte sarà il rappresentante di un fuori, eterogeneo, altro; la donna assumerà la funzione di rappresentante della morte (del sesso), dell'essere castrato, di cui l'uomo si assume , per quanto può, la signoria, il dominio, trionfando sull'angoscia (di) morte nel coito, godendo nonostante, o grazie a, l'orrore per la prossimità con questa assenza di sesso, questa mortificazione del sesso, che evoca la donna. La prova del coito avrà in più , come orizzonte teleologico, il pegno di una rigenerazione indefinita , d'una ri-produzione del medesimo che sfida la morte, nella procreazione del figlio, il medesimo del padre procreatore. Attestante, per sé e per gli altri, il carattere imperituro del germe maschile, il suo essere garanzia d'una identità a sé che si perpetua.

 

Il sogno degli interpreti

   Non abbiamo finito di enumerare, e nemmeno d'interpretare, le facce, le forme, le morfologie che può prendere queste antiche forme del "medesimo" il quale è riuscito a sfidare gli indovini più chiaroveggenti; il loro metodo infatti non ha mai interrogato la fede che per cominciare esso stesso accordava a quel sogno. Gli interpreti dei sogni non avevano altro desiderio che di ritrovare il medesimo. Dovunque. Ed è vero che ricorreva dovunque. Ma in questo modo anche l'interpretazione si trovava catturata nel sogno dell'identità, d'equivalenza, d'analogia, omologia, simmetria, confronto, imitazione, ecc., ad esso più o meno adeguata, cioè più o meno buona.  

I più abili interpreti diventano allora i sognatori più dotati, più inventivi, più ispirati in tutto ciò che serve a perpetuare e rilanciare il desiderio del medesimo.

   Ma quando questo desiderio arriva a dichiararsi, a teorizzarsi, a prescriversi, nel nome e nel luogo stesso del rapporto tra i sessi, della differenza sessuale, sembra allora che le premesse affiorino per esser messe in discussione, proprio dal parossismo della dimostrazione, dell'esibizione. Richiesto da tutte le figure dell'ontologia, l'a priori del medesimo poteva conservarsi a prezzo di un espatrio, d'una estrapolazione, d'una espropriazione, di tipo teo-logico. Messo in scena dall'uomo, ma non riportato direttamente a lui. Riferito a qualche trascendenza cui si attribuiva la capitalizzazione degli interessi interni all'operazione. 

Ma quando l'uomo viene esplicitamente presentato come il campione, l'unità di misura del medesimo, quando si interpreta in questo modo ciò che da sempre sottendeva, mascherato, il desiderio del medesimo - l'autoerotismo più o meno differito, differenziato in rappresentazioni autologiche o omologhe di un "soggetto" (maschile) - a questo punto il progetto della rappresentazione si trova confuso nella sue deviazioni e giustificazioni ideali. 

Si comincia a scorgere il piacere che l'uomo può trovarci. E nello stesso tempo si impone la domanda: perché tale piacere deve toccare solo a lui?

   Freud dunque porta almeno due colpi alla scena della rappresentazione. Uno in un certo senso diretto, quando fa fallire una certa concezione del presente, della presenza, ponendo l'accento sulla posteriorità, la sovradeterminazione, la coazione a ripetere, la pulsione di morte, ecc., oppure segnalando con la pratica analitica l'impatto dei meccanismi chiamati inconsci sul discorso del "soggetto". 

L'altro colpo è più cieco e indiretto, quando- lui stesso prigioniero d'una certa economia del logos, d'una certa logica, in particolare del "desiderio", di cui misconosce il legame che ha con la filosofia classica - definisce la differenza sessuale in funzione dell'a priori del medesimo e ricorre, per puntellare la dimostrazione, ai procedimenti di sempre: l'analogia, il paragone, la simmetria, le opposizioni dicotomiche, ecc.; quando, parte in causa d'una "ideologia" che non rimette in questione, sostiene che il godimento preteso maschile è il paradigma di ogni godere, e che ad esso fa riferimento, si sottomette e commisura, obbligatoriamente, ogni piacere. Cosa questa che per funzionare avrebbe dovuto almeno restare nascosta! Esibendo questo "sintomo", punto di crisi della metafisica nel quale finisce per mostrarsi "l'indifferenza" sessuale che le assicurava coerenza e "clausura", Freud lo propone all'analisi. Il suo testo infatti si offre per esser capito, letto, come il contrassegno senz'altro più pertinente d'un antico sogno d'auto.., mai interpretato.

 

La masturbazione del pene come fase fallica, per forza

   (...) Nella fase fallica, s'è detto, il maschietto pratica la masturbazione. "Lo stesso fa la bambina" che si serve di un supposto equivalente del pene, la clitoride. Fanno ambedue la stessa cosa, più o meno bene. 

"Ma non durerà a lungo; con la svolta (?) verso la femminilità la clitoride deve cedere in tutto o in parte la sua sensibilità, e quindi la sua importanza, alla vagina. E' questo uno dei compiti che devono essere risolti dallo sviluppo della donna, mentre l'uomo, più fortunato, all'epoca della maturità sessuale non ha che da continuare ciò in cui si era preliminarmente esercitato nel periodo del primo sbocciare della sessualità". 

Si può intendere, volendo, che la bambina praticherà un onanismo suo proprio, finché l'onanismo non sarà proibito al bambino, finché  questo non conoscerà l'angoscia di castrazione legata all'attività masturbatoria. Viene allora il momento in cui dovrà "formarsi" la femminilità, la vagina diventando lo strumento indispensabile del piacere maschile. E' una possibile interpretazione. Infatti, se non si capisce bene - a parte le esigenze del discorso - perché nell'onanismo la bambina si  occupi solo della clitoride, non si capisce meglio perché questa debba cedere la sua "sensibilità" e quindi la sua "importanza" alla vagina. Questi due organi non si sostituiscono l'uno all'altro ma partecipano, con altri e con sensibilità specifica, al piacere della donna. 

Si potrebbe dedurne che la bambina non "si" masturba, ma che masturba un equivalente del pene , e così che la donna non ha accesso ad un piacere femminile, differenziato in funzione dei propri organi sessuali, ma che la sua vagina, al momento giusto, prende le funzioni che aveva la mano prima che al maschietto fosse vietata la masturbazione. Per lei il cambiamento di zona erogena sarebbe dunque determinato dalle vicende mutevoli della masturbazione del pene. Mentre l'uomo, più fortunato, può semplicemente continuare durante la maturità sessuale quello che aveva cominciato nel periodo del primo sbocciare della sessualità.

 

Il cambiamento di oggetto

   Il secondo compito che grava sullo sviluppo della bambina è chiamato da Freud cambiamento di oggetto.  

"Il primo oggetto amoroso del maschio è la madre, che tale rimane anche nella formazione del complesso edipico e, in fondo, PER TUTTA LA VITA. Anche per la bambina il primo oggetto dev'essere la madre (e le figure della balia e della bambinaia che con essa si confondono), poiché è ovvio che i primi investimenti oggettuali avvengono mediante appoggio al soddisfacimento dei grandi e semplici bisogni vitali e le modalità di governo dei bambini sono le stesse  per entrambi i sessi.  Nella situazione edipica, invece, è il padre che diventa per la bambina l'oggetto amoroso, e ci aspettiamo che nel normale corso dello sviluppo essa trovi, a partire dall'oggetto paterno, la via verso la scelta oggettuale definitiva. Col volgere del tempo la bambina deve dunque cambiare zona erogena e oggetto". 

La domanda è allora - tra uomini sempre - "come avviene questo? come passa la bambina, dalla madre, all'attaccamento per il padre o, in altri termini, dalla sua fase maschile a quella femminile, a lei biologicamente destinata?

   Inutile tornare sulle perplessità che suscitano enunciati come questi, anche per quello che hanno d'imperioso, normativo,moralistico (...ci aspettiamo, ...nel normale corso, ...deve dunque..biologicamente destinata). Avanziamo soltanto alcune domande, già fatte per essere rimosse tanto suonano impertinenti e vane al confronto d'una sorte così inesorabilmente decretata.

1) Se l'uomo resta fissato al suo primo oggetto amoroso, alla madre, durante tutta la sua vita, che funzione avrà la donna nella sua economia sessuale? Ci sarà mai un qualche rapporto tra i sessi? e il desiderio potrà mai svincolarsi da una pura e semplice coazione? 

2) Se per corrispondere al desiderio dell'uomo, la donna deve assumere il ruolo di, identificarsi a : la madre di lui, egli sarà in un certo senso il fratello dei suoi figli, avendo con essi in comune l'oggetto amoroso, quello materno. Di conseguenza, come si porrà, si risolverà la questione del complesso edipico che per Freud è il perno attorno al quale si struttura la differenza dei sessi? 

