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Melissa P.

Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire

20 febbraio

      Ci sono giorni in cui non so se smettere di respirare definitivamente o rimanere in apnea per tutto il tempo che mi rimane. Giorni in cui sotto le coperte respiro e ingoio le mie lacrime e sento il loro sapore sopra la lingua. Mi sveglio da un letto in disordine, con i capelli spettinati e la mia pelle violata. Nuda, davanti a uno specchio, osservo il mio corpo. Scorgo una lacrima cadere dall’occhio alla guancia, l’asciugo con un dito e mi graffio un po’ la gota con un’unghia. Passo le mani sopra i capelli, li tiro indietro, faccio una smorfia tanto per riuscirmi simpatica e ridere di me stessa: ma non ci riesco, voglio piangere, voglio punirmi. 

     Mi dirigo verso il primo cassetto del comodino. Prima osservo tutto ciò che c’è dentro, poi scarto con cura ciò che devo indossare. Ripongo gli indumenti piegati sul letto e sposto lo specchio in posizione frontale a dove mi trovo. Osservo ancora il mio corpo. I muscoli sono ancora tesi, la pelle è però morbida e liscia, bianca e candida come quella di una bambina. E bambina sono. Mi siedo al bordo del letto, infilo le autoreggenti puntando il piede e facendo scivolare il sottile velo sulla pelle fino a che la balza in pizzo arriva alla coscia, premendola un poco. Poi è la volta della guepière, nera in seta con stringhe e nastrini. Mi cinge il busto e assottiglia la vita che è già molto sottile ed evidenzia ancora di più i miei fianchi, troppo prosperosi, troppo rotondi e burrosi per evitare che gli uomini scaraventino lì le loro bestialità. I seni sono ancora piccoli: sono sodi, bianchi e rotondi, si possono tenere in una mano e riscaldarla con il loro calore. La guepière è stretta, i seni sono compressi e vicini tra loro. 

     Non è ancora tempo di osservarmi. Indosso le scarpe con i tacchi a spillo, infilo il piede fino alla caviglia sottile e sento che il mio metro e sessanta diventa improvvisamente dieci centimetri di più. Vado in bagno, prendo il rossetto rosso e ne bagno le mie labbra succose e morbide; poi infoltisco le ciglia con il rimmel, pettino i capelli lunghi e lisci e spruzzo tre volte il profumo posto sopra lo specchio. Ritorno nella mia camera. Lì vedrò la persona che sa farmi vibrare forte l’anima e il corpo. 

     Mi osservo incantata, gli occhi brillano e quasi lacrimano; una luce speciale fa da contorno al mio corpo e i miei capelli che ricadono dolcemente sulle mie spalle m’invitano ad accarezzarli. La mano dai capelli cade piano, senza che io me ne renda quasi conto, verso il collo; accarezza la pelle delicata e due dita ne cingono un poco la circonferenza premendo piano. Comincio a sentire il suono del piacere, quasi impercettibile ancora. La mano scende un po’ di più, inizia ad accarezzare il petto liscio. La bambina abbigliata da donna che ho davanti ha due occhi accesi e vogliosi (di cosa? Di sesso? Di amore? Di vita vera?). La bambina è solo padrona di se stessa. Le sue dita si intrufolano tra i peli del suo sesso e il calore le fa salire un brivido alla testa, mille sensazioni mi invadono.

“Sei mia”, mi sussurro e subito l’eccitazione s’impossessa del mio desiderio.

Mi mordo le labbra con i denti perfetti e bianchi, i capelli scomposti mi fanno sudare la schiena, piccole gocce imperlano il mio corpo. Ansimo, i sospiri aumentano…Chiudo gli occhi, il mio corpo ha spasmi ovunque, la mia mente è libera e vola. Le ginocchia cedono, il respiro è rotto e la lingua percorre stanca le labbra. Apro gli occhi: sorrido alla bambina. Mi avvicino allo specchio e le offro un bacio lungo e intenso, il mio respiro appanna il vetro.

Mi sento sola, abbandonata. Mi sento come un pianeta su cui in questo momento orbitano tre stelle diverse: Letizia, Fabrizio e il professore. Tre stelle che mi fanno compagnia nei pensieri ma non altrettanto nella realtà.  

Fonte: Melissa P., Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, Fazi Editore, 2003 pp. 81-83

Melissa P. ha diciassette anni (nel 2003). Vive con i genitori ad Aci Castello, vicino Catania. Qui frequenta il liceo classico. Non ama le discoteche, ma la musica lirica. Pur essendo stata chiamata "La Lolita degli anni 2000", non ha letto "Lolita", il libro di Vladimir Nabokov. Ama, invece, il testo della spagnola Almudeva Grandes "Le età di Lulù". Questo suo primo libro è diventato un caso nazionale nella nostra Italia ipocritamente cattolica, che vuole continuare a vedere le nostre figlie/sorelle come verginelle in attesa del principe azzurro e bollare come "puttana" chi vuole sperimentare che cosa è e che cosa può dare il sesso. Immonde le interviste a lei fatte in televisione. Se parla Nabokov (un uomo) delle sedicenni, tutti sono in ammirazione del personaggio rappresentato invece di chiamare "porco" lo scrittore; se è la sedicenne (donna) a scrivere la propria esperienza, tutti sono felici di oltraggiare la "bimba porca" anziché parlare del libro e dei suoi personaggi. Ma a questi italiani non dice nulla il fatto che in un mese il libro ha venduto diecimila copie e che a comprarlo sono i teenagers, maschi e femmine?

 

 

 

