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RAZZISMO E COLONIALISMO

Rita Di Gregorio

     Il confronto fra le culture é una questione complessa, dalle molte sfumature categoriali che propone come centrali i problemi di ibridità, creolizzazione, meticciato, contaminazione, incroci d'idee e di identità, generati dal colonialismo. Sull'argomento esiste ormai una sterminata letteratura (storico-politico-giuridico-sociologico-poetico-letteraria) difficilmente inquadrabile in un unico genere. Inoltre, dal dibattito più recente avviatosi con gli 'Studi postcoloniali', emergono modi molto divergenti di pensare a tali questioni di cui alcuni testi, segnalati in questo dossier, potranno dar conto.

     Il moderno colonialismo europeo é stato più esteso ed ha avuto tratti peculiari rispetto ai diversi tipi di contatto coloniale verificatisi nella storia dell'uomo; gli spostamenti in entrambe le direzioni, i flussi di risorse umane e materiali fra i paesi colonizzati e quelli colonizzatori hanno ristrutturato le economie e introdotto nuovi e diversi tipi di pratiche coloniali tali da alterare l'intero globo. L'esplorazione di questo passato coloniale è importante per comprenderlo, non solo nelle sue manifestazioni più aberranti (etnocidi-torture- sfruttamento- schiavitù-diaspora), ma anche nelle sue più subdole e letali distorsioni mentali, nel suo immaginario culturale e nelle sue giustificazioni ideologiche, basate sulle gerarchie 'naturali' dell'antropologia della razza. Come documentano le analisi di molti critici comparatisti, é evidente una interrelazione fra la rappresentazione degli "altri" veicolata dai testi letterari e non-letterari (poesia, letteratura di viaggio, diari di esploratori, mappe, atlanti) e i discorsi e le pratiche materiali propri del colonialismo. Gli studi letterari, infatti, hanno giocato un ruolo chiave nel tentativo di imporre ai colonizzati "valori occidentali" e nella costruzione di una cultura euronordamericana come superiore e come "misura dei valori umani".

     Un approccio al colonialismo attraverso i testi letterari vuol dire, quindi: individuare come l'immagine del "diverso" sia una "costruzione" ideologico-culturale dell'Occidente; capire quanto della rappresentazione dell' "indigeno" sia passato nell'attuale rappresentazione dell'"immigrato" che sta alla base della xenofobia e del razzismo oggi ampiamente diffusi; riconoscere-valorizzare le innumerevoli contaminazioni, sovrapposizioni, relazioni di cui é intessuta la storia e ogni esistenza reale.

In questo senso per decentrare il nostro punto di osservazione, o per "decolonizzare la nostra mente" (usando un'espressione/esortazione dello scrittore keniano Ngugi)*, risulta essere uno strumento formidabile la lettura delle opere di autori dei Sud del mondo e, più in generale, dei "migrant writers" (scrittori della migrazione) che hanno vissuto o vivono sulla loro pelle l'esperienza dell'emarginazione e dell'esilio.  

Le bellissime foto di Seydou Keita

 

Disagio dell'esule

     Fatte le debite proporzioni qualitative, sia l'esule "volontario" (per scelta), sia l'esule- rifugiato (per necessità) dovrà sempre fare i conti con le nuove strutture di dominio e con la necessità di ritagliarsi spazi vitali di sopravvivenza e di accettazione nelle comunità di accoglienza; dovrà adottare lingue, strutture mentali e modelli di comportamento diversi dai propri, che spesso creano dislocazione/spiazzamento; sperimenterà il disagio di abitare "ai margini" o "territori di confine" proprio di chi non riesce ad assuefarsi al nuovo ambiente né a staccarsi dal vecchio. Il malessere esistenziale dell'esule, la ricerca di nuovi significati da dare alla propria esistenza e, spesso, la doppia esclusione (dalla cultura d'origine e da quella d'accoglienza) hanno trovato, nella letteratura coloniale e postcoloniale, narrazioni straordinarie in termini di lettura dell'esperienza umana e dell'estraneità interna a ciascuno di noi, come testimoniano le pagine di molti autori - noti a livello internazionale - quali Salman Rushdie, Breyten Breytenbach, Nuruddin Farah, solo per ricordarne alcuni, e, fra quelli a noi più vicini-lontani (immigrati/emigrati), Salah Methnani,Younis Tawfik, Nassera Chora e Carmine Abate, Pascal D'Angelo, Nino Ricci, Pasquale Manduca, sempre per ricordarne solo alcuni.