3) Perché il lavoro del divenire della sessualità incombe esclusivamente alla donna? E quale guadagno ci si aspetta da questo lavoro? che diventi come sua suocera? (Non ridete troppo presto) A beneficio di chi va questo lavoro? 

4) Si tratta dunque, per la donna, di rinunciare al suo primo oggetto d'amore per conformarsi a quello dell'uomo. Non avere altro desiderio che quello d'essere per quanto possibile simile all'oggetto di sempre del desiderio dell'uomo, il suo piacere essendo collegato alla riuscita di tale operazione. Non c'è dunque un tropismo, ed un oggetto di desiderio o piacere in giuoco, non c'è una relazione, un giuoco tra due desideri. Si spiega così, tra l'altro, che Freud possa parlare di "oggetto" del desiderio. 

5) Perché Freud chiama maschile la fase nella quale la bambina ama, desidera la madre? Non è forse un modo per eludere la singolarità della relazione tra la bambina e sua madre, così come altrove si fa cieco davanti all'originalità d'un desiderio tra donne? 

Tutte queste specifiche modalità della libido si trovano ricondotte al desiderio dell'uomo per la donna-madre, oppure dell'uomo - bambina nella "fase maschile", bambina=maschietto, ecc. - per il fallo (rappresentato qui dalla madre " fallica"). Dell'uomo per l'uomo? Più esattamente: del fallo per il fallo. 

6) Parlando dell'evoluzione verso la "fase femminile" Freud si richiama al "destino biologico", espressione a cui non farà tanto ricorso per la sessualità maschile e che rimanda, ancora una volta, al "destino" materno della donna. Ebbene, questo mettere avanti la produzione del bambino non è forse il diniego più trasparente, lo scongiuro più esplicito del carattere autoerotico, omosessuale, o feticista, della relazione che l'uomo ha con la donna? Il richiamo al naturalismo biologico, all'oggettività fisiologica, non subentra forse per coprire la fantasmatica che comanda l'economia sessuale della coppia? A meno di vederci una riduzione, attraverso il "destino", dell'onnipotenza materna. Sono due sintomatiche dell'immaginario che, come noto, non si escludono affatto.

Una medesima legge del medesimo

   "Sarebbe una soluzione di una semplicità ideale se potessimo supporre che, a partire da una certa età, si faccia sentire l'influsso elementare dell'attrazione eterosessuale, la quale spingerebbe la piccola donna verso l'uomo, mentre la stessa legge permetterebbe al maschio di rimanere attaccato alla madre". Sarebbe veramente semplice, in effetti, se una stessa legge potesse sancire rapporti tra loro tanto diversi,come quello della bambina con l'uomo, e quello del maschietto con la madre..Ma come formulare una simile legge? Non è certo quella dell' "attrazione eterosessuale ad una certa età". 

Se non, forse, detto così, per la bambina "divenuta donna". La quale, per arrivarci, avrebbe dovuto risolvere la questione del suo rapporto con l'originario - come quello del suo desiderio (d') originale o dell'origine (del) suo desiderio -, nonché spostare-superare il suo potere autoerotico, omosessuale, "sublimare" le pulsioni parziali, ecc. L'uomo, per parte sua, resterebbe polarizzato dal suo rapporto con l'origine. Così resterebbe tanto sulla scena della rappresentazione dove è nota l'insistenza secolare di tale questione di principio , con il tentativo sempre ripreso di "svelarla", quanto nella sua pratica sessuale dove il desiderio più violento e ricorrente è quello di sverginare la donna-sua madre (la relazione tra le due scene è evidente ma richiede per essere interpretata qualche deviazione per l'ideale; più avanti). La verginità, rappresentata dall'imene, consentirebbe, figurando l'impossibile, con un ruolo quasi di denegazione, l'incesto (non è mia madre perché...non ancora madre).

   Ma questo percorso proposto ai due sessi non è affatto lo stesso, e non può obbedire alla stessa legge, come Freud pretende. Al massimo obbedisce alla legge medesima, la legge del medesimo, che impone alla bambina di abbandonare il suo rapporto all'origine, la sua fantasmatica (dell') originario, per andare a iscriversi in quello, quella dell'uomo, che diventano di conseguenza l'"origine" del desiderio di lei. 

In altre parole, la donna non avrà altro rapporto all'origine che non sia comandato da quello dell'uomo. Perduta, sviata, smarrita, se non viene ad affiliarsi al desiderio, primo, maschile. Vuol dire questo, tra l'altro, il fatto che lei rinuncia ai segni della propria ascendenza per immatricolarsi con la cifra della stirpe dell'uomo, avendo lasciato la propria famiglia, la sua "casa", il suo nome - che comunque è quello del padre -, il suo albero genealogico, per quelli del marito. Sarebbe sicuramente molto interessante porre in questi termini la questione del "fallo" e del suo potere: esso non rappresenta solo il significante privilegiato del pene e nemmeno quello del potere o del godere, salvo interpretarlo come appropriazione del rapporto con l'origine, del desiderio (d') origine

Il tropismo e la concorrenza si sviluppano qui di fatto tra l'uomo e la/sua madre. La donna è veramente castrata nei confronti d'una economia come questa.

   Ma di altrettanto si trova ridotta la differenza sessuale. Anche se Freud prosegue dicendosi deluso per il fatto che i bambini non seguono, univocamente, la preferenza sessuale dei genitori - tanto da dubitare di "quel potere misterioso, non ulteriormente scomponibile mediante l'analisi, del quale i poeti parlano con tanto entusiasmo"! - si può obiettargli che l'inclinazione del ragazzo per la madre e della bambina per l'uomo, eventualmente per il padre, non sono facilmente riconducibili all'attrazione di un sesso per quello - come dice lui - "opposto". Infatti l'attrazione - sempre seguendo Freud - lascia il ragazzo ai suoi amori originari, mentre spinge la bambina a staccarsene. A questo punto parte un lungo ragionamento col quale Freud si sforza di dimostrare come, perché,...la bambina cambierà il suo atteggiamento verso la madre, passando dall'amore all'odio!

da La bambina (non) è (che) un maschietto, in Luce Irigaray, Speculum. L'altra donna (1974), Trad. di Luisa Muraro, Feltrinelli (Universale economica), 1989 pp. 21-29

La carezza è gesto-parola che oltrepassa l'orizzonte o la distanza dell'intimità con sè. E' vero per chi è accarezzato, toccato, per chi è avvicinato nella sfera della sua incarnazione, ma è anche vero per chi accarezza, per chi tocca e accetta di allontanarsi da sé per questo gesto. Allora il gesto di chi accarezza non è cattura, possesso, sottomissione della libertà dell'altro affascinato da me nel suo corpo, ma diviene dono di coscienza, regalo di intenzione, di parola indirizzata alla presenza concreta dell'altro, alle sue particolarità, naturali o storiche. 
Accarezzare è stare attenti alle qualità velate nella vita comunitaria, qualità che leggi e vita civile dovrebbero garantire come proprie, sottratte alle violenze di un quotidiano che non si cura di intersoggettività. La carezza è risveglio a te, a me, a noi.


Luce Irigaray, "Essere due"

Luce Irigaray

3. Donna per un difetto di qualità

(Il narcisismo, la vanità, il sociale, il pudore, la sublimazione)

   Del resto non è mia intenzione seguire l'ulteriore comportamento femminile attraverso la pubertà fino all'epoca della maturità, né le nostre conoscenze sarebbero sufficienti a questo scopo". La relazione sulla storia della sessualità femminile è interrotta prima che la donna arrivi all'età adulta. Addirittura prima di incontrare l'evento della pubertà. Il che vuol dire prima della "scoperta" della vagina e dell'utero. Prima che la donna lasci la famiglia, cambi il suo nome proprio, prima del "matrimonio", della maternità, dell'allattamento...Tutte tappe che non sono dappoco...E ce ne sono altre. Di questa evoluzione ulteriore della sessualità femminile "delineerò alcuni tratti in ciò che segue", esponendo"altre puculiarità psichiche della femminilità matura, quali si presentano all'osservazione analitica", con l'avvertenza che "non sempre è facile distinguere che cosa sia ad ascriversi all'influsso della funzione sessuale e che cosa alla regolamentazione sociale":

Un narcisismo esorbitante

1. "Noi attribuiamo il narcisismo in maggiore misura alla femminilità, ed esso influisce tra l'altro sulla scelta oggettuale della donna, così che essere amata è per lei un bisogno più forte di quello di amare".