  A S I L O   N I D O 

Naghib Mahfuz  


- Papà.
- Si'?
- Io e la mia amica Nadia stiamo sempre insieme.
- E' chiaro, amore, perché è tua amica.
- In aula, durante la ricreazione, quando facciamo merenda..
- Ottimo, sei una bimba buona e giudiziosa.
- Ma nella lezione di religione io sono in una classe e lei in un'altra.
Guardò la madre, notò che stava sorridendo impegnata a ricamare uno scialle e disse, sorridendo anche lui:
- Sì. Ma solo nella classe di religione…
- Ma perché papà?
- Perché tu sei musulmana e lei è cristiana.
- E perché papà?
- Sei ancora troppo piccola, tra poco lo capirai…
- No, sono grande.
- No, amore, sei piccola.
- E perché sono musulmana?
Dovrebbe essere comprensivo e delicato: non mancare ai precetti della pedagogia moderna alla prima difficoltà.
Rispose:
- Perché papà è musulmano, mamma è musulmana…
- E Nadia?
- Il suo papà è cristiano e anche la sua mamma.
- E' perché il suo papà porta l'incenso?
- No, l'incenso non c'entra niente. E' perché anche suo nonno era cristiano.
Continuò con la catena degli antenati fino ad annoiarsi.
Cercò di cambiare argomento ma la bambina gli domandò:
- E qual è la migliore?
Rimase in dubbio un attimo prima di rispondere:
- Tutte e due.
- Ma io voglio sapere qual è la migliore.
- E' che tutte e due lo sono.
- E perché non divento cristiana per stare sempre con Nadia?
- No, tesoro, è meglio di no. Tu devi essere come il tuo papà e la tua mamma.
- E perché?
Francamente la pedagogia moderna è tirannica.
- Perché non aspetti di essere un po' più grandicella?
- No, ora.
- Bene, diciamo che è un problema di gusto. A lei piace più una e tu preferisci l'altra. Tu sei musulmana e lei ha un gusto diverso. Per questo devi continuare ad essere musulmana.
- Ma Nadia ha cattivo gusto?
Arrampicandosi sugli specchi si gettò senza pietà al collo di una bottiglia.
- Sui gusti non c'è niente di scritto. L'unica cosa importante è di continuare ad essere come papà e mamma.
- Ma io posso dire a lei che ha cattivo gusto mentre io no?
Lui fece un passo indietro.
- tutte e due le religioni sono buone: l'Islamismo e il cristianesimo adorano comunque Dio.
- E perché io lo devo adorare in una casa e lei in un'altra?
- Perché lei lo adora in un modo e tu in un altro.
- E qual è la differenza, papà?
- Lo studierai nel prossimo anno scolastico o in quello dopo ancora. Per il momento rassegnati a sapere che il cristianesimo e l'islamismo adorano Dio
- E chi è Dio papà?
Si fermò, rifletté un attimo e domandò con tutte le possibili precauzioni:
- Che ti ha detto la nonna?
- Lei ci spaventa e ci chiede di pregare, ma io non so farlo.
Lui rimase a pensare con un incerto sorriso. Disse:
- E' il creatore del mondo.
- Di tutto?
- Di tutto.
- Che vuol dire Creatore papà?
- Vuol dire che ha fatto tutto.
- Come, papà?
- Con il sommo potere.
- E dove vive?
- In tutto il mondo.
- E prima del mondo?
- Al di sopra.
- Nel cielo?
- Sì.
- Voglio vederlo.
- Non si può.
- Nemmeno alla televisione?
- No.
- E nessuno lo ha visto?
- Nessuno.
- E come fai a sapere che lui sta lassù?
- Perché sì.
- Ma chi ha indovinato che era lassù?
- I profeti.
- I profeti?
- Sì, come Nostro Signor Maometto.
- Ma come, papà?
- Per una grazia speciale.
- Aveva degli occhi molto grandi?
- Sì.
- E perché, papà?
- Perché Dio lo ha creato così.
- E perché papà?
Rispose cercando di non perdere la pazienza:
- Perché può fare quello che vuole.
- E come hai detto che è?
- Molto grande, molto forte e può tutto.
- Come te, papà?
Rispose dissimulando un sorriso.
- Non c'è paragone.
- E perché vive lassù?
- Perché nella terra non c'entra, perché là vede tutto.
Si distrasse un momento poi ritrovò l'attenzione:
Ma Nadia mi ha detto che lui ha vissuto sulla terra.
- Non è così, è che lui vede tutto come se vivesse da tutte le parti nello stesso tempo.
- E mi disse anche che la gente lo ha ammazzato.
- Va bene, tesoro, hanno creduto di averlo ammazzato, ma lui era vivo.
- Anche suo nonno è vivo?
- No, il nonno è morto.
- Lo hanno ammazzato?
- No, è morto da solo.
- Come?
- Si è ammalato e poi è morto.
- Allora anche mia sorella morirà?
Corrugò la fronte e rispose avvertendo il disappunto della moglie.
- In nessun modo. Lei guarirà, se dio vorrà.
- Ma perché, allora, è morto il suo nonno?
- Perché quando si ammalò era già grande.
- Ma tu ti sei ammalato da grande e non sei morto.
La madre lo guardò con gli occhi sgranati e subito dopo volse lo sguardo spaventato da uno all'altra.
Lui disse:
- Moriamo quando Dio lo decide.
- E perché Dio decide quando dobbiamo morire?
- Perché è libero di fare quello che vuole.
- E' bello morire?
- Ma che dici, tesoro!
- E perché Dio vuole una cosa che non sia bella.?
- Tutto ciò che Dio vuole per noi è buono.
- Però tu hai appena detto che non era.
- Mi sono sbagliato, tesoro.
- E perché la mamma si è scocciata quando ti ho chiesto perché tu non eri morto?
- Perché non è la volontà di Dio che io muoia.
- E perché no, papà?
- Perché lui ci ha messo qua e lui ci porterà via.
- E perché papà?
- Perché facciamo cose belle qui prima di andarcene.
- E perché non rimaniamo per sempre?
- Perché se rimanessimo non ci sarebbe posto per tutti sulla terra.
- E lasciamo le cose buone?
- Sì, ma per altre molto migliori.
- Dove sono?
- Lassù.
- Con Dio?
- Sì.
- E le vedremo?
- Sì.
- E questo è bello?
- Certo!
- Allora andiamo!
- Però non abbiamo ancora fatto le cose buone.
- Il nonno le ha fatte?
- Sì.
- Quali tipi di cose?
- Costruire una casa, coltivare un giardino…
- E cosa ha fatto il cugino Totò?
Per un momento si adombrò.
Svolse furtivamente uno sguardo di sconcerto alla madre e rispose:
- Anche lui aveva costruito una casa, anche se piccola, prima di andarsene.
- Ma Lulù, il vicino, mi dà fastidio, e non fa mai le cose buone.
- E' che lui è nato non normale.
- E quando morirà?
- Quando Dio vorrà.
- Anche se non ha fatto cose buone?
- Tutti noi dobbiamo morire- quelli che hanno fatto cose belle vanno con Dio e quelli che hanno fatto cose cattive vanno all'inferno.
Sospirò e rimase zitta. Il padre si sentì profondamente sollevato. Non sapeva se aveva fatto bene o se aveva sbagliato.
Quel fiume di domande aveva rimosso interrogazioni sedimentate nella parte più profonda di sé, ma l'instancabile creatura riprese:
- Voglio stare sempre con Nadia.
Il padre la guardò in modo interrogativo e lei aggiunse:
- Anche nella lezione di religione!
Rise di gusto, anche la madre, e poi disse sbadigliando:
- Non ho mai pensato che fosse possibile discutere ad un tale livello di questi problemi.
Disse la moglie:
- Arriverà il giorno in cui la bimba crescerà e tu potrai spiegarle razionalmente la verità.
Lui si girò per verificare se quelle parole fossero sincere o ironiche e la trovò intenta al suo ricamo.

Naghib Mahfuz è nato al Cairo nel 1912. Laureato in filosofia, ha pubblicato numerosi romanzi, saggi e racconti; è anche sceneggiatore televisivo e cinematografico, nonchè giornalista. Nel 1988 gli è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura.  

 

 

SECCO STUDIO DI CAVALLI

Clarice Lispector

SVESTITURA

Il cavallo è nudo.


FALSO ADDOMESTICAMENTO

Cos'è un cavallo? È la libertà così indomabile che diventa inutile imprigionarlo affinché serva all'uomo: si lascia addomesticare, ma con un semplice movimento, uno scarto ribelle della testa - scuotendo la criniera come una capigliatura sciolta - dimostra che la sua intima natura è sempre indomita, limpida e libera.


FORMA

La forma del cavallo rappresenta ciò che di meglio c'è nell'essere umano. Ho un cavallo dentro di me, che raramente si esprime. Ma, quando vedo un altro cavallo, allora il mio cavallo si esprime. La sua forma parla.


DOLCEZZA

Cosa fa sì che il cavallo sia di brillante satin? È la dolcezza di chi ha assunto la vita, e il suo arcobaleno. Quella dolcezza si ritrova nel morbido pelo, che lascia indovinare i muscoli elastici, agili e controllati


GLI OCCHI DEL CAVALLO

Una volta ho visto un cavallo cieco: la natura si era sbagliata. Era doloroso sentirlo irrequieto, attento al minimo rumore prodotto dalla brezza fra le erbe, i nervi pronti a drizzarsi in un brivido che gli percorreva il corpo all'erta. Cosa vede un cavallo con tale intensità che, non vedendo i propri simili, rimane come alienato da se stesso? La verità è che - quando vede - distingue fuori di sé ciò che sta dentro di lui. È un animale che si esprime attraverso la forma. Quando vede montagne, prati, persone, cielo - domina gli uomini e la stessa natura.


