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T R A D O T T I   I N   I T A L I A

uAA.VV., Filosofia, ritratti, corrispondenze, 2001

uAA.VV., Subaltern Studies, Modernità e postcolonialismo, 2002

uBourdieu P., Il dominio maschile, 1999

uChiavola Birnbaum Lucia, La madre o-scura, 2004

uKaplan L., Voci dal silenzio, 1996

uAnna Politkovskaja, La Russia di Putin, 2005

uKlein Naomi, No logo,2001

uMernissi F., L'harem e l'Occidente, 2000

uSen Amartya, La democrazia degli altri, 2004

uSven Lindqvist, Diversi: uomini, donne, idee contro, 2004

uLaura Kipnis, Contro l'amore,2006

 

Contro l'amore

 

Laura Kipnis

Contro l'amore: una polemica è un saggio scritto dalla sociologa Laura Kipnis, che analizza la moderna concenzione dell'amore e delle coppie a lungo termine. Malgrado già dal titolo si presagisca lo stile polemico con cui viene trattato l'argomento, le tesi esposte non sono in realtà contro l'amore in senso assoluto, ma solo contro alcuni degli aspetti e degli ideali delle relazioni moderne.

Indice

 

·                                 1 Argomentazioni principali

o                                        1.1 La fallacia del presupposto di fondo

o                              1.2 La logica del lavoro nell'amore

o                              1.3 I lavoratori privi di passioni sono produttivi per la società

o                              1.4 La relazione moderna: una «Coppia cameratesca»

o                              1.5 Proposte alternative

·                                 2 Film citati

o                              2.1 Sugli "orrori coniugali"

o                              2.2 Genere "amore tragico"

o                              2.3 Genere "amore seriale"

o                              2.4 Genere "antiamore"

·                                 3 Bibliografia

Argomentazioni principali

La fallacia del presupposto di fondo

L'autrice sostiene che la maggior parte dei problemi delle moderne relazioni di coppia a lungo termine, sono dovuti ai falsi presupposti insostenibili in eterno su cui esse sono basate, ovvero:

  • l'amore dura in eterno;
  • il partner è l'unica fonte di soddisfacimento per la maggior parte dei nostri bisogni;
  • per decine di anni si può amare e fare sesso con una sola persona tenendo viva la passione.
  • impegnandosi abbastanza è possibile conciliare l'irrazionalità dell'amore romantico (l'innamoramento, la passione) alla razionalità delle coppie di lunga data.

L'autrice sostiene che quando inevitabilmente queste convinzioni si scontrano con la realtà, invece di concludere che ad essere sbagliata sia questa concezione dell'amore, siamo portati a pensare o che «abbiamo sbagliato persona, dobbiamo trovare quella giusta» (ragionamento che porta alla monogamia seriale, in cui di solito non si fa altro che replicare la stessa situazione), o che «quello che non va siamo noi, non la società» (ragionamento che ci spinge a conformare i nostri desideri più intimi alle pretese della società).

La logica del lavoro nell'amore

Una delle convinzioni della società contemporanea è che ogni membro di una coppia debba impegnarsi per mantenere viva la passione ("che gioia", commenta l'autrice): ma questo introduce la logica del lavoro nel campo dei sentimenti. L'autrice cita in proposito Adam Phillips:

«Nella nostra vita sessuale [...] non è possibile impegnarsi in una relazione più di quanto non sia possibile imporsi di avere un'erezione o di decidere di fare un determinato sogno. È proprio quando ci si impegna per raggiungere certi scopi che si sa di aver fallito, perché già manca qualcosa»

Alcune delle affinità col lavoro indicate dall'autrice:

  • l'idea dell'impegno costante; soprattutto quando le cose non vanno bene, si è portati a pensare che "non ci si sta impegnando abbastanza"
  • la routine e l'alienazione, come per gli operai in una catena di montaggio
  • il sesso come un "timbrare il cartellino"
  • la sequela di regole e divieti
  • quando il desiderio è scemato, il partner geloso lavora come un poliziotto che vigila sul rispetto della fedeltà

I lavoratori privi di passioni sono produttivi per la società

Inoltre l'autrice sostiene che le persone private delle passioni sono più produttive per la società: non vivono un innamoramento che divorerebbe il loro tempo, le loro energie e i loro pensieri, e sono più propense a cercare appagamento nel consumismo, ovvero «non pensano a scopare ma a consumare».

La monogamia a lungo termine è efficace in questo fenomeno di controllo e annichilimento delle passioni: produce persone annoiate, le abitua ad accettare la sottomissione (verso il partner) anche nell'ambiente domestico, ha una azione di controllo contro l'insorgere di nuove passioni (gelosia e ricatto), inoltre porta molte persone a vivere il lavoro come una fuga dalla vita familiare.
Diversamente, le persone che riscoprono l'innamoramento e compiono adulterio, pongono tutto il resto in secondo piano, collocano continuamente la nuova fiamma al centro dei loro pensieri, sacrificano tutte le altre attività (ad esempio dandosi malati al lavoro), e il sesso e la relazione portano via tutte le loro energie mentali e fisiche.
L'autrice invita a domandarsi tra questi due scenari, posto che il primo è quello più utile alla «società della produzione», quale sia quello più utile alla felicità delle persone.

La relazione moderna: una «Coppia cameratesca»

L'autrice nota che la tendenza ad organizzarsi in gruppi permanenti o semipermanenti di due persone la ritroviamo nella maggior parte della popolazione terrestre, ma tuttavia le tipologie di questi raggruppamenti a due variano enormemente da cultura a cultura; l'autrice trova quindi curioso che nella società occidentale contemporanea, che si suppone sia molto libera ed emancipata, ci sia una schiacciante predominanza di una particolare tipologia: la «coppia cameratesca».

L'autrice, applicando l' Ipotesi di Sapir-Whorf alla struttura del linguaggio della coppia moderna, si chiede quale visione della realtà emerga da esso: ella osserva che l'unità discorsiva ricorrente, è il divieto; avendo raccolto centinaia di interviste in proposito, l'autrice riporta nel testo un campione delle risposte ricevute alla domanda: «quali sono gli obblighi posti dalla vita di coppia?». Il risultato è una interminabile sequela di imposizioni (pp. 87-95), che a detta dell'autrice[1], appaiono inizialmente divertenti, ma si rivelano via via sempre più irritanti per il lettore.

