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E D I T I   I N   I T A L I A

uAA.VV., La donna su misura. L'immagine femminile stereotipata dalla pubblicità, 2003

uAnnunziata Lucia, No. La seconda guerra irachena e i dubbi dell'Occidente, 2002

uCentro Studi F. Fortini, Globalizzazione e identità, 2000

uFeole Leopoldo, Frantumi, Edizioni Giada, 2003

uGnisci Armando, Una storia diversa, 2001

uLanfranco M., Di Rienzo M.G., Donne disarmanti 2003

uMangiarotti C., Figure di donna nel cinema di Jane  Champion, 2002

uPasserini Luisa, Identità culturale europea, 1998

uPapa Sebastiana, Il kotel. un muro metafisico, 2002

uVivan Itala, Il nuovo Sudafrica, 1996

uRiva S., Storia della letteratura del Congo-Kinshasa, 2000

uMakaping G., Traiettorie di sguardi, 2001

uMuraro Luisa, Il Dio delle donne, 2003

uSensi G., Sirotti A., Men/Uomini, 2004

u Tascier-Barbieri, Il secondo processo a Leyla Zana, 2005

u A.Leiss e L.Paolozzi, La paura degli uomini, 2009

u Chiappi Fiorella, Oltre la tela di Penelope, 2009


Oltre la tela di Penelope. Uno sguardo di genere sulla Comunicazione

Fiorella Chiappi

 Far parte di  un’organizzazione come un sindacato vuol dire comunicare ogni giorno con  donne ed uomini; vivere momenti piacevoli di collaborazione, ma anche possibili sensi di disagio. Interrogarsi sul come fare per ridurre il malessere e potenziare uno stato di benessere vuol dire aprire interessanti percorsi di consapevolezza: “Perché in certi contesti sono a  disagio o a mio agio? Quanto dipende da me? Quanto dalle altre persone? Cosa posso fare per stare bene?”. Per dare una risposta personale e critica,  occorrono  sia degli  strumenti per la riflessione personale, sia alcune chiavi di lettura condivise che consentano di comprendere i processi storici di cui facciamo parte e che ci influenzano inevitabilmente. Con questo testo l’autrice presenta un punto di vista di genere  sul perché, come e quando le donne sono a loro agio o vivono momenti di disagio nei contesti pubblici e fornisce degli strumenti per il potenziamento della propria autostima e della visione critica di alcuni aspetti della realtà politica e sociale. Il libro, nato da un’esperienza di formazione biennale con donne dello SPI CGIL della Toscana, contiene le riflessioni dell’autrice, strumenti da manuale, esempi di esercizi e dà voce anche alle corsiste  con frammenti dei  loro interventi nei gruppi ed un’indagine sui loro bisogni comunicativi e formativi all’interno del sindacato.  

  

Fiorella Chiappi, psicologa esperta di educazione ed orientamento, salute, psicologia del lavoro e delle organizzazioni, psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico e psicosessuale. Ha collaborato con varie strutture private e  pubbliche, fra cui: scuola, ASL, cooperazione, sindacato, associazioni di volontariato, ecc. Si è occupata, inoltre, di  comunicazione analogico - affettiva  mediante  l’attività di attrice, regista  ed autrice teatrale.  Dal 1989 al 1997 ha fatto parte della Commissione P.O. uomo/donna della Provincia di Livorno e dal 2003 della Consulta femminile livornese. Dal 1999 è Presidente dell’Istituto “C.O.R.I. Comunicazione & Ricerche (Li)” e dal 2006 fa parte del gruppo di lavoro “Psicologi del lavoro e delle organizzazioni” dell’Ordine degli Psicologi  della Toscana.  Ha pubblicato vari articoli e testi, fra cui: Liebl, Castellano, Kellermann, Paggini, Zorzi, Chiappi, Billi, Premesse Psicologiche alla valutazione, Belforte Editore Libraio, Livorno, 1986; A cura di M. A. Pappalardo e F. Chiappi “Laboratorio Pari Opportunitàpercorsi pedagogico - didattici sulla costruzione dell’identità di genere nella scuola secondaria, media e superiore”, Franco Angeli, Milano, 1994 ed a cura di Chiappi F., Pianigiani A., Gervasi M. G., Salvato A. “ Il viaggiare delle donne. Antologia di autobiografie fra affetti, lavoro ed impegno sociale, politico e sindacale”, CGIL SPI Toscana, 2006.

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La questione è maschile
di Ida Dominijanni

Recensione al saggio La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica

di Alberto Leiss e Letizia Paolozzi
 

Dopo l'accoppiata Berlusconi - Marrazzo, e fatte salve le dovute differenze, è ormai evidente che il problema del rapporto fra sesso (mercificato) e potere non riguarda solo il presidente del consiglio e non tocca solo la destra: riguarda, l'abbiamo già scritto domenica, un nodo che stringe identità maschile e crisi della politica e che è bene cominciare a nominare come tale, se sullo stato in cui versa la politica vogliamo provare a uscire da un recitativo ormai usurato che non sembra portare da nessuna parte. «La questione è maschile», aveva scritto in tempi non sospetti Lia Cigarini su Via Dogana, interpretando la crisi della politica nella chiave di una mancata risposta maschile al terremoto innescato negli anni Settanta dalla separazione femminista. Nella stessa chiave ragionano Alberto Leiss e Letizia Paolozzi nel loro ultimo libro «La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica» (Il Saggiatore), che mette il mutamento dei rapporti fra i sessi al centro dell'indagine sulla crisi non solo della politica ma di tutte le principali agenzie che sovrintendono all'ordine socio-simbolico: la famiglia, il mondo del lavoro, la Chiesa, l'informazione, la scuola e l'università. La tesi è che lo scossone impresso dalla rivoluzione femminista dal '68 in poi, in Occidente e ovunque nel mondo, ha destabilizzato il patriarcato e l'autorità maschile, senza che gli uomini abbiano elaborato una presa di coscienza e un cambiamento di sé all'altezza della presa di coscienza e del cambiamento femminile.

Tesi raddoppiata da un'altra constatazione, che ovunque in Occidente il discorso democratico tenta con ogni mezzo di cancellare la stagione del Sessantotto, che della crisi della democrazia a ben vedere è uno dei fattori scatenanti, e cancella in particolare il fatto che la stagione del Sessantotto è «tagliata» dalla separazione femminile, dal farsi due di quella rivolta antiautoritaria in cui le donne presero a un certo punto la loro strada contestando non più solo i padri ma anche i fratelli: una separazione che da allora in poi, in Italia e non solo in Italia, non ha mai cessato di riprodursi (ad esempio nei momenti più caldi della storia del Pci, svolta compresa, e nei movimenti antagonisti).

La carrellata sul quarantennio passato in cui Leiss e Paolozzi - che su questi temi lavorano assieme da anni, sul sito www.donnealtri.it - ci guidano partendo dall'oggi e procedendo a ritroso era quella che ci voleva per dare a questa cornice interpretativa la materia e il sostegno della ricostruzione di fatti, dati, statistiche, percorsi legislativi, spostamenti del senso comune e dell'immaginario. Così per quanto riguarda la trasformazione della famiglia, dallo «storico» rifiuto del matrimonio riparatore di Franca Viola nel 1965 ai «nuovi padri» alle prese con l'affido condiviso di oggi. Così sulla violenza sessuale, un reato che non cessa di ripetersi e che non si sa più se interpretare «in termini di continuità, come il permanere di un'antica abitudine maschile, o in termini di novità, come una risposta nel quotidiano alle mutate relazioni fra i sessi». Così nel campo della bioetica, dove i conflitti fra laici e cattolici e fra scienza e religione sottintendono sempre una prestesa di controllo sul corpo femminile, ma sono anche sintomo di un'ansia maschile per la perdita del controllo sulla paternità e sul patronimico. Così nel mondo del lavoro, radicalmente trasformato dall'ingresso massiccio delle donne e da una qualità della loro presenza che sovverte lo schema, purtroppo persistente nel discorso della sinistra, del genere per definizione più oppresso e sfruttato. Così nella Chiesa, l'istituzione che forse più di tutte ha accusato il colpo inferto dalla soggettività femminile all'agenda etica, e che forse per questo più di tutte si para dietro continue riaffermazioni di ortodossia. Così nell'informazione, che nella sua grandissima parte, tuttora gestita da uomini, non riesce ad aprire occhi e orecchie al mutamento delle donne e continua a rappresentarle in base a due stereotipi, «o come vittime o come spregiudicate». Così, infine, nella politica, dove le ultime candidature femminili ai massimi vertici del governo negli Usa, in Francia, in Germania hanno messo in scena altrettanti percorsi sintomatici della difficoltà delle donne di rapportarsi al potere da una parte, e della paura degli uomini di perderlo dall'altra.

«La paura degli uomini» è, in tutti questi casi e in tutto il libro, un'espressione ambivalente: denota la paura che gli uomini tuttora incutono alle donne quando adottano il codice della violenza (sessuale, bellica, discorsiva), ma anche la paura che gli uomini provano per le donne e per un mondo messo sottosopra dalla rivoluzione delle donne. C'è nei due autori, per questo secondo tipo di paura, comprensione ma non indulgenza, né compiacenza: «Nelle società democratiche contemporanee, ci accorgiamo di un venir meno generalizzato dell'autorità maschile. Da qui la moltiplicazione di prese di posizione prometeiche, incapaci di nominare le sconfitte, di risposte dure, aggressive, che in realtà celano una profonda debolezza e grande fragilità». Ma se questa debolezza è vera, è vero anche che «è un linguaggio confuso quello che ascoltiamo in molti attori della politica, dell'informazione, della cultura e della religione, incapace di riconoscere il rapporto fra desideri, diritti, doveri», e che sono tante «le reazioni scomposte e inadeguate rispetto ai mutamenti prodotti dalla libertà femminile». Insomma, se «le donne sono cambiate, gli uomini dovranno cambiare», e di questo cambiamento non si vede per ora una sufficiente consapevolezza, o una consapevolezza che sia in grado di farsi discorso pubblico - anche se, Paolozzi e Leiss lo sottolineano, cominciano a sentirsi da parte maschile - ad esempio nelle ultime campagne sull'aborto e la procreazione assistita, ma anche sul più recente Berlusconi-gate - toni, accenti, autoesposizioni, stili di discorso che ancora fino a pochi anni fa erano sepolti sotto il diktat della razionalità e dell'oggettività.

