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  Addio alla nobel Szymborska, poetessa polacca della memoria

 

La Stampa - 1 febbraio 2012


Autrice e filologa, aveva 88 anni

È morta la poetessa e filologa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996. Era nata nel 1923 a Kornik, cittadina vicino a Poznan.
Il Nobel le era stato assegnato "per la capacità poetica che con ironica precisione permette al contesto storico e ambientale di venire alla luce in frammenti di umana realtà". Con Czeslaw Milosz, anche lui premio Nobel, e Zbigniew Herbert, Wislawa Szymborska fa parte della triade dei grandi poeti contemporanei polacchi.
Le sue prime poesie, pubblicate nel 1945 su un quotidiano, rispecchiano i canoni estetici del realismo socialista. Si impone, però, all'attenzione a partire dal 1956 con raccolte come "Richiamo allo Yeti", "Sale" e "Gran divertimento", nelle quali il quotidiano viene raccontato attraverso profonde riflessioni morali e poetiche. La sua fortuna all'estero ha inizio con le prime pubblicazioni del 1960 in Germania, Inghilterra, Russia, Svezia, traduzioni che si sarebbero poi intensificate notevolmente dopo l'assegnazione del Nobel. Negli Usa i suoi "Collected poems" hanno avuto grande successo. In Italia Vanni Scheiwiller ha pubblicato un'edizione fuori commercio nel 1994, poi nel 1996 la silloge "Gente sul Ponte". Altre poesie della Szymborska sono apparse su riviste tra cui "L'almanacco dello specchio" (1979), "Nuova rivista europea" (1979) e nell'antologia del 1961 sui "Poeti polacchi contemporanei", a cura di Verdiani, alla quale è seguita nel 1977 quella sulla "Poesia polacca contemporanea".
Autrice di numerose raccolte poetiche - tra le più recenti "Dwukropek" (Due punti), uscita in Polonia nel 2005 - nei suoi versi mette la vita spirituale davanti a tutte le cose. In liriche, spesso brevi come aforismi, la Szymborska dà voce con profonda lucidità e ironia a problemi morali della nostra epoca partendo da avvenimenti semplici, dagli accadimenti e osservazioni del quotidiano. Nella sua opera l'uomo appare in una condizione di estraneità e contrapposizione al mondo della natura. Il traduttore italiano Pietro Marchesani, curatore di alcune sue raccolte, ha spiegato che "l'incanto" è il vero segreto della poetessa. "Per me - ha detto la Szymborska - la poesia nasce dal silenzio". Tra le sue opere, le traduzioni in polacco di numerosi poeti francesi e saggi di critica letteraria.

 

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  Cinque consigli per le imprenditrici

          di Sara Bicchierini

 

Aumentano e resistono meglio alla crisi. Le imprenditrici italiane si dimostrano guide capaci ma "pagano" di più rispetto ai colleghi maschi. Secondo Unioncamere, le aziende "rosa" sono cresciute dal 2009 al 2010 del 2,1%, contro una diminuzione dello 0,4% di quelle maschili. Nel 2011 le imprenditrici e lavoratrici autonome italiane erano oltre 1,5milioni, pari al 16,4% delle donne occupate. Una percentuale superiore alla media europea del 10,3% (dati Confartigianato-Osservatorio sull'imprenditoria femminile). Pochi servizi per le famiglie e difficile accesso al credito, tuttavia, rappresentano ancora ostacoli enormi per le donne italiane. Ecco alcune informazioni e iniziative utili per chi vuole superarli.

In Europa - L'unione fa la forza. La Commissione europea ha lanciato diversi progetti per creare reti transnazionali di imprenditrici: dal sito Women Entrepreneurship Portal, che raccoglie enti e progetti dall'Ue, alla delegazione del Wes (European network to promote women's entrepreneurship), che rappresenta imprenditrici di 31 Paesi (Ue, Croazia, Islanda, Norvegia e Turchia) nei dialoghi con le istituzioni comunitarie. Ci sono le "ambasciatrici" italiane del Wai tra le 270 scelte per formare con il loro esempio le aspiranti imprenditrici europee. Nel quadro rientra il nuovo progetto comunitario di mentoring Be-Win, coordinato da Unioncamere Toscana.

A livello nazionale - La legge più recente a sostegno dell'imprenditoria femminile, la numero 215, risale al 1992 e non è operativa dal 2006. La competenza è passata alle Regioni, che erogano finanziamenti in modo autonomo, di solito contributi in conto interesse o fondi di garanzia per favorire l'accesso al credito. Rispetto ai finanziamenti a fondo perduto, questi sistemi dovrebbero garantire una maggiore meritocrazia: selezione rigorosa delle Pmi e monitoraggio costante sull'uso delle risorse. Il dipartimento per le Pari opportunità ha in corso uno studio ricognitivo sulle misure regionali, in vista di evoluzioni legislative a livello nazionale.

Giro d'Italia - Si chiuderà a Roma alla fine di gennaio, dopo sette tappe, il IV Giro d'Italia delle donne che fanno impresa di Unioncamere, l'unione delle camere di commercio. Questi enti, con i loro Comitati per l'imprenditoria femminile, sono il principale punto di riferimento per le imprenditrici. L'obiettivo del Giro è "fotografare" lo stato dell'imprenditoria rosa nel Paese, evidenziandone risultati e problematicità.

Accesso al credito - Tassi d'interesse più alti per le microimprese di donne. Contro pratiche finanziarie discriminatorie si batte il gruppo Impresa Donna della Cna (Confederazione Nazionale dell'Artigianato e Pmi). Nel 2011 ha lanciato con Artigiancassa e Confartigianato Donne Impresa il pacchetto Key Woman, che tutela, in caso di maternità, le imprenditrici che devono pagare finanziamenti. In uscita anche una linea di microcredito dedicata alle donne.

Dalla Regione Lombardia - Il bando Start Up a supporto delle nuove imprese lombarde ha un focus specifico sulle donne. Per partecipare occorre affrettarsi. Lanciato a maggio 2011, ha ricevuto un boom di candidature e sta esaurendo la dotazione di 27 milioni di euro.

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Il Consiglio di Stato  riapre il caso sulle quote rosa al Pirellone

 

estratto dal Corriere della sera sul ricorso e gli interventi delle Associazioni Art. 51 Laboratorio di Democrazia Paritaria, DonneInQuota, Usciamo dal Silenzio e di un gruppo di donne avvocato, con le avvocate milanesi Ileana Alesso, Giovanna Fantini e Stefania Leone  

"Il Pirellone come il Campidoglio? Sembra che la giunta di Roberto Formigoni abbia bisogno di una 'registrata'. E non per motivi politici legati a nuove alleanze nel centrodestra. Ieri il Consiglio di Stato ha fatto un passo in avanti ... contro l'esecutivo della Regione Lombardia che conta un solo assessore donna su 16 esponenti di giunta ....  Una rivoluzione copernicana rispetto al Tar che aveva ritenuto infondato il ricorso "in considerazione dello stato in cui versa attualmente il processo di promozione della effettiva democraziona paritaria ... agli uffici pubblici ".

 "Invece i giudici amministrativi di secondo grado hanno stabilito, richiamando la sentenza sulla giunta Caldoro in Campania che ... la giunta Formigoni violi le norme costituzionali e statutarie sulla parità di genere".

 "Il Tar ha circumnavigato l'argomento tenendosi al largo e senza mai approdare a terra - attacca l'Avvocato Ileana Alesso ... bene ora il Consiglio di Stato è sbarcato a riva. E' un segnale molto positivo'. E' giù con una lunga serie di norme che la Regione non avrebbe rispettato : ... dalla Costituzione al Codice delle pari opportunità allo stesso Statuto della Regione che all'art. 11 sancisce che negli organi di governo deve essere disposto il riequilibrio di genere. La decisione finale del Consiglio di Stato verrà presa il 17 aprile prossimo" (Maurizio Giannattasio, Corriere della Sera,12 gennaio 2012).   

 

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  LUISA MURARO A LILIT

 

Carissima/o,  

Mi è giunta informazione da Elena , giornalista della redazione di Lilit (la trasmissione televisiva di Rai 3, in onda alla domenica alle 23.30),  che è stata contattata Luisa Muraro per concedere un’intervista che avrà un doppio passaggio in tv e precisamente:

1)    Domenica 8 gennaio, su Rai 3 alle ore 23.30, verrà mostrato un filmato rvm in cui Luisa Muraro spiegherà in breve la differenza tra femminismo dell’uguaglianza e femminismo della differenza sessuale. A questo contributo seguirà un’intervista a Livia Turco e altri….

2)   Domenica 15 gennaio su Rai 3 alle ore 23.30; Luisa Muraro sarà ospite in studio per un’intervista con Debora Villa di circa 12-15 minuti sul tema della politica del desiderio. In questa occasione verranno mostrate parti del docufilm realizzato nel 2010 “La politica del desiderio” e,in una scaletta ancora provvisoria  in chiusura, Debora Villa leggerà la parte finale del documento “Immagina che il lavoro” oppure una intervista con Margherita Dogliani, della fabbrica del desiderio.

Vi invito pertanto a non perdere le due puntate.

 Ora due informazioni sul format: Lilit si pone l’obiettivo di  leggere e raccontare il mondo da un punto di vista femminile cercando, anche in maniera ironica, di scoprire come sarebbe il mondo se fosse affrontato con il lato femminile che c’è in ognuna/o di noi, donne o uomini. Partendo dal timore (o dall’idea) che la nostra società, dominata dal maschile simboleggiato dall’uso del potere e dall’iper-razionalità, stia mostrando il suo fallimento, la trasmissione prova a rintracciare segnali di un possibile cambiamento in questa direzione “femminile”, con un’apertura al mondo pacifica (e sentimentale), che vuole l’incontro e non lo scontro e mette sempre al centro la donna e l’uomo. Ho dunque cercato altre informazioni, scoprendo che, dopo una prima edizione del programma dove venivano intervistati, tra gli altri: -Moni Ovadia, che ha approfondito la natura femminile di Dio; -Don Andrea Gallo, che ha parlato del Dio del Vangelo; -Gad Lerner, che ha raccontato come ha sviluppato negli anni la sua attenzione al femminile; -Folco Terziani, Vandana Shiva e Luca Mercalli che hanno descritto il loro stile di vita contro corrente, che pone al centro il rispetto per la terra madre. 

Lilit ha cercato di intervistare persone che, per motivi diversi, hanno espresso pensieri e progetti che hanno sollecitato la componente femminile che c’è in loro. Ovviamente Lilit, essendo un format di intrattenimento, alterna ai momenti più seri dedicati alle interviste, altri più leggeri e ironici che vedono, per esempio, il comico Antonio Cornacchione nel ruolo di uomo che si è nascosto in bosco per ritrovare il maschio perduto.

Non perdiamo quest’occasione di seguire le serate o registrarle ma, soprattutto, avvertiamo il più ampio numero possibile di amiche, amici e conoscenze, anche al di fuori della nostra rete e, perché no, conoscenze all’interno delle istituzioni.

Ve lo chiedo perché secondo me si tratta di un’opportunità che deve andare al di là delle nostre stesse relazioni. Come già ho avuto modo di dire  purtroppo  che i media non tenessero in gran conto la ricchezza espressa dal pensiero e dalla pratica femminili diffusi da anni in tutta Italia e  mi auguravo che nel 2012 finalmente se ne accorgessero fornendo un’informazione più puntuale e approfondita. 

Non dimentichiamoci anche che “Immagina che il lavoro”, il docufilm “La politica del desiderio” e oggi “l’Agorà del lavoro” rappresentano le tre modalità di agire politico più innovative, che tuttavia la stampa non è riuscita a valutare nella loro importanza, anche se i primi due “strumenti politici” sono stati presentati e discussi in molte città italiane. 

Cerchiamo di far crescere il già immenso bacino della rete delle relazioni della differenza sessuale, che viene sempre definita dai media,  come “pari opportunità” o approssimativamente di “genere”. Se avete bisogno di ulteriori informazioni, telefonate al numero 348 7098609 oppure inviatemi un mail.  E per favore, fate girare, fate girare:  grazie. 

Pinuccia Barbieri 

Milano, 5 gennaio 2012                                                                                                     

 

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Dopo aver pulito Napoli, ora arriva il fango

                                         Raphael  Rossi

 

Mi è stato chiesto dal Fatto Quotidiano di commentare l’articolo del Mattino su spese e consulenze della mia esperienza in Asìa. Avrei potuto liquidare la faccenda così: in sei mesi abbiamo ottenuto risultati impensabili (specie se paragonati ai “tempi” delle municipalizzate) e ogni spesa è stata fatta secondo le regole e stando nei budget previsti.
Ma ciò che sta succedendo a Napoli nasconde altro. Diventa un tentativo di diffamazione che serve a punire chi dice “no” ed è un deterrente per gli altri, affinché siano più malleabili. Un meccanismo tipico che ho imparato a conoscere e che per fortuna non mi coglie impreparato. Cosa ci sia dietro questo tentativo non lo so. Sono certo che non abbia a che fare con il sindaco Luigi De Magistris, ma il contesto è così complicato che non posso accettare di essere isolato.

Nel mio precedente post, ho letto con attenzione i numerosi commenti di precisazione in merito ai motivi della mia revoca. Mi scuso per aver deluso tante aspettative ma ho preferito raccontarvi, innanzitutto, cosa è stato fatto in questi sei mesi a Napoli, perché intuivo che non mi dessero il tempo di farlo. Cioè, temevo il fango.
Infatti, primi schizzi erano inaspettatamente arrivati il 30 dicembre dal Mattino, che pubblicava la prima illazione sul mio compenso percepito in Asìa (mi sarei dimesso perché insoddisfatto del mio stipendio). Poi altri segnali in questi giorni: un paio di consiglieri comunali della maggioranza, che non ho mai avuto il piacere di incontrare, giudicano il mio rapporto con il neopresidente Asìa Raffaele Del Giudice (ma avevo già dichiarato in anticipo che il rapporto era ottimo; a questo punto, dico, per fortuna!) o dicono che non sono così competente (fortunatamente i risultati sono oggettivi e riconosciuti da tutti, sindaco compreso) o ancora mi dicono che non ho fatto squadra (e per fortuna sono stato l’unico presidente a istituire un comitato di direzione, coinvolgendo nelle decisioni dell’azienda i dirigenti, e a visitare le 18 sedi territoriali di Asìa; inoltre ho collaborato in prima persona agli eventi con i cittadini attivi).

Ora ci provano con le consulenze perché vogliono probabilmente bilanciare il mio “no” fermo alle 23 assunzioni richieste all’unanimità dall’intero Consiglio Comunale. Sara questo il motivo della mia revoca? Forse. Ma per me non è stato un motivo sufficiente per abbandonare Napoli, in piena mobilitazione civica, mentre altre battaglie sono ancora possibili.
Riporto comunque i fatti. La Giunta il 2 agosto delibera chiedendo l’assunzione dei 23. Il Consiglio comunale il 30 novembre chiede nuovamente quelle assunzioni, entro e non oltre il 31 dicembre 2011. E io sono stato rimosso il 2 gennaio 2012… Peraltro come primo atto pubblico del nuovo anno: protocollo n. 01 del 1° gennaio 2012. Quanta fretta!
Molti giornali hanno scritto che su questa vicenda sono stato interrogato dalla Procura di Napoli: non posso aggiungere altro (c’è un’indagine in corso), ma tornerò sicuramente a informarvi quando sarà possibile sui motivi normativi, finanziari, funzionali, etici e culturali, che mi hanno spinto dire di “no” e che avevo comunicato all’Amministrazione.
Vi spiego, infine, il mio imbarazzo nel giorno della conferenza stampa: non sapevo quale sarebbe stato il mio contributo futuro alla città di Napoli, ma speravo che ci fosse un progetto. Seppure amareggiato per la revoca dall’incarico, ero e sono pronto ad accogliere una nuova sfida.
E invece mi sono state proposte le Terme di Agnano e poi (come anticipato dal Mattino, sempre bene informato) la Elpis, cioè l’azienda che si occupa delle affissioni pubbliche in città… Come ho detto altrove: non sono in cerca di un “posto”, ma di un progetto coerente con la mia professionalità e con la linea tracciata con la cittadinanza.