L'autrice sostiene che uno dei paradossi della coppia moderna è la coesistenza dell'ideale dell'«essere se stessi» ed il suddetto regime di divieti e cambiamenti a cui dobbiamo abituarci per vivere insieme; insomma uno dei diritti fondamentali dell'uomo, la libertà di sviluppare liberamente la propria personalità, è anche ciò che renderebbe impossibile andare d'accordo col partner.

 Proposte alternative

Come la stessa autrice ha ribadito in più occasioni[2], l'intento del libro non è quello di proporre un particolare modello alternativo alla coppia moderna, ma quello di sostiene invece la necessità di abbracciare la mentalità della sperimentazione; di esplorare percorsi di espressione del desiderio che non siano solo quelli prescritti dalle normali istituzioni della società, come il matrimonio. È questo il merito che l'autrice riconosce agli adulteri, per quanto non sia entusiasta dell'adulterio in se: quello di provare vie alternative.

Nel corso del libro l'autrice afferma che perfino rimanendo nel campo delle relazioni monogame a lungo termine, si possono avere delle caratteristiche diverse rispetto a quelle attuali; ad esempio, come gia detto da Ingmar Bergman nel suo Scene da un matrimonio, la possibilità di stipularle come contratto annuale prorogabile.

Film citati

Sugli "orrori coniugali"

Alcuni degli esempi citati:

  • Angoscia
  • La fabbrica delle mogli

Genere "amore tragico"

L'autrice afferma che questi film sono accumunati dal fatto che il sentimento avrebbe dovuto trionfare, ma ciò è stato impedito da eventi sfortunati esterni (come ad esempio la morte).

  • Il paziente inglese
  • Breve incontro
  • Love story
  • Le parole che non ti ho detto

Genere "amore seriale"

Film di "amore seriale" è la classificazione suggerita dall'autrice per quei film che "sollevano dei dubbi [sulla coppia moderna] solo per metterli a tacere", in quanto anche in essi troviamo il presupposto che quando le cose vanno male, significa solo che «abbiamo sbagliato persona e dobbiamo trovare quella giusta», che come gia detto ad inizio articolo, porta alla monogamia seriale, in cui di solito non si fa altro che replicare la stessa situazione.

  • Kramer contro Kramer
  • Una donna tutta sola

Genere "antiamore"

L'autrice afferma che dovrebbe esserci una riflessione critica sul fatto che esistono ormai una quantità di film che narrano dell'infelicità della vita di coppia, e che bisognerebbe riconoscere questo filone come genere antiamore; non farlo equivarrebbe a non rendersi conto che esistono un sacco di pellicole con dei tizi che insossano capelli da cow-boy e cavalcano nelle praterie.

L'autrice afferma inoltre che ciò che contraddistingue i film d'amore da quelli di antiamore è principalmente il fatto che i primi finiscono col lieto fine e la dissolvenza in nero, nascondendo ciò che avviene dopo, mentre i secondi cominciano proprio da quel momento. L'autrice afferma inoltre che a volte il passaggio al genere antiamore è involontario, dovuto solamente al fatto che il registra si sofferma un po' troppo oltre il "lieto fine", suscitando così nello spettatore la domanda proibita nei film d'amore: «e adesso cosa succede?».

  • Il laureato
  • Il bigamo
  • Scene da un matrimonio
  • Chi ha paura di Virginia Wolf
  • Luna di fiele (sulla trasformazione dell'amore in odio)

 

 

La Russia di Putin

 

Anna Politkovskaja

 

 

Da qualche tempo l’Occidente cerca di tranquillizzarsi sulla Russia presentando Vladimir Putin come un bravo ragazzo volenteroso. Ma ora questo libro di Anna Politkovskaja, giornalista moscovita nota per i suoi coraggiosi reportage sulle violazioni dei diritti umani in Russia, ci svela, in pagine ben documentate e drammatiche, tale autoinganno. Ed è un libro destinato a restare memorabile per la maestria e l’audacia con cui l’autrice racconta le storie (pubbliche e private) della Russia di oggi, soffocata da un regime che, dietro la facciata di una democrazia in fieri, si rivela ancora avvelenato di sovietismo.
Ma non si pensi a una fredda analisi politica: «Il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia» scrive la Politkovskaja. E tanto meno si pensi a una biografia del presidente: Putin resta infatti sullo sfondo, anzi dietro le quinte, per essere chiamato sul proscenio soltanto nel tagliente capitolo finale, dove viene ritratto come un modesto ex ufficiale del kgb divorato da ambizioni imperiali. In primo piano ci incalzano invece squarci di vita quotidiana, grottesca quando non tragica: la guerra in Cecenia con i suoi cadaveri «dimenticati»; le degenerazioni in atto nell’ex Armata Rossa; il crack economico che nel ’98 ha travolto la neonata media borghesia, supporto per un’autentica evoluzione democratica del Paese; la nuova mafia di Stato, radicata in un sistema di corruzione senza precedenti; l’eccidio a opera delle forze speciali nel teatro Dubrovka di Mosca; la strage dei bambini a Beslan, in Ossezia.

 

La Russia di Putin

di Anna Politkovskaja

Adelphi, 2005
€18,00 - 293 pag.

 

Anna Politkovskaja proviene dall’alta società sovietica ed è nata a New York nel 1958, da genitori che erano diplomatici sovietici all’Onu. Rientrata in patria per studiare, dopo la scuola entrò alla facoltà di Giornalismo dell’università statale di Mosca, una delle più prestigiose dell’Urss. Dopo la laurea, lavorò per il quotidiano Izvestija, poi per il giornale della linea aerea Aeroflot e con l’arrivo della perestrojka, passò alla stampa indipendente, che in quegli anni cominciava a emergere e ad affermarsi: prima la Obshaja Gazeta, poi la Novaja Gazeta. Con lo scoppio delle guerre intestine russe, divenne una delle croniste più tenaci del conflitto ceceno ed una delle poche voci critiche rispetto alla politica di Putin ed è nota per i suoi coraggiosi reportage sulle violazioni dei diritti civili e umani in Russia.
Nell’ottobre 2002 ha acquisito una certa notorietà internazionale, quando ha partecipato alle trattative tra il governo russo e il commando ceceno che aveva occupato il teatro Dubrovka di Mosca. Due anni dopo, nel settembre 2004, ha cercato di trattare con i sequestratori della scuola di Beslan, in Ossezia, ma non è mai riuscita ad arrivare sul posto perché qualcuno ha cercato di avvelenarla. Nel 2003, Anna Politkovskaja ha vinto il Lettre Ulysses Award for the Art of Reportage, premio internazionale per la Letteratura del Reportage. E' stata assassinata il 6 ottobre 2006.