SENSIBILITÀ

Ogni cavallo è selvaggio e scontroso, quando mani insicure lo toccano.


LUI E IO

Tentando di mettere in parole la mia più occulta e sottile sensazione - e disubbidendo alla mia esigenza di veracità - direi: se avessi potuto scegliere, avrei voluto essere nata cavallo. Ma - chi lo sa - forse il cavallo non sente il grande simbolo della vita libera che noi sentiamo in lui. Devo pertanto concludere che il cavallo esiste soprattutto per essere sentito da me? Il cavallo rappresenta l'animalità, splendida e libera, dell'essere umano? Il meglio del cavallo, l'essere umano lo ha già? Allora io rinuncio a essere un cavallo e assumo gloriosamente la mia umanità: Il cavallo mi indica ciò che sono.


ADOLESCENZA DELLA BAMBINA-PULEDRO

Ho già avuto rapporti perfetti con un cavallo. Mi ricordo di me, adolescente. In piedi, con la medesima alterigia del cavallo, mentre facevo scorrere la mano sul suo lucido pelo. Sulla sua aggressiva, agreste criniera. Mi sentivo come se qualcosa di mio vedesse noi due da lontano - Così: "La Ragazza e il Cavallo".


VANTERIA

Nella fazenda il cavallo bianco - re della natura - lanciava, verso le alture dell'aria pungente, il suo prolungato nitrito di splendore.


IL CAVALLO PERICOLOSO

Nella cittadina dell'entroterra - che un giorno sarebbe diventata una piccola metropoli - regnavano ancora, come presenze preminenti, i cavalli. Spinti dalla necessità sempre più urgente di trasporti, branchi di cavalli avevano invaso la località e, nei bambini ancora selvaggi nasceva il segreto desiderio di galoppare. Un giovane baio aveva dato un calcio mortale a un bambino che lo stava per montare. E il luogo, dove l'audace bambino era morto, veniva guardato dalle persone con una censura che, in verità non sapevano a chi dirigere. Con la cesta della spesa appesa al braccio, le donne si fermavano a guardare. Un giornale si era interessato al caso, e con un certo orgoglio si lesse un articolo dal titolo Il delitto del cavallo. Era il Delitto di uno dei figli della cittadina. Ormai, quella cittadina, al suo odore di stalla mescolava la coscienza della forza contenuta nei cavalli.


SULLA VIA ARIDA DI SOLE

Ma, di punto in bianco - nel silenzio del sole delle due pomeridiane, e quasi nessuno nelle strade del suburbio - una pariglia di cavalli sbucò da un incrocio. Si immobilizzò per un momento, le zampe sollevate a mezz'aria. Sfolgorando nelle bocche, come se non fossero trattenute dal morso. Lì, simili a statue. I pochi passanti, che affrontavano il calore del sole, guardarono, duri, ciascuno per conto proprio, senza capire in parole ciò che vedevano. Si limitavano a capire. Passato il bagliore dell'apparizione - i cavalli piegarono il collo, abbassarono le zampe e proseguirono la loro strada. L'istante di abbaglio era passato. Istante immobilizzato, come se una macchina fotografica avesse captato qualcosa che le parole non diranno mai.


AL TRAMONTO

Quel giorno, quando il sole stava ormai per tramontare, l'oro si diffuse sulle nuvole e sulle pietre. I volti degli abitanti si dorarono, simili ad armature, e così brillavano i capelli sciolti. Fabbriche polverose fischiavano, continuando ad annunciare la fine del giorno di lavoro, la ruota di una carrozza raggiunse un nimbo dorato. In quel pallido oro, nella brezza, una spada saliva, sguainata. Perché in questo modo si ergeva la statua equestre della piazza, nella soavità del tramonto.


NELLA FREDDA ALBA

Si poteva vedere il tiepido alito umido - l'alito radioso e tranquillo che usciva dalle tremule frogie estremamente vive e frementi dei cavalli e delle cavalle in certe fredde albe.


NEL MISTERO DELLA NOTTE

Ma di notte, cavalli liberati dei basti, e condotti al pascolo, galoppavano agili e liberi nell'oscurità. Puledri, ronzini, sauri, grandi cavalle, zoccoli duri - a un tratto una testa fredda e scura di cavallo! - gli zoccoli battevano, musi schiumanti si impennavano, con ira e mormorii. E, a volte, un prolungato respiro raffreddava le erbe tremolanti. A quel punto il baio si staccava, camminava di lato, la testa curva sul petto, cadenzato. Gli altri assistevano, senza guardare. Sentendo il rumore dei cavalli, ne indovinavo gli zoccoli asciutti che talora avanzavano fino a fermarsi sul punto più alto della collina. E, nel lanciare il lungo nitrito, le loro teste dominavano la cittadina. Nelle tenebre della stanza, la paura mi prendeva, il terrore di un re, avrei voluto rispondere con le gengive in mostra, nitrendo. Nell'invidia del desiderio, il mio volto acquisiva la nobiltà inquieta di una testa di cavallo. Affaticata, godendo, ascoltavo il trotto sonnambulo. Non appena fossi uscita dalla stanza, la mia forma si sarebbe dilatata e raffinata e, raggiungendo la strada, gli zoccoli che scivolavano sugli ultimi gradini della scala di casa, avrei subito incominciato a galoppare con zampe sensibili. Dalla strada deserta, avrei guardato: un angolo e l'altro. E avrei visto le cose proprio come le vede un cavallo. Quello era il mio desiderio. Da casa, cercavo almeno di udire la collina del pascolo, dove, nelle tenebre, cavalli senza nome galoppavano, ritornati al loro stato di cacciatori e di guerrieri.
Le bestie non abbandonavano la loro vita segreta, che avviene durante la notte. E, se al centro della ronda selvaggia, appariva un puledro bianco - era un portento nel buio. Tutti si fermavano. Il cavallo prodigioso appariva, era una apparizione. Si mostrava impennato, per un istante. Immobili, gli animali aspettavano senza guardarsi. Ma uno di loro batteva con lo zoccolo - e quel breve colpo spezzava la vigilia: fustigati, si muovevano di colpo alacri, incrociandosi senza mai scontrarsi, e il cavallo bianco si perdeva in mezzo a loro. Finché un nitrito di collera repentina li avvisava - attenti, per la frazione di un secondo, subito ritornavano a sparpagliarsi in nuova formazione di trotto, la groppa senza cavaliere, i colli piegati finché il muso non toccasse il petto. Erette le criniere. Ritmici, selvaggi.
La notte profonda -mentre gli uomini dormivano - li ritrovava immobili nelle tenebre. Stabili, privi di peso. Là stavano, invisibili, respirando. In attesa, con la loro intelligenza limitata. Sotto, nella cittadina addormentata, un gallo volava, e andava ad appollaiarsi sul bordo di una finestra. Le galline spiavano. Oltre la strada ferrata, un topo pronto a fuggire. A quel punto, il cavallino batteva con la zampa. Non aveva bocca per parlare, ma dava quel minimo segnale che, di spazio in spazio, si manifestava nell'oscurità. Loro spiavano. Quegli animali che avevano un occhio per vedere ai due lati - nulla doveva essere visto frontalmente da loro, e quella era la grande notte. I fianchi di una cavalla percorsi da una rapida contrazione, nei silenzi della notte, la cavalla stralunava gli occhi, quasi fosse circondata dall'eternità. Il puledro più inquieto ergeva ancora la criniera in un sordo nitrito. Regnava infine il silenzio totale.
Fino a quando la fragile luminosità dell'aurora li rivelava. Erano divisi, in piedi sulla collina. Esausti, freschi. Nell'oscurità, erano passati attraverso il mistero della natura degli esseri.