E le donne? Per le donne, quello che è avvenuto è che «la differenza non è più un ostacolo, ma un vantaggio». Ma neanche loro possono stare semplicemente lì a goderselo: esso comporta anche una nuova forma di responsabilità politica. Non piace a Leiss e Paolozzi l'ipotesi che da parte femminile possa prevalere «una sostanziale estraneità ai destini della democrazia». Viceversa: «Noi pensiamo che spetti a uomini e donne agire nella politica, a ogni livello e in ogni contesto, con la consapevolezza di questo passaggio tanto delicato. Praticando una relazione e un conflitto fra i sessi che non è eliminabile ma che può darsi come non mortifero, non violento. Un incontro-scontro inedito». (Il manifesto - 27 ottobre 2009)

Alberto Leiss e Letizia Paolozzi

La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica

Il Saggiatore, 2009
 

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Donna m'apparve

Nicla Vassallo

 
Irrazionali, emotive e passive, parlano e amano troppo, sono fedeli, disponibili al contatto umano, adatte ai compiti di cura ma non a quelli dirigenziali, non sono oggettive e non amano la matematica. Questi sono solo alcuni dei luoghi comuni e dei pregiudizi tipici della nostra società, usati per esprimere l’idea che le donne hanno attitudini diverse, e che pensano e agiscono in modo differente, dove diversità è spesso sinonimo di inferiorità. La donna, insomma, in quanto incarnazione della soggettività, non può conoscere e non può essere conosciuta. Partendo da tre prospettive – l’identità personale, i rapporti dell’io con gli altri, il confronto dell’io con il mondo esterno –, i contributi raccolti e curati da Nicla Vassallo guidano il lettore lungo un percorso di scoperta, segnato da una domanda affascinante e complessa: è possibile oggi definire un concetto di femminilità? I dialoghi filosofici che si intrecciano in queste pagine ci restituiscono l’immagine della donna in tutta la sua concretezza e sincerità, lontana da quelle icone femminili che sono alla fine comodi alibi di un mondo in cui alle donne non viene ancora riconosciuto ciò che spetta loro di diritto.

Donna m'apparve

Nicla Vassallo

2009  € 18

ISBN 978-88-7578-125-5

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Il secondo processo a Leyla Zana

28 marzo - 21 aprile 2004

MARZO 2005 - La Turchia è un paese assai complicato e difficile da comprendere, questo diario può aiutare a farlo più di tante analisi. Questo diario è principalmente la narrazione dell'episodio più recente, un processo durato 13 mesi dinanzi ad una Corte per la sicurezza dello stato, di una persecuzione giudiziaria di 15 anni contro i rappresentanti del popolo curdo eletti nel 1991 al Parlamento della Turchia ma è anche, attraverso cronache di viaggio nel Curdistan e altri episodi, la narrazione viva della brutale violenza di stato contro il popolo curdo, non solo nel Curdistan ma in tutta la Turchia, contro le sue organizzazioni e contro le organizzazioni che in questo paese si battono per la democrazia e i diritti umani. Vengono attraverso questo diario a comporsi gradatamente dinanzi ai nostri occhi, come in un romanzo, il quadro teso e drammatico di una Turchia lacerata dal conflitto tra il tentativo della sua riforma democratica e l'opposizione dura e tenace da parte degli apparati dello stato a questa riforma e il quadro della sofferenza quotidiana e della resistenza di un intero popolo.

Le autrici
Lerzan Tascier
è nata nel 1958. Vive a Istanbul, dove si è laureata in letteratura francese. E' impegnata da molti anni a tempo pieno nell'Associazione per i diritti umani, la maggiore delle organizzazioni turche attive in questo campo, collabora con l'Associazione dei detenuti politici e con quella dei profughi curdi.
Silvana Barbieri è nata nel 1942. Vive a Milano, dove si è laureata in Scienze politiche. Collabora con l'Associazione Punto Rosso. E' stata la promotrice nel 2000 per conto di quest'associazione della campagna per la scarcerazione degli ex deputati al Parlamento turco di etnia curda Leyla Zana, Hatip Dicle, Orhan Dogan e Selim Sadak.

Silvana Barbieri - Lerzan Tascier
Il secondo processo Leyla Zana
Diario. Ankara 28 marzo 2003 - 21 aprile 2004
Edizioni Punto Rosso, 2005
Formato 15x21. pp. 216, 13 Euro

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Figure di donna nel cinema di Jane Champion

Chiara Mangiarotti

Presentazione

Lo psicoanalista Jacques Lacan diceva che delle donne non esiste l'universale ma solo il particolare: bisogna prenderle una per una. Il cinema di Jane Campion, di cui si tratta in questo libro, rappresenta una preziosa occasione per avvalorare e sviluppare tale assunto. I film di questa regista infatti affermano inequivocabilmente il punto di vista di una donna su situazioni e percorsi "singolari femminili" e si prestano ad illustrare la specificità della sessualità femminile nei suoi vari aspetti. Se Freud si è arrestato sulla domanda enigmatica: "Che cosa vuole una donna?", Lacan ha ripreso questo interrogativo dandogli una soluzione inedita, la cui portata, forse, non è stata ancora pienamente valutata. La teoria psicoanalitica messa in tensione con il medium filmico produce un dialogo e costituisce una scommessa sulla possibilità di vivificare creativamente e rendere così comprensibili ad un più vasto pubblico concetti molto complessi che spesso suscitano ostilità.

L'inserimento nel testo di quattro opere pittoriche commentate è volto a dare ulteriore sviluppo a certi punti teorici presenti in ogni film sottolineando, al tempo stesso, l'originale contributo di Lacan all'indagine psicoanalitica nel campo visivo.

Indice

Prefazione, di Silvia Veggetti Finzi
Introduzione
1. Introduzione ad alcuni concetti basilari della psicoanalisi in Sigmund Freud e in Jacques Lacan

1.1. Lo stadio dello specchio e la formazione dell'io
1.2. Il soggetto si costituisce in un universo di linguaggio
1.3. Lo schema L
1.4. L'Edipo e il fallo in Freud
1.5. La metafora del Nome-del-Padre
1.6. Il bisogno, la domanda, il desiderio
1.7. Il fallo Quadro: "Amore e Psiche" di Jacopo Zucchi
2. Lezioni di piano
2.1. Ada: un talento oscuro
2.2. La voce e il silenzio dell'Altro
2.3. Il mutismo di Ada
2.4. Non-tutta
2.5. L'intrigo isterico
2.6. Il ravage
2.7. Isteria e Altro godimento
2.8. La lettera Quadro: "Il grido" di Edvard Munch
3. Sweetie
3.1. Kay
3.2. L'oggetto sguardo
3.3. Sweetie
3.4. Alienazione e separazione
3.5. Una separazione impossibile
3.6. L'albero di Sweetie e l'albero di Kay Quadro: "Gli ambasciatori" di Hans Holbein
4. Ritratto di signora
4.1. "Amo i fossati"
4.2. Il desiderio insoddisfatto
4.3. La maschera femminile
4.4. Il soggetto dell'inconscio
4.5. L'Altra donna
4.6. Perseguire il niente
4.7. La madre
4.8. Isabel rettifica i suoi rapporti con la realtà Quadro: "Las meninas" di Diego Velasquez
5. Holy Smoke
5.1. Sedotta da un guru
5.2. La civiltà del godimento
5.3. Il discorso dell'isterico
5.4. L'isterica non à la page
5.5. Il padrone sedotto
6. Un angelo alla mia tavola
6.1. Nella tua terra
6.2. Un'infanzia di parole
6.3. Diventare Scrittrice
6.4. Le scarpe di Van Gogh
Indice dei nomi
Bibliografia
Filmografia

Chiara Mangiarotti, Figure di donna nel cinema di Jane Champion, 2002, Franco Angeli, p.144  €13.50 

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Itala Vivan

"Il nuovo Sudafrica. Dalle strettoie dell'apartheid alle complessità della democrazia"

Il testo raccoglie una serie di saggi di studiosi, in prevalenza sudafricani, che si propongono di dar conto del cambiamento in atto nel "nuovo" Sudafrica attraverso l'indagine di diversi aspetti: storico- politico-economico-sociale, ma anche antropologico-letterario. Come annota Vivan nell'Introduzione, non è certamente agevole osservare e cogliere il cambiamento, trattandosi di un processo in evoluzione; tuttavia la competenza e, soprattutto, l'interesse appassionato degli Autori consente loro di aprire "squarci" che aiutano i lettori a penetrare nella sfaccettata e complessa realtà sudafricana.

Il testo si presenta quindi come un utile strumento per conoscere l'attuale situazione in questa fase di transizione verso il nuovo.

Molte questioni sono ancora irrisolte nel nuovo Sudafrica; il sistema politico attuale non corrisponde alla meta finale del lungo viaggio che ha strappato il Paese all'apartheid, ma è "l'epressione dell'equilibrio di potere esistente tra coloro che detenevano il vecchio potere e coloro che rappresentano il nuovo [...]". Secondo gli Autori, però, non vi sarà una "controrivoluzione" bianca e, considerata l'estrema differenziazione o le diverse sfumature (politico-ideologico-sociali) all'interno dell'A.N.C.(African National Congress), la guerra civile rimarrà una ipotesi molto improbabile. Il conflitto si è trasformato in un compromesso ragionevole e creativo ed è possibile che uomini e donne, impegnati nel delicato processo politico di transizione, riescano a correggere le ingiustizie e a porre fine alla repressione.