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Lucia Chiavola Birnbaum

La madre o-scura

   «Io sono una italo-americana che cerca di preservare le sue origini siciliane, un percorso che mi ha condotta attraverso una spirale, in Africa» racconta Lucia Chiavola Birnbaum nell’introduzione a La madre o-scura, curata nell’edizione italiana da Nadia Gambilongo. Un lungo percorso personale che strada facendo diventa paradigma antropologico, storico, sociale, culturale per riscoprire l’origine africana della madre nera e la persistenza della sua memoria nell’epoca attuale. Una spirale che rintraccia nei frammenti dispersi del mito i tasselli di una storia umana dimenticata o rimossa, impressa nei corpi, negata dallo sforzo di codificazione del lavoro intellettuale, sopravvissuta in segni esili sfuggiti al tempo. Recuperare il sentimento della conoscenza implica allora la destrutturazione del sapere dato, e la scelta di ripercorrere il processo latente fino all’inconscio, dove mimetizzate, nascoste, invisibili quasi, le cose resistono.

   E’ un viaggio a singhiozzo, che attraversa la ricerca scientifica e antropologica, la filosofia, i testi letterari, l’arte, ma deve necessariamente nutrirsi di spostamenti continui, respirare le storie popolari, ripercorrerle nel loro snodarsi nel tempo e nei luoghi, fermarsi a incontrare le persone, lasciarsi suggestionare da incontri impossibili.

   Il libro separa a posteriore i due piani. La prima parte riassume le scoperte di genetisti e archeologici, si fa carico delle prove inconfutabili che il sapere codificato ha accertato e accettato. Nella seconda parte si indagano le testimonianze della persistenza di forme di devozione incaricate di garantire almeno la memoria di valori di giustizia, compassione, eguaglianza, trasformazione, proprio nei riti di culture subalterne.

   La mitologia è una sorta di specchio della nostra memoria collettiva: «Per costruire una buona società dobbiamo cercare nella saggezza poetica dei nostri antenati» ammonisce l’autrice con le parole di Vico. Uno specchio oscuro, dove le immagini sovrapponendosi si confondono.

   Il ricordo della madre nera ha dovuto accettare di essere travestito per sopravvivere, il culto si è mimetizzato, eppure non è difficile guardare oltre i veli e ritrovarne l’origine e la potenzialità sovversiva. Il culto cattolico conserva madonne e sante nere, i modi della devozione mantengono spesso caratteri che richiamano riti ancestrali. La chiesa ha cercato di assorbirne la forza, addomesticandola nell’iconografia classica, sbiancando le immagini «ma le credenze eretiche popolari, che gravitano attorno alla madre nera, hanno eluso le strategie ecclesiastiche» (della stessa autrice Black Madonnas: Feminism, Religion and Politics in Italy. Northeastern Univ. Press, 1993).

Le madonne nere del cristianesimo e la roccia nera dell’islam sono considerate intermediarie tra uomo e dio, ma nero è il colore dell’errore, della notte, della negazione della luce, dell’impurità, e però nella cultura popolare ebraica, cristiana e musulmana, il nero si riferisce alla terra, madre di tutte le forme viventi.

   Al nero della terra si possono ricondurre figure solo in apparenza distinte o storicamente determinate. Il culto di Paraskeva nei Balcani, in Grecia, in Russia, ricorda il culto di Venere. Lucia è la madre della notte, della profondità oscura, ed è portatrice di luce. La santificazione della donna, martire nel 310, ha consentito il perpetuarsi del mito di Demetra e Proserpina. Il giorno che il calendario ecclesiastico le ha riservato cade nel solstizio d’inverno; a Siracusa la santa viene festeggiata a maggio, in coincidenza con la festa di primavera, l’iconografia la vuole con una spiga di grano in mano, come Cerere. Ma la catena si snoda ancora come in una lunga processione popolare e questa donna continua a spogliarsi dei travestimenti in una spirale che riporta agli albori dell’umanità fino a ridare corpo all’ipotesi che l’autrice formula all’inizio del libro, «che la nostra antica “bella madre” sia africana e nera, e che essa sia la più remota divinità conosciuta» e che furono proprio gli africani con le loro migrazioni, datate 50.000 a.C., a portarne i simboli in tutti i continenti.

Ritrovare oggi nello specchio quell’immagine lontana di madre restituisce a tutti una faccia e la possibilità, forse, di interpretare le differenze che la storia determina come segni cangianti del tempo, piuttosto che come distanze irrecuperabili.

Lucia Chiavola Birnbaum
La madre o-scura  MediterraneanMEDIA 2004   pp.383, 18 euro

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Diversi: uomini, donne e idee contro il concetto di razza”

Sven Lindqvist

Gli argomenti – si fa per dire – razzisti usati contro i pellerossa (o gli aborigeni) «in via d’estinzione», tornano buoni per i «negri», i «semiti», i «mongoli» e tutte le razze considerate inferiori: concetti pseudo-scientifici e «soluzioni» che – scrive Sven Lindqvist - «sono stati applicati a un oggetto d’odio dopo l’altro»: capire come il razzismo “migra” e si adatta può tornare utile anche oggi: magari se, in qualche bar del Nord Italia, capitasse di scorrere il quotidiano “La Padania”.
Anche in Italia cominciano a essere conosciuti gli efficaci libri anti-razzisti dello svedese Lindqvist. Dopo Sterminate quelle bestie (da poco è anche nei Tascabili Tea) e il labirinto senza uscite intitolato Sei morto, il secolo delle bombe – entrambi pubblicati da Ponte alle grazie come altri due libri dello stesso autore che si occupano però di bodybuilding e di deserti - arriva questo Diversi: uomini, donne e idee contro il concetto di razza (1750-1900).

Sono
22 ritratti di anti-razzisti che (talvolta con ombre, ambiguità, ripensamenti) si sono opposti al razzismo montante nella seconda metà del 1700 e dilagante nel 1800. Più scarno sembra l’archivio di chi si è opposto anche al sessismo; in un certo senso lo conferma che siano donne solo 3 dei 22 personaggi qui scelti da Lindqvist.

