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A l l a   s c o p e r t a   d e l   C a n a d a

 

Branco Gorjup

Sconosciuta fino a pochi anni fa, la letteratura canadese è esplosa sulla scena internazionale. Grazie ad autori come Margaret Atwood, Michael Ondaatje, Anne Michaels, Alice Munro. E alla capacità di raccontare un paese sempre più complesso, frammentato e mutevole. Proprio come il mondo.

 

     Una ventina di anni fa, la letteratura canadese era pressoché sconosciuta fuori dai confini nazionali: gli scrittori tradotti o pubblicati dalle più importanti case editrici straniere erano pochissimi e, di fatto, nessuno di loro poteva vantare la notorietà degli statunitensi, degli inglesi o degli australiani. In quel periodo, quel poco che si conosceva della scrittura canadese era confinato principalmente all'ambito universitario. I nostri autori venivano studiati nelle aule e analizzati nei congressi tra specialisti, ma in generale rimanevano fuori dalla portata del grande pubblico.

     Un'attività accademica di questo genere, che avrebbe ovviamente creato i presupposti per un più ampio interesse nei confronti della letteratura canadese, fu particolarmente forte in Italia, e in anticipo rispetto ad altri paesi. Negli anni Ottanta, numerose università italiane studiarono in modo approfondito quegli scrittori - come Margaret Laurence, Alice Munro, Robertson Davies e Margaret Atwood - che in Canada si erano affermati negli anni Settanta. La conseguenza, dal valore inestimabile, di tale attività accademica è stata la pubblicazione, in Italia, di un crescente numero di libri canadesi da parte di piccole case editrici universitarie.
     Negli anni Novanta la narrativa canadese è esplosa sulla scena mondiale cogliendo tutti di sorpresa, a cominciare dagli autori stessi. L'impatto è stato straordinario: gli editori stranieri, stanchi dell’aggressiva americanizzazione del mondo letterario anglofono, hanno cominciato ad esplorare l’editoria e i festival letterari canadesi, alla ricerca di autori che il loro pubblico avrebbe per certo amato e apprezzato.

     I diritti su romanzi come In fuga di Anne Michaels, Fall On Your Knees di Ann-Marie MacDonald, Altrove di Jane Urqhuart e Chilhood di André Alexis, per citarne solo alcuni, sono stati comprati da case editrici straniere, anche americane, per cifre senza precedenti - per lo meno secondo i parametri canadesi; e libri come questi sono stati pubblicati quasi simultaneamente in decine di paesi. Il paziente inglese di Michael Ondaatje ha vinto il prestigioso Booker Prize, mentre Robertson Davies, Margaret Atwood e Rohinton Mistry hanno ottenuto varie nomination per lo stesso premio. La Atwood, inoltre, ha ricevuto in Italia il premio Mondello per la sua intera opera, mentre Carol Shields ha vinto con Stone Diares il più importante riconoscimento degli Stati Uniti, il Pulitzer; e Anne Michaels ha ottenuto, fra gli altri, sia il premio Orange che il Manchester Guardian.

Margaret Atwood, una scrittrice molto amata in Italia, che ha ottenuto il premio Mondello per la sua intera opera

     Come possiamo spiegare questa improvvisa fortuna della letteratura canadese, che sembra essere “diventata maggiorenne” tutt’a un tratto? Quelli più cinici di me direbbero che i gusti letterari, come ogni cosa, sono soggetti ai capricci della cultura consumistica: ciò che oggi è di moda domani sarà superato. Oggi dunque è di moda il Canada: godiamoci il primato, perché domani toccherà alla Cina...
La mia percezione di questo fenomeno è invece più razionale: dire che una letteratura improvvisamente “diventa maggiorenne” è illogico e sciocco, perlomeno dal mio punto di vista. Il meglio della narrativa canadese, come il meglio di qualsiasi letteratura a qualsiasi latitudine, è sempre stato buono, anche quando stava ai margini di quella che, con qualche riserva, viene chiamata “scena letteraria mondiale”.

     Ciò detto, ritengo comunque che all’interno della sensibilità letteraria canadese sia avvenuta un’importante trasformazione: negli ultimi due decenni abbiamo assistito all’abbandono del vecchio paradigma nazionalista - inclusi i temi della colonizzazione, o quelli della formazione e del consolidamento di una società civilizzata in una regione caotica e ostile, tutti definiti secondo i canoni della visione anglosassone del mondo -, a favore della concezione attuale del Canada come società pluralistica, multiculturale e multirazziale. Ed è questa consonanza con una percezione decentrata e non omologante della realtà, che ha richiamato a mio parere l’interesse dei lettori del mondo intero.

