LETTERATURA - PROSA  

Mappa letteratura

chi

cosa

servizi

culture comparate

ritratti di donne

corsi di formazione

collaborazioni

progetti

links

news

 

UNA GIUSTIZIA CHE SI REALIZZA

José Saramago  


E' difficile difendere solo a parole la vita (ancor più quando è questa che vedi, Severina).
João Cabral de Melo Neto

     Speriamo che a Dio non venga in mente di venire un giorno in questi luoghi per accertarsi se le persone che malamente ci vivono, e peggio ancora ci vanno morendo, compiano in modo soddisfacente il castigo da lui inflitto, al principio del mondo, al nostro primo padre e alla nostra prima madre, i quali, per la semplice e onesta curiosità di voler sapere perché esistevano, furono condannati, lei a partorire con sforzo e con dolore, lui a guadagnarsi il pane col sudore della fronte, avendo come destinazione ultima la terra da cui erano stati tratti, polvere fosti e in polvere ritornerai. Fra i due, diciamolo subito, chi ha finito per sopportare il maggior peso è stata lei, e le donne che le hanno fatto seguito, poiché dovendo soffrire e sudare tanto per partorire, secondo la misericordiosa volontà di Dio, hanno dovuto anche sudare e soffrire al fianco dei propri uomini, lavorando quanto o più di loro, che mai la vita le ha concesso di restarsene tranquillamente a casa, come un'ape regina, senz'altro obbligo se non quello di deporre uova di tanto in tanto, non sia mai che il mondo si ritrovasse deserto e Dio non avesse nessuno su cui comandare.

     Se, però, il suddetto Dio, non prestando attenzione alle raccomandazioni, insistesse nell'idea di venire, scommetto che finirebbe per riconoscere come, in definitiva, risulti ben poca cosa essere un Dio quando, malgrado le eccelse onniscienze, mille volte esaltate, si sono commessi tanti e tanto grossolani errori di previsione, come quello, realmente imperdonabile, di munire gli esseri umani di ghiandole sudoripare per poi sottrarre loro il lavoro che le farebbe funzionare. Di fronte a ciò, è lecito domandarsi se non avrebbe meritato più plauso che castigo quella purissima innocenza che portò la nostra prima madre e il nostro primo padre a provare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. La verità, checché ne dicano le autorità, e non soltanto quelle teologiche, è che non sono arrivati a mangiarlo, lo hanno solo provato, perciò ci ritroviamo a saperne tanto del male e tanto poco del bene.

     Che si vergogni dei propri errori è quanto ci si aspetta da qualsiasi persona di buona nascita, e Dio, essendo indiscutibilmente nato da se stesso, nacque da quanto c'era di meglio a quel tempo. Di conseguenza, dopo aver visto e osservato che cosa c'è da queste parti, non poté far altro se non confessare l'eccessiva portata degli sbagli che aveva commesso. Certo è che, a suo credito, perché non sia tutto un continuo dir male di Dio, rimane il fatto irrefutabile che, quando cacciò dal paradiso terrestre il nostro primo padre e la nostra prima madre, essi avrebbero avuto tutta la terra per lavorare e sudare a volontà. Tuttavia, e disgraziatamente, un altro errore di previsione divina non avrebbe tardato a manifestarsi, e quest'ultimo, se possibile, molto più grave.

     Poiché la terra era già assai popolata di figli, nipoti e bisnipoti della nostra prima madre e del nostro primo padre, alcuni di essi si misero a tracciare linee per terra, a piantare pali, a erigere muri di pietra, dopo di che annunciarono che, da quel momento, chi avesse inteso entrare, qualunque ne fosse il motivo, avrebbe dovuto chieder autorizzazione, poiché lo spazio così delimitato adesso aveva un padrone. Senza che fino a oggi si sappia il perché, e non manca chi affermi che di questo non si potranno scaricare le colpe addosso a Dio, i nostri antichi parenti di allora, dopo avere assistito alla depredazione e ascoltato l'inaudito annuncio, non solo non protestarono contro l'abuso che aveva reso privato ciò che fino ad allora era stato di tutti, ma cedettero che fosse quello l'irrefragabile ordine naturale delle cose di cui allora si cominciava a parlare. Se l'agnello è nato per essere cacciato dal lupo, come dedussero reciprocamente in base alla verifica dei fatti, allora il servo è nato per servire il padrone, e quel che non è così sarà sovversione.

