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MOVIMENTI CONTRO LA GUERRA > Seminario a Napoli del 15 giugno 2002: 1. La Convenzione contro le guerre; 2. M. L. Nolli 3. M. G. Campari; 4. C. Pappalardo; 5. Donne in nero NA; 6. A. M. Di Stefano; 7. M. Lanfranco

 

Satira araba. Titolo: "BOMBA INTELLIGENTE"

"Alzi la mano chi si chiama Bin Laden"

 

"Le guerre della globalizzazione: un’ altra Europa è possibile" 

Seminario organizzato dal "Coordinamento napoletano donne contro le guerre e gli

 

embarghi " e dalla "Convenzione permanente delle donne contro le guerre"

 

Napoli, 15 giugno 2002 ore 9-17

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Pubblichiamo, man mano che pervengono alla redazione dell'Antro della Sibilla , sia i Materiali presenti nella cartellina che le Relazioni prodotte durante la giornata di lavoro del Seminario Nazionale "Le guerre della globalizzazione: un'altra Europa è possibile" del 15 giugno. Per il Programma della giornata clicca qui

 

 

FUORI LA GUERRA DALLA STORIA, FUORI L'EUROPA DALLA GUERRA

Convenzione permanente delle donne contro le guerre

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     La Convenzione permanente delle donne contro le guerre lancia una campagna politica, deliberata nel corso della sua terza assemblea nazionale, tenutasi a Lodi il 18 novembre 2001. La meta che si vuole raggiungere con molte differenziate iniziative e con motivazioni molteplici è la seguente: che l'Europa si costituisca come continente neutrale e non allineato e collocato fuori da qualsiasi alleanza militare; che questo, il rispetto  dei diritti umani, sociali e politici, la parità di diritti tra uomini e donne, tra nativi e/o immigrati/e siano le condizioni per entrare in Europa allargandone i confini politici alla sua piena espressione geografica, e non  secondo i parametri di Maastricht.

Le argomentazioni che vengono avanzate a sostegno della proposta sopracitata sono: una storica, una politica, una di attualità.

L'argomentazione  storica parte dalla considerazione che lo spazio geopolitico chiamato Europa è stato nel corso dei secoli di gran lunga il più aggressivo, espansivo e militarista dell'intero pianeta e che non si può iniziare una storia d'Europa politica oggi senza fare i conti con quel passato per giudicarlo criticamente e prenderne le distanze. Non si tratta, cioè, soltanto di rendere tecnicamente impossibile la guerra tra gli ex stati nazionali che via via entrano nelle istituzioni europee, ma anche di far agire internazionalmente tale vincolo. Perciò l'Europa deve costituirsi come continente neutrale e dare il via ad una nuova storia, nel corso della quale potrà fare riferimento e giocare il suo ricco patrimonio di istituzioni politiche, culturali e giuridiche a vantaggio proprio e di altri popoli.

L'argomentazione  politica parte dalla considerazione che la questione militare per l'enormità delle risorse che brucia si presenta oggi in Europa come pericolosa per la sopravvivenza e il ristabilimento delle forme di stato sociale che furono una delle caratteristiche migliori della storia del continente, oggi di fatto distrutte a vantaggio di forme di sicurezza sociale o di stato assistenziale, tipico delle tradizioni USA. I quali si dimostrano incapaci di vincere la povertà e l'emarginazione e intervengono solo sintomaticamente sulle ingiustizie sociali in quanto pericolose per la sicurezza. In più le donne hanno un vantaggio diretto dalla ricostituzione di uno stato sociale, che offre loro occupazione prediletta e servizi che ne accompagnano la libertà dall'obbligo di erogarli gratuitamente e senza adeguata formazione professionale a domicilio, con grande fatica, con esclusione di fatto dalla partecipazione sociale, politica ed economica o attraverso lo sfruttamento di donne emigrate da altri paesi.

L'argomentazione di  attualità parte dalla considerazione che la guerra in Afghanistan ha messo a nudo le contraddizioni che si aprono sulla politica militare in Europa oggi: il primo tentativo fu quello di rilanciare la NATO e invocare l'art. 5 del Trattato per coinvolgere tutti gli stati firmatari e avere perciò una qualche parte nella direzione della guerra; tale tentativo fu ben presto surclassato dalla soverchiante potenza USA che si è posta come diretta gestrice della guerra, chiedendo a tutti gli altri stati di costituirsi in alleanza al suo fianco, per prima la Gran Bretagna,  poi  Francia  e Germania, da ultima l'Italia, ma soprattutto Pakistan, stati arabi o islamici, Cina, Russia, con uno stravolgimento di fatto delle relazioni internazionali fondate ormai sulla reciproca "tolleranza" della violazione dei diritti (libertà di violarli alla Cina e apertura del suo immenso mercato al WTO, libertà alla Russia di fare quel che vuole della Cecenia e quasi permesso a Bush di preparare lo scudo spaziale; la Turchia può massacrare a volontà). Di fronte a questi fatti, tutti in violazione - sarà sempre bene ripeterlo - della Costituzione italiana che rifiuta la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e della Carta delle Nazioni Unite che definisce la guerra, dopo l'atomica, sempre "un crimine", alcuni in Europa cercano di rilanciare la Nato, altri si collocano come stati nazionali direttamente in contatto con l'USA e di fatto distruggono quel poco di Europa che è stato costituito, altri ancora (Solana) lanciano l'Armata europea, cioè un esercito proprio.

