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Mahasweta Devi

La trilogia del seno


     Tre racconti brevi di densità straordinaria di Mahasweta Devi, nata a Dacca nel 1926, tra le più grandi scrittrici indiane, tradotta in tutto il mondo; un apparato critico di Gayatri Spivak, nata a Calcutta nel 1942 e che dal 1969 vive e insegna negli Stati uniti, esponente di spicco della critica femminista postcoloniale; una presentazione di Ambra Pirri, curatrice della nuova collana “Altrimondi” delle edizioni Filema, «che pubblicherà storia, storie e studi femministi con l’obiettivo di traversare almeno i confini disciplinari»: questo è Trilogia del seno [in originale Breast stories, storie di seno]. 

 

     Le tre storie [Draupadi, Stanadayini – Colei che dà il seno, Choli ke pichhe – Dietro il corsetto] sono drammatiche, la scrittura è asciutta e sferzante, non solo contro una oppressione antica e nuova – quella inglese e quella della globalizzazione – ma verso quella stessa ipocrisia ammantata di attenzione e generosità del nostro mondo opulento [e di quel mondo di intellettuali indiani gentlemen al riparo dalle disgrazie della vita] verso i derelitti, i poveri, i perdenti. Verso le donne. Non c’è mai un filo di retorica, di ‘compiacimento’ e di complicità della scrittura: la Devi è una militante e un’attivista, ma non cerca scorciatoie. 

 

     I suoi personaggi ‘incarnano’ potenze antiche della tradizione religiosa, sono donne ‘assoggettate’ ma capaci di ribellarsi a costo del degrado, della pazzia, della vita. Non cercano compassione, anzi. Sono terribili proprio nell’esporre se stesse, il proprio corpo, il proprio seno – in un ‘rovesciamento’ di ruoli e di senso che la letteratura può permettere. Il seno, che attrae, allatta, nutre – i bambini nello svezzarsi e gli adulti nel fantasticare –, luogo proprio e unico della maternità e della femminilità, diventa orribile cratere, vuoto riempito di stracci, piaga purulenta, arma tremenda.
Draupadi è la nomade-bandita-guerrigliera che viene catturata e data in pasto alla malvagità dei soldati: la massacrano, la deturpano, la violentano. Infine, la rivestono. Proprio nello strapparsi a morsi quella ‘stoffa’ che dovrebbe nascondere l’orribile verità accaduta, nell’esporsi al proprio nemico è l’ultima sua ribellione: il suo carceriere non capisce, impazzisce al fragore della risata-ululato di Draupadi.


     Jashoda è stata benedetta dalla natura ad avere tanto latte, e questa «qualità» diventa tutta la sua vita, il modo di sostenere se stessa, il proprio uomo, i propri figli: Jashoda diventa «macchina riproduttiva», fa figli continuamente per avere tanto latte al proprio seno con cui allattare tutte le generazioni di figli della famiglia patriarcale di un grande proprietario e salvare così la silhouette delle loro donne. Ma questa «fortuna» sarà la sua rovina: un cancro al seno la ucciderà, sola, abbandonata da tutti: ciò che ha dato nutrimento, che è stato sfruttato senza criterio, senza rispetto, è adesso soltanto distruzione.


     Gangor è una lavoratrice nomade la cui bellezza diventa l’ossessione di un fotografo che la paga per «salvare» il suo magnifico seno scattando immagini a ripetizione che andranno su tutte le riviste patinate del mondo. Upin, il giovane fotografo, è armato di buone intenzioni, nello sfascio che vede intorno a sé prova a «preservare» qualcosa, non rendendosi conto che proprio così scatenerà la bramosia collettiva a possederla. Gangor finirà male, ma anche Upin, pagando la sua mancanza di responsabilità.


     Queste le tre storie di donne. Gli uomini? Sensali, ladruncoli, infami, bestie, carcerieri. Sfruttatori, papponi. Quando va bene, inseguono sogni di ‘riscatto’ senza rendersi conto di aggravare le cose: avrebbero potuto saperlo se l’avessero voluto, così dice la Devi, la cui scrittura non conosce requie e perdono. È lo stupro di un popolo.


     L’apparato critico della Spivak aiuta molto a orientarsi nei riferimenti storici, religiosi, sociali e di costume della scrittura della Devi; peraltro, la Devi scrive in bengalese, e il «confronto» con l’inglese è il confronto con la lingua della colonizzazione [ne ha tenuto conto la Pirri, nel suo passaggio, che non dev’essere stato sempre facilissimo, all’italiano]. Ma, di più, la Spivak mette in gioco se stessa – fino a identificarsi in negativo nel ruolo del carceriere – così ‘lontana’ dalla drammaticità reale e quotidiana delle donne indiane e dalle ‘minime’ resistenze delle loro vite, mette in gioco quel ‘ruolo’ femminista occidentale che «vede» la ribellione solo in comportamenti occidentaleggianti simili ai propri.

(Lanfranco Caminiti)

 

Mahasweta Devi, La trilogia del seno, Filema, 2005

 

MARGARET MAZZANTINI

Non ti muovere

   "Stavo così, sprofondato nel silenzio della vita riconosciuta. Qui ero un uomo libero, non avevo bisogno di nascondermi. La gente mi conosceva, mia moglie, mio suocero, tutti mi conoscevano. Eppure ora mi sembrava fosse questa la vita parallela, non l'altra."

   Un lungo monologo, una confessione, un momento di sincerità profondo e il peso di una attesa angosciante davanti a una sala operatoria: stesa sul lettino una ragazza, la morte sembra incalzarla, la sua testa è aperta sotto le mani dei chirurghi, dei ferri cercano di impedire che se ne vada per sempre. 

   Chi parla e costruisce, con i suoi pensieri, il romanzo, è il padre. Viene data la scansione dell'attesa, da quando smarrita, un'infermiera capisce che quella ragazzina trasportata in pessime condizioni dopo un incidente in motorino è la figlia del primario dell'ospedale, alle varie fasi dell'intervento, alle notizie conclusive, terminato il lungo intervento. La madre, una giornalista brillante, è in volo per Londra, sarà in quella città che avrà la drammatica notizia dell'incidente, riprenderà immediatamente un volo di ritorno, ma le lunghe ore davanti alla sala operatoria saranno vissute dal padre in assoluta solitudine. 

   Ed è proprio questa condizione che, sospendendolo tra la disperazione, l'angoscia, e il rimorso, aprirà la strada a un affondo su di sé, a un penetrare con il bisturi del ricordo nella propria coscienza e nel male che, con l'egoismo dell'uomo arrivato e sicuro, ha saputo distribuire. C'è un'altra figura femminile che viene ricostruita dalle parole e dai pensieri dell'uomo ed è forse la vera protagonista del romanzo: è Itala, è stata una sua amante, una sua vittima. 

   Poco attraente, volgare nel trucco e nella miseria dei vestiti aveva però, fin dal primo casuale incontro, suscitato in lui un'attrazione fisica inspiegabile, tale da portarlo a una vera e propria violenza nei suoi confronti. Ma superata la vergogna del gesto (soprattutto avendo capito che non ne sarebbe derivato uno scandalo) in lui si fa impetuoso il desiderio di tornare nella casa sporca e miserabile in cui la donna abitava, sente la voglia di possederla ancora una volta, e ancora un'altra, sempre più spesso, sempre con maggior passione... Una specie di ossessione che in tanti momenti cruciali prende la forma di amore. Ma è un sentimento a cui il chirurgo non permette (fino a quando è troppo tardi) di incidere nella serenità del suo quotidiano benessere: il prestigio sociale, una bella casa, le vacanze, la moglie intelligente e raffinata, infine l'annuncio di una paternità.  