     Davanti a tanti uomini riuniti, a tante donne, a tanti bambini (siate fecondi, moltiplicatevi e popolate la terra, così era stato loro ordinato), il cui sudore non nasceva da un lavoro che non avevano, ma dall'agonia dei corpi che trascinavano, Dio si pentì di ciò che aveva fatto e volle cambiare nome. Convocò la folla e disse: "Da oggi in poi mi chiamerò Giustizia". E la folla gli rispose: "Giustizia ce l'abbiamo già, e non ci ascolta". "Se è così, sarò Diritto". "Diritto ce l'abbiamo già, e non ci conosce". "In tal caso, userò il nome di Carità, che è bello". "Non abbiamo bisogno di carità, ciò che vogliamo è una giustizia che si realizzi e un diritto che ci rispetti". Allora Dio capì che mai aveva avuto, veramente, in questo mondo che aveva ritenuto gli appartenesse, il luogo da lui immaginato, che tutto era stato, in definitiva, un'illusione sua, e si ritirò umiliato nell'eternità. La penultima immagine che riuscì a vedere fu quella di fucili puntati contro la folla, il penultimo suono che riuscì a sentire fu quello degli spari, ma nell'ultima immagine c'erano già corpi che cadevano sanguinanti, e l'ultimo suono era fatto di urla e lacrime.

     Il 17 aprile 1996 nello Stato brasiliano del Parà, in un paese chiamato Eldorado (oh, sarcasmo) dos Carajàs, centocinquantacinque soldati della polizia militarizzata, armati di fucili e mitragliatrici, hanno aperto il fuoco su una manifestazione di contadini che bloccavano una strada per protesta contro il ritardo nelle azioni legali di espropriazione delle terre, una funzione di riforma agraria che da cinquant'anni continua a essere annunciata, ma che, praticamente, non è mai uscita dalla carta. Sul suolo di Eldorado do Carajàs sono rimasti diciannove morti, più un numero indeterminato di feriti. 

     Tre mesi dopo, la polizia dello Stato del Parà, giudice in proprio, se n'è uscita dichiarando pubblicamente innocenti da ogni colpa i suoi centocinquantacinque soldati, adducendo che avevano agito per legittima difesa e, come se ciò non bastasse, ha richiesto un procedimento giudiziario contro tre manifestanti, per detenzione illegale di armi, insubordinazione e lesioni. Le armi erano tre pistole, oltre alle pietre e agli attrezzi agricoli. E' ampiamente noto che, già molto prima dell'invenzione delle armi da fuoco, le pietre, le falci e le picche erano state considerate illegali nelle mani di chi talvolta, dovendo reclamare terra e pane, si ritrovò davanti a spade, lance e alabarde. Al contrario di quel che generalmente si pensa, non c'è niente di più facile da capire della storia del mondo, che dicono complicata.

     Dei duecentocinquanta milioni di ettari che costituiscono la superficie del Brasile, questo gigante sudamericano, quattrocento milioni sono considerati idonei per uso e sviluppo agricoli. Attualmente, solo sessanta milioni sono utilizzati in piantagioni. Il resto, salvo i terreni che via via sono stati occupati per l'allevamento estensivo del bestiame - il che, nonostante apparenze contrarie, significa una sottoutilizzazione della terra - si trova in stato di abbandono, improduttivo, senza rendimento. A popolare questo paesaggio e questa realtà sociale ed economica, esistono quattro milioni e ottocento famiglie di rurali senza terra. La terra c'è, è là, la metà immensa di un paese immenso, ma questa gente non può entrarvi per lavorare, per vivere della semplice dignità che il lavoro conferisce, perché i voracissimi discendenti di coloro che per primi dissero "questo spazio è mio" e trovarono gente sufficientemente ingenua da credere che bastasse averlo detto, quegli uomini hanno circondato la terra di leggi che li proteggono, di poliziotti che li custodiscono, di governi che li rappresentano e di pistoleri assoldati e pagati per ammazzare. I diciannove morti di Eldorado dos Carajàs sono soltanto l'ultima goccia di sangue di una persecuzione sistematica, continua, prolungata, dei lavoratori agricoli che, tra il 1964 e il 1995, ha già causato milleseicentotrentacinque vittime, di cui la quarta parte spetta allo Stato del Parà.

     E la riforma agraria, la riforma agraria del Brasile, in luce fin dal 1946, questa meraviglia che stupirebbe il mondo, quest'opera da taumaturgo tante volte promessa, questa bandiera elettorale, questo richiamo di voti, questo inganno di disperati? Senza spingerci oltre gli ultimi quattro presidenti della Repubblica, basti dire che il primo aveva promesso di sistemare un milione e quattrocentomila famiglie di lavoratori rurali e che, trascorsi i cinque anni del suo mandato, non ne erano state insediate neanche centoquarantamila; basti dire che il secondo aveva promesso di sistemare cinquecentomila famiglie, e neanche una lo è stata; basti dire che il terzo aveva garantito che avrebbe fatto sistemare centomila famiglie, e si è fermato a ventimila; basti dire, infine, che l'attuale presidente della Repubblica ha stabilito che la riforma agraria dovrà contemplare duecentoottantamila famiglie in quattro anni, e che dunque, nel caso l'obiettivo sia raggiunto, proseguito e concluso, saranno necessari, matematicamente necessari, settant'anni per insediare i quasi cinque milioni di famiglie di lavoratori rurali brasiliani che necessitano di terra e non ce l'hanno, di quella terra che per loro è condizione di vita, vita che non può aspettare più. La polizia intanto assolve se stessa e condanna i morti.

