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Ngugi wa Thiong’o

AVETE DECISO PER NOI

Romanziere e scrittore di teatro, Ngugi wa Thiong’o insegna alla "State University" di New York. Scrive nel suo idioma natale, il "kikuyu", una lingua parlata da circa tre milioni di persone (come il norvegese o il finlandese). 

Nel 1977, la sua scelta di rappresentare in Kenya uno spettacolo teatrale in lingua "kikuyu" lo ha tenuto per un anno in prigione. L’articolo è tratto dal discorso di Ngugi ad Asmara, iniziato in "kiswahili", la lingua di gran parte dell’Africa dell’Est, proseguito in "kikuyu" e concluso in "inglese".

      "Dal 1960 al 1977 ho scritto in inglese, anche se i miei libri erano tutti sul Kenya e sulla sua gente. Ma dal 1977 fino ad oggi, ho scritto i miei romanzi, le novelle, i testi teatrali, i libri per bambini sempre in lingua "kikuyu". 

Da quando scrivo in "kikuyu" non sono mai stato invitato, tranne una volta a Londra, ad una conferenza nella quale si discutesse di letteratura in lingua africana. La letteratura africana allora si scriveva nelle lingue europee, e perfino in Africa la si studiava nelle lingue europee. Chi scriveva in una lingua africana, lo faceva solo per pochi. Ma la stessa persona che scriveva in inglese o in francese veniva subito invitata al di fuori del suo continente ad ogni sorta di conferenze. Sono state quindi le lingue europee a decidere chi fosse uno scrittore africano. Sono state le lingue europee a decidere quale fosse la letteratura africana. 

L’Africa di oggi, sia negli aspetti positivi che in quelli negativi, è figlia del colonialismo europeo e delle lotte dei popoli africani contro di esso. Il colonialismo è stato essenzialmente un modo di privarci della patria e di allontanare la gente africana dalla sua strada. E’ stato un processo di alienazione della nostra gente dal loro ambiente, dalle loro basi, dalle loro radici, dalla loro strada.

     Il colonialismo ha tagliato le nostre terre, vi ha introdotto colture e produzioni che non ci appartenevano. Ci ha preso le materie prime per rivendercele a prezzi altissimi. I colonizzatori non hanno portato eserciti dall’Europa: hanno armato gli Africani gli uni contro gli altri, comunità contro comunità, regione contro regione, gruppo contro gruppo, ci hanno tolto ogni potere. 

     Hanno usato il nostro potere per il loro potere contro noi tutti. Uno dei danni peggiori che ci hanno fatto è stata l’alienazione dall’ambiente culturale. E’ l’ambiente culturale che trasporta un popolo verso il mondo. Ciò che la gente dice è ciò che la gente è. 

     Se non si ha più niente da dire, non si ha più nulla per entrare in relazione con il mondo. Per questo ci hanno tolto innanzitutto le lingue, per toglierci ogni identità. Abbiamo lottato per la nostra indipendenza, ma non sempre abbiamo capito che non bastava abbattere la bandiera del colonizzatore per decolonizzarci fino in fondo."

 

TRE PARAGRAFI SULLA DECOLONIZZAZIONE

 
LETTERARIA DEGLI EUROPEI

al mio compare Salah Methnani

Armando Gnisci 

 

I. Sono stato il primo studioso di tipo accademico in Italia ad interessarsi della letteratura degli immigrati così detti extracomunitari, scritta in italiano. Ho dedicato un libro a questo tema e gli ho dato per titolo il rovescio di un titolo di Tabucchi: Il rovescio del gioco, nel 1992. E poi uno scritto, "Testi degli scrittori immigrati extraeuropei in Italia in italiano", compreso nel volume di saggi di letteratura comparata del 1994, Slumgullion. Esso riproduce la relazione al grande convegno sulla narrativa italiana degli ultimi venti anni, organizzato a Leuven nel maggio del 1993 dagli amici Musarra, Valvolsem e Sempoux.

Perché l'ho fatto? Quale motivazione, interesse, direzione di ricerca mi ha indirizzato verso un oggetto letterario ancora inconsistente (se non addirittura inesistente) e alla cui costituzione e prima definizione ho così contribuito: la letteratura contemporanea dell'immigrazione in Italia? E perché parlo senz'altro di me, senza alcun pudore (simulato, dissimulato?) "accademico"?