Si parte con Benjamin Franklin (qui si racconta come fermò un massacro di indiani), ma ci sono anche l’aristocratico Alexis De Tocqueville, lo storico Theodor Momsen che si batté contro l’antisemitismo e Joseph Conrad che va amato soprattutto per quel che suggerisce nelle pieghe dei romanzi. Questi 4 nomi sono i più noti; degli altri 18 si è persa la memoria. Non per caso.

Quasi sempre i pregiudizi, le informazioni false, le indebite generalizzazioni riposano nell’immaginario individuale e collettivo finché attori politici (o talvolta le esplosioni improvvise di un malessere collettivo) inducono a sollevare l’ascia
«non contro l’indiano reale che uno si trova davanti ma contro l’immagine dell’indiano perfido e pericoloso» scrive Lindqvist. Il pellerossa è un essere pensato senza nome, senza anima, senza patria, stupratore, cannibale e pazzo come minuziosamente mostra Liesle Fiedler nella polemica storico-letteraria Il ritorno del pellerossa (dal 1972 aspetta di essere ristampato in italiano) e che Lindqvist non conosce o forse ha soltanto dimenticato di citare. I razzisti americani potevano decidere che “l’ebreo è un negro bianco” oppure che gli irlandesi sono “i negri, anzi gli scimpanzé d’Europa” proprio come un leader nazista dichiara (così racconta il regista Fritz Lang) «chi è ebreo lo decidiamo noi». Un altro libro recente – “L’orda di Giannantonio Stella – ci rammenta come in Svizzera o negli Usa, in Australia o in Francia troviamo giornalisti, scienziati e politici pronti a giurare (persino nella seconda metà del 1900) che anche gli emigrati italiani sono “negri” e debbono essere trattati di conseguenza.

Ecco allora, nello scavo storico di Lindqvist, ricomparire personaggi dimenticati che pure fecero “scandalo” nella loro epoca. Come Granville Sharp che nel 1772 difende uno schiavo in tribunale e apre una breccia nel sistema giudiziario inglese. Come il brutto e gobbo Georg Lichtenberg che dall’università di Gottingen si oppone alla fisiognomica imperante. Come uno dei fondatori della “Abolition Society”, James Ramsay che conduce per molti anni una lotta solitaria nelle Indie Occidentali. Come “un piccolo prete cattolico di campagna della Lorena”, Henri Grègoire che dal 1789 difende ebrei e neri, scontrandosi con quasi tutta la Francia, anche quella che si pretendeva egualitaria e rivoluzionaria. Come il “medico in Africa” Thomas Winterbottom che si occupa dell’assistenza sanitaria ai 1131 schiavi neri americani liberati a Freetown, nell’attuale Sierra Leone. O come Friedrich Tiedemann che mostra gli errori dei “misuratori di crani”, la pseudo-scienza presa per buona – anche dai progressisti - a cavallo fra ‘800 e ‘900. Come il direttore di una miniera, Raphael Pumpelly che nel 1870 tenta di opporsi a quella sottile pazzia per cui gli Stati Uniti decisero di avere paura di “325 cinesi”. C’è anche il sociologo russo-francese “pacifista, femminista e antirazzista” Jacques Novicow, che smonta il “pericolo giallo” o Helen Fiske Hunt che difende i civilissimi e perseguitati Cherokee… facendo arrabbiare
Theodore Roosevelt, il futuro presidente, che proprio in polemica con lei scrive queste terribili parole: «Non mi spingo ad affermare che solo gli indiani morti sono buoni ma credo che questo sia vero in 9 casi su 10, almeno fino a quando non si esamina il decimo caso troppo meticolosamente».
O ancora come George Cable, figlio di proprietari di schiavi, che ha il coraggio di passare dall’altra parte e denunciare – nel 1885 - il razzismo in Lousiana e negli altri del Sud ma è costretto all’esilio. Non è facile (esiste persino un quotidiano anti-semita, fondato da Edouard Drumont) dirsi anti-razzisti nella Francia di fine ‘800 ma lo fa, in modo nettissimo, Anatole Leroy-Beaulieu proclamando la semplice quanto indicibile verità:
«tutte le nazioni moderne sono multi-razziali. Noi tutti siamo mezzosangue». E anche quella che Lindqvist ribattezza «la miss Marple dell’antropologia» cioè Mary Kingsley prende il tabù di petto scrivendo che “il negro” immaginato in Occidente non esiste: «c’è meno differenza fra un Igalwa e un Bubi che fra un londinese e un lappone»; una donna che resta comunque interna alle contraddizioni del suo tempo e dunque «rimane una figlia fedele dell’impero». Mentre rompe i ponti con la sua cultura la sudafricana (figlia di un tedesco e di un’inglese) Olive Emile Albertina Schreiner: atea, femminista e dalla parte degli operai ci lascia libri che per quasi un secolo in Sudafrica non possono essere nominati.

Oltre che pignolo ricercatore, è un gran raccontatore Lindqvist: dunque lascia parlare i personaggi e le loro vicende. Solo di rado commenta, annota, tira fili. Come quando contesta, sulla base di solide argomentazioni, che
il razzismo sia solo europeo e registra invece come esso già dal 1830 mettesse salde radici negli Usa. O come quando nell’ultimo capitolo si serve di Theophilus Scholes per annodare l’ultimo anno del 1800 al nostro contemporaneo Martin Bernal: il suo Atena nera ricostruisce l’accanimento con il quale i pretesi scienziati hanno letteralmente distrutto ogni documento che poteva mostrare i debiti della Grecia (dunque dell’Occidente) verso l’Africa.
In un libro tanto utile stona la trascuratezza dell’edizione italiana che nella bibliografia omette di ricordare quali libri (quello di Bernal, per fare un solo esempio) abbiano avuto una traduzione italiana; una pecca che si spera sarà emendata nelle edizioni successive.