     Il Cristo del Corcovado è scomparso, se l'è portato via Dio e perché non era servito a niente averlo messo lì. Adesso, al suo posto, si parla di collocare quattro enormi pannelli rivolti alle quattro direzioni del Brasile e del mondo, e tutti recanti, a grandi lettere, la dicitura: UN DIRITTO CHE RISPETTI, UNA GIUSTIZIA CHE SI REALIZZI.

Fonte: "Lo Straniero" n.1, estate 1997, traduzione di Rita Desti

 

Josè Saramago

Premio Nobel per la Letteratura nel 1998

José Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo, il 16 novembre 1922. Il suo primo romanzo, Terra del peccato, del 1947, non riceve un grande successo nel Portogallo oscurantista di Salazar. Nel 1959 si iscrive al Partito Comunista Portoghese che opera nella clandestinità sfuggendo sempre alle insidie e alle trappole della famigerata Pide, la polizia politica del regime. Negli anni sessanta Saramago diventa uno dei critici più seguiti del Paese nella nuova edizione della rivista "Seara Nova" e nel '66 pubblica la sua prima raccolta di poesie I poemi possibili. Diventa, quindi, direttore letterario e di produzione per dodici anni di una casa editrice e dal 1972 al '73 curatore del supplemento culturale ed editoriale del quotidiano Diario de Lisboa.
Sino allo scoppio della Rivoluzione dei Garofani contro Salazar, nel '74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie (
Probabilmente allegria, 1970), cronache (Di questo e d'altro mondo, 1971; Il bagaglio del viaggiatore, 1973; Le opinioni che DL ebbe, 1974) testi teatrali, novelle e romanzi. Il secondo Saramago (vice direttore del quotidiano Diario de Noticias nel '75 e quindi scrittore a tempo pieno), libera la narrativa portoghese dai complessi precedenti e dà l'avvio ad una generazione post-rivoluzionaria. Lo scrittore pubblica il lungo romanzo Manuale di pittura e calligrafia nel '77 e quindi nell'ottanta Una terra chiamata Alentejo sulla rivolta della popolazione della regione più ad Est del Portogallo. Ma è con Memoriale del convento (1982) che ottiene finalmente il successo tanto atteso. In sei anni pubblica tre opere di grande impatto (oltre al Memoriale, L'anno della morte di Riccardo Reis e La zattera di pietra) ottenendo numerosi riconoscimenti. Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con L'assedio di Lisbona, Il Vangelo secondo Gesù e Cecità, a cui seguiranno Tutti i nomi (1998) e La caverna (2000). Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando schiettezza e coerenza di idee.
José Saramago è stato proclamato l'8 ottobre vincitore del Premio Nobel 1998 per la Letteratura. L'Accademia Reale di Svezia ha indicato tra i motivi dell'assegnazione, quelli "dell'immaginazione, della umana partecipazione e dell'ironia" con i quali Saramago "ci mette continuamente in grado di comprendere realtà difficili da percepire".

 

LE  PAROLE  PER  DIRLO

Marie Cardinal

     Si era fermata e con le mani inguantate appoggiate sul muretto di granito, guardava lontano, laggiù oltre quella strada che apriva una trincea retta in mezzo alla città, ancora più lontano, oltre il porto con le sue gru e la sua attività chiassosa, oltre il golfo bianco sotto il sole, liscio come uno specchio, oltre le colline dell'orizzonte, guardava laddove i ricordi sono conservati nel ghiaccio del passato.

Se solo avessi saputo quanto male stava per farmi, se invece di una vaga premonizione avessi potuto immaginare quale profonda ferita stava per infliggermi, certamente avrei cacciato un urlo. Ben piantata sulle mie gambe, sarei andata a cercare dentro di me il gemito essenziale che già sentivo, l'avrei spinto su fino alla gola, fino alla bocca, e l'avrei fatto uscire, dapprima sordo come le trombe da nebbia, poi stridulo come le sirene, e infine enorme come un uragano. Avrei lanciato un urlo mortale e non avrei sentito le parole che stava per far cadere su di me come tante lame micidiali.

     Là, in quella strada, con poche frasi, mia madre mi ha cavato gli occhi, mi ha rotto i timpani, mi ha scuoiata, mi ha tagliato le mani, mi ha rotto le ginocchia, mi ha torturato il ventre, mi ha mutilato il sesso.

     Oggi so per certo che non era conscia del male che mi stava facendo e non la odio più. Mi riversava addosso la sua pazzia, le servivo da capro espiatorio.

