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Vita Fortunati

La sfida teorica del comparatismo femminista: 

tra universalismo e differenza 

 

     Il comparatismo letterario al femminile apre ampie prospettive teoriche e pratiche all'interno degli studi di teoria e storia comparata della letteratura. (1) Vorrei cominciare partendo da alcune domande che circolano in alcuni libri di studiose comparatiste: perché la letteratura comparata per molti anni si è disinteressata degli studi femministi (Bassnett 1993 e Higonnet 1994)? Perché le donne paradossalmente solo di recente hanno posto in maniera pressante il problema del comparatismo sia a livello delle teorie femministe che a quello dell'analisi dei testi letterari?

     I motivi per cui questo connubio tra femminismo e comparatismo non c'è stato, o perlomeno è stato tardivo, si possono rinvenire nella storia del comparatismo: una disciplina, che, pur volendo essere all'avanguardia, è stata, come dice Susan Sniader Lanser, fondamentalmente "orientata al maschile", eurocentrica e caratterizzata da una pratica incentrata su opposizioni binarie. Infatti il comparatismo, nella tradizione di Wellek e Warren, ha puntato maggiormente sui valori estetici, sui problemi relativi al "canone", sulla "letterarietà" del testo, sulla competenza linguistica: valori che non solo presuppongono una ideologia della trascendenza, ma anche un concetto di letteratura come forza universale di civilizzazione. Storicamente quindi si tratta di una disciplina che è stata posizionata verso l'Europa, gli scrittori "canonici" e le lingue maggiori. Un comparatismo che quando si è aperto alle lingue e letterature "altre" ha usato i "Master's tools", gli strumenti metodologici, come ha acutamente rilevato Audre Lorde, delle culture egemoniche.

...L'entrata degli studi femministi e postcoloniali nel comparatismo è stata lenta e tardiva, ma quando si è verificata ha provocato non solo uno scossone salutare, ma anche una ennesima crisi di identità della disciplina. Di questo se ne rendevano perfettamente conto Clayton Koleb e Susan Noakes nel 1982 nella loro introduzione ad una raccolta di saggi, The Comparative Perspective on Literature:

Si nota la tendenza a prendere le distanze da elementi che sono stati considerati fondamentali per capire la storia della letteratura come una grande impresa culturale unificata (movimenti, temi, periodi, la storia delle idee) e verso problematiche che riguardano la frontiera (letterature "emergenti", rapporti con altre discipline, studi sulle donne, forme marginalizzate di lettura, "prerilettura", "lettura al femminile", e "Letteratura letetica"). (Koleb e Noakes, traduzione mia)

 

Gustav Klimt, Judith

Attraverso questa crisi è subentrata l'idea di un comparatismo globale, pan-europeo: sono stati critici come Edward Said e Lisa Lowe, per citare solo due degli studiosi più rappresentativi in questo settore, che ci hanno resi consapevoli di quanto lo spostamento del centro modifichi radicalmente la nostra prospettiva. E' venuta meno l'idea che l'Europa occidentale e le sue letterature siano il centro unico di irradiazione e di educazione della letteratura del mondo. "Per il nuovo comparatismo il 'centro' è dappertutto, multiplo in ogni caso..dunque la multipolarizzazione si oppone alla bipolarizzazione", dice Adriano Marino (1982).

 Multipolarizzazione versus bipolarizzazione implica una letteratura comparata plurale, una disciplina dinamica che si modifica nel tempo, stabilendo rapporti differenti con altre forme di interrogazione del letterario. Il comparatismo, quindi, come disciplina mobile, che non si isola in se stessa, ma che modifica alcune vecchie nozioni considerate come definitive e formula nuovi paradigmi.

     Ma vorrei tentare di rispondere al secondo quesito che mi ero posta ad apertura dell'intervento: perché solo recentemente le donne si sono interessate del comparatismo? Di primo acchito questo fatto potrebbe apparire quasi un paradosso dal momento che il punto forte degli studi femministi è proprio l'interdisciplinarità e quindi il comparatismo. Per noi, donne critiche, interessarsi della letteratura femminile ha voluto dire innanzitutto operare un continuo processo di comparazione con la tradizione letteraria patriarcale dominante. Come ricorda anche Elaine Showalter, il gynocriticism è sempre stato "bitestuale", un dialogo costante tra la tradizione maschile e quella femminile, una comparazione che ha spinto le donne ad operare continui atti di revisione, appropriazione e sovversione del canone letterario. 