   Anche Itala si scopre incinta, ma sa di non potersi consentire quella maternità, così, per debolezza, per ignoranza, per paura, si affida alle cure delle uniche persone con cui ha un rapporto, gli zingari accampati vicino a casa sua. Il tragico epilogo della vita di quella donna brutta e generosa non è che la conseguenza di tante sconfitte e di tanti rifiuti. L'affermato chirurgo che ha capito troppo tardi di amarla davvero rientra, dopo quell'evento tragico, negli schemi di una vita di successo, scoprendo dal primo momento che ritorna a casa, reduce da un dolore che non può neppure confessare, la tenerezza per la piccola Angela, che ora, dopo quindici anni, sta forse morendo nella stanza accanto. L'impotenza davanti al destino, i sensi di colpa, anche un certo disgusto di sé che l'uomo prova in quelle lunghe drammatiche ore, gli consentono solo una preghiera: "non ti muovere", scongiura guardando la porta della sala operatoria da cui la sua bambina forse sta fuggendo per sempre.

   Margaret Mazzantini è riuscita a penetrare nei meandri di una coscienza maschile, è stata in grado di capire i meccanismi di violenza e di autocommiserazione che un uomo può mettere in campo per difendersi da una verità scomoda, ha saputo anche interpretare, con grande sensibilità, la sconvolgente caduta di difese, l'uscita dall'ipocrisia, la nuova consapevolezza che, da un trauma, un individuo può conquistare. E, senza operare giudizi, se non quelli che lo stesso protagonista dà di sé, emerge una pietà infinita per tutti coloro che vivono e amano, che si dibattono tra menzogna e verità, che non possono sfuggire ai momenti cruciali, discriminanti, della vita. Davanti a ogni perdita, davanti a ogni amore che finisce, c'è la possibilità di rassegnarsi e di continuare: questo non vale però, così almeno ci fa capire la scrittrice, se in gioco è la vita di un figlio.

(Grazia Casagrande)

Non ti muovere di Margaret Mazzantini
295 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-48947-2

 

"Baby Boomers. Dagli anni Cinquanta ai cinquant'anni"

Dibattito a cura di Agnese Bertello



Quattro donne che hanno fatto la storia del femminismo in Italia, alla soglia dei cinquant'anni, si raccontano "spudoratamente" in un libro che è operazione politica e individuale al tempo stesso, nel segno della migliore tradizione femminista.

Come è nato questo libro? E qual è il suo significato?
Annamaria Tagliavini
Siamo state tutte dentro il movimento femminista, ci siamo incontrate negli anni moltissime volte e non riusciamo più a dire quando è stata la prima volta che ci siamo viste. Ci sentiamo parte di una grande famiglia, ma il nostro rapporto è diventato più solido con Atena, la rete internazionale sugli studi femminili. Nei momenti conviviali di fine lavoro si passava a parlare delle nostre vite personali. In occasione di una di queste cene ci siamo dette che poteva essere interessante fare un bilancio di un'esperienza che seppure declinata in maniera diversa aveva un ché di comune. Era stato un fortissimo investimento per noi e per tutte le donne che nel mondo avevano preso parte al movimento femminile. Sovvertire il modello culturale femminile a cui noi tutte eravamo state educate: questa è la scommessa che ciascuna di noi, e tutte noi insieme, abbiamo fatto e volevamo capire a che punto eravamo noi personalmente e a che punto era il nostro investimento esistenziale.
La rivoluzione delle donne è stata la rivoluzione vincente del Novecento, quella che non ha prodotto vittime, però molto è ancora da fare. C'è stato, e c'è sicuramente, rispetto al movimento femminista, un grosso problema di comunicazione. Tante donne, quando si rivolgono a me, esordiscono dicendo: "Non sono femminista, ma…" Ecco io volevo rivolgermi a loro con questo libro.
Al di là della misoginia che caratterizza la cultura del nostro paese, il problema di comunicazione è evidente. Raccontare concretamente che cosa questo movimento ha significato per noi, nella nostra vita, nella costruzione di noi stesse era un modo per rimettere in discussione un termine che ha assunto una colorazione negativa, di qualcosa legato al passato, che non è più necessario.

Rosy Braidotti
Una delle obiezioni che immaginavo avrebbero potuto farci, e che io stessa mi muovevo, è: "perché voi sì e noi no?". Poi, però, da una storica mia amica mi è stato detto che democrazia vuol dire che abbiamo tutti quanti diritto all'autobiografica. Osare raccontare le proprie miserabili storie è un diritto democratico. In questo libro, c'è una logica complessa, una messa in gioco, un disvelamento. Ciascuna ha scelto che cosa dire e che cosa tacere. Io passo sotto silenzio l'infanzia, per esempio, ma metto in gioco in maniera vistosissima la sessualità. Esporsi è la migliore maniera di nascondersi. Questo è un libro per far rete, ben lontano dal modello attuale televisivo, stile Grande Fratello, in cui ci si espone totalmente senza in realtà dire nulla. È un'operazione controcorrente, che entra in questa logica, ma ne cambia le regole. Fare rete significa prendere acqua, non essere muri, non essere compatti, non essere sicure, non essere l'uovo cartesiano che sa tutto, che pensa e quindi è ciò che pensa.
Per quanto riguarda le reazioni, noi ci aspettavamo delle grandi baruffe, ci aspettavamo che questo libro avrebbe riaperto il dibattito su alcuni temi. Questo silenzio plumbeo ci dispiace. Tace stranamente tutta la stampa di sinistra: tace l'unità, tace il manifesto…

Qualcuno definisce "Baby boomers" un libro spudorato…
Serena Spegno
Bisogna chiarire che cosa si intende per pudore. Certo, a Roma questa domanda non la farebbero. Però, qualcosa di vero c'è, perché noi abbiamo avuto la percezione molto netta, presentando questo libro a Torino, che ci sia un certo imbarazzo in giro. Questo imbarazzo va dichiarato. Di quale pudore stiamo parlando? L'imbarazzo non è nelle persone più giovani. Le giovani donne sono colpite da questa operazione. Se ci fate caso, le studentesse sono sempre presenti nei manifesti, in maniera esplicita: le firme, le dichiarazioni sono sempre di studenti e studentesse.
La nostra non è un'operazione scontata né ovvia. Ma che abbiamo fatto tutta la vita? Fare politica partendo da noi, cioè essendo completamente spudorate, almeno nel senso in cui lo intendevano i nostri genitori. È ovvio che non abbiamo detto tutto, ma abbiamo detto molto, perché una scommessa come questa funziona solo se si mette in gioco parecchio.
Non è una questione di temi, ma di censure, sì… Per esempio, tra i miei colleghi, se qualcuno si azzarda a parlare di femminismo, tutti si allontanano; lì dove la cultura è potere, questa resistenza è molto forte.

Quale può essere la relazione con il femminismo di oggi?
Serena Spegno
Non possiamo essere noi a dire alle donne di 30 come fare. La nostra intera esperienza si oppone a questo tipo di atteggiamento. Se un tempo fosse venuta qualche donna a dirci come dovevamo fare, probabilmente ci saremo ribellate. Quello che può esserci e che mi sembra giusto che ci sia è discutere dei punti di vista, dei nostri, di quelli delle donne più giovani, cercando dei punti di comunanza. Noi non abbiamo una verità in mano sulla crescita di una singolarità femminile, o su come si fa a essere donna oggi in questo mondo del lavoro. Possiamo riaprire la discussione, ma non possiamo certo "dare la linea".

Rosy Braidotti
Io la linea ce l'ho e la linea è:
" vivere libere, consapevoli e responsabili,
" divertirsi comunque,
" oggi come sempre compagne, resistenza

Annamaria Tagliavini
Questa operazione ha anche una valenza politica. Abbiamo voluto ripartire dall'elemento centrale di tutto il lavoro dei movimenti femministi e cioè partire dal personale, dalle vite, dalle storie, che sono autorevoli in quanto singole. Insieme anche al grande valore che il femminismo ci ha lasciato in eredità, cioè quella del collettivo. Le donne che sono venute dopo, questo non l'hanno conosciuto. Questo stesso libro è stato costruito in questo modo, lavorando insieme, condividendo. Lavorare in rete, lavorare in squadra è ancora un valore e questo è forse l'unico consiglio.