     La convenzione rifiuta la guerra e intende allontanarla dalla storia futura e dispiegare invece - in funzione preventiva - politiche di pace e di azione nonviolenta, di diplomazia popolare e di riforma delle Nazioni Unite.

     Questo passaggio alla Convenzione pare molto importante, quando l'Europa si sarà pienamente costituita il suo accesso alle N.U., è ovvio: proponiamo che al posto degli stati nazionali europei che oggi fanno parte come membri permanenti del Consiglio di sicurezza entri l'Europa alla condizione di una riforma dell'intero Consiglio di sicurezza (a rotazione), del rilancio dell'Assemblea generale, della presenza di istanze non statuali. E che il diritto di veto sia tolto ai membri vincitori della seconda guerra mondiale e sia attribuito - secondo la ratio che ne consigliò l'istituzione presso il Senato romano - a favore dei popoli sfavoriti, impoveriti, di minore estensione territoriale, minore accesso alle risorse, ecc.; nel Senato romano, infatti, il diritto di veto non apparteneva ai consoli, cioè al potere esecutivo, bensì ai tribuni della plebe, che potevano bloccare una legge che reputassero nociva agli interessi dei plebei che essi rappresentavano: il Senato era obbligato a ridiscutere la legge tenendo conto delle osservazioni dei tribuni. Si pensi alla politica del WTO giudicata dai popoli poveri o della politica di globalizzazione monetaria, economica, giudicata dalle aree escluse, dal genere impoverito, e così via.

     A questo punto l'Europa può proporsi in quanto continente neutrale e fuori da ogni alleanza militare come sede delle magistrature e dei tribunali internazionali per i crimini di guerra, contro l'umanità, ecc. La Convenzione propone, dunque, di mettere a contrasto con i citati contraddittori orientamenti - tutti tendenti comunque a considerare l'uso della guerra pienamente legittimo, anzi permanente, anzi unico o principale sostegno dell'economia derivata dal modello di sviluppo neocapitalistico, senza alcuna considerazione dei processi di impoverimento vertiginoso che ricadono sulle popolazioni e su interi paesi del sud del mondo- una campagna per la costruzione di un'Europa neutrale e non allineata. 

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Il rapporto con le istituzioni e i poteri locali

 Maria Luisa  Nolli

Coordinamento napoletano Donne contro le guerre e gli embarghi

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Il Coordinamento donne contro le guerre e gli embarghi di Napoli nasce all’indomani dell’11

 settembre, quando alcune di noi - donne con storie e percorsi diversi - avvertirono

 l’esigenza di ritrovarsi insieme ancora una volta, alcune dopo anni di assenza dalla politica,

 per elaborare insieme i nostri pensieri e il nostro disagio interiore, ma in più la nostra

 angoscia per quella che sentivamo sarebbe stata inevitabilmente la risposta del potere

 maschile ad un altro atto tutto maschile di violenza spropositata: la guerra.

Una nuova guerra, come sempre contro una popolazione inerme - e quando diciamo

 popolazione inerme, noi lo sappiamo bene, diciamo sempre in primo luogo donne e bambini,

 un atto mai giustificabile ma questa volta ancor più drammatico perché la voce quasi

 unanime dei mass-media e delle istituzioni politiche erano riuscite a giustificarlo e a farlo

 passare come “logica” risposta ad un altro atto terribile come l’attentato alle Twin Towers.

 Eppure noi sentivamo che tante altre donne la pensavano come noi e che era necessario

 costituire un coordinamento di donne su questa questione che dicesse una parola di genere

 su questi temi, una parola che non poteva essere confusa con un generico pacifismo, che

 esprimesse l’estraneità di tutte noi a questa logica che oltretutto utilizzava il burqua, ovvero

 l’oppressione più odiosa delle donne da parte di un sistema patriarcale, per legittimare la

 risposta militare - quintessenza della cultura patriarcale - come strumento di liberazione. Ci

 parve che il modo e la specificità del nostro stare insieme fosse perciò proprio la lotta nei

 confronti di ogni forma di patriarcato e di oppressione laddove essa si manifesti, in maniera

 evidente o in maniera più subdola, colpendo innanzitutto le donne come anello più debole,

 anche per spezzare la catena di relazioni e di solidarietà che le donne da sempre sanno

 tessere e mantenere in vita spesso a dispetto di condizioni di vita le più difficili.

     Perciò la vicenda di Safiya ci ha coinvolte tutte profondamente, spingendoci a cercare le forme di lotta e le parole d’ordine che fossero solo nostre, rifiutando di aderire semplicemente a reti precostituite che confondevano spesso una donna, una persona vittima con il suo corpo e a causa del suo corpo di una violenza feroce, ma perfettamente funzionale ad una logica patriarcale e integralista, con un generico caso di violazione dei diritti umani. Ed è stato proprio nel corso di questa lotta che ci siamo realmente costituite e ci siamo affermate come soggetto politico nella nostra città. Abbiamo scelto di non aderire alla fiaccolata di “tutti” a Roma sotto l’Ambasciata nigeriana, abbiamo scelto di essere presenti noi, da sole all’inizio, poi sempre più numerose nella nostra città, sotto il simbolo della nostra città: il palazzo comunale per chiedere ai cittadini di firmare un appello al Presidente della Nigeria con i nostri contenuti, usando le pietre, simbolo fisico della violenza che si stava per commettere, per sottolineare rumorosamente la nostra solidarietà ma anche la nostra partecipazione alla sofferenza di quella specifica donna. E abbiamo scelto perciò anche come interlocutrice un’istituzione, il Comune appunto, retta  peraltro da una donna, che abbiamo coinvolto e incalzato chiedendo e ottenendo la cittadinanza onoraria per Safiya, proprio per sottolineare il fatto che Safiya è una di noi e che chiunque a qualunque latitudine eserciti una violenza su una donna, in nome di qualunque integralismo, la esercita anche su tutte noi. Si è riproposto in questo modo, attraverso la pratica politica stessa che abbiamo scelto, l’annosa questione che ha sempre attraversato il movimento delle donne, del rapporto con le istituzioni, da quelle più lontane da noi, come il Parlamento nazionale o europeo, o addirittura l’ONU, a quelle più vicine a noi come i poteri locali.