2. "Nella vanità fisica della donna ha la sua parte anche l'effetto dell'invidia del pene, dal momento che essa deve tanto maggiormente stimare le sue attrattive in quanto tardivo risarcimento per l'originaria inferiorità sessuale".

3. "Al pudore, che è ritenuto una qualità squisitamente femminile, ma è assai più convenzionale di quanto si potrebbe pensare, noi attribuiamo l'originaria intenzione di nascondere il difetto del genitale".

4. "Si dice che le donne abbiano fornito pochi contributi alle scoperte e alle invenzioni della storia della civiltà, eppure vi è forse una tecnica che esse hanno inventato: quella dell'intrecciare e del tessere. La natura stessa sembra aver offerto il modello da imitare, facendo crescere , con la maturità sessuale, il pelo pubico che ricopre il genitale. Il passo successivo consistette nel far aderire l'una all'altra le fibre che sul corpo erano conficcate nella pelle ed erano soltanto ingarbugliate tra loro...viene spontaneo tentar di indovinare il motivo inconscio di questa riuscita".

5. "Vi è un nesso tra lo scarso senso di giustizia della donna e il prevalere dell'invidia nella sua vita psichica".

6. "Diciamo anche delle donne che i loro interessi sociali sono più deboli" il che deriva "dal carattere sociale che è indubbiamente proprio di tutti i rapporti sessuali".

7. "...e la loro capacità di sublimazione delle pulsioni è più ridotta che negli uomini".

8. "Un uomo sui trent'anni appare come un individuo giovanile, non del tutto formato, che ci aspettiamo saprà sfruttare energicamente le possibilità di sviluppo apertegli dall'analisi. Una donna della stessa età invece ci spaventa di frequente per la sua rigidità e immutabilità psichiche. La sua libido ha occupato posizioni definitive e sembra incapace di lasciarle per altre. Non vi sono vie verso un ulteriore sviluppo; è come se l'intero processo avesse già fatto il suo corso e rimanesse d'ora in avanti inaccessibile a ogni influenza, o meglio, come se il difficile sviluppo verso la femminilità avesse esaurito le possibilità della persona". "Come terapeuti questo stato di cose ci appare deprecabile, persino quando riusciamo a porre fine alla sofferenza risolvendo il conflitto nevrotico".

    E va bene...Ma:

PERCHE' IL TITOLO  

SPECULUM. L'ALTRA DONNA

di

Franco Restaino

 

     Il riferimento allo "speculum" (contrapposto a "specchio" nell'opera) nel titolo è un indiretto attacco a Lacan, un cui scritto, il famosissimo "Stadio dello specchio", indicava come centrale e decisiva, nell'infanzia, l'esperienza dello specchio: cioè l'esperienza in cui il bambino o la bambina per la prima volta si "vedono" nello specchio e cominciano ad acquistare e costruire il "senso" della loro identità come individui separati dalla madre e dagli altri. 

Lo specchio che dà soltanto immagini, precede di poco la comparsa del Padre e della sua Legge che è fatta di parole e che sanziona inappellabilmente lo status e il ruolo rispettivo di maschio (superiore) e di femmina (inferiore).

L'ordine imposto dalla Legge del Padre, nella terminologia lacaniana, è chiamato "ordine simbolico", e in esso i "simboli" sono appunto le parole, i discorsi, che si distinguono dalle immagini e dai "segni" (questi ultimi appartengono alla fase preedipica, precedente quella dello specchio, quella fase che Julia Kristeva privilegerà  come "ordine semiotico" - della madre - opponendola alla fase dell' "ordine simbolico" - del padre).

     Lo speculum è lo strumento ottico concavo usato dai medici per "guardare" dentro le cavità del corpo umano, in particolare dentro l'organo sessuale femminile. Lo specchio è la superficie piatta che sta all'aperto, in pubblico, e che tutti conosciamo in quanto ci restituisce la nostra immagine.

La donna "funziona", nell'ideologia e nell'immaginario dell'ordine simbolico, cioè del linguaggio della Legge del Padre, come "specchio" per l'uomo, nel senso che guardando la donna nella sua condizione di inferiorità l'uomo vede se stesso nella sua condizione di superiorità incrollabile. 

     L'uomo non vede la donna così com'è, ma come un buco, una mancanza, un'assenza: come il contrario dell'uomo, così come l'organo genitale dell'uomo, il fallo, è visto e vissuto dall'uomo come il contrario di quello della donna, la vagina. 

Il fallo è il pieno, è l'attività, è il tutto; la vagina è il vuoto, è la passività, è il niente. Il discorso dell'uomo, di conseguenza, è un discorso fallocentrico: il fal-logo-centrismo è l'atteggiamento dell'uomo in quanto pone, al centro di tutto se stesso, il proprio fallo, il proprio discorso.

     Le cose reali, naturalmente, non stanno proprio così, per Irigaray. Se invece dello specchio si usa lo speculum si vedrà che il vuoto o nulla (per l'uomo) da riempire con il fallo è invece un luogo con una sua realtà e sessualità ricca e molteplice, che al confronto fa apparire modesta e irrilevante quella maschile. Ma Freud e il pensiero maschile vedono nella donna e nel suo organo genitale soltanto la negazione di ciò che l'uomo possiede (di qui la famosa "invidia del pene" attribuita da Freud alla bambina). 

     (...) L'uomo, secondo Irigaray, vede come un "pericolo" la diversità "positiva" della donna, in quanto questa diversità mette in crisi il suo "immaginario" determinato esclusivamente dal fallocentrismo: "Se la donna avesse altri desideri che non siano 'l'invidia del pene', lo specchio che deve rinviare all'uomo la sua immagine - seppure invertita - perderebbe forse la sua unità, unicità, semplicità" (p.45).

L'immagine invertita è la vagina rispetto al fallo (come l'interno del guanto rispetto alla mano), la donna-vagina (vuoto da riempire, passività) rispetto all'uomo-fallo (pieno che riempie, attività).  "L'altra donna", quella dello speculum e non dello specchio, è "invisibile" per l'uomo, non esiste; esiste, invece, per lui la sola donna dello specchio che gli dà la rassicurante immagine invertita da lui desiderata.

da "Il pensiero femminista. Una storia possibile, in Franco Restaino e Adriana Cavarero, Le filosofe femministe, Paravia, Torino 1999, pp.75-77

1. Alla donna si presenta veramente l'opzione tra "amare" ed "essere amata"? ammesso che la descrizione fatta della scelta d'oggetto nella donna corrisponda in qualche modo alla realtà. La svolta verso la femminilità è segnata da un'ondata di passività, dalla trasformazione delle pulsioni primitive della bambina in pulsioni con "meta passiva", e dal perpetuarsi del polo "oggetto". A rigore la donna non ha da scegliere né da desiderare un "oggetto" d'amore. deve invece fare in modo da essere desiderata come "oggetto" da un "soggetto". 

"L'oggetto" desiderabile è sempre il pene, il fallo. Dell'uomo (o) della madre. Da questo, da questi, la donna cercherà quindi di prendere su di sé tutto il valore che riesce a prendere, se vuole sostenere il desidero del "soggetto". Se vuole che lui possa amarsi in lei, attraverso (la deviazione di) lei. E' narcisista, certo, ma per mandato fallico. Per quanto poi riguarda l'investimento narcisistico del proprio sesso, abbiamo visto che lei non può aspirarvi. Mutilata, amputata, umiliata...in quanto donna.

Vanità di una merce

2. La vanità fisica della donna, si dice, la risarcisce dell'originaria inferiorità sessuale; sarebbe quindi provocata dall' "invidia del pene". Ammettiamolo. Ma anche su questo punto il problema è di sapere se la donna ha la scelta tra essere o non essere "vanitosa del proprio corpo" per adeguarsi alla "femminilità" che le viene richiesta. Sapere se la sua "utilità" sessuale non le imponga di preoccuparsi delle qualità e "proprietà" del corpo. Per sollecitare, alimentare e accrescere il godimento del consumatore. Il quale consumatore pretende in più d'essere rassicurato sul fatto che è lui a detenere il campione di misura dei valori sessuali; l' "invidia del pene" interviene proprio per fornire tale rassicurazione. 

La "femminilità" si trova così presa dentro un processo circolare: non avendolo, le viene voglia di averlo, visto che quello garantisce nello scambio sessuale, ma non ce l'ha, e a ragion veduta, poiché con la sua "invidia" viene rinforzata la credibilità, la quotazione, di questo "equivalente generale".

Tuttavia un problema insorge a questo punto: mimare il possesso del pene, fingere d'esserlo, in questo commercio è un'operazione che scombina tutte le quotazioni. 

La donna, sappiamo, non può mimare o fingere un rapporto con il suo sesso, perché lei è un essere castrato, amputato, tagliato fuori da ogni possibile accesso all'idea, all'idealità, alla specula(rizza)zione, così come manca di una certa "realtà" organica. 

