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Le  mille  voci  dell' India 

Maria Antonietta Saracino

 

In principio leggevamo l'India esotica e favolosa immaginata dai narratori europei. Oggi, a cinquant'anni dall'indipendenza, ecco quella raccontata dalle scrittrici e dagli scrittori indiani. Rushdie e gli altri: tante voci diverse, tante storie intrecciate e un unico miraggio, trovare una lingua comune.

     In origine, per noi occidentali, è un universo di favola e sogno: sete preziose intessute di fili dorati e corpi di donne avvolti da profumi e gioielli; maharaja di immense ricchezze e scenografiche tigri congelate nell'atto di aggredire, sullo sfondo di foreste improbabili e lussureggianti; e poi palazzi dalle mura tempestate di gemme, come quel Taj Mahal che risplende nel buio durante le notti di luna piena: è su questa India, parziale nel segno dell'eccesso, scaturita dalla penna dei narratori europei, che si disegna, già a partire dal secolo scorso, l'immaginario occidentale su un mondo che a noi arriva non come frutto di testimonianze dirette ma della fantasia letteraria degli europei. Per l'India - ma questo vale per l'Africa come per il mondo arabo - la proiezione fantastica si porge al posto dell'oggetto reale, l'Orientalismo (come recita il titolo di un famoso saggio di Edward W. Said, Bollati Boringhieri, 1991, L. 70.000) come surrogato di un irraggiungibile Oriente. Salgari accanto a Kipling, Gide e E. M. Forster, ma anche a Orwell e Aldous Huxley.

     Più tardi, nel cuore degli anni Sessanta e Settanta, quello stesso mondo si fa meta di viaggio, anzi del viaggio, di iniziazione spirituale e conoscenza. È l'Oriente eletto a meta di un moderno Grand Tour, universo da cui trarre energia, in cui ritrovare se stessi, ritemprandosi fra gli incensi degli ashram per poi tornare, come nuovi, a casa propria.

     Infine l'India che affascina intellettuali fra loro diversi, come Mircea Eliade e Hermann Hesse, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia o Giorgio Manganelli, che di quell'incontro, spesso prolungato nel tempo come nel caso di Eliade, ci restituiscono opere a metà fra reportage e narrativa, tra filosofia e saggistica, opere che già a partire dai titoli non fanno mistero circa l'intensità dell'esperienza vissuta: La biblioteca del maharaja, Il pellegrinaggio in Oriente, L'odore dell'India, Un'idea dell'India, Esperimento con l'India.

     Per parte sua, intanto, quel mondo sembrava tacere, offrendosi muto, poverissimo e splendente a un tempo, agli occhi dei suoi interpreti fantasiosi. E questo anche se muto non lo era affatto; esempi di narrativa indoinglese esistevano infatti già dalla metà del secolo scorso, mentre fin dagli anni Trenta di questo secolo si era formata una generazione di scrittori che da vari angoli del subcontinente indiano avevano cominciato a scrivere romanzi, e a farlo in inglese, lingua odiata e amata, emblema del colonialismo ma anche veicolo di comunicazione, la cui diffusione ne aveva fatto uno strumento più agevole rispetto a una qualunque delle diciotto lingue "ufficiali" e alle centinaia di altre lingue e dialetti del subcontinente. 

 

E proprio in inglese l'India parlava di sé, ponendo in una forma narrativa che molto doveva alla ricchezza dell'oralità, le mille e mille storie che affondano le radici in una mitologia ricchissima e complessa, rintracciabile nelle grandi epiche del Mahabharata e del Ramayana, per non citare che le più famose, e che da lì si dipartono come i rami di un albero, per intrecciarsi a una realtà fatta anche di lotte politiche e di endemiche povertà, di un sistema di caste che non accenna a indebolirsi, come ad antichi e spesso violenti rituali rivolti verso i più deboli, prime fra tutte le donne.