     Già negli anni 80, in un convegno tenutosi proprio qui a Napoli, il movimento delle donne si interrogava su questo rapporto che comunque già allora appariva non eludibile se volevamo non solo rivendicare delle risposte concrete alle nostre lotte e alla richiesta di un modo diverso di vivere e di progettare il territorio, ma gestire anche le nostre vittorie, come nel caso dell’aborto solo per fare un esempio. Già allora emergeva il problema che questo rapporto potesse implicare un processo di delega, soprattutto alle donne elette presenti nelle istituzioni, con tutti i rischi delle delusioni che ne derivavano e che furono anche alla base per tante di noi del famoso “riflusso”. Oggi il problema di cercare un nuovo e più elevato livello di rapporto con le istituzioni è apparso a noi ancora più urgente ed ha aperto ancora una volta al nostro interno grosse contraddizioni che abbiamo dovuto affrontare e che stiamo affrontando e su questo chiediamo una riflessione a tutte le donne presenti stamattina e a tutte le realtà che esse rappresentano.

     Uno dei problemi davanti al quale ci siamo trovate è stato per esempio quello di essere un movimento in cui convergono donne con le loro identità diverse e con le loro contraddizioni interne, prima fra tutte quella di essere a loro volta dentro un movimento e dentro i partiti o dentro le istituzioni. La soluzione ci è parsa quella di chiedere ad ognuna di noi di portare all’interno del coordinamento solo la propria identità di donna e non la propria appartenenza ad istituzioni maschili, spesso controparti del nostro discorso, come nel caso della guerra in Afghanistan. Certamente non ci dobbiamo nascondere che questo ha aperto delle lacerazioni al nostro interno e qualcuna si è sentita ingiustamente esclusa ma ci è sembrato un passaggio inevitabile per crescere come movimento ed eliminare almeno quelle contraddizioni più evidenti che emergono proprio quando la lotta impatta le istituzioni e la loro logica  dell’emergenza.

     Un altro problema, più difficile da affrontare, è quello di “consegnare” le nostre vittorie o addirittura a volte i nostri contenuti alle istituzioni per esserne poi espropriati o per vederli svuotati del loro senso profondo, quando non addirittura stravolti. Penso alle leggi del precedente Parlamento sull’istituzione delle donne soldato, sulle pari opportunità, sulle quote o, per fare un esempio a noi più vicino, alla proposta del Comune di Napoli di costituire una Casa delle Religioni. Ma questo meccanismo non scatta solo nei confronti delle istituzioni politiche, ma anche nel caso di altri movimenti: dai NO GLOBAL ai movimenti sindacali, dove i nostri sforzi di elaborare un nuovo sapere e nuove forme di lotta vengono annullati e scompaiono in un movimento indistinto che a volte se ne impossessa - come nel caso dell’esperienza dei gruppi di interposizione in Palestina - a volte li ignora; in entrambi i casi li stravolge. Un corteo pacifista aperto da persone "vestite da kamikaze" non può certamente rappresentare per noi un luogo in cui possiamo sentirci parte attiva ed è frustrante per quante da anni si spendono in una rete di relazioni per costruire pace e dialogo tra le donne di diverse culture.

     Per questo oggi ci poniamo, con più urgenza di ieri - in un quadro politico interno e internazionale profondamente mutato e peggiorato per le spinte continue in direzione della diffusione della paura e della chiusura nei confronti dell’altro e con il pericolo quindi dell’acquiescente accettazione di ogni restringimento delle libertà personali (oggi la libertà della donna di decidere sull’embrione, cioè sul proprio corpo, domani le impronte digitali per tutti i cittadini e chissà che altro) - il problema di cercare una nuova strategia per esserci con le nostre parole, con i nostri contenuti, con quella che un tempo si chiamava la nostra specificità, e di essere visibili per ridare la parola a noi donne, a tutte le donne che ancora vogliono costruire un mondo diverso. Questa strategia la dobbiamo e la vogliamo costruire soltanto insieme, partendo, come è sempre stato nella nostra pratica, da noi, dalle nostre storie, individuali e collettive, spesso affrontando il problema del non sapere dove andiamo. Ma l’esperienza anche di questi ultimi mesi ci dimostra che la nostra forza sta anche nella nostra imprevedibilità. Spesso può essere proprio questa imprevedibilità - qualcuno forse userebbe il termine creatività - che sorprende le istituzioni e può scardinare gli schieramenti dati.