Ebbene, lei che non possiede l'organo monopolizzatore del valore, può tanto meglio fare "come se" ce l'avesse, fare "finta" di esserlo. Proprio questo le chiede l'uomo, per calmare la sua angoscia di castrazione, la sua paura del sesso femminile castrato, questa è la possibilità a lei offerta di soddisfare le sue pulsioni, senza che ci sia consapevolezza di quello che ciò vuol dire. 

Con la "vanità fisica", con la trasformazione del proprio corpo in "feticcio" - il cui modello o prototipo è il pene - la donna aderisce alla condizione richiesta per poter essere un "oggetto" desiderabile e perché l'uomo abbia voglia di possederla. Ma indubbiamente lei cercherà, a sua volta, di sostenere un plusvalore del proprio prezzo.

I trucchi vari, le maschere di ogni tipo con cui si copre hanno lo scopo di trarre in inganno, facendo credere ad un valore superiore a quello che c'è in realtà. Da questo tentativo la donna trae un qualche godimento? Non tanto, e non tanto facilmente. Si tratta di una formazione secondaria, reattiva, che la lascia sempre esposta ad un possibile sguardo sprezzante e che non basta certo a lenire la sofferenza delle passate umiliazioni narcisistiche, della sua inferiorità "congenita", né può fare da surrogato alla rimozione del suo autoerotismo, reso definitivamente vergognoso.

Quand'anche riuscisse alla perfezione nella parte borghesemente perversa della "femminilità", non per questo è trovato il rimedio capace di colmare la spaccatura, la mancanza di una specifica economia speculare, nella quale lei possa, per se stessa, formarsi una rappresentazione del proprio valore ed accedere così allo scambio nei rapporti con gli altri non più come "oggetto". 

Il che non vuol dire che, benché lasciata senza rimedio, non trovi modo di pagare con la stessa moneta, traendo in inganno l'uomo, per il quale diventa un(a) pericoloso (a) rivale sul mercato degli equivalenti sessuali, dove si può credere che tutto l'oro del mondo è ormai capitalizzato da lei. Placcata d'oro? Corpo trasformato in oro per la soddisfazione delle sue pulsioni autoerotiche, scotofile, possessive.

Il pudore copre un difetto

3. Ma il "pudore" resta a testimoniare il difetto degli organi genitali di lei. Per quanto ridotto ad un fatto convenzionale, il pudore tuttavia ebbe in passato lo scopo principale di tener nascosta la conformazione imperfetta, difettosa, degli organi genitali femminili. Il pudore resta come un richiamo, per inversione, del compromesso e del diniego impliciti nell'elaborazione del feticcio. Bella di corpo, coperta d'oro da e per lui, la donna deve restare riservata, modesta, pudica per quanto riguarda il suo sesso. Discretamente complice della sua dissimulazione. Continuare nel doppio gioco che consiste nell'esibire il corpo, i gioielli, per meglio nascondere il suo sesso. 

Infatti se il "corpo" della donna presenta qualche "utilità" e rappresenta un certo "valore", questo è possibile solo a condizione di mascherarne il sesso. Un niente da consumare. E per giunta fantasticato come una bocca avida. Come si può mettere in commercio una cosa tanto vuota? Per vendersi occorre che la donna copra come meglio può il dis-prezzo  che le è inerente.

4. Si spiega così l'importanza che hanno per lei i tessuti, la stoffa necessaria a (ri)coprirla. Come si spiega l'unico contributo dato dalle donne "alle scoperte e alle invenzioni della storia della civiltà: intrecciare e tessere". Si tratta di "imitazione" o poco meno, per la quale "la natura stessa sembra aver offerto il modello" fornendo alla donna "il pelo pubico"". La donna (non) può (che) mimare la Natura, copiare ciò che essa fornisce e produce, dando per parte sua una sorta di assistenza o supplenza, a livello tecnico. Resta un comportamento paradossale. Perché la Natura è (il) tutto. Ma questo tutto non può apparire come niente. Di sesso, per esempio. 

La donna dunque tesse per velarsi, cioè per mascherare i difetti della Natura. Avvolgendola. Da Marx sappiamo che l'involucro serve a preservare il "valore" da un giusto apprezzamento; che permette lo "scambio" dei prodotti "senza il sapere" del loro valore effettivo. Involucro astraente, universalizzante, che rende i "prodotti" intercambiabili senza il (ri)conoscimento delle loro differenze (Marx, Il Capitale, Libro I, prima sezione, cap.I § 4). Da Freud veniamo a sapere che esso serve a dissimulare allo sguardo inorridito del bambino e dell'uomo, la differenza dei sessi. Per questo involucro avvolgente la natura ed il suo lavoro passano insensibilmente nell'economia feticistica; i loro prodotti, mantenuti segreti, si sottraggono all'apprezzamento. In questo modo credenze e pregiudizi si conservano, indenni dalla contraddizione che potrebbe insorgere con l' "osservazione". 

La contraddizione però è già presente nel velo, nella doppiezza della sua finzione. Il velo infatti serve a coprire un "valore"  minore e a sopravvalutare il feticcio, ma intanto nasconde anche l'interesse di ciò che pretende salvare dalla svalutazione; quello che ritroviamo, ad esempio, nella copula o nella concezione. Nasconde in più quello che sarebbe il costo della copulazione, il quale, evidentemente, si calcola a stento e minaccia la validità dell'economia corrente. (...)

     Il quale sesso è ancora tessuto, a più strati. Almeno due. La donna e (è) la madre non (si) foderano allo stesso identico modo. La funzione dell'involucro non è la stessa: una guaina non avvolge come una membrana amniotica. "Per esempio". Parimenti eterogeneo è il ruolo del velo che alimenta l'illusione feticistica la quale copre più d'un diniego. 

Ponendo l'accento sul diniego della castrazione materna, implicitamente è già stato rinnegato il rischio di combustione nella copula. Volendo preservarsi dallo spettacolo della madre mancante di pene, implicitamente è già stato negato alla donna il potere di godimento, la sua potenza sessuale. Il godimento in genere. Così diventa feticcio l'organo maschile. Di cui, a consacrazione avvenuta, anche lei viene provvista. Ancora una volta la madre ha mascherato la donna. Il velo inoltre dice: bisogna che la matrice (ri)avvolga la vagina; la membrana che cinge il prodotto, che aiuta e dissimula il lavoro di (ri)produzione, deve ri(n)chiudere e nascondere il gioco del piacere. Il fuoco. Perché sarebbe una minaccia per tutta l'economia feticistica. Questa mette veli un po' dovunque, in tutti i sistemi di equivalenze. La condizione che li rende possibili resta, in definitiva, il disconoscimento della differenza sessuale. 

 

Una natura molto invidiosa

5. "Vi è un nesso tra lo scarso senso di giustizia della donna e il prevalere dell'invidia nella sua vita psichica". La donna non essendosi applicata ad operare la "metamorfosi dell'invidia" richiesta dall' "esigenza di giustizia", non è neanche al corrente della "condizione in base alla quale è possibile rinunciarvi". Le "invidie" della donna non hanno trovato un'economia, un diritto, una giurisdizione capaci di regolare le modalità per esercitarle o rinunciarvi. Infatti i bisogni e i desideri della bambina sono rimasti "latenti": repressi, inibiti, rimossi, convertiti in odio (per la madre), in disprezzo (per il sesso femminile) ecc. Operazioni come queste sono fatte per rinforzare il dispetto, l'avidità, le tensioni pulsionali, senza dar loro una misura. Da questa "catastrofe" libidica che rappresenta per la bambina la scoperta della castrazione, deriva "l'invidia del pene" che scandisce ed articola le tappe del "diventare donna", assicurandone il completo svolgimento. (...)

   Tornando al discorso della giustizia, del "senso della giustizia", è logico chiedersi come la donna potrebbe mai accedervi, considerata la sua esclusione dalla pratica degli scambi, in cui entra soltanto come merce. Le merci, "se potessero parlare", direbbero forse quello che pensano del prezzo che vengono stimate, se trovano giusto il proprio statuto e il modo d'agire dei proprietari. Quanto ad elaborare le loro "invidie" onde pervenire a soddisfare "l'esigenza di giustizia", questo a dire il vero non sembra fattibile. 