Come scrive E.A. Boonzaier nel capitolo "Eredità del razzismo: la lezione dell'apartheid", il passaggio ad una democrazia non razziale non implica automaticamente il cambiamento da un giorno all'altro; la discriminazione razziale e le disuguaglianze del passato non si possono eliminare per decreto, ma richiedono interventi a lungo termine. Inoltre, l'eccessiva enfasi sul regionalismo/separatismo nel KwaZulu-Natal proposta dall'Inkatha (il Freedom Party di Mangosuthu Buthelezi, nemico storico dell'ANC), potrebbe costituire una grave minaccia per il futuro del Paese. Tuttavia, conclude Boonzaier, molti sudafricani hanno imparato che, se le differenze razziali/culturali possono essere manipolate, questo non significa che la diversità dovrà necessariamente sfociare in conflitto. Del resto, come documentato nei vari capitoli del testo, al di là delle distorte e "costruite" identità etniche, in Sudafrica si è molto sedimentata, nel corso dei secoli, una identità nazionale tale da preservare il Paese da sanguinosi conflitti etnici e/o tribali e che permette un certo grado di ottimismo.

Il cammino della libertà è lungo e difficile, scrive Itala Vivan nel saggio conclusivo, ma il Sudafrica sembra ormai avviato "verso un multiculturalismo in cui tutte le varie lingue trovino pari dignità nella collettività e le produzioni culturali possano venire ascoltate, lette e guardate senza pregiudizi e ostruzionismi preconcetti". Intanto anche il panorama letterario è cambiato grazie al rientro di scrittori e intellettuali che avevano lasciato il paese o perché perseguitati o perché ritenevano insopportabile vivere in un regime di apartheid.

Trattandosi di un'opera collettiva non è possibile, in questa sede, entrare nel merito dei singoli saggi, ognuno dei quali esplora un aspetto particolare della variegata realtà sudafricana. Ci sembra, però, interessante accennare brevemente al discorso sulla cultura dell'oralità del dopo apartheid di Liz Gunner.

Gunner, esperta d'arte dell'oralità letteraria e teatrale, sottolinea come tale forma espressiva, che ha resistito "rigenerandosi" al trascorrere del tempo, potrebbe svolgere un ruolo importante nell'attuale situazione sudafricana per l'acquisizione di una "coscienza nazionale, ancora piuttosta fluida.". L'oralità, infatti, attraversa più lingue fra quelle parlate in Sudafrica, "percorre trasversalmente le divisioni di classe [...] e spesso unifica campagna e città". L'Autrice ripercorre le tappe storiche attraverso cui l'oralità si è modificata, sotto la spinta degli avvenimenti, per inserirsi nel contesto sociale contingente e manifestare i bisogni delle masse popolari.

Nel decennio precedente il rilascio di Mandela e fino alle libere elezioni del 1993, la cultura orale, soprattutto nelle forme di "Freedom songs" (Canti di libertà) e di "Teatro di Liberazione" o politico, ha avuto un ruolo fondamentale per la costruzione di una identità nazionale, contro le false contrapposizioni delle differenze etniche. Oggi le varie tendenze della poesia-spettacolo e il teatro potrebbero costituire un formidabile mezzo per recuperare la memoria popolare, rielaborare le sofferenze patite, "rivisitare il dolore del passato" e "riemergerne" senza però operare pericolose rimozioni.

I saggi, opera di esperti nei vari settori, sono di agevole lettura e si rivolgono quindi anche a lettori non specialisti. Completano il discorso le belle poesie di Sipho Sepamla, che accompagnano l'incipit di ciascun capitolo.

INDICE

Introduzione di Itala Vivan

Cronologia

Carte

I La storia perduta, la storia ritrovata di Giampaolo Calchi Novati

II Una storia nuova per un nuovo Sudafrica? di Nigel Worden

III Quanto durerà il miracolo? Politica e nuova democrazia di Steven Friedman

IV Il diritto e il sistema giuridico: passato, presente e futuro di Thandabantu Nhlapo

V La terra in Sudafrica:espropriazioni e riforme agrarie di Thomas W.Bennett

VI L'economia sudafricana va revisionata, ma senza fermare il motore di Jenny Cargill

VII L'eredità del razzismo: la lezione dell'apartheid di Emile A. Boonzaier

VIII La doppia gabbia delle donne: la questione dell'eguaglianza di Caroline White 

IX La cultura dell'oralità nel Sudafrica del dopo apartheid di Liz Gunner

X Gli scrittori sudafricani nella transizione verso il nuovo di Itala Vivan

Gli autori

La Nuova Italia, Firenze 1996, pp. 378, £.35.000 

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Men/Uomini
Ritratti maschili nella poesia
femminile contemporanea

A cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Uomini visti dalle donne, uomini in carne ed ossa, con tutti i loro pregi e le loro debolezze. Sono i padri, i figli, i mariti, gli amanti – e anche i poeti e gli artisti – che popolano la quotidianità di queste autrici. È proprio l’universo maschile – visto dallo sguardo femminile – il tema di questa antologia: gli uomini sono ritratti col proposito di celebrare, emendare, approvare o disapprovare, esprimere amore o avversione, senza reticenze e con estrema sincerità. E i toni sono di conseguenza assai vari: dal drammatico al giocoso, dal tenero al sarcastico, dall’appassionato al disincantato.
Le autrici contemporanee qui rappresentate, sebbene scrivano tutte in inglese, sono molto diverse tra loro per età, ambiente culturale e geografico, percorso poetico e biografico. Tra le britanniche, Carol Ann Duffy, Liz Lochhead, Kate Clanchy; tra le afroamericane, Maya Angelou e Sonia Sanchez; tra le indiane, Chitra Divakaruni e Sujata Bhatt; la canadese Margaret Atwood; l’israeliana Karen Alkalay-Gut; l’irlandese Nuala Nì Dhomnaill e molte altre.

 «Il nuovo melograno LIX»
202 pg., Euro 15,00
ISBN 88 7166 798 0

Giorgia Sensi insegna letteratura inglese alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Ferrara. Ha tradotto numerose opere di narrativa e poesia, fra cui, per le nostre edizioni, il poemetto The Adoption Papers di Jackie Kay (L’adozione, 2002), e The World’s Wife di Carol Ann Duffy (La moglie del mondo, 2002, con Andrea Sirotti).

Andrea Sirotti è nato a Firenze dove insegna lingua e letteratura inglese. Dal 1993 è redattore di «Semicerchio», rivista di poesia comparata, e da alcuni anni si occupa di poesia femminile e postcoloniale. Per Le Lettere ha curato l’antologia di poetesse indiane in lingua inglese L’India dell’anima (2000) e nel 2002, con Giorgia Sensi, La moglie del mondo, di Carol Ann Duffy.

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DONNE DISARMANTI

Storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi

A cura di Monica Lanfranco e Maria G.Di Rienzo

Pag 280 13 euro   edizioni Intra Moenia

Ci sarà un motivo per il quale in moltissime le storiche, le antropologhe, le filosofe, le giornaliste, le studiose  femministe centrano l’attenzione sull’uso delle parole, e mettono in guardia sulla stretta connessione tra violenza del linguaggio comune e violenza reale, nelle relazioni quotidiane come nella politica, nella comunicazione mediatica e quindi nel tessuto sociale. Se cercate su qualunque vocabolario la parola nonviolenza non la troverete, perché non è registrata così come la scriviamo, senza trattino o elementi di separazione; eppure si tratta di una piccola grande rivoluzione semantica, simbolica e quindi di immensa portata, nel tempo, quella di coniare una parola che si opponga, nel suo significato, ad un’altra altrettanto potente proprio perché la contiene, però anteponendo una negazione.

Al di là di come la si scrive, nel concetto di nonviolenza la violenza è contenuta perché non la si nega: non troverete un uomo o una donna che si dicano, sinceramente, nonviolento o nonviolenta e che non ammettano in  primo luogo che il lavoro più duro non è il contrastare la violenza esterna, ma la propria. Il lavoro pesante è proprio questo.

Le domande che Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo pongono, e che sottendono tutto questo libro, tra le altre, sono: essere donne aiuta nella scelta nonviolenta, costituisce un vantaggio rispetto all’essere uomini? Le donne sono più portate alla nonviolenza perché considerate meno aggressive, più miti, visto che la natura le ha dotate del compito di procreare e occuparsi dei cuccioli? Questo libro affronta  queste domande e offre e delle risposte, anche se dare un riscontro affermativo assoluto sarebbe, oltre che banale e sbrigativo, davvero sbagliato. Conclude infine il libro un articolato manuale di comportamento per l’azione diretta nonviolenta, considerata come una terza via, un’alternativa fra il sottomettersi alle ingiustizie e la reazione violenta contro di esse.

Con contributi di Lidia Menapace, Imma Barbarossa, Tiziana Plebani, Rosangela Pesenti, Starhawk, Vandana Shiva, e interviste a Luisa Morgantini, Dawn Peterson, Giancarla Codrignani.

LE AUTRICI SONO DISPONIBILI PER INCONTRI DI PRESENTAZIONE

I  LORO RECAPITI: 

MONICA 3470883011- 010 543684  mail mochena@village.it

MARIAmail sheela59@libero.it

 L’EDITORE  E’ DISPONIBILE PER ORDINI SUPERIORI ALLE 10 COPIE AD APPLICARE 

LO SCONTO DEL PREZZO DI COPERTINA DEL 20%

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A cura di Luisa Passerini

Identità culturale europea. Idee, sentimenti, relazioni


"La sfida dell'Europa sta proprio qui, nell'edificazione di una democrazia sui generis non identificabile nel quadro nazionale."

L'interessante Premessa di Yves Mény introduce al saggio in modo estremamente chiaro ed esauriente. Credo quindi sia utile al lettore poterne leggere qui di seguito anticipatamente alcuni brani indicativi della finalità e del significato di questa raccolta di scritti.
"Questo libro è innanzitutto il risultato di una iniziativa congiunta all'interno di un programma stabilito nel 1993 e incentrato su una semplice ma insidiosa domanda: che cosa è l'Europa? Ma esso è anche l'espressione della convinzione che non ci sia buona ricerca, anche applicata, senza un riferimento alla ricerca dei fondamenti, alla riflessione teorica, senza ricorso alla storia, alla cultura, alle idee." Questa premessa di tipo generale mostra appunto i termini del dibattito su cui ruotano i contributi di questo volume dedicati all'identità culturale europea e che "costituiscono una felice antologia di approcci che si completano l'un l'altro più di quanto non entrino in contraddizione". In effetti tutti vedono l'esistenza di un'identità che si sta giorno dopo giorno costruendo, in fieri, ma che attraversa percorsi non sempre chiari e la cui destinazione non sempre è chiara. Esiste sia una scelta razionale che vuole porsi l'obiettivo della costruzione di tale identità, che non appare comunque disgiunta anche da una scelta emotiva, quindi più profonda e che attinge a radici più solide. Esistono poi dei concetti-chiave scelti per specificare che cosa si intende per identità europea e questi sono :"memoria, nazione, soggetto e soggettività, cittadinanza e costituzione, irriverenza."
Quest'ultimo concetto è forse il più originale e sta a significare "libertà e curiosità riformatrice", temi sicuramente cari all'Europa moderna e che la caratterizzano in modo peculiare.
In conclusione, interessante è l'indicazione che l'idea dell'Europa "è nata dalle due 'guerre civili' che l'hanno distrutta nel corso del XX secolo. Senza dubbio non c'è utopia più felice per il secolo che si apre".