     S. Rushdie, scrittore che in tutta la sua opera si é posto sempre "miracolosamente in bilico tra Oriente e Occidente", scrive nel suo 'Patrie Immaginarie': "Siamo indù che hanno attraversato le acque nere; siamo musulmani che mangiano la carne di maiale. E di conseguenza (...) apparteniamo almeno parzialmente all'Occidente. Abbiamo un'identità allo stesso tempo plurale e parziale. A volte ci sembra di cavalcare due culture; altre volte ci pare di cadere fra due sedie." (1) Anche l'esule che possiede una 'doppia competenza', cioé la padronanza linguistico-culturale della società di provenienza e di quella d'accoglienza, vive una certa marginalità che è direttamente proporzionale alla sua volontà di non lasciarsi 'cooptare', di opporre resistenza ai vari poteri costituiti.  

"(...) sebbene l'esilio sia una condizione 'reale' - scrive E. Said - è anche una condizione 'metaforica'.Voglio dire che la mia diagnosi dell'intellettuale in esilio è sì strettamente connessa con la storia sociale e politica dei movimenti e delle migrazioni (...), ma non si esaurisce in essa. Anche gli intellettuali che appartengono per nascita a una data società possono dividersi in due categorie a seconda che scelgano (...) l'integrazione o l'estraneità (... i primi) possiamo definirli uomini del consenso. Sull'altro versante, i rappresentanti del dissenso vivono in perenne contrasto con la società e pertanto perfettamente estranei, veri e propri esuli, per quanto attiene privilegi, poteri e onori (...). In questo senso metafisico, l'esilio significa per l'intellettuale irrequietezza, movimento, la sensazione irrimediabile di essere dislocati, a disagio, e di mettere a disagio gli altri." (2)  

 

Problema delle lingue

     Il distacco dalla lingua materna o problema della lingua da usare, fra gli scrittori degli ex paesi colonizzati, è stato affrontato in modi diversi da diversi autori, dando vita ad un vivace appassionato dibattito a sostegno dell'una o dell'altra tesi: adottare le lingue 'afro-europee' portato diretto della dominazione coloniale o le lingue africane autoctone?

E' ormai nota, in proposito, la disputa fra gli scrittori C. Achebe e Ngugi wa Thiong'o, che, pur con scelte e percorsi differenziati (l'uno utilizzando la lingua "universale" degli antichi colonizzatori, ma 'piegata' alle necessità di un contesto africano, e l'altro una lingua autoctona -il kikuyu), hanno comunque soddisfatto l'esigenza di 'creare' una lingua che potesse essere intesa dai loro compatrioti.

Ma anche gli antillani (Carpentier, Confiant, Chamoiseau, Glissant) hanno alimentato vivaci argomentazioni ed elaborato diverse teorie sull'argomento; in questo caso la domanda è: usare i vari creoli, originali ibridi frutto della contaminazione e degli accumuli sedimentati di tre o più lingue, o le lingue ufficiali imposte dai vari colonizzatori (francese, spagnolo, portoghese, inglese)?

     Sullo stesso argomento - con una posizione che richiama molto da vicino "l'arcipelagizzazione del mondo" proposta da E. Glissant - si è espresso anche Vikram Chandra, fra i più acclamati giovani scrittori indiani di lingua inglese. Egli nel corso di un'intervista ha dichiarato: "(...) penso assolutamente che la scrittura indiana in inglese abbia trovato la sua voce. O meglio, parecchie voci. Quel che mi eccita è che la lingua viene usata in modi così diversi, e riversata in forme narrative tanto differenti. E' molto interessante essere coinvolti in questo fermento. Spero che la scrittura indiana NON sia libera da influssi inglesi e americani. (...) c'è un certo impulso a forzare gli scrittori indiani a una ricerca di 'autenticità', per quel che cavolo significa questa parola. Questa urgenza a essere indiani in qualche maniera essenziale e univoca viene sia da dentro l'India sia da fuori, e io penso che sia estremamente pericolosa, per qualsiasi tipo di artista. Il nostro lavoro è parlare con la nostra voce, e a me pare che una voce indiana debba necessariamente contenere tutto il mondo. (...) Ogni tentativo di negare questa molteplicità, questa multi-vocalità è stupido e pericoloso. Sospetto molto di tutti i tentativi di trovare la 'purezza', l'essenzialità. E trovo insultante questo desiderio di dirci questo è vostro questo non lo è." (3)

Nayantara Sahgal, nel corso di un convegno sulle letterature in inglese, ha dato un'interessante testimonianza sulla contraddizione da lei vissuta in quanto scrittrice in inglese e in quanto indiana; si tratta di una condizione da cui deriva una "immaginazione schizofrenica" e che per molti versi - fatte salve le differenze culturali 'indigene' - accomuna larga parte degli scrittori delle letterature in inglese (indiani, africani, caraibici) e che contribuisce a definire il loro fecondo conflitto tra culture. Lo "schizofrenico" a cui si riferisce - spiega Sahgal - é un emigrante che potrebbe non aver mai lasciato il suo paese; é un "prodotto" dei tempi coloniali, un uomo di due mondi e due (o più) culture. Mondi questi che, anche se entrambi apparentemente e/o pienamente accettati e vissuti, sono stati posti in conflitto e a confronto dalla inivetabile lotta per le indipendenze.