     Il problema di essere più visibili è oggi un problema di sopravvivenza per noi e permea profondamente il nostro rapporto con le istituzioni. Ma le nostre risposte devono andare nella direzione appunto della ricerca di nuove strategie; paradossalmente può essere a volte più utile e persino più visibile andare in 10 con le pietre sotto il nostro Comune che partecipare in migliaia al corteo di milioni di persone a Roma contro l’abrogazione dell’art. 18. So che questo modo di procedere e di porsi può sembrare poco realistico e a volte utopistico, ma il movimento delle donne in fondo nasce per portare avanti un’utopia e l’utopia si sa può essere anche un’arma pericolosa ma spesso necessaria per chi non ha potere e per chi al potere maschile - quello basato sulle guerre globali appunto - non aspira.  

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Afghanistan, 14 novembre 2001. Il regime dei talebani è finito.

 

Il doppio triangolo delle Bermuda

Maria Grazia Campari

 !

      Il tema di fondo di questa Convenzione contro le guerre sollecita a me, giurista, un quesito: nell'ordine attuale, che è un ordine guerresco egemonizzato dall'Occidente, saprà il diritto salvarci dall'arroganza dei potenti? E poi, esiste un diritto dotato di effettività, effettivamente capace di generare diritti, ad esempio, diritti umani, validi per tutti, diritti-scudo contro la prepotenza di chi ha il potere; sono veramente tali quelli che vengono formalisticamente invocati e si trovano catalogati nella Dichiarazione Universale del 1948? Il tema è grave e l'esito incerto.

     Dall'anno 1999 siamo ininterrottamente scosse da venti di guerra che risentiamo maggiormente perché le azioni implicano il nostro paese e implicano, inoltre, non marginalmente, la ripetuta violazione della nostra Costituzione, ciò che avviene sotto l'egida dei "diritti umani" che si mostrano, così, come un sistema di garanzie reso strumento per dare legittimazione ad interventi di forza. Un interventismo mirato, condotto dalle potenze occidentali sotto l'egida dell'impero globale statunitense. Ha quindi corso un'interpretazione totalitaria dei diritti umani, vero campo di azione dell'autoproclamatosi impero del bene, che ne curerà l'effettività, d'intesa con i suoi famuli, ovunque gli paia conveniente, tanto che non vi sono né luoghi né individui sull'intero pianeta che non ne siano soggetti, quale campo d'azione.

Ciò che significa spostare il discorso dal piano del diritto al piano della forza, dall'imperio della regola giuridica al dominio della potenza. L'occasione è propizia per interrogarci sul genere del diritto di cui stiamo parlando. La situazione suggerisce, come vedremo, qualcosa di particolare all'esperienza umana femminile e induce a considerare la qualità dei nostri diritti sotto il profilo dell'unilateralità dell'ordine cui ineriscono.

    Il mondo appare sconvolto da tempeste che mi appaiono come un doppio triangolo delle Bermuda, incardinato su una base di diritti umani violati o cancellati; un doppio triangolo che minaccia seriamente di inghiottire ogni acquisizione di civiltà. Un vertice del doppio triangolo è costituito dal tribunale militare planetario e dal diritto penale speciale statunitense, riservato ai soli sudditi "extra moenia" dell'impero, cioè a tutti noi. L'altro vertice è formato dalle intercettazioni di massa, prive di qualsiasi garanzia e in violazione del diritto alla privacy, persino quello riconosciuto ai difensori degli imputati, se sospetti di reati "contro la sicurezza". Il terzo vertice è costituito dal silenzio planetario del cosiddetto quarto potere, un silenzio che si estende dalle stragi di civili implicati collateralmente in operazioni belliche, al computo dei voti in Florida, utili alla scalata al vertice mondiale dell'ultimo imperatore in carica. Un silenzio che ricopre e ottunde le residue capacità critiche dei sudditi dell'impero e rappresenta un'ingiustificabile abdicazione al diritto/dovere di controllo democratico sulle azioni dei potenti.

     Last but not least, il quarto vertice del doppio triangolo è formato dall' infinita (perdurante) violazione dei diritti alla vita, alla libertà, alla partecipazione politica e sociale delle donne per la cui (asserita) difesa si sono mosse le guerre infinite di fine/inizio millennio. La base che regge i vertici del doppio triangolo è formata, come abbiamo detto, dalla perdurante incertezza e dalla rinnovata compromissione dei diritti della persona e fra essi, in particolare, quelli femminili, l'habeas corpus delle donne. Il senso complessivo della bufera planetaria è la messa a repentaglio della democrazia liberale attraverso la distruzione dei suoi valori fondanti e la programmatica cancellazione delle basilari garanzie riconosciute dagli ordinamenti giuridici occidentali, operata dagli Stati Uniti d'America con l'avvallo dei paesi satelliti.

     Si può, quindi, vedere come il fenomeno presenti notevoli assonanze sotto il profilo dell'unilateralità di interpretazione e di realizzazione dei diritti, con l'esperienza quotidiana delle donne, governata dall'ordine socio simbolico capitalistico-patriarcale che produce una guerra quotidiana (a bassa intensità?) dei forti contro i deboli e che per le donne prevede la realtà di un dominio, variamente graduato, attraverso il controllo coercitivo sul corpo, la negazione dello spazio pubblico e il confinamento nel privato, al servizio della famiglia governata dal maschio, la violenza di rapporti quotidiani sopraffattori. Questo è un dato intrinseco all'assetto che ci regge, fondato com'è sull'obliterazione dell'altro, sulla negazione della relazione fra soggetti dotati di pari dignità, per valorizzare il soggetto unico, in relazione mercificata con l'oggetto, la merce acquisibile sul mercato.