STUDIO DEL CAVALLO DEMONIACO

Non riposerò mai più perché ho rubato il cavallo da caccia di un Re. Ora io sono peggiore di me stessa! Non riposerò mai più: ho rubato il cavallo da caccia di un Re, nel Sabba delle streghe. Se mi addormento un istante, l'eco di un nitrito mi sveglia. Ed è inutile tentare di non andare. Nel buio della notte il respiro mi fa rabbrividire. Fingo di dormire, ma nel silenzio il cavallo respira. Tutti i giorni sarà la stessa cosa: già all'imbrunire, divento malinconica e pensierosa. So che il primo tamburo sulla montagna del male creerà la notte, so che il terzo mi avrà ormai coinvolta nella sua tempesta. E al quinto tamburo, ecco in me la mia cupidigia di cavallo fantasma. Finché all'alba, agli ultimi flebilissimi tamburi, mi ritroverò senza sapere come, vicino a un fresco ruscello, senza poter sapere quello che ho fatto, accanto all'enorme, stanca testa di cavallo.
Ma stanca di cosa? Cosa abbiamo fatto, io e il cavallo, noi tutti, che trottavamo nell'inferno della gioia del vampiro? Lui, il cavallo del Re, mi chiama. Ho resistito, in un bagno di sudore, non vado. L'ultima volta in cui sono scesa dalla sua sella d'argento, così grande era la mia tristezza umana per essere stata ciò che non sarei dovuta essere, che ho giurato che mai, mai più. Il trotto tuttavia continua in me. Chiacchiero, riordino la casa, sorrido, eppure so che il trotto è dentro di me. Ne sento la mancanza, come chi sta morendo.
No, non posso fare a meno di andare.
E so che di notte, quando lui mi chiamerà, andrò. Voglio che ancora una volta sia il cavallo a condurre il mio pensiero. È stato da lui che ho imparato a pensare. Se è pensiero questo momento in mezzo ai latrati. Comincio a intristirmi perché so, e il mio occhio - oh, senza volere! non è colpa mia! - senza volere, il mio occhio già risplende del mio godimento - so che andrò.
Quando di notte lui mi chiamerà all'attrazione dell'inferno, andrò. Scendo come un gatto dai tetti. Nessuno sa, nessuno vede. Solo i cani abbaiano presagendo il sovrannaturale.
E nel buio, mi presento al cavallo, cavallo di Re, che mi aspetta, mi presento muta e in fulgore. Obbediente alla Bestia.
Corrono, dietro di noi, corrono cinquantatré flauti. Davanti, un clarinetto ci illumina, noi, gli spudorati complici dell'enigma. E nient'altro mi è dato sapere.
All'alba, vedrò noi due, esausti, vicino al ruscello, senza sapere quali delitti abbiamo commesso fino all'arrivo dell'innocente alba.
Sulla mia bocca e sulle sue zampe, il marchio del nobile sangue. Cosa abbiamo immolato?
All'alba sarò in piedi accanto al cavallo, muto, con il resto dei flauti a scorrermi ancora lungo i capelli. Le prime campane di una chiesa in lontananza ci fanno rabbrividire e ci mettono in fuga, noi svaniamo dinanzi alla croce.
La notte è la mia vita assieme al cavallo diabolico, io, fattucchiera dell'orrore. La notte è la mia vita, annotta, la notte peccaminosamente felice è la vita triste, che è la mia orgia - ah, ruba, rubami il cavallo, perché, di furto in furto, sino all'alba, io ho già rubato per me e per il mio fantastico compagno, e dell'alba ho ormai fatto un presagio orrendo di demoniaca gioia malsana.
Liberami, ruba in fretta il cavallo, fintanto che c'è tempo, fintanto che ancora non annotta, fintanto che è giorno senza tenebre, se è vero che c'è ancora tempo, poiché, nel rubare il cavallo ho dovuto uccidere il re, e nell'assassinarlo ho rubato la morte del Re. E l'orgiastica gioia del nostro assassinio mi consuma con un piacere terribile. Ruba in fretta il pericoloso cavallo del Re, rubami prima che venga la notte e mi chiami.
 

Fonte: Clarice Lispector, Dove siete stati di notte?, Traduzione di Adelina Aletti, Zanzibar, Milano 1994

LETTERA A UN’AMICA

Clarice Lispector

         Questa lettera scritta da Clarice Lispector nel 1947 a una cara amica è rimasta inedita fino a quando il famoso scrittore brasiliano Caio Fernando Abreu l’ha avuta dalle mani della destinataria e l’ha pubblicata nella sua rubrica sul supplemento letterario di un quotidiano di San Paolo, il 25 luglio 1994.

         Berna, 2 gennaio 1947

         Cara,

         Non pensare che una persona abbia tanta forza da condurre una specie di vita e continuare a essere la stessa. Perfino tagliare i propri difetti può essere pericoloso, non si sa mai quale sia il difetto che sorregge il nostro edificio intero. Non so come spiegarti la mia anima. Ma quello que vorrei dire è che le persone sono molte preziose, e che solo fino a un certo punto possono rinunciare  a se stesse e consegnarsi agli altri e alle circostanze. Dopo che una persona ha perduto il rispetto verso se stessa e verso le proprie necessità  — rimane una specie di straccio. Avrei tanto voluto  essere vicina  a te e chiacchierare e raccontare esperienze mie e di altri. Avresti visto che ci sono certi momenti in cui il primo dovere da compiere è in relazione a se stessi. Da parte mia, non avrei voluto raccontarti come sono oggi, perché mi pareva inutile. Volevo semplicemente raccontarti il mio nuovo carattere, un mese prima di tornare in Brasile, in modo che lo sapessi. Ma spero, sulla nave o sull’aereo che ci porterà di ritorno, di trasformarmi istantaneamente nell’antica che ero, e forse non sarebbe necessario raccontarlo. Cara, quasi quattro anni mi hanno trasformata molto. Dal momento in cui mi sono rassegnata, ho perso tutta la vivacità e ogni interesse per le cose. Hai mai visto come un toro castrato si trasforma in un bue? Lo stesso si può dire di me... e mi pesa il duro confronto... Per adattarmi a ciò che era inadattabile, per vincere le mie ripulse, ho dovuto tagliare le mie catene — ho tagliato in me la forma che avrebbe fatto male agli altri e a me. E con questo ho tagliato anche la mia forza. Spero che tu non mi veda mai così rassegnata, perché è quasi ripugnante. Spero, sulla nave che mi porterà di ritorno, al solo pensiero di vederti e di riprendere un po’ la mia vita — che non era meravigliosa ma era una vita — di trasformarmi interamente.

         Un’amica, un giorno, mi ha fatto coraggio, così diceva, e mi ha domandato: “Eri molto diversa, no?”Lei mi trovava ardente e vibrante, e quando mi ha incontrata si è detta: o questa calma eccessiva è un atteggiamento o lei è cambiata tanto da apparire quasi irriconoscibile. Un’altra persona ha detto che io mi muovo con la lassitudine di una donna di cinquant’anni. Tutto questo tu non lo vedrai né avvertirai, così voglia Dio.