Sahgal, che ha vissuto la sua infanzia circondata da persone (nonna, padre morto in prigione, mamma, zii) i cui destini personali e politici erano inscindibilmente legati, racconta: "Non sono partita con l'idea di scrivere 'romanzi politici'. Non ho nessuna ideologia tranne un vago sentirsi a disagio rispetto a titoli e privilegi, re, regine e dinastie politiche. Non ho neppure messaggi se non il non-messaggio che l'Europa non é il centro del mondo. (...) Se mi é rimasta tale consapevolezza é perchè vivo in un ordine instabile, che sto cercando di cambiare, dove sono testimone degli abusi pubblici e privati del potere." (4)  

Le foto di Seydou Keite in Mali

 

  Luoghi della contaminazione

     La letteratura, attraverso le storie e i racconti, le narrazioni dei mondi, aiuta a comprendere in modo partecipe la "storia" dei paesi di origine degli autori (africani, arabi, latinoamericani, indiani); aiuta a percepire le motivazioni storiche della marginalità, della disuguaglianza e della disumanizzazione dell'"altro"; mostra come le frontiere vadano dissolvendosi e come sia necessario guardare al contatto con le altre lingue e altre culture non come dispositivo per costruire delle identità chiuse, ma come il più potente motore di scambio/relazione che l'uomo possiede. Le opere di questi autori aprono uno spaccato su mondi di culture mescolate, musulmana-asiatica-africana, la persistenza di alcune tradizioni autoctone, il dolore per l'esilio forzato e una notevole sensibilità verso i problemi degli emarginati e degli oppressi. Ma, al di là dell'interesse come documento sul vissuto di altre culture, sono anche opere poetiche, esteticamente apprezzabili e ricche di valore letterario.

     Come osserva N. Valgimigli analizzando alcuni recenti testi di autori africani, all'inizio di un nuovo millennio "...la condizione di straniero così come l'appartenenza a una comunità o la cittadinanza necessitano di altri parametri per essere meglio definiti", poiché ormai, come anche la letteratura si preoccupa di registrare, 'non ci sono più frontiere' e accanto, o in sostituzione, di un viaggio iniziatico, spesso anche fatale, di un personaggio ben definito, troviamo una molteplicità di spostamenti e di personaggi dal profilo incerto in una realtà estremamente complessa che va indagata da diversi punti di vista. (5) Questi flussi globali di un enorme gruppo di individui (rifugiati emigranti esiliati turisti) in transito da confini territoriali, sociali, culturali, se da un lato producono "frammentazioni", implicano anche vivificanti contatti, contaminazioni e relazioni che possono rendere più flessibili un certo tipo di "identità chiuse", spesso, "...create da rapporti di forza (...), prodotto di narrazioni socio-antropologiche più o meno arbitrarie e non certo di 'essenze primordiali' geneticamente connesse agli individui". (6)  

 

  Letteratura e critica postcoloniale

     La forma del narrare l'incontro/scontro delle culture è di per sé molteplice e varia, individuale e collettiva, tradizionale e moderna e travalica o transita per numerosi generi, mentre il tema costituisce il punto di aggregazione ed espressione delle diverse identità. Ciò che unifica i vari testi sono i temi, temi della memoria e del futuro, ossia la speranza che la conoscenza/comprensione del passato possa condurre alla consapevolezza della natura dinamica della propria e dell'altrui identità e possa trasformare la presa di coscienza in una pratica -(individuale e collettiva)- oppositiva e di resistenza all'etica del pensiero unico e della globalizzazione mercantilistico/finanziaria. Sul piano letterario, la lettura di opere - di autori appartenenti a culture diverse dalla nostra - induce ad operare una riflessione più articolata sul concetto di letteratura e di genere letterario, sulla revisione del canone letterario occidentale e sulla necessità di ricontestualizzare, in senso multiculturale, le tradizioni europea e angloamericana.