A parte la presa di parola, comunque "non possono andare da sole al mercato". Non gli rimane che coltivare la voglia dei loro acquirenti. I loro "guardiani". I quali evidentemente, devono "mettersi in rapporto tra loro in quanto persone, riconoscersi reciprocamente come proprietari privati, rapporto giuridico che ha per forma il contratto legalmente formulato oppure no". Il "valore delle merci, in queste operazioni più o meno legali, è indiscutibilmente determinante ma non è previsto che le merci si mettano a dire qualcosa, a chiedere, ad esprimere bisogni o desideri, a concludere per conto loro acquisti o vendite. Saranno al massimo "donne pazze del loro corpo" il che non fa che facilitare i commerci. Assicurano così che la "voglia" ci sia. E' questo il ruolo impartito alla donna; nell'esercitarlo, si possono verificare degli incidenti secondari, ma ciò non toglie che così viene assicurato il buon funzionamento dell'ordine stabilito (Il Capitale, Libro I, cap. I § 4 e cap.II). 

   Parimenti viene assicurato il fallocentrismo e la sua durata. Infatti se la donna non avesse invidia di lui che ce l'ha, la concentrazione fallica apparirebbe ben presto incrinata da qualche eccentricità. Il problema è che a lei riesce difficile non rivendicare l'accesso alle procedure in cui si stabiliscono le equivalenze, di diritto riservate esclusivamente agli uomini, perlomeno alla "virilità"; la pratica di tali procedure è  comandata e contrassegnata dall'egemonia fallica. 

La donna, nell'ignoranza ed incoscienza in cui si trova riguardo a ciò che le spetta, per i suoi meriti, il suo valore, per l'eventuale specificità del suo ruolo nell'economia degli scambi, è spinta ad "invidiare", a reclamare poteri uguali o "equivalenti" a quelli degli uomini. Il momento della rivendicazione è indubbiamente inevitabile, con quello che comporta: la donna si rappresenta come sottomessa, vittima, resa disgraziata dal narcisismo del pene, con l'unico scopo di impadronirsi di quei privilegi.

La rivolta, o rivoluzione, sessuale si limita a rovesciare le cose con il rischio di favorire l'eterno ritorno del medesimo. Freud ha in qualche modo ragione quando contesta i "femministi", con l'aggiunta però che le ragioni da lui invocate sono a loro volta contestabili e provano che non ha capito l'importanza della questione.

Francesca Doria 

IL CONTENUTO DI  "SPECULUM. L'ALTRA DONNA"

 

   Speculum si articola secondo una triplice divisione. La prima parte è dedicata all'analisi dell'ultima produzione freudiana sulla femminilità, come luogo privilegiato del discorso che, proprio nel suo rivolgersi all'enigma del femminile, rende palese una"sistematica il cui senso si regola su paradigmi ed unità di valore determinati da soggetti maschili" (p.17)

(...) L'indagine su Freud sfocia nella seconda parte di Speculum, in cui l'autrice affronta i grandi testi filosofici della tradizione occidentale: Platone, Aristotele, Plotino, Cartesio, la mistica femminile, Kant, Hegel. Da queste analisi emerge costantemente il gesto metafisico originario che conduce il soggetto ad innalzarsi verso "una prospettiva che dovrebbe dominare il tutto, il punto di vista più potente, separandosi dalla sua base materiale e dal suo rapporto empirico con la matrice" (p. 129). Il materno femminile rimosso diviene così l'inconscio del pensiero occidentale. Tra sé e l'altro il soggetto maschile, nelle sue cangianti vesti filosofiche, ha posto uno specchio, una speculazione con cui ha moltiplicato la propria immagine e potenziato il proprio autoerotismo.

(...) Dopo aver compiuto l'iter filosofico dall'antichità a Hegel, Irigaray rilegge - nella terza e ultima sezione di Speculum - il mito della caverna narrato da Socrate, come fucina di ogni costruzione metafisica successiva. L'uscita del prigioniero dalla caverna diviene sradicamento del soggetto dalla propria incarnazione per entrare nei giochi di approssimazione ad una verità iperuranica, l'Idea, che produce nelle sue riflessioni molteplici "copie" ad essa più o meno adeguate. La chora, il ricettacolo sensibile, la madre, non ha specchio nè forma affinché - in questa grandiosa messa in scena platonica - sia lei a funzionare come specchio, speculum. Sprofondando nelle viscere della terra come riserva a cui attingere la caverna, l'utero, viene trasformata dagli artifici di Socrate  - che d'altronde si dichiara ostetrico - in modo tale da svalorizzare, annullare la generazione materna, così che la madre-materia non partorisce che immagini, il Padre-Bene non genera che realtà. Sempre che egli possa, agli occhi dei mortali, fare a meno delle realizzazioni sensibili per farsi riconoscere" (p. 281). 

(...) Nel suo disfare la storia alla rovescia partendo da Freud e arrivando a Platone, Irigaray mostra come, a partire dalla cancellazione della differenza sessuale, ogni differenza e pluralità sia stata irretita dal gioco dicotomico tra trascendenza e immanenza, intellegibile e sensibile, forma e materia, spirito e natura, divino ed umano. L'oblio del tra, del passaggio della caverna come ripiegamento del femminile sul materno ha mantento nel discorso maschile la madre e la donna in condizioni di con-fusione. Dal dolore di questa presa di coscienza prende avvio per la donna la necessità di ritrovare se stessa, il suo piacere, la sua autoaffezione e autorappresentazione che non possono eludere il rapporto con la madre. Questo processo inizia già nel linguaggio stesso di Speculum, ma sarà soprattutto a partire dagli anni ottanta che Irigaray (in opere come Sessi e genealogie, e Etica della differenza sessuale) forgerà filosoficamente le condizioni di possibilità per un ordine simbolico femminile. 

Francesca Doria, "Speculum. L'altra donna" di Luce Irigaray

in Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani (a cura di), 100 Titoli. Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, Tufani, Ferrara 1998

La società non interessa le donne

6. Tanto più che egli parla degli "interessi sociali" delle donne. Riconosciamo che l'emancipazione sessuale è una rivendicazione, una di quelle "femministe", i cui termini sono a volte, spesso, posti male, valutati male, scarsamente elaborati e che offre il fianco alle critiche ironiche - facile ironia per chi ha il linguaggio a sua disposizione e non deve prima impadronirsene per poi sovvertirlo. Ma i desiderata avanzati nel campo dei diritti sociali da queste medesime "emancipate", o che almeno sperano di esserlo, sono meno facili da eludere. 

Certo, la questione non è, fondamentalmente quella di arrivare alle stesse prerogative. Bisogna però che le donne arrivino alla parità perché si possano percepire e considerare le differenze che ne scaturirebbero. E' un'evidenza dire delle donne che "i loro interessi sociali sono più deboli" degli uomini. L'equivocità di tale espressione, con il suo doppio senso, basterebbe a commentarla. Insomma, perché le donne dovrebbero interessarsi ad una società che non le interessa? una società che suscita i loro interessi soltanto tramite coloro che in essa sono, di diritto e di fatto, interessati. Dovrebbero farlo per "protesta virile"? La cosa rischia di procurare loro più danni che..interessi. Per masochismo? A livello sociale il masochismo non dà grande piacere. D'altra parte come si fa a partecipare alla vita sociale quando non si hanno a disposizione le monete di scambio, quando non si possiede niente in proprio di proprio da mettere in rapporto con le proprietà dell'altro, degli altri?

Allora: "L'inferiorità della donna nel campo degli interessi sociali deriva senza dubbio dal carattere sociale che è indubbiamente proprio di tutti i rapporti sessuali: gli innamorati bastano l'uno all'altro e anche la famiglia è restia all'inserimento in associazioni più vaste". 

Ovvero: l'inferiorità sociale della donna è la replica della sua inferiorità sessuale e/o viceversa, in una circolarità pesante da togliere e dalla quale non si esce facilmente. Sappiamo bene quello che alla donna viene rifiutato dei vantaggi sociali, con il pretesto della sua "costituzione", ma si dimentica un po' troppo quanto i giudizi dati su detta costituzione dipendano dalla condizione sociale imposta alla donna. La società, con il pretesto di mimare, aiutare una "natura" di cui essa stessa ha in precedenza fornito il concetto - si gira sempre in tondo -, opera nei confronti delle donne "maggior violenza" e "tiene meno conto" delle esigenze delle donne "che di quelle della virilità". 

Parlare a questo punto di "interesse sociale femminile" mancherebbe di qualsiasi giustificazione. Non s'era detto lo stesso della "libido femminile"?  Allora com'è possibile spiegare il disinteresse sociale della donna affermando che lei sarebbe assorbita, presa nei rapporti sessuali? che "gli innamorati bastano l'uno all'altro"? Le donne spesso sono frigide a causa del loro "destino" libidico, l'amore per loro è pressoché impossibile a causa della loro "invidia del pene" ecc. Tutto ciò resta molto "oscuro" e lo resterà, fino a tanto che la "femminilità" ed i ruoli corrispondenti non saranno interpretati come "formazioni" secondarie, prescrizioni "utili" in rapporto alla mascolinità. 