Ma questa attenzione teorica al problema del comparatismo femminile non poteva non nascere in questa particolare fase del pensiero femminista che Judith Butler ha definito "post-femminista", dove l'aspetto meta-discorsivo appare predominante. Le donne, non solo pensano, ma riflettono sul loro pensiero, si interrogano sulla propria genealogia. Ed è proprio in questa fase che che la comparazione con gli altri femminismi ha messo in discussione l'egemonia del cosiddetto "femminismo bianco". Il comparatismo come metodo conoscitivo ha sottolineato come una delle caratteristiche più innovative e fertili del femminismo sia il suo pluralismo, che si fonda sull'idea che tutte le sintesi globali tendono ad amalgamare la complessità e la molteplicità dell'identità femminile. Il comparatismo praticato dalle donne non potrà mai essere monolitico, proprio perché il pensiero, la cultura e la letteratura delle donne si sono formati da un insieme di saperi che nascono in contesti socio-politici tra loro molto differenti: saperi che si trasmettono da un continente all'altro con esiti ed ibridazioni tra loro molto feconde (Braidotti, 1992).

Le nuove frontiere politiche sono state ridisegnate grazie ad una concezione più planetaria delle forze politico-economiche che sono in campo. In questa prospettiva diventa essenziale per gli studi di letteratura comparata il criterio della differenza:  ci si discosta dalla ricerca delle analogie per immergersi nel vasto dominio dell'interculturale in cui tutte le letterature trovano il loro spazio. 

Gustav Klimt, Il bacio

 

Per Earl Miner la nozione di differenza è indispensabile in quanto: "l'uso consapevole della differenza più radicale e di elementi che sono riconosciuti come somiglianti solo in parte spiega ciò che è messo alla prova , ed è questa differenza a permettere la comparazione". Il principio generale che egli cerca di stabilire è quello della diversità: "la diversità è la differenza riscontrabile all'interno di un insieme di elementi realmente comparabili. Noi non possiamo comparare ciò che è totalmente identico".

Anche Lisa Lowe mette in luce come nei rapporti interculturali diventi essenziale il confronto tra le letterature che si fondano su contesti culturali ben differenziati

La mia presa di posizione a favore dell'eterogeneità vuole sfidare la tradizione che concepisce la differenza come strutturata esclusivamente da un'opposizione binaria tra due termini...prpoponendo invece un'altra nozione di differenza che consideri seriamente le condizioni dell'eterogeneità, molteplicità, non equivalenza. (Lowe, 1991)

Leggendo alcuni dei saggi teorici di donne critiche che si sono poste il problema di che cosa significhi essere donne, letterate e comparatiste, mi sembra che emergano alcuni punti specifici di enorme rilevanza teorica. Innanzitutto si delinea la figura di una donna critica comparatista capace di attraversare non solo letterature e culture, ma anche diverse discipline. La donna comparatista è molto consapevole che quando si compara si innesca inevitabilmente un problema di posizionamento:

Sempre più viene riconosciuto che il dove da cui si parla condiziona il significato e la verità di quello che si dice, e quindi non possiamo presumere di avere la capacità di trascendere la nostra posizione. In altre parole,...il posizionamento di chi parla è epistemicamente saliente...Dovremmo sforzarci il più possibile di creare le condizioni per il dialogo e per la pratica di parlare con e a, anziché parlare per gli altri...confrontarsi è un primo passo necessario a imparare a vedere e ascoltare gli "altri" che sono tra di noi. (Alcoff, 1992)

 

Gustav Klimt,  La musica

Essere comparatiste vuol dire quindi accettare l'alterità, le differenze: solo accettando questo rapporto di parità e differenza con realtà culturali altre, si può meglio comprendere la propria identità.