     Motivazioni più ampie ed articolate possono ritrovarsi nel densissimo testo di Ania Loomba, insegnante universitaria e studiosa di letteratura comparata, che così scrive: "Le letterature non-occidentali devono essere recuperate, celebrate, rimesse in circolazione, reinterpretate non solo per rivedere la nostra opinione sulla cultura europea, ma come parte del processo stesso di decolonizzazione. Lo studio del colonialismo in relazione alla letteratura e della letteratura in relazione con il colonialismo ha quindi aperto nuove e importanti vie per considerare entrambi. Gli sviluppi nella critica letteraria e culturale (...) hanno anche suggerito che i processi storici e sociali sono testuali perché possono essere recuperati solo attraverso la loro rappresentazione e tali rappresentazioni includono strategie ideologiche e retoriche quanto i testi letterari." (7)

     Quest'affermazione di A. Loomba va comunque contestualizzata all'interno della sua articolata disamina sulla complessità e la natura interdisciplinare degli studi postcoloniali che 'spaziano dall'analisi letteraria alla ricerca di testi medici fino alla teoria economica, e di solito associano queste ad altre aree. Nel suo testo la studiosa propone la genesi e i parametri delle teorie contemporanee sul postcolonialismo e le questioni che devono affrontare, in relazione con altri dibattiti come quelli sull'ideologia e sulla rappresentazione dell'altro, sul sesso e sulla soggettività, sulla relazione fra capitalismo e classe, razza, genere, sulla complessità dei soggetti e delle identità coloniali e postcoloniali.

Fra le tante domande, a cui tenta di dare risposte plausibili ed articolate, l'autrice ne propone alcune significative come: in che modo l'incontro coloniale ha strutturato le ideologie della differenza razziale, culturale, sessuale, di classe? Il dominio coloniale è stato o no esercitato, mantenuto, costruendo una cultura europea come superiore, come misura dei valori umani? Che ruolo hanno avuto alcuni testi letterari nel tentare di impartire agli indigeni "valori" occidentali?

A seconda delle letture che se ne vogliono fare, o meglio a seconda degli interessi in campo - spiega Loomba - alcuni testi specifici non sono sempre pro o anti-coloniali, ma possono essere tutte e due le cose allo stesso tempo. In proposito cita, fra gli altri , il noto caso dell'Otello di Shakespeare, un testo insegnato in una grande quantità di scuole inferiori e superiori in molta parte del mondo. Per anni i critici si sono rifiutati di ammettere che Otello potesse essere nero, era piuttosto di una qualche sfumatura del marrone, quindi non proprio "negroide" e comunque "bianco" dentro. E, quando il "suo colore veniva riconosciuto, era per suggerire che la sua 'razza' spiegava la gelosia, i suoi scoppi emotivi e la sua irrazionalità." (Ibidem p.94) Questo testo può essere utilizzato, (com'è avvenuto), sia per prendere le distanze da atteggiamenti razzisti, sia per confermare l'assunto secondo cui un nero - anche se "civilizzato" - resterà sempre un primitivo irrazionale.

     L'atteggiamento diffuso (in particolare in ambienti conservatori ma non solo) nei confronti della critica postcoloniale va dall'entusiasmo allo scetticismo alla diffidenza; il linguaggio che utilizza viene spesso considerato eccessivamente specialistico, difficile da capire e, soprattutto, viene accusata di costituire un ambito "depoliticizzato", ossia distante dalla realtà del mondo non-occidentale. Attraverso la categoria di 'postcoloniale' si riuscirebbero ad evitare termini apertamente politici come 'imperialismo' o 'geopolitica', in pratica si parlerebbe di differenza culturale, ma - non sempre o non molto - di sfruttamento economico. A prescindere dal fatto che molti studiosi postcoloniali (i meno considerati dall'accademia) scrivono dello sfruttamento economico - controbatte Loomba - occorre tener presente che la critica del colonialismo deriva e al tempo stesso influenza un mondo intellettuale e politico. Inoltre essa é nata da intellettuali e attivisti politici di tutto il mondo che non sempre avevano delle posizioni contrapposte e che hanno svolto un ruolo fondamentale a sostegno dei movimenti anti-coloniali.

     Obiettivo della critica coloniale é far sì che le voci dei popoli un tempo colonizzati e dei loro discendenti possano essere ascoltate, creare spazi legittimi dedicati allo studio di letterature non occidentali, recuperare il punto di vista del soggetto colonizzato da una "prospettiva postcoloniale". Gli studi postcoloniali, specialmente nel campo della letteratura, possono aiutare a pensare alle strutture più ampie del dominio del pensiero coloniale, offrono diversi punti di vista del passato, aiutano a capire i continui cambiamenti del mondo. Essi abbracciano un ambito ampio e complesso, un'area d'indagine vasta e significativa che supera le superficiali generalizzazioni e le sterili contrapposizioni fra pensiero economico e critica letteraria attraverso reti internazionali, frutto di una lunga storia di dialoghi intellettuali.