     Negli anni Sessanta e Settanta, quando il nazionalismo culturale era affascinante oltre che vantaggioso, la narrativa era invariabilmente pensata e studiata come uno specchio: come tale, doveva mostrare ai canadesi chi erano e da dove venivano, con una visione evidentemente troppo semplicistica per una nazione così complessa.
Per alcuni canadesi, quelli di estrazione europea, i risultati di questa ricerca erano ovvii. Per altri, la cui eredità culturale non era anglosassone o francofona, essa risultava invece esclusivista e limitante. Lo specchio non rifletteva la loro immagine né il loro personale senso del Canada.

     Gli “altri” di cui sto parlando erano gli indiani americani, gli afro-canadesi e gli asiatici: le loro voci non si sono fatte sentire fino agli anni Ottanta. Eppure, questo grande gruppo silenzioso ha sperimentato nel passato ciò che recentemente è diventato un caposaldo dell’attuale visione della narrativa, soprattutto a partire dall’intensificarsi degli studi sul post-colonialismo nelle università occidentali: ovvero che essa, per quanto genuini siano i suoi intenti, non può mai rappresentare la realtà e la coscienza collettiva di un popolo o di una nazione in modo canadese più recente ha invaso e popolato un vasto territorio immaginifico, che si estende oltre i confini dell’immaginario nazionale. Si pensi ai paesaggi ibridi di Ondaatje, che spaziano su continenti diversi e non conoscono limiti temporali, dall’Australia coloniale al selvaggio West di Billy the Kid, dalle sabbie del Sahara durante la seconda guerra mondiale ai giardini lussureggianti e alle giungle di Ceylon.  

 

Niagara

di Jane Urquhart

Lo spettro di Anil

di Michael Ondaatje, l'autore de "Il paziente inglese", da cui è stato tratto il film di Anthony Minghella con Ralph Fiennes, Juliette Binoche e Willem Dafoe

     La fantasia dei canadesi adesso è di casa un po’ dovunque e fa appello a svariate culture; può muoversi agevolmente tra frammenti storici provenienti da altri mondi e altre epoche, e ci ha condotti in affascinanti viaggi di scoperta: dalla Praga di Joseph Skvorecky nell’era del jazz degli anni Cinquanta alla Kiev di Janice Kulyk Keefer durante l’occupazione nazista; dal racconto dell’epoca pre e post schiavista di Dionne Brand, a partire dal suo ancestrale ricordo di Trinidad, pieno di dolore e speranza, all’ombrosa Vancouver di Evelyn Lau, oltretomba di prostituzione e abusi sessuali, fino alla decadente Toronto di Barry Callaghan, con la sua fantasmatica aristocrazia che contempla la propria vita irrisolta. Ciò che questi e altri scrittori hanno portato nella recente letteratura canadese è una percezione proteiforme di cosa vuol dire essere canadesi: ci raccontano che cosa significa vivere in un paese multietnico, in cui la percezione di se stessi non può essere mutevole e illusoria, e che non può essere diversa perché il Canada di oggi è una metafora del mondo di domani, preciso e davvero attendibile.

     È sufficiente un rapido sguardo alla produzione contemporanea per notare che la narrativa, accanto ai narratori più conosciuti - Margaret Laurence, Alice Munro, Margaret Atwood, Robertson Davies, Timothy Findley, Leon Rooke, Michael Ondaatje, Mordechai Richler e Carole Shields, le cui opere sono disponibili in traduzione italiana - c’è un gruppo più giovane che negli ultimi anni ha dato un contributo significativo alla letteratura canadese, specialmente all’estero. In un certo senso questo gruppo - che include Margaret Gibson, Barbara Gowdy, Jane Urqhuart, Ann-Marie MacDonald, Anne Michaels, Yann Martel, André Alexis, Nancy Houston, Rohinton Mistry, Nino Ricci e Gail Anderson Dargatz - ha seguito le orme della generazione precedente, beneficiando sì dell’attività pionieristica realizzata fuori dal Canada, ma rimaneggiandola e senza usare più l’accademia come un trampolino. 