     L'unilateralità di cui si diceva, è un connotato segnante di questo mondo, fatto di replicanti dell'uno. Quanto agli esiti dell'unilateralità, sovrasta, ai miei occhi, per gravità la compromissione dell'autonomia e autodeterminazione delle donne, la negazione dei loro diritti della personalità (la base del doppio triangolo delle tempeste, appunto) operata con l'art. 1 della legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita, in discussione alla Camera dei Deputati, che riconosce il concepito come persona, titolare di diritti, in significativa consonanza con la proposta di modifica dell'art. 1 del Codice Civile che intende retrodatare al concepimento la capacità giuridica che l'attuale formulazione pone al momento della nascita.

I diritti del concepito, in ovvia contrapposizione con quelli della madre (altrimenti perché statuirne l'esistenza?) implicano il disegno di ridurre, concettualmente, fino all'inesistenza libertà e autonomia decisionale delle donne sul proprio corpo. Non è solo compromessa la legge che ammette l'aborto, molto di più e molto più in profondità viene compromesso. Tiene il campo e prevale la tendenza ad oggettivare l'altro che, percepibile negli atti quotidiani di disvalore, esita, poi, in provvedimenti istituzionali formali (le leggi anticostituzionali, per l'appunto).

     Si verifica una discrasia fra affermazioni egualitarie (persino l'efferato art. 1 delle legge su PMA la contiene) e gesti quotidiani di svalutazione dell'altra, concettualizzata come oggetto dotato di funzioni particolari che le vengono attribuite dal soggetto dominante, introiettato come unico. Questo è il clima sociale che rende socialmente accettata come possibile una certa dose di violenza (di variabile intensità) contro l'altra; che rende, di conseguenza, una possibilità istituzionale onnipresente la violazione dei suoi diritti della personalità.

Prende vigore il diritto della famiglia patriarcale, che subordina la donna alle esigenze maschili; esso emerge nell'ordinamento costituzionale che lo ha inglobato e, affiorando dalle crepe, detta regole valide per tutta la collettività. Queste regole implicano per le donne una costante rapina di soggettività, che rappresenta la guerra quotidiana, premessa alla guerra infinita. Questa mi pare la radice della questione.

     Potrà l'Europa essere diversa e salvarsi/salvarci? Secondo me, solo con un completo rovesciamento del senso comune imperante. Non a caso, leggendo la Carta di Nizza abbiamo notato che "non c'è pace fra i diritti". Il bandolo della matassa mi sembra risiedere nella scelta di porre un argine robusto all'eteronomia, che esclude dal potere di dare regole alla società uno dei due soggetti che la abitano. Secondo me, è il soggetto femminile quello che oggi può andare alla radice delle cose e mostrare, partendo dalla propria esperienza di vita, la natura intima distruttiva del sistema capitalistico/patriarcale, svelare la sessuazione maschile dell'impero globale in cui viviamo, che si è costruito e si regge sull'allontanamento e la negazione dell'altra, la prima extracomunitaria rispetto alla comunità maschile dei commerci e della politica. Sembra, allora, necessario agganciare la lotta contro le guerre missilistiche e nucleari alla lotta contro la guerra quotidiana economico sociale, per l'eguaglianza dei diritti.

     La via da percorrere potrebbe essere quella di creare un intreccio. Coltivare una crescita soggettiva autocoscienziale per tentare di affermare una soggettività complessa che si costruisce su esperienze differenziate e sa praticare azioni per la modificazione dell'assetto attuale, escludente dei diritti umani. Ad esempio, potremmo rivendicare, come europei, il rispetto dei diritti umani, dell'habeas corpus, del principio di non discriminazione quali principi minimi portati dalla Carta, contro la militarizzazione e le guerre. Allo stesso modo, potremmo rivendicare, sempre in base alla Carta, un diritto europeo di ingerenza per assicurare vita e libertà a donne e uomini di Palestina, Israele, Afghanistan, dell'area Mediterranea e del vicino Oriente.

Un'attività, anzi, un attivismo in tal senso potrebbe essere la nostra pretesa nei confronti delle istituzioni europee e, in particolare, dei nostri rappresentanti parlamentari. Occorrerebbe un controllo acuto e un'incessante opera d'informazione e di pressione. Occorrerebbe sapersi organizzare. Infatti, vi è una precisazione da fare: una modificazione e un miglioramento del potere decisionale può essere conseguita solo se la questione verrà trattata come compito la cui realizzazione riguarda tutti, donne e uomini. Solo un'impresa collettiva potrà proporsi di dare vita ad una politica relazionale che valorizzi i soggetti, contrastando l'oggettivizzazione e la mercificazione degli esseri umani, base di tutti i triangoli delle Bermuda.  

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La satira degli arabi. Titolo:"DIALOGO"

 

Proposta  per la costituzione dell'Unità di crisi "Safiya e le altre"

Arcidonna - Napoli

di Clara Pappalardo

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Premessa

In tutto il mondo si moltiplicano ad un ritmo allarmante le violenze contro le donne

In molti paesi vige un'interpretazione integralista della legge coranica fortemente penalizzante nei confronti dei soggetti femminili. In ambito occidentale la barbara pratica della tratta continua a ridurre in schiavitù migliaia di donne. In alcuni contesti di conflitti etnici alle comunità viene impedito l'uso della lingua materna sostituita dalla lingua del popolo dominante: un divieto che condanna al silenzio soprattutto le donne, essendo le meno alfabetizzate, e che le priva della dignità culturale in quanto depositarie della trasmissione della lingua identitaria. Infinite sono le forme di violenza tuttora perpetrate sul corpo e sulla psiche femminile in ogni parte del mondo, dallo stupro come arma di sopraffazione e umiliazione da parte del potere, ai rigidi codici di comportamento come strumento del controllo sociale sulla sessualità e sulla capacità procreativa delle donne.  Ultimamente c'è stata una forte mobilitazione internazionale per fronteggiare casi particolarmente drammatici come quello di Safiya, ma a tutt'oggi manca un intervento complessivo e coordinato che superi il livello di episodicità e metta in atto iniziative incisive, in grado di far fronte alle continue emergenze. Il più delle volte gravi violazioni dei diritti delle donne, in assenza di una struttura di osservazione e di coordinamento, non riescono nemmeno a raggiungere l'opinione pubblica.