Riguardo le consulenze: intanto mi scuso con le persone che sono state tirate in ballo dal Mattino e dagli informatori, evidentemente interni al Comune (il giornale menziona il vicesindaco Sodano) e ad Asìa. Ovviamente ho fatto tutto secondo le regole (tra l’altro è normale, forse auspicabile, che chi dirige un’azienda lavori temporaneamente con specialisti con cui c’è affiatamento). Ma soprattutto nessuno prima di oggi aveva avuto da ridire con me su questo tema, né in pubblico né in privato, dunque come potrebbe essere questo il motivo della revoca? Poi lo stesso autore sul Mattino, nel suo “scoop”, si pronuncia cautelativamente: “Consulenze, sia chiaro, non abnormi”.
Ho risposto a quel giornale con una lettera in cui scrivo: “I risultati positivi ottenuti in breve tempo e replicabili in futuro parlano chiaro sugli investimenti, contenuti, che abbiamo fatto. Per trasparenza, a me risultano queste forniture: 48.500 euro per consulenze di comunicazione ed educazione alla sostenibilità, 39.000 per consulenza ingegneristica sulla differenziata e 38.500 per formazione e consulenza organizzativa. Il totale è inferiore ai 150mila di cui si è parlato nell’articolo uscito ieri.
A fronte di tali spese, comunque, ci sono dei risparmi. Cito per esempio la consulenza tecnica che ha permesso, tra le altre cose, di dimezzare il costo dei sacchetti in plastica che Asìa compra a milioni. Cito poi il risparmio sul progetto con le scuole “Educambiente” che l’anno passato era costato 80mila euro e quest’anno, con una formula proposta dai consulenti, ha inciso di più (coinvolgendo direttamente gli insegnanti e il territorio) ed è costato quasi niente, costruendo oltretutto una rete con l’assessorato all’Istruzione che rappresenta un modello di sinergie tra istituzioni”.

Inoltre, ci sono i molti benefici ottenuti dalle azioni di sensibilizzazione ambientale proposte da Robiati e Di Polito, esperti di comunicazione di pubblica utilità. Cito, per esempio, la partnership gratuita con Il Mattino stesso e con la Tv locale Canale 21, che ci hanno concesso spazi settimanali (altrimenti acquistabili a migliaia di euro) per lanciare un programma educativo prodotto in casa con estrema efficienza; la straordinaria campagna di partecipazione alla raccolta differenziata “–Rifiuti +Adesioni, che è ancora attiva e ha coinvolto per ultimo il Carcere di Nisida, o il progetto replicabile delle “Quattro giornate della raccolta differenziata” che ha visto realizzarsi 55 eventi di sensibilizzazione ambientale tra novembre e dicembre. Per non citare i materiali informativi per il porta a porta, le affissioni sulla raccolta stradale, gli adesivi per le campane e molto altro. Interventi che sarebbero costati il triplo: ma Robiati e Di Polito sono professionisti di progetti in ambito pubblico e sociale, con molta esperienza nella capacità di ottenere risultati di qualità a budget ridottissimi.

Per quanto riguarda Parisotto (e non Varisotto, l’informatore avrà sentito male…), si tratta dell’ex direttore generale delle aziende di raccolta rifiuti Amiu di Alessandria e Ata di Savona e uno tra i progettisti del sistema di differenziata a Novara (68% la percentuale di differenziata, la più alta d’Italia). Mentre il signor Vecchiotti non lo conosco, l’informatore qui avrà pensato a Vecchioni, ma giuro che non c’entra.
Sul mio stipendio si è già detto molto e ho già autorizzato un avvocato a procedere in caso di diffamazioni. Ribadisco che il ruolo ricoperto viene remunerato ovunque almeno 150mila euro l’anno (Il Mattino di ieri pubblicava una stima di 180mila euro).

Nonostante gli elementi infondati e comici della vicenda resta comunque questo vergognoso tentativo di infangarmi. È un meccanismo classico che ti prende per sfinimento. Bisogna essere molto abili a schivarne i colpi. E soprattutto ha altre due funzioni devastanti: quella di spostare l’attenzione distraendo da altre situazioni torbide; e quella di indebolire una persona e lasciarla isolata. Quest’ultimo un altro meccanismo tipico del malaffare.

Oggi è arrivata a Napoli la nave che porterà i rifiuti in Olanda: abbiamo voluto fosse un servizio vero con un contratto solido e non uno spot politico o un test. In questo modo abbiamo sottratto parecchi soldi alla criminalità locale che vive, di riffa o di raffa, sullo smaltimento dei rifiuti. È uno dei “sì” che ho raccontato nel mio post di ieri e non a caso.
Ancora adesso, continuo a chiedermi se sia successo dell’altro. Può darsi che, lavorando in maniera rigorosa, abbia toccato interessi molto forti, senza di fatto accorgermene.

Il fango non si fermerà e cercheranno appunto di isolarmi, per rendermi un bersaglio più facile da colpire. Vorrà dire che rafforzerò le mie conoscenze in materia di diffamazione riportandole in quel “manifesto dell’amministratore pubblico” che abbiamo intenzione di costruire con i lettori del Fatto Quotidiano, cui accennavo ieri nel blog.
Ora mi ritrovo solo e senza contratto, vivendo con un pizzico di ironia la mia seconda stagione da precario nella lotta per l’etica nella pubblica amministrazione! Intanto giovedì 12 gennaio, alle 9, sono a Torino al Palazzo di giustizia, per il processo sulle tangenti all’Amiat. Mi consola sapere che posso contare su moltissimi di voi lettori e per questo vi ringrazio.
 

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          Stalking, cos’è cambiato in Italia
                    dopo l’introduzione della legge

 

Il Fatto quotidiano, 8 gennaio 2012

 

Negli ultimi 20 anni la percentuale di donne tra le vittime di omicidio è aumentata dall'11 al 25%. E i dati dicono che la maggior parte delle violenze è preceduta da intimidazioni. Poca chiarezza invece sui numeri del provvedimento voluto dall'ex ministro Carfagna. Per l'Osservatorio nazionale stalking resta il problema della paura di denunciare. La violenza contro le donne? Una “pandemia”. Non usa mezzi termini l’agenzia dell’Onu per la parità di genere e l’empowerment femminile. Secondo l’UN Women, nel mondo almeno 6 donne su 10 hanno subito violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita. Per le donne tra i 16 e i 44 anni la violenza è la principale causa di morte e invalidità.

E in Italia? Gli omicidi sono in calo, ma ad essere aumentato è il numero delle donne uccise: in 20 anni è più che raddoppiato, passando dall’11% del totale delle vittime nel 1991 ad oltre il 25%. Una vittima su 4, insomma, è donna. Secondo l’Osservatorio nazionale stalking, la maggior parte dei delitti è preceduta da atti persecutori e molestie. Di qui all’allarme il collegamento è naturale: “Se il decreto Svuota-Carceri verrà approvato così com’è, lo stalker non andrà neanche più in carcere, ma ai domiciliari”, dice il presidente Massimo Lattanzi. “E la possibilità che ricominci a tormentare la sua vittima è quasi matematica”.

A quasi tre anni da quell’aprile 2009 in cui è stato introdotto il reato, con la legge 38 voluta dall’ex ministro Mara Carfagna, il bilancio è contraddittorio. L’ex ministro sottolineava con soddisfazione un aumento delle denunce nel 2011 e un incremento nel numero di stalker arrestati: più di cento al mese in media. I numeri di quello che era il ministero per le Pari Opportunità, ora assorbito dal dicastero del Lavoro e Politiche sociali guidato da Elsa Fornero, vedono per il 2010 6.009 denunce e 1.422 arresti. Dati confutati dall’Osservatorio nazionale stalking, che esiste dal 2002 e che ha registrato invece nell’ultimo anno un calo delle segnalazioni del 25%.

“Anche la regione Campania ci dà ragione, pubblicando in questi giorni dati che parlano di una diminuzione delle denunce”, spiega il presidente Lattanzi. Le vittime non denuncerebbero per paura di ritorsioni da parte del proprio persecutore, e per scarsa fiducia nei confronti dell’efficacia dei provvedimenti e di una protezione da parte dell’autorità. In più, il patrocinio gratuito non è previsto per tutti, ma solo per chi ha un reddito inferiore ai 10mila euro.

Siamo sul campo da dieci anni, e per noi è evidente che il 612 bis è nato allora sulla spinta politica del pacchetto sicurezza”, spiega ancora Lattanzi. “Si è lavorato con poca conoscenza della natura del fenomeno”. Nel concepire la legge “ci si è basati sull’esperienza di violenza di genere”, ma lo stalking “non è questo”: i dati più aggiornati dicono che il 30% delle vittime è maschio. Non solo: gli uomini hanno culturalmente “maggiore resistenza a denunciare”. Le donne ne hanno meno “perché hanno già, purtroppo, la cultura della violenza”. In più, dice ancora il presidente, “è stata dato all’opinione pubblica un messaggio sbagliato sul fenomeno, che sta alimentando effetti collaterali”.

Secondo l’Osservatorio, lo stalker è nel 75% dei casi un uomo, nel 25% una donna. Un altro punto debole, denunciato ancora dall’associazione, è costituito dalla mancanza della previsione, nella legge, di percorsi di “risocializzazione” per i presunti stalker. Non un dettaglio: ogni giorno in Italia 4 persone vengono arrestate per stalking, ma poi, scontata la pena, uno su tre torna a tormentare la vittima. E non ci sono centri dedicati: solo a Roma e a Milano. L’Osservatorio ha istituito dal 2007 il Centro presunti autori, dove gli stalker chiedono aiuto e iniziano percorsi di risocializzazione. “In occasione dell’anniversario della legge, proporremo un incontro al ministro Fornero per presentarle i risultati dei nostri centri”, spiega Lattanzi. “Non è col carcere che si risolve il problema: questo il precedente ministro non l’ha mai voluto approfondire".

Angela Gennaro 

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   Lavoro femminile, Italia peggio della Grecia
        ‘Siamo un paese tradizionalista e ingessato’

 

Il Fatto quotidiano, 8 gennaio 2012

 

Secondo i calcoli della Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%. "Una differenza che si fa abissale - dice Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis - quando si parla di giovani e donne"

Anno nuovo, vizi antichi: il 2011 si chiude con la conferma che per occupazione, retribuzione e condizione femminile l’Italia è ancora, in Europa, il fanalino di coda. Lo dice l’Eurostat: il tasso di donne occupate è tra i più bassi dell’Unione. E peggio di noi fa solo Malta.

Secondo l’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni, è pari al 63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%: in Germania il tasso, per la stessa fascia di età, è dell’81,8%. Malta è ferma al 56,6%. “Siamo un paese così tradizionalista e ingessato”, sospira Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis. “Troppo lontano dagli obiettivi europei”. E la lontananza diviene abissale quando “si parla di giovani e donne”, e se il dato anagrafico viene geolocalizzato al Sud e nelle isole. Lo ricorda l’Istat proprio in questi giorni: al Sud addirittura il 39% delle ragazze è in cerca di occupazione.

Ancora: nell’Unione a 27, il tasso di occupazione totale di donne e uomini è del 64,2%, con le donne a quota 58,2%. Alla fine del primo semestre 2011, il tasso italiano di occupazione per uomini e donne è del 57,2%, e scende al 46,7% per le sole donne. Anche la Grecia è sopra di noi, con il suo 48,1%. E la disoccupazione? In Italia il totale del primo semestre dello scorso anno è dell’8,2%: 7% per gli uomini, 9% per le donne. Al netto del lavoro nero. Non solo: una donna in Italia continua a prendere 1/5 in meno rispetto a un uomo, anche in casi di ruoli analoghi. “Dipende dai contratti”, dice Carla Collicelli. “Per quelli che prevedono emolumenti aggiuntivi la paga di base non può cambiare, ma assegni, progressione di carriera, promozioni e scatti interni sì”.

La parola chiave è precariato. “I contratti atipici, nei quali si concentrano donne e giovani, rappresentano per il datore di lavoro una valvola di flessibilità in caso di necessità di ridimensionamento dell’attività produttiva”, dice la sociologa. Per certi versi “permettono l’accesso al lavoro”, per altri ne permettono l’uscita “con altrettanta facilità”. “E non abbiamo trovato soluzioni adeguate”. È il “clou della discriminazione”: la perdita di posti si registra “nella stragrande maggioranza per i giovani e per le donne giovani, sotto i 40 anni”. Per la fascia sopra i 40, invece, “hanno tamponato gli ammortizzatori sociali”. Eppure il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 aveva già posto come obiettivo quello di aumentare il tasso di occupazione globale dell’Unione al 70% e il tasso di occupazione femminile a più del 60% entro il 2010. Una percentuale che vorrebbe dire un aumento del 7% del Pil. Il rischio di povertà dei figli passerebbe dal 22,5% al 2,7% e si avvierebbe un ciclo virtuoso di imprenditoria e occupazione, con l’implementazione di quei servizi di cura per bambini e anziani, cardine della cura ricostituente per l’occupazione femminile italiana.

Secondo l’Istat, infatti, l’assenza di servizi di supporto nelle attività di cura costituisce un ostacolo per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489mila donne non occupate, cioè dell’11,6%, e per il lavoro a tempo pieno per molte delle 204mila donne occupate part time, ovvero del 14,3%. In Italia viene destinato solo l’1,4% del Pil a contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie: dato ben più basso rispetto a quell’1,8% destinato in ambito Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei paesi a bassa fertilità.

Con i contratti atipici, poi, chi va in maternità difficilmente ritorna al posto di lavoro lasciato prima del lieto evento. “Ci siamo lasciati alle spalle i tristi episodi del passato, quando accadeva che alle donne assunte venisse richiesto l’impegno di non fare figli per un certo numero di anni”, racconta Carla Collicelli. Ma oggi “la donna con contratto atipico si trova in una condizione altrettanto spiacevole: sa che se si allontanerà per maternità difficilmente potrà riprendere il proprio posto in seguito”. In paesi come ed esempio il Belgio, la presenza di molte scuole materne permette all’occupazione femminile di rimanere invariata in caso di uno o due figli. “Da noi invece il welfare è spostato totalmente sulle pensioni e su una sanità nella media che comincia a scricchiolare con liste di attesa drammatiche per la diagnostica”, spiega la sociologa. Il tutto “mentre le famiglie affrontano problemi di casa, asilo nido, supporti economici, servizi”.

In Italia l’11% dei bambini va al nido, privato o pubblico. In Emilia la percentuale sale al 25,2%, in Sicilia non supera il 5,1%. “Un asilo pubblico costa 8700 euro a bambino all’anno”, racconta la Collicelli. “Un privato 7500”. In alcuni casi i comuni danno alle famiglie un contributo per la retta: ma non è la regola. Secondo l’Istat, la percentuale di occupate è del 58,5% per le donne con un figlio di meno di 15 anni, e del 54% quando i figli sono due. Se poi i figli sono tre o più, la percentuale precipita al 33,3%. E “se si ha in casa un anziano con handicap sono guai”. Anche nelle regioni più avanzate, dove “si fa fatica a dare un’assistenza adeguata, che sgravi la famiglia”. O meglio: figlie, mogli, sorelle.

“All’inizio della mia carriera, il concetto di quota rosa mi ripugnava”, conclude Carla Collicelli. “Arrivata a questo punto sono favorevole: i tempi sono maturi per proporre di applicare criteri di proporzionalità di genere rispetto alla composizione della categoria”. D’altro canto era il 1932 quando in Italia è arrivata la prima donna in un consiglio di amministrazione di un’azienda quotata. 80 anni dopo le donne sono 150: il 6% del totale. Lì dove si decide, ancora oggi, “sono tutti uomini, e in età avanzata”, dice la vice direttrice del Censis.

Angela Gennaro
 

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  15 dicembre 2011
Domenica 18 dicembre la Giornata di azione globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti.
L’iniziativa promossa dal Forum sociale mondiale delle migrazioni in concomitanza con la Giornata mondiale del migrante.