Sven Lindqvist, “Diversi” (Uomini, donne e idee contro il concetto di razza 1750-1900), Ponte alle Grazie, Milano 2004, pgg 224, euro 15

(Daniele Barbieri, 20/4/2004)

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N o   L o g o

Economia globale e nuova contestazione

d i   N a o m i   K l e i n 

 

     Che abbiate intenzione o meno di andare a tirare le uova il prossimo luglio a Genova... Che siate favorevoli o meno al grande processo di accelerazione (e specializzazione) degli scambi commerciali comunemente conosciuto con il nome di "globalizzazione"... Che vi identifichiate o meno con il popolo di Seattle... Qualunque sia la vostra posizione (e la vostra conoscenza) rispetto al mondo che si sta ormai consolidando, tra velocità di comunicazione e aumento del divario tra Nord e Sud, c'è comunque un libro che non potete non leggere, ed un volto che non potete non conoscere. È quello di Naomi Klein, autrice di “No logo”, per molti versi il manifesto culturale dei movimenti anti-globalizzazione o, ancora meglio, di quella solida, diffusa e attiva rete di gruppi che si muovono dentro la globalizzazione contro i "nuovi" poteri mondiali (qualcosa di molto diverso dall'etichetta spesso attribuita loro di antimodernizzatori o luddisti del XXI secolo).

     La storia di Naomi, oggi 30enne, è assolutamente emblematica di una generazione che è vissuta circondata da status symbol e bersagliata dalla pubblicità. Sin da bambina, Naomi, era ossessionata dalle marche e da tutto ciò che poteva comprare, adorava le Barbie, i jeans firmati, i mille prodotti dai marchi - ancora meglio, in questo caso, i loghi - più accattivanti ed evidenti, litigava con i genitori per avere le cose più costose e firmate... Ma gli anni sono passati e quella bambina di sei anni un po' capricciosa è stata sostituita da una militante convinta che di marche, loghi e firme ha fatto il bersaglio dei suoi attacchi e delle sue critiche, nonché i protagonisti in negativo della sua opera prima letteraria: No Logo, appunto.

     Un libro considerato "il Capitale del movimento anti-globalizzazione" che denuncia le grandi multinazionali - peraltro già al centro di numerosi scandali e oggetto di campagne umanitarie da parte di molte Organizzazioni non Governative - con nomi e cognomi e dati alla mano. Nel libro della Klein si legge che "la Nike ha pagato nel 1992 il cestista Michael Jordan per indossare un paio di scarpe più di quanto la compagnia stessa ha speso per il lavoro degli oltre 30.000 lavoratori indonesiani che ogni giorno sono chiamati a cucirle". E anche se la Nike ha fatto autocritica e ha organizzato campagne pubblicitarie contro il razzismo (su un manifesto affisso ovunque negli USA l'attuale campione del mondo di golf Tiger Woods, figlio di un afroamericano e di una asiatica, dice: "Ci sono ancora green negli Stati Uniti su cui non posso giocare a causa del colore della mia pelle"), Naomi storce la bocca e vede in tutto questo soltanto una mossa propagandistica che mira a ridurre anni di battaglie e ideali di uguaglianza, libertà e democrazia in slogan di pochi minuti a mero scopo commerciale.

     E non è certo la Nike l'unico bersaglio di "No Logo", nelle sue pagine si trovano dati e statistiche - a dire il vero piuttosto impressionati - che riguardano l'onnipresente McDonald, Calvin Klein, Guess, Mattel, Disney, Texaco, Ibm, Shell, e persino - udite, udite - chi del rispetto dell'ambiente e dei diritti ha fatto la sua bandiera: l'inglese Body Shop. In fondo un marchio è sempre un marchio e ad esso è legato un intero mondo teso al commercio e, spesso, anche alla speculazione e al profitto di pochi.

     Una vera radicale la graziosa Naomi. Per lei le grandi transnazionali a dimensione globale hanno occupato a tutti gli effetti il posto che un tempo fu degli stati nazionali: sono i nuovi soggetti del potere, e lo esercitano in maniera dispotica e con movenze simili a quelle dei re più assolutisti. Ma nelle pagine di No Logo a questa visione pessimista si contrappone la speranza... il potere delle "grandi potenze" economiche e finanziarie non è imbattibile né irresistibile. La loro debolezza è proprio nella loro forza, basta rovesciargli contro il loro stesso linguaggio. Essi vivono della loro immagine. L'onnipresenza del loro 'logo' offre la possibilità di individuarla, bloccarla e dissacrarla rovesciando così l'ordine dei poteri. E questo non lo si fa con gli scontri in piazza, le botte o il lancio delle uova ma con le parole. Non servono i muscoli ma bisogna lavorare sui simboli, sostituire il conflitto sui valori - troppo spesso dimenticati - a quello sui poteri. E ancora un volta Davide potrà sconfiggere Golia senza lanciargli un sasso, ma con la forza del proprio credo e dei propri sentimenti. 

 

Klein Naomi, No logo. Economia globale e nuova contestazione, Baldini & Castoldi, Milano, 2001, I Saggi 182

(Giulia Aubry)

 

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Louise Kaplan

Voci dal silenzio

Riprendere il dialogo con chi non c'è più. All'inizio può apparire impossibile. Ma ci si riesce. Sempre. Basta dare sfogo al dolore. Senza fretta
Recensione di Giovanna Vitale

Se n'è andato. Per sempre. Un senso di vuoto sembra inghiottire tutto, devasta lo spirito, ammala il corpo. "L'afflizione diventa la tua anima, il tuo sostegno, la tua compagna", scrive la psicanalista americana Louise Kaplan nel libro Voci dal silenzio (Cortina Editore). "Ma questo soliloquio con il dolore deve restare segreto. Ti hanno detto che il lutto è qualcosa che devi superare. Devi indossare la maschera dei vivi. Nessuno dovrà mai sapere del tuo dialogo con il morto". Può sembrare una follia. Eppure, secondo Kaplan, per vincere la sofferenza di un affetto perduto basta far rivivere il dialogo che la morte ha interrotto. Perché "il lavoro del lutto", come lo chiamava Freud, non è solo consapevolezza dell'assenza e distacco. È anche "reintegrazione della persona amata sotto forma di presenza interiore, di un aspetto dell'Io che non ci lascerà mai più"

"Quando qualcuno muore è come se un pezzo di noi andasse via con lui", spiega Silvia Vegetti Finzi, docente di Psicologia dinamica all'Università di Pavia. "All'inizio il dolore sembra insopportabile, quasi una ferita fisica; poi, pian piano, diventa dolore mentale. L'importante è non avere fretta, prendersi tutto il tempo necessario per elaborare il lutto. Pensando, ricordando, lavorando sulla perdita attraverso un processo individuale che riguarda anche l'inconscio. Sapendo che ci vorrà almeno un anno prima che quella mancanza si trasformi in una presenza invisibile ma forte, alla quale rivolgersi per essere consolati, confortati, aiutati". Stefano Crispino, psicoterapeuta esperto in medicina psicosomatica, ricostruisce così questo difficile percorso: "Poiché la coscienza degli individui tende normalmente alla stabilità, ogni situazione in grado di modificarla, anche positiva, genera una crisi. La morte è la rappresentazione ultima, la più drammatica, della trasformazione e del cambiamento: in questo caso l'individuo vive una sorta di scissione fra la dimensione reale della scomparsa della persona amata, e quella interiore, della relazione affettiva che si percepisce immutata. Situazione, questa, tipica della prima fase. 