Per quanto possa sembrare non fattibile e inefficiente, non posso fare a meno di insistere che esista simultaneamente un'altra messa a fuoco: non solo chi sono io? ma chi è l'altra donna? Come le sto dando nome? Come dà lei nome a me? (Spivak, 1988)

Il comparatismo come pratica critica delle donne non si configura più come "stupro", come rapporto di dominio, di sottomissione, di prevaricazione di una cultura dominante su quella subalterna, ma come operazione di continua messa in discussione dei propri metodi. La studiosa comparatista mi sembra che debba affrontare con grande coraggio e umiltà il disagio e talvolta lo sconforto che inevitabilmente l'assale, quando si trova di fronte a nuovi orizzonti del sapere a lei sconosciuti: orizzonti che mettono in crisi le sue certezze, ma che possono diventare un fecondo terreno di crescita. Deve accettare la sua inquietante e paradossale situazione esistenziale: il suo essere dentro e al contempo fuori della propria cultura. Si tratta di trovare un equilibrio difficile tra un imprescindibile radicamento nella propria cultura d'origine e un necessario distanziamento critico. 

Molto suggestive mi sembrano le metafore che alcune critiche femministe usano per caratterizzare le qualità che la comparatista deve possedere: la donna come agile acrobata che si muove tra saperi diversi, che è in grado di tradurre l'eterogeneità di culture diverse, di transitare attraverso confini, di unire differenze etniche e razziali. La voce critica della donna è "come una navetta che si muove in entrambe le direzioni attraverso il confine" (Higonnet, 1994).

La "finzione politica" che Rosi Braidotti adotta per denotare il pensiero femminista, il nomadismo, mi sembra molto confacente alla pratica comparatista.

Sebbene l'immagine dei "soggetti nomadi" si ispiri all'esperienza di genti e culture che sono letteralmente nomadi, il nomadismo qui in questione si riferisce al tipo di coscienza critica che non accetta di conformarsi a modalità di pensiero e comportamento socialmente codificate... E' la sovversione di rigide convenzioni a definire lo stato nomadico, non l'atto concreto del viaggiare... Gli spostamenti nomadici pertanto denotano una specie di divenire creativo; una metafora performativa che permette incontri altrimenti improbabili e insospettate sorgenti di interazione tra esperienza e sapere (Braidotti, 1994).

In questa prospettiva, emblematico è il titolo del volume di Margaret Higonnet, Borderwork, dove nel termine "border" (confine, bordo) non si vuole più sottolineare il segno che delimita, fissa lo spazio, quanto piuttosto la zona di transito, di passaggio. Nella parola "border" è insita l'idea della deterritorializzazione dal luogo d'origine, dal centro. La nuova letteratura comparata femminista vuole rimappare il globo, cercando di inserire nella mappa dei comparatisti i luoghi considerati marginali e di ridefinire i confini disciplinari (Bassnett 1993). 

Per queste ragioni molte donne comparatiste si sforzano di connettere discipline tra loro diverse in una pratica ermeneutica che Françoise Lionnet definisce métissage "un ibrido dialogico che fonde elementi eterogenei". Una pratica di comparatismo che riconosce come la rappresentazione letteraria passi attraverso i confini dei diversi discorsi politici, giuridici, artistici e antropologici.

                            

Gustav Klimt

Emile Floge 

     

      La seconda sfida teorica del comparatismo è il tentativo di operare una interazione tra una prospettiva globale e un'attenzione allo specifico: un tentativo cioè di conciliare una visione globale senza perdere di vista le proprie specificità culturali di appartenenza. Da una parte quindi l'accettazione che esistono più comparatismi e più femminismi, dall'altra un'attenzione precisa ai diversi contesti politico-culturali in cui le diverse letterature delle donne operano. Per questo accanto al termine "comparatismo globale" compare quello di "specificità comparativa". 

     Il pericolo in agguato con il comparatismo globale è quello di cadere in un vago idealismo di stampo romantico se esso non si radica nei precisi contesti storico-politico-culturali che si vengono comparando. Da questa prospettiva le comparatiste si sforzano di superare l'universalismo goethiano insito nel concetto di Weltliteratur in cui venivano accentuati l'universalità dei valori letterari, lo spirito transnazionale nelle scienze umane per sollevarsi al di sopra dei confini nazionali. Il concetto di letteratura comparata globale implica necessariamente l'idea post-strutturalista della letteratura come conglomerato dinamico e differenziato di sistemi, caratterizzato da opposizioni interne e da spostamenti dinamici. La nozione di letteratura come polisistema vede non solo i sistemi individuali come facenti parte di un tutto dalle molte sfaccettature, ma l'eliminazione della distinzione gerarchica  tra letterature maggiori e letterature minori, tra lingue maggiori e lingue minori (Marino, 1990). La letteratura comparata globale, proprio perché si fonda sull'idea della letteratura come eco-sistema, ha messo profondamente in crisi la presunta universalità dei valori dell'estetica kantiana. Contro l'eccessivo formalismo del comparatista tradizionale, le comparatiste sottolineano il loro rinnovato interesse per la letteratura come documento, ponendo in primo piano l'importanza del contesto storico-politico per l'interpretazione del fatto letterario.  