Il 18 dicembre del 1990 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Dieci anni dopo l’Onu ha dichiarato il 18 dicembre Giornata mondiale del migrante. La dichiarazione richiama l’attenzione degli Stati sulla salvaguardia dei diritti dei lavoratori immigrati, indipendentemente dal loro status giuridico nel Paese in cui risiedono.
Purtroppo, fino al 2011, una gran quantità di Paesi non ha ancora ratificato la Convenzione; tra questi ci sono i Paesi dell’Unione europea, gli Stati Uniti e il Canada.
I dati forniti dalle Nazioni Unite attestano che nel mondo ci sono 175 milioni di persone migranti. Nonostante il contributo che forniscono ai Paesi in cui scelgono di vivere, spesso sono vittime di abusi, di discriminazione e di sfruttamento sui posti di lavoro.
Per questa ragione molti attivisti ritengono urgente dare una risposta unitaria e globale dei migranti nel mondo e di coloro che difendono i loro diritti perché globali sono le politiche persecutorie applicate da Stati e governi.
Nel 2010 il Forum sociale mondiale delle migrazioni lanciò un appello per la realizzazione di una Giornata di azione globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati il 18 dicembre 2011. L’appello fu poi ratificato al Forum sociale mondiale nel 2011 ribadendo la libertà di circolazione e il diritto a scegliere dove stabilirsi, la chiusura dei centri di identificazione ed espulsione dei migranti e l’annullamento di tutti gli accordi e i programma che violano i diritti i umani alle frontiere.
Attivisti di diversi Paesi hanno risposto a questo appello e finora sono state programmate iniziative in Argentina, Belgio, Brasile, Cameroun, Canada, Spagna, El Salvador, Francia, Guatemala, Italia, Mexico, Niger, Perù, Svizzera, Stati Uniti e Uruguay.
Questo lavoro si è unito allo sforzo della Carta mondiale dei migranti, votata a Gorée (Senegal) nel febbraio 2011. In questa Carta si sottolinea il ruolo fondamentale che possono giocare i migranti come attori sociali e politici per la costruzione di una cittadinanza universale.
Per maggiori informazioni sulle iniziative che si realizzeranno nel mondo è possibile consultare il sito web www.globalmigrantsaction.org.

 

Fonte: www.immigrazioneoggi.it

 

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Napoli,  Caldoro non sblocca i soldi per il Centro Antiviolenza

Quello che sta succedendo per esempio a Napoli ha dell’incredibile perché se in Italia ci si lamenta sempre che i soldi non ci sono, questa volta i soldi – europei – ci sono ma rischiano di tornare indietro per la negligenza della Regione Campania, che su 13 progetti già approvati per il piano strategico delle Pari Opportunità a Napoli, ha sbloccato l’erogazione solo per 4 lasciando fuori i rimanenti 9, tra cui appunto quelli dei Centri antiviolenza, che pur essendo stati approvati rischiano ora di non essere attuati. “Il presidente della Regione, Caldoro, non ci ha neanche ricevute” – dice Clara Pappalardo della Rete Antiviolenza di Napoli – “e si tratta di quasi 10 milioni di euro che devono solo essere erogati e dei quali noi, per il Centro antiviolenza e la Casa rifugio, dobbiamo avere un milione che ci serve per i prossimi tre anni di vita. Qui nella provincia di Napoli sono morte tre donne a seguito di violenza in un solo mese: come facciamo a intervenire a sostegno delle donne se dobbiamo chiudere perché la Regione non sblocca i soldi già stanziati? L’unico che ci ha ricevute e ci ha ascoltate è stato il sindaco De Magistris che non solo si è impegnato a recuperare questi fondi, ma ha garantito che nella seduta del 25 novembre, che sarà monotematica sulla violenza, porterà il caso al Consiglio comunale”.

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Le lacrime e la rinuncia

           di Monica Lanfranco

Certo che ci vuole poco a migliorare la situazione suo piano simbolico e su quello concreto rispetto al precedente governo: si è già detto che, almeno, gli uomini e sopratutto le donne sono altro. Certo che prima di fidarsi e di rilassarsi ci vuole non solo tempo, ma
servono prove e pratiche che si distinguano dal recente e rovinoso passato. Certo che tutto il disgusto, la rabbia, perchè no il rancore verso il Palazzo e chi lo incarna non svaniscono al mero cambio della guardia.
Però è possibile con occhi ben aperti guardare a quello che sta accadendo: non risulta che prima d'ora un presidente del consiglio abbia dichiarato che non prenderà soldi per il suo incarico, e non risulta che un ministro prima d'ora abbia pianto annunciando misure terribili per risollevare l'economia.
Per ora a commuoversi non è un ministro, ma una ministra.
Ovvio, femmina, il pianto le si addice. Lo stress, la stanchezza, il senso immenso di responsabilità la schiacciano.
E mentre in un uomo sono tutte prove che ne fortificano l'ego per una donna sono troppo, e quindi ecco lo schianto in pubblico. Debolezza, tipico.
Le lacrime sono il sintomo della scarsa autorevolezza, perchè l'autorità non piange: l'autorità genera lacrime sui sottoposti attraverso il potere che esercita, non si commuove.

Ma se invece provassimo a leggere queste lacrime come un segno di forza, una forza che è il frutto della consapevolezza della difficoltà del momento, il frutto dell'emozione da condividere da parte di una persona che incarna in quel momento il potere datole, che così esprime, con il corpo che duole, la fatica di decidere e la evidenzia in modo da rendere vere e autentiche le sue motivazioni? Lo avrebbe fatto un uomo, nelle condizioni della ministra? Avrebbe un ministro interrotto una riunione monosessuata,
esprimendo disappunto per quella 'normale' aporia che in molte e molti abbiamo vissuto in continuazione, non al ministero ma nei luoghi 'misti' (a sinistra, specifichiamo) che abbiamo frequentato?
Certo si può fare ironia, anche malevola, per le lacrime della ministra: il potere che piange resta potente e la commozione non basta per guadagnarsi fiducia.
Però se il potere fosse usato come verbo ausiliario (questo insegna da decenni Liadia Menapace) allora sarebbe solo uno strumento per rafforzare l'azione importante: cambiare, riparare, costruire, condividere.

E ' per questo che, di fronte alle macerie generate dal ventennio berlusconiano, del quale purtroppo non solo la destra è responsabile e che non è possibile addurre a colpa solo ad un piccolo e ripugnante omuncolo e alla sua corte di uomini e donne consenzienti, le lacrime della ministra mi colpiscono e mi paiono un segno di cambiamento.
Certo, non bastano, perchè nulla può bastare, se ragioniamo in termini di immediato risarcimento.
Ma intanto queste lacrime, e la dichiarazione economica del presidente del consiglio, dicono che almeno al governo ci sono esseri umani.

Monica Lanfranco
www.monicalanfranco.it

"Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone"
Audre Lorde

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  NAPOLI, Un Totem contro la violenza sulle donne

(Per la responsabilità pubblica e diffusa verso l’eliminazione della violenza sessuata)

 Il Cartello antiviolenza delle donne Napoletane (UDI di Napoli, Arcidonna di Napoli, Associazione Maddalena, DonneSudDonne)

Le associazioni e le donne Napoletane, al contrario delle volontà espresse dalla politica tradizionale, considerano la Risoluzione 48/104 del 23 febbraio 1994 un obiettivo raggiungibile. Le donne Italiane considerano le proprie amministrazioni responsabili di fronte al Paese ed al Mondo per quanto avviene nelle case, per le strade, sui posti di lavoro, nelle scuole in violazione della convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW). Il lavoro svolta dalle associazioni, in particolare a riguardo della risoluzione citata per l’eliminazione della violenza sessuata entro il ventennio1994/2014, non estingue e non sostituisce le competenze pubbliche, che nella materia si limitano all’assenso ed in qualche caso al parziale rimborso delle spese.

La strada è lunga, a causa dell’inerzia politica, ed il tempo è poco, soprattutto per chi rischia la vita, a meno di una rinuncia in partenza che sarebbe la dichiarazione del fallimento della politica. La collocazione al fianco delle vittime, da parte degli organismi eletti dalle cittadine, è il primo passo, che richiede azioni fortemente simboliche nel mentre lo si compie. Siamo donne Napoletane in senso femminista, cioè siamo Napoletane nel momento in cui passiamo, soggiorniamo, lavoriamo nella Città. Siamo donne Napoletane e indichiamo al Consiglio ed alla giunta un atto simbolico di forte impegno

L‘installazione a Piazzale Tecchio di un TOTEM CONTRO LA VIOLENZA

che ricordi le vittime aggiornando i dati volta per volta in una scritta luminosa.

Che ricordi alla politica, anche nazionale, l’impegno assunto in sede ONU e in Europa, ed a tutti che l’umanità viene colpita nel corpo di una donna, di una bambina, di un bambino con la perpetrazione del Femminicidio, nascostamente sostenuto da tutti coloro che lo negano e lo minimizzano.

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   APPELLO PER ADAMA: UNA STORIA, MOLTE VIOLENZE

Pubblichiamo questo appello in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per adesioni scrivete a migranda2011@gmail.com

 Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.

Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.

Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.

Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppo. Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.  Noi donne non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita.

 Migranda

Associazione Trama di Terre

Per adesioni: migranda2011@gmail.com

Per informazioni e aggiornamenti: www.migranda.org

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   D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza

Comunicato Stampa - 25 Novembre 2011
Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne

Il problema della violenza di genere si presenta ancora oggi in maniera dirompente e grave, in questo momento più che mai è necessario l'impegno delle donne attraverso Reti Nazionali e Internazionali per rafforzare tutte le forze in campo, ricordando che alla base di ogni violenza di genere c'è la discriminazione, che può essere superata solo con una reale presenza delle donne nella sfera pubblica e negli ambiti decisionali, con un riequilibrio di potere in politica, nella cultura con cui si esprime la società civile, ma anche  con un  sapere giuridico più giusto.

LA VIOLENZA DEI NUMERI

APPELLO AL GOVERNO ITALIANO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MARIO MONTI,
ALLA MINISTRA DEL LAVORO CON DELEGA ALLE PARI OPPORTUNITA', ELSA FORNERO,
PER LA GIORNATA INTERNAZIONALE PER L'ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE
DONNE


A 12 anni dalla risoluzione 54/134 con cui le Nazioni Unite hanno istituito il 25 novembre come Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne invitando Governi, Istituzioni, Organizzazioni Internazionali e Ong, a concentrare la loro attività per combattere la violenza di genere, L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) associata alla Rete Europea Wave (Women against Violence Europe) e alla Rete Mondiale GNWS (Global Network of Women's Shelters), come coordinamento di 58 Centri Antiviolenza e Case delle Donne su tutto il territorio italiano,
SEGNALA AL NUOVO GOVERNO ITALIANO
- 13.696 donne vittime di violenza che nel 2010 si sono rivolte ai Centri Antiviolenza/Case delle donne aderenti a D.i.Re, di cui il 78% "nuovi casi" e il 71% di nazionalità italiana;
- di queste donne il 57% ha subito violenza fisica (calci, pugni, schiaffi, uso di coltelli, tentati omicidi), il 18% violenza sessuale
(stupri, rapporti sessuali imposti), il 63% violenza psicologica (denigrazioni, umiliazioni, minacce di violenza e/o di morte), il 32%
violenza economica (privazione o controllo del salario, impegni economici e/o legali imposti, abbandono economico) e il 13% stalking (minacce, atti persecutori);
- gli autori di questi reati sono: 64 % partner, 20% ex partner, 8% familiare, 6% conoscente, 2% estraneo;
- le violenze che si sono concluse con femicidi nel 2010 sono aumentati del 6% rispetto al 2009 e per il 96% sono avvenuti in famiglia o per mano di ex partner con moventi legati per lo più a gelosia, controllo o per mano di uomini respinti: nel 2010 le donne uccise sono state 127, e nei primi 9 mesi del 2011 erano già 92. A questo sia aggiunga che in Italia quasi 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (31,9%) ha subito nella vita almeno un tipo di violenza e tra queste quasi 700 mila avevano figli al momento del fatto (Ricerca
all'interno del Progetto Europeo Daphne III),  mentre nel mondo si stima che una donna su tre viva una forma di violenza di genere
(Report di UNWomen sulla violenza globale).

Una catastrofe a cui l'Italia non sa ancora rispondere in maniera adeguata in quanto, a fronte della  raccomandazione del Consiglio d'Europa che stabilisce che ogni Paese europeo garantisca un posto letto per ogni 10 mila abitanti, in Italia su 5.700 posti per donne in fuga dalla violenza, ve ne sono solo 500.
Di fronte a questo quadro così allarmante, l'Associazione Nazionale D.i.Re vede con preoccupazione  che un Ministero come quello delle Pari Opportunità sia stato accorpato con delega al Ministero del Lavoro, e confida che la Ministra Elsa Fornero supporti i Centri Antiviolenza Italiani, continuando a sostenere il lavoro dei Centri Antiviolenza sia a livello economico che politico, per rafforzare e ampliare il supporto dello Stato italiano alle donne che hanno subito violenza.
Infine l'Associazione Nazionale D.i.Re chiede al neo Governo di firmare la Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne,  nata a maggio a Istanbul,  che costituisce il punto più alto raggiunto in questo lunghissimo percorso di armonizzazione delle leggi, delle politiche e delle strategie di intervento, sottoscritta  già  16 paesi europei,  con l'impegno di superare la violenza di genere.
Le associate D.i.Re continueranno, come fanno da più di 20 anni, a fornire alle donne in situazione di violenze e ai loro figli/ie, il prezioso supporto professionale, ma attendono dalla politica e da tutta la società italiana un forte segnale di  assunzione di responsabilità collettiva per fermare questa inaccettabile tragedia quotidiana.

I
NFO
D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza
www.direcontrolaviolenza.it

 

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Udi di Napoli, Arcidonna Napoli, Arcilesbica, Udi di Catania.

                              LETTERA AL PRESIDENTE MONTI

16/11/11

Signor Presidente,

siamo preoccupate per le decisioni che verranno prese d’ora in poi. Abbiamo ascoltato e letto con attenzione le avare notizie di questi giorni per rintracciare i segni, invece generosi, che le donne hanno impresso all’emersione della natura della crisi che subiamo da cittadine. A ricordarle le regole chiare impresse dalla Costituzione stessa sulla rappresentanza, sono state e saranno in molte: ci sentiamo libere da questo impegno. Siamo quella parte che lei ha dichiarato di voler consultare nella fase interlocutoria, e ci ha stupite vederci rappresentate attraverso una funzionaria di Governo, ovvero la consigliera di Parità.

La pluralità delle voci del movimento delle donne ha il pieno diritto di rappresentarsi almeno quanto quella degli uomini, ampiamente rappresentata. Ci pare pertanto curiosa e volutamente riduttiva la scelta che abbiamo appreso dalla stampa. La condizione imposta alle donne in Italia ha certamente dei contorni atavici definiti, ma sui modi di superarla, e finalmente riscattare il Paese dall’essere governato dalle logiche più maschiliste d’Europa, tra il nostro movimento e le donne Istituzionali, vi sono grandi differenze. Queste circostanze da una parte coniugano la maggior gravità della crisi Italiana col più alto tasso di maschilismo, e dall’altra l’impossibilità o la non volontà delle poche donne in Parlamento con l’inerzia mostrata dal Governo. Siamo convinte che nel momento in cui i partiti più maschilisti d’Europa sono posti di fronte all’esizialità del loro modo di governare e sono costretti a ritrarsi dalle loro abituali arroganze, Lei ha l’occasione di tener conto, nel progettare le sue azioni di governo, di quel serbatoio di energie e di proposte che è il femminismo: soprattutto per quanto riguarda la lettura della realtà.

La realtà del nostro Paese è quella che viviamo ogni giorno: i tagli li abbiamo già subiti, i nostri risparmi, quelli delle nostre pensioni ci sono stati materialmente scippati dal governo, ed usati per farne sprechi. Ma non vogliamo più soffermarci su questa ben nota questione.  Ci preme, ora, affermare altro e non temiamo di non essere lette o prese in considerazione: questo sarebbe un pessimo segnale. La prima condizione per riavviare lo sviluppo è liberare noi donne come risorsa.

I più che esigui fondi coi quali abbiamo mantenuto in essere la rete antiviolenza (forse un solo giorno di funzionamento del Senato) ci sono stati ulteriormente tagliati. La volontà di imporre la violenza alle donne è stata pervicace, nella volontà politica Italiana, anche di fronte all’enorme mole dei costi che questa comporta: in giornate di lavoro perse, in costi sanitari, nella sospensione del lavoro di cura. È tale la nostra volontà di svelare l’essenza della condizione delle donne in Italia, che ci siamo decise a fare anche questo calcolo apparentemente cinico. L’inoccupazione e la sottrazione dei servizi alle cittadine, sono un vero e proprio costo aggiuntivo alla crisi che la politica accetta di pagare, la qual cosa continueremo ad avversare anche in corso del suo mandato.