     "Incinta in pieno divorzio! Capisci cosa significa?... Volevo separarmi da un uomo dal quale aspettavo un figlio!... Non ti puoi render conto... per poter divorziare, bisogna essere giunte ad un punto tale che la sola presenza del marito diventa intollerabile... Ah! sei troppo piccola, non puoi capire quello che sto dicendo... Ma bisogna pure che te lo dica, dica che tu sappia quale scotto si può pagare per una stupidaggine, per pochi secondi...

     "Esistono cattive donne e cattivi medici che possono uccidere i bambini nella pancia della madre. E' un peccato mostruoso che la Chiesa punisce con l'inferno e la Francia con la galera.. E' uno dei peccati più gravi che un essere umano possa commettere.

     "Ma può anche capitare di perdere naturalmente un bambino, senza dover ricorrere a uno di quei medici o a una di quelle donne cattive. Può bastare uno shock, o una malattia, oppure una determinata medicina o un particolare cibo, a volte un semplice spavento. In quei casi non è più un peccato, è un incidente e basta.

     "Ma non succede mica così facilmente! Se penso a tutte le precauzioni di cui si circondano le donne incinte!...Non devono affaticarsi, devono scendere le scale al corrimano, rimanere sdraiate il più possibile... Figurarsi!... Mi fan ridere!..."

     Quanta violenza, quanta volgarità, quanto odio nel suo sguardo e nelle sue parole; dopo tanti anni!

     "Ebbene, bambina mia, sono andata a riprendere la mia vecchia bicicletta che arrugginiva in rimessa da chissà quanti anni e ho pedalato per i campi, nella terra arata, ovunque. Niente. Sono stata a cavallo per ore e ore: ostacoli, trotto - e per niente tranquillo, mi puoi credere! - Niente. Quando lasciavo la bicicletta o il cavallo andavo a giocare a tennis in pieno sole, di primo pomeriggio. Niente. Ho ingoiato interi tubetti di chinino e aspirina. Niente. 

     "Ascoltami bene: quando un bambino è ben attaccato, non c'è nulla che lo possa staccare. Bastano pochi secondi per fare un figlio. Capisci? Capisci perché voglio che la mia esperienza ti serva a qualcosa? Capisci com'è facile rimanere in trappola? Capisci perché ti voglio avvertire del pericolo? Capisci perché voglio che tu sappia come vanno le cose e che non ti fidi mai degli uomini?

     "E avanti di questo passo per oltre sei mesi, dopo di che ho dovuto arrendermi all'evidenza, ero incinta e presto avrei avuto un altro figlio. Del resto si vedeva. Mi ero rassegnata."

     Ora mi stava guardando in faccia, e con uno di quei bei gesti tipici dei bianchi delle colonie, che uniscono il contegno europeo alla voluttà dei paesi caldi, tentava di infilare sotto il nastro di seta i miei boccoli perennemente ribelli.

     "Poi sei nata tu, perché era di te che si trattava. Certamente il signore ha voluto punirmi per aver cercato di aiutare un po' la Natura, e ti ha fatto nascere di faccia, con il viso davanti invece del cranio. Ho patito le pene dell'inferno, mille volte peggio che per tuo fratello o tua sorella. Non è stato poi un castigo terribile, visto che eri una bellissima bambina e piena di salute. Per poter uscire avevi dovuto sfregarti a lungo le guance e il mento contro di me, erano tutti rossi, sembravi truccata. Dio, quant'eri carina! Suor Cesarina che mi assisteva come per tutte le altre nascite , ti ha lavata, vestita, ti ha perfino spazzolato quella peluria bionda che avevi in testa e ti ha messa nella tua bella culla; avevi le manine incrociate sul petto, dormivi. Ha detto la suora: 'Guardi, signora, sembra una novizia' e abbiamo riso di cuore."

     Rideva ancora a quel delizioso ricordo: la bambina truccata, le manine incrociate, gli occhi chiusi, come una monachina... Si chinò verso di me e, in un raro slancio di tenerezza, voleva darmi un bacio. Io mi tirai indietro istintivamente, respinsi soprattutto il contatto con la sua pancia.

     Se solo mi fossi trovata in salotto, così come ho preferito immaginare in seguito, se solo avessi sentito la vicinanza di Nany o di Kader, forse non sarei precipitata in quella voragine che si stava aprendo sotto i miei piedi. Se solo avessi potuto sentire abbaiare i cani nel buio! Gli sciacalli rispondere dal bosco. Se solo mia madre avesse indossato quei bei vestiti, quel buon profumo che si metteva in casa. Macché! eravamo in mezzo a una strada chiassosa, con i nostri abiti da città. Io e lei, sole, faccia a faccia, stavamo vivendo il nostro unico incontro. Fino a quel momento la mia vita era stata un insieme di sforzi per avvicinarmi a lei, per incrociare il suo cammino. Credevo bastasse incontrarmi con lei una volta per poi proseguire insieme, passo dopo passo. E invece, ora che l'avevo incontrata, non vedevo l'ora di allontanarmi da lei. Ci eravamo soltanto incrociate. Le nostre vite formavano una croce, di quelle che servono per cancellare, per annullare, per sopprimere.