Come comparatista di pratica ermeneutica e come italiano mediterraneo (nel senso non-padano e quindi - secondo certe vedute "etnologiche" di moda negli ultimi anni nella chiacchiera politica italiana - non-centroeuropeo e ai limiti dell'europeo in generale) e dovendo e volendo entrare in contatto con il mondo culturale maghrebino (andavo a tenere alcune conferenze a Tunisi, nel 1991) ho pensato non di andare a dissertare di problemi (?) di teoria letteraria, di Svevo, Joyce e la cultura mitteleuropea o di Calvino, Eco e Borges, ma di costituirmi e di presentarmi, proprio in quanto comparatista letterario di professione, come intermediario in atto - in servizio - tra la mia cultura europea e quella dell'occidentale Maghreb (Maghreb vuol dire "Occidente" e sta ad occidente dell'Italia).  

 

Per operare autenticamente due vie ha lo studioso letterario che intenda costituirsi e presentarsi come intermediario, interfaccia o come meticcio interculturale; anche la vecchia metafora del "ponte" può ancora funzionare se la si intende come quella di un costrutto di collegamento su cui possono passare altri. Le due vie sono quella del traduttore e quella dell'interprete. Interprete di sé alla luce dell'altro e dell'altro alla luce di sé. La luce scaturisce dall'esperienza dei testi e l'interpretazione riguarda la vicenda (nel suo senso duale di "storia" e di "alternanza") e la reciprocità nelle quali si è coinvolti con l'altro attraverso la prevenzione dei testi.

Ho sperimentato questa pratica ermeneutica - in nome di quella che chiamo ascesi comparatistica - nei miei viaggi di studio, quando ho potuto e saputo farlo: nel mio scritto su Malta in noialtri europei; in quello sui giardini zen secchi giapponesi, in Slumgullion; in quello sul tango e gli altri di esperienza argentina, raccolti nel mio prossimo volume dedicato al viaggiare, "Genio dell'incontro".

Questo metodo di costituirsi come possibili meticci transculturali e come traduttori (aghi con filo che passano da una parte all'altra e resta il cucito) è stato da me rivendicato nello scritto in onore di G. M. Vajda, "La littérature comparée comme discipline de la réciprocité" del 1994 (poi pubblicato in una versione italiana più vasta ed argomentata in Slumgullion) e ancora in "La letteratura del mondo oggi, 12 marzo 1994", lezione finale di un seminario comune tra Università e un Liceo classico-linguistico sperimentale di Roma.

Questo metodo discende, ma è meglio dire che fa corpo e strada e quindi consiste di alcuni principi ermeneutici comparatistici abbastanza "personali", come dire?, se pur molto generici e grossolani perfino: la letteratura è una conversazione libera con tutto il mondo (umano e non-umano), essa si prende cura dei discorsi che si fanno dall'uomo-donna a se stesso/a, agli altri umani, alla natura e alla storia; la filologia si prende variamente cura dei testi della letteratura, dalla lora materialità e tradizione fino alla valutazione; l'ermeneutica comparatistica, attraverso i testi letterari, ritorna a conversare con il mondo e ad educare, visto che è costituita e formata da una scienza (o non è meglio il termine gaddiano di cognizione?) che è quella che viene dall'esperienza della letteratura e non quella che viene da altrove e fa dei testi letterari i suoi oggetti. Il percorso indicato da questo metodo va nella direzione opposta, proviene da una sorgente diversa, segna tracce differenti, produce spirito d'altro profumo, quelli indotti e liberati dall'aureo principio erasmiano: lectio transit in mores.

Che cosa ho imparato e ho trasmesso attraverso l'interpretazione di testi della letteratura dell'immigrazione? Che l'incontro con l'altro - che rappresenta l'oggetto elettivo di uno studio della comparatistica letteraria internazionale più saggia e aggiornata, (penso al manualetto di Yves Chevrel, ad esempio) - ci trasforma e ci rende coscienti e difensori delle differenze e che in questo processo di trasformazione e di alterazione noi comparatisti dobbiamo offrirci non più come guardie frontaliere (cosa dobbiamo garder, proteggere, escludere, privare agli altri?) e non solo come ponti di servizio, ma come mutanti e meticci, come transessuali e bastardi esemplari, pur non essendo, spesso, né meticci di nascita, né transessuali, né bastardi ... Questo perché tutti possano essere educati alla conoscenza, all'incontro e alla cura delle differenze. Noialtri comparatisti europei e nordoccidentali in generale siamo più indietro di tutti su questo cammino e ci balocchiamo addirittura con "teorie" sulla fine della storia. Questo ritardo sembra aver a che fare proprio con la nostra ricchezza:  tradizione antica e prestigiosa, biblioteche e accademie, l'invenzione della filosofia come, "visione del mondo" lo spiegamento universale della scienza (perfino letteraria) e il dominio della tecnica, delle armi, dell'economia capitalistica, consumistica, spettacolare. 