Noi non siamo la famiglia, né siamo gli angeli del sacrificio, siamo la forza che ha espresso la prima vera protesta verso la corruzione e la delinquenza nel potere, siamo quelle che presidiano la terra e denunciano la politica degli sversamenti illegali, siamo quelle che difendono la spesa dal diventare spreco. Siamo una potenza: il Governo in carica prima di Lei si è affermato sulle donne; le donne ne hanno dichiarato la fine, nelle piazze e nella loro vita di tutti i giorni. Ed ancora una volta veniamo messe in secondo piano rispetto a chi ha sconsideratamente liberato la finanza dalle regole.

Signor Presidente, noi siamo la vera banca da difendere, la vera risorsa del Paese, tutti lo sanno, anche Lei.

Aspettiamo quindi di avere parola nel merito: la situazione non è tale da consentire una scelta a piacimento tra le sue interlocutrici. Consulti le donne nelle sedi proprie: le loro associazioni e i loro movimenti. Esattamente come ha fatto con le sedi politiche tradizionali, per altro messe in crisi proprio dalle cittadine. Abbiamo atteso a porle questo terreno di lavoro mentre  presenta la sua compagine, e quindi probabilmente calmati gli animi, perché fosse chiaro anche a Lei che la portata dei problemi Italiani non si estingue una parvenza di rispetto delle regole della rappresentanza femminile, ed anzi pone seri ripensamenti sulle scelte di fondo anche rispetto alla crisi.

Restiamo in attesa 

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Dialogo e integrazione tra gli obiettivi del Governo Monti.
Gli auguri di ImmigrazioneOggi al neoministro Andrea Riccardi, una delle scelte più felici del nuovo Governo.


17 novembre 2011
Grazie Presidente Monti, soprattutto a nome dei cinque milioni di stranieri che vivono in Italia, per la Sua decisione di istituire un Ministero per la cooperazione internazionale e l’integrazione e per averlo affidato ad Andrea Riccardi, la persona giusta al posto giusto, al momento giusto.
Tre anni di politiche incentrate esclusivamente sulle esigenze securitarie hanno prodotto una normativa tutta proiettata a circoscrivere l’accesso a numerosi diritti da parte degli immigrati (in tema di ricongiungimento familiare, diritti sociali, matrimonio, ecc.) ed al tempo stesso hanno ostacolato, se non del tutto impedito, qualunque proposito di adeguare la legislazione nazionale agli standard europei in materia di accesso alla cittadinanza (in particolare dei minori), per non parlare del diritto alla partecipazione alla vita politica a livello locale.
Anche se siamo perfettamente consapevoli che il conseguimento di questi due obiettivi, fondamentali per una efficace politica per l’integrazione, appartenga al Parlamento, abbiamo ora la certezza che il Governo con il suo ministro Andrea Riccardi – al quale vanno i sinceri auguri di buon lavoro da parte della Redazione di ImmigrazioneOggi – non mancherà di stimolare l’Assemblea anche su questo fronte.
(Raffaele Miele)

Da www.immigrazioneoggi.it

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 Verona, al via le Revolutions del Festival di Cinema africano

 09/11/2011

La rassegna, giunta alla XXXI edizione e che partirà l’11 novembre, avrà come tema portante le Primavere arabe e le diaspore. 30 i film in programma (24 quelli in concorso), 15 le prime visioni nazionali, 50 le proiezioni in sala. Anche quest’anno, la scelta è stata di puntare sulla voglia di trasformazione che attraversa il continente. In audio, l'intervista a Fabrizio Colombo, della direzione artistica. Non poteva avere un tema diverso la XXXI edizione del Festival di Cinema africano di Verona, che si terrà dall'11 al 20 di novembre. Il 2011 è stato un anno complesso per il Nord Africa, segnato da movimenti di rivolta importanti, le cosiddette primavere africane. L'onda rivoluzionaria è arrivata fino a noi, senza passare inosservata. Ma cosa è accaduto davvero in quelle piazze guidate dalla gioventù africana? Chi sono quelle donne e quegli uomini che hanno saputo mettere in discussione sistemi politici ed economici che sembravano intoccabili?

A mostrarlo al pubblico veronese saranno le pellicole in concorso al Festival, a parlarne invece saranno i registi, i critici e i giornalisti che da quel moto di rivolta si sono lasciati contagiare. C'è un movimento culturale che ha usato i nuovi mezzi di comunicazione e che ha saputo piegare la potenza della tecnologia digitale per diffondere un segnale importante: l'Africa dei giovani vuole essere protagonista di una storia nuova, differente.
Questi segnali il cinema delle Afriche li ha colti e saputi rivelare sul grande schermo, sovvertendo gli stereotipi, andando controcorrente e aprendosi al nuovo, a costo di rompere con la tradizione. Il Festival di Verona continua a scrutare con attenzione quel che accade nel continente e sceglie di puntare, ancora una volta, sulla voglia di trasformazione che lo attraversa e che ha già contraddistinto in passato le edizioni New Africa (2009) e Generations (2010).

Il Festival poi non dimentica il contributo della cultura che nasce grazie e attorno alla diaspora. Partendo dalla risoluzione dell'Onu che, nel 2009, ha proclamato il 2011 Anno internazionale delle persone con origini africane, la 31esima edizione del Concorso ha scelto film che affrontano il tema dell'emigrazione e ha deciso di riproporre, anche quest'anno, la sezione Viaggiatori e migranti, con la volontà di tenere accesi i riflettori sullo spirito che muove uomini e donne capaci di ridisegnare e sognare un futuro diverso per la propria terra. La Diaspora sarà un tema che uscirà dagli schermi delle sale cinematografiche per andare a incontrare, grazie a un gruppo di giovani registi africani, il pubblico del Festival.

EDIZIONE 2011. Anche quest'anno il Festival presenta numeri importanti: sono 30 i film in programma (24 quelli in concorso), 15 le prime visioni nazionali, 50 le proiezioni in sala. Una Giuria ufficiale, composta da Annabelle Alcazar (Trinidad e Tobago), Cleophas Adrien Dioma (Burkina Faso) e Giancarlo Beltrame (Italia), vedrà in anteprima i film delle 3 sezioni in concorso: PanoramAfrica (7 lungometraggi); Africa short (10 corti); Africa doc (7 documentari). Le stesse opere cinematografiche verranno visionate anche da una Giuria speciale, formata dalle ragazze e dai ragazzi dell'Associazione degli studenti africani di Verona.

Alle tre sezioni in gara se ne aggiungono altre tre, fuori competizione:

Revolutions e Diaspora, espressamente dedicata ai temi di quest'anno (tre i film in programma), in cui verranno proposti: 18 Jours (prima visione nazionale), il film di Tamantashar Yom, in cui si raccontano le giornate che sconvolsero l'Egitto lo scorso gennaio, e I nostri anni migliori, la pellicola italiana che narra, grazie all'incontro con cinque tunisini arrivati a Lampedusa, la vita sotto Ben Ali;
Viaggiatori e migranti, con i suoi 8 film, dà vita a una sezione speciale, riservata allo sguardo sull'Africa di registri italiani e africani emigrati in Europa. Viaggiatori e migranti si avvale di una giuria ad hoc, la Giuria del Cartello Nella mia città nessuno è straniero (coordinamento di oltre 50 associazioni veronesi che si propone di promuovere i valori dell'accoglienza, dell'incontro con l'altro e della valorizzazione delle diversità);
Eventi speciali cinema ha due film in programma: Africa united e The Rugged priest, Premio Verona a Zanzibar, il film di Bob Nyania - che sarà presente a Verona per la prima visione italiana della sua opera - racconta la storia del missionario americano John Anthony Kaiser, un uomo che rischia la vita per difendere i diritti della gente che incontra in Kenya.

I REGISTI. Ad aprire la XXXI edizione sarà la prima visione italiana di Black Gold, del regista nigeriano Jeta Amata. Amata fa parte del gruppo di ospiti del Festival. Quest'anno infatti ad accompagnare i film in concorso ci saranno cinque registi e due critici di cinema provenienti da diverse aree di produzione cinematografica (Nigeria, Ghana, Kenya, Burkina Faso, Algeria, Tunisia, Senegal). (Sarà possibile intervistare gli ospiti previo contatto con l'ufficio stampa).

Tanti gli eventi che accompagnano le dieci giornate del Festival:
• una mostra d'arte contemporanea, L'abito è il monaco, dell'artista camerunense Afran, in esposizione, a partire da sabato 12 novembre, presso il Museo africano di Verona;
• tre incontri con gli autori dei libri: Le voci del silenzio (Giuseppe Carrieri); Camera Africa - Classici, noir e Hollywood e la nuova generazione del cinema delle Afriche (con Fabrizio Colombo, Vanessa Lanari, Annamaria Gallone, Tahar Chikhaoui); e 500 Storie vere (Isoke Aikpitanyi);
• due tavole rotonde sui temi di REVOLUTIONS : Cinema e Diaspora africana, con giovani registi che si occupano della Diaspora africana in Italia e nel cinema (Cedric Ido e Julius Amedume)e Africa Revolutions: primavere arabe e prospettive (con Moustafa El Ayoubi, Tahar Chikhaoui, Fabio Laurenzi e Raffaello Zordan;
• un evento dedicato al calcio africano (con Darwin Pastorin, Luigi Guelta, Raffaele Tomelleri e Giancarlo Beltrame).

Come ogni anno, a movimentare il dopo-Festival ci saranno gli Afroparty, serate di musica africana.

NOVITA'. La 31esima edizione della rassegna cinematografica conferma l'attenzione verso il mondo della scuola non solo portando le ragazze e i ragazzi al cinema, ma facendo entrare il Festival negli istituti scolastici. Quest'anno, oltre alle proiezioni mattutine previste nelle due sale della città, i film in concorso (per le scuole che ne faranno richiesta) saranno disponibili per essere proiettati direttamente in Aula Magna o in spazi scolastici dotati di videoproiettore. A oggi si ha conferma della presenza di oltre 2100 spettatori (tra studenti e docenti) del mondo della scuola veronese.

Per la prima volta il Festival di Cinema africano esce da Verona per arrivare in provincia. Grazie alla collaborazione con la sala cinematografica Mignon di Cerea, si potrà proporre fuori dalle mura scaligere un festival parallelo. Una selezione di film, preparata dalla direzione artistica in collaborazione con i promotori di Cerea, vuole offrire una proposta allettante con l'auspicio di coinvolgere, non solo Cerea, ma anche i paesi limitrofi. Un tentativo che in futuro potrebbe allargarsi a varie zone della provincia veronese per far conoscere maggiormente il cinema delle Afriche.

Il programma, il catalogo del Festival sono consultabili sul sito.
(L'intervista audio è estratta dal programma radiofonico Inside, di Michela Trevisan

 fonte: Nigrizia on line

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  Messico: Lydia Cacho, giornalista e attivista dei diritti umani, in pericolo

Data di pubblicazione dell'appello: 05.07.2011

Lydia Cacho, giornalista e attivista dei diritti umani che vive a Cancún, stato del Quintana Roo, nel sud est del Messico, è stata nuovamente minacciata di morte via email e per telefono. Si teme per la sua incolumità.

Il 14 giugno Lydia Cacho ha ricevuto minacce di morte in un'email indirizzata alla Fondazione Lydia Cacho, che ha sede in Spagna. Tre giorni  dopo, ha ricevuto un'altra minaccia, questa volta al telefono, da uno sconosciuto. In entrambi i casi è stato fatto riferimento al suo lavoro come giornalista; le è stato chiesto di non parlare altrimenti sarebbe stata uccisa e chi l'ha minacciata ha sottolineato che quello era l'ultimo avvertimento. Le minacce sono state denunciate sia in Messico (presso la Dirección General de la Policía) sia in Spagna (presso la Guardia Civil).
Lydia Cacho ha iniziato a subire minacce e intimidazioni dopo la pubblicazione di un libro nel 2005, nel quale denunciava un circuito di pedopornografia, che operava nonostante politici e uomini d'affari dello stato di Quintana Roo e di Puebla ne fossero a conoscenza e, anzi, con la loro protezione. 
Dopo essere stata accusata di diffamazione e a seguito di procedimenti giudiziari irregolari, Lydia Cacho è stata arrestata, nel dicembre 2006, stata minacciata e maltrattata. Conversazioni telefoniche registrate, e successivamente pubblicate da alcuni organi di stampa, hanno dimostrato il coinvolgimento di ex funzionari governativi di alto livello dello stato di Puebla nell'arresto e nei maltrattamenti della donna. Negli anni successivi ha continuato a ricevere minacce, spesso come ritorsione al suo lavoro di giornalista e attivista dei diritti umani delle donne in una struttura di Cancún.
 
Nel 2009 la Commissione interamericana dei diritti umani ha chiesto al governo messicano di fornirle misure di protezione. Nel 2010, Lydia Cacho ha pubblicato un altro libro, portando alla luce ancora una volta la tratta di donne e ragazze e facendo i nomi delle persone presumibilmente legate a queste reti criminali.
 Lydia Cacho è stato nominata per il premio Martin Ennals 2007, che viene assegnato ai difensori dei diritti umani.
 Roberto Saviano, che è stato tra i primi ad aver aderito aderire al nostro appello, ci ha parlato di Lydia come "un esempio per chi vuole fare giornalismo. [...] una donna coraggiosa che ha sopportato prigione e tortura per aver difeso una minoranza cui nessuno prestava ascolto, per aver portato attenzione sui soprusi che le donne e i bambini sono costretti a subire in Messico e nelle aree più disagiate del mondo. Ha fatto informazione dove non ce n'era e coraggiosamente si è esposta a enormi rischi denunciando imprenditori criminali e uomini politici. L'importanza del suo atto di denuncia ha valenza universale perché ovunque lo stato è debole, ovunque c'è spazio per l'illegalità, le prime vittime sono le donne e i bambini...".

FIRMA L'APPELLO E INVIALO A QUESTO INDIRIZZO

http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/212

 

Minister of the Interior
Lic.
José Francisco Blake Mora
Secretario de Gobernación
Bucareli 99, 1er. Piso, Col. Juárez
Delegación Cuauhtemoc
México DF, CP 06600
Fax: +52 55 50933414 (a voice will ask for the extension: dial 32356)
 
Egregio ministro,
sono un simpatizzante di Amnesty International, l'Organizzazione internazionale che dal 1961 agisce in difesa dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati. Esprimo la mia preoccupazione per la vita di Lydia Cacho e chiedo che il governo messicano garantisca per la sua sicurezza. La  esorto a fornire a Lydia Cacho efficaci misure di protezione, in accordo con le sue necessità e come ordinato dalla Commissione interamericana dei diritti umani. La invito ad avviare un'indagine rapida, completa e imparziale sulle minacce anonime ricevute e a garantire che i responsabili delle minacce e delle intimidazioni contro Lydia Cacho siano portati davanti alla giustizia. 
La ringrazio per l'attenzione.

Fonte: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/5003/P/5069

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Da Nigrizia di maggio 2011: referendum 12-13 giugno, due “sì” per il diritto al futuro

Sì acqua, sì democrazia

Marco Bersani (Attac Italia – Comitato Referendario 2 SÌ per l’Acqua Bene Comune)

Una ricognizione su quali danni ha provocato in Italia la privatizzazione dell’acqua e sulle risposte messe in atto dalla cittadinanza attiva. Per arrivare alle urne con le idee chiare sull’acqua bene comune e sulla sua gestione pubblica.

Con un video-appello di p. Alex Zanotelli.

Oggi nel mondo 1,3 miliardi di persone non hanno accesso all'acqua potabile e 2,5 miliardi sono prive di servizi igienicosanitari. Secondo l'Undp, il programma Onu per lo sviluppo, nei prossimi venti anni, a causa del cambiamento climatico, agli ordinari fenomeni di migrazione si aggiungeranno 500 milioni di profughi idrici, ovvero persone che dovranno abbandonare il luogo in cui vivono perché non avranno più accesso all'acqua. Nel frattempo, nel mondo sono in corso più di 50 conflitti internazionali legati alla proprietà, alla spartizione e all'uso dell'acqua.