     L'odio non sbocciò immediatamente. Mi trovavo in un deserto senza confini, arido, piatto, monotono, disperato, sempre uguale. Durante gli anni dell'adolescenza percorsi questo deserto, su e giù, e come un bue con un pesante aratro, vi trainavo il bene che volevo a mia madre, ridicolo e inutile aratro. Il sangue non si fece vedere prima dei vent'anni, poi è venuto irregolarmente, con sofferenze atroci. Divenni una donna e aspettai il mio primo figlio. Quando vidi che cosa significava avere una creatura nel ventre, di quattro mesi, cinque mesi, sei mesi, ecc..., mi misi a odiare mia madre, quella misera carogna!

     Non ricordo che cosa stessi facendo quando si manifestò per la prima volta. Di tutto il periodo tra la confessione di mia madre circa l'aborto mancato e l'inizio dell'analisi ricordo ben poche cose. Vista dall'esterno, la mia vita era immersa nel grigiore, la tetraggine, il perbenismo, il mutismo, mentre dentro di me sentivo solo oppressione, cose nascoste, vergogna e, sempre più spesso, paura. Sentii nel ventre, a destra, un contatto quasi impercettibile, un po' come quando senti che qualcuno ti sta guardando ma non vedi nessuno. Ero incinta di poco più di quattro mesi. Alcuni giorni dopo, di nuovo questo sfioramento, questa leggerissima carezza: un dito leggero sul velluto.

     Mio figlio si muoveva! Larva, girino, pesce degli abissi. Vita primitiva cieca e incerta. Testone idrocefalo, corpo da uccello, membra da medusa. Esisteva, era lì, a mollo nella sua acqua calda, ben attaccato al grosso cordone ombelicale. Infermo, impotente, orribile. Il mio bambino! Frutto del mio grande desiderio per un uomo, dei bei movimenti con i quali eravamo scivolati l'uno nell'altro, del ritmo perfetto che avevamo trovato all'improvviso, naturalmente, insieme. Da tanta perfezione non poteva nascere che una meraviglia, un essere unico. Si stava muovendo. Io e lui facevamo conoscenza. Si muoveva quando gli pareva, non potevo prevedere le sue manifestazioni. Aveva un ritmo proprio, diverso dal mio. Stavo molto attenta, lo aspettavo. Eccolo! Con la mano accarezzavo il punto in cui si era mosso. Che cosa stava agitando? Un moncone di mano trasparente? Un ginocchio gonfio? Un piede deforme? Quel suo cranio da mostro? Si muoveva appena, come una bolla che sale alla superficie dell'acqua e non ce la fa ad uscire; come l'ombra di un albero quando non c'è vento, come la luce quando una nuvola passa davanti al sole. Sapevo dov'era, le posizioni che assumeva via via che passavano le settimane e che i suoi movimenti si facevano più vigorosi. Ora scalciava, pedalava, si girava e si rigirava.

     Anche mia madre aveva saputo dove mi trovavo e in quali posizioni mi mettevo. Doveva saperlo per forza perché aveva studiato medicina. Ma ogni mio movimento significava una sola cosa per lei: non era ancora riuscita ad uccidermi! Quel feto le dava noia! E' una faccenda lunga la gravidanza, ce ne vogliono di mesi, di settimane, di giorni, di minuti. Hai tutto il tempo per conoscerla, questa creatura che vive dentro di te pur essendo altro da te. Si può immaginare intimità più stretta? Promiscuità più grande? Ma forse ogni mio movimento le ricordava l'odioso accoppiamento di cui io ero il frutto? La passione dell'odio? La repulsione?

     Allora saltava sulla sua bicicletta, e via nei campi di erbacce, tra le immondizie. Sei ben sballottata dentro, bambina? Sta' a vedere, pesciolino mio, come ti romperò la schiena. Ma cosa aspetti a smammare, a toglierti dai piedi? Saltava in groppa al suo ronzino e oplà! Li senti bene i colpi nel tuo corpicino schifoso? Tesoruccio bello! Hai visto che belle tempeste provocano le mamme per spaccare in due i piccoli sottomarini? Hai visto quante belle onde per soffocare i piccoli pescatori subacquei? Pussa via, bestiaccia, via! Ti muovi ancora? Ci penso io a calmarti. Chinino, aspirina. Coccola, cocca mia, cuccioletta, bevi carina, bevi il buon veleno. Vedrai come ti sentirai lungo il taboga del mio culo quando sarai marcia, uccisa dalle droghe. A morte, a morte! E poi alla fine, impotente, rassegnata, vinta, delusa, mi aveva mollato viva al mondo, come si molla uno stronzo. Ma cosa attendeva quella bambina-stronzo che usciva lentamente, con la faccia in avanti, verso la luce che già intravedeva, laggiù in fondo a quella stretta galleria umida, che cosa poteva offrirle quel mondo esterno che l'aveva tanto maltrattata? Dimmi, mamma, lo sapevi che mi stavi spingendo verso la pazzia? Ne avevi almeno il sospetto?