Qualsiasi altra spiegazione, volta a stabilire un rapporto tra "femminilità" e la "donna" - la sua costituzione, il suo debito biologico, i complessi di castrazione e quello di Edipo, la frigidità, l'invidia del pene e del resto, la vanità, il pudore, la tessitura.. -, va a finire in proposizioni contraddittorie; cosa sorprendente in un'argomentazione..maschile. Su questo punto specifico le contraddizioni si possono spiegare con il fatto che Freud, non altri, ha scarsa attenzione - scarsi interessi? - per la dimensione sociale delle relazioni amorose.

Marx definisce il rapporto dell'uomo con la donna come indicativo dei rapporti che l'uomo ha stabilito con tutti i suoi simili, con particolare riguardo ai rapporti di sfruttamento (Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi 1870, pp.109-110). 

In quanto origine, pratica, riflesso, il rapporto sessuale con ogni evidenza non può essere dissociato dall'economia generale nella quale prende posto e si stabilisce; considerare i minori interessi sociali delle donne, in termini di preoccupazioni sessuali troppo esclusive - e per forza "asociali" - vuol dire che si è dimenticato fino a che punto le modalità del rapporto sessuale sono determinate dalla società e quanto esse incidano e pesino nella società. 

Analogamente, la suddivisione dei compiti sociali sottintesa da Freud nel suo testo, secondo la quale alla donna è affidata la cura, la preoccupazione dell'aspetto sessuale, dell' "amore", ci obbliga a chiedere di quali donne egli sta parlando. 

Ad esaminare se il suo enunciato è generalizzabile a tutte le società e a tutte le classi sociali. In altre parole: quale struttura economica determina la concezione del ruolo della donna che troviamo in Freud? non è dichiarata, salvo poi rimproverare alla donna la sua mancanza di attitudini sessuali , psicologiche, sociali, culturali ecc. La misoginia dichiarata può essere la cauzione ideologica data ai regimi dominanti di proprietà. 

Infatti il lavoro della donna - ammettendo in via provvisoria che sia eminentemente "amoroso", familiare, domestico - non ha sempre presentato i tratti della reclusione, dell'isolamento sociale che nota Freud e che traduce come "mancanza di interessi sociali", "inferiorità sociale" delle donne. 

Soltanto con la famiglia patriarcale e soprattutto con la famiglia individuale monogamica, "la direzione dell'amministrazione domestica perdette il suo carattere pubblico" e "divenne un servizio privato": "la donna divenne la prima serva, esclusa dalla partecipazione alla produzione sociale" (Engels, L'origine della famiglia, Editori Riuniti 1971, p.101).

 I diversi regimi di proprietà che si sono succeduti, schiavismo, feudalesimo, capitalismo, non hanno mai modificato il fatto che la donna sia posseduta dal capofamiglia "quale semplice strumento di produzione" (Marx-Engels, Manifesto del Partito Comunista, Editori Riuniti 1973, p.83) e di riproduzione. In essi il contratto di matrimonio è stato per lo più un implicito contratto di lavoro, ma in quanto tale non sanciti giuridicamente . 

Di conseguenza la donna è privata del diritto ad avanzare rivendicazioni sociali che sarebbero del tutto legittime: salario, orario di lavoro, vacanze. ecc. Donna "alla pari" in una casa in cui fa i lavori domestici ed ottiene in cambio il cibo, l'alloggio, i vestiti..."La moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata. 

Al giorno d'oggi l'uomo, nella grande maggioranza  dei casi, deve essere colui che guadagna, che alimenta la famiglia, per lo meno nelle classi abbienti; il che gli dà una posizione di comando che non ha bisogno di alcun privilegio giuridico straordinario. Nella famiglia egli è il borghese , la donna rappresenta il proletariato" (Engels, L'origine della famiglia, cit. p.101). Il contratto matrimoniale, contratto di lavoro non dichiarato, maschera inoltre l'atto d'acquisto del corpo e del sesso della donna, "la quale si distingue dalla comune cortigiana solo perché essa non affitta il proprio corpo come una salariata che lavora a cottimo, ma lo vende in schiavitù una volta per tutte" (Idem, p.98)

"Come in grammatica due negazioni costituiscono un'affermazione, così nella morale matrimoniale due prostituzioni fanno una virtù" (Fourier, cit. da Engels, L'origine della famiglia, pp.98-99). Potremmo portare altre analisi come questa. Un'altra ancora: "La donna è una proprietà che si acquista mediante contratto; è un bene mobile, per il quale basta il possesso a dare titolo di proprietà" (Balzac, in La fisiologia del matrimonio).

Il contratto di cui si parla è stipulato di solito dal padre e dal marito - analogamente a quanto avviene tra il protettore e il cliente - la verginità essendo il valore portato in aggiunta alla dote, in cambio di una certa capacità di lavoro e d'una certa garanzia di potenza, che sono richieste al marito (ma bisognerebbe aggiungere che gli stessi requisiti, almeno la capacità di lavoro, sono richiesti anche alla donna). In altri casi tutto l'affare è trattato dai due capifamiglia, in funzione dei rispettivi beni ed interessi ideologici. 

In ogni caso l'accordo viene concluso tra due uomini, e provoca il passaggio della donna da una "casa" all'altra, dove si lega definitivamente ad un altro "circolo familiare".Come il padre aveva vigilato sulla verginità della figlia quale "valore" necessario allo "scambio", così l'uomo deve tenere la moglie legata alla famiglia per assicurare la concentrazione delle ricchezze in un luogo unico e la loro trasmissione ai suoi figli. 

"La monogamia sorse dalla concentrazione di grandi ricchezze nelle stesse mani, e precisamente in quelle di un uomo, e dal bisogno di lasciare queste ricchezze in eredità ai figli di questo uomo e di nessun altro. Perciò era necessaria la monogamia della donna e non quella dell'uomo; cosicché questa monogamia della donna non era affatto in contrasto con la poligamia aperta o velata dell'uomo" (Engels, L'origine della famiglia, cit., p.102).

"Nel mondo moderno monogamia e prostituzione sono, certo, antagonismi, ma antagonismi inseparabili, poli opposti del medesimo stato di cose della società" (id., p. 103). 

 MITICHE GENEALOGIE

 

Luce Irigaray, dando grande valore alla ricostruzione  e alla reinterpretazione delle genealogie femminili, invita le donne a "non riuccidere la madre che è stata immolata all'origine della nostra cultura". Bisogna ridare la vita a questa madre, a nostra madre in noi e tra noi. Dobbiamo ridarle il diritto al piacere, al godere, alla passione, renderle il diritto alla parola, ma anche al grido, alla collera. Bisogna inventare le parole che dicono il rapporto più arcaico e più attuale con il corpo della madre, con il nostro corpo, con quello delle nostre figlie.  Con tale fine Irigary rivisita molti miti della Grecia arcaica, secondo una lettura davvero suggestiva e tuttavia aderente alle versioni più antiche di miti quali: Caos e Gaia, Melusine, le Erinni, Afrodite, Demetra e Kore, Edipo, Antigone.

 

DEMETRA E KORE

Preistoria, Demetra e Kore

"Per ristabilire una giustizia sociale elementare, per salvare la terra da una sottomissione totale ai valori maschili (che privilegiano spesso la violenza, il potere e il danaro), è necessario restaurare questo pilastro mancante nella nostra cultura: la relazione madre-figlia nel rispetto della parola e della verginità femminili. Questo implica una modifica dei codici simbolici, in particolare del linguaggio, del diritto, della religione"

"Il più bell'esempio che ci è dato dello sviluppo della relazione madre-figlia è presente nei miti e riti di Demetra e Kore (o Cerere e Persefone)"

 

Il mito racconta del ratto di Kore da parte di Ade, il dio degli inferi, che la seduce contro la sua volontà in modo che non possa più tornare definitivamente da sua madre Demetra. Questa, disperata, rende sterile la terra e vaga alla ricerca della figlia, fino a quando scopre che il ratto è stato concordato tra Zeus e Ade. Per salvare i mortali dalla distruzione Zeus si ricrede e propone un patto a Demetra: Kore torna da lei per sei mesi all'anno e per i restanti sei rimane con Ade nel regno delle tenebre. Demetra, che vuole riavere la figlia ad ogni costo, accetta. Irigaray afferma che il mito segna il passaggio al patriarcato.