Roberta Mozzanti
La cosa più bella che mi è stata detta da una signora nel corso di una delle presentazioni di Baby Boomers è stato che con questo libro le avevamo restituito un pezzo della mia vita. C'è stata una grande rimozione collettiva di un pezzo di storia, questo è un fatto politico, il fatto di rimettere insieme con altre persone e per altri vuol anche dire assumersi pienamente il senso. Assumersi pienamente la propria storia, le proprie convinzioni, le cose fatte, non accettare che siano messe da parte, cancellate, reagire all'appiattimento, alla riduzione che di questa storia è stata fatta. Significa non accettare che la complessità di una storia collettiva sia ridotta a una serie di slogan da quattro soldi. Vuol dire anche chiamare anche gli altri ad assumersene la responsabilità.

AA.AA., Baby Boomers. Dagli anni Cinquanta ai cinquant'anni, Giunti, Firenze 2003

 

 

PAROLE DI SABBIA

Un'originale antologia di scrittori migranti


Se la tematica "scrittori migranti" vi giunge nuova ma ne volete sapere di più, oppure v'è balzata all'orecchio e siete incappati in queste due parole (scrittori-migranti) ma non vi è chiaro il concetto, di seguito si parlerà profusamente del libro che fa al caso vostro. L'antologia
Parole di sabbia (112pp. 10 Euro) edita da Il Grappolo è una primizia assoluta della narrativa contemporanea. 

Costituita da dieci racconti e curata da tre docenti ferraresi, ha l'originalità di raccogliere il fiore degli autori stranieri che scrivono in italiano: Sandra Ammendola, italo-argentina stabilizzatasi nel Veneto, svolge mansioni di educatrice. Christiana de Caldas Brito, brasiliana di origine ma romana d'adozione, lavora come psicologa per l'infanzia. Yousif Jaralla, iracheno d'origine, poliedrico artista che dalla Sicilia irradia il proprio talento nel resto del globo. Tahar Lamri, algerino di nascita ma romagnolo per scelta, fa il traduttore, l'animatore culturale e lavora per il teatro di Ravenna. Kossi Komla-Ebri, togolese, medico in Lombardia, alterna, come tutti gli altri autori menzionati, la professione principale a quella di scrittore. 

 

L'Ammendola presenta due racconti brevi. Nel primo narra dello scambio di regali natalizi tra un uomo e una donna. Il secondo racconto parte con uno squillo del telefono e finisce con una donna che guarda l'orologio prima di addormentarsi. De Caldas Brito racconta rispettivamente di un mendicante cui vengono offerte parole anziché denaro, di Mohamed e del giradischi che custodisce una memoria, di un viaggio in metrò che diventa metafora delle parole sepolte nell'anima. Jaralla racconta, tra musica e canti, di una vecchia che impazzì dopo aver visto qualcosa di inenarrabile. Nel secondo racconto parla di destino e sorte attraverso le immagini rifrante in uno specchio. Lamri narra di un cantastorie che muta lingua in base al luogo in cui si trova. Poi scrive di un esploratore che è accompagnato nel deserto da un tuareg. Komla-Ebri descrive una famiglia d'immigrati il cui figlio rinnega la provenienza dei genitori.


I racconti dei cinque autori sono accompagnati dai versi di altrettanti poeti. Le loro strofe irrompono nella pagina come se la narrativa fosse colmata da un "machmath" arabo, ossia da una prosa rimata e intarsiata da versi tesi a sottolineare la forza evocativa dei componimenti. I nomi dei poeti: Carmine Abate, reduce da una convincente prova narrativa con Mondadori col romanzo Tra due mari. Abate, italo-albanese, proviene da un paese di lingua arbëresh. Hawad, poeta sahariano appartiene alla tribù tuareg degli Ikazkazen e nomade per vocazione. Alberto Masala, artista sardo da sempre animatore culturale e in stretto contatto con le minoranze internazionali di cui salvaguarda poetiche e memorie. Serge Pey, poeta occitano figlio di profughi catalani rifugiati in Francia dopo la guerra di Spagna. Jack Hirschman, poeta americano che fa della commistione linguistica un proprio marchio di fabbrica. Le loro poesie, aperte per natura a interpretazioni di ogni genere, non sono riassumibili.


Ma chi sono i curatori?
Francesco Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco, insegnanti di Lettere alle Scuole Medie Superiori della nostra città nonché esperti accoliti di questa letteratura migrante che alcuni critici hanno definito come "una nuova corrente letteraria." I tre curatori hanno organizzato con altri il 1º Convegno Nazionale "Culture della migrazione e scrittori migranti" che si è tenuto a Ferrara il 19 e 20 aprile 2002 e contano di farlo diventare un importante appuntamento da riproporre a scadenza annuale. Fanno parte del Cies, associazione nazionale con una sede a Ferrara, il cui scopo è di educare all'interculturalità e promuovere iniziative sulle tematiche della migrazione. Sono membri della redazione del sito Voci dal silenzio (consultabile in rete all'indirizzo digilander.iol.it/vocidalsilenzio).
La prefazione del libro è di
Armando Gnisci, comparatista della Sapienza di Roma, tra i primi studiosi a recepire la forza dirompente dell'ibridazione letteraria ad opera di stranieri. Il disegno di copertina che raffigura con tratti essenziali un volto femminile è di Fuad Aziz, pittore di origine irakena ma fiorentino d'elezione.
Gli scrittori che Argento, Melandri, Trabucco, hanno chiamato a sé per portare a compimento «Parole di sabbia» sono, come tutti i migranti, uomini e donne che attraversano luoghi e lingue, tra ricordi della terra d'origine e la spinta verso nuove vite e nuove situazioni.
Hanno scelto di scrivere in italiano per amore della lingua, per crearsi una nuova identità, per tenere a freno la saudade, per vocazioni, destini, misteri inenarrabili, voglia di comunicare e molto altro.
Certo è che questi scrittori sono partiti dai loro mondi con un libro in valigia e conservano la propria identità con la quale fecondano il paese d'accoglienza, l'Italia, arricchendo al contempo la nostra e la propria cultura di provenienza.
«Parole di sabbia» è un "pezzo" di letteratura che si va a incastonare nel più ampio mosaico della Letteratura dei Mondi, che è la poetica dell'avvenire, è la cultura del futuro le cui basi si stanno ponendo in questi ultimi anni con testi come quelli degli autori e dei poeti presenti nell'antologia. C'è chi legge solo i classici e non vuole rischiare di confrontarsi con gli autori contemporanei e chi, curioso di ciò che gli succede attorno, cerca di essere al passo coi tempi e non aspetta i ritardatari. Beh, questa volta con Parole di sabbia i primi possono fare uno sforzo.

Francesco Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco (a cura di), «Parole di sabbia», S. Eustachio di Mercato di S.Severino (Sa), Il Grappolo 2002, 112pp. 10 Euro

Davide Bregola

Fonte:“La nuova Ferrara” 4/1/2003

 

 

Yousef Wakkas, il primo autore della nuova collana

kumacreola

Collana di Parole migranti e Studi Interculturali

diretta da Armando Gnisci  

Kuma nella lingua bambara, una popolazione dell’Africa occidentale, vuol dire “parola”. In Europa, attraverso la migrazione, la parola originaria degli stranieri e l’originaria dei residenti diventa creola (nuova e mista), parola dell’incontro. È il risultato interculturale più importante, insieme alla musica, della grande migrazione attuale da tutti i mondi verso la piccola penisola eruroasiatica dell’Europa occidentale. Una avventura della specie umana che si compie nel dolore e nel silenzio, nell’indifferenza se non nel rifiuto da parte nostra, gli accoglienti che non sanno accogliere.

            La collana kumacreola presenterà, narrazioni e poemi, ricerche e saggi di tutti i mondi, con l’attenzione, oltre che alla vicenda della attuale migrazione planetaria, agli studi postcoloniali e a quelli interculturali.