Poi, lentamente, il vuoto lasciato nella realtà esterna invade anche la sfera interiore e l'accettazione dell'assenza fisica crea nell'anima un buco nero che ci tormenta". Prendere atto che la realtà è mutata, comunque, è già un passo avanti. "Il processo di elaborazione del lutto", continua Crispino, "può dirsi concluso solo quando quel vuoto viene colmato dalla presenza della persona amata dentro di sé, quando la si accetta sotto questa nuova "forma", priva cioè dell'aspetto esteriore e fisico". La sofferenza, però, è inevitabile, fa parte del processo che porta alla guarigione. "È ormai provato che una mancata "elaborazione" provoca quasi sistematicamente malattie psicosomatiche", precisa Vegetti Finzi. "Di solito, le persone che rimuovono una perdita, a distanza di circa un anno si ammalano". A correre i rischi maggiori, conferma Crispino, "sono i "più forti": la loro rigidità può costituire un ostacolo alla risoluzione del problema che, invece di essere affrontato, viene negato dando vita a tutta una serie di disturbi (dermatologici, gastrici, persino cardiaci): processi di sofferenza interna che, non trovando sufficiente capacità di espressione, si riflettono sull'organismo". E quel dolore non detto a parole, si racconta con la sofferenza del corpo.

Louise Kaplan, Voci dal silenzio, Cortina Editori 1996

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"L'HAREM E L'OCCIDENTE"

Fatema Mernissi

 

Titolo originale: Scheherazade goes West or: The European Harem  

Traduzione di Rosa Rita D'Acquarica Pag. 190 - Edizioni Giunti (Astrea) 2000

Il libro
"Negli anni Trenta, mentre Matisse dipingeva le sue passive odalische, le riviste turche riproducevano foto di studentesse universitarie armate di pistola, in divisa militare."

     Intorno a questo recente saggio di Fatema Mernissi si è molto discusso, sui giornali e nei dibattiti pubblici, così come molto si dibatte in quest'ultimo periodo sull'influenza della cultura islamica e sull'eventuale "pericolo" che da essa può derivare al mondo occidentale.
     Il punto di vista dell'autrice è quello di una donna colta (è docente universitaria di sociologia), che ha molto viaggiato e visto, che è nata a Fez in un harem e che, da studiosa del Corano, rifiuta ogni forma di integralismo e di fanatismo. Fin dai suoi primi viaggi in Europa è stata particolarmente colpita dalla distorsione che qui veniva fatta del ruolo della donna nei paesi islamici, ma in particolare ha approfondito lo studio dell'interpretazione dell'harem nel mondo occidentale. 

     Da luogo di segregazione e di tensioni, luogo in cui una donna poteva emergere grazie all'intelligenza e alla cultura (così come si può anche vedere nella tradizione delle Mille e una notte e nella figura di Shahrazad), in Occidente l'harem viene invece immaginato come luogo di lussuria: non a caso le raffigurazioni pittoriche di grandi artisti europei mostrano donne coperte da veli, sdraiate in pose languide, in attesa di essere scelte dal signore, così nella letteratura occidentale è soprattutto l'elemento erotico e la sensualità a dominare, non di meno questo è avvenuto nel cinema europeo o americano dove l'harem è perennemente rappresentato come sede emblematica del piacere maschile. 

     Ma da dove nasce questa concezione così anomala? Forse, dice la Mernissi, dal desiderio maschile occidentale che esista un luogo di questo genere, quasi una rivalsa nei confronti di un universo femminile che ha ottenuto la parità. Inoltre i dati statistici dimostrano che, al di là delle indubbie costrizioni, la donna nell'universo dell'Islam ha ottenuto alcuni importanti risultati e occupa posizioni di prestigio all'interno della società. 

     Alcuni dati: più del trenta per cento dei docenti universitari nei paesi islamici è di sesso femminile, così percentualmente il numero di laureate in ingegneria e in altre materie scientifiche è maggiore in queste nazioni che in Francia o in Spagna; un terzo dei tecnici è donna e, analogamente, le donne occupate in professioni di tipo tecnico sono più numerose che in Europa.Tutto ciò, naturalmente, laddove non ci sia una predominanza dell'estremismo e del fanatismo religioso che la Mernissi condanna in modo risoluto e senza appello.

     Interessante è l'ultima parte del saggio in cui viene fatto un parallelismo sulle restrizioni riservate alle donne nei paesi islamici e in Occidente: il velo, la limitazione al movimento possono far dire che a queste donne è stato rubato "lo spazio". Ma non esiste forse anche un'altra, e forse più pericolosa, depauperazione nell'evoluto mondo occidentale? Dice l'autrice: a nessuna donna è possibile dimostrare più di quattordici anni, pena il diventare "invisibile"; così esiste una schiavitù che i media affermano in modo sempre più subdolo, quella, dice la Mernissi, della "taglia 42". 

Una donna deve essere giovane e magra e, per rispondere a questa richiesta sociale, molte sono cadute in vere e proprie patologie. Quindi alle donne occidentali è stato rubato "il tempo". E lei, questa bella signora di sessant'anni, che si occupa di sociologia in ambito internazionale, si continua a battere perché le donne, tutte, senza nessuna differenza di religione e cultura, possano riconquistare pienamente tutto il tempo e lo spazio delle loro vite e così possano esprimere pienamente la loro ricchezza interiore e la loro intelligenza.  