In quest'ottica si propone di istituire l'Unità di crisi "Safiya e le altre". Questa è una prima  bozza elaborata dall'Arcidonna  di Napoli.

Finalità

Intervenire in tutte le situazioni in cui è presente un reale pericolo per integrità fisica e psichica della donna.

Sede

L'Unità di crisi ha sede in una struttura del Comune di Napoli. Quando si costituirà la Casa Internazionale della donna, avrà sede al suo interno.

Compiti operativi

L'Unità di crisi ha i seguenti compiti:

  • realizzare e tenere aggiornato un archivio e una banca dati, da acquisire anche attraverso reti telematiche, sui casi di violazione dei diritti e, prioritariamente, dell'integrità fisica delle donne;

  • tenere relazioni costanti con organismi istituzionali nazionali ed internazionali costituiti per la promozione delle Pari Opportunità e per la difesa dei Diritti umani:

  • interagire con le Associazioni e Organizzazioni non governative, particolarmente con quelle femminili, che nei singoli paesi operano nel campo della prevenzione e della difesa di diritti universalmente riconosciuti a partire dalla Piattaforma di Pechino (1995) e quella di New York (2000); 

  • programmare e mettere in atto iniziative e campagne di sensibilizzazione volte ad assicurare il ristabilimento delle condizioni di diritto nei casi in cui vengono minacciate o apertamente disapplicate.

Organi di gestione

  1. Comitato Direttivo composto da: una funzionaria del Comune con comprovata esperienza nel campo ; una delegata del sindaco del Comune di Napoli, una rappresentante per ciascuna associazione femminile iscritta all'Albo Regionale e che preveda nello Statuto obiettivi affini alla finalità dell'Unità di crisi. Il Comitato Direttivo, che elegge al suo interno una Presidente con funzioni di coordinamento, ha compiti di gestione politico-organizzativa. Si riunisce almeno una volta al mese deliberando a maggioranza dei presenti il programma e le azioni d'intervento. Il Comitato dura in carica tre anni. Al termine di ogni anno sociale la Presidente presenta una relazione sull'attività svolta che verrà sottoposta all'approvazione del Comitato ed inviata al Sindaco e all'Assessore competente.
  2. Comitato esecutivo composto da: una funzionaria amministrativa  del Comune indicata dal Dirigente del Dipartimento preposto, tre rappresentanti delle Associazioni elette in seno al Comitato Direttivo, tra le quali la Presidente. Il Comitato Esecutivo dà esecuzione alle deliberazioni del Comitato Direttivo e ha compiti di gestione economica e amministrativa. Il Comitato Esecutivo si rinnova nella componente elettiva ogni tre anni. Al termine di ogni anno sociale la funzionaria amministrativa presenta un bilancio consuntivo e preventivo che, previa approvazione del Comitato Esecutivo,viene inviato al Dirigente del Dipartimento.

Attrezzatura e budget

L'Unità di crisi sarà dotata di arredamento funzionale, un computer con collegamento internet, una linea telefonica, e-mail, materiale idoneo all'archiviazione e alla duplicazione di documentazione cartacea, audiovisiva. Avrà a disposizione un congruo budget annuale per spese di gestione, di viaggio e di ospitalità.  

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Conflitto israeliano-palestinese. Ceck point di Qalandia

 

 

Dal silenzio alla parola: l’espressione delle donne contro le guerre

 

"Lasciate che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!"

Le donne in nero, Napoli

 

!

 

     Noi sappiamo che due popoli POSSONO vivere su questa terra.

     Noi sappiamo che i nostri bambini meritano una vita dignitosa e di pace. Non vogliamo che i

nostri figli siano uccisi né che ci siano degli assassini. Dobbiamo fermare questa follia;

dobbiamo fermare l'uso della forza bruta. Fate parlare le donne, fate agire le donne.

     Lasciate che le donne palestinesi e israeliane indichino la strada. Sono state le donne di Israele che hanno fatto cambiare l'opinione pubblica sulla terribile e insensata guerra del Libano. E le donne palestinesi sono state abbastanza coraggiose da intraprendere iniziative di pace congiunta con Israele. Noi, le donne, possiamo trovare una fine per questo ciclo di violenze. Lasciate che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!

     Gli uomini ci dicono di non aver paura; ci dicono di esser forti. Noi abbiamo paura e vogliamo che anche loro ne abbiano. Non vogliamo esser "forti". Noi vogliamo che loro pensino di essere forti abbastanza per  fare sparire l'altra nazione o per precipitarla in umiliazioni e sconfitte. Noi vogliamo che tutti e ciascuno abbiano il diritto di vivere in pace e con dignità.