   

Gustav Klimt, Salomé

 ...Sarah Webster Godwin in un importante articolo, prima di fare il punto sull'incontro-scontro tra femminismo e new historicism ricorda che la prima grande studiosa comparatista storicista è stata Madame de Staël, la cui opera non è stata sufficientemente studiata.

Il contributo di Staël chiarisce che la teoria storicista femminista sta proprio al centro della letteratura comparata; il lavoro di comparazione tra culture letterarie stimola la comparazione e la costruzione dei generi (Godwin, 1994).

Non si vuole qui entrare nel dettaglio del fecondo, anche se talvolta acceso dibattito tra femminismo e new historicism: l'aspetto che qui mi preme sottolineare è che le studiose comparatiste condividono con i new historicists alcuni importanti assunti teorici. Innanzitutto, come ci ricorda Judith Lowder Newton, non esiste un'essenza umana universale e transtorica, ma la nostra soggettività è "costruita da codici culturali e ci posizionano e limitano in vari modi". In secondo luogo, la lettura/interpretazione dei testi e della Storia non è mai oggettiva, perché è condizionata dalla nostra specifica posizione storica, cioè dai nostri valori, ed è sempre filtrata dal linguaggio. Infine ad un'idea di Storia monologica e monolitica è subentrata quella di una storia conflittuale e dialogica "un racconto di molte voci e forme di potere, un Potere esercitato da chi è debole ed emarginato oltre che da chi è forte e domina". 

 

Gustav Klimt, La speranza 

      La terza sfida teorica è di vedere come l'identità letteraria nazionale sia intimamente connessa con la categoria del gender e come essa interagisca con la razza, la classe sociale e le inclinazioni sessuali. Questo mi sembra essere uno specifico interesse del comparatismo delle donne ed è proprio su questo punto che il new historicism delle femministe si discosta da da quello dei colleghi maschi. (2) Questa forma di comparatismo mi sembra oggi di estrema rilevanza ed urgenza non solo in America, ma anche in Europa per i difficili problemi che le ondate migratorie hanno provocato, per i preoccupanti fenomeni di revanscismo nazionalista e di pulizia etnica. (3) Come dice la critica americana Lisa Lowe,

Negli anni Novanta possiamo permetterci di ripensare il concetto di identità etnica in termini di differenze culturali, classe e genere, anziché dare per scontate somiglianze e porre a base dell'unione la cancellazione delle particolarità. Negli anni Novanta possiamo permetterci di diversificare le nostre pratiche politiche includendo nel nostro continuo lavoro per la trasformazione dell'egemonia un gruppo più eterogeneo, ed aprendoci ad alleanze cruciali con altri gruppi - alleanze basate sull'etnia, la classe, il genere e la sessualità. (Lowe, 1991)

 

Gustav Klimt, Le vergini

Gustav Klimt, Adamo ed Eva

     Vorrei terminare sottolineando come nel comparatismo delle donne compare una positività e una volontà di costruzione, in una parola un pensiero "forte" che mi sembra essere la caratteristica più entusiasmante di questa fase "post-femminista". In questa fine, per tanti versi tragica, del nostro millennio, percorsa da inquietanti segni di irrazionalità, di xenofobia, di antisemitismo, ho notato nelle donne comparatiste una grande tensione verso una progettualità utopica, come crescente volontà di reinventarsi nuovi modelli di pensiero. 

Questa progettualità utopica vede la luce non da un facile ottimismo, ma dalla sistematica decostruzione di un comparatismo ormai desueto. Una progettualità che non solo cresce nel sistematico sospetto dei pericoli insiti nella proposta di un comparatismo globale ma anche, come dice bell hooks, da una sensibilità sia affettiva che politica. 