     Quello che ho chiamato la carognata di mia madre non è il fatto che abbia voluto abortire (ci sono momenti in cui una donna non è in grado di avere un figlio, di amarlo abbastanza). La carognata l'ha fatta perché non è riuscita ad andare fino in fondo, perché non ha abortito quando doveva farlo.

     In seguito ha continuato a proiettare il suo odio su di me e infine mi ha confessato il suo squallido crimine, i suoi poveri tentativi di omicidio. La prima volta le era andata buca, ci si riprovava quattordici anni dopo, in tutta sicurezza, questa volta non rischiava di lasciarci la pelle.

     Eppure è stato grazie alla carognata di mia madre che tanti anni dopo sul divano nel vicolo, sono riuscita ad analizzare più facilmente i turbamenti della mia vita trascorsa, quell'angoscia perpetua, quella paura continua, quel disgusto di me stessa, che poi erano sfociati nella follia vera e propria. Senza la sua confessione, forse non sarei mai riuscita a risalire fino al suo ventre; fino a quel feto odiato, braccato, nonostante lo ritrovassi inconsciamente, ogni volta che mi raggomitolavo tra il bidè e la vasca nel buio della stanza da bagno.

     Oggi non considero più "la carognata di mia madre" una carognata. E' una tappa importante della mia vita. So perché questa donna l'ha fatto. Ora la capisco. 

Fonte: Marie Cardinal, Le parole per dirlo, (Ed. francese 1976, Prima ed. italiana RCS 1976) Ed. Tascabili Bompiani, Milano 2002, pagg. 138-144

Marie Cardinal

Marie Cardinal 

è nata ad Algeri nel 1929 ed è morta in Francia nel 2001. I temi dominanti della sua scrittura sono: il Mediterraneo e la psicoanalisi, da Marie stessa definiti "gli elementi più importanti della mia vita". Il Mediterraneo, l'amore per esso è inscindibile dal conflitto culturale e dal disagio presente nell'autrice e derivato dalla sua condizione di figlia di coloni francesi trapiantati in Algeria. Ella stessa dirà: "I francesi d'Algeria sono una specie di popolazione, né francese né algerina, la cui storia non è durata abbastanza a lungo per farne un popolo, ma abbastanza a lungo per fare della loro ultima generazione degli irrecuperabili. Fuori di casa loro sono come vermi brulicanti nei frutti". E' grazie alle sedute psicoanalitiche che l'autrice si cala anima e corpo nell'autobiografia, nella narrazione della sua vicenda interiore, intesa come confessione, riflessione intima e introspettiva, ritrovamento di se stessa. E' proprio in questo senso che si deve intendere il suo libro "Le parole per dirlo" ("Les mots pour le dire", 1975) e cioè come il recupero di se stessa. In quest'opera si porta in primo piano la parola che per l'appunto libererà Marie dalla sua nevrosi, farà nascere da lei un'altra donna. Ella dirà "Ho parlato e l'ho liberata... Sono nata da lei a poco a poco... Ma la mia ricchezza è proprio nell'essere stata quella donna e quello che sono ora... Ho scorticato tutte le leggi, che mi avevano asservito fino a ridurmi a uno straccio".

Insegnante di filosofia e giornalista, ha scritto numerose opere di narrativa di successo, tutte di tipo autobiografico e tutte pubblicate in Italia da Bompiani. Ricordiamo: In altri termini, La chiave della porta, Nel paese delle mie radici, La trappola, D'ora in poi, Ascolta il mare, Sconvolgimenti, Una vita per due, Come se niente fosse, I giovedì di Charles e Lula.

 

Le pareti della solitudine 

Tahar Ben Jelloun

Il sole ha cacciato le dita nella cenere di una nuvola che mi separa dalla vita. Da qualche tempo la mia vita è quella di un albero strappato dalle radici. Seccato ed esposto in una vetrina. Non sento più la terra. Sono orfano. Orfano di una terra e di una foresta. Non sanguino più.

Ascoltatemi:

La mia camera è un baule dove ripongo le mie economie e la mia solitudine. Ho negli occhi un sogno spento: un ulivo che aspetta il vento e il giorno. La mia povera vita si organizza con poco: una scorza di ricambio, qualche frase di una canzone e dei sacchi di sabbia. Nel baule lascio il mio sesso ogni volta che devo uscire per andare in città o in fabbrica. Alla sera, quando torno, compero delle patate, dell'olio e della menta.