ANNE MICHAELS

I N   F U G A

"In fuga" è un libro stupefacente, una sorpresa spiazzante, un testo che ha la purezza di un cristallo molato da una scrittura perfetta, piana e profonda, auto-cosciente ma mai compiaciuta. Anne Michaels, 40anni, canadese di Toronto, già poeta apprezzata, si avventura qui in un territorio che sembra ogni volta  esaurito - la letteratura sui sopravvissuti della Shoah - e che invece è evidentemente inesauribile, perché paradigma dell'estremo. Il piccolo ebreo Jakob sfugge agli aguzzini nazisti che si portano via tutta la sua famiglia. Lo trova l'archeologo Athos Roussos che come il gigante buono di una fiaba lo salva nascondendolo sotto il suo ampio mantello. Di qui la più struggente relazione tra l'adulto solitario e il cucciolo ferito che la letteratura contemporanea abbia saputo raccontare: Jakob e Athos si salvano a vicenda dalla durezza della vita su Zante durante la guerra, poi si trasferiscono in Canada. Jakob diventa un poeta e non avrà figli, ma sarà Ben - figlio di ebrei sopravvissuti alla Shoh - a ripercorrere la sua storia a ritroso, perché il filo non resti spezzato e le generazioni possano continuare. Perchè nulla cancella il Male, ma neanche il Bene. "L'ombra del passato è formata da tutto quello che non è mai successo. Invisibile, squaglia il presente come la pioggia col calcare. Una biografia del desiderio e della nostalgia. Ci guida come un campo magnetico, una forza che torce lo spirito".

Anna Maria Crispino

Fonte: Leg(g)endaria n.7 1998

Nella maggioranza dei casi, i membri di questa nuova generazione si sono affidati a case editrici commercialmente forti, assicurandosi maggiore notorietà e più ampi guadagni.

     Dopo la pubblicazione in Canada, In fuga di Anne Michaels, straordinario racconto lirico sulla guarigione post-olocausto, è stato tradotto in ventitré lingue nel giro di due anni e pubblicato dalle più importanti case editrici in ventisette paesi. André Alexis, Ann-Marie MacDonald e Jane Urqhuart hanno avuto un successo della stessa portata.  

     Numerosi critici e studiosi stranieri considerano la narrativa contemporanea canadese molto matura: l’hanno spesso definita impegnata e importante, capace di spargere nuova luce sulla nostra visione del mondo: di un mondo che, come il Canada, è stranamente e paradossalmente frammentato e provvisorio; capace, anche, di sfidare attivamente le nozioni correnti di “universalità” e “uniformità”, basate su percezioni ormai superate.

     Nel suo In fuga Anne Michaels ci dice, in modo pacato ma deciso, che, sì, la letteratura dopo Auschwitz è possibile. La saga regionale di Ann Marie MacDonald, Fall On Your Knees, esplora con abilità e precisione le complesse relazioni interrazziali in una piccola comunità della Nuova Scozia al volgere del secolo. 

Questa scrittrice concentra l’attenzione del lettore su una parte di storia dimenticata, che riguarda soprattutto la vita degli scozzesi afro-nova, degli ebrei e degli arabi, ossia quelli che la comunità celtica dominante ha trattato, a seconda dei casi, con pregiudizio o con compassione. Infine, Anderson Dargatz, nel suo poderoso romanzo di debutto, The Cure for Death by Lightening, analizza gli aspetti oscuri della vita - incluso l’incesto - in una fattoria isolata della British Colombia, fattoria eretta sulla terra che un tempo era appartenuta agli oriundi e che è ancora infestata dei loro spettri.

     Questi nomi forniscono solo una panoramica dell’attuale narrativa canadese. Il quadro, tuttavia, risulterebbe incompleto senza fare cenno ai racconti, che in Canada hanno avuto storicamente molta fortuna. Gli autori “veterani” di racconti - come Alice Munro, Mavis Gallant, Leon Rooke, Guy Vanderheage, John Metcalf e Margaret Atwood - sono stati affiancati recentemente da una generazione più giovane, che include Diane Schoemperlin, Barbara Gowdy, Isabel Huggan e Susan Swan, la maggior parte dei quali hanno debuttato in Italia in due antologie di racconti, Musica silente e Altre terre

Insieme alle opere precedentemente menzionate, queste antologie facilitano l’accesso. Ha grande valore, dunque, quella che il Canada ci mette sotto gli occhi!

   

 

Branko Gorjup
Critico e traduttore, insegna Letteratura canadese alla York University di Toronto. Ha curato le Poesie scelte di Irving Layton, Gwendolyn MacEwen e P. K. Page e i racconti di Leon Rooke e Barry Callaghan, oltre a varie antologie di prosa breve canadese in lingua inglese e una scelta di saggi di Northrop Frye.


Traduzione di Daniela Ruggiu

Pagina creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

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