Come inizia Se per caso vi capitasse di incontrarmi all'aeroporto di Casablanca, o su una nave in partenza da Tangeri, vi apparirei disinvolta e sicura di me, ma la realtà è ben diversa. Ancora oggi, alla mia età, l'idea di varcare una frontiera mi rende nervosa, temo di non comprendere gli stranieri. "Viaggiare è il modo migliore per conoscere e accrescere la tua forza", diceva Jasmina, mia nonna, che era illetterata e viveva in un harem, una tradizionale abitazione familiare dalle porte sbarrate che le donne non erano autorizzate ad aprire. "Devi focalizzati sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa, e più conoscerai te stessa, più sarai forte". Jasmina viveva la sua vita nell'harem come una vera e propria prigionia. Aveva perciò un'idea grandiosa del viaggiare e vedeva nell'opportunità di varcare dei confini un sacro privilegio: la migliore occasione per lasciarsi dietro la propria debolezza. A Fez, la città medievale della mia infanzia, giravano voci affascinanti su abili maestri sufi che esperivano straordinari lampi di illuminazione (lawami') ed estendevano rapidamente la loro conoscenza, tanto erano tesi ad apprendere dagli stranieri che incrociavano nella vita. Qualche anno fa, ho dovuto recarmi in Occidente e visitare una decina di città, per la promozione del mio libro La terrazza proibita, uscito nel 1994 e tradotto in ventidue lingue. Sono stata intervistata da più di cento giornalisti occidentali, e in quelle occasioni ho potuto notare che la maggioranza degli uomini pronunciava la parola "harem" con un sorriso. Quei sorrisi mi sconcertavano. Come si fa a sorridere evocando un sinonimo di prigione?

Fatema Mernissi è nata a Fez, in Marocco, nel 1940: docente di sociologia presso l’Università di Rabat Mohammed V, studiosa del Corano e scrittrice, da molti anni è impegnata in attività di ricerca e insegnamento in ambito internazionale, per sostenere una visione pluralistica della società islamica, fondata sull’umanesimo e sul femminismo e opposta alle concezioni e alle pratiche dell’estremismo integralista. Il suoi libri sono letti in tutto il mondo e tradotti in più di venti lingue; in Italia è nota soprattutto per il grande successo di La terrazza proibita (Giunti, 1996), preceduto da Le donne del Profeta (Ecig 1992), Le sultane dimenticate (Marietti 1992), Chahrazad non è marocchina (Sonda 1993).  

Fonte: © 2000, Giunti Gruppo Editoriale

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Filosofia ritratti corrispondenze 

Hannah Arendt - Simone Weil - Edith Stein - Maria Zambrano


di Laura Boella
, Roberta De Monticelli, Rosella Prezzo, Maria Concetta Sala
a cura di Francesca De Vecchi Tre Lune Edizioni, 2001.


<< Il pensiero non deve cercare nulla ma essere pronto a ricevere nella sua nuda verità l'oggetto che sta per penetrarvi>>. La frase di Simone Weil conclude la presentazione di apertura a questa raccolta di interventi curati da Francesca De Vecchi. I quattro saggi sono stati presentati a un ciclo di incontri organizzato nella Biblioteca del Comune di Arcore (gennaio-febbraio 2000).
Caratteristica di questi saggi - come dice la curatrice recensendoli - è l'avere letto le filosofe accompagnate dal desiderio <<di fare giocare una differenza libera>>. Le filosofe sono in alcuni studi, soprattutto quelli appartenenti all'editoria scolastica, collocate a fianco della tradizione. A mia conoscenza sono introdotte anche in relazioni discutibili con le correnti di pensiero, come Simone Weil inserita nel personalismo di Mounier, in un manuale di matrice ultracattolica.

Nell'indirizzo di ricerca delle autrici di questo libro troviamo, invece che vicinanze, sottolineate distanze e autonome prese di libertà, dice Francesca De Vecchi.
Le filosofe del XX secolo hanno guardato e risposto a questioni fondamentali, e non solo attraverso le parole e il pensiero, <<con una radicalità , libertà e concretezza difficilmente rintracciabili nei testi e nelle biografie intellettuali dei loro maestri e amici, ognuna condividendo con le altre proprio questo tratto l'essere autonoma e irriducibile a una scuola>>

Superata questa parte dedicata all'emanciparsi dalla tradizione filosofica, la curatrice ci introduce a un altro <<tratto cruciale di questo modo specifico di fare filosofia e di esercitare l'attività del pensare che le pensatrici, ma anche poete e scrittrici, ci hanno consegnato>>. E in questo paragrafo si parla di Una nuova forma di soggettività, perché <<[…] le pensatrici ci prospettano una forma di costruzione della soggettività che non ha niente di sacrificale né di volontaristico o di salvifico, che non risponde a un dover essere volto a ripristinare valori perduti o ad assumere maschere di "buona debolezza">>. Abbiamo a che fare con una soggettività (e una filosofia?) in tensione verso ciò di cui fa esperienza, o come dice meglio la curatrice <<che fa esperienza di ciò che vive, nel momento in cui lo vive>>. Molto promettente per la lettura di questi saggi è quindi dove le studiose hanno individuato, in questa filosofia femminile, la capacità <<di prospettare nuove forme di esistenza>>. O perlomeno di riconoscervisi in qualità di soggetti attivi. Così in Delirio e destino, <<autobiografia senza celebrazione dell'io narrante>>, Maria Zambrano descrive il "disfarsi" dell'io <<l'apprendistato di una filosofia che è trasformazione personale>>.

(Donatella Massara)

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Subaltern Studies


Modernità e postcolonialismo

Ranajit Guha, Gayatri Chakravorty Spiv

Un lavoro storiografico fuori dal comune quello condotto a partire dagli anni Ottanta da un gruppo di storici indiani, raccolti attorno al progetto dei cosiddetti Subaltern Studies. I protagonisti di questo progetto, tra cui Dipesh Chakrabarty e Partha Chatterjee, hanno in particolare sottolineato come la storia dell'India britannica non si limiti ai rapporti tra le autorità coloniali e le élite dominanti all'interno della società indigena, ma sia piuttosto incomprensibile senza tenere nel debito conto i movimenti autonomi dentro e contro il sistema di dominio coloniale. 

Da sottolineare l'introduzione di Edward W. Said.