La proposta di un comparatismo globale, attento alle singole specificità e alle differenze nasce proprio dalla volontà di costruire un'unità nelle differenze, di trovare delle basi comuni tra le forme eterogenee dei saperi delle donne. Si tratta cioè di vedere se è possibile nonostante la molteplicità, l'eterogeneità, la dispersione del pensiero e della cultura femminista stabilire una base comune per leggere e interpretare questo corpus eterogeneo. 

Come molto lucidamente ricorda Trinh T. Minh-ha la sfida principale del femminismo post-coloniale risiede

non nella contrapposizione di varie culture le cui frontiere rimangono intatte, e non nello scialbo atteggiamento di mescolare tutto in un crogiolo che azzera ogni differenza nell'ansia di ridurre ogni cosa ad un Medesimo. Risiede invece in quell'accettazione interculturale di rischi, di inaspettate deviazioni, e complessità di rapporti tra dipendenza e rotture [dependency and rupture], che ogni escursione artistica e ogni impresa teorica richiedono man mano che vengono sfidate, minate, modificate e reinscritte le certezze dei confini. (4)

 

Note

1  Un convegno molto importante all'insegna del comparatismo e della interdisciplinarità, dal titolo Teorie del Femminismo Made in Usa, è stato organizzato a Bologna dal Centro di Documentazione delle Donne e l'Università di Bologna (Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere Moderne). In questo convegno si metteva a confronto il femminismo italiano con quello americano.

Sarah Godwin discute la polemica tra Catherine Gallagher e Judith Newton su femminismo e marxismo rispetto alle diverse valutazioni che la Newton attribuisce alle categorie del gender in rapporto alla categoria di "classe".

3  Susan Bassnett sottolinea l'enorme paradosso in cui si trova oggi la letteratura comparata: da una parte si constata la fine di un comparatismo tradizionale fondata sull'opposizione binaria ed eurocentrico, dall'altra il forte impulso nazionalistico e politico presente nei paesi post-coloniali, dell'ex-Unione Sovietica e nei paesi dell'Est. "Gli Stati europei revisioneranno il loro programmi scolastici poiché stanno attraversando una fase di nazionalismo che è ormai sparita da tempo nei paesi capitalistici dell'Ovest" (1993).

4  Trinh T. Minh-ha, "Vertigine orizzontale: la politica dell'identità e della differenza", relazione tenuta al convegno di cui sopra liberamente tratta da When the Moon Waxes Red

 

Fonte: Vita Fortunati, La sfida teorica del comparatismo femminista: tra universalismo e differenza, in Borghi Liana e Svandrlik Rita (a cura di), S/Oggetti immaginari. Letterature comparate al femminile, QuattroVenti, Urbino, 1996

Vita Fortunati 

insegna lingua e letteratura inglese all'Università di Bologna. Si è occupata del romanzo d'avanguardia del primo Novecento, di teoria della critica, e dell'utopia come genere letterario, pubblicando numerosi saggi e il volume La letteratura utopica inglese (1979). Ha pubblicato molti saggi su letteratura femminile, romanzo rosa e critica femminista, e curato diversi libri, tra cui quelli editi da QuattroVenti: Ritratto dell'artista come donna. Saggi sull'avanguardia del Novecento (1988) con Lilla M. Crisafulli; Il teatro e le donne. Forme drammatiche e tradizione al femminile nel teatro inglese (1991) con Raffaella Baccolini e Romana Zacchi; Voci e silenzi (19993) con Gabriella Morisco.

Gustav Klimt (1862-1918), di cui riproduciamo qui alcune opere, è un pittore particolarmente amato dall'Antro della Sibilla, perché 1. sia in teoria che in pratica fu consapevole dell'importanza dell'integrazione delle arti; 2. è un pittore interculturale, benché siamo agli inizi del Novecento; austriaco, affascinato dall'arte greca ma anche dall'arte orientale, stregato dai mosaici bizantini, inventa moduli pittorici nuovi, raffinati, pieni di magiche verticalizzazioni; 3. rappresenta donne dentro ruoli/ ambienti fortemente simbolici e cariche di una sensualità delicata e insieme potente, facendole emergere da abbracci fusionali con persone, cose, spazi, arazzi, ori, argenti, sogni.

 

 

  Pagina creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

 

 

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