Identità culturale europea. Idee, sentimenti, relazioni, a cura di Luisa Passerini
Pag. 252, Lire33.000 - 1998, Edizioni La Nuova Italia (Biblioteca di Storia n. 73)
ISBN 88-221-2998-9



Le prime righe

Hartmut Kaelble

PERIODIZZAZIONE E TIPOLOGIA

Soltanto dieci anni fa era difficile immaginare che la storia della coscienza europea sarebbe diventata l'appassionante oggetto storico che è da alcuni anni. Il segno più evidente di un rinnovato interesse in tal senso è stata la partecipazione di un gruppo di circa cento storici ai lavori di un seminario di ricerca diretto dal 1989 da René Girault e dal 1994 da Robert Frank e Gérard Bossuat. Anche sociologi, filosofi, politologi, etnologi hanno portato un rilevante contributo al dibattito, che tuttavia non è puramente scientifico, ma coinvolge un pubblico più ampio e la Comunità Europea. L'ultimo presidente dell'Unione Europea, Jacques Delors, ha organizzato nel 1995 a Leida un grande incontro di intellettuali europei sul tema dell'identità europea, nel quale la storia ricopriva un ruolo importante. Qual è il contesto del nuovo interesse per questo tema? Quali sono le idee di base per la storia della coscienza europea in questo dibattito? Quali nuovi approcci vengono usati? Quali nuove questioni si sono aperte?

IL CONTESTO
Si tratta di un tema nuovo e vecchio allo stesso tempo. Ci sono state due fasi principali di particolare attenzione per la storia della coscienza e dell'idea di Europa negli ultimi cinquant'anni: il periodo degli studi classici tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni Sessanta e il periodo di rinnovato interesse verso la fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta. Ciò non significa che tra i primi anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta la storia dell'idea e della coscienza europea sia stata completamente abbandonata, ma le pubblicazioni sul tema si sono fatte molto meno numerose.
Nel corso di questi due periodi, accomunati da alcuni aspetti politici ed economici, i mutamenti fondamentali nella politica europea sono stati accompagnati da un intenso dibattito pubblico sull'Europa. Nel primo periodo, la fine dell'ultima e catastrofica dominazione dell'Europa da parte di un paese europeo, il predominio nazista, e la conseguente profonda crisi economica e politica del dopoguerra hanno condotto a numerosi progetti di unificazione europea con il Consiglio d'Europa, l'Organizzazione della cooperazione economica europea, la Comunità europea del carbone e dell'acciaio, la Comunità europea di difesa e infine il Trattato di Roma nel 1957. Nel secondo periodo , la fine del predominio dell'URSS nell'Europa orientale e centrale, le nuove responsabilità dell'Unione Europea oltre i suoi confini e il pericolo di arretratezza economica dell'Europa nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone hanno portato a un importante mutamento della politica europea e all'estensione dell'attività delle istituzioni europee nel campo della politica monetaria, estera, di sicurezza e sociale.

La curatrice
Luisa Passerini insegna Storia del XX secolo all'Istituto Universitario Europeo di Firenze. Tra le sue pubblicazioni: Torino operaia e fascismo, Storia e soggettività. Le fonti orali, la memoria, Mussolini immaginario. Storia di una biografia 1915-1939, Storie di donne e femministe, Europe in love, love in Europe. Ha inoltre curato la raccolta di saggi Memory and totalitarism.

Fonte: © 1998, La Nuova Italia Editrice

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La donna su misura. L’immagine femminile stereotipata dalla pubblicità

Dino Aloi, Flavia Cavalero e Simonetta Carbone


«Siete sicure d’esser sempre veramente affettuose con vostro marito? La vostra periodica irritabilità non è forse causa di malintesi evitabilissimi? Sanadon combatte ogni ricorrente motivo di nervosismo e di dolore»: la pubblicità di una brodaglia capace di rendere la donna sempre contenta (siamo nel 1951) è uno dei capolavori del macabro raccolti nel volume La donna su misura. L’immagine femminile stereotipata dalla pubblicità. Pubblicato dall’editore Il Pennino, curato da Dino Aloi, Flavia Cavalero e Simonetta Carbone, il libro è un divertente e impressionante viaggio tra le immagini pubblicitarie apparse su quotidiani, riviste e periodici, nonché su manifesti e dépliant, a partire dalla fine del 1800 per giungere ai nostri giorni.
Dino Aloi, classe 1964, tra i più brillanti vignettisti italiani (2500 vignette apparse su «Il Travaso», «Radiocorriere», «Paese Sera», «La Gazzetta dello Sport» e più recentemente su «L’Alto Adige»), è il condirettore del Museo del Sorriso di Baiardo, nonché l’ideatore del Premio Giorgio Cavallo, una sorta di Oscar della vignetta che quest’anno è stato assegnato a Sergio Staino. E poi le mostre di Jacovitti e Peynet, ma anche quella dedicata alle benemerite «tette».
Un attributo femminile amato tanto dagli umoristi quanto da pubblicitari, e questo forse spiega il perché un vignettista come Aloi abbia deciso di affrontare l’universo della pubblicità: «Abbiamo sfogliato più di tremila pubblicazioni, dalle riviste umoristiche ai magazine femminili, dai settimanali politici ai fotoromanzi, da ”Topolino” a ”Grand Hotel” alla ”Domenica del Corriere”».
Continua Aloi: «Abbiamo preso in considerazione solo le pubblicità, escludendo, per esempio, le copertine di ”Panorama” ed ”Espresso” degli anni della "guerra delle tette", che fanno storia a sé, e così le pubblicità pornografiche. Alla fine abbiamo selezionato 140 immagini che vengono a formare una galleria di stereotipi, distinte in diverse sezioni: Nude a tutti i costi, Angelo del focolare, Il richiamo del motore, Rapporto con il potere, Sacro e profano, Crisi di identità, Un vero tesoro, Vietato invecchiare, Come siamo caduti in basso, Finalmente l’ironia. Una "campionatura" dell’immagine prevalente che la pubblicità ci offre della donna, una sorta di "blob", dove si è voluto evitare il "peggio", ma anche di scadere nel moralismo o nel femminismo"».
In effetti un «catalogo» di questo tipo, e la relativa mostra itinerante, si prestano facilmente ad accuse di moralismo, ma gli autori hanno evitato di cadere nella trappola ricorrendo all’arma dell’ironia: «La parte più corposa del volume - spiega ancora Dino Aloi - si intitola "Nude a tutti i costi", ma non vuole essere una critica al nudo in quanto tale. Ho in mente le foto di Helmut Newton e sono meravigliose. Il problema è l’accostamento pretestuoso, quindi il nudo "fuori luogo". L’abbinamento nudità-oggetto da pubblicizzare è un malcostume che nasce dalla metà degli anni Settanta. Insomma, se devi pubblicizzare un capo di abbigliamento intimo il nudo va benissimo, ma se devi pubblicizzare una pila, una birra o un barattolo di pelati, perché metterci le curve? Il barattolo di passata anche da solo fa la sua figura».
Quindi non moralismo, ma sguardo critico per imparare a considerare la pubblicità in modo diverso, con maggiore attenzione e di discernimento. «L’ironia è il vero filo conduttore, perché rende tutto più leggero e stempera le immagini più urtanti. Ammetto, comunque, che ci siamo auto-censurati evitando cose troppo forti: penso alla pubblicità di Gucci con la modella con il pube rasato a forma di G».
In versione sexy e disinibita, oppure in quella più rassicurante di donna dolce, sottomessa e sempre contenta, o ancora nei panni della manager aggressiva che mette i maschi sotto i suoi tacchi vagamente sado-maso, comunque sia dalla pubblicità la donna ne esce veramente mal ridotta, tritata dagli stereotipi che ieri la volevano «angelo del focolare» e «donna mamma», oggi creatura sensuale, molto nuda, senza un capello bianco, senza una ruga, perché, come recita una pubblicità di Dior, è «vietato invecchiare». E anche se l’immagine femminile cambia con l’evoluzione della società, del costume e degli stili di vita, alcune costanti permangono.
Una tra tutte: l’ossessione per il seno. Che deve essere rigorosamente sodo e per nulla cadente, e quando la natura non aiuta allora si può ricorrere a miracolose creme, come Senobel, di produzione napoletana, che promette un seno «protuberante» o la mitica Poppeina (1899), lozione «composta di vegetali, affatto privi di veleni» capace di conservare «l’opulenza, la sodezza e la freschezza di quella preziosa parte del corpo muliebre». Se poi l’ossessione del seno sia cosa femminile o malattia indotta dai maschietti, su questo il dibattito è ancora aperto. 