Foto di Seydou Keita

La bibliografia che segue, puramente esemplificativa, non risponde ad alcuna successione cronologica, né a suddivisioni per generi o aree geografico-linguistico- culturali ma, sulla base di alcuni fattori comuni fra gli scrittori, individua tre possibili raggruppamenti:

  Opere di autori del Sud del mondo la cui biografia evolve fra elaborazione teorica e azione politica, fra due o più lingue e culture, fra i vari generi letterari e le varie espressioni artistiche;

  Opere di autori che, sul piano linguistico, hanno elaborato teorie e linguaggi personali, alimentando un vivace dibattito sull'argomento. La lotta per il diritto a nominare se stessi e il proprio stato avviene all'interno delle parole, quindi il problema della lingua da usare è fondamentale per riflettere sull'eredità del colonialismo e ri-costruire una propria identità;

  "Letteratura della migrazione", secondo una definizione di Armando Gnisci, o meglio opere degli autori - "migrant writers" - immigrati che adottano la lingua del paese ospitante facendola propria, e che comprende sia le opere scritte in italiano da immigrati, sia le opere scritte in varie lingue da italiani emigrati in tutto il mondo.  

1° gruppo

C. Achebe - 1930 - Ogidi (Nigeria). Fra i più originali scrittori africani contemporanei. In Speranze ed ostacoli - Saggi scelti 1965-1987- Jaca Book Milano 1998, intreccia frammenti di storia personale ad analisi dei problemi dell' "occidentalizzazione del mondo" attraverso la critica del razzismo di 'Cuore di tenebra' di Conrad, l'attacco alla critica coloniale, il problema della responsabilità di ogni artista, cogliendo gli aspetti vitali in cui letteratura e cultura interagiscono con la realtà.

F. Mernissi -1940 - Fez (Marocco). Studiosa, ricercatrice impegnata in ambito internazionale a sostenere una visione pluralistica della società islamica. L'Harem e l'occidente - Giunti, Firenze 2000 - con la leggerezza del racconto autobiografico, cerca di districare i nodi complessi del confronto maschile/femminile e invita a guardare con umorismo i reciproci pregiudizi fra Oriente e Occidente.

W. Soyinka - 1934 - (Nigeria). Nobel per la letteratura nel 1986. Drammaturgo, poeta, narratore, saggista, crea un nuovo stile teatrale e un linguaggio nuovo e personale. Il suo romanzo Gli Interpreti, Jaca Book, Milano 1979, attacca i regimi nati dalle indipendenze e la nuova classe dirigente, corrotta e conformista. Soyinka costantemente impegnato sul piano politico, è stato perseguitato dai vari regimi del suo paese, anche in tempi recenti.

H. Lopès -1937- Leopoldville. Appartenente a una famiglia di meticci Lopès non si considera né bianco né nero ma sintesi di entrambe le razze e cittadino del mondo. Il suo romanzo Sull'altra riva (Jaca Book 1996) narra la storia di molteplici identità inventate ed assunte da Marie-Eve, la protagonista, una artista africana che sceglie di vivere in un'isola caraibica, crogiolo di razze, popoli, lingue, civiltà.

N. Gordimer - 1923 - Sudafrica - Autrice di diverse raccolte di racconti, saggi e numerosi romanzi che hanno come riferimento il contesto socio-politico-culturale del Sudafrica negli ultimi 50/60 anni. Nelle raccolte di saggi Vivere nell'interregno, -1990- e Scrivere ed essere. Lezioni di poetica -1996-(Feltrinelli), Gordimer ci fa attraversare quelle zone pericolose in cui la rappresentazione letteraria contesta la realtà, e ci fa capire come in contesti sociali ad altissima conflittualità, la scrittura possa 'ferire' chi la pratica (scrittore e lettore).

N. Farah -1945 - Somalia italiana- Conosce molte lingue: somalo, arabo, aramaico inglese; soggiorna e lavora in diverse parti del mondo: India, Gran Bretagna, Italia, Nigeria, Gambia, Sudan e infine in Uganda. II suo romanzo Latte agrodolce - (E.L. Roma, 1993) - dopo un avvio apparentemente semplice, si trasforma via via in un intrecciarsi di eventi oscuri, enigmatici, simbolici, seguendo i quali non si arriverà a chiarire il mistero della morte del fratello del protagonista. L'intenzione di Farah è una critica ironica e imprevedibile dei ben tristi risultati di ogni colonialismo: neo e post, culturale ed economico.