Basterebbero questi dati per restituire significato all'importante battaglia per l'acqua in corso sul pianeta: una vera e propria battaglia di civiltà e per il diritto al futuro di questa e delle prossime generazioni. L'acqua, bene essenziale alla vita, è oggi un bene sempre più scarso. L'aumento della popolazione mondiale, i fenomeni di urbanizzazione forzata, l'esplosione dei consumi di acqua pro capite nelle ricche nazioni industrializzate, le massicce deforestazioni in corso, i rischi climatici (in particolare per le zone umide costiere), la progressiva cementificazione dei territori, gli inquinamenti prodotti dalle attività industriali, dall'agricoltura intensiva e dai grandi agglomerati urbani, hanno reso l'approvvigionamento dell'acqua un problema drammatico per molte fasce della popolazione.

Ma è proprio il binomio essenzialità/ scarsità ad aver calamitato sull'acqua gli interessi di un modello economico e finanziario che, essendo basato sul profitto, ha visto in questo elemento la possibilità di un business garantito. Perché, se per far comprare una nuova automobile ogni due anni o un nuovo telefono cellulare ogni sei mesi sono necessarie ingenti spese di pubblicità che inducano all'acquisto, non c'è bisogno di nessuna campagna di comunicazione per convincere le persone a consumare acqua: sono semplicemente necessitate a farlo, tutti i giorni e per sempre. Quello dell'acqua può diventare, di conseguenza, un mercato che gli economisti chiamano "a domanda rigida", ovvero con garanzia permanente di profitto.

Sono queste le motivazioni che hanno avviato, negli ultimi tre decenni, una forte pressione delle grandi multinazionali e dei capitali finanziari verso politiche che, contemporaneamente, hanno visto moltiplicarsi le mobilitazioni e le rivolte popolari in difesa del diritto all'acqua, per l'affermazione dell'acqua bene comune e per la sua gestione pubblica e partecipativa.

Mercificazione

In Italia, i processi di privatizzazione sono iniziati con l'approvazione della legge n. 36/94, che, pur avendo positivamente deciso l'accorpamento delle gestioni in Ambiti territoriali ottimali, superando la frammentazione delle stesse, ha introdotto una gestione dei servizi idrici improntata a una concezione aziendalista e orientata al raggiungimento del profitto, prevedendo, tra l'altro, che l'intero costo del servizio fosse coperto dalla sola tariffa e introducendo, fra le voci di questa, anche l'adeguata remunerazione del capitale investito, ovvero la garanzia del profitto per i soggetti gestori.

Si è determinata da allora la trasformazione delle precedenti aziende municipalizzate - che per oltre 60 anni avevano gestito il servizio idrico - in società per azioni (Spa), ovvero enti di diritto privato il cui unico scopo è la produzione di dividendi per gli azionisti. Da allora la privatizzazione del servizio idrico ha iniziato la sua marcia, con gestioni totalmente privatizzate, o a capitale misto pubblico-privato collocate in Borsa, o con gestioni a totale capitale pubblico. Tutte accomunate dall'idea dell'acqua come bene economico e orientate alla mercificazione del bene comune; tutte accomunate da un consenso trasversale di gran parte delle forze politiche e legate a una sostanziale riduzione degli spazi di democrazia. Perché, con la privatizzazione del servizio idrico, non solo le popolazioni perdono tutte le possibilità di controllo del ciclo dell'acqua, ma persino gli stessi organismi elettivi come i consigli comunali vengono espropriati di tutte le decisioni, da quel momento affidate ai consigli di amministrazione delle Spa.

Comparando i dati prodotti dalla Commissione di vigilanza sulle reti idriche (organismo ministeriale) e dalla Fondazione Civicum di Mediobanca, si scopre come in 15 anni di privatizzazione del servizio idrico le tariffe siano aumentate del 60% (quattro volte l'inflazione), l'occupazione sia diminuita del 15%, gli investimenti siano crollati di due terzi, e i consumi lievitati oltre il 20%. Nonostante questo quadro, nell'attuale legislatura il governo ha tentato con l'approvazione dell'art. 15 d. l. 135/09 (cosiddetto "Decreto Ronchi"), che ha modificato l'art. 23bis della L. 133/08, la definitiva accelerazione della consegna al mercato di tutte le gestioni dei servizi idrici.

 Nel frattempo, da ormai diversi anni, in decine di territori del paese sono nate fortissime resistenze popolari alle privatizzazioni in atto: si tratta di mobilitazioni di comitati e di cittadini che hanno sperimentato gli effetti delle privatizzazioni in corso, con esponenziali aumenti delle tariffe e drastica riduzione della qualità del servizio. Nel 2006, tutte queste esperienze territoriali, assieme a molte organizzazioni associative e sindacali, hanno costituito il Forum italiano dei movimenti per l'acqua, una rete che ha permesso il confronto e lo scambio delle esperienze, l'intreccio dei saperi e l'avvio di una forte vertenza nazionale per l'affermazione dell'acqua bene comune, per la sua sottrazione al mercato e la sua restituzione alla gestione delle comunità locali consorziate. Nell'anno successivo una legge d'iniziativa popolare, con oltre 400.000 firme di cittadini, è stata consegnata al parlamento, la cui indifferenza ha mostrato, una volta di più, la separazione tra la società e le istituzioni rappresentative e il degrado progressivo della democrazia.

Reazione dal basso

È maturata allora l'idea che la cittadinanza dal basso doveva riappropriarsi del bene comune acqua e della democrazia, cercando di cambiare, con la mobilitazione sociale diffusa e reticolare, l'agenda politica del paese: quando il parlamento ha approvato il Decreto Ronchi, l'indignazione sociale ha prodotto la proposta di arrivare al referendum, con una campagna di raccolta firme straordinaria, auto-organizzata dal basso, inclusiva e orizzontale, capace di raggiungere il record di 1,4 milioni di firme in due mesi, senza contare su nessuna sponsorizzazione politica, con pochissimi soldi e nel più totale silenzio dei grandi mass media. Quella campagna è stata la più grande dimostrazione dell'esistenza di un anticorpo sociale diffuso, fatto di donne e uomini molto diversi tra loro per storia personale, appartenenza religiosa, culturale e politica, ma accomunati dal rifiuto dell'idea malsana di consegnare al mercato l'intera vita delle persone e dalla speranza di una nuova idea di democrazia e di società basata sulla riappropriazione sociale dei beni comuni.

Ed è proprio questo uno dei motivi che rende la scadenza referendaria del 12 e 13 giugno prossimi un appuntamento fondamentale. In quelle date, per la prima volta dopo decenni, le politiche liberiste possono essere sanzionate da un voto democratico dell'intero popolo italiano. Sarebbe una vittoria epocale, capace, oltre che di aprire la strada alla ripubblicizzazione dell'acqua, di rimettere in discussione un modello sociale e di sviluppo divenuto per i più insostenibile. Sono due i referendum su cui ci si dovrà pronunciare. Con il primo "sì", si abrogherà il Decreto Ronchi e si farà uscire il servizio idrico dalle logiche del mercato. Con il secondo "sì", si faranno uscire i profitti dalla gestione dell'acqua. Aprendo così la strada a un nuovo modello di pubblico, che può essere tale solo se fondato sulla partecipazione sociale dei cittadini alla gestione dell'intero ciclo dell'acqua. La vittoria dei "sì" ai referendum porrebbe il nostro paese sulla scia delle esperienze latino-americane (Bolivia, Ecuador, Uruguay), ma anche europee (Olanda, Parigi, Berlino), che hanno scelto la strada della riappropriazione dell'acqua come paradigma di un nuovo modello sociale partecipativo.

Una grande occasione per ridistribuire speranza alle persone, riaffermando l'indisponibilità dei diritti universali e la difesa dei beni comuni. Perché si scrive acqua e si legge democrazia. Perché solo la partecipazione è libertà. (27-5-2011).

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 Crisi libica: Amnesty, rispettare i diritti umani

                   di Luciano Bertozzi

Christine Weise, presidente di Amnesty International, critica la posizione dell’Italia verso le persone in fuga dal conflitto. E ribadisce la necessità di rivedere le norme sul commercio internazionale di armi. Presidente Christine Weise, l'Onu, con la risoluzione 1973, secondo alcuni giuristi, ha imposto la "No-Fly Zone" in Libia, ma non il bombardamento di città e l'uccisione di persone indifese. Anche i bombardamenti "mirati" italiani produrranno inevitabilmente vittime innocenti. La logica muscolare ha prevalso sul diritto, affermando l'idea che con le armi si possano risolvere i problemi politici. Cosa pensa al riguardo?
Amnesty International aveva proposto alla comunità internazionale di congelare il patrimonio di Gheddafi e la sua famiglia, di imporre un embargo sulle forniture di armi al governo libico e di deferire Gheddafi alla Corte penale internazionale. Abbiamo chiesto che venissero aperti corridoi umanitari per l'ingresso di aiuti e percorsi sicuri in uscita per le persone che necessitano di lasciare la Libia.
Chiediamo da settimane la solidarietà dell'Europa verso le persone in fuga dal Nord Africa, molte delle quali possono essere state oggetto di respingimenti nei mesi passati. Abbiamo invitato il governo italiano a contribuire all'evacuazione dei rifugiati intrappolati in diverse città libiche. Quando sono iniziati i bombardamenti abbiamo chiesto a tutti i governi coinvolti in queste operazioni di rispettare inderogabilmente le norme del diritto internazionale umanitario e questa è la richiesta che ora rivolgiamo anche a quello italiano. Sarebbe paradossale se, in nome della protezione dei civili, si facessero vittime civili attraverso attacchi indiscriminati o sproporzionati.

L'Italia ha riconosciuto ufficialmente il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), l'organizzazione politica dei ribelli, fra i cui leader vi sono ex esponenti di primo piano del regime di Gheddafi. Il Cnt ha reso noto che rispetterà il trattato italo-libico, che delega alla Libia la repressione dell'immigrazione. È possibile sostenere tale governo, che rischia di non garantire il rispetto delle libertà fondamentali?
La richiesta di rispettare i diritti umani vale per tutte le parti in conflitto, comprese le forze leali a Gheddafi e ovviamente i gruppi di insorti. A questi ultimi dev'essere detto in modo molto chiaro che il rispetto del diritto umanitario durante il conflitto e il rispetto dei diritti umani, in particolare qualora avranno responsabilità istituzionali nel futuro del loro paese, dev'essere una condizione irrinunciabile alla quale dovrà essere condizionato ogni appoggio ulteriore. Sarebbe un pessimo segnale se in Libia dovessero cambiare le persone al potere ma non cambiassero prassi e leggi che hanno negato al popolo libico e alle persone straniere nel paese il rispetto dei diritti umani fondamentali negli ultimi decenni.

Il Mediterraneo è pieno di navi ed aerei militari. Secondo alcune testimonianze, la Nato non sarebbe intervenuta per salvare i profughi in mare. Ma la guerra non è stata scatenata proprio per "salvare i civili"?
Non abbiamo prove certe che sia andata in questo modo e i resoconti che parlano di interventi tardivi fanno parte del materiale che i nostri esperti stanno analizzando. Non c'è dubbio che i soccorsi in mare devono essere la massima priorità.

In Italia, la guerra sembra essere stata l'occasione, sull'onda dell'emergenza, per rendere ancora più severe le norme per il contrasto all'immigrazione. Qual è la sua posizione?
La risposta che l'Italia ha dato alla crisi umanitaria nell'Africa del Nord è stata inaccettabile, una crisi a sua volta. È certo che politiche di cooperazione basate sulla negazione dei diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati abbiano fatto disapprendere all'Italia le buone prassi e le capacità di accoglienza. L'Italia, insieme agli altri paesi dell'Europa, deve contribuire ad una politica dell'immigrazione rispettosa dei diritti umani e lungimirante per quanto riguarda lo sviluppo della macroregione mediterranea.

I governi europei, nonostante abbiano sostenuto fino alla fine i regimi corrotti e liberticidi dell'Africa settentrionale, hanno dato una risposta egoista e di chiusura a quanti cercavano in Italia ed in altri paesi europei un futuro migliore. Cosa propone Amnesty per pervenire ad una politica europea sull'immigrazione basata sull'integrazione e sull'accoglienza?
Occorrono esattamente politiche di questo genere: accordi bilaterali che includano come condizione indispensabile il rispetto dei diritti umani, che investano sui diritti umani pena la fine o il mancato avvio di questi accordi. L'Europa deve cessare l'approccio basato sulla sicurezza a costo dei diritti umani e capire che solo il rispetto dei diritti umani è la condizione per una sicurezza autentica.

Le esportazioni di armi italiane in Libia, sono un esempio eclatante di politica irresponsabile; oggi addirittura i nostri militari possono essere uccisi dalle armi da noi vendute in passato. Cosa sarebbe necessario per evitare situazioni così paradossali?
Serve un trattato internazionale sul commercio delle armi, che impedisca la fornitura di armi a paesi che violano i diritti umani. Da anni Amnesty International sta promuovendo l'idea di questo trattato, bozze del quale circolano già all'interno delle Nazioni Unite. Tra qualche anno, il trattato potrebbe vedere la luce. Fino ad allora, occorre che il nostro paese riveda interamente la sua politica estera, nella parte che è stata dominata da tempo da accordi privi di riferimento al rispetto dei diritti umani e da invii di armi a paesi che quei diritti umani li violano. La Libia è un esempio perfetto di quegli accordi e di quegli invii.

Nigrizia - 27/04/2011

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   La questione politica è il desiderio maschile