Emanuele Rebuffini (titolo dell'articolo "Nude a tutti i costi", Il Mattino 22 aprile 2003)

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No. La seconda guerra irachena e i dubbi dell'Occidente

Lucia Annunziata


In appendice la traduzione integrale, di Cristina Palmarini, del "Documento Bush" sulle nuove strategie della sicurezza nazionale
pp. XI-154
Donzelli Editore 2002    L. 19.363     € 10,00     ISBN 88-7989-746-2

La seconda guerra irachena è già iniziata. Ma il fiume in piena che ci trascina verso il conflitto è molto più travolgente, e molto più rilevante ai fini di una definizione delle identità politiche, di quanto non fosse il traumatico passaggio che dieci anni fa ci portò alla prima.
Non a caso, i SÌ e i NO spaccano trasversalmente i fronti politici tradizionali, dividono gli ambienti diplomatici e militari (persino quelli dei tradizionali «falchi»), attraversano le aree religiose, e si polarizzano all'interno stesso delle opzioni politiche, delle destre e delle sinistre dei vari paesi. Perché questa scelta è così tormentata? E perché così accidentato il percorso? La risposta è in fondo semplice. Perché l'Iraq è diventato in qualche modo la pietra filosofale della governance globale, il luogo dove magicamente potrebbero tornare insieme i cocci rotti dell'armonia planetaria: il controllo del petrolio, lo sradicamento del terrorismo, la riscrittura del conflitto israeliano-palestinese, e, infine, l'inglobamento nel circuito delle economie delle Tlc del mondo arabo, che finora se ne è tenuto fuori. Un conflitto, come si vede, troppo carico di significati per non creare l'illusione della perfezione e per non sfociare nella vertigine dell'ideologia: condizioni entrambe destinate a portare a un'inevitabile sconfitta.
Un reciso NO a questa guerra è dunque misura prudente e saggia contro disastri a venire. Un NO che va argomentato subito, non con condanne umorali o con invenzioni – uguali e contrarie – di altre illusorie «perfezioni»; ma con il linguaggio dei numeri, dei dati, delle statistiche, della storia freddamente analizzata e descritta.
Anche perché se un NO a questa nuova avventura è prudente, un avvertimento è necessario: l'Iraq è una potenza pericolosa, il risentimento dei paesi petroliferi è ormai un serpente annidato nelle relazioni internazionali. E se dunque oggi è opportuno schierarsi contro questa battaglia, è solo perché forse ci toccherà di doverne combattere altre ancora più impegnative.

Introduzione
I. Dalla parte dell'Occidente
1. La grande tentazione americana
2. L'Europa e la sinistra: quale no alla guerra
3. La vera sfida: le misure alternative

II. Dall'altra parte
1. Guerre esterne e guerre interne
2. La carta del petrolio e la partita del potere
3. La prima guerra del Golfo
4. Uguaglianze e disuguaglianze in Medio Oriente
5. L'Iraq e la deriva militarista
6. L'Arabia Saudita, tra Occidente e radicalismo religioso
7. La funzione dell'Iran
8. La guerra del Golfo: «the unfinished business»
9. Osama, il saudita
10. Le nuove risorse: l'altro petrolio e la new economy

III. Not just safer but better
1. La svolta americana
2. La nuova dottrina della guerra preventiva
3. Diffidenza tecnologica
4. Povertà
5. Responsabilità
6. Vulnerabilità
7. La «Banda degli Otto»
8. I dubbi dei militari e dei petrolieri
9. Tre blocchi e otto domande

IV. Il campo di battaglia
1. Il terreno del conflitto
2. Una guerra e sei obiettivi
3. I punti di forza di Saddam Hussein
4. Rischi e criticità
5. I piani d'attacco dei generali
6. Baghdad nel mirino

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" GLOBALIZZAZIONE E IDENTITA' "

Centro Studi Franco Fortini, Quodlibet, Siena, 2000

     Si intitola "Globalizzazione e identità" un corposo volume, il n. 3 della rivista "L'ospite ingrato", pubblicazione annuale del Centro Studi Franco Fortini di Siena (Quodlibet, pp. 349, L. 42.000). Un lavoro importante - già segnalato, nel suo versante più letterario, su queste pagine da Massimo Raffaeli - denso di contributi diversi, che nella prima parte, quella dedicata al tema, attualissimo, della globalizzazione, raccoglie saggi, interviste, poesie inedite di studiosi provenienti da discipline diverse e da diverse aree del mondo - da Edoarda Masi a Romano Luperini, da Alessandro Portelli a Franco Loi, da Antonio Melis a Noam Chomsky; la seconda, quella dedicata alla parola di e su Franco Fortini, raccoglie materiali come lettere d'archivio, una antologia di scritti di Fortini stesso, foto di pagine scelte, e una sezione di "discussioni".
     Il volume, uscito da poco, porta in copertina la data del 2000, ma i testi che lo compongono vengono da una riflessione ancora più lontana e visibilmente sedimentata nel tempo. Questo per sottolineare il fatto che il tutto nasce in tempi non sospetti e non sotto la spinta emotiva di quanto sta accadendo da noi in questi giorni all'approssimarsi del G8, e per ciò stesso ancora più utile per approfondirne ad ampio raggio risvolti e connessioni. 

Alla frenesia dei media che presentano la globalizzazione come un evento improvviso, una sorta di inaspettato terremoto; un evento mediatico, per l'appunto, destinato ad accendersi di attenzione in un rapido arco di tempo, e poi - auspicabilmente - svanire, riassorbito dalla scia di fragore e scompiglio che ci si immagina l'evento porti con sé, fa da contraltare la riflessione da anni in corso dei paesi che un tempo erano ritenute le periferie del mondo; scrittori creativi ed economisti, poeti e biologi, linguisti e geografi, tutti parte di un progetto comune che in ogni modo tentano di far conoscere all'altra parte del mondo, quella che tutti ci governa. Nessuna improvvisazione dunque, in un fenomeno su cui in molti riflettono da tempo, per affrontare il quale occorrono strumenti del tutto nuovi e di natura diversa e correlata, come testimoniano queste pagine. Infatti "La raffigurazione della globalizzazione come un evento eccezionale, proprio esclusivamente dell'epoca attuale, avalla le operazioni interessate di rimozione della memoria storica, o addirittura della sua distruzione", scrive Giuseppe Nava in una lucida introduzione al volume; "se siamo di fronte a una situazione completamente nuova, senza nessun precedente o rapporto con il passato, non possiamo più usare gli strumenti di comprensione elaborati nel corso dei secoli, e di conseguenza non abbiamo altra scelta che la supina accettazione o il rifiuto impotente"

     E per non cadere nella trappola rappresentata da ciascuno dei due estremi, esaltazione o demonizzazione di un fenomeno così complesso e ampio, a torto presentato come un tentativo di unificazione del mondo, essendone in realtà l'esatto contrario, va contrapposto un impegno di analisi culturale che parta dalle realtà delle diverse aree del pianeta, a cominciare dalle più lontane dall'arbitrario e simbolico centro che noi crediamo di abitare; e che vanno conosciute, ma prima di tutto, viste davvero, e insieme ascoltate. Come faceva in anni lontani Franco Fortini, il quale già alla fine degli anni '60, riflettendo sul rapporto colonizzatore/colonizzato, individuava una interdipendenza culturale nello scambio tra culture, quando scriveva che "l'Occidente rivoluzionario, ove esista, sa che se vuole rivelare fino in fondo i caratteri di classe della propria tradizione culturale e sormontarli... può farlo solo commisurandola con la sua impresa maggiore: l'assoggettamento coloniale o semicoloniale del resto del mondo (e delle proprie medesime classi oppresse)", citazione che compare in un altro volume di interviste con Fortini, Le rose dell'abisso, (Bollati Boringhieri, 2000) curato da Donatello Santarone, uno degli studiosi presenti anche in Globalizzazione e identità, il quale coglie in Fortini proprio questa attenzione ai fenomeni di multiculturalità, dei quali solo rari, lungimiranti intellettuali - penso qui, fra tutti, al Pasolini poeta e al Moravia dei tanti scritti africani - sembravano in quegli anni volersi occupare. E' in quegli anni che in uno dei tanti viaggi in Africa Moravia va a cercare e a conoscere uno scrittore del quale in Europa nessuno sapeva niente, quel Ngugi wa Thiong'o, che di lì a breve sarebbe finito in prigione poi in esilio per aver voluto scrivere nella propria lingua madre, il kikuyu. Esilio dal quale ci avrebbe consegnato molti saggi anticipatori di quanto sta oggi accadendo sotto i nostri occhi, compreso quel Spostare il centro del mondo, (Meltemi, 2000) che, tradotto in italiano, è valso al suo autore l'edizione 2000 del prestigioso premio letterario Nonino.

 Fonte: Manifesto, 14-7-2001  Articolo di M.A.S., Viaggio al centro delle differenze "Globalizzazione e identità", analisi e letture nell'ultimo numero della rivista "L'Ospite ingrato"  

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"IL KOTEL. UN MURO METAFISICO"

Sebastiana Papa

     Narra una tradizione talmudica che ogni giorno, sulle rovine di Gerusalemme, una voce celeste, gemendo come una colomba, proclama: "Ahimè per i figli per i cui peccati ho distrutto il mio Santuario, ho bruciato il mio altare e che ho disperso tra le genti". Il Kotel - il cosiddetto muro del pianto - è questa rovina: è il brandello di muro che resta del Santuario di Gerusalemme; è la testimonianza dell'esilio.

    Sebbene non sia altro che un muro esterno del Tempio, è la memoria della dispersione non conclusa: pregare lì è porsi al di fuori dello spazio sacro, uno spazio al momento inesistente, nell'aspirazione metastorica di entrarvi. E' contemporaneamente e paradossalmente essere dentro e fuori, in esilio ma in terra di Israele. Forse per questo ogni ebreo che passa per Gerusalemme non può evitare un passaggio di fronte a queste pietre ed alle loro fessure che raccolgono messaggi senza risposta. Il Kotel è, per esteso, il Kotel hamaaravì, il muro occidentale, il muro del tramonto; il muro del mondo verso il quale, dall'oriente, sono stati deportati nel I secolo gli ebrei da Tito.

     Le immagini di Sebastiana Papa ci parlano di presenza assenza, di attesa di fronte ad un vuoto chiuso da un muro, di ricerca di un sacro intangibile e introvabile. Ma ci presentano, spesso con uno struggente sguardo parentale, soprattutto giovani, bambini, famiglie, padri e figli, madri e figlie. Come se lo stare di fronte al muro, nello sguardo di là da esso, compattasse generazioni, legasse tra loro individualità in una dimensione altra, più ampia. E' forse il miracolo di cui parla un'altra tradizione rabbinica, secondo la quale nel Santuario i fedeli erano, quando in piedi, accalcati l'uno sull'altro ma avevano spazio sufficiente per prostrarsi, tutti, a terra. Lo spazio-non spazio del Tempio, semplicemente citato dal Kotel, è dunque lo spazio dell'individualità/identità - le immagini della solitudine meditativa - e della aggregazione - le immagini di gruppo, i fedeli danzanti dietro il rotolo della legge, i bambini dentro la capanna della festa di Succot, i religiosi ed i secolari insieme. Due declinazioni, nelle diverse modalità dal gioioso al solenne, di un movimento centripeto verso quell'ombelico del mondo che per la tradizione ebraica era il Santuario di Gerusalemme, costruito sulla pietra da cui è iniziata la creazione dell'universo. 