Il mio letto è sfondato, la mia schiena è rotta dalla fatica. Preparo da mangiare nel baule. Mangio e parlo ai miei stivali. Canto nei miei stivali. Urlo nei miei stivali. Piscio anche nei miei stivali. 

La notte scende e stropiccia la coperta. Per dissipare questa caduta, mi ricordo di un'aquila che mi portò sulle cime. Mi stendevo sulle nubi.

La voce di una donna. Una straniera. Una sconosciuta, onda che rovescia le mie palpebre. La schiuma è azzurra. Il mio sesso si drizza e si inarca. Le gambe mi tremano nella notte che avvolge il mio desiderio. Che desiderio? Una follia che scalpita, e le mie dita stringono il cazzo che urla. Che desiderio? Un'immagine popolata di scintille e di specchi. Specchi che danzano sul mio corpo, sulla mia lingua asciutta.

Ho ventisei anni e qualche scintilla in questo universo malato. So. Sento che qualcosa sta morendo da queste parti. La tenerezza e il tempo. La necessità è un coltello che attraversa i corpi. Moha ripeteva "il denaro, milioni di denaro". Il denaro dissangua il cielo. E i cuori si svuotano. E' la condanna a morte lenta e permanente. Ma noi, ma io, cosa ci facciamo in questo posto, un supermercato del sangue e del sudore, un supermercato della schiavitù e dell'indifferenza?

Ho abbastanza linfa nelle mie vene (credo) per scoppiare a ridere ancora nel momento in cui si proverà a calcolare quel poco di vita che rimane sospeso nel crepuscolo.

Corro nel baule.

La mia mano è una figa. Una figa superba che si apre ai miei desideri. Ho ventisei anni e le dita del sole mi torcono il ventre. La mano è calda. Il cazzo si drizza. Una folla di immagini invade le parole metalliche. Cascano una dopo l'altra; scelgo la più bella, la più inaccessibile e la fermo. Il mio cazzo dritto verso il cielo sputa il piacere di carta, sputa le mie fatiche e il mio dolore. Mi raggomitolo nel baule. Serro le gambe. Ho freddo. Il baule è inondato. Gli specchi si dissipano. La voce della straniera è un rantolo che esce dalle mie viscere.

Casco. Sprofondo. Raccolgo le braccia e le gambe. Cerco di dormire, di nascondere la faccia tra le lenzuola, tra le braccia di mia madre. Ho negli occhi un albero e un bambino. Mi dicono che è primavera, laggiù. Mi dicono che la montagna ha inghiottito le donne infedeli. Mi parlano della mietitura di quest'anno: è buona. L'industriale è passato con i suoi camion; ci ha lasciato qualche sacco di grano.. Nei miei occhi una luce spenta, umida. Il sole si offusca, e con le dita mi stringo i testicoli.

Che desiderio? Un corpo in fiamme...

Depongo le mie vertebre. Le conto e mi lavo i denti.

Oggi non vado a lavorare. Farò il bucato nel lavandino del cortile. Poi andrò al caffè.

Per ordine prefettizio (o altro) devo lasciare il baule. Mi propongono una gabbia in un fabbricato dove i muri lebbrosi e affaticati devono dare ricovero a qualche centinaio di solitudini. Non c'era niente da traslocare: qualche vestito e delle immagini; un pezzo di sapone e un pettine; una corda e qualche molletta da bucato. 

La camera. Una scatola quadrata appena illuminata da una lampadina attaccata al soffitto. Gli strati di pittura che si sono sovrapposti sui muri si scagliano, cadono come piccoli petali e diventano polvere. Quattro letti sovrapposti a due a due. Una finestra in alto.

La camera.

Una villa rossa. Un edificio di vetro. E' soprattutto la villa rossa che ha per molto tempo ossessionato le mie notti insonni. Le passavo accanto e sputavo. Oppure, quando mi sentivo coraggioso, suonavo e pisciavo. Raramente scappavo; il guardiano (pover'uomo) mi minacciava col bastone; era affezionato ai suoi padroni, ricchi e sprezzanti. Io sognavo di fare saltare la villa. Non ricordo più se ero così buono da farla evacuare prima. Quelli erano sogni da adolescente... Giravo di notte con delle casse di dinamite: piazzavo una carica in ogni villa; collegavo tutte le case con una miccia elettrica, come in un film western e, arrivato all'uscita della città, facevo saltare tutto. Più nessuna villa rossa! 

Qui gli edifici di vetro mi divertono. Non ho voglia di distruggerli...

Qualcuno ha bussato al baule. Non è la morte e neppure qualche stella. Sono gli uomini mandati dall'autorità suprema. Vogliono verificare se la mia pelle è rugosa, se la mia lingua è piantata a roseti, se le mie mani sono dure. 