                      Sandro Bellassai

Pubblicato sul "manifesto" l'8 febbraio 2011

Ogni giorno che comincia mi dico: oggi lo faranno. Poi vedo che ancora non l’hanno fatto e non riesco a farmene una ragione. Che aspetta, mi chiedo, la stampa berlusconiana a diffondere un calendario hot con succose immagini di Ruby, e delle tante altre di cui abbiamo visto i nomi e i volti sui media delle ultime settimane? Pensateci un attimo. Migliaia, forse milioni (o magari miliardi?) di uomini correrebbero in edicola: Lui avrebbe praticamente vinto le elezioni senza manco indirle.
Perché ho pochi dubbi che, dalla D’Addario in poi, una buona — anzi buonissima — parte dei maschi italiani abbia trovato interesse per la piccante faccenda anche nel rimirare per quanto è possibile le procacità delle ragazze che Lui si è portato a casa. E che, neanche tanto in fondo, questi uomini abbiano quindi pensato: beato Lui. Del resto, sono decenni che l’audience regge grazie all’esibizione di corpi femminili giovani, attraenti, svestiti e ammiccanti. Non era ancora maggiorenne? Ma, dico, l’avete vista voi com’è fatta? Diciamo la verità: davanti tutta a questa grazia di dio, a chi verrebbe in mente di controllare i documenti?
Poi rifletto e mi dico: ma certo, eccolo il perché, la stagione dei calendari è passata da tempo. Non si spiega altrimenti: all’appetitoso articolo non mancherebbe certo il target. Il target siamo noi, ovviamente. Noi maschi italiani, devoti consumatori immaginari di anatomie felliniane, concretissimi utilizzatori finali che compongono uno scenario probabile di 9 milioni di clienti di prostitute. Cittadini di uno Stato che fino all’altroieri celebrava giuridicamente il bene prezioso dell’onore, e fino a ieri considerava lo stupro un reato non contro la persona ma «contro la moralità pubblica e il buonconstume». Di un Paese in cui ogni due giorni uno di noi, uomini italiani, ammazza la compagna, la moglie, la ex. Noi maschi di un ex popolo di latin lover, di santi e navigatori che ormai da tempo assiste impotente — mai termine fu più puntuale — alla catastrofe della virilità personale e collettiva.
Lui non è altro che l’autobiografia sessuale della nazione maschile. Guardiamoci negli occhi, maschi: quanti di noi sotto sotto lo invidiano? Non avete proprio mai sentito al bar, al lavoro, in palestra, un altro uomo che lo ammettesse? Quanti, siano di destra o di sinistra poco importa, magari non vorrebbero proprio essere al suo posto, ma in fondo lo capiscono, o comunque non vedono tutto questo scandalo. Se scandalo c’è, secondo costoro viene dal fatto che la scabrosità (dettagli, conversazioni, immagini) è stata messa in piazza; e comunque, si sa, da che mondo e mondo le storie boccaccesche scandalizzano i moralisti. Gli illuminati comprensivi, fiorenti questi soprattutto nel centrosinistra, invece non moraleggiano (non adesso, almeno: non stiamo certo parlando di unioni di fatto o fecondazione assistita) e cavallerescamente evitano di affondare il colpo contro l’avversario in oscene ambasce, perché tra ufficiali — maschi — si usa così, o contro le sciagurate di manzoniana memoria, perché non siamo più nel secolo di Gertrude ma in quello modernissimo delle escort.
A me tuttavia pare che non si tratta di colpire maramaldescamente un uomo per la sua immoralità, né di sorvolare paternalisticamente sulla virtù delle donne. Da sempre, in pratica, il discorso maschile sulla prostituzione è un discorso sulle prostitute: il cliente scompare, l’uomo è come sempre invisibile, della sessualità maschile non si parla. Non ci vuole molto per vedere come l’immaginario maschile sia il grande rimosso di questa storia, e se le cose stanno così parlare di Lui, da uomini, è difficile perché significherebbe forse dover parlare anche di noi stessi. Di noi stessi in quanto esseri umani sessuati, intendo: cosa a cui non siamo molto abituati, e forse anche chi sarebbe disposto a provarci, una buona volta, esita perché non sa da che parte cominciare. Troppo forte, per provare a tenersi in un’orbita di lucida autenticità, è la doppia attrazione gravitazionale del moralismo di chi definisce Lui malato e del virilismo spavaldo chi lo chiama beato.
Ma ho l’impressione che molti uomini, o comunque molti più uomini di quanto possa apparire, potrebbero oggi voler cogliere l’occasione di questo squallore maschile per parlarne in forma né moralistica né virilistica. L’occasione, insomma, di avvicinarsi al vero nocciolo della questione (così avvicinandosi, forse, anche un po’ più a se stessi): il desiderio maschile. Che è questione politica tout court, naturalmente, e quindi può essere affrontata davvero fino in fondo in un confronto collettivo; la politica non essendo, io penso, una dimensione del cambiamento che si possa più di tanto praticare in solitudine. È anche per questo motivo, peraltro, che alcuni di noi hanno creato uno spazio politico come Maschile plurale, in cui ormai da vari anni tentiamo di confrontarci fra uomini sulle relazioni, sul potere e sul desiderio.
Quella del desiderio maschile è una dimensione politica, in quanto dimensione del potere e della libertà, che può anche risultare scomoda quando ci costringe a chiederci in che cosa siamo o ci sentiamo diversi da uomini come Lui. Che può anche apparire difficile quando proviamo a guardare in faccia le nostre contraddizioni, magari senza prendere la scorciatoia di pensarci migliori di altri. Eppure, vale la pena di credere che al di là di queste strettoie talvolta faticose potremo guadagnare all’esperienza spazi insospettati: dove, per esempio, finisca per sembrarti inconcepibile il sesso con una persona che in realtà non ti desidera affatto; dove, sempre per esempio, il proprio desiderio di uomini sia finalmente inscindibile dalla libertà delle donne.

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  Elezioni locali, il gioco delle coppie

             Franca Fossati

Pubblicato il 30 marzo 2011 su "Europa"

Ricordate il 13 febbraio e la manifestazione delle donne? Tutti, almeno nel centro sinistra e dintorni, a dirsi impressionati dalla forza, dalla compostezza, dall’ampiezza, tutti a riconoscere che le donne sono una risorsa sotto rappresentata, che bisogna far loro spazio in politica eccetera eccetera. Ebbene, aIla vigilia della presentazione delle liste per le elezioni amministrative, dove è finito tutto questo fermento?
La notizia femminile più succosa che si trova sui giornali è la candidatura a Bologna di Cinzia Cracchi, ex fidanzata dell’ex sindaco, a capo della lista civica Nettuno (Corriere della sera, 21 marzo). In una rapida ricognizione sulla rete ci si può imbattere oltre che nelle prime cittadine uscenti, in alcune candidate sindaco. A Francavilla, Grottaglie, Tagliacozzo (dove pare in campo anche una lista di sole donne, Marsicalive.it), Sessa Aurunca, Arcore. Ma nelle città più grandi si trova stancamente riaffermato il criterio del 40 per cento di donne, come da Statuto del PD. Niente di più né di meglio. Ne consegue scarso entusiasmo femminile: che senso ha stare in lista senza avere ruolo (e senza essere elette)?
A Milano però si è animato qualcosa, per iniziativa di Marina Terragni, giornalista e femminista che azzarda la proposta della “coppia politica”. Di che si tratta? Qualcuno dei maschi uscenti dovrebbe rinunciare a candidarsi, lasciare il posto a una donna politicamente a lui affine e mantenere con lei una relazione politica stretta. Per approfondire l’idea c’ è un gruppo su Facebook titolato Tavolo zero/Doppio sguardo (“zero” perchè i temi e le politiche vengono dopo aver assunto il “doppio sguardo”) dove, tra l’altro, si sostiene Arianna Censi del PD come vice sindaca di Giuliano Pisapia.
Lo stesso blog di Terragni (leiweb.it) è luogo di commento e di proposta. Ieri ad esempio veniva denunciata la “viltà” dei deputati regionali siciliani della maggioranza che hanno respinto (a scrutinio segreto!) un emendamento alla legge elettorale che avrebbe introdotto la doppia preferenza di genere.
Sul fronte del centro destra al momento nessun altro segnale significativo. Le regole generali del Pdl dicono che i candidati dovranno essere di provata rettitudine, di livello culturale medio alto, disporre di reddito proprio e non avere interessi professionali in potenziale conflitto con la pubblica amministrazione. Il 10 per cento almeno dovranno avere meno di 35 anni e il 25-30 per cento dovranno essere donne (Il Giornale, 26 marzo). Per i giovani di entrambi i sessi inoltre c’è l’obbligo di frequentare le lezioni di politica di Sandro Bondi e Mariastella Gelmini.

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  La protesta del 17 gennaio sotto l’ambasciata del Messico a Roma

                        Basta con il femminicidio in Messico  

di Donne da Sud

“Ni una mas”. Questa la scritta presente sullo striscione appeso sotto l’ambasciata messicana di Roma dal collettivo femminista Donne daSud in occasione della giornata internazionale contro i crimini di femminicidio. Un’iniziativa di protesta per chiedere di fermare la strage di donne messa in atto in Messico, in particolare nello Stato di Chihuahua. Nel 2010 sono state uccise 446 donne, 900 negli ultimi cinque anni.

18 gennaio 2011 - Donne daSud sono state ricevute dal Ministro José Luis Yunes Celis, Capo Cancelleria dell’Ambasciata Messicana a Roma e dal Primo Segretario Laura Olivia Mora Barreto, responsabile della Sezione Politica e dei Diritti Umani per l’Ambasciata del Messico. Le attiviste hanno mostrato la loro preoccupazione per quanto sta accadendo in Messico alle donne e consegnato un documento in cui si chiede di conoscere le ragioni di questi sanguinosi fatti. I funzionari hanno ringraziato la delegazione per l’interessamento dimostrato nei confronti della situazione vissuta da migliaia di donne messicane. Inoltre si sono dichiarati disponibili a fornire dati ufficiali sui femminicidi in atto, ma soprattutto hanno rivolto un appello affinché le donne di tutto il mondo non si dimentichino delle donne messicane.

L’ultima vittima in ordine di tempo è stata Susana Chávez, attivista contro i femminicidi a Ciudad Juárez, e leader del movimento “Nì una màs”, che lottava proprio contro gli omicidi femminili. Aveva 36 anni. Hanno gettato il suo corpo seminudo per strada. La testa era avvolta in un sacchetto di plastica nero. Le mancava la mano sinistra.

La situazione a Ciudad Juàrez, principale zona franca industriale messicana, in cui le donne occupano il 48,3% dei posti di lavoro disponibili, è veramente drammatica: basti pensare, infatti, che oltre agli omicidi seriali, le statistiche indicano che il 70% delle donne che vi si rivolgono per cercare aiuto sono state picchiate dai loro mariti, mentre il 30% lo sono state da qualcuno che conoscevano. In un anno sono state presentate 4540 denunce per stupro (12 al giorno) e ugualmente, le molestie sessuali e le minacce di licenziamento, da parte dei supervisori e dei proprietari delle maquiladoras, alle donne che rifiutano le avances, sono un fenomeno corrente.

Ieri [16 gennaio], per mantenere alto il livello di attenzione dei media, il collettivo Donne daSud ha messo in scena un flashmob davanti al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove sono ospitate tre mostre sul Messico. Le ragazze avevano tutte una maglietta insanguinatae tenevano alte le croci rosa con i nomi delle vittime recentemente ammazzate in Messico.

Erano li per urlare che l’assassinio di Susana Chávez si iscrive nell’ambito dei femminicidi, che Susana è morta perché donna e perché donna che ha denunciato questi crimini, Per rendere visibile lo sconcerto, l’offesa, la ferita, l’aggressione che proviamo ogni giorno davanti all’indifferenza che c’è nel mondo e in Italia al dramma delle violenze sulle donne.

Non una in più - se non ora quando?

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   LA MOBILITAZIONE

"Il 5 e il 13 in piazza per difendere la dignità" Nuovi appelli, anche dalla comunità scientifica

 

Tantissime iniziative per chiedere di voltare pagina e fermare il degrado delle istituzioni. Mentre si moltiplicano le adesioni all'appuntamento di sabato di Libertà e Giustizia. Appelli per la giornata delle donne

 

Riunioni continue, incontri preparatori, gruppi e comitati che nascono di ora in ora. Micro-iniziative in tante parti del Paese. La mobilitazione contro Silvio Berlusconi prende forma. Il calendario della protesta diventa sempre più fitto. E la partecipazione coinvolge tanti settori della società civile. Spezzoni di dissenso. Cittadini uniti dalla semplicità del messaggio che porteranno in piazza: "Adesso basta". Le donne, la comunità scientifica, gli attivisti sul web, gli italiani all'estero. L'altra Italia. Per fermare il degrado causato dal premier alle istituzioni della Repubblica. E che si mette in gioco per cambiare pagina.

3 febbraio. Un presidio autoconvocato. Per mostrare, in piazza Montecitorio a Roma, l'indignazione degli italiani. L'appuntamento è nel primo pomeriggio. E coincide con la discussione, alla Camera, della richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del presidente del Consiglio. Il gruppo promotore, gli Indignati, ha scritto una lettera da inviare ai parlamentari. Oggetto: "vi chiediamo di non essere complici". Vi si legge: "Onorevole, la sollecito a non rendersi complice dei reati di concussione e prostituzione a carico del premier. E Le chiedo quindi di votare a favore dell'autorizzazione a procedere".

4 febbraio. A Roma, presso la libreria Bibli, iniziativa delle donne dell'associazione Filomena.  Si tratta di un incontro preparatorio in vista della manifestazione del 13 febbraio. Tema: il desiderio. Per Nicoletta Dentico, presidente dell'associazione, "il desiderio è punto di partenza irrinunciabile per costruire un'Italia capace di risposta per i giovani, gli uomini e le donne. Con l'indignazione, il desiderio è la molla della mobilitazione del 13 febbraio". Ne parleranno Elisa Manna del Censis, la giornalista Alessandra di Pietro e Katia Ippaso. A Napoli, raduno dei cattolici all'esterno del Duomo.

5 febbraio. E' uno dei giorni centrali per tutta la mobilitazione. Ci si sposta a Milano, al Palasharp, dalle 15 e 30. Libertà e Giustizia darà vita a "Dimettiti. Per un Italia libera e giusta". Un incontro per dare forza ulteriore alle 100mila firme che LeG ha raccolto con l'appello "Dimissioni". Parole d'ordine: libertà, giustizia, democrazia, repubblica, uguaglianza, lavoro, Costituzione. Tante le presenze e gli interventi previsti. Da Roberto Saviano a Umberto Eco, da Gustavo Zagrebelsky a Paul Ginsborg. E nelle ultime ore è arrivata anche l'adesione del Presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Diretta su Repubblica.it e su Repubblica Tv.

6 febbraio. Tutti nella tana del Sultano. Ad Arcore. Per una manifestazione che parte dal basso, organizzata attraverso la rete. In cantiere una marcia del Popolo Viola, pacifica, per "pretendere le sue dimissioni". Sotto accusa l'immobilità del governo, l'assenza di politiche economiche e sociali proprio nel bel mezzo della crisi. Non mancheranno provocazioni simboliche. Come il lancio di mutandine ideato dal gruppo Valigia Blu.

 

12 febbraio. Sarà la giornata più rumorosa. In decine di città italiani piccoli sit-in sotto prefetture e luoghi simbolo. Per partecipare basta essere muniti di qualsiasi cosa in grado di produrre un frastuono infernale. Fischietti, percussioni, pentole. C'è che sta mettendo in piedi concerti improvvisati e chiassosi. Situazionismo allo stato puro. Dietro la macchina organizzativa c'è  la rete dei gruppi locali che fanno capo al Popolo Viola. Anche a Zurigo e in Svezia.

13 febbraio. E' la giornata delle donne. Manifestazioni e cortei. Il più atteso è quello di Roma. Si parte dalla Terrazza del Pincio alle ore 14.00 per arrivare, intorno alle ore 15.00, a Piazza del Popolo dove ci sarà il palco. Interventi di Cristina Comencini, Francesca Izzo, Lunetta Savino. Tra le ultime adesioni: Dacia Maraini, Elena Gianini Belotti, Lia Levi. Lo slogan, che ha fatto il giro dei media e della rete, è "Se non ora quando". Una protesta a trazione femminile che, naturalmente, non lascia indifferenti gli uomini. In campo anche i partiti. Pd e Italia dei valori hanno invitato i propri militanti a partecipare. Intanto Santoro, Travaglio e Barbara Spinelli 1 hanno lanciato l'appello a far confluire la manifestazione di Milano  all'esterno del Tribunale in quella promossa dalle donne.

E tra i tanti appelli, da segnalare quello lanciato da tanti esponenti della comunità scientifica italiana, "un grido di dolore e di vergogna che è nato spontaneo in molte persone che hanno a cuore la dignità personale e del nostro Paese". Ecco il testo dell'appello e le firme 2, tra le quali quella di Margherita Hack.

La Repubblica, 2 febbraio 2011

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   Una conseguenza della crisi?
              L’aumento degli aborti

 

Il Fatto quotidiano, 15-1-2011 - L'allarme parte dalla Sardegna. Tra Iglesias e Carbonia, nel 2009 ci sono state 344 interruzioni di gravidanza su 881 nascite

La crisi nemica dei bambini. Ne nascono pochi e, in proporzione, gli aborti (tra volontari e spontanei) sfiorano il 40 per cento. Com’è difficile pensare a una famiglia quando le fabbriche chiudono, l’incubo della cassa integrazione e della mobilità non dà un attimo di tregua e il futuro appare sempre più grigio. Senza prospettive. E chi una famiglia già ce l’ha non pensa certo ad allargarla. Nel Sulcis Iglesiente dilaniato dall’emergenza lavoro, un territorio con spiagge e vegetazione mozzafiato nella zona sud occidentale della Sardegna, dove gli abitanti sono circa 150 mila e l’esercito di disoccupati sfiora i 30 mila, le interruzioni di gravidanza volontarie avvengono prevalentemente per colpa della crisi.

A confermare che le drammatiche condizioni socio-economiche sono determinanti nel momento in cui una donna sceglie di compiere un passo comunque sofferto, sono i medici del reparto Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Santa Barbara di Iglesias (città capoluogo insieme a Carbonia), unico nel territorio a praticare l’aborto volontario sulla base della legge 194.
“In effetti è così – ammette il primario Giuseppe Santeufemia – non è più come succedeva trent’anni fa, quando l’aborto veniva considerato quasi un’alternativa alla contraccezione. A indicare che la relazione con la situazione di crisi è forte sono le stesse donne quando vengono da noi, ma ce lo dicono anche i dati Istat, dai quali si evince la correlazione tra emergenza economica delle regioni del sud Italia e il tasso di abortività”.
Avere un figlio, in certe situazioni, viene considerato un lusso che non ci si può permettere. Troppo rischioso pensare a una maternità quando l’incertezza la fa da padrona e, se ci si trova davanti a una gravidanza non programmata, il probabile lieto evento non è più tale. I dati sono eloquenti. Nel 2009, a livello provinciale, il numero complessivo di nascite (nei distretti ospedalieri di Iglesias e Carbonia) è stato pari a 881. Gli aborti sono stati, complessivamente, 344. Un tasso di abortività complessivo, rispetto alle nascite, pari al 39,05 per cento.