     Sebastiana Papa con le sue fotografie ci presenta questo movimento, verso il sé e verso la collettività, nel palcoscenico chiuso dal fondale Kotel, il muro occidentale che, secondo alcune fonti rabbiniche, era il più vicino al Santo dei Santi, al luogo della maggior concentrazione della presenza divina. Il Kotel è in queste immagini come un vortice attrattivo verso cui tendono gli uomini - è in questa direzione che tutti gli ebrei del mondo, ovunque si trovino, pregano da sempre tre volte al giorno - e verso cui tende Dio anche dopo la distruzione del Tempio. Il caleidoscopio di facce che ruotano attorno al Kotel comprende volti musulmani che si recano alla sovrastante moschea di Omar. Il luogo - questo spazio contraddittorio con il suo sopra e il suo sotto, il suo davanti e il suo retro - propone una nuova babele di difficile composizione. Ma rammenta forse anche l'origine dell'uomo: secondo un insegnamento rabbinico Dio creò il primo uomo nel luogo dove sarebbe sorto il Santuario, il punto più sacro di tutta la terra perché deputato all'incontro tra l'umano e il divino. 

Lì Adamo, Caino e Abele, Noè, Abramo, Isacco e Giacobbe presenteranno le loro offerte. Ma un'altra interpretazione insegna invece che l'uomo fu creato con la polvere tratta da tutti i luoghi del globo. Adamo è creato come un puzzle di terra perché nessuno dei suoi discendenti possa vantarsi di fronte all'altro ed ha in sé la sacralità del Santuario, uno degli elementi pensati e creati da Dio prima del mondo. C'è dunque affinità, parentela profonda, legame tra uomo e Santuario: lì viene creato e lì, alle porte dell'Eden, viene rimandato dopo aver mangiato dall'albero della conoscenza del bene e del male. Come dal Santuario Adamo, ricco di una dimensione esistenziale incommensurabile con quella successiva, era entrato nel paradiso terrestre, così dopo la trasgressione passa dal Tempio per entrare nella storia. E' questo anche il tracciato che è suggerito dalle immagini di molteplicità di Sebastiana Papa. La voce che geme ogni giorno sulle rovine di Gerusalemme comunica anche altro: quando gli ebrei entrano nelle sinagoghe e nelle case di studio e affermano "sia il Suo grande Nome benedetto", Dio dice "beato il re che è così glorificato nella Sua casa, che dolore per i figli che sono stati esiliati dal tavolo del loro padre". Dio partecipa al dolore degli uomini, al loro allontanamento, al loro esilio; e ascolta il loro desiderio di benedirlo: gli uomini che benedicono Dio e che invitano altri uomini a fare altrettanto riconoscendone la grandezza! Ma dà loro anche uno strumento, una casa nuova non più di pietra ma di carta, per avvicinarsi a Lui e glorificarlo: lo studio della parola che deve essere interpretata e che è un appunto per ulteriori riflessioni e ponti tra uomo e Dio, tra uomo e uomo. 

     Il Kotel, allora, può diventare una sorta di parola, un accenno ad altro, uno spunto di riflessione, un invito. E il Kotel di Sebastiana Papa può essere una poesia per immagini, un racconto, un testo teatrale; un messaggio da cui non potersi sottrarre.

"Il Kotel. Un muro metafisico" di Sebastiana Papa, Edizioni Fahrenheit 451, 72 pagine, 28.000 lire  

Fonte: Il Manifesto, 26-6-2001; Articolo "Oltre il muro del tramonto" di Benedetto Carucci Viterbi

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"Una storia diversa"

Armando Gnisci 

"Tutte le culture del mondo hanno attinto dalle altre in un processo di fertilizzazione reciproca" (Ngugi wa Thiong'o)

     Armando Gnisci insegna letteratura comparata all'Università "La Sapienza" di Roma; insieme ad altri studiosi ha fondato la Società Italiana di comparatistica letteraria (SICL). Ha avuto l'avventura, per dirla con le sue parole, di incontrarsi con i "ragazzi" della Meltemi, Casa Editrice che prende nome da un vento favorevole del Mediterraneo egeo, e con essi ha costruito un "luogo comune editoriale", cioè uno spazio in cui mettersi in contatto - virtualmente e/o realmente - con la letteratura e le poetiche del mondo, tradurre, introdurre, colloquiare con altri autori in una fluida reciprocità dell'essere nel mondo.

     La Meltemi ha già tradotto e pubblicato: Homi Bhabha, "Nazione e narrazione"(1997) e "I luoghi della cultura"(2000); Edouard Glissant, "Poetiche del diverso" (1998); Retamar, "Per una teoria della letteratura ispanoamericana" (1999); Ngugi wa Thiong'o, "Smuovere il centro" (2000); Ania Loomba, "Colonialismo/postocolonialismo" (2000). Gnisci é autore tradotto in molte lingue, tra le sue opere più recenti: "Manuale storico di letteratura comparata" (1997); "Ascesi e decolonizzazione" (1996) ; "Il rovescio del gioco" (1993); "Creoli meticci clandestini e ribelli" (1998); "Poetiche dei mondi" (2000).

Oggi, secondo Gnisci, per la prima volta nella storia é stata resa chiara ed evidente una "identità della specie presente a tutti": il mondo può essere facilmente identificabile e riconoscibile "nella frazione dell'oppressione che una piccola quota di 'padroni' impone alle masse degli oppressi." Tuttavia, sia nei Sud del Mondo sia nei Sud del Nord, una nuova umanità si affaccia sulla scena del mondo, ancora migrante clandestina e ribelle, e la letteratura comparata sta dalla parte di questi marginali, rendendo evidente la realtà disumana e mostruosa in cui siamo costretti ad aggirarci e indicandone le alternative.

     I letterati comparatisti, secondo l'autore, possono costruire dei 'nuovi luoghi comuni mondiali', spazi fisici e culturali in cui i diversi stanno insieme nella parità. La letteratura comparata è una disciplina che, per il suo costitutivo ri-mettersi continuamente in discussione, per il suo oggetto specifico di riflessione (il rapporto tra i testi letterari e la critica; tra la letteratura e il mondo da cui proviene e a cui si rivolge; tra i letterati di tutti mondi e di tutti i tempi) è una via, un metodo che pone i suoi partecipanti in una rete di reciprocità paritaria. Gnisci propone la letteratura comparata come una disciplina politica, stimolatrice di pensieri propri, capaci di 'spostare il centro' e 'decolonizzare la mente'. Occorre stabilire un colloquio con tutti i mondi che resistono alla globalizzazione della miseria e che trascendono il mummificato sapere umanistico europeo, i suoi trattati antropologici,i suoi business, le sue bombe. Le poetiche - spiega Gnisci - non sono 'attrezzi', codici cristallizzati del letterato, ma prassi dell'incontro, progetto del futuro. Sono esperienze e speranze - forse incerte - ma che indicano un modo nuovo di pensare e di stare insieme; sono opposizione, movimento, ribellione contro le ingiustizie e, soprattutto, relazione fra mondi che non sono convergenti ma 'che colloquiano', di differenze che convivono si confrontano e coevolvono. Poetiche e politica stanno insieme perché ci mettono in contatto con gli altri. Una poetica politica è difficilmente definibile con una formula tecnica, è qualcosa che si produce e pratica relazionandosi con gli altri e rapportandosi con i tempi per arrivare alla trasformazione del mondo.

     In "Una Storia diversa", testo breve ma denso e interessante, l'autore propone e delinea una storia delle 'letterature europee' e della 'letteratura mondiale' diversa da quella costruita-utilizzata dall'Occidente a fini coloniali-imperialisti, il cui proclamato 'universalismo' ha sempre significato l'elusione delle diversità e l'andare in un 'unico-verso', dal centro alle periferie e mai viceversa. La supposta superiorità della letteratura occidentale ha sminuito, degradato e negato gli indiscutibili apporti, (scambi incroci contaminazioni creolizzazioni) linguistico-letterario-culturali dei paesi ex-colonizzati. Gnisci compie un'affascinante rilettura delle varie letterature, mostrando come esse - prima con il colonialismo e oggi con i migranti - oltrepassano i confini nazionali e ridisegnano nuove mappe culturali contaminate e trasversali che sfidano l'autoproclamata 'universalità' della cultura occidentale. Sono i paesi latinoamericani - sostiene - che, a differenza del melting pot nordamericano (il multiculturalismo fatto di separazioni e conflitti), rappresentano la transculturalità di una grande nazione meticcia aperta e diffragente. E' a partire da questa presa d'atto che, secondo l'autore, possiamo avviare un nostro processo di decolonizzazione e quindi di educazione verso una logica e un'etica interculturali per acquisire la capacità di 'pensarsi' in relazione con gli altri. La letteratura svolge una funzione fondamentale per aiutare gli uomini e le donne ad interrogarsi sul senso dell'esistere ed a produrre una propria personale poetica, cioè un proprio metodo-prassi per vivere insieme agli altri, nella reciprocità il "liberamente umano" che è un diritto primario. Essa può "(..) risvegliare e addestrare al senso dell'essere, alla dignità di tutti presso tutti i mondi" (p.58).

     La traduzione ha un ruolo insostituibile in questo processo poiché permette di essere "tutti contemporanei e leggibili vicendevolmente come solo avviene per la fruizione e la contaminazione delle musiche e delle danze". La letteratura e le arti - quando sono veramente libere - e, soprattutto la capacità di ragionare, di opporsi , di 'rovesciare tutti i costrutti dell'ingiustizia', costituiscono una rete di vera educazione interculturale e mondiale. L'educazione interculturale - di cui tanto si parla (in Europa già da diversi decenni e in Italia da alcuni anni) con esiti piuttosto deludenti - secondo Gnisci - può avere delle speranze se procederà attraverso tre vie intrecciate e complementari, capaci di stabilire tra i mondi relazioni di parità e reciprocità, che sono:

-   la letteratura e l'ecologia;

-   la musica e la difesa della natura;

-   il recupero del senso e del valore della "rivendicazione della dignità negata, della resistenza e della ribellione".