II. Viviamo tutti, comparatisti e meccanici, svedesi e nigeriani, in "the post-colonial world", come dice la studiosa inglese Susan Bassnett nel suo bel manuale recente di introduzione critica alla letteratura comparata. E la mia cara amica di Porto Alegre, Tania Franco Carvalhal nella sua sottile, ma pungente, sintesi di Literatura comparada del 1986, indica il "comparativismo" come metodo di "descolonização literária". La comparatistica letteraria più avanzata - al di là, direi, anche di quella più saggia ed aggiornata - pone ormai al centro del problema e della visione della Wetliteratur di oggi la questione della decolonizzazione. Come ho scritto ne Il rovescio del gioco: la Weltliteratur, la letteratura del mondo odierna è la letteratura del "terzo mondo". Solo che il terzo mondo letterario non esiste: è il mondo di oggi tutto insieme. Il mondo del rapporto-conflitto e della mischia migratoria tra nord-occidente e sud. In questo immane, doloroso ma benedetto, difficile e contraumano eppure fruttuoso garbuglio complesso e movimentato planetario di esodi e traduzioni, di incontri e di interpretazioni vicendevoli, di mediazioni e di meticciati, come di massacri e delitti, di sopraffazioni e miserie, di guerre e fami, di contrabbandi squilibri e sfruttamenti, fuori di ogni "ordine mondiale" ma dentro una complessità del dominio e della mescolanza, che fare?

A noi comparatisti europei spetta di cominciare a pensare e a praticare una ricerca, un'etica e un'opera di decolonizzazione reciproca e storica. Che significa? Che non possiamo soltanto continuare a studiare i nostri modelli e le nostre mappe mondiali, i nostri ben costrutti polisistemi e i nostri bei rapporti intraeuropei, meglio se "occidentali" e "comunitari", e a guardare con interesse e simpatia accademici - i più idioti - agli sforzi dei colleghi sudamericani, africani e asiatici e con qualche sorriso di sufficienza o addirittura di scherno a quegli europei che più che interessarsi al "terzo mondo", alla maniera di Jameson & Co. nordamericani e della "political correctness", ad esso sembrano consegnarsi e mischiarsi (senza alcun "assorbimento definitivo", però).

Il punto è che decolonizzarci per noi europei significa due cose strettamente connesse: a) l'incontro sul nostro terreno, dentro le nostre patrie lingue e tradizioni con le culture dell'immigrazione (oltre che con il fenomeno sociale e politico che essa rappresenta), b) questo fatto nuovo e inaudito dell'occidente europeo contemporaneo porta come diretta conseguenza che la decolonizzazione riguarda anche noi, proprio in quanto storici ex-colonizzatori. E cioè come colonizzatori di lunghissima e universale carriera. La colonizzazione è una peste civile e secolare dalla quale dobbiamo risanarci proprio perché noi e solo noi siamo stati il suo focolaio primigenio che l'ha diffusa nel mondo. Se per gli altri la decolonizzazione è un processo di liberazioni e di bonifica lacerante dalla cultura dominante e "influente" dell'altro, in modo da poter sopravvivere con la coscienza dei diversi passati, delle perdite e delle abrasure, insieme con la volontà e la capacità di rivendicare tutti i diritti di cittadini della propria identità e del mondo; per noialtri europei de-colonizzarci vorrà dire risalire e sanare al contropelo della nostra storia, come diceva Benjamin, la nostra volontà di potenza che ha sottomesso il mondo per sfruttarlo a proprio vantaggio, secondo il modello e la convinzione della cultura superiore, civilizzatrice e "universale". E cioè - ora lo sappiamo e nessuno può più nasconderlo tra di noi - con un solo verso: quello occidentale.

Decolonizzarci significherà risalire e bonificare questa colpa grande per lo meno quanto tutta la così detta modernità e tuttora all'opera, ancora dominante. Se è vero che esiste un mondo che butta il pane e le derrate alimentari in eccedenza e un altro che muore senza acqua e grano; se è vero che esiste un mondo che chiede accoglienza attraverso le migrazioni e un mondo stretto e avaro che non sa e non vuole accogliere ma solo continuare a sfruttare ed espellere, considerando extracomunitari, fuori dalla comunità dei veri cittadini, se non proprio dell'umanità, quelli che fin ora erano i dannati della terra.