            I primi volumi da annunciare sono: i racconti di Terra mobile del siriano Yousef Wakkas, il mio pamphlet pedagogico Via della Decolonizzazione europea, i l nuovo libro di racconti Qui e là della brasiliana Christiana de Caldas Brito, la ricerca di Ribka Sibhatu sulla tradizione orale della memoria poetica eritrea, il pellegrinaggio di Davide Bregola a colloquio con i poeti stranieri in Italia. Seguiranno il romanzo Il latte è buono del somalo Garane Garane, il primo romanzo postcoloniale italiano, i saggi sulle letterature delle isole del mondo francofono di Marie-José Hoyet, i poemi di Arnold De Vos e…

Casa editrice Cosmo Iannone Editore

86170 Isernia

Via Occidentale, 9

iannonec@tin.it & armando.gnisci@uniroma1.it

 

 

Intento, 

Armando Gnisci

     Ho vagato per alcuni anni nella selva degli editori italiani – grandi, medi e piccoli – per poter realizzare il progetto di una collana letteraria dedicata agli scrittori stranieri e migranti che scrivono in italiano. Ho trovato solo delusioni e scoraggiamento. Ora, finalmente, incontro un partner editoriale che voglio chiamare “ideale”: il giovane editore Cosmo Iannone di Isernia.

     Due parole per sciogliere un equivoco e una ignoranza: quando parlo di “scrittori migranti”, gli scrittori stranieri si inalberano, perché vogliono essere riconosciuti come scrittori e basta, italiani. L’espressione “scrittori migranti” è la traduzione letterale di Migrant Writers, definizione che in tutto il mondo letterario indica quegli scrittori che cambiano vita e luoghi, che si muovono tra i mondi e le culture e che rappresentano l’avanguardia della letteratura mondiale e del destino della specie. Sto parlando di scrittori come Josif Brodskij, Gao Xingjiang, V. S. Naipaul, Derek Walcott, Nadine Gordimer, J. M. Coetzee (che vive in Australia), Wole Soyinka, Toni Morrison: tutti premi Nobel; o Glissant, Kundera, Chatwin, Bianciotti, Rushdie, Ondaatje, Kureishi, Tahar Ben Jelloun, Ngugi wa Thiong’o, Ghosh, Maalouf e potrei continuare a  lungo. Si tratta, come si vede, degli scrittori più importanti dei nostri tempi, l’eccezione (proprio così) oggi, tra i grandi letterati, è la locazione sedentaria e la condizione assimilata totalmente alla propria cultura di sangue e di suolo. Voler essere riconosciuti come “scrittori puri”, da parte dei nostri “giovani” scrittori migranti italiani, e respingere la condizione culturale della migrazione, significa, invece, a dir poco e a non voler abusare di argomenti psicologici, desiderare l’anonima gloria della normalità “provinciale” italica; voler essere trattati come Vespa e Baricco, Tamaro e Busi, De Crescenzo e Bevilacqua, ma di serie D o di “promozione”. E di poter andare in tv, anche locale per cominciare.

     Due parole sulla scrittura di Yousef Wakkas, siriano-italiano, con i cui racconti si apre questa collana. Confessa che pensa in arabo e scrive in italiano. Il suo racconto è una traduzione, la  traduzione è la sua narrazione. Ecco che cosa significa essere scrittore migrante: camminare e parlare tra i mondi e le lingue. All’inizio, o anche sempre, questa avventura farà perdere qualcosa (Lost in translation), ma alla lunga – pensate a Rushdie – la perdita si rivela acquisto e arricchimento, spaesatura e nuova intelligenza. E ci si trova avanti a  tutti. Non dal punto di vista del successo, ma da quello del senso che il mondo prende oggi, e della letteratura che lo dice. In Yousef, narratore immaginifico e sorprendente, il racconto tra i mondi a volte sembra che storca la sequenza della finzione e la percezione della lettura, insinua non-sensi, catastrofa linee di continuità e di abitudine. Il mio lavoro, e quello di chi ha “adattato” la lingua del testo, è di lasciare che la differenza viva e colpisca, che l’italiano si creolizzi e si esponga alle lingue del mondo, come dice. Édouard Glissant.

     Kumacreola è innanzitutto un laboratorio e un’officina; dove operiamo al futuro.

 

 

"MEMORIE IN VALIGIA"

Autori Vari,  FARA Edizioni 1997

 

     "Il proverbio è il cavallo della parola, quando la parola si perde è con l’aiuto del proverbio che la si ritrova" . Così Kossi Komba Ebre, originario del Togo, ci riconsegna, nella nostra lingua, l’antica saggezza della cultura orale da cui proviene. Il suo racconto "Quando attraverserò il fiume" ha vinto la terza edizione del concorso letterario per immigrati Eks&Tra attribuito da una giuria multietnica, composta da docenti di letteratura comparata e scrittori, che si riunisce a Rimini, per il terzo anno. Le opere vincitrici, sia in prosa che in versi, e quelle entrate nella selezione finale sono raccolte in un volumetto dal titolo significativo: "Memorie in valigia". È infatti nello specchio della memoria che gli autori ricercano se stessi trovandovi riflesso anche il mondo dell’esilio, il paesaggio "altro" in cui hanno voluto/dovuto avventurarsi e da cui guardano a distanza, come su un crinale, il proprio passato e la realtà dell’oggi.

     Il lettore di questi racconti, così diversi perché provengono da territori e culture assai distanti: America Latina, Africa, mondo Arabo, Balcani, si trova immerso in una nuova dimensione del tempo e dello spazio. Il ritmo della narrazione si dilata e ristagna in vicende che talvolta stentano a dipanarsi intessute come sono di immagini mitiche perché evocate dal tempo dell’infanzia e della saudade (nostalgia). Non sempre la creatività degli autori si risolve in una scrittura personale, ma è proprio in questa "periferia della letteratura" che il lettore è spinto a muoversi con curiosità, con la sensazione che lì potrà imbattersi in qualcosa di nuovo, percorrere una strada su cui fare molti incontri e capire, forse, qualcosa di questo nuovo "mondo globale" in cui stentiamo a collocarci.

Nel 1984 Tahar Ben Jelloun scriveva nel suo libro Hospitalité Francaise:"I frammenti di una nuova cultura cominciano a manifestarsi. Si cerca. S’improvvisa. Si sperimenta. L’importante è farsi sentire, anche se poche persone tendono l’orecchio. Bisognerà aspettare diversi anni per sapere se assistiamo all’emergere di una cultura o al prodursi di espressioni frettolose, molteplici e disordinate, testimonianze di un male di vivere, perfino di un’impossibilità di vivere in condizioni di rifiuto o di oblio".

     Le opere selezionate in questa raccolta sono già una risposta significativa: non solo testimonianze autobiografiche ma espressioni di una pluralità di esperienze restituite attraverso il filtro della narrazione che sa rendere la coralità delle voci (come ne Lo sportello dei sogni di Martha Elvira Patino e Pilar Saravia) o sdoppiarsi in un Io narrante che guarda con gli occhi di una donna alla propria tradizione e ai legami con la famiglia d’origine (La casa di acqua di Jorge Canifa Alves). Più che parlarci del proprio malessere gli autori ci parlano di chi può curare il loro/nostro malessere: il guaritore-la guaritrice sono presenti da protagonisti o come figure di sfondo sia nel villaggio africano che nella grande città europea e sempre agiscono mediante la potenza del gesto e della parola.

È dunque una scelta importante quella di favorire la nascita di una letteratura che registri le voci emergenti dall’indistinto dell’emarginazione per farsi riflessione, comunicazione, memoria di un tempo diverso dal nostro, ma che con il nostro si intreccia ogni giorno. Alle donne, forse, è concesso di conciliare l’inconciliabile: il viaggio e la permanenza, il desiderio del distacco e la staticità della tradizione, come ci suggerisce Vera Lucia De Oliveira nei versi finali della sua poesia "Madre":

Sono dentro te come quella che fu
sono dentro come sempre ho voluto essere
sopravvissuta ai mutamenti
intenta a compiere viaggi nel fermo
dentro come una finestra di ottobre
a migrare/ nel tuo spazio/ di culla.