         Non ci sarebbe bisogno di dirlo, allora. Ma non ho potuto far a meno di volerti mostrare ciò che può accadere a una persona che è scesa a patti  con tutti, e che si è dimenticata che il nucleo vitale di una persona va rispettato. Ascolta: rispetta anche ciò che c’è di cattivo in te — per amor di Dio, non volere fare di te una persona perfetta — non copiare nessuna persona ideale, copia te stessa — è questo l’unico modo di vivere.

         Giuro su Dio che, se  è vero che esiste un cielo, una persona che si sia sacrificata per vigliaccheria — sarà punita e andrà all’inferno. Sempre che una vita tiepida non venga punita proprio per questa tiepidezza. Prendi per te quello che ti appartiene, e quello che ti appartiene è tutto ciò che la tua vita esige. Sembra una vita amorale. Ma ciò che è veramente immorale è avere rinunciato a se stessi. Spero in Dio che tu mi creda. Mi piacerebbe perfino che, a mia insaputa, tu mi vedessi e assistessi alla mia vita. Io sarei una lezione per me stessa. Vedere cosa può succedere quando si patteggia con la comodità d’anima.

         Tua Clarice

(traduzione di Adelina Aletti)

Clarice Lispector (1925-1977) nacque in Ucraina da una famiglia ebrea. Aveva solo due anni quando i genitori si trasferirono in Brasile. Pubblicò il suo primo romanzo a vent'anni. E' considerata tra i massimi scrittori portoghesi. Ha scritto: Legami familiari (1986), La passione del corpo (1987), La mela nel buio (1988), L'ora della stella (1989), La passione secondo G. H. (1991), Un apprendistato o il libro dei piaceri (1992), tutti pubblicati in Italia da Feltrinelli. Antonio Tabucchi ha osservato:" Prossimi alle epifanie di Joyce, parenti del mondo di Kafka, proiettati nel loro Voyage out come certe figure della Woolf, i personaggi quotidiani di questa straordinaroia scrittrice sono esseri angelici che hanno compiuto un infimo miracolo del quale raccontano il banale e sovversivo segreto".

 

 

Sentimento

Racconto da "Tanto vale vivere"

Dorothy Parker 

 

 

I rasoi fanno male, 

i fiumi sono freddi, 

l'acido lascia tracce,

le droghe danno i crampi,

le pistole sono illegali, 

i cappi cedono, 

il gas è nauseabondo...

Tanto vale vivere.

 

     Oh, dove vuole, autista, dove vuole - non ha importanza. Continui a guidare, e basta

     Meglio qui in questo taxi, piuttosto che camminare. Tra la folla scorgo sempre qualcuno che gli assomiglia, qualcuno con il suo stesso modo di dondolare le spalle, il cappello di sghimbescio come lui. E io lo scambio per lui, credo che sia tornato. E il mio cuore ribolle e le case tremolano e si richiudono su di me. No no, meglio starsene qui. Però vorrei che l'autista andasse veloce, così veloce che i passanti diventassero una lunga fila grigia e indistinta, così da non poter più vedere spalle ciondolanti e cappelli di sghimbescio. Che brutto starsene inchiodati così nel traffico. La gente ti passa accanto troppo lentamente, troppo definita, e il prossimo potrebbe essere.. No, non è possibile, certo. Lo so. Certo che lo so. Ma potrebbe, sì.

     E la gente può guardare dentro e vedermi, qui. Possono accorgersi se piango. Che guardino, non importa. Che mi guardino pure, e vadano all'inferno. 

     Tu, tu mi stai guardando. Guardi e continui a guardare, povera, ridicola, stanca donnetta. Carino il mio cappello, eh? E' fatto apposta per essere guardato. Per questo è così grande, rosso, nuovo di zecca, per questo è ornato di grossi, morbidi papaveri. Il tuo povero cappello è tutto sfatto e consunto. Sembra un gatto morto, un gatto schiacciato da un'auto e poi calciato via, contro il marciapiede. Non vorresti essere al mio posto e avere un cappello nuovo ogni volta che te ne viene la voglia? e tenere la testa alta e alzare i piedi dal selciato, se potessi avere un cappello nuovo, un bel cappello, un cappello costa più di quanto tu potrai mai possedere, no? Spero solo che non sceglieresti uno come il mio. Perché il rosso è il colore del lutto, lo sai. Rosso scarlatto per un amore che è morto. Non lo sapevi?

     Se n'è andata. Il taxi avanza, lasciandosela dietro per sempre. Chissà cosa ha pensato quando i nostri sguardi e le nostre vite si sono incrociati. Chissà se mi ha invidiata, così elegante, giovane, sicura. Oppure avrà capito che sarei pronta a gettare al vento tutto quanto possiedo per avere in petto il suo cuore freddo e spento? Lei non prova nulla. Non desidera nulla. L'ha fatta finita con la speranza e l'ardore, se mai ardente e desiderosa è stata. Oh, ma che bello, ha un bel ritmo. L'ha fatta finita con la speranza e l'ardore, se mai... Sì, carino. Bene, chissà se ha proseguito per la sua strada un po' più felice, o, forse, un po' più triste, sapendo che c'è qualcuno che se la passa peggio di lei. 

     Sono queste le cose che lui detestava in me. So cosa avrebbe detto. "Ma per l'amor del cielo!" avrebbe detto. "Non puoi farla finita con questo sentimentalismo idiota? Perché lo fai? Perché vuoi farlo? Solo perché hai incontrato una vecchia serva per la strada, non è il caso di sciogliersi in lacrime. Quella sta benone. Sta bene. 'Quando i vostri occhi e le vostre vite si sono incrociati', ma dai! E poi quella neppure ti ha vista. E il suo 'cuore freddo e spento' un corno! Probabilmente andava a comprarsi una bottiglia di pessimo gin per prendersi una bella sbornia. Non devi fare di ogni cosa un melodramma. Non devi insistere a pensare che tutti siamo tristi. Perché sei sempre così sentimentale? E basta, Rosalie". Ecco cosa avrebbe detto. Lo so. 

     Ma ormai non mi dirà più cose del genere, né altro, mai più. Mai più nulla di dolce o di severo. Se n'è andato, e non tornerà indietro. "Ma certo che tornerò!" Ha detto. "No, non so esattamente quando, te l'ho detto. E dai, Rosalie, non farne una tragedia nazionale. Si tratterà di pochi mesi, forse...e se mai due persone hanno avuto bisogno di una vacanzina l'una dall'altra, quelle siamo noi! Non c'è niente da piangere. Tornerò. Non ho intenzione di star lontano da New York per sempre."

     Ma io lo sapevo. Lo sapevo. Lo sapevo, perché era già così distante da me prima di partire. Se n'è andato e non tornerà. Se n'è andato e non tornerà, se n'è andato e non tornerà mai più. Ascolta le ruote che lo ripetono, e ancora e ancora. Immagino che questo sia sentimentalismo. Le ruote non dicono nulla. Le ruote non possono parlare. Ma io le sento.  

     CHissà poi cosa c'è di così sbagliato nell'essere sentimentali. La gente è così sprezzante nei confronti delle emozioni. "Ah, non mi beccherai mai seduta qui tutta sola a rimuginare", dicono. "Rimuginare": dicono così per indicare il ricordo, e sono fieri di non ricordare. Strano come si inorgogliscano delle loro manchevolezze. "Non prendo mai nulla sul serio", dicono. "Non potrei mai immaginarmi", dicono, "così invischiato in qualcosa da restarne ferito." E dicono "Nessuna persona può essere così importante per me." E perché? Perché mai credono di essere nel giusto?