W. Liking - 1950- Bondé (Carnerun)- Si occupa di pittura, teatro, musica, cinema, critica, poesia, racconto; ha pubblicato libri di generi diversi. Ricercatrice all'Università di Abidjan (Costa d'Avorio), ha creato il 'Villaggio KI-YI', un foyer di artisti e centro culturale che ospita mostre, seminari, spettacoli teatrali ecc...II suo unico testo tradotto in italiano è Orfeo africano, L'Harmattan Italia, Torino 1996. Testo breve e intenso derivato da un complesso immaginario mitico e simbolico; Liking orchestra con maestria le fila di culture diverse, mostrandone affinità impensabili e sorride della pretesa superiorità "universalistica" dei bianchi.

J.M. Coetze - 1940 - Sudafrica - Ognuna delle sue opere è collocabile in un sotto-genere o parodia dei vari generi letterari (romanzo storico, pastorale, di frontiera) ed affronta con un abile gioco intertestuale un aspetto della colonizzazione. Il suo romanzo Foe, Rizzoli, Milano 1987 rinvia a molti riferimenti letterari e storici: il 'Robinson Crusoe' di Defoe, la conquista dell'America, i viaggi delle navi mercantili, il commercio degli schiavi. Il 'Venerdì' di Coetzee non è il 'buon selvaggio' di Defoe, ma l'inconosciuto-incomunicante dalla lingua mozzata.  

 

2° gruppo

S. Ousmane -1923 Senegal - Scrittore e regista autodidatta; si interessa di letteratura e parallelamente di cinema nel quale individua un nuovo ed autentico sbocco espressivo, capace di raggiungere anche il pubblico più popolare, quello al quale è preclusa la lettura. Il suo racconto La nera di ... - Sellerio, Palermo 1991, ambientato nel 1958 tra Antibes e la Francia, mette a confronto due mondi incompatibili: quello di Diouana, ragazza senegalese che tenta di realizzare le proprie speranze in Francia, e quello dei colonizzatori. Di questo racconto esiste anche una versione cinematografica realizzata nel 1966.

R. Confiant - 1951- Martinica - autore di un saggio su Aimé Césaire, di alcuni romanzi e, insieme a Patrick Chamoiseau di Eloge de la créolité e Lettres créoles, manifesti della nuova letteratura creola. Il suo romanzo La profezia delle notti, Zanzibar, Milano 1994 - delinea un villaggio della Martinica, un'oasi di dolcezza, visto attraverso la poesia e lo sguardo di un bambino; ma anche un conglomerato di diverse razze, lingue, culture, condizioni sociali, microcosmo della multietnicità dei Caraibi dove l'interazione con l'altro, spesso, è attraversata da schemi e pregiudizi razzisti.

Amadu Hampâté Bâ - 1901-1991 - Mali - Filosofo, storico, linguista, etnologo, poeta e narratore; ha studiato e trascritto, in lingua araba e francese, il ricchissimo patrimonio della tradizione orale, fino ad allora affidato alla memoria di pochi vecchi 'signori della parola'. Il suo romanzo - L'interprete briccone, ovvero lo strano destino di Wangrin, E. L. Roma 1988 - assomma le caratteristiche di almeno tre generi letterari: romanzo storico (l'occupazione coloniale dell'Africa occidentale), indagine sociale (rapporto tra colonizzatori/neri assimilati e neri depositari della cultura tradizionale) e narrazione epica (le gesta grandiose del protagonista Wangrin). Wangrin è un perfetto esempio di ibridismo: si sente profondamente 'nero', ma assimila la lingua e i costumi dei bianchi dei quali sfrutta con furbizia le debolezze.

A. Tutuola - 1911 - Nigeriano di etnia yoruba, nei suoi testi recupera e rivitalizza il patrimonio della cultura orale, riorganizzandolo in modo personale. Il suo inglese "non standard" rappresenta un interessante esperimento linguistico che sottende l'intento politico di affrancarsi dalla cultura dei colonizzatori. Il bevitore di vino di palma - la mia vita nel bosco degli spiriti - Adelphi, Milano 1983 e Povero, Baruffona e Malandrino - Feltrinelli, Milano 1987- sono due raccolte di racconti che recuperano la mitologia yoruba delle favole della foresta, luogo magico dove tutto è affine ed alieno alla realtà, come nell'immaginario onirico.

Sony Labou Tansi -194711995 - Zaire - Drammaturgo, poeta, romanziere. Dalle sue opere traspare un costante impegno nell'uso della parola che serva a promuovere una presa di coscienza socio-politica. Egli usa un linguaggio non lineare, che ama definire "tropicale", e che consente quello spazio di libertà non garantito dalla "parola ufficiale"; un linguaggio esuberante, iperbolico che tutto ingigantisce, moltiplica e trascina in un tumultuoso scorrere di eventi, spesso agghiaccianti come nel romanzo La vita e mezza - E. L. Roma 1990. Il protagonista, Marziale, combatte un numero spropositato di guerre civili contro l'efferata Guida Provvidenziale della Katamalanasia, paese fantastico di un tempo mitico, ma che allude/rappresenta un ben noto tipo di stato postcoloniale.  