Con un altro parametro di riferimento, ovvero il numero di donne in età fertile (dai 15 ai 48 anni), l’indice è invece del 10,4 per mille e quello delle nascite risulta del 26 per mille. I dati del 2010 non sono meno confortanti, seppure in questo caso siano parziali e comprendano solo il distretto di Iglesias. Su 362 nascite gli aborti sono stati 147, di cui 50 interruzioni volontarie. Altro dato importante è quello dell’età, generalmente superiore ai 30 anni. Nel Sulcis, sinora, non sono state praticate interruzioni di gravidanza con il metodo farmacologico (la più nota Ru486). Tutte, dopo avere letto e firmato il consenso informato, hanno scelto il metodo chirurgico.
Osservando i dati, emerge con chiarezza anche il numero elevato degli aborti spontanei che per i medici potrebbero essere legati a una questione ambientale. “Abbiamo sicuramente anche un tasso di aborti spontanei elevato – dice il primario Santeufemia –, il che la dice lunga sulla situazione, perché verosimilmente il fenomeno è legato alle problematiche ambientali”. Il condizionale è d’obbligo, dal momento in cui non esistono (come pure per molte patologie ricorrenti nel territorio) dati scientifici che possano confermare quelli che sono ora  sospetti. Non a caso lo stesso Santeufemia evidenzia la necessità di compiere accertamenti e studi in grado di confermare, o smentire, quelli che per ora sono sospetti. “Sta agli enti competenti agire di conseguenza, promuovendo uno studio epidemiologico per fare emergere con certezza se esiste una correlazione tra aborti spontanei e inquinamento ambientale”.

di Cinzia Simbula

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Auto, carne, energia
L'inquinamento è maschio

Studio svedese raffronta i consumi e le abitudini di uomini e donne. Dallo scarso uso dei trasporti pubblici alle predilezioni alimentari, fino all'attitudine al fumo e all'alcol, emerge una netta differenza di impatto ambientale tra i due sessi.

La Repubblica, 14 gennaio 2011, dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

BERLINO - La differenza tra i sessi non si misura soltanto con l'aggressività maschile, di solito superiore a quella femminile, ma nel rapporto ben diverso di uomini e donne con l'ambiente. Sono i maschi, almeno in Europa, i veri nemici dell'equilibrio ecologico. Lo afferma almeno uno studio effettuato dalla Defence Research Agency svedese, e pubblicato dalla rivista Energy Policy. Studio compiuto da due donne, Riitta Raty e Annika Carlsson-Kanyama, secondo cui per le loro abitudini alimentari, di uso dell'auto o di viaggio in genere, e di consumi gli uomini causano molto più delle donne un'alta produzione di emissioni. Soprattutto a causa della smodata passione per le automobili e il maggior consumo di carne, abitudini che sembrano accomunarli in tutto il Vecchio continente, dalla Scandinavia al Mediterraneo. In Svezia, che  di solito è considerata all'avanguardia nelle pari opportunità, nella coscienza ecologica e in ogni indice di qualità della vita, gli uomini non sono così attenti alla natura come le loro concittadine: rispetto a loro consumano in media il 22 per cento in più.
In generale, il documento sottolinea che le donne in media spendono più energia per abbigliamento, igiene, salute, beni per la casa o cibo. Gli uomini invece sono grandi spreconi quanto a dispendio energetico per il maggior consumo di carne, per i trasporti, e per la produzione di alcol e tabacco causata dalla loro alta domanda. Norvegesi e tedeschi consumano nei trasporti tra il 70 e l'80 per cento di energia rispetto alle donne, gli svedesi il 100 per cento, i greci addirittura il 350 per cento in più. Le informazioni possono essere di grande interesse per promuovere modelli di consumo più efficienti, afferma Annika Carlsson-Kanyama: "Le politiche ambientali dovrebbero cominciare a distinguere tra i due sessi, e in particolare nel settore dei trasporti le campagne per la moderazione nell'uso dell'auto privata e per la priorità ai mezzi pubblici dovrebbero essere più mirate sugli uomini per dimostrarsi più efficaci". Più mirate, come la pubblicità che ammicca spesso ai maschi suggerendo l'acquisto di un'auto veloce e potente o di una sigaretta da veri uomini forti. Insomma, le donne hanno spesso un modello di vita e di consumi più 'dolce' e sostenibile. A modo loro sono più preparate al futuro.

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    Una ragazza albanese risponde a Berlusconi

Egregio Signor Presidente del Consiglio,

le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."

Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate.  A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi.  Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.

Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel 'puttana' sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.

Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo.

E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente:  alle battute rispondo, non le ingoio. In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo.

In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

* Elvira Dones, scrittrice-giornalista.

Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e inglesi all'Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice.

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  LA PARITÀ DEI SESSI È UNA FARSA

         LUISA MURARO

Fino a ieri dicevo: la parità fra i sessi è un miraggio. Adesso comincio a pensare che sia una farsa. Bisogna credere e far credere che, se le donne non occupano gli stessi posti degli uomini, non hanno le stesse cariche, non scelgono gli stessi mestieri, non mirano agli stessi traguardi, questa sarebbe la prova provata di una discriminazione ai danni delle donne. Dirsi semplicemente che le donne, forse, non vogliono perché, forse, hanno altre priorità, è un'ipotesi così azzardata che nessuna politica di professione osa formularla. Qualche sociologa sì, ma cautamente. Perciò, con la più grande serietà del mondo, si pubblicano statistiche da cui risulta che, quantoa condizione femminile, l'Italia è più arretrata del Vietnam e del Ruanda. Ma perché una simile farsa? La risposta che mi si presenta è semplicemente questa: bisogna continuare a far finta che le donne siano inferiori agli uomini. Non più per natura, come si diceva una volta, ma per discriminazione. È tempo di smetterla con questa commedia pseudofemminista. Cominceremmo così a guadagnare tempo per affrontare i problemi reali che si pongono. Uno è quello dell'attaccamento maschile al potere. Non il fatto della mancata spartizione del potere, fifty/fifty, fra uomini e donne, ma l'attaccamento che gli uomini hanno al potere è il vero problema. Occorre dirlo? Gli eletti che siedono nel nostro parlamento sono i vincitori di una gara in cui masse di maschi si mobilitano, intrigano e premono: inevitabile che le femmine, poche in partenza e meno motivate, risultino tanto meno numerose. Se fosse un vizio morale, potremmo cercare i modi di correggerlo, così come si è corretta l'avarizia o la gola. Ma l'attaccamento maschile al potere è una questione d'identità. Lo veicolano i modelli correnti della virilità. (...) «L'arroganza con la quale il discendente delle scimmie si è messo a capo del mondo e ha impresso alla maggioranza delle cose il timbro della sua natura, deve riempire di sdegno», ha scritto una pensatrice viennese che Nietzsche prese a detestare perché lei aveva smesso di dargli ragione. Questa pensatrice, Helene von Druskowitz, fu chiusa in manicomio, ma oggi c'è chi le darebbe ragione, anche fra gli uomini. Qualcosa sta cambiando. Oggi l'antropologia parla di una debolezza costituiva del maschile, che fino a ieri si è nutrita di presunta superiorità sul femminile e sulle donne. Oggi vi sono uomini che promuovono una presa di coscienza della differenza maschile non più complice dei modelli patriarcali di virilità. Ne parla un libro uscito da poco, Essere maschi. Tra potere e libertà di Stefano Ciccone (Rosenberg e Sellier, 2009). Ma la farsa continua e mette in circolazione rappresentazioni diminuitee caotiche delle donne. (...) Per finirla, bisogna sgombrare il campo dai discorsi della parità per fare posto a un franco riconoscimento dell'eccellenza femminile. Dico eccellenza, non superiorità, e penso specialmente al rapporto con il potere e con i soldi, che sono il suo mezzo principale. La maggioranza di noi non li mette davanti alle relazioni, agli affetti e all'amore. Anche qui, non mi pronuncio sulla natura di questa eccellenza, la constato. E la dichiaro, come ho detto, perché finisca una finzione, quella delle donne sempre vittime d'ingiustizia e sempre in cerca di parità con gli uomini, finzione di cui è diventato evidente che fa da alibi. A che cosa e a chi, oggi? La risposta a questa domanda è lunga e io mi limito ai sommi capi. C'è un bisogno identitario maschile di superiorità, non più confessabile ma tenace. C'è, per le donne, la rendita del vittimismo. C'è una politica paternalistica di sinistra che non si rinnova. C'è la fatica della presa di coscienza che la realtà storica di oggi richiede agli uomini, come mostra bene il libro Essere maschi. C' è la comodità femminile (in questa faccenda le donne hanno un posto non trascurabile) di fare una politica complementare a quella degli uomini: l' Europa è una miniera di posti e di soldi per donne che fanno la politica paritaria. Ma c' è dell' altro ancora. La storia si è sviluppata in una singolare forma capovolta, che fa delle donne il secondo sesso e il sesso debole. Simili capovolgimenti non sono rari nella realtà umana, che è impastata nel linguaggio, cioè nell'arbitrario, pensate solo a certe figure retoriche per cui si dice meno per dire di più. In questa rappresentazione capovolta, l' uomo di sesso maschile viene prima in ogni senso della parola, anche biologico. Ed è una rappresentazione che da Aristotele è andata avanti arrivando fino a Il secondo sesso (1949) di Simone de Beauvoir. Arriva fino a lì e lì finisce: in ciò è la difficoltà di questo grande e ambiguo libro, un Giano bifronte. De Beauvoir ha detto: donne si diventa, non si nasce, in accordo non deliberato con la teoria aristotelica della differenza sessuale. È vero il contrario, invece, con ogni evidenza per noi: donne si nasce, perché nasciamo tutti da donna, e uomini si diventa. A quale esigenza profonda obbedisce il primato rivendicato dal sesso maschile che ai nostri giorni alimenta la farsa della parità fra i sessi? Devo dire che si ha un sacrosanto timore a mettere mano su quello che potrebbe essere il sottosuolo del precario equilibrio del sesso maschile. Ma non occorre spingersi a quelle profondità, non con un discorso pubblico. Ed è di questo che stiamo trattando, della vita pubblica e specialmente della politica, di cui è urgente modificare le forme, come molti ormai ammettono. Un criterio per questo cambiamento è che vita pubblica e vita politica siano praticabili con agio da donne e non esigano che mettiamo al secondo posto le nostre priorità. Il massimo dell'autorità con il minimo di potere, è una formula da noi escogitata per regolarci nelle situazioni di disparità: ecco un altro criterio per restituire la politica al suo compito, che vi abbia corso autorità femminile. Come arrivarci? Con le donne. Il principio di uguaglianza è irrinunciabile ma oggi domanda di essere interpretato dalla consapevolezza condivisa della eccellenza femminile. Perciò invito donne e uomini a renderle testimonianza così che possiamo renderla operante nella vita pubblica. Mi ha incoraggiata a fare questo passo una notizia apparsa recentemente sui giornali. La notizia parla di una mobilitazione internazionale, che ha preso le mosse dalla Fondazione Rita Levi Montalcini, perché il premio Nobel della pace sia assegnato, l' anno prossimo, alle donne africane. "Nobel Peace Prize for African women" è il nome della campagna. Il futuro della Terra è nelle loro mani, dicono insieme ad altre cose molto giuste. Ebbene, in questa singolare proposta si affaccia una verità vicina ad essere detta, quella di una eccellenza femminile che ha contribuito fin qui, in maniera decisiva, a custodire la vita sulla terra e della Terra. Che si tratti dell'Africa nera, anche questo è significativo, poiché qui, dicono, si sono trovati i resti della prima donna, Lucy, da cui discenderebbe l'intera umanità.

Repubblica - 19 Marzo 2010

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   Ipazia, quando talebani erano i cristiani

        di Silvia Ronchey

E’ un tempo, il nostro, di crististi e teocon, in cui agli opposti estremismi si sono sostituiti, o sommati, gli opposti spiritualismi. L’onda d’urto della caduta del muro di Berlino ha provocato, negli orfani delle ideologie, un fall out di conversioni alla confortante forza dell’autoritarismo ecclesiale. C’era urgente bisogno che la laicità si procurasse un simbolo: un’icona degli ideali di tolleranza, di non faziosità, di rifiuto delle fedi e delle ideologie pervasive.

L’ha trovato in un’eroina di quindici secoli fa: la filosofa Ipazia, matematica e astronoma, cattedratica nell’antica accademia platonica di Alessandria, massacrata dal fanatismo della prima Chiesa cristiana, celebrata in un crescendo di libri, biografie, spettacoli. E tuttavia la sua storia, narrata dallo spagnolo Alejandro Almenábar in un film campione d’incassi, Agorà, rischiava di non essere mai visibile in Italia, Stato laico sulla carta ma ancora e sempre condizionato dall’esistenza al suo interno di quello della Chiesa. Nell’autunno scorso, un appello per la sua distribuzione aveva raccolto molte firme, a riprova che l’opportunismo non è un fenomeno di massa e che la maturità politica dei cittadini, non solo laici ma anche cattolici, è maggiore di quella di chi gestisce il potere, in questo caso culturale.

Fatto sta che il veto, pur non esplicito, è caduto, e il film uscirà il 23 aprile. Per l’imbarazzo della Chiesa, che vi vedrà un proprio vescovo, e in seguito santo, Cirillo di Alessandria, presentato come un fanatico terrorista, un violento e un assassino, e i propri adepti non dissimili ma anzi volutamente assimilati agli integralisti islamici: nei tratti stereotipi, nei comportamenti, nei discorsi e perfino nell’accento. Un geniale rovesciamento: i primi cristiani equiparati alle fasce estreme di quell’Islam che l’odierna propaganda cristiana avversa estendendo alla religione stessa l’accusa di «intrinseca malvagità».

In effetti, quando nel 392 Teodosio emanò una legge speciale contro i culti pagani nel tollerante Egitto, i quadri dirigenti del Cristianesimo, divenuto religione di Stato, intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella capitale della cultura ellenica dov’era nata e insegnava Ipazia. All’origine dell’ostilità di Cirillo era, più che la misoginia o l’odio confessionale, l’invidia - specifica il bizantino Suidas - per la sua influenza politica. Era una partita a tre quella che si giocava per il potere ad Alessandria tra l’antica élite pagana, stretta alla rappresentanza del governo imperiale, i dirigenti cristiani che volevano soppiantarla e la comunità giudaica, prima lobby dominante, ora gruppo di pressione rivale. Il primo atto dell’episcopato di Cirillo fu il pogrom antiebraico, che precederà l’attacco all’establishment pagano, incarnato in Ipazia.

Contro il doppio obiettivo, Cirillo aveva strumentalizzato le frange intolleranti del deserto di Nitria, «cui si dava nome di monaci ma che tali in realtà non erano», scrive Eunapio, bensì fanatici miliziani «che apertamente compivano e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili». Questi talebani che avevano già distrutto e saccheggiato il Serapeo vent’anni prima, sotto Teofilo, zio e predecessore di Cirillo, sono gli stessi che tenderanno un agguato al corteo di Ipazia e la trucideranno «spogliandola delle vesti, facendola a brandelli con cocci aguzzi e spargendo per la città i pezzi del suo corpo brutalizzato», secondo lo storico cristiano Socrate; «incuranti della vendetta divina e umana», aggiunge il pagano Damascio.