     Oh, chi ha ragione, e chi ha torto, e chi decide? Forse ero io ad aver ragione su quella povera donna. Forse era davvero stanca e col cuore spento e forse, solo per un istante, ha capito tutto di me. Non è mica detto che debba essere stata benone, e in gamba, e diretta a comprarsi il gin, solo perché l'ha detto lui. Oh. Oh, scordavo. lui non l'ha detto. Lui non era qui; lui non è qui. Ero io, che immaginavo cosa avrebbe detto. E credevo di sentirlo. E' sempre qui con me, lui e la sua bellezza e la sua crudeltà. Ma non dovrebbe più esserci. Non devo pensare a lui. Basta, non pensare più a lui. Sì. E smetti anche di respirare. Non sentire. Non vedere. Ferma il sangue nelle vene. 

     Non posso continuare così. Non posso, non posso. Non posso crogiolarmi in questa disperata malinconia. Se sapessi che finirà, di qui a un giorno o a un anno, o a due mesi, potrei sopportarlo. Anche se a volte diventasse più triste e a volte più folle, potrei sopportarlo. Ma è sempre uguale e non c'è fine. 

Pena come una pioggia infinita

che picchietta sul mio cuore. 

Si contorcono e urlano per il dolore -

l'alba li ritroverà immoti; 

ciò non crescerà né svanirà,

non inizierà né finirà.

     Vediamo, come sono i versi seguenti? Qualcosa, qualcosa, qualcosa che fa rima con "stremato". Comunque, finisce così.

Ogni mio pensiero è lento e cupo

che io mi alzi o stia seduto

poco importa, quale abito

o quali scarpe indossi.

     Sì, è così. Ed è giusto, com'è giusto. Che m'importa di ciò che indosso? Comprati un grande cappello rosso coperto di papaveri, questo dovrebbe tirarti su di morale. Sì, va a comprartelo e poi detestalo. Come posso continuare, seduta con lo sguardo fisso, a comprare grandi cappelli rossi , detestandoli, per poi sedermi di nuovo con lo sguardo fisso, giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno? Domani, e domani, e domani. Come posso trascinarmi così nella vita?

     Ma che altro mi resta? "Va a trovare gli amici e divertiti", dicono. "Non startene tutta sola a drammatizzare." Drammatizzare? Se sentire una pioggia fitta - no, una pioggia incessante - che batte sul mio cuore fosse solo un dramma, allora drammatizzerei. La gente frivola, la gente meschina, come può sapere cos'è la sofferenza? I loro cuori di pietra non si possono spezzare. Non sanno, vuoti sciocchi, che non potrei vedere gli amici che vedevamo insieme, che non potrei tornare dove lui e io siamo stati? Perché lui se n'è andato, ed è finita. E' finita, è finita. E quando finisce, solo i luoghi dove hai provato dolore non ti causano sofferenza. Se torni sulla scena della tua felicità, il tuo cuore arderà, agonizzante. 

     E questo è sentimentalismo, immagino. E' sentimentale sapere che non puoi sopportare di rivedere i luoghi dove un tempo tutto andava bene, che non puoi sopportare dove tutto ti rammenta una dolcezza ormai morta. La pena è tranquillità ricordata con emozione. Questo, ehi, questo non mi sembra malaccio. "Ricordata nell'emozione": è davvero un'inversione graziosa. Vorrei potergliela dire. Ma non gli dirò nulla, mai più, mai più, per sempre. Se n'è andato ed è finita, e non oso pensare ai giorni finiti. Tutti i miei pensieri devono essere lenti e cupi, e devo...

     Oh no, no, no! Oh no, l'autista non dovrebbe passare per questa strada! Questa era la nostra strada, questo è il luogo del nostro amore e della nostra allegria. Non posso farlo, non posso, non posso. Mi accoccolerò qui, e terrò strette le mani serrate sugli occhi, in modo da non vedere. Devo dire al mio povero cuore di stare calmo, e devo essere come quella gente meschina, pavida, dal cuore di pietra,  così fiera di non ricordare.

     Ma, oh, la vedo, anche se i miei occhi sono accecati. Anche se non avessi occhi, il mio cuore riconoscerebbe questa strada tra mille. La conosco come conosco le mie mani, come conosco lamia faccia. Oh, perché non mi è concesso di morire ora, mentre la attraversiamo? Dovremmo essere davanti al fioraio all'angolo. E' qui che soleva fermarsi a comprarmi le primule, piccole primule gialle tenute insieme da un anello di foglie col dorso d'argento, limpide, fresche e dolci. Diceva sempre che orchidee e camelie non erano fatte per me. Così quando non era primavera e non c'erano primule, mi regalava mughetti e piccoli, allegri boccioli di rosa e resede e fiordalisi azzurro acceso. Diceva di non poter sopportare l'idea di sapermi senza fiori... Ma non servirebbe affatto ; ora non potrei sopportare dei fiori accanto a me. E il piccolo, scialbo fioraio era così interessato e felice, e un giorno mi chiamò "signora!". Ah, non posso, non posso. 

     E ora dovremmo essere davanti al grande condominio con il massiccio portiere con i galloni d'oro. E la sera che il portiere teneva quel tesoro di cucciolo con grosso, lungo guinzaglio, e ci fermammo a chiacchierare, e lui prese il cucciolo in braccio e lo coccolò, e quella fu l'unica volta in cui vedemmo il portiere sorridere! E vicino c'è la casa con la bambina , e lui ogni volta si toglieva il cappello e si inchinava con grande solennità , e a volte lei gli porgeva la manina, piccola come una stella marina. E poi c'è l'albero circondato dalle sbarre di ferro arrugginito, dove lui si fermava, si voltava e mi salutava con la mano, mentre io mi affacciavo alla finestra per starlo a guardare. E la gente si fermava ad osservarlo, perché la gente doveva fermarsi a guardarlo, ma lui non se ne rendeva conto. E' il nostro albero, diceva; non si sarebbe mai sognato di appartenere a qualcun altro. E pochissime persone di città hanno il loro albero personale, diceva. Me ne accorgevo, sì o no? diceva.

     E poi c'è la casa del dottore, e tre casette grigie da niente e poi...oh, dio, ora dovremmo essere davanti alla nostra casa! La nostra casa, anche se avevamo solo l'ultimo piano. E io amavo quelle lunghe scale buie, perché lui le saliva ogni sere. E le nostre tendine rosa alle finestre, così civettuole, e i vasi di gerani rosa che crescevano per me. E il piccolo ingresso severo e quella buffa cassetta della posta, e il suo squillo al campanello. E io che lo attendo al crepuscolo, pensando che non verrà; eppure anche l'attesa era piacevole. E poi quando gli aprivo la porta... Oh, no, no, no! Nessuno può sopportare tutto questo. Nessuno. Nessuno. 

     E perché, perché devo essere costretta a sopportarlo? Quale tortura può essere più tremenda? Sarebbe meglio se alzassi gli occhi da sotto il cappello e guardassi. Vedrei di nuovo il nostro albero e la nostra casa, e allora il mio cuore scoppierebbe e sarei morta. Guarderò, guarderò. 

     Ma dov'è l'albero? Possono aver abbattuto il nostro albero, il nostro albero? E dov'è il condominio? E dov'è il negozio del fioraio? E dove...oh, dov'è la nostra casa, dove...

     Autista, che strada è questa? La sessantacinquesima? Oh. No, nulla, grazie. Io...credevo fosse la Sessantatreesima...