 

3° gruppo

Salah Methnani (Tunisi 1963) - laureato in lingue e letterature straniere, nel 1987 decide di trasferirsi in Italia. Il suo lmmigrato,Theoria, Roma - Napoli 1990, è il racconto (raccolto e trascritto da M. Fortunato) del suo viaggio migratorio (da Tunisi al Veneto attraversando l'ltalia). II testo, riedito nel 1997, ha vinto il Premio P. Paolo Pasolini. Ha scritto racconti e articoli per diversi quotidiani e riviste; dal '94 al '96 è stato autore di programmi e reportage per la TV araba e ha realizzato alcuni servizi per la RAI.

Mohsen Meliti (Tunisi 1967) - arrivato in Italia nel 1989 lavora con un gruppo di volontari alla Pantanella (rifugio per immigrati alla periferia di Roma), esperienza di cui racconta la storia nel suo primo romanzo, Pantanella. Canto lungo la strada (EL Roma 1992). Protagonisti veri del romanzo sono i sogni e i ricordi degli immigrati (africani asiatici arabi), che vivono contemporaneamente qui (Roma) e là (luogo di provenienza), che riflettono discutono e constatano l'indifferenza della società di accoglienza. I bambini delle rose (EL Roma l995), un testo delicato e breve i cui protagonisti - un bambino rom e una bambina cinese - vendono rose nei ristoranti del centro di Roma, si scontrano/si incontrano e intessono una grande tenera amicizia.

Younis Tawfik (Iraq 1957) ha pubblicato poesie sulle maggiori riviste del suo paese e in Italia dove vive dal 1979. Si è laureato in lettere a Torino nel 1986; è giomalista per "La Stampa", "La Repubblica" e "Il Mattino". Si dedica alla divulgazione della letteratura araba come traduttore e curatore. Il suo romanzo, La straniera, Bompiani, Milano 1999, ha come protagonisti un giovane architetto, che dal vicino Oriente si è trasferito in Italia per seguire gli studi e poi per lavorare, e Arnina, la giovane marocchina immigrata in Italia dove, per sopravvivere, è costretta a fare la prostituta. Fra i due, che casualmente si incontrano, nasce una toccante e amara storia d'amore.

Smari Abdel Malek - Costantina (Algeria) 1959. Dopo essersi laureato in Psicologia Clinica si è trasferito in Italia dove ha pubblicato due racconti nell'antologia La lingua strappata e ha visto rappresentata la sua pièce teatrale Il poeta si diverte. Insegna arabo e italiano presso l'associazione culturale "La Tenda" a Milano. Fiamme in paradiso, il Sggiatore, Milano 2000, è il suo primo romanzo e narra di Karim un giovane algerino che abbandona l'atmosfera pesante del suo paese alla ricerca del paradiso. Ma in Italia dove pensava di trovarlo, non lo trova: gli italiani che credono di essere 'civili e antirazzisti", chiamano tutti gli immigrati 'marocchini' e intendono la parola come offesa.

Gezím Haidari - Lushnje (Albania) 1957 - laureatosi in Lettere Moderne a Tirana, docente di letteratura, giornalista ed esponente politico, a seguito di minacce è costretto a lasciare il paese nel 1992. Ha curato cicli dedicati a poeti italiani contemporanei da lui tradotti e pubblicati in Albania. Collabora alle pagine culturali delle riviste albanesi più importanti. Nel 1996 ha vinto il primo premio al concorso Eks&tra e nel 1997 il premio Montale. Le sue poesie sono presenti, oltre che nelle antologie curate da R. Sangiorgi e A. Ramberti - pubblicate dall'editore Fara di Santarcangelo di Romagna - in Alì e altre storie, letteratura e immigrazione, edizioni RAI-ERI, Roma 1998; Corpo presente, sette poeti del premio Montale, All'insegna del pesce d'oro, Scheiwiller, Milano 1998. Ha pubblicato: Sassi contro vento Gure Kunder Eres, Laboratorio delle Arti, Milano 1995; Ombra di cane Hije Qeni Dismisuratesti, Frosinone 1993.