(Laura Morini)

 

"QUEL CHE C'E' NEL MIO CUORE"

Marcela Serrano


"Quando ci si abitua all'orrore, alla fine non lo vedi più, quindi cessa di esistere. È l'orrore a farti perdere il senso della misura dell'orrore."

    
Ancora una volta al centro dell'opera di Marcela Serrano c'è la fatica di vivere per una generazione di sudamericani colpiti direttamente dal totalitarismo e dalla violenza del potere. Che siano argentini o cileni o, ancora, messicani, tutte queste esperienze hanno dato origine a un tragico patrimonio collettivo che ha segnato drammaticamente il Novecento.

     Camila, la protagonista di Quel che c'è nel mio cuore, è parte di questa realtà e il suo dramma, direttamente collegato a quella della madre, si rifà alle carceri di Pinochet e al regime. Camila è una figura coraggiosa senza saperlo, che scopre a poco a poco la sua capacità di reazione e la sua forza interiore. 

     L'inizio della vicenda è terribile: la donna ha appena perso un figlio e il suo rapporto con il marito è entrato profondamente in crisi. L'unica via d'uscita, anche se difficile, può essere il lavoro. Accetta così di fare un reportage in Messico incentrato sui sostenitori del subcomandante Marcos. Arrivata a San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, incontra l'uruguaiana Reina Barcelona, una donna che ha condiviso con la madre di Camila la lotta al regime cileno e il carcere. Questo incontro si rivela fondamentale per la sua esistenza. Attraverso la passione politica di Reina anche Camila si riconcilia con il suo passato e con il senso di colpa che l'ha accompagnata per anni. La colpa, fondamentalmente, di aver abbandonato la madre in Cile cercando nell'esilio una nuova tranquillità e rinnegando ogni impegno politico. 

Ora, maturata e segnata dal lutto, può decidere di partecipare attivamente alla lotta, spinta a questa scelta anche da eventi esterni come la passione per un pittore di origine italiana e il drammatico incidente che riduce Reina in fin di vita. Sarà rapita e segregata, subirà violenze fisiche e morali in quel Messico che per molti è solo una meta turistica. La visione superficiale ed egoistica della realtà deve essere superata per riconciliarsi con sé stessi. 

     La Serrano ancora una volta ci racconta quanto grande e grave possa essere la violenza del potere, della guerra e della dittatura: "penso che ogni essere umano possieda un'infinita e latente capacità di esercitare la violenza, lo voglia o meno. Le maschere aiutano, coprono, nascondono, dissimulano, ma non riescono a eliminarla. Le guerre e le dittature non fanno altro che sollevare le maschere mettendo allo scoperto la violenza virtuale; consentendole di affiorare in tutto il suo sfrenato splendore. È l'impunità a permetterlo". E solo la partecipazione diretta, sembra dirci Marcela Serrano, solo l'impegno in prima persona contro questa violenza può portare risultati nel tempo.

Quel che c'è nel mio cuore di Marcela Serrano
Titolo originale: Lo Que está en mi corazón
Traduzione di: Michela Finassi Parolo
254 pag., Euro 14.00 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
2002
ISBN 88-07-01611-7

 (Grazia Casagrande)

 

L’ambigua avventura

Cheickh Hamidou Kane

     A diciassette anni dalla prima pubblicazione in Italia, è apparsa nella "Sezione africana" della Jaca Book una riedizione de L’Ambigua avventura, gioiello della letteratura dell’Africa subsahariana e, per ora, unico romanzo tradotto in italiano del grande scrittore senegalese Cheikh Hamidou Kane. L’opera risultava da tempo introvabile sul mercato italiano, con gran rammarico dei cultori della letteratura africana; a maggior ragione si è apprezzata la lodevole iniziativa della Jaca Book e si invitano ora i lettori di "Strumenti" ad approfittarne. Questo "classico" della letteratura sub-sahariana venne scritto nel 1952 e già al suo primo apparire in Francia nel 1961 (con un ritardo di nove anni rispetto alla sua stesura) venne salutato dalla critica come un capolavoro. L’Italia scoprì quest’opera con il consueto ritardo e solo nel 1979 ne curò la prima edizione.

     Eppure è un romanzo "fondamentale" per la conoscenza della civiltà africana, una pietra angolare da cui partire per costruire percorsi letterari, un testo ineludibile per chi si occupi di problematiche interculturali. Infatti, al di là dell’innegabile valore letterario, (il romanzo è stato definito dalla studiosa Cristina Brambilla - anche traduttrice dell’opera - "gemma unica, solitaria, inclassificabile", "opera di appassionato lirismo") L’ambigua avventura ha il pregio di mettere a nudo le difficoltà del comunicare e dell’intendersi tra culture diverse, senza celare la valenza "ambigua" implicita in ogni incontro con la diversità. Valenza che si carica di fosche premonizioni se il confronto culturale viene imposto, come nel caso di chi, ieri come oggi, subisce sopraffazioni o è costretto ad emigrare. Le considerazioni sull’ "ambiguità" e il richiamo sui rischi che tale ambiguità comporta mettono in guardia da facili "vogliamoci bene" e invitano a una seria riflessione sul dialogo.

     I veri protagonisti del romanzo sono tre: il Maestro della scuola coranica (siamo ormai in un’Africa islamizzata), la Principessa e il giovane Samba Diallo.

     Il Maestro è il detentore della "Parola" che materializza il Suono originario di Dio e dà voce alle profonde ispirazioni dello spirito. Per lui la Parola del Corano è creatrice e sacra, è Dio stesso che si traduce in poesia e canto. Alla scuola del Maestro, Samba Diallo impara ad ascoltare e a recitare il Corano, che gli trasmette la Sapienza immutabile e eterna di Dio. Il suo ascolto è struggente e assoluto, in lui pulsa ancora il "cuore delle cose" e il soffio dell’unità cosmica del creato. Per lui ogni evento della vita trova giustificazione, anche la sofferenza, la miseria e la morte. Questo mondo così integro e sicuro si frantuma con l’irrompere del colonialismo, che sradica i valori tradizionalmente condivisi e impone con violenza modelli e schemi di vita diversi. Le istituzioni antiche cedono, prima fra tutte la scuola tradizionale. La comparsa della scuola occidentale sconvolge gli equilibri costituiti e genera conflitti tra chi crede nei valori formativi consuetudinari e chi invece sente l’esigenza di adeguarsi al cambiamento. Il conflitto si materializza per Samba Diallo nella disputa sul suo destino tra il Maestro della scuola coranica e la Principessa.

     La Principessa incarna il valore della Vita, ancora più importante di quello della Parola. La sua visione del mondo è ben descritta da Cristina Brambilla: "Prima di accedere alla saggezza si deve vivere, e per vivere in un mondo che cambia si deve cambiare. L’altra alternativa è rappresentata dalla miseria, la malattia, la schiavitù. La Principessa chiede al Maestro e al suo popolo di mandare il ragazzo più dotato della tribù, Samba Diallo appunto, alla scuola dei Bianchi. La Principessa vince perché ha dato voce all’appello muto dei diseredati, degli affamati, degli infermi, degli schiavi. Chi difende i valori della sopravvivenza è una donna, in un continente che vede nella fecondità il valore primordiale".

Di fronte agli argomenti della Principessa il Maestro dichiara la sua impotenza e Samba Diallo viene iscritto alla scuola occidentale, che affina il suo intelletto e il suo spirito ma lo stacca a poco a poco "dal cuore delle cose". Nel profondo della coscienza Samba Diallo vive il conflitto che oppone il Maestro alla Principessa e cerca di conciliare in sé i diritti del progresso con i diritti di Dio. Ormai cresciuto ed erudito, Samba Diallo si trapianta pieno di aspettative in terra straniera e, se dapprima è affascinato dal mondo occidentale, nella cui civiltà crede di individuare un luogo possibile di incontro tra genti di culture diverse, ben presto scopre il lato "ambiguo" della sua "avventura". Infatti quel mondo luccicante ma freddo, quel luogo di esilio e di solitudine è privo del calore della presenza di Dio e si avvita a vuoto su se stesso, accecato dalla frenesia del lavoro e della ricchezza. Samba Diallo rimprovera all’Occidente l’incapacità di integrare l’uomo nella totalità sacra dell’Essere, mutilandolo di una parte fondamentale di se stesso.