     Vogliamo condividere le risorse di questa terra: la sua acqua, i suoi vini, i suoi Luoghi Santi. Gerusalemme può essere condivisa; l'intera area può essere condivisa tra due nazioni indipendenti e pari. Israele non dovrebbe regolare le vite dei palestinesi. Né palestinesi né israeliani dovrebbero credere che la pace possa essere ottenuta attraverso la violenza e la forza.

Lasciate che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!

     Palestinesi e israeliane hanno parlato per anni del loro futuro qui. Decine di migliaia di donne di tutto il mondo hanno sostenuto la nostra visione della pace. Fin qui questi sono stati i blandi risultati. Ora è il momento di alzare le nostre voci e di pretendere di essere ascoltate.

     Lasciate che le donne cerchino di fare senso laddove gli uomini non hanno saputo. Stiamo lanciando un'iniziativa internazionale per fermare la violenza immediatamente. Stiamo pressando affinché ogni delegazione per i negoziati includa almeno la metà di donne nella leadership palestinese e israeliana, nella delegazione delle Nazioni Unite tra le rappresentanze di tutti i governi coinvolti per risolvere questo conflitto. Le donne parleranno, non spareranno.

     Ci sono troppi uomini con troppi "ego" coinvolti nella distruzione di questo pezzo di mondo...Lasciate parlare le donne; noi possiamo portare la pace.

     Fate che la comunità internazionale formi un gruppo di donne da tutto il mondo che sia "Corpi di pace delle donne", una mediazione internazionale femminile che ascolti, faciliti, ci aiuti a salvarci. Lasciate che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!

     Bisogna coinvolgere le donne. Fin qui gli uomini non hanno fatto un buon lavoro. Essi parlano di sicurezza basata sulla potenza; noi sappiamo che sicurezza  significa "Essere buoni vicini". SEnza dimenticare gli errori del passato e una ineguale distribuzione del potere, noi vogliamo porre al centro COME VIVERE qui in pace .

     Noi non vogliamo che la prossima generazione di bambini indossi uniformi, vada alla guerra. Noi vogliamo che essi conoscano l'Autodeterminazione e la dignità senza dover combattere per esse. Lasciate che le donne parlino! Lasciate che le donne agiscano!

Ci sentiamo angosciate, oltraggiate, impaurite. 

Prima che sia troppo tardi, lasciate che le donne parlino, lasciate che le donne agiscano.

 

Fonte: BAT SHALOM - OF THE JERUSALEM LINK

43 Emek Retaim St. POB 8083 Jerusalem 91080 Tel.972-2-5631477/5632622 Fax 972-2-5617983

e-mail: batshalo@netvision.net.il  t http://www.nif.org/batshalom/

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DECALOGO 

Il desiderio di un'altra legge è possibile

PRIMA CHE IL GALLO CANTI: CHE OGNI GRIDO DI DONNA SI TRASFORMI IN UN CANTO DI PACE

 

Sherahzade disse: "Sorella Anna, il tempo e lo spazio del nostro incontro dureranno tanto quanto l'incanto del tiranno. Ma questo accadrà per mille notti e poi una...e poi una...e poi una..."

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1. Riconoscersi nell'altra è un tratto caratterizzante l'identità femminile per la privilegiata condizione di avere iscritto nel proprio corpo la struttura "aperta" della creatività.

2. Il patriarcato, inteso come sistema mondiale basato  sull'organizzazione razionale e collettiva del potere a cui vengono piegati donne e uomini , ha come suo principale nemico il riconoscimento di questa identità.

3. Nella sua naturale predisposizione alla simbioticità come forma di pratica e conoscenza, il pensiero femminista sta faticosamente lavorando sulla possibilità di articolare percorsi politici che valorizzino la differenza e la relazione.

4. L'attuale dominio globale del potere maschile stigmatizza tutto il lavoro e la sapienza di cura di cui le donne sono custodi  al ruolo subalterno e imparziale di ipocriti interventi umanitari, quasi che i diritti umani non fossero a fondamento di ogni vivere, ma il finale appello di una retorica della civiltà  tecnologica.

5. E' la donna, da sempre esclusa dalla parola del potere, a dover dire le parole più alte in materia di gestione della politica e della tecnologia.

6. I discorsi umanitari che le istituzioni mondiali portano avanti non sono che il precipitato emergenziale di un "furto" di vita che viene fatto all'umanità tutta, attraverso il quale aumentano le discriminazioni, le ingiustizie e le guerre.

7. Le donne accolgono la società multietnica come un evento inevitabile della modernità, comprendono l'inevitabile tragedia dell'immigrazione moderna, che ha rigiustificato il barbaro statuto della schiavitù e riconosce nella tratta delle donne immigrate il portato della guerra che l'uomo fa alla vita e alla pace.

8. Nell'uso del linguaggio bellico dell' "Unità di crisi" si intende attivare un autentico capovolgimento del discorso emergenziale della lotta alla cosiddetta "povertà e sottosviluppo". Partendo dal riconoscimento personale di tante vittime sacrificali della nostra moderna civiltà, le donne tutte non possono non riconoscere sul proprio corpo di donna e denunciare con indignazione le pratiche ignominiose dello stupro etnico, della tratta, delle manipolazioni genetiche e linguistiche, che si compiono su corpi e sull'anima delle donne, compresa la reificazione del corpo ridotto a merce che noi donne occidentali conosciamo bene.