 

Il ratto di Kore-Persefone 

Periodo romano, "Ade rapisce Persefone"

"Il ratto di Kore-Persefone serve ad istituire un potere di divinità maschili e ad organizzare la società patriarcale. Ma esso è stupro, matrimonio senza il consenso né della figlia né della madre, appropriazione della verginità, divieto di parola imposta alla figlia e alla moglie (da Zeus), caduta nell'invisibile, nell'oblio, nella perdita dell'identità e nella sterilità spirituale". 

XVII sec., Gian Lorenzo Bernini

"Il ratto di Persefone"

"Su questa colpa originale il patriarcato ha costruito il suo cielo e i suoi inferni. Alla fanciulla ha imposto il silenzio. Ha dissociato il suo corpo dalla sua parola, il suo piacere dal suo linguaggio. L'ha trascinata nel mondo delle pulsioni maschili, mondo dove essa è divenuta invisibile e cieca a se stessa, a sua madre, alle altre donne e perfino agli uomini, che forse è così che la vogliono. Il patriarcato ha così distrutto il nucleo più prezioso dell'amore e della fecondità: la relazione tra madre e figlia di cui la fanciulla vergine conserva il mistero"

 

AFRODITE

Periodo greco, Afrodite

"Afrodite occupa un posto molto particolare tra natura, dei e manifestazione umana. Rappresenta l'incarnazione dell'amore, ormai nella sua forma sessuata - uomo e donna -, ma ancora vicino al cosmo. Quest'amore umano emerge in una donna. Contrariamente a quello che si dice o crede generalmente, ella non è divinità che invita all'orgia sessuale, ma manifesta la possibile spiritualizzazione delle pulsioni tramite la dolcezza, l'affetto. In greco l'attributo di Afrodite è filotés, la tenerezza."

Tutte le citazioni sono tratte da: Luce Irigaray, Il tempo della differenza, Editori Riuniti, Roma 1989

Del resto questi due poli si trovano riuniti nel matrimonio monogamico tradizionale, forma legale di una prostituzione che non si dichiara e che produce, sicuramente per denegazione, il moralismo. Che sia per queste o per altre ragioni, comunque "la famiglia è restia all'inserimento in associazioni più vaste". 

Intendiamo: restia a che la donna esca di casa. Così resta in uno stato di dipendenza economica che autorizza ogni sorta di oppressione. Ad esempio il fatto che "la donna, nonostante tutte le leggi liberatrici, è rimasta una schiava della casa, perché è oppressa, soffocata, inebetita, umiliata dai piccoli lavori domestici, che la incatenano alla cucina, ai bambini e ne logorano le forze in un lavoro barbaramente improduttivo, meschino, snervante, che inebetisce e opprime" (Lenin, L'emancipazione della donna, Editori Riuniti 1971, pp.47-48).

Questo stato di cose è richiesto dal mantenimento del regime di proprietà privata e dal perdurare della famiglia individuale come unità economica della società: "il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell'antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso femminile da parte di quello maschile". (Engels, L'origine della famiglia, cit., p. 93). 

Naturalmente non è mai augurabile, per il mantenimento del potere costituito, che l'oppresso (-a) s'interessi del proprio statuto sociale, che si preoccupi della propria inferiorità sociale. Se la funzione economica assegnata alla donna per millenni spiega, ed implica, il fatto che lei presti una scarsa attenzione ai problemi di carattere "pubblico", vuol dire che esistono potenti interessi i quali vorrebbero, ed ancor oggi vogliono, distoglierla da quel genere di preoccupazioni. Sono questi interessi che determinano, in ultima istanza, il discorso di Freud sulla sessualità della donna? Non si può dire che Freud abbia torto, nella misura in cui descrive uno stato di cose. Ma i suoi enunciati sono in più normativi e regolano una pratica. E dunque?

 

Sublimazione imperfetta

7. C'è da considerare che nelle donne "la capacità di sublimazione delle pulsioni è più ridotta che negli uomini". Il che dà un potere più assoluto al transfert sull'analista - padre, uomo, marito - nonché al loro controtransfert, rendendo più problematica l'eventualità di una sua dissoluzione per via d'interpretazione.

   Che la donna abbia minore capacità di sublimare dell'uomo, a parte qualche variante individuale, è un presupposto compreso nell'operazione stessa del sublimare, per quello che implica, per le condizioni e le modalità della sua realizzazione. Il confronto che vediamo di nuovo comparire - "capacità più ridotta" - è il modo con cui Freud torna a pensare la sessualità femminile, come sessualità maschile ridotta

Diventare donna, come ne ha scritto lui, dalla prima all'ultima riga, spiega perché la "femminilità", per quanto matura, proprio perché matura, realizzata, è incapace di sublimare. Per cominciare, il Super-io funziona in modo che certo non favorisce la sublimazione. La madre, supporto dell'identificazione primaria, viene scoperta castrata, dunque senza valore; l'identificazione al "prototipo paterno" - madre "primitiva" fallica o padre - è due volte proibito alla donna: il pene costituisce l'oggetto del desiderio che non si può completamente introiettare, perché da tale identificazione risulterebbe un Super-io "virile". La donna permane di conseguenza in uno stato di dipendenza infantile da un Super-io fallico, che si mostra severo e sprezzante verso il suo sesso castrato e la cui crudeltà favorirà fantasmi e pratiche di masochismo, più che sostenere l'elaborazione di valori "culturali". I quali comunque sarebbero valori maschili. 

   La sublimazione, inoltre, implica la mobilitazione della libido narcisistica e la trasformazione della libido sessuale in energia desessualizzata al servizio dell'Io. Ebbene, senza contare che la definizione dell'Io, nella donna, è problematica, non si dimentichi che il sentimento di inferiorità di cui lei soffre, ma necessario al ruolo sessuale e sociale che le sono assegnati, non favorisce certo in lei lo sviluppo della libido narcisistica. Le resta la possibilità di identificarsi con modelli maschili, che la portano alla "protesta virile": oppure può, per compiacenza, adattarsi a rappresentare il pene agli occhi dell'uomo, fargli, per incarico ricevuto, da supporto feticistico, figurando come se fosse la "cosa" desiderabile ("cosa" di cui non possiamo certo pensare che abbia una grande capacità di "sublimazione"). Quest'ultima eventualità ci ricorda che in generale alla donna spetta di mantenere il "polo" oggetto nel funzionamento della differenza sessuale; non è perciò molto adatta ad operare quella "sostituzione di oggetti" che fa parte del processo di sublimazione. Senza contare, poi, che la sublimazione ubbidisce ad interessi sociali che poco toccano la donna. 

   Sappiamo d'altra parte che l'energia pulsionale della bambina ha subito una forte repressione a causa del suo "complesso di castrazione". Quindi gliene rimane ben poca da investire nelle attività sublimanti. Basta per "volgersi verso il padre", sempre che "troppe cose" non siano andate perdute "in seguito a rimozione". Non dimentichiamo poi il lungo e penoso lavoro richiesto dalla "svolta verso la femminilità".

   Non è forse necessario aggiungere, anzi ripetere, per quali ragioni la donna si trova nell'impossibilità di elaborare e trasporre, in modi specifici a lei, i rappresentanti psichici dei suoi oggetti-mete pulsionali: la ragione sta nel modo sbagliato, non suo, con cui accede alla rappresentazione, per cui entra in un'economia speculare e speculativa che lascia le sue pulsioni senza segni né simboli né emblemi, e neanche grafismo in grado di figurarle. 

Inoltre gli oggetti pulsionali della donna soggiacciono ad una rimozione particolarmente pesante, cosicchè l'unica loro traduzione si fa in una scenografia somatica. Fatta non di parole ma di crittogrammi. Surrogato di fantasmi che lei nemmeno ha se non come ribalta(mento) masochistica(-o) dei suoi desideri amputati oppure in quanto supporto dell' "invidia del pene". Comunque non è più una fantasmatica corrispondente alle sue pulsioni, in particolare a quelle primarie. Di queste non si viene a sapere nulla, se non forse in sogno. Il desiderio della donna parla soltanto nei sogni. Prende delle figure che non hanno niente a che fare con i criteri della vita "cosciente". 

   "Somatizzazioni" enigmatiche, "sogni" isterici nei quali dovremmo scorgere "la caricatura di una creazione artistica" (S. Freud, Totem e tabù, Boringhieri, Torino 1969, p.113). La nevrosi preferita delle donne, l'isteria, sarebbe il "mimo" di un'opera d'arte, una brutta (copia dell') opera d'arte. Si produce come contraffazione, parodia, d'un processo artistico. Trasformata in oggetto estetico ma privo di valore e condannabile perché rientra nella simulazione. Stigmatizzata in quanto falsa. Non è "natura" e nemmeno tecnica valida di ri-produzione della natura. 