     Deluso dall’Occidente, ma tuttavia ormai condizionato dai suoi ritmi e dai suoi miti, Samba Diallo vive una metamorfosi interiore che lo rende estraneo a se stesso e alienato dalla presenza di Dio. Non gli resta che tornare alle sue origini africane nel tentativo di recuperare l’integrità perduta e di superare lo stato di "ambiguità" in cui è precipitato. Ma, giunto a casa, scopre che il filo segreto che lo legava al "cuore delle cose" si è spezzato e che la "Parola" che dava senso e giustificazione alla sua vita non riflette più il Suono originario di Dio. Svuotato nel profondo dell’animo e senza più alcuna ambizione di vivere, Samba Diallo invoca come liberazione la morte, che non tarda ad arrivargli per mano del "Pazzo", unico tragico sopravvissuto di un mondo antico alla deriva, simbolo di una realtà ormai in frantumi e in disfacimento. 

(Camilla Martinenghi)

 

Scritto sul corpo

di  Jeanette Winterson

 

 

 

Perché è la perdita la misura dell’amore? La frase con cui inizia Scritto sul corpo è già una sintesi della trama principale del libro.  Un romanzo?  Non proprio, piuttosto un racconto lungo, un racconto in prima persona, l’autobiografia di una travolgente passione. L’identità del protagonista è nascosta per tutto il tempo, viene data solo qualche notizia qua e là, poca roba, neanche sufficiente a far capire al lettore se si tratti di un uomo o di una donna. Attraverso le parole, le emozioni, del misterioso personaggio, l’autrice percorre un viaggio nelle profondità dell’amore, ne percorre i risvolti più nascosti, in modo originale e a tratti ironico. Ci sono due persone che si amano, ma che il destino separa. Una trama semplice, ma raccontata in modo speciale, ad un ritmo incalzante, che trascina il lettore in un vortice di sentimenti e di sensazioni.  Tutti i sensi sono coinvolti, l’erotismo non si ferma alla fisicità, ma percorre i meandri della mente, si nutre di ogni dettaglio. 

 

La prima parte del libro racconta la scoperta dei due amanti, la conoscenza carnale e spirituale, la loro unione totale. La relazione tra il protagonista e Louise è una di quelle che interrompono il corso degli eventi, non curanti delle leggi naturali.  E’ un amore che va oltre la consuetudine, è una condivisione totale dell’uno con l’altro. Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce; quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì.  In certe parti il palinsesto è inciso con forza tale che le lettere si possono sentire al tatto, come fosse stato scritto in braille.  Preferisco tenere il mio corpo ripiegato, al riparo da occhi indiscreti.  Mai aprirsi troppo, svelare tutta la storia.  Non sapevo che Louise avesse mani capaci di leggere.  Mi aveva tradotto nel suo libro personale.

La seconda parte del libro è quella della separazione, del dolore, ma soprattutto del ricordo.  Il protagonista ripercorre ogni millimetro del corpo dell’amata, scivola sulla sua pelle, entra dentro i suoi organi, scorre come sangue nelle sue vene…Tu sei ciò che so…e in questo modo rende eterno il loro amore.

 

La Winterson fa raccontare la passione dalla passione stessa, le sue parole riescono ad impressionare tutti i sensi del lettore, che rimarrà travolto dallo stile ineguagliabile della scrittrice londinese.  Una delle autrici inglesi contemporanee più significative, Jeanette Winterson sorprende ogni volta per la sua originalità, il suo andare fuori dagli schemi consueti della narrativa.  I suoi libri cercano sempre di instaurare un rapporto diverso, misterioso, ironico, con il lettore.  In Il sesso delle ciliegie mescola fiaba e realtà, nascondendo al lettore il confine tra l’una e l’altra; in Scritto sul corpo avvolge nel dubbio l’identità del protagonista, lasciando a chi legge solo alcuni indizi con cui giocare e inventare a piacimento.

Ma il protagonista potrebbe anche non avere un nome, un sesso, non importa chi sia a cavalcare la passione che domina le righe del romanzo…L’amore appartiene a se stesso

(Riccardo Lattanzi)

 

Fonte: www.lisoladeltesoro.com

 

 

 

Il mondo alla fine del mondo

 

Luis Sepulveda

 

Dai mari insidiosi che s’inerpicano su per le coste frastagliate, disegnando arabeschi irreali sotto un cielo metallico e lattiginoso di un mondo alla fine del mondo, ci arriva questo agile e breve romanzo del cileno Luis Sepulveda. Famosissimo nel nostro Paese grazie a numerosi romanzi come La gabbianella ed il gatto che le insegnò a volare, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore ed altri ancora, rammentiamo Sepulveda anche grazie al suo impegno per l’ambiente e al suo impegno politico. Tutti ricorderanno la militanza politica nel suo Cile al fianco del governo di Salvador Allende, attività pagata a caro prezzo poiché, all’indomani del golpe di Pinochet, lo scrittore  dovette abbandonare il Paese, iniziando a girovagare per molti Stati d’Europa per far conoscere l’accaduto.

 

Con questo breve romanzo Sepulveda ritorna dal suo esilio forzato ad Amburgo nelle sua terra, chiamato da una militante di Greenpeace che denuncia le scorrerie di una baleniera giapponese che in quei luoghi sta attuando una spietata caccia ai cetacei. Già da tempo questo tipo di carneficina a danno di balene e delfini, le cui carni sono molto ricercate nel mercato internazionale ed in particolare da quello giapponese, è stata messa al bando. Eppure, grazie a sottili stratagemmi, la nave officina Nishin Maru, che ufficialmente era stata “demolita”, solca questi mari ai confini del mondo lasciando dietro di sé un’interminabile striscia di sangue.

Molti ambientalisti legati a Greenpeace da tempo si battono per denunciare questa spietata mattanza, alcuni hanno addirittura pagato con la vita l’impegno per la salvaguardia dell’ambiente e delle specie animali. Pochi giorni fa siamo venuti a conoscenza che un altro ricercatore, cui mi sento di dedicare questa recensione, è stato assassinato.

 

L’avventura prende corpo e pathos proprio dalla ricerca della nave officina nipponica; la descrizione della sua attività in alcune pagine del libro ci inorridisce per la crudele tecnologia usata per aspirare l’acqua del mare e così catturare i pesci che lo abitano e prepararne carne da commerciare.

Un’avventura cruda ed incalzante che porterà l’autore a fare un viaggio verso la terra della sua giovinezza insieme con un taciturno marinaio con cui condivide l’amore per quei luoghi fantastici all’estremo sud del mondo. La penna dell’autore della ‘gabbianella’ ci trasporta in un atmosfera quasi irreale, ci giunge dalla sua narrazione l’eco d’altri memorabili scrittori che del mare hanno fatto uno scenario irresistibile come Melville, Coloane, Stevenson e Conrad. E’ un piacere lasciarsi guidare in questo viaggio della memoria ma anche dall’impegno per la protezione di ciò che ci è più caro, poiché nonostante le atrocità descritte di mari e terre saccheggiati si profila nella sua totalità un desiderio che credevamo perso: la reale possibilità che ognuno di noi ha di trovare le proprie radici, ma anche la coscienza che veramente possiamo sperare in un mondo diverso.

 

(Marcello Tucci)

 

L'A G G A N C I O 

di Nadine Gordimer

"Lei ha ricevuto l'ordine di lasciare il paese più di un anno e cinque mesi fa, ed è sparito, è rimasto contravvenendo alla legge, è riuscito a evadere la legge, si è reso colpevole di violazione della legge sull'immigrazione, ha sfidato gli Affari Interni."