Pascal D'Angelo (Indrodacqua - L'Aquila- 1894 /Brooklyn 1932), uno dei maggiori esponenti della letteratura italoamericana. Son of Italy (Edizioni "Il Grappolo" 1999 - S. Eustachio di Mercato San Severino (Tel. 089/894457; Internet: www. ilgrappolo.it), è il suo unico romanzo, un'autobiografia intensa e lirica che alterna alla prosa la poesia. In essa ripercorre l'intera sua vita con il doloroso carico umano ad essa connesso. A 16 anni emigra in America, luogo sconosciuto e agognato, dove fra emarginazione soprusi stenti e fatica (lavora come spaccapietre), impara l'inglese e scopre e dà corpo alla sua vera vocazione: la scrittura e la poesia.

Joseph Tusiani - S. Marco in Lamis (FG) 1924 - laureatosi in Lettere a Napoli nel 1947, nello stesso anno parte con la madre per gli Stati Uniti dove il padre era emigrato quando egli aveva ancora pochi mesi. Quello che doveva essere un breve viaggio per conoscere il padre, si trasforma in emigrazione stabile. Giuseppe, ormai Joseph, inizia ad insegnare in diverse Università, si inserisce nei circoli culturali italo-americani. La Poetry Society of England gli assegna il prestigioso Greenwood Prize; riceverà poi la prestigiosa 'Medaglia del Congresso di Washington' raramente attribuita ad un poeta. Nella sua attività poetica Tusiani utilizza, oltre all'inglese e all'italiano, anche il suo dialetto d'origine e la lingua latina. Oggi la sua 'patria lontana' ha creato in suo onore un "Fondo Tusiani". Pubblicazioni in italiano: Il ritorno: liriche italiane, Fasano di Puglia, Schena, 1992; trilogia autobiografica: 1) La parola difficile: autobiografia di un italo-americano, Fasano, Schena 1988, 2) La parola nuova, Fasano, Schena 1991, 3) La parola antica, Fasano, Schena, 1992.

Carmine Abate - nato nel 1954 a Carfizzi (Crotone), paese di lingua arberësh (albanese antico) e vissuto tra la Germania, dove ha insegnato letteratura italiana, e il Trentino, dove attualmente risiede. Suo romanzo d'esordio è Il ballo tondo, Marietti 1991 (poi Fazi editore 2000); Il muro dei muri, Argo 1993 è una raccolta di 14 brevi storie di emigrazione incentrate sullo sradicamento (linguistico-culturale e affettivo) dalla "piccola Arberia" (la comunità d'origine). Voce narrante dei racconti sono i "germanesi", esuli sempre, all'estero e in patria, che vivono l'emarginazione con la consapevolezza della propria condizione intollerabile di eterni ghettizzati. Non mancano nei racconti riferimenti espliciti a problemi d'attualità, quali lo sfruttamento e l'allarmante diffondersi in Germania di xenofobia e violenza naziskin. Il suo più recente romanzo La moto di Scandeberg, Fazi editore, Roma 1999, è la storia incantata e asciutta della ricerca e della formazione di una identità. Giovanni, il protagonista, è sempre scappato: dalla famiglia, dal paese dove è nato, dalla lingua che gli appartiene, da se stesso e dai suoi fantasmi. In Germania raggiunge Claudia di cui è da sempre innamorato e ripensa alla sua storia e a quella di suo padre, Scandeberg, strampalato e affascinante avventuriero, sempre in sella alla sua moto Guzzi Donsolino.

Nino Ricci - nato nel 1958 a Leamington nell'Ontario, da genitori emigrati in Canada dal Molise; ha studiato Letteratura inglese all'Università di Toronto. Il romanzo con cui si impone all'attenzione della critica mondiale è Vite dei santi, 1990 - primo della trilogia che comprende anche In a Glass House -1993 e Where She Has Gone (Il fratello italiano, Fazi editore, Roma 2000) che ha vinto numerosi premi, tra cui il Governor General's Award, ed è stato tradotto in numerose lingue. E' considerato dalla critica mondiale uno dei più interessanti scrittori di  lingua inglese.

  Note

(1) S. Rushdie, Patrie immaginarie, Mondadori, Milano 1990, p.20.

(2) E. W. Said, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, Milano 1995, p.64.

(3) in 'Contenere il mondo', Intervista a cura di S. Albertazzi, in 'Linea d'ombra',marzo 1998.

(4) In N. Sahgal, "Unbecoming Daughters of the Empire", 1993 (riportato in 'Linea d'ombra', n.111) Di questa autrice é stato pubblicato in traduzione italiana il romanzo "Il giorno dell'ombra", Einaudi, 1995.

(5) N. Valgimigli, Esìli e memorie, in 'Afriche e Orienti', n° 1 anno 1999.

(6) In M. Aime,"La cultura è una mischia", "Tutto Libri", 10/02/2001.

(7) A. Loomba, Colonialismo/Postcolonialismo, Meltemi editori srl., Roma 2000, p. 103.  

(Rita Di Gregorio, formatrice CRES)

 

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