- Perché lei si nasconde in questo baule?

- Non mi nascondo, ci abito...

- Lei ieri non si è presentato al lavoro..

- Avevo dei problemi. Mia moglie mi ha lasciato...

- Sa che è un atto sovversivo?

- Ho depositato i miei sogni e le mie illusioni sulla soglia della porta. Sono un essere in fallimento, come una società che deposita il bilancio..

- Quale bilancio?

- Tutta la follia che mi aiutava a vivere...

- Lei ha fatto la sua dichiarazione?

- Ho dichiarato tutta la mia follia alla notte che sta dentro di me.

- Lei è in arresto. Lei è colpevole di abitare in un baule, colpevole di aver delirato, colpevole di alta sovversione, colpevole di parlare una lingua particolare, lei è colpevole di non essere come gli altri...

 

Il biondo con gli occhi marrone mi ha svegliato, mi ha offerto del tè e dei fichi e siamo andati al lavoro.

All'entrata del fabbricato ci hanno dato il regolamento:

- E' vietato farsi da mangiare in camera (c'è una cucina in fondo al corridoio);

- E' vietato ricevere donne (c'è un postribolo, Chez Maribelle, non lontano da qui);

- E' vietato ascoltare la radio dopo le nove;

- E' vietato cantare di sera, soprattutto in arabo o in cabilo;

- E' vietato sgozzare un montone nel fabbricato (aspettate di essere a casa vostra per far colare il sangue degli agnelli);

- E' vietato masturbarsi in camera (andare al cesso per questo);

- E' vietato praticare lo yoga nei corridoi;

- E' vietato ridipingere i muri, manomettere i mobili, rompere i vetri, sostituire le lampadine, ammalarsi, avere la diarrea, fare politica, dimenticarsi di andare al lavoro, pensare di far venire su la famiglia, fare dei bambini con donne francesi, fare la corte alle ragazze in chiesa, uscire in pigiama per la strada, lamentarsi delle condizioni obiettive e soggettive di vita, avere simpatia per i gruppuscoli di sinistra, leggere o scrivere frasi ingiuriose sui muri, litigare, picchiarsi, maneggiare il coltello, vendicarsi;

- E' vietato morire in questa camera o nelle pertinenze dell'edificio (andare a morire altrove, a casa vostra, per esempio, è più comodo);

- E' vietato suicidarsi (anche se vi rinchiudono nel carcere di Fleury-Mérogis); la vostra religione lo proibisce, e noi anche;

- E' vietato arrampicarsi sugli alberi;

- E' vietato dipingersi di azzurro, di verde o di violetto;

- E' vietato circolare in bicicletta nella camera, giocare a carte e bere vino (tranne lo champagne);

- E' vietato travestirsi o cambiare strada per tornare a casa dal lavoro.

 

Siete avvertiti. Vi consigliamo di rispettare il regolamento, altrimenti sarete rispediti nella cantina o nel baule, poi sarà l'internamento in un campo in attesa del rimpatrio.

 

In questa camera devo vivere con il regolamento e con altre tre persone: il biondo con gli occhi marroni, il bruno con gli occhi che ridono, e il terzo è assente, l' hanno messo in ospedale perché ha male dentro la testa.

 

Fonte: Tahar Ben Jelloun (1976), Le pareti della solitudine, Prefazione di Egi Volterrani, Einaudi, 1990 pp.7-13

 

 

Tahar Ben Jelloun

Le pareti della solitudine, scritto tra il 1975 e il 1976, non è un libro di attualità. E' venuto fuori da un'esperienza. Come psicologo lavoravo in un centro di medicina psicosomatica a Parigi. Per un periodo di tre anni ho osservato e ascoltato più di un centinaio di pazienti nordafricani che venivano al consultorio per turbe affettive o sessuali. Ho testimoniato su questo grave malessere ne L'estrema solitudine

Avevo bisogno di andare oltre quella testimonianza. Volevo soffermami su un'immagine, quella di un essere invaso dai sogni, che sopravvive grazie alla capacità di inventarsi una vita anche se fatta di chimere e di nostalgia. Quello che ha destato il mio interesse non è il lavoratore nella fabbrica o sul cantiere, ma quello stesso uomo fuori delle ore di lavoro: la sera, le domeniche, e i giorni festivi. Tempo che pesa, difficile da riempire, tempo angosciato. E' allora che la solitudine prende tutto il suo posto, si appropria degli oggetti e avvolge il corpo in un velo di umidità". 

(Tahar Ben Jelloun)

Pagina curata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata nel 2003

 

Mappa letteratura

 

L'Antro della Sibilla, Trav. Cuma I, 66  80070  Bacoli (Napoli)

ma.pappalardo@virgilio.it

© Copyright 2002 Tutti i diritti riservati