    
L'intensità, lo spessore, la qualità morale e politica dell'opera di Nadine Gordimer sono indubitabili e le sono valsi il Premio Nobel per la letteratura nel 1991. Non si può leggere un romanzo di questa autrice sudafricana senza farsi trascinare dalla sua forza interiore e dalla capacità di esporre originalmente ma con grande fermezza le problematiche centrali della società del suo paese. Una scelta di vita che l'ha portata anche a impegnarsi in prima persona per l'attività delle Nazioni Unite nei paesi in via di sviluppo, in particolare per rendere possibile un certo tipo di educazione e di stimolo culturale nei luoghi in cui lo Stato non se ne occupa.

     L'aggancio, ultimo romanzo della Gordimer, continua questo lavoro d'indagine letteraria dei temi più importanti che condizionano l'equilibrio sociale sudafricano, ancora ben lungi dall'essere pacificato. Malgrado si tratti dell'opera di una donna ormai anziana (nel 2003 compirà ottant'anni) L'aggancio analizza con puntuale attenzione una società giovane in fermento e un fenomeno piuttosto recente in Sud Africa. Il protagonista è Ibrahim ibn Musa (ma ha assunto il nome di Abdu), un giovane arabo che lavora a Johannesburg (la stessa città in cui Nadine Gordimer vive). Abdu è un clandestino e introduce una tematica ormai molto sentita anche nel paese africano. L'immigrazione illegale, sia che riguardi rifugiati politici sfuggiti alle guerre che uomini spinti dalla miseria, è dunque un problema che coinvolge tutti i paesi economicamente più sviluppati, compreso il Sud Africa, la nazione più ricca di quel continente, circondato da stati poverissimi.

      Durante il regime dell'apartheid le frontiere rappresentavano una barriera pressoché insuperabile, ma quando finalmente la libera circolazione è stata di nuovo possibile, è partito un flusso incessante di immigrati provenienti non soltanto dall'Africa, ma dall'Asia e dalla Corea. Abdu è uno di questi, un laureato in economia senza speranza che ha trovato lavoro in un'autofficina dove casualmente incontra Julie Summers, una ragazza carina, ricca e bianca, arrivata nel suo garage per un guasto alla macchina. Tra i due nasce l'amore. Lei è stanca dell'ambiente sociale e culturale privilegiato, snob, in cui è sempre vissuta, lui è figlio di tutt'altra realtà, nato e cresciuto in un misero paese africano senza speranza. "All'inizio pensavo di sviluppare la descrizione di un rapporto di tipo affettivo" ha detto Nadine Gordimer in un'intervista "di amore, di sesso fra due persone, dei sacrifici che si impongono quando queste provengono da situazioni molto diverse; ma mentre scrivevo il libro mi sono resa conto che stavo trattando un problema di portata mondiale. Dico di portata mondiale perché qualunque persona in terra straniera, e in modo ancora più specifico l'immigrato clandestino, porta con sé (o vorrebbe farlo) una parte di quella che è stata e che è la sua ricchezza, per esempio la lingua. In pratica però deve rinunciare a tutto per inserirsi nel nuovo mondo a cui è approdato".

     E proprio per proseguire in questa analisi dello spaesamento e del ritrovarsi in una realtà talora incomprensibile, la Gordimer ribalta completamente la storia: Abdu viene scoperto dalle autorità e rimandato nel suo paese di origine e Julie decide di seguirlo. Ora è lei a essere completamente spiazzata dalla nuova realtà, a essere guardata con diffidenza, giudicata. È lei che deve capire modi di vita, usanze e tradizioni musulmane talora traumatiche per una donna occidentale; è lei che entra in un paese come estranea e ne viene affascinata. E quando Abdu riesce finalmente ad avere i visti per gli Stati Uniti e con Julie potrebbe partire, ecco verificarsi un evento inatteso, un altro ribaltamento della storia: la donna decide di non partire. È anche in questo anticonformismo narrativo, nelle sue scelte spiazzanti e controcorrente, che si rivela la grande capacità di Nadine Gordimer.

L'aggancio di Nadine Gordimer
Titolo originale: The Pickup
Traduzione Eva Kampmann
271 pag., Euro 16.50 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
ISBN 88-07-01616-8

(Giulia Mozzato)

Il grande orfano

di Tierno Monenembo



Cinquantasei anni, una laurea in biochimica messa da parte per la letteratura e nessuna voglia di crescere. Ha una risata contagiosa e la battuta pronta, lo scrittore guineano Tierno Monenembo. Una risata da ragazzo.
«Sono un ex-sessantottino - dice - e a differenza dei nostri figli che sono invecchiati in fretta, ho ancora voglia di giocare. E certi bambini d'oggi che alle elementari sembrano già portare la cravatta, mi inquietano». Eppure l'Africa obbliga a crescere in fretta. Lui stesso a vent'anni ha dovuto fuggire da Sekou Touré, il leader che nel `58 rifiutò le briciole che De Gaulle gli offriva per dar corso al «socialismo africano»; nel `67 tentò persino una microrivoluzione culturale alla cinese, ma si trasformò presto in dittatore. Più di un quarto della popolazione fuggì. «Eravamo un paese di 7 milioni di abitanti con il più alto numero di profughi - racconta lo scrittore - anch'io passai la frontiera clandestinamente, servendomi di un passeur. Ho camminato per 150 km, nascondendomi nella boscaglia. E sono andato a Dakar, in una città paralizzata dagli scioperi generali. Nel `68 tutto il mondo parlava la medesima lingua, dal Messico al Senegal all'Europa. Anche oggi buona parte del mondo parla la stessa lingua, ma è quella dell'Fmi e della Coca cola... E non mi chieda se preferisco la Mecca alla Cola - aggiunge sorridendo -. Ho insegnato ad Algeri nei primi anni Ottanta, quando gli integralisti islamici stavano prendendo piede. Mi avvicinavano facendo discorsi infiammati contro l'ingiustizia sociale: anche condivisibili, vista l'involuzione dei regimi che avevano conquistato l'indipendenza. Ma è una follia tornare al premoderno. Per fortuna il mio paese, che all'85% è musulmano, è ancora uno stato laico». Dakar, Abijan, Algeri, Casablanca e poi Lione, ultima tappa di un esodo a cui Tierno non ha ancora messo fine. 

«Qualcuno ha detto che gli scrittori africani hanno lo stesso ruolo dei grandi romanzieri francesi dell'800. Ma in Africa quelli che non si fanno ammorbidire dalle sirene dell'establishment devono andarsene o vengono uccisi». Tierno intende invece continuare a essere uno scrittore irriconciliato. Riconosce «il debito inestinguibile» verso i «grandi» come Aimée Césaire, ma anche il diritto di criticare gli intellettuali che hanno «confinato gli ideali in un sistema chiuso».

In un francese ritmato dal dialetto peul con cui lo cullava sua madre, Monenembo ha scritto 6 romanzi di fuoco che alludono alla dittatura, al processo di colonizzazione e ai problemi intercorsi dopo le indipendenze.
Le radici della pietra (Aiep), racconta in modo epico-metaforico la dominazione portoghese e francese. Crapaud-brousse («Rospo di boscaglia») prende di mira il dittatore Sekou Touré, e ruota intorno al mito e alla memoria, uno dei temi centrali dell'autore. «Una leggenda peul - racconta Monenembo - narra che all'origine del mondo, l'essere preferito da dio fosse il rospo, votato alla perfezione fisica e spirituale, depositario del sapere e del segreto della morte. Ma non spiega per via di quale maleficio non riuscì a trasformarsi, e rimase l'animale che conosciamo».

Il romanzo
Il grande orfano (Feltrinelli) guarda alla tragedia del Ruanda con gli occhi di Faustin, un quindicenne, condannato a morte per un delitto d'onore e prigioniero da 3 anni. Faustin, di padre Hutu e madre Tutsi, ha perso la memoria. Solo alla fine il ragazzo ricorderà il massacro della chiesa di Nyamata in cui sono morti i genitori. «In Ruanda - dice Tierno - ho incontrato davvero quel ragazzino, simile a tantissimi suoi coetanei allucinati che vagavano sniffando colla. Era proprio a fianco di quella chiesa, gli ho parlato, ma il giorno dopo è scomparso. Così l'ho fatto rivivere attraverso il romanzo. Faustin è strafottente e cinico, ma meno scaltro dell'altro personaggio principale, un giornalista occidentale. Non c'è niente di più giusto dello sguardo di un bambino: non è moralistico, ma non è sporco. Un bambino non ha paura di spogliarsi, di svelare il suo sguardo che svela il mondo».