Fonte: Dorothy Parker, Tanto vale vivere, Racconti, Traduzione di Marisa Caramella e di Chiara Libero, La Tartaruga, 1996

Dorothy Parker (1893-1967), americana, anzi prettamente newyorkese alla Woody Allen, iniziò la sua carriera come giornalista. La sua penna feroce si esercitò sulle pagine Vogue, Vanity Fair e del New Yorker. Scrisse racconti, poesie, commedie e recensioni, ritraendo con acre ironia i pregiudizi  e i conformismi del mondo borghese. Seppe coniugare l'impegno politico, il talento letterario e i boa di struzzo. Lasciò erede universale dei suoi scritti Martin Luther King e, in caso della morte di questi, l'Associazione per l'Avanzamento della Gente di colore.

 

Segreteria telefonica

Luis Sepúlveda

"Buongiorno. Questa è la segreteria telefonica di qualcuno che, o non è all'altro capo della linea, o per motivi diversi si rifiuta di rispondere. Se mi conosce, si sarà reso conto che la voce che in questo momento le parla non è la mia. Una delle doti della segreteria telefonica è che, oltre a salvaguardare l'intimità, assicura anche impunità. Questa voce è noleggiata. Appartiene a una di quelle persone, ce ne sono a migliaia, che in cambio di un po' di banconote sono capaci di prestare l'anima. Non è la mia voce. Ma se lei non mi conosce, se è la prima volta che compone il mio numero, tutto ciò non deve importarle. Diciamo allora che in teoria non ci sono, o che qualche anomalia fisica mi impedisce di arrivare all'apparecchio, o che semplicemente non ne ho voglia. E' anche possibile che io non sia più di questo mondo. Ha letto il giornale? Ha ascoltato il notiziario? C'è stato un incidente orribile nel cuore della notte.

 No. Non riattacchi. Non ha senso che vada a guardare il giornale aperto sul tavolo. Non troverà il mio nome nella lista delle vittime. Non riappenda. Era uno scherzo, di pessimo gusto, lo riconosco, ma non se ne abbia a male. Torniamo indietro: le dicevo che sta parlando con la segreteria telefonica di, be', lei sa chi. L'essenziale è che in questo momento non parla. Se ne rende conto? Questo rapporto minimo che dura poco più  di un minuto si basa su di una bugia e lei se l'è bevuta. No. Non riattacchi. Non deve nemmeno dubitare della mia sanità mentale. L'aver conquistato la sua attenzione per tanto tempo è un'indubbia prova di acume. Le ho detto tutto questo perché mi piace giocare pulito. Ora lei si stupisce, fa appello ai ricordi più immediati, perché l'accenno a giocare pulito è indissolubilmente associato all'eventualità di una minaccia. Ma non si preoccupi. Non la sto minacciando. Non sto nemmeno lanciando un avvertimento. Non ancora. Le spiegherò questo discorso del giocare pulito, e per riuscirci ricorrerò alla fonte primigenea della nostra cultura: il cinema. 

Ha visto come fanno i poliziotti a scoprire da dove telefonano i criminali? Consigliano alla vittima di farli parlare, di far sciogliere loro la lingua per almeno due minuti, il tempo necessario perché il computer centrale della polizia lavori freneticamente, scartando le altre possibilità, e alla fine trovano il luogo esatto da dove chiama il criminale. E tutto in due minuti. Il tempo è prezioso. Perché le dico questo? Le ripeto che mi piace giocare pulito. Accanto alla segreteria telefonica ho un computer molto più efficiente di quello della polizia  e so da dove lei mi sta chiamando. La sorprende? Ma per favore, oggi la tecnologia è alla portata di tutti. Suppongo che ora lei stia sorridendo e va benissimo. Allo stesso tempo, immagino che i suoi nervi si siano tesi e le stiano dicendo che questa sciocchezza sta andando troppo per le lunghe. Anche questo è vero, ma, e ora sì l'avverto, lei deve continuare ad ascoltare questa voce, che non è la mia, finché il segnale convenuto non le dirà che è il suo turno e finalmente si interromperà la bugia e potrà parlare. 

E' giunto il momento della sincerità: ho guadagnato tempo, primo per scoprire da dove mi chiama e poi per vedere che genere di persona è lei. No. In questo momento indovino la sua espressione di stupore e le assicuro che è assolutamente inopportuna. Neppure questo "ma se ci conosciamo" è giustificato. Deve sapere che solo la distanza permette la vera conoscenza. E per quanto riguarda la rispettosa forma di cortesia, be', così vuole il rituale. No. Non risponda. Non sia banale. Questo "lo scherzo si è spinto troppo oltre" che le viene alle labbra scredita il suo talento, sì, perché ascoltare si è trasformato in un vero e proprio talento e coloro che lo possiedono si possono contare sulle dita di una mano. Le ripeto per l'ultima volta che mi piace giocare pulito. 

Lei continua ad ascoltare una voce che non è la mia, ed è già da diverso tempo che sono uscito di casa. Sto venendo nel posto dove mi chiama. E' possibilissimo che lungo la strada mi sia fermato a comprare fiori, o una bottiglia di champagne, o una cravatta di seta, e dei pendenti a forma di pavone. Sono i dettagli che esige il rituale. Ma è anche possibile che mi sia fermato davanti ad un'armeria e ora stia salendo le scale che mi porteranno nel suo appartamento nascondendo un mostruoso coltello con la lama dentata e la doppia scanalatura, uno di quei coltelli che - di nuovo i riferimenti culturali cinematografici - abbiamo visto in mano a Rambo, o come si chiama quel grottesco macellaio statunitense. 

No. Non riattacchi. Si avvicina il suo turno. Finalmente. Dopo aver sentito i tre segnali acustici, potrà registrare il suo messaggio. Ha a disposizione tre minuti, ma prima di farlo, e questa sarà la prova definitiva che mi piace giocare pulito, le consiglio di andare alla porta e là decidere se lasciarla leggermente socchiusa come un invito, o se sbarrarla mettendo la catena e dando due giri di chiave. Questa decisione è sua. Non posso né devo prendervi parte. Ricordi che le parla una voce noleggiata da qualcuno che in realtà non si trova all'altro capo del filo".

Fonte: Luis Sepúlveda, "Segreteria telefonica", in "Incontro d'amore in un paese in guerra" (1997), Ugo Guanda Editore, Superpocket, 1999. Raccolta di ventiquattro racconti dell'autore.

Luis Sepúlveda è nato in Cile nel 1949 e vive in Spagna, nelle Asturie, dopo aver abitato ad Amburgo e a Parigi. Ha viaggiato in tutto il mondo, anche al seguito dell'equipaggio di Greenpeace. Ha ottenuto un grande successo internazionale con "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore", "Il mondo alla fine del mondo", "Un nome da torero", "La frontiera scomparsa", "Diario di un killer sentimentale", oltre che "Incontro d'amore in un paese in guerra", tutti pubblicati in Italia da Guanda. La notissima "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" è stata pubblicata da Salani. Il suo ultimo libro ha per titolo "Jacaré", uscito presso Guanda. 

Saudade

Christiana de Caldas Brito

 

A saudade, a dor mais pura,
tão pura fica ao chorar,
que o seu pranto transfigura
a morte, que é noite escura,
numa noite de luar.

La saudade, il dolore più puro,
è così puro quando piange,
che il suo pianto trasfigura
la morte che è notte scura
in una notte di luna.