Edward W. Said, "Sempre nel posto sbagliato"

anche autore del saggio "Orientalismo"

     E per un singolare paradosso, nonostante che in India una letteratura scritta nelle lingue locali abbia radici lontane, è la narrativa in inglese a offrire agli occhi del mondo "un corpus letterario più forte e importante rispetto a gran parte di quanto è stato scritto nelle diciotto lingue ufficiali dell'India", come scrive Salman Rushdie nella introduzione a The Vintage Book of Indian Writing, 1947-1997, concludendo che "questa letteratura indoinglese che sta fiorendo rappresenta forse il contributo più prezioso che l'India abbia dato finora al mondo dei libri". 

Dopo aver passato in rassegna una massa enorme di scritti, Rushdie arriva alla conclusione che se i migliori scrittori indiani dei cinquant'anni precedenti all'indipendenza perlopiù non scrivevano in inglese, nei successivi cinquanta dalla fine dell'impero le opere più interessanti, in generale, sono proprio quelle degli autori che si esprimono in questa lingua. È come se questa seconda lingua madre, "l'unico idioma che consenta a due indiani di parlarsi in una lingua che nessuno dei due odia" (Patrie immaginarie), d'un tratto avesse permesso di dar voce in maniera più ricca e articolata all'esperienza del cosmopolitismo, al rapporto tra passato e presente, tra città e campagna, ai conflitti di casta e generazionali, al tema delle lotte religiose e politiche, della malattia e del rapporto col sacro, fino a quello, quantomai sentito, dell'emigrazione e della diaspora. 

Lingua madre per alcuni e veicolare per i più, l'inglese è anche l'idioma nel quale si può raccontare, come fa Anita Desai nel romanzo In custodia, la crisi di un'altra lingua ancora, l'urdu in questo caso, un tempo assai viva a Delhi; o l'India vista attraverso gli occhi di un ebreo tedesco in fuga dalle persecuzioni naziste, come in Notte e nebbia a Bombay.

 

Anita Desai

"Giochi al crepuscolo"

 

"Per me essere una scrittrice in India ha significato condurre una vita segreta, quasi una doppia vita. La società intorno mi ha reso la vita 'non semplice'. Erano tutti un po' disturbati dal fatto che ci fosse una donna che esprimeva un'opinione e che dipingeva un quadro che nessuno voleva fosse dipinto così".

Anita Desai (Intervista, 1988)

 

     Se è certo al miracolo di una lingua comune, insieme alla straordinaria ricchezza del patrimonio narrativo cui dar voce, e all'intenso rapporto con la cultura occidentale, che si deve la vera e propria esplosione sul mercato editoriale di una letteratura indiana in inglese, vero è anche che a mettere in moto questo singolare processo è la comparsa, nel 1981, dell'opera prima di un giovane autore indo-pakistano, Salman Rushdie. Si tratta de I figli della mezzanotte, che vince a buon diritto il Booker Prize, il più prestigioso premio letterario inglese, e viene rapidamente tradotto in decine di lingue; un'opera che per la ricchezza del linguaggio, la carica innovativa dello stile e l'intensità del tessuto narrativo, è presto destinata a fare da vero spartiacque tra un "prima" e un "dopo", cosí come tra prima e dopo l'indipendenza dell'India si colloca la storia del protagonista Saleem Sinai, che viene al mondo nel momento che segna la nascita dell'India moderna: 

"Sono nato nella città di Bombay il 15 agosto del 1947 allo scoccare della mezzanotte... Quando io arrivai le lancette dell'orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso. Nell'istante preciso in cui l'India pervenne all'indipendenza, io fui scaraventato nel mondo"

     I figli della mezzanotte ha molteplici meriti: quello di aver decretato la nascita di un grande scrittore, forse il più grande scrittore in lingua inglese, vivente; quello di aver segnalato al mondo l'esistenza di una letteratura indiana di grande bellezza e maturità; di aver dato fiducia in se stessi a molti potenziali autori favorendo l'emergere di una generazione di nuovi talenti; di aver stimolato il mercato editoriale incoraggiandolo a pubblicare e a far circolare quanto si andava via via scrivendo; da ultimo, l'interesse crescente nei confronti della letteratura indiana in inglese ha conferito visibilità anche alle opere di scrittori della cosiddetta generazione di mezzo, autori che già pubblicavano, e con un certo successo, quali ad esempio Mulk Raj Anand (Intoccabile), Raja Rao (Kanthapura), R. K. Narayan (Dei e demoni dell'India), o Khushwant Singh (Quel treno per il Pakistan), consentendo loro di venire riscoperti da un nuovo e più vasto pubblico di lettori.