Monenembo è andato nel Ruanda del dopo-genocidio nell'ambito dell'operazione «Scrivere per dovere di memoria», che ha coinvolto 8 scrittori e un cineasta perché narrassero quella tragedia. «Il romanzo non entra nel merito politico. Ma Faustin mostra l'ipocrisia e l'assurdo di un sistema capace di condannarlo per un delitto d'onore, mentre si è appena consumato un genocidio», dice l'autore. E precisa: «Le etnie in Africa sono state spesso una costruzione, prima del colonialismo e poi dei dirigenti africani postcoloniali. E così è stato in Ruanda, una società avanzata in cui convivevano le differenze. Il processo di etnicizzazione è stato indotto dai colonizzatori. I tedeschi hanno creato le dinastie, i belgi hanno colonizzato il paese attraverso la chiesa cattolica, che ha favorito l'etnia tutsi occidentalizzata. Solo che poi i tutsi hanno acquisito una coscienza nazionalistica e la chiesa si è rivolta agli hutu... Sta di fatto che il genocidio ha poi spazzato via non solo gli hutu, ma tutti gli oppositori del regime». E allora «Bisogna che l'Africa ridotta a brandelli ritrovi se stessa, senza specchiarsi nello sguardo del colonizzatore, e riporti al presente la propria memoria dislocata. La Guinea - sostiene Tierno - ha ricevuto dall'Africa un'eredità storica potente che affonda nel mito. Hamadou Hampâté Ba, che ha raccontato una storia pagana dei miti peul, mostrando come l'Islam abbia spesso soffocato il significato prorompente di certi nostri miti. Sto scrivendo un romanzo corale sui peul, perché da loro arriva un messaggio di pace e di armonia per tutto il genere umano».

(GERALDINA COLOTTI)

 

Carmine Abate: "La festa del ritorno"

Bartolomeo Di Monaco

Per fortuna in Italia ci sono ancora narratori che scrivono come si deve, ossia raccontando in modo intelligibile, e senza artifizi strutturali o linguistici che spesso tendono a confondere le idee al lettore. Carmine Abate è uno di questi scrittori, diventati rari da noi, che sa raccontare e sa farsi capire.

     Siamo a Hora, un paesino della Calabria nei pressi di Crotone, che già abbiamo incontrato ne La moto di Scanderbeg” e c’è il tradizionale grande fuoco che si accende sul sagrato della chiesa la notte di Natale, che abbiamo visto in Tra i due mari”, e Tullio, il padre di Marco – l’io narrante – è il vecchio che racconta una storia, al posto di Giorgio Bellusci. Frequenti vocaboli del sud e parole nella lingua italo-albanese – l’arbёreshe (“non è un dialetto, è una lingua.”) – sono la novità linguistica di questo romanzo rispetto ai due precedenti, dei quali conserva i motivi ispiratori: la figura di un avo, spesso del padre, da cui parte il tutto, e il motivo del viaggio, espressione di malinconia e di speranza ad un tempo. Per questo, non mi stancherò mai di trovare delle affinità tra Abate e Sgorlon. Del resto, tornate a leggere lo stupendo incipit de “Il trono di legno”: “Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento” e confrontatelo con questa frase di Abate, riferita a Marco, l’io narrante: “Sentivo la testa leggera, un palloncino pieno di vento.”

     Quella che racconta Abate è una storia di emigrazione, che condanna un padre a vivere in un paese sconosciuto (qui il nord della Francia, lavorando dapprima in una miniera) e lontano dalla famiglia: “lui sarebbe rimasto per sempre con noi se avesse avuto un lavoro in zona.” I suoi ritorni sono rari e brevi, ma sempre a Natale, però, per prendere parte all’accensione del grande fuoco sul sagrato della chiesa. Quel fuoco risveglia in lui (ma non solo in lui) i ricordi, le malinconie e la voglia di raccontare. I forestierismi (quasi sempre non difficili da comprendere) colpiscono per il loro utilizzo mai eccessivo, bensì inserito al momento giusto, come note musicali che dànno un tocco di grazia e accendono la fantasia, trasportando ogni parola ed ogni immagine nel mito: “non capivo un’acca di quello che la maestra spiegava. Pensavo ca a la sckola si parrasse taliano come parravano l’anziani cu i furesteri c’accattavanu e vindianu a robba ‘nta la chiazza”. E anche l’arbёreshe è spesso accompagnato da una frase che ne chiarisce il significato: “Rri qetu, statti muto”. Non sempre, tuttavia: “Shihemi te rahji”.

     I protagonisti dei romanzi di Abate hanno sempre un contatto con il mito. Pur essendo attori di storie vissute allo stesso modo da tanti altri anonimi emigranti, la parola li colloca in un tempo e in uno spazio esemplari. Elisa è la ragazza che porta l’inquietudine e il mistero con sé. C’è una frase che il padre pronuncia davanti a Marco, nel corso dei suoi ricordi: ”È stato quel giorno che ho conosciuto la mamma di Elisa.” Non dice altro. Ancora: mentre Marco e i suoi amici stanno giocando, Elisa scende dall’auto di un’amica, è in vacanza dai suoi studi all’università, e si rilassa andando al mare: “scese Elisa vestita con maglietta attillata e pantaloncini bianchi più corti dei nostri.” Un compagno, tra i commenti di ammirazione, fa anche questo: “Non assomiglia nemmeno un’unghia a Marco.”  È un aspetto della tessitura che Abate sta ricamando. Compare anche un uomo misterioso, che salva il cane di Marco, Spertina, cucendole una ferita che l’avrebbe fatta morire dissanguata. Marco lo incontrerà di nuovo, sorprendendolo appartato in un bosco con Elisa.

  La storia di Elisa sta prendendo forma dalla radice dei racconti che Tullio, il padre emigrante, fa intorno al fuoco di Natale. Questo fuoco è diverso da quello che abbiamo incontrato in “Tra due mari”; è vivificante, mostra una qualità che là era nascosta, riservata. Nel mentre brucia i ricordi, li trasforma in qualcosa di leggendario. Riferendosi agli amici di suo padre che stanno intorno al fuoco, Marco annota: “Anche loro stavano bruciando i ricordi nel fuoco [...] Una resa dei conti collettiva, davanti al nostro fuoco di Natale.” Tutto nasce da quel fuoco, dunque, perfino il racconto dell’io narrante, che più di una volta continua quello iniziato dal padre. La bravura di Abate, in questo romanzo, sta proprio nella particolare e apparentemente semplice scrittura capace di germogliare storie con tessiture ed innesti che le collocano nell’immaginoso, imperturbabile ed arcano mistero della vita.

Elisa, come pure l’uomo con cui si incontra e che Marco vede di nuovo al mare, dove è stato mandato con la nonna, per rimettersi da una malattia, costituiscono il motivo d’interesse principale di questa storia, che essi non occupano mai se non in una posizione defilata. La loro presenza si innesta, tuttavia, sempre sul tronco di una narrazione che pare riguardare la vita degli altri, per esempio di Marco o del padre Tullio. Abate centellina le parole e le scene che li riguardano, ma il lettore intuisce, anzi ha già intuito da subito, che sono queste figure soprattutto che meritano la sua attenzione, e dalle quali scaturirà la lezione della storia: di un festoso ritorno, ossia, al quale si accompagna sempre una partenza; e la solitudine, lo smarrimento, la malinconia, il dolore si radicano spesso in noi e non ci lasciano più. 

Carmine Abate, "La festa del ritorno" Mondadori, pagg. 168. Euro 7,80

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