Ombre corte, 140 pagine, 12,50 euro

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 La democrazia degli altri 

Amartya Sen 


«La democrazia degli altri», due saggi pubblicati da Mondadori del Nobel per l'economia Amartya Sen per spiegare, con numerosi esempi nella storia e nelle diverse aree del mondo, «perché la libertà non è un'invenzione dell'Occidente»

   Amartya Sen, in un passo del secondo scritto che compone La democrazia degli altri (Mondadori, pp. 88, € 10), usa un esempio apparentemente frivolo. Cita il caso del marito che nel romanzo Punto contro punto di Aldous Huxley, per meglio tradire la moglie, si inventa una ricerca da fare al British Museum sulla democrazia nell'India antica. Ma esisteva democrazia nell'India antica? Un quesito senza soluzioni o addirittura inutile, agli occhi degli snob inglesi dell'epoca imperiale, ma capace di appassionare gli specialisti da museo, lasciando molto tempo a tresche più divertenti ma di tutt'altra natura. Alcuni europei la pensano, ancora e sempre, così, gettando il ridicolo su dominanti e dominati, ma si potrebbe dire che la democrazia, ereditata insieme agli aviti manieri, non la meritino. Sen sorride, ma l'argomento lo appassiona. Egli ritiene che la diffusione della democrazia sia il fatto saliente («l'evento») del ventesimo secolo, ma che la democrazia non sia un'invenzione occidentale e tanto meno una qualità o una caratteristica dell'Occidente (Europa, Nord America) venduta al resto del mondo, insieme al libero scambio e alla coca cola. Bisogna ripeterlo e ripeterlo ancora. E così, nel secondo saggio contenuto nel volume dà una definizione della democrazia, discute di come la si possa esportare e poi se essa si adatti a ogni popolo e a ogni cultura e infine a cosa serva, perché sia così importante o meglio essenziale. Tutto questo in meno di quaranta minuscole pagine: il testo di un discorso del febbraio del 1999, durante la Global Conference on Democracy tenutasi a New Delhi.

   Che cosa sia la democrazia è presto detto: «Innanzitutto occorre evitare l'identificazione fra democrazia e governo della maggioranza. La democrazia ha esigenze complesse, fra cui naturalmente lo svolgimento delle elezioni e l'accettazione del loro risultato, ma richiede inoltre la protezione dei diritti e delle libertà, il rispetto della legalità, nonché la garanzia di libere discussioni e di una circolazione senza censura delle notizie. In realtà anche le elezioni possono essere del tutto inutili se si svolgono senza aver offerto alle diverse parti un'adeguata opportunità per presentare le loro posizioni, o senza concedere all'elettorato la possibilità di avere accesso alle notizie e valutare le opinioni di tutti i contendenti. La democrazia è un sistema che esige un impegno costante, e non un semplice meccanismo (come il governo della maggioranza), indipendente e isolato da tutto il resto». Dopo che la democrazia scese dall'antica Grecia, via Magna Charta a paesi e sistemi più prossimi a noi, nei paesi che si considerano i monopolisti di questa rarità, ci si continua a chiedere: possiamo esportarla là o là? E' pronto quel paese? Secondo Sen è una domanda sbagliata. Non si è pronti per, ma mediante la democrazia. Significa che la democrazia cresce nel suo stesso farsi, vive realizzandosi.

   Un altro aspetto è quello dell'idoneità. Asiatici dell'estremo oriente non sarebbero idonei, al contrario di popoli di diversa cultura e tradizioni. Ma neppure Confucio resiste alla critica democratica, universalistica. Alla domanda su cosa dire al re, anche Confucio suggerisce: «digli la verità, anche se lo offende». E aggiunge Sen: «i due pilastri dell'immaginario palazzo dei valori asiatici - fedeltà alla famiglia e obbedienza allo Stato - possono trovarsi in grave contrasto fra loro». E il monolitico palazzo dei valori comincia a cedere. Ma a che serve la democrazia? La risposta è come sempre un'altra domanda. Sapete che in democrazia non ci sono carestie? Studiando le carestie dell'India l'economista premio Nobel ha capito i valori della democrazia. Le carestie hanno funestato l'India in ogni tempo, anche sotto la dominazione inglese. Non si è mai trattato di povertà che pure c'era, ma di cattiva distribuzione, di carenze d'informazione, di ritardi, di mancate critiche da parte dell'opposizione.

   Il confronto tra gli stati indiani, tra India e Cina è bruciante in proposito. La democrazia è l'unico rimedio umano contro la fame, le alluvioni, la siccità, le malattie epidemiche, dilaganti e improvvise, come la Sars. L'ultima carestia in India è stata dunque nel 1943, sotto il giogo inglese che impediva il dispiegarsi della democrazia, intesa come la possibilità di informarsi, far sapere, cambiare le decisioni. Ben diverso il caso della Cina, travolta dalle conseguenze del Grande balzo in avanti, trasformato in verità rivelata, in politica opaca e senza alternative. A volte la democrazia non è una soluzione perfetta, ma è il miglior rimedio che ci sia.

   Il primo scritto del libro è un articolo di ottobre 2003, quindi assai più recente, successivo al cambio di millennio e al crollo delle torri. Sen vi ripropone due argomenti. Il primo è l'universalismo della democrazia; il secondo è il discorso pubblico, l'altra gamba sulla quale la democrazia procede. La democrazia è un valore universale. Gli occidentali non possono ammettere che la democrazia sia di tutti e non un prodotto made in Europe, made in Usa e da lì esportato nei paesi che lo vogliono acquistare. «Tale indebita appropriazione deriva da un lato da una grave disattenzione per la storia intellettuale delle società non occidentali e, dall'altro, dal difetto concettuale di considerare la democrazia sostanzialmente in termini di voti ed elezioni, anziché secondo la più ampia prospettiva della discussione pubblica». Sen invece è convinto che l'India sia, pur con tutti difetti, tutte le povertà, la maggiore democrazia del mondo, capace di difendersi contro i pericoli induisti del governo in carica e in grado di sviluppare gli anticorpi necessari per capovolgere la tendenza attuale; certo è più facile vantare la democrazia dell'antico re indiano Ashoka, piuttosto che discutere, oggi, con il pessimismo di Arundhati Roy, la splendida scrittrice che ha molti dubbi sulla democrazia attuale in India. Per sostenere la democrazia indiana diventa indispensabile la discussione pubblica; la stessa che deve essere sostenuta anche in molti altri casi difficili (cioè tutti). E' la voce d'opposizione; sono la stampa, la tv, Internet, le campagne politiche, le manifestazioni pubbliche delle donne, i sindacati, i movimenti di opinione, comunque organizzati, (dalle marce della pace ai girotondi, dalle campagne ai concerti, dalla raccolta di firme ai digiuni). E Sen, pur con molto equilibrio, sembra preferire un po' questa democrazia, in movimento, in cambiamento, a quella, più risaputa, più fredda, delle maggioranze parlamentari. (

Fonte: Manifesto, 28 marzo 2004, "L'invenzione di un primato" di Guglielmo Ragozzino


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