Gnisci nei suoi testi utilizza un flusso discorsivo ininterrotto, ricco, immaginifico, iterativo, alimentato da passione politica e sorretto da una ricerca linguistico-espressiva capace di creare nuovi termini e nuove parole. Nei suoi testi le esperienze personali si intrecciano con gli avvenimenti sociali e politici, con la storia le esperienze e i saperi di altri letterati del mondo.

(Rita Di Gregorio)

Gnisci Armando, Una storia diversa,  Meltemi Editore, Roma 2001

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Storia della Letteratura del Congo-Kinshasa

Rulli di Tam-tam dalla Torre di Babele

Silvia Riva

 

     " Rulli di tam-tam dalla torre di Babele" è la prima storia letteraria del Congo-Kinshasa, un Paese dal nome instabile (Congo-belga, Zaire, Repubblica democratica del Congo) e dal volto ancora ignoto. Pur essendo stato spesso oggetto d’interesse nella letteratura occidentale, soprattutto grazie alle opere di Conrad, di Gide, di Naipaul, il Congo è rimasto del tutto sconosciuto nelle sue proprie aspirazioni. In queste pagine, nelle quali si dà diritto di parola agli autori congolesi, sono ripercorse le fasi principali in cui si situa il sorgere e l’affermarsi della produzione letteraria del Congo in lingua francese: l’epoca coloniale, fortemente influenzata dalla tutela belga; gli anni Sessanta, in cui si evidenzia il difficile decollo della prosa a fronte di un vero e proprio florilegio della poesia; gli anni Settanta, in cui si ribadisce, nel romanzo, il diritto all’affermazione della soggettività; gli anni Ottanta e Novanta, in cui il riso e la derisione dei giovani scrittori della ‘Black Babel’ liberano la scrittura verso forme di sperimentazione audaci e nuove. 

     Emerge un quadro storico complesso, ricco di sfumature, in cui l’etnografia comunica con la poesia, la storia si allea al racconto e al romanzo, la teologia al teatro e alla pratica della vita quotidiana. «E’ una storia ‘altra’ del Congo» – lo afferma il critico e scrittore congolese V.Y. Mudimbe nella Prefazione – che, mettendo in luce «l’ordine della lettera – i suoi abbagli, le sue avventure, i suoi stimoli – in realtà ci invita a una riflessione sul buon uso della letteratura e sul suo ruolo nella costituzione di una nazione». 

SOMMARIO

Prefazione di V.Y. Mudimbe 

Introduzione: Premesse per lo studio di una letteratura africana. La letteratura del Congo-Kinshasa 

I. «Zaire is there a State?». Storia di un Paese dal nome incerto

        1. Dalle origini alla marcia verso l’indipendenza (Il Congo pre-coloniale: gli antichi regni - Dalle esplorazioni del ‘continent mystérieux’ all’Etat indépendant du Congo - Il cinquantennio della gestione belga in Congo - Dal colonialismo all’indipendenza: la politica belga di decolonizzazione) 

       2. Il Congo indipendente (Dall’indipendenza alla dittatura: cinque anni di disordini - Il trentennio dell’era Mobutu - La Conferenza nazionale non chiude il ‘cycle du serpent’ - La folgorante liberazione di Kabila) 

II. La Letteratura coloniale fra ambiguità mimetica e affermazione dell’identità 

       1. Un terminus a quo per la letteratura del Congo-Kinshasa 

       2. Gli anni Trenta. Da Badibanga a Nele Marian: un avvio all’insegna dell’ambiguità 

       3. Scrittori ed évolués nel clima culturale del secondo dopoguerra (Ruolo delle riviste per évolués: «La Voix du Congolais»: ‘une véritable école littéraire’? - «J€ne Afrique» - «Les Lettres congolaises» - «Présence Congolaise» - La Bibliothèque de l’Etoile) 

       4. Il decennio dei concorsi letterari (1946-1956) 

       5. ‘Ecrivains solitaires’ 

       6. Esanzo. Chants pour mon pays di Antoine Roger Bolamba 

       7. ‘Un merveilleux poème de l’eau’: l’opera di Lomami Tchibamba 

       8. Terminus a quo, terminus ad quem 

III. Gli anni Sessanta. Un quinquennio di silenzio, un quinquennio di poesia

       1. Il primo decennio indipendente: breve profilo introduttivo 

       2. La poesia, protagonista della scena letteraria (La Pléiade du Congo - La poesia stencilée e le Edizioni Belles Lettres - Ruolo dei concorsi letterari e delle riviste specializzate) 

       3. Dalla poesia militante alla poesia intimista. Due esperienze a confronto 

       4. Romanzi ‘senza rancore’ 

IV. Gli anni Settanta. Le declinazioni della soggettività

       1. Dalla rivendicazione dell’identità all’affermazione del diritto alla soggettività 

       2. ‘Ce chant lourd du tam-tam intérieur’: Redire les mots anciens di M. Kadima-Nzuji 

       3. ‘The rights of the subject’: l’opera di V.Y. Mudimbe (Entre les eaux: ‘Di€, un prêtre, la révolution’ - Le Bel immonde o il dramma del potere - L’Ecart o il romanzo della malafede) 

         4. Il discorso metanarrativo nell’opera di Georges Ngal 

       5. Nemo: quale soggettività nel conflitto etnico? 

       6. ‘Fixer et faire revivre la réalité’. Zamenga Batukezanga, romanziere della conciliazione

       7. ‘Histoires de vie’, racconti e novelle 

       8. Un esempio di letteratura urbana. La pourriture di Muamba Kanyinda 

       9. ‘Un li€ de vertige’. Le fossoyeur di Yoka Lye Mudaba 

V. Gli anni Ottanta e Novanta. La scrittura della libertà

       1. Fra continuità e cambiamento 

       2. Les cailloux de l’espoir: la poesia 

       3. Una letteratura per tutti 

       4. Il ‘giallo’ nel Congo-Kinshasa. Esempi di polar africani o denuncia di una realtà poliziesca? 

       5. La denuncia dalla terra degli ‘scrittori del silenzio’. Il miraggio dell'articolo

       6. ‘Dikenga dia mulawu’. La letteratura dell’esilio (Le Pacte de sang o la simbolica della passione nei romanzi del ‘ciclo zairese’ di P. Ngandu Nkashama - Shaba II: ‘le roman des sans-pouvoir et des saints’) 

      7. ‘Beurs noirs à Black Babel’: scrittori ‘sans exil en terre étrangère’ 

Conclusioni: ‘La parole construit le pays’. La letteratura del Congo-Kinshasa fra radicamento, esilio e rifondazione 

Riferimenti bibliografici 

- Indice dei nomi

Collana: «Il Filarete. Pubblicazioni della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano» pagg. 452 – 2000 – € 40,50

Silvia Riva (Milano, 1963) è dottore di ricerca in Letterature francofone. Ha al suo attivo numerosi articoli sulla letteratura africana subsahariana; nel 1993, in collaborazione con Liana Nissim e Marco Modenesi, ha pubblicato il volume L’incanto del fiume, il tormento della savana. Storia del romanzo maliano (Bulzoni). Dal 1992 fa parte del gruppo di ricerca del C.N.R. per lo studio delle Culture e delle Letterature dei Paesi emergenti e attualmente è impegnata presso l’Università degli Studi di Milano nel progetto «Letterature francofone sub-sahariane. Per una istituzione delle letterature nazionali».

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Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi?
Geneviève Makaping


"Guardo me che guardo loro che da sempre mi guardano": il libro è la traduzione in scrittura dell’inversione di traiettorie di sguardi storicamente date. Un atto sovversivo: scegliere di guardare, da qualunque luogo si è confinati, restituire a chi ti guarda uno sguardo.
Geneviève Makaping, la donna che dice no (traduzione letterale del nome nella lingua del suo Paese), insegna antropologia culturale presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università della Calabria. Il libro si presenta come
il viaggio antropologico di un’immigrata Bamiléké, un percorso lungo, che dal Camerun la porta a girare l’Africa per arrivare in Francia e poi in Italia. E "il viaggio, come tutti i popoli del mondo sanno, è un’importantissima metafora della vita, verso la morte". La sosta-tappa in Italia, che dura da più di vent’anni, è la più lunga. Perché non diventi metafora di morte, perché non esaurisca la sua crescita intellettiva e sociale, Geneviève Makaping sceglie di fare del viaggio-sosta e della scrittura "strumenti per non dimenticare, per non perdere la memoria. Non smarrirmi e non soccombere". Lo spaesamento del viaggio diventa per lei percorso di ricerca mentre gli studi di antropologia, cercati e approfonditi con ostinazione, allenano gli occhi a guardare rovesciando continuamente le prospettive.
Ci siamo tutti nelle pagine del libro, le diffidenze più scoperte, il razzismo manifesto del posto sul treno lasciato vuoto perché accanto a una negra (il termine è suo), l’uomo nero raccontato ai bambini, le proposte degli uomini che sono dirette, violente, perché trattandosi di una negra, si può fare a meno delle mediazioni scivolose che codificano i rapporti con le donne bianche; c’è il paternalismo arrogante di chi decide di parlare e agire nell’interesse di un altro; e tutto l’apparato di luoghi comuni che c’ingombrano lo sguardo.
Ma soprattutto c’è lei, la volontà incrollabile della donna che dice no di sottrarsi alla condizione di puro oggetto di osservazione, per sentirsi ed essere sentita come soggetto. L’osservazione partecipata di un soggetto eccentrico è una sfida a mettersi in gioco personalmente, raccontando in prima persona un vissuto segnato da frustate grandi e piccole "che, messe tutte insieme, possono diventare una gogna. Non per me. Sono serena. Io sono serena e amareggiata. La mia pelle è qui con me".
L'alterità, oggetto da sempre dello sguardo, confinamento subìto, diventa luogo privilegiato d'osservazione; il margine diviene possibilità di sperimentare la libertà come presa di coscienza di sé e degli altri, opportunità di ricerca di un linguaggio che si faccia espressione consapevole, di una scrittura che superi le costrizioni di forme subìte per restituire diritto di parola a un'identità in costruzione.
E se la lingua risponde a una logica del dominio, la ricerca di una scrittura del margine, di uno stile che, a garanzia dell'autenticità, scelga di coniugare esperienza e pensiero si traducono immediatamente in un atto politico.