Questa opera - ermeneutica, etica e didattica prima ancora che politica (quale politica?) - di de-colonizzazione non può avvenire, però, attraverso una autonoma elaborazione teorica delle menti europee. Sarebbe l'ultimo e grottesco autoinganno della nostra antichissima volontà di potenza e del nostro solitario orgoglio inossidabile e "spirituale", della nostra filosofia fondamentale: "West is the Best", da Platone a Jim Morrison. Essa, di fatto, - non ve ne accorgete cari "compatrioti" occidentali, declinanti, deboli, politicamente corretti? - accade oggi ancora, in presenza e nell'incontro fisico dentro la nostra dimensione territoriale civile - "dalle nostre parti" - con gli altri. 

E gli altri non sono importanti solo perché sostituiscono i nostri figli non nati, perché "colorano" le nostre città, faticano nelle nostre campagne, arricchiscono il nostro gusto dell'esotismo caritatevole, ci fanno conoscere altri usi e costumi, danze e cibi diversi, lingue e tradizioni, perché sono belli, perché ci piacciono, perché risvegliano e attivano un po' il nostro senso perduto dell'ospitalità, perché ci inducono ad essere pacifici, tolleranti e cosmopoliti. La metà di questi argomenti sono chiacchiere, dell'altra metà val la pena di sospettare. Gli altri che sono venuti a trovarci, che hanno imparato la nostra lingua e non se ne vanno più, provenienti da terre e lontananze che proprio noialtri abbiamo occupato, sfruttato e devastato e ora diciamo di aiutare, questi altri ci obbligano a un incontro e a un ascolto che deve convincerci a una nuova co-scienza, a una nuova e difficile pratica della reciprocità. Quella della nostra decolonizzazione attraverso il loro aiuto. Si tratta dell'esaltazione dell'accoglienza, della parità storica e della reciprocità come legge obliata dell'avvenire. È l'unica "teoria" possibile e decente: una pratica e un'etica vicendevoli, un vero e proprio contraccolpo ermeneutico.

 

III. Come si fa? Tenterò di mostrare qualche via praticabile nel senso che da me ho cercato di immaginare, elaborare e praticare attraverso le esperienze dei miei incontri (dei miei viaggi, soprattutto) e della didattica.

Ho parlato prima di "consegnarsi" all'altro. Qual è il significato proprio di questa proposta? Vuol dire forse rinunciare alla propria identità, annullarsi, farsi assorbire e assimilare dall'altro? Niente di tutto questo. Sarebbe un'idiozia, un errore e una disgrazia. Tutte cose delle quali il mondo è già pieno. Per esporre meglio il mio pensiero mi farò precedere da una lunga riflessione di Claude Levi-Strauss, un celebre passo dell'Elogio dell'antropologia, che è il titolo dato alla sua Lezione inaugurale pronunciata al Collège de France il 5 gennaio del 1960:

[...] Rispetto alle scienze naturali, beneficiamo di un vantaggio e soffriamo di un inconveniente: troviamo le nostre esperienze già preparate, ma esse sono ingovernabili. È dunque naturale che ci sforziamo di sostituir loro dei modelli cioè dei sistemi di simboli che tutelano le proprietà caratteristiche dell'esperienza, ma che, a differenza dell'esperienza, abbiamo il potere di manipolare. L'audacia di un procedimento simile è, tuttavia, compensata dall'umiltà, potremmo dire quasi dalla servilità, dell'osservazione così come la pratica l'antropologo. Abbandonando il suo paese, il suo focolare, per periodi prolungati; esponendosi alla fame, alla malattia, talvolta al pericolo; esponendo le sue abitudini, le sue credenze, e le sue convinzioni, a una profanazione di cui si rende complice, quando assume, senza restrizioni mentali né secondi fini, le forme di vita di una società straniera, l'antropologo pratica l'osservazione integrale, quella dopo cui non esiste più nulla, se non l'assorbimento definitivo - ed è un rischio - dell'osservatore, da parte dell'oggetto osservato.