La rappresentazione della violenza fondamentalista dei parabalani cristiani del futuro monofisita Cirillo è il punto di forza del film. Il suo maggiore merito è quello di far riflettere sulla vocazione estremista e sugli eccessi della Chiesa alle origini del suo potere, riaccendendo un dibattito diffuso nei secoli in cui un’intellettualità ecclesiastica esisteva e discuteva. Perché nell’immensa fortuna storica e letteraria della vicenda di Ipazia, cavallo di battaglia dell’anticlericalismo illuminista da Voltaire a Gibbon, ha avuto un ruolo più che ampio la cultura ecclesiastica, anche ma non solo riformata: se il primo editore delle fonti sul suo assassinio fu il protestante Wolf e il suo più appassionato difensore l’anglicano Kingsley, è stata quasi tutta cattolica la rievocazione letteraria di Ipazia, dalla torinese Diodata Saluzzo Roero a Leconte de Lisle, da Péguy a Luzi.

In campo erudito, con la rilevante eccezione del giansenista Tillemont, prudente e giustificatorio, l’ala modernista del cattolicesimo ha analizzato spregiudicatamente le cause politiche del misfatto di Cirillo. E ha anche chiarito la reale personalità di Ipazia. Il suo profilo e il suo sacrificio, così importanti nella storia della politica e del pensiero, nel film sono accattivanti ma troppo semplificati, fino a essere tacciabili di quello stesso ideologismo di cui la figura dell’antica filosofa dovrebbe essere la negazione. Se vogliamo davvero renderle omaggio, invece, non dobbiamo perdere l’occasione di leggere la sua storia in modo non settario, ma autenticamente laico.

La Stampa - 4 aprile 2010

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  TOKEN SHOW

Pubblicato il 10 Gennaio 2010 da donnedellarealta

di Chiara Volpato

Annozero, giovedì 7 gennaio 2010.  In studio, intorno a Santoro cinque uomini (Castelli, Mentana, Travaglio, Vauro, Vendola) e una donna (Alba Parietti). Una perfetta situazione di  tokenism. Quando due gruppi sono fortemente asimmetrici nei rapporti di potere, scegliere un rappresentante del gruppo debole e farlo sedere tra gli eletti serve a mostrare apertura mentale, paternalistica disponibilità verso l’altro, ma soprattutto serve a lasciare inalterato lo status quo. Il prescelto diventa un token, illusorio simbolo di una possibile ascesa sociale, mero specchietto per le allodole. Il token/alibi ha una funzione precisa: salvaguardare lo stato di cose esistenti togliendo forza alle voci di protesta: non è vero che nei talk show le donne non hanno voce, sono rappresentate da Alba Parietti.

Come questa rappresentante sia scelta, quanto spazio le si dia, quali capacità abbia di interloquire con i signori esperti, poco importa. L’importante è che ci sia e che non si possa criticare quindi l’assenza di una voce femminile.

La situazione verificatasi giovedì scorso ad Annozero è solo l’ultima di una lunga serie. Da sempre i salotti dell’intrattenimento e della politica brillano per misoginia e sessismo.

Le vette, irraggiungibili, di Porta a Porta pongono tale programma fuori classifica. La concezione della donna che traspare dalla scelta dei temi, dal linguaggio usato, dalle inquadrature delle gentili ospiti hanno da tempo lasciato noi, donne della realtà, senza fiato. L’unica scelta possibile è stata smettere di guardare il talk show; ne ha guadagnato la qualità delle nostre vite. Ingenuamente speravamo che altri programmi mostrassero maggiore sensibilità e attenzione. E’ così che siamo incappate in una serie di delusioni, culminata, giovedì scorso, nel token Parietti.

Abbiamo allora pensato che qualcosa bisogna pur dire, a costo di ripetere cose che suonano scontate, ma che evidentemente non sono state assimilate dai signori dell’etere.

Come accennato, Annozero non è stata l’unica delusione. Ricordiamo una trasmissione de l’Infedele, in maggio, quando stava scoppiando il caso delle veline candidate. Lerner, a cui va riconosciuta una maggiore attenzione per le presenze femminili, aveva in quell’occasione invitato alcune donne: Ventura, la politologa di Farefuturo, che per prima aveva denunciato la scorrettezza delle candidature, Zanardo, autrice de Il corpo delle donne, potente denuncia dell’oggettivazione del corpo femminile da parte dei media, e due donne di spettacolo (anche se una ormai a pieno titolo transitata in politica): Carlucci e Parietti (sempre lei!). Di quella trasmissione, ricordiamo soprattutto la diversa distribuzione dei tempi degli interventi; ricordiamo di aver aspettato a lungo un intervento di chi aveva qualcosa da dire (Ventura e Zanardo), mentre la gran parte dello spazio veniva occupato dalle due replicanti, una in quota alla destra, una in quota alla sinistra, (Carlucci e Parietti), che riuscivano nell’impresa di litigare in diretta, con le tipiche modalità della politica maschile. Lo facevano però a labbra rifatte, dando modo alle telecamere di indulgere a lungo sul particolare.

Già che ci siamo e che abbiamo deciso di farci dei nemici, accenniamo, en passant, a Che tempo che fa. Ci proponiamo per l’anno nuovo di tener conto di quante donne vengono invitate rispetto agli uomini e di chiedere a Fazio, per la prossima edizione, di prendere un annunciatore uomo al posto di Felipa e una giornalista donna al posto di Gramellini. Gli standard sono gli stessi: giovane, carino, sbarazzino nel primo caso; competente, non conformista, dotata di spessore morale nel secondo.

Perché queste trasmissioni ci sembrano esemplari?

Perché riassumono come vengono trattate le donne nei talk show. In quei salotti, le poche volte che si interpella una donna, le inquadrature indulgono sui particolari fisici, si fanno domande su temi privati, si concedono tempi brevi per rispondere (anche quando ha idee da vendere, come è successo a Michela Marzano, sempre all’Infedele), le interruzioni si sprecano soprattutto quando mostra di avere qualcosa da dire (chiedete a Concita De Gregorio a proposito dei suoi interventi a Ballarò e Annozero). La situazione precipita quando la donna invitata non risponde al canone imperante (bellezza appariscente e incompetenza), esprime un suo pensiero, interloquisce con cognizione di causa e senza farsi intimidire. L’esempio, scontato, è dato dagli appellativi che Berlusconi (“più bella che intelligente”) e Castelli (“zitella petulante”) hanno rivolto a Rosy Bindi durante una puntata di Porta a Porta. Anche in quell’occasione Bindi era l’unica donna presente; osava però sfidare la sua posizione di token criticando ad alta voce le esternazioni del premier, che rimproverava il presidente Napolitano per non averlo “raccomandato” ai giudici della Corte Costituzionale. Gli uomini (Vespa, Alfano, Castelli, Casini, Barenghi) ascoltavano in rispettoso silenzio. Col suo intervento, Bindi esibiva due qualità inaspettate e fastidiose in una donna: coraggio e competenza. Come da manuale, proprio queste qualità hanno innescato l’aggressività del premier gentiluomo.

Noi, donne della realtà, chiediamo allora maggiore attenzione ai conduttori dei programmi di intrattenimento politico. Non sappiamo perché sia così ristretta la rosa delle donne che interpellano e perché siano spesso così bassi i criteri di merito per essere interpellate (anche se quest’ultimo, a dire il vero, è un problema che riguarda uomini e donne allo stesso modo). Certo che se si vogliono trovare interlocutrici nei palazzi della politica, la rosa è veramente ristretta dati i bassi numeri delle parlamentari italiane. Ma se si intende uscire dai palazzi, perché ignorare le donne della realtà e inseguire solo le donne dello spettacolo? La prossima volta che Santoro non sa chi chiamare, possiamo fornirgli nomi e numeri di telefono di donne competenti, informate, in grado di formulare pensieri divergenti e di suggerire soluzioni inattese. La mia dentista, per esempio, saprebbe sicuramente rivolgere domande imbarazzanti ai politici. Ma forse è proprio quello che si vuole evitare…

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Dal rinvio a giudizio con Mister B. alla prescrizione l'avventuroso processo all'avvocato Mills

          Repubblica, 25 febbraio 2010 -

ROMA - Il processo a David Mills, arrivato alla Cassazione, è nato dalle testimonianze che l'avvocato inglese, già consulente del gruppo Fininvest, ha reso in due processi. Il legale è  arrivato al Palazzo di Giustizia di Milano la prima volta nel novembre 1997 e poi nel gennaio 1998. E' stato testimone in due processi a carico del Cavaliere. Il primo per le tangenti pagate dal suo gruppo alla Guardia di Finanza, il secondo per i fondi neri e le tangenti pagate tramite la All Iberian, società estera della Fininvest (anche se Berlusconi, a lungo, ha negato di conoscerne l'esistenza).
Nel 2004 il commercialista inglese di Mills scoprì 600mila dollari sul conto del suo cliente. E scrisse al fisco. L'indagine delle autorità di Londra, con i documenti tradotti, vennero mandati a Milano. Mills, interrogato, disse di aver ricevuto quei soldi da Carlo Bernasconi, nel 1999 (allora top manager di Fininvest, nel frattempo deceduto), e che poteva considerarli un regalo. Perché, furono le parole di Mills al suo commercialista in aula a Milano aveva fatto delle curve pericolose per tenere Mister B. fuori da un sacco di guai che gli sarebbero ricaduti addosso se solo avesse detto tutto quello che sapeva. Mills, insomma, è accusato di aver preso i soldi per aver mentito ai processi (soldi ricevuti dopo aver reso le testimonianze) e Berlusconi di aver corrotto un teste. Ecco le tappe principali del processo.
30 ottobre 2006. Berlusconi e Mills sono rinviati a giudizio per corruzione in atti giudiziari.
30 gennaio 2007. Fallisce il primo tentativo di fermare il processo: la Cassazione respinge la ricusazione di Fabio Paparella, il giudice che ha deciso il rinvio a giudizio. Il processo comincerà il 13 marzo 2007.
18 gennaio 2008. Il tribunale accoglie la richiesta del pm Fabio De Pasquale di correggere l'accusa: la corruzione non si sarebbe consumata il 2 febbraio 1998, ma il 29 febbraio 2000. In pratica, la prescrizione slitta dal 2008 al 2010.
7 marzo 2008. Il tribunale accoglie la richiesta della difesa di Berlusconi di sospendere il processo in occasione della campagna elettorale per le elezioni del 9-10 aprile.
8 maggio 2008. Berlusconi torna presidente del Consiglio.
17 giugno 2008. La difesa di Berlusconi ricusa la presidente del collegio giudicante, Nicoletta Gandus, perché avrebbe manifestato "grave inimicizia" verso l'imputato.
26 giugno 2008. Il Consiglio dei ministri approva il "lodo Alfano", che sospende i processi alle alte cariche dello Stato.
17 luglio 2008. Respinta l'istanza di ricusazione contro la presidente Gandus.
22 luglio 2008. Il lodo Alfano è approvato definitivamente. Il giorno seguente, la legge è promulgata dal capo dello Stato.
4 ottobre 2008. Il processo a Berlusconi è sospeso, in base alla legge Alfano, ma prosegue per Mills.
17 febbraio 2009. Mills è condannato a 4 anni e 6 mesi; per i giudici, è stato corrotto da Berlusconi.
7 ottobre 2009. La Corte costituzionale giudica illegittima la legge Alfano; il processo a Berlusconi dovrà riprendere.
27 ottobre 2009. Respinto l'appello di Mills, resta la condanna a 4 anni e 6 mesi.
4 dicembre 2009. Riprende il processo a Berlusconi; il tribunale riconosce il legittimo impedimento di Berlusconi per partecipare al Consiglio dei ministri, ma non per l'inaugurazione di un cantiere a Reggio Calabria.
25 febbraio 2010. La Cassazione decide sul ricorso di Mills: il reato è prescritto, pur confermando la colpevolezza dell'imputato.

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Amy Winehouse

Dopo qualche settimana di riposo, di sole mare e vento sono ancor più convinta dell’importanza fondamentale di liberare l’energia dei nostri corpi.

Corpi liberati in grado di far scaturire cambiamenti, non i poveri corpi burattini televisivi.

Corpi dimenticati dalla politica e dagli intellettuali e quindi lasciati totalmente in balia di tristi personaggi dello spettacolo a cui abbiamo concesso il monopolio della rappresentazione del corpo, che è diventata quel povero avanspettacolo che conosciamo.

Riprendiamoci i corpi e l’energia che ne deriva. Con il corpo compiamo le azioni tra le più belle della nostra vita: balliamo (voi ballate?), facciamo l’amore, ci abbracciamo, corriamo, facciamo sport, ci accarezziamo, ci tocchiamo l’un l’altro. E noi donne è con il corpo che facciamo figli.

Corpo rivoluzionario: almeno una volta nella vita l’abbiamo provato? Quella sensazione di potenza, di pienezza che sale e che ci riempie e che vuole poi trovare uno sbocco fisico, che sia un gesto, uno scatto in avanti, un grido. O, quando siamo avanti nel percorso di vita, corpo che diventa un tramite verso una dimensione alta.

Ritorniamo alla nostra vita di tutti i giorni portando con noi i nostri corpi e la possibilità di ribellione in essi compressa.

A capoA capo“Fango” titolava ieri l’Unità e la scritta campeggiava sull’immagine dell’Italia immersa in una fanghiglia viscida, a simboleggiare quanto stiamo vivendo negli ultimi mesi e che verosimilmente continuerà nei prossimi.

Nel fango si può lentamente scomparire, se il nostro corpo non è allenato a resistere, a reagire.

Non facciamoci sommergere dal lerciume politico, non facciamoci rubare progetti e sogni.

Voi che ci leggete e avete 20 anni o forse meno: la vita è piena di opportunità e di bellezza, distogliete gli occhi dal fango che vi circonda, fate un balzo in avanti, distaccate le iene che vi vogliono bloccare.

Voi che ci leggete e siete educatori,

Voi che ci leggete e siete genitori, parlate con i vostri figli, con i vostri allievi, e dite loro con convinzione, che il cambiamento a volte è lì dietro l’angolo e le occasioni per gioire esistono, bisogna volerle ma ancor più costruirle… e avere forza, tempra e coraggio per resistere al lerciume, ma ce la si può fare.

Il corpo come arma di sopravvivenza. Teniamolo vivo

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  Gira in Rete una lettera divertente e significativa

         di F.P.B.

Salve, sono un cittadino dell'Italianistan.

Vivo a Milano Due , in un palazzo costruito dal Presidente del Consiglio e lavoro a Milano in una azienda di cui è grande azionista il Presidente del Consiglio. Anche l'assicurazione dell'auto con cui mi reco a lavoro è del Presidente del Consiglio, così come del Presidente del Consiglio è l'assicurazione che gestisce la mia previdenza integrativa.
Mi fermo tutte le mattine a comprare il giornale, di cui è proprietario il Presidente del Consiglio. Quando devo andare in banca, vado in quella del Presidente del Consiglio. Al pomeriggio, esco dal lavoro e vado a far spesa in un ipermercato del Presidente del Consiglio, dove compro prodotti realizzati da aziende partecipate dal Presidente del Consiglio.
Alla sera, se decido di andare al cinema, vado in una sala del circuito di proprietà del Presidente del Consiglio e guardo un film prodotto e distribuito da una società del Presidente del Consiglio (questi film godono anche di finanziamenti pubblici elargiti dal governo presieduto dal Presidente del Consiglio).
Se invece la sera rimango a casa, spesso guardo la TV del Presidente del Consiglio con decoder prodotto da società del Presidente del Consiglio, dove i film realizzati da società del Presidente del Consiglio sono continuamente interrotti da spot realizzati dall'agenzia pubblicitaria del Presidente del Consiglio. Soprattutto guardo i risultati delle partite, perché faccio il tifo per la squadra di cui il Presidente del Consiglio è proprietario.
Quando non guardo la TV del Presidente del Consiglio, guardo la RAI, i cui dirigenti sono stati nominati dai parlamentari che il Presidente del Consiglio ha fatto eleggere.
Allora mi stufo e vado a navigare un po' in internet, con provider del Presidente del Consiglio. Se però non ho proprio voglia di TV o di navigare in internet, leggo un libro, la cui casa editrice è di proprietà del Presidente del Consiglio.
Naturalmente, come in tutti i paesi democratici e liberali, anche in Italianistan è il Presidente del Consiglio che predispone le leggi che vengono approvate da un Parlamento dove molti dei deputati della sua maggioranza sono dipendenti ed avvocati suoi, cioè sempre... del Presidente del Consiglio
... che governa nel mio esclusivo interesse..... per fortuna

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