Geneviève Makaping, Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi? Catanzaro, 2001, Rubettino editore pp.137, € 7,75

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FRANTUMI

Storie di ordinaria violenza sessuale

Leopoldo Feole

Edizioni Giada, Campobasso 2003, Pagg. 148, € 10.

 

È una raccolta di 16 storie di violenza sessuale - alcune consumate nell’ambito familiare - tratte dagli atti processuali celebrati nelle aule giudiziarie del Molise.

 

  INDICE   

 

Il silenzio della sabbia

Il sole oltre il canneto

Le favole dell'infanzia

L'ombra del castello

5 milioni d'onore

I pascoli d'estate

Il fardello del pudore

Il tempo della vigna

Il giardino del padrone

Il gioco delle violenze

L'adolescenza rubata

Il mantello della notte

Le caramelle di Natale

In fuga sotto le stelle

La stella polare

I sogni senza futuro

 

 

  Introduzione

 

 

Selezionate tra un gruppo di episodi di violenza sessuale emersi nella cronaca del Molise negli anni ottanta-novanta del ’900, le storie proposte hanno una comune base narrativa: gli atti dei processi.

I testi di denunce, rapporti, verbali di interrogatori, memorie difensive e sentenze, consentono al lettore d'avere un contatto diretto con personaggi reali di storie vissute e poi rivissute nei luoghi di quella giustizia che ha tutti i limiti della condizione umana essendone una espressione rappresentativa. Due sono state attraversate dall’esperienza d’un movimento femminile che, dopo una significativa testimonianza di umana solidarietà, ha rinunciato alla sfida che aveva lanciato nella società d’una piccola regione, non sempre pronta a uscire da vecchie e nuove indifferenze. Nella trascrizione, per intuibili motivi, sono state omesse le frasi più raccapriccianti e a volte inserite lievi modifiche per necessità sintattico-narrative; per un doveroso rispetto verso le vittime, inoltre, quasi sempre sono stati dati nomi simbolici anche agli imputati.

Gli atti processuali non rappresentano solo i momenti delle singole vicende. Sono importanti fonti di conoscenza dei tempi e degli ambienti socio-culturali in cui si sono verificate, ma anche di quella ignota letteratura giudiziaria che, con le dovute garanzie per tutti i soggetti coinvolti, andrebbe estratta dagli archivi per leggere la dimensione delle sofferenze d'una umanità smarrita tra le proprie miserie quotidiane.

La raccolta di storie diverse di identità femminili ridotte in frantumi dalla prepotenza maschile presenta una immagine particolare del Molise, piccola parte d’un Meridione con ansie innovatrici e accelerato sviluppo, ma anche con molte scorie di remote culture.

In questa terra, esaltata dal fascismo come la «provincia più rurale del regno» e come «isola felice» negli anni della egemonia democristiana, sono rare le violenze sessuali di gruppo e nella selezione è riportato l’unico episodio del periodo. Ma la caratteristica più evidente è un'altra. Nelle aree contadine e nelle fasce di estrema periferia sociale, dove permangono schemi di vita quasi primordiale, sopravvive la figura maschile del dominus, del padrone assoluto di tutto all’interno dei sistemi familiari, chiusi su territori naturalmente così aspri e aridi da influenzare persino le condotte umane. Qui è diffuso l'incesto paterno, conseguenza spesso d’un alcolismo vissuto nella fase iniziale come abitudine serale, poi come penosa condizione che spinge all’auto-isolamento con degenerazioni antisociali.

Gli abusi sessuali tra le mura domestiche sono pertanto tradizioni quotidiane d'un angusto vivere tra miserie materiali e culturali. Il grave fenomeno non è stato mai indagato da una società che preferisce ignorarlo perché ingombrante. Dinanzi alla giustizia sono relativamente pochi i casi, ma nella casistica sono quelli più ricorrenti. La maggior parte resta nei cerchi delle convenienze; solo per brevi attimi talvolta rompono i silenzi profondi dei gruppi in cui si verificano. Dalle fasce sociali del benessere invece non emergono storie di violenza sessuale. Forse vi è maggiore tranquillità; forse è più elevata la capacità di assorbire gli eventi.

 

IL  SILENZIO  DELLA  SABBIA

 

 

Mattino d'un giorno d'ottobre del 1987. Sulla spiaggia, pochi chilometri a nord di Termoli, viene rinvenuto il corpo di (Alba). E' semisepolto nella sabbia. La causa del decesso: «annegamento atipico», provocato da malore oppure da suicidio; l'esame autoptico non va oltre.

Con rapide indagini la polizia giudiziaria ricostruisce le ultime ore della sua vita. Ha scavato anche nel suo passato per avere elementi sulle circostanze della morte. Trentasei anni, laureata in biologia, lavorava in un ospedale. Viveva con i genitori in un piccolo paese dell'entroterra molisano. Per due volte era stata in un reparto psichiatrico. Durante la seconda degenza aveva tentato di annullarsi con il laccio della doccia.

La sera precedente il ritrovamento del suo corpo aveva fatto visita al padre ricoverato in ospedale, ma non era tornata a casa. Mentre vagava nei pressi della stazione ferroviaria di Termoli, verso mezzanotte, era stata avvicinata da (Floriano) e (Luciano).

Abituali frequentatori notturni di quei luoghi, sono fermati dai Carabinieri. Hanno rilevato estremi di colpevolezza nella loro condotta, carica di attenzioni per la donna.

 

Dal rapporto dei Carabinieri

 

(Luciano) riferisce che (Floriano) gli aveva indicato la donna: era sola, in una zona buia, sul retro d'un albergo con ingresso sulla piazza della stazione. Si era avvicinato e le aveva chiesto se avesse bisogno di compagnia, offrendole aiuto. Aggiunge d’aver avuto l’impressione che non fosse normale:

 

…senza un filo logico, ripeteva che aveva dei problemi; che i suoi familiari non l'accettavano tanto volentieri; aggiungeva di non piacersi e che voleva morire. Poco dopo s'era avvicinato il suo amico (Floriano); pertanto si era allontanato mantenendosi però nei pressi, da dove aveva avuto modo di vedere che quest'ultimo la palpeggiava senza però «approfondire». Il (Floriano), poco dopo le ore 2, aveva desistito dal suo intento perché si era fatto tardi ed aveva bisogno di dormire prima di recarsi al lavoro...

...appariva sempre nelle medesime condizioni e questa volta aveva provato ad accarezzarla. Lei si era schernita senza opporre resistenza... Mentre accadeva ciò, si era giunti alle ore 3.15 circa; dopo averla nuovamente invitata a rifugiarsi all'interno della stazione, anche in considerazione che fuori faceva freddo e tirava vento, al lamentoso rifiuto della donna, (Luciano) aveva deciso di allontanarsi per fare rientro nella propria abitazione. Dopo di che non aveva più rivisto la donna...

 

( a cura di Giustina Cardarelli)

 

Edizioni GIADA via Colle dell’Orso, 65 86100 Campobasso tel. 087466062  

 

Leopoldo Feole, nato a Sessa Aurunca (Caserta), è giornalista professionista e lavora presso la redazione regionale Rai di Campobasso. Laureato in giurisprudenza all’Università di Napoli, ha pubblicato saggi socio-economici e i volumi di storia politica: I Consiglieri regionali del Molise sulla scena della Prima Repubblica (1995), I Parlamentari del Molise nella storia della Prima Repubblica (1996), Questione regionale e Statuto del Molise (2000).

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Luisa Muraro

Il Dio delle donne

"Un giorno si aprì la porta di una vacanza senza fine. Capitò quando, leggendo il libro di Margherita Porete Lo specchio delle anime semplici e altri testi di quella che chiamano mistica femminile, cominciai a udire le parole di una conversazione, non semplicemente nuova ma inaudita, tra due che, per brevità, chiameremo una donna e Dio. Una donna c'era di sicuro, Dio non so, ma di sicuro lei non era sola, c'era un altro o un'altra la cui voce non arrivava fino a me ma che sentivo lo stesso perché faceva un'interruzione nelle parole di lei, o meglio una cavità che trasformava la lettura, la rendeva simile al gesto di chi beve lentamente da una tazza."

"C'era una volta una creatura mendicante che cercava Dio", comincia la breve autobiografia di Margherita Porete nello Specchio delle anime semplici, e continua: lo cercò nelle cose create, senza trovarlo, finché non ebbe l'idea di cercarlo nell'intimità della mente, e "fu così che scrisse questo libro: voleva che il suo prossimo trovasse Dio in lei, attraverso le sue parole".
Siamo verso la fine del Medioevo, in un tempo di passaggio, all'alba dell'Europa moderna. Fu allora che prese avvio un pensiero che arriva fino ai nostri giorni per vie solo in parte conosciute, pensiero di donne che avevano (e hanno) con Dio un rapporto di straordinaria confidenza e di suprema libertà. 

Si chiama mistica femminile ma meglio sarebbe chiamarla teologia in lingua materna. Questo nome ci restituisce la novità di una scrittura in cui l'esperienza si fa pensiero e scienza mediante la lingua che impariamo a parlare per prima, nell'ascolto della voce materna, e Dio si dice nella prossimità con il nostro essere corpo, nella fragilità degli inizi.
L'impresa di quelle audaci pensatrici venne presto isolata nell'eccezionalità. Eppure, come fa vedere Il Dio delle donne, nel loro linguaggio potevano essere formulate le risposte alle domande più comuni e gravi della condizione umana. Lo fa vedere portando la teologia in lingua materna tra le macerie della modernità e i rumori della postmodernità. L'effetto è sorprendente, ma sensato, paragonabile al silenzio che accompagna i cambiamenti profondi.

Luisa Muraro, Il dio delle donne, Mondadori, 2003

Fonte: La Libreria delle donne di MIlano

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La pagina è stata creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

 

 

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