Il comparatista letterario di pratica ermeneutica non trova le esperienze già preparate e non le sostituisce, quindi, con dei modelli o sistemi di simboli per poterle "naturalmente" manipolare. Il comparatista letterario, se accetta di discendere da un'istanza conoscitiva ed etica radicalmente ermeneutica, opposta a quella strutturalista e sistemico-modellizzante, non pensa che dopo una comprensione analitica dei testi e delle esperienze ("osservazione integrale") non esista altro se non il pericolo di cadere nell'assorbimento definitivo dell'oggetto osservato. Il comparatista fin dal primo momento sta e intende stare in un incontro, non può cadere nel "mare dell'oggettività", come diceva Calvino, ma cerca di tornare al mondo per sperimentare come ci si possa - vicendevolmente - consegnare all'altro. Affermo tutto ciò non per mettere in diretta competizione, che sarebbe improduttivo oltre che scorretto, antropologia e comparatistica letteraria, ma per mostrare con più evidenza, attraverso il loro dissidio, le caratteristiche proprie di una ermeneutica letteraria comparatistica ed anche perché negli ultimi decenni si è fatto un largo abuso di metodologie strutturaliste nella critica letteraria che hanno fatto del testo e della sua esperienza "un dato già preparato" e pronto ad essere sezionato e classificato da modelli e sistemi.

Consegnarsi significa riportare alla memoria che solo il caso - "l'infinito labirinto delle cause e degli effetti", come dice Borges - ha voluto che si sia nati in un dato luogo del mondo - la patria - e che un luogo in cui si sta viaggiando ci si può rivelare, improvvisamente o col tempo, quello proprio dove ci piacerebbe restare a vivere (nell'aria, nei siti, nei volti, nella luce e nelle forme, nell'innamoramento: tutto quanto chiamiamo "mondo" e che la letteratura ha preso e prende in cura) invece che a casa propria. (Per sapere quanto vale Itaca leggete la poesia omonima di Kavafis e La Naissance de l'Odissée di Jean Giono).

Capita così proprio come a un texano o a un tedesco che decidano di stabilirsi a Roma o sulle colline toscane o come a chi non torna più da Marrakesh.

Consegnarsi rappresenta il vero riscatto dell'emigrazione e dell'esilio e l'esaltazione della migrazione, libera e intrepida. Ma consegnarsi è anche, rimanendo nella propria terra, permettere a chi è venuto in migrazione di sentirsi, attraverso la nostra azione, cittadino e pari, libero di diventare quello che voleva, scrittore ad esempio, come il mio amico Salah Methnani.

Gli europei possono cominciare a decolonizzarsi a partire da questa esperienza di apertura alla reciprocità della consegna attraverso la conoscenza letteraria che apre a sua volta alle possibilità e ai mondi delle trasformazioni e traduce le esperienze attraverso la parità (non l'universalità, della quale ancora chiacchierano le filosofie nordoccidentali, anche le più deboli e aperte) delle differenze.

Ancora: gli europei debbono fare lo sforzo di riavvicinarsi alla propria origine: sepolta e trasformata ormai in storia sotto millenni di stratificazioni e inattingibile se non come mischia primitiva e successiva, palinsesto mobile, accatastamento di meticciati plurimi di popoli e di culture. E così arrivare a pensare e vivere la propria "europeità" e l'Europa stessa come un Provincia Mundi e non più e mai come Fatum Mundi e quindi a scambiare l'Amor Mundi con l'Amor Fati.

Essere comparatisti letterari europei oggi significa votarsi a questa pratica ascetica mondana, educatrice, rischiosa e benedetta, "in a post-colonial world".

Non ho risposto alla domanda: perché ho esordito parlando tanto e senz'altro di me? potrei replicare che questi tre paragrafi sono una giusta risposta. Ma posso cavarmela ancor meglio se rimando ad un passo del mio scritto sulla letteratura di immigrazione in Slumgullion. Lì dove (pp. 98-99) sostengo che la pratica ermeneutica comparatistica costituisce il critico come coinvolto e proprio dell'esperienza dei testi e degli incontri, per cui, viceversa, "ogni fenomeno letterario affrontato in senso comparatistico è mio".

Citandomi sono precipitato nel paradosso dell'accademismo più odioso e della adeguatezza, della consistenza stessa della mia appropriata stravaganza. Quella che assicura che questi tre paragrafi sono miei eppure già tuoi. Lo diceva Montaigne. Ciao.

 

Pape Mbaye Diaw, uno dei tre coordinatori (con Gnisci e Binni) del campus Le Culture della Parola e della Scrittura, Luglio-Agosto 2000. Progetto "Porto Franco", Regione Toscana.