Artificio, menzogna, finta, trappola: questo è il giudizio sociale che si meritano il quadro, le scena, i drammi e le pantomime dell'isteria. Se le pulsioni della donna cercano con questi mezzi di forzare il riconoscimento del pubblico, di mostrarsi, pagheranno tale pretesa di di-mostrazione  con lo scherno, l'anatema, i supplizi. Oppure con l'interpretazione riduttiva, con il richiamo al buon senso, alla ragionevolezza. Una società ha l'obbligo di proibire i falsi. E l'isterica con le sue esibizioni finte, che eccedono e sfidano la misura - naturale o stabilita per legge - va castigata. Repressa, mortificata, riportata per amore o per forza alla continenza. La castità, la decenza, il pudore, sono queste le "sublimazioni" richieste alla donna. Lasciamole per poco ancora nella loro "latenza", quanto basta per dare un'occhiata alla rilevanza anche sociale del sado-masochismo.

(...) La donna e la madre, in modi diversi certamente, diventano complici di tale repressione. 

Da loro l'uomo e la società pretendono certe precise forme di "sublimazione", e sono: l'inibizione delle pulsioni, il loro rovesciamento nel contrario, la loro trasformazione in sentimenti teneri "che non terminano mai nella soddisfazione del bisogno sessuale dal quale tuttavia sono derivati" ecc.

 Insomma, la continenza libidica. Un paziente lavoro d'autodistruzione pulsionale. Così attraverso la donna e per la donna dura l'opera invisibile della morte; con la sua "attività" incessante di mortificazione. Senza tregua lei riporta la fine dell'inizio, ma non vuol dire che riporti il suo termine al suo inizio. (Ri)chiamando la morte in utero. Ma questo prima del suo concepimento in sua madre, nella matrice di un corpo singolo. Spersonalizzata, resa impersonale, universale. Tutto e niente dell'inizio e della fine. Mentre l'uomo (si) lancia (nel)la loro sublimazione in specula(rizza)zioni immortali.

8. L'esposizione fatta da Freud dei caratteri della sessualità femminile s'interrompe con un mito letterario: "La donna di trent'anni". Ma qui prende una luce inattesa. Poco attraente. A meno che egli non scopra il rovescio della seduzione della "donna di trent'anni".

"non posso tralasciare di menzionare un'impressione che si ha continuamente nell'attività analitica.  ...Una donna della stessa età  - sarebbero i trent'anni - ci spaventa - ancora? - di frequente per la sua rigidità e immutabilità psichiche". Forse si è confusa con il paziente lavoro della morte? E per il resto, congelata nella rappresentazione della "femminilità" che le è stata prescritta? Feticcio la cui bellezza mortuaria riflette un'indifferenza sessuale acquisita a duro prezzo. "La sua libido ha occupato posizioni definitive e sembra incapace di lasciarle per altre". La sua libido? Cioè? Non esiste "libido femminile". Ma forse la repressione, la censura e la conseguente inibizione della libido ne hanno a tal punto compromesso l'esercizio che la donna non dispone di energia in quantità sufficiente per cambiare la propria condizione. Tanto più che la sua condizione è fissata dal punto di vista economico, sociale e culturale.

Le "posizioni definitive" non possono modificarsi se non attraverso evoluzioni e rivoluzioni talmente radicali che una donna, anche di trent'anni, non può certo promuoverle da sola. Senza contare poi che le molte occupazioni del lavoro domestico in cui è impiegata, non le lascerebbero molto tempo libero. Quand'anche ce l'avesse, non sta comunque bene che lei lasci la famiglia per "inserirsi in associazioni più vaste". 

Pertanto a trent'anni, sposata, madre di uno, due, tre..figli, non ha più progressi da fare, che siano socialmente riconosciuti; le tocca solo applicarsi, instancabile, agli stessi compiti di sempre. Può darsi che debba a questa età accettare il fatto che il marito abbia una o più amanti. In tal caso dovrebbe, nella migliore delle ipotesi, riconsiderare e analizzare il proprio rapporto con l'omosessualità. Ma sono cose di cui si parla poco e non è nemmeno sicuro che lei abbia l'opportunità di dirne qualcosa. Come si parla poco delle difficoltà, ancora più grandi, che incontrerebbe se le venisse il desiderio di uno o più amanti. Le rimane il figlio? Se ha avuto la fortuna di veder realizzato il suo sogno d'infanzia. 

   La storia continua. Ma esistono "vie verso un ulteriore sviluppo"? E' come se l'intero processo avesse già fatto il suo corso e rimanesse d'ora in avanti inaccessibile a ogni influenza, o meglio, come se il difficile sviluppo verso la femminilità avesse esaurito le possibilità della persona". Come se la storia fosse finita? e bloccata, per lei, alla sua preistoria? Se il "difficile sviluppo" verso la femminilità è stato in gran parte il risultato di influenze che hanno già prodotto i loro effetti - potere patriarcale della famiglia e della società e ideologia fallocratica, ai quali deve sottomettersi, pena "una perdita d'amore" (Il tramonto del complesso edipico, in La vita sessuale, cit., p.216) -, è probabile che le suddette "influenze" non chiedano alla donna di trent'anni altro che di essere accontentate e che lei continui ad accontentarsi.

   Per quanto scontenta lei possa essere. Una ragione per andare, eventualmente, da qualche terapeuta che deprecherà "questo stato di cose" senza però potervi rimediare, "persino quando riesce a porre fine alla sofferenza risolvendo (?) il conflitto nevrotico". Tanto vale.. 

Tuttavia la reazione del terapeuta ci sorprende. La donna di trent'anni, che probabilmente soffre di una psicosi? nevrosi? isterica, porta in analisi una sintomatologia alquanto mobile, malleabile, un'angoscia di frustrazione in cerca di transfert; inoltre, se a qualcuno può interessare ancora, è ipnotizzabile e suggestionabile quanto si vuole, a causa del suo fragile inserimento nei sistemi simbolici. Insomma, solo per lei varrebbe la pena d'inventare la pratica analitica. Più che per l'uomo di trent'anni il quale si trova piuttosto disposto, per via della sua integrazione socio-culturale, alla psiconevrosi ossessiva. 

Ma forse la psicoanalisi, nei confronti di lei, ha una sua efficacia, in quanto servirebbe a confermarla nelle "posizioni definitive" che la sua (?) libido è stata costretta ad adottare. L'ossessivo - forse anche un po' paranoico? - ci lavora per calmare i suoi conflitti femminili, affinché tutto rientri nell'ordine... Lui in fondo non vuole che le cose cambino, che abbiano un'evoluzione, che la donna lo disturbi nelle sue abitudini sessuali, nell'economia delle sue pulsioni scotofile e sadico-anali, nelle sue sublimazioni cariche di narcisismo, nel suo rispetto un po' sospetto del diritto acquisito...

 Che non sia più sua figlia, della quale è gratificante interpretare i fantasmi di seduzione  e che è giusto iniziare e piegare al "discorso" ragionevole  della legge (sessuale). O che non sia più sua madre,  di cui è piacevole ascoltare le fantasticherie erotiche, essendo finalmente stato ammesso nella sua intimità. A meno che, sotto sotto, non si stabilisca un qualche transfert omosessuale molto "inconscio". 

   Soprattutto non vuole che si metta in discussione il risultato del "difficile sviluppo verso la femminilità". Nel corso del quale, purtroppo, l'isteria è stata già messa sotto terra e ricoperta, da quella sottomissione mimetica all'economia ossessiva di cui la donna ancora una volta si fa supporto, senza essere parte in causa e senza nessun guadagno per la sua sessualità. Ridotta ad una funzione, ad un funzionamento, di cui bisognerebbe tornare a interrogare le determinazioni storiche: regimi di proprietà, sistemi filosofici, mitologie religiose, con le loro prescrizioni. Il "destino" che si vuole imporre alla sessualità della donna, è stato fissato da quelle prescrizioni, che si ritrovano anche e ancora nella teoria e nella pratica pasicoanalitiche. 

"Questo è tutto quanto avevo da dirvi sulla femminilità. E' certo incompleto e frammentario e non sempre suona gentile. Non dimenticate però che abbiamo descritto la donna solo in quanto la sua natura è determinata dalla funzione sessuale. Questo influsso, per la verità, giunge lontano, ma teniamo presente che ogni donna è anche un essere umano"!

   Comunque, "se volete saperne di più sulla femminilità, interrogate la vostra esperienza - voi uomini - o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza possa darvi ragguagli meglio approfonditi e più coerenti".

da Donna per un difetto di qualità, in Luce Irigaray, Speculum. L'altra donna (1974), Trad. di Luisa Muraro, Feltrinelli (Universale economica), 1989, pp. 109-126

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