Parlano della saudade i versi di mio nonno materno, il poeta brasiliano Luis Carlos. E parlano pure di morte. Non esiste saudade senza morte, senza perdita.
Saudade... lo struggimento che accompagna un ricordo bello ma finito. Saudade di persone lontane o scomparse, saudade di situazioni già vissute, di giorni che non potranno più tornare... Anche se legata ad eventi gioiosi, è triste, la saudade. Amalgama e nutre il nostro tessuto interno, fatto di tempo. Unisce gli esseri umani tra di loro. Non esisterebbero cultura e tradizione, se non esistesse la saudade. Non guarda il futuro, ma non è neanche il semplice passato, la saudade: è qui, ora, dentro di me. È la forza che mi porterà a tradurre il mio passato. Senza saudade, come tornare ai giorni dell'infanzia, come mantenere vive le persone il cui respiro non posso più sentire? Solo con la saudade posso ricreare la terra lasciata. È la saudade che dà un senso al buio.

La cultura brasiliana è saudade. Gli africani, venuti come schiavi, si ammalavano di tristezza nel ricordare la patria. Questa malattia si chiamava banzo, una saudade tanto forte che uccideva. I portoghesi avevano lasciato l'Europa del cinquecento per stabilirsi, con saudade, in una terra sconosciuta. Gli indios hanno cominciato pure loro a provare saudade di com'era il loro territorio prima dell'arrivo dei colonizzatori.

La saudade può sfociare nella chiusura e nella rabbia quando, senza delle gratificazioni sostitutive, in una persona predomina il sentimento della perdita. Ma può portare alla creatività, se diventa il pozzo dal quale attingere l'acqua fresca e profonda che ha il colore della notte. Non è la saudade che spinge ogni scrittore a trasformare la propria sete in gioia di bere? Non è per caso la saudade il fondamento della filosofia di Platone o l'energia che ha spinto Dante ad arrivare in Paradiso?

Tema costante dell'attuale narrativa migrante, la saudade è presente negli scritti di chi ha fatto dell'altrove la propria casa. Riconosco un residuo di saudade in molti dei miei racconti. In uno di essi, sorge addirittura un'ammazza-nostalgia (in portoghese si dice "matar a saudade", ammazzare la nostalgia, che sarebbe quel tentativo di non lasciarsi sopraffare dallo struggimento del ricordo). L'ammazza-nostalgia è uno strano personaggio che possiede un nostalgiometro per misurare la saudade... E Ana de Jesus, un altro mio personaggio, nel suo italiano sgrammaticato, si rivolge alla signora, presso cui lavora, per spiegarle che "saudade dentro di te è un grande orologio. Batte forte forte, sempre, sin fermare mai. Mattino, sera, notte, dentro di te, tom tom tom tom, l'orologio batte, ma tu non sai che ora è. Questo è saudade."

Un ritmo interno a pulsare in sintonia con eventi distanti... Il ribollire costante di passato e presente finisce per creare una sostanza alchimica nuova. È dolore intriso di piacere. È pianto senza essere sterile.
È il modo - forse l'unico - di vincere la morte. Senza accorgermene, sono tornata ai versetti di mio nonno.

Christiana de Caldas Brito >  Scrittrice brasiliana, psicologa, vive e lavora a Roma

Fonte: Kúmá 3, gennaio 2002

bell hooks

Una ragazza a cui il sesso piace di più con i vestiti addosso

gh

"Se si guarda da vicino,  o ci si fa tessitori,  si impara qualcosa sui molti fili sottili celati dal rovescio del tessuto, sui nodi che il tappeto presenta nella sua faccia nascosta." 

ADRIENNE RICH

     I vestiti esistono non solo per coprire il corpo, ma anche per esaltarlo. Per questo l'adornarsi, la moda, lo stile hanno un ruolo così vitale nell'esistenza dei popoli di tutto il mondo, non importa quanto poveri o "sottosviluppati". Il corpo umano è sempre visto come un tempio, e gli indumenti sono indispensabili per riparare e difendere questo santuario. Per me i vestiti esprimono sempre un'estetica erotica. Amo un tipo di abbigliamento divinamente sensuale, abiti capaci di ornare e accarezzare la carne.
...in genere una donna che ama con passione sia il sesso sia i vestiti è anche un'intenditrice di tessuti...
     Trovare lingerie che sia sensuale è molto più facile del trovare vestiti che diano al corpo un costante fremito erotico. Per me il cachemire è una delle fibre tessili più duttili e divertenti. Ma fu per puro caso che scoprii la piena intensità dei suoi poteri e piaceri erotici. Era il mio compleanno, e mi ero svegliata con l'assoluta certezza di essere ormai troppo vecchia per le gioie di una relazione illecita... Ero quindi fermamente intenzionata a sciogliere quel legame, la storia più irresistibilmente romantica di tutta la mia vita. Mi vestii in fretta e preparai la mia ventiquattrore nera gettandovi dentro dei vestiti alla rinfusa, senza pensarci su. Si sarebbero combinati per forza, essendo tutti neri. E' il mio colore preferito - fa tanto stile New York - una cosa da donna vera. Nel libro in cui racconto la mia adolescenza, Bone Black, parlo del mio infantile desiderio di vestirmi di nero, e di come mia madre rispondesse sempre che non potevo, perché il nero non è per tutti - men che meno per ragazzine ingenue come me - perché il diritto di vestirsi di nero bisogna guadagnarselo - perché il nero "è un colore da donna". Da allora e per sempre il nero è rimasto per me intimamente legato all'idea di competenza emotiva, maturità e conoscenza diretta delle passioni più intense, soprattutto quelle legate al dolore della perdita.
     ...quando arrivai la giornata era tetra, grigio ardesia..., lui non mi aspettava, ma non si mostrò sorpreso del fatto che fossi lì e volessi parlargli. Capì tutto dal tono della mia voce, mentre parlavamo di cose indifferenti - il tempo, l'ora in cui ci saremmo potuti vedere. Aveva ciò che i poeti chiamano "il senso della fine". Prima che arrivasse mi feci il bagno, e le piccole stanze si riempirono del profumo di eucalipto e di lavanda. Pronta per il calore e per una conversazione seria, infilai la mia gonna con il maglione nero, normale tenuta da lavoro - leggermente formale ma non rigida. Però senza biancheria. Avvolta nel morbido cachemire mi sentivo già un po' consolata, rilassata ma decisa. Non appena varcò la soglia io, calma, gli dissi che avremmo dovuto smettere di vederci. Un addio pacato e razionale. Sembravamo personaggi di un film che leggessero un copione costruito con cura: lucidi e spassionati. Ma quando ci abbracciammo, corpi caldi nella calda stanza satura dell'intensità della perdita imminente, entrammo nel reame dei sensi. Con la schiena appoggiata al muro, accanto alla porta, sentivo il freddo esterno attraversarmi i vestiti mentre le sue mani calde mi accarezzavano il corpo attraverso il morbido cachemire. Quando la sua mano mi si infilò tra le gambe attraverso la gonna ne fui sopraffatta - ero bagnata e sensuale. Fu il più dolce dei congedi, carico di struggimento e di lutto.
     Da quella volta cominciai a considerare in maniera nuova i vestiti che indosso per il lavoro di tutti i giorni. Improvvisamente gli indumenti di cachemire che ho sempre portato per pura e semplice praticità mi sono apparsi in una luce nuova. Adesso so che questi solidi maglioni e gonne contengono un magnetismo elementare - qualcosa che permane e che sostiene, come il ricordo appassionato del vero amore.

Fonte: Seconda pelle, Feltrinelli, 2001

bell hooks (con le minuscole, secondo una scelta fatta dalla filosofa-scrittrice) è una delle figure di spicco del femminismo e del pensiero radicale statunitensi.

Distinguished Professor of English presso il City College di New York, è autrice di numerosi saggi di teoria e critica culturale, tra i quali il più famoso è Elogio del margine, Feltrinelli 1998

 

Pagina creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

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