9. Una pratica quotidiana di politica non violenta deve nascere nella nostra città di Napoli, porto aperto di accoglienza e così predisposta all'assorbimento della diversità culturale, luogo di pace e di relazione che contrasti il volto violento e dilagante della criminalità internazionale.

10. Un lavoro inarrestabile di relazione e di cura trasformi quindi ogni grido di donna in rinascita alla vita.

 Contributo di Anna Maria Di Stefano, ArciDonna, Napoli

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Genova, 19 luglio 2001. Protesta degli iraniani contro il regime in Iran.

 

 

Schegge di democrazia

(materiale  in cartellina)

di  Monica Lanfranco

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     Difficile, e delicato, guardare dentro le proprie realtà di movimento, in casa propria, mantenendo la distanza per vedere tutto, anche ciò che dà fastidio. Il tratto dominante del nostro presente è quello di doversi difendere, e il rischio è di non avere  né tempo né voglia per riflettere sulle proprie ombre, sui lati meno luminosi, su quelle che non esitiamo  a chiamare miserie se riguardano il fuori, ma che fanno male e ci mettono paura quando le vediamo rispecchiarsi nei nostri ambienti. Se devo identificare una caratteristica vitale e positiva del movimento (dei movimenti) che migliaia di persone stanno popolando dico: la voglia di comunicare. Il bisogno di comunicare, di interrogare, di curiosare verso altre ed altri, che diventa anche un fatto fisico, lo ricordo bene, incarnato a Punto G nel giugno 2001, nell'ancora non blindata Genova, o al centro stampa del GSF, nelle diecine di ragazzi e ragazze che stazionavano davanti al computer del piano terra della scuola. Comunicazione virtuale, certo: centinaia di e-mail intangibili scambiati al minuto, ma anche grappoli di corpi assieme davanti alle postazioni, a comporre piccole comunità, a connettere ossa, ciccia e tecnologia. Per non parlare delle folle ai forum, da Genova in poi verso Porto Alegre, stordite ed emozionate dal turbinio  di parole, immagini, suoni. Buone vibrazioni anche sul fronte della rigidità di ruoli tra i generi: i giovani uomini si toccano tra loro di più dei padri , e ascoltano anche di più le parole delle donne, nonostante il permanere di aggressività e maschilismo nel linguaggio. C'è più disponibilità alla tenerezza, alla concessione verso il proprio femminile, come a dire, scrive Maria G. Di Rienzo nel prossimo numero di "Marea" dedicato a guerra e pace : "Non ci saranno più mura se rifiuteremo di costruirle e accudirle". Eppure desiderare di comunicare non significa saperlo fare, perché vent'anni di TV berlusconiana a colpi di drive in e bagaglini hanno fatto egregiamente il loro sporco lavoro di anestesia e costruzione di consenso, rafforzando nelle sinistre l'istinto a risolvere il conflitto con mezzi rapidi ed efficaci che annientano il confronto: botte di maggioranza e minoranza, chi urla più forte, formule tipo "ci sono altre priorità". Scrivo di questo perché in rete, e non solo, si sono accese discussioni tra donne, e tra donne e uomini, appunto sull'argomento delle priorità, che dietro ai contenuti celano differenti modi di intendere lo stile di lavoro comune, il modo di comunicare e che cosa pensiamo sia meglio fare o non fare, per mettere su mattoni in questo mondo diverso in costruzione. Pietra dello scandalo un fatto: il rischio di sovrapposizioni di eventi proprio nei pressi dell'imbarazzante, vetusto, odiato ma incombente otto marzo. Ci sono gruppi femministi (e non solo) che vogliono riempire di contenuto questa giornata, approfittando anche del fatto che molte donne non impegnate sentono la ricorrenza e magari parteciperebbero; ci sono quelle che rifiutano e aborrono la data e caldeggiano, anche se sovrapposte, altre iniziative. Le accuse, i rimbrotti, i malumori rimbalzano di lista in lista, di telefonata in telefonata, di riunione in riunione. Chi avanza primogenitura ("la data è già stata stabilita da settimane"); chi fa notare che una manifestazione che non ha una scadenza consolidata (come invece ce l'ha l'otto marzo) può essere comunque anticipata o posticipata; chi si arrabbia avanzando il sospetto che si tenda a creare una gerarchia di ricorrenze da "santificare", a seconda di chi le appoggia e promuove, (i soggetti 'forti' vincono); chi, infine, chiede uno sforzo di armonizzazione tra gli eventi che premono. Discussioni, nei gruppi di donne, nei social forum, nelle liste in Internet. Un prisma di verità oggettive che induce a riflettere: siamo capaci, tutti e tutte, di non ricondurre il nostro agire ad un unico pensiero, che rischia di essere pensiero unico speculare a quello che si vuole cambiare? Siamo capaci di non rincorrere date e ricorrenze, nostre e altrui, innescando meccanismi di pura reattività, confondendo armonia con omogeneizzazione? Sappiamo riconoscere che anche e soprattutto in politica, per uomini e donne, spesso le priorità non sono le stesse, e c'è bisogno di ascolto per individuare i modi migliori per dialogare e dare vita a pratiche feconde per tutte le persone? Siamo certe e certi di non pensare che esiste un tema centrale più importante degli altri, nel nostro agire di movimento, al quale sacrificare, talvolta, il dispiegarsi delle differenze? Mi viene in mente un proverbio afghano, che Orzala Ashraf dell'Associazione Hawca citò in un recente incontro: "Chi semina cocomeri poi non può pretendere di raccogliere rose". Chissà perché.

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