"Il merito di Salman Rushdie è stato di fare in modo che il mondo non chiedesse più all'India di essere una caricatura di se stessa e della sua cultura millenaria. Ma di poter semplicemente alzare il viso e dire 'Io sono così'.

                           Arundhati Roy

 

     Il mercato editoriale italiano non è rimasto insensibile a questo fenomeno, come attesta l'ampio numero di opere di autori indiani attualmente presenti in traduzione, da quelle dell'ormai celebre Rushdie, straordinariamente attivo anche dopo la fatwa che lo ha costretto alla clandestinità (imperdibile è L'ultimo sospiro del moro, narrazione che copre quattro secoli di storia, unendo in un solo abbraccio Europa e India), a Il ragazzo giusto, del giovane Vikram Seth, notevole successo editoriale nonostante le impegnative 1618 pagine che lo compongono. 

Vikram Seth

     Sì, perché una caratteristica della narrativa indiana contemporanea è il bisogno da parte degli autori di unire storia a storia in complesse tessiture che richiamano i grandi poemi epici o le molte immagini che l'iconografia di quel mondo ci ha consegnate. Romanzi di ampiezze innaturali per un pubblico occidentale, con intrecci narrativi che potenzialmente potrebbero non concludersi mai, come fa ad esempio, con le oltre settecento pagine della sua opera prima, Terra rossa e pioggia scrosciante, il giovane Vikram Chandra, che alla passione per il racconto epico affianca quella per la tecnologia e il mondo dei computer. O come fa Amitav Ghosh, scrittore molto noto e tradotto anche da noi, che con Il cromosoma Calcutta unisce l'India rurale a quella della telematica, facendo di un computer un personaggio dotato di vita e volontà proprie.

     Tra i molti elementi di interesse che questa composita letteratura ci offre, vi è senza dubbio la massiccia presenza di voci femminili. Da Anita Desai, della quale sono già stati tradotti da noi cinque romanzi mentre se ne annuncia un sesto, Verso Itaca, a Ruth Prawer Jhabvala, narratrice e sceneggiatrice molto nota (sua è la sceneggiatura di Quel che resta del giorno, dal romanzo di Kazuo Ishiguro, cosí come suo è il romanzo Calore e polvere, poi diventato film); da Kamala Markandaya, forse la prima autrice indiana ad apparire in italiano nel 1956 con Nettare in un setaccio, nella traduzione di Luciano Bianciardi, a Shashi Deshpande, della quale è uscito Il buio non fa paura, un bel romanzo sulla condizione femminile; da Nayantara Sahgal, cugina di Indira Ghandi e figlia di un perseguitato politico, presente con Il giorno dell'ombra, fino a Arundhati Roy, autrice di uno dei libri memorabili del 1997, Il dio delle piccole cose, vincitore del Booker Prize e meritatamente osannato dalla critica di tutto il mondo. 

     Può darsi che l'India sia ancora oggi Una civiltà ferita, come recita il titolo del libro- reportage di V.S. Naipaul, il più noto, premiato e tradotto degli scrittori indiani (o per meglio dire indo-caraibici) di oggi: un testo del 1977, apparso in italiano nel 1997, certo a ragione della sua modernità, bello nonostante il tono malinconico che lo pervade. Una civiltà ferita, forse, ma che di quelle stesse ferite ha saputo fare, mirabilmente, materia di racconto.

 

V. S. Naipaul

Arundhati Roy

Vikram Chandra

 

Maria Antonietta Saracino


Insegna presso il Dipartimento di anglistica dell'Università di Roma "La Sapienza", dove si occupa, in particolare, di letterature postcoloniali anglofone. È autrice di numerosi saggi sulle letterature africane e caraibiche in lingua inglese. Ha curato il volume Altri lati del mondo (Sensibili alle foglie, 1994), tradotto e curato opere di Joseph Conrad, Kazuo Ishiguro, Doris Lessing, Virginia Woolf. Collabora alla Talpalibri, supplemento culturale del Manifesto e ai programmi culturali di Radio tre.

 

Pagina curata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata nel 2003

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