Armando Gnisci (a sinistra) con Lanfranco Binni, Luglio-Agosto 2000. Campus della Scrittura, Progetto "Porto Franco" dell' Assessorato alla cultura - Regione Toscana.

Bibliografia

Bassnett, S., Comparative Literature. A Critical Introduction, Oxford UK and Cambridge USA, Blackwell 1993

AA.VV., Celebrating Comparativism. Papers offered for Geörgy M. Vajda and István Fried, Ed. by K. Kartösi and József Pál, Szeged 1994

Chevrel, Y., La Littérature Comparée, Paris, P.U.F 1989

Franco Carvalhal, T., Literatura comparada, São Paulo, Ed. Ática 1986

Gnisci, A. Noialtri europei, Roma, Bulzoni 1991

Gnisci, A. Il rovescio del gioco, Roma, Carucci (IIa ed. Roma, Sovera 1993) 1992

Gnisci, A. Slumgullion. Saggi di letteratura comparata, Roma, Sovera 1994

Lévi-Strauss, C., Razza e storia e altri studi di antropologia, tr. it., Torino, Einaudi 1967

AA.AA., Seminario di Letteratura Comparata, Liceo Ginnasio "G. De Sanctis" e Cattedra di Letterature Comparate de "La Sapienza", Roma 1994  

 

Notizie utili

CATTEDRA DI LETTERATURA COMPARATA ALLA "SAPIENZA"

La cattedra di Letterature comparate dell'Università "La Sapienza" di Roma è nata nel 1983 ed è tenuta dal professore associato Armando Gnisci.
Dal 1992 il corso sdoppiato è stato affidato al professore associato Peter Sárközy, docente di Letteratura ungherese. Collaborano alla didattica e alla ricerca, gratuitamente, dottori di ricerca, alcuni dottorandi, laureati e studenti.
La letteratura comparata è da noi intesa e praticata come la disciplina più generale dello studio letterario, su base interculturale mondiale. Per questa impostazione generalista e mondialista l'insegnamento ha interessato dal 1983 un numero sempre più elevato di studenti.

La cattedra fa parte di un Programma Erasmus/Socrates di scambio di studenti e docenti di comparatistica con le Università di Lovanio, Nimega, Colonia, Vienna e Costanza; e di un programma di scambio con l'università di Losanna

Nell'ambito delle attività editoriali della cattedra vengono pubblicate due riviste scientifiche:

1) I Quaderni di Gaia. Annuario di letteratura comparata. Edita dal 1990 e schedata dalla MLA come IQdG, essa ha una diffusione ed una fama internazionale e presenta la più vasta "Rivista delle riviste" comparatistiche a livello mondiale. La Redazione è stata formata, fin dall'inizio, esclusivamente da allievi. Dal 1999 la "Rivista di Letteratura comparata" prosegue il cammino de "I Quaderni di Gaia"

2) Mario & Mario. Annuario di critica letteraria italiana e comparata. Fondata in onore di Mario Bulzoni & Mario Costanzo, è pubblicata dall'editore Bulzoni di Roma a partire dal 1996; essa pubblica i migliori saggi di italianistica e comparatistica italiana selezionati attraverso un concorso aperto a giovani studiosi.

La cattedra dirige tre collane editoriali:
1) Poetiche, editore Meltemi. (www.meltemieditore.it). Pubblica saggi e manuali italiani e stranieri.

2) Quaderni di storia della critica e delle poetiche, edita da Bulzoni e fondata da Mario Costanzo.

3) Lingua franca, editrice Lilith, letteratura degli scrittori migranti e saggistica interculturale.

Le attività di ricerca della cattedra comprendono:
1) la gestione di una Banca dati sugli scrittori immigrati in Italia che scrivono in Italiano su finanziamento CNR: http://www.disp.let.uniroma1.it/kuma.html .

2) una ricerca congiunta sullo studio della comunità interletteraria mediterranea, realizzata sulla base di un accordo tra il CNR e l'Istituto per la letteratura mondiale dell'Accademia Slovacca delle Scienze di Bratislava.

Indirizzo

Cattedra di Letterature comparate - Dipartimento di Italianistica e Spettacolo
Facoltà di Lettere e Filosofia - Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Piazzale Aldo Moro 5 - 00185 Roma
Tel. 06/49913233, fax: 06/491609-49913684
e-mail: Armando.Gnisci@uniroma1.it

 

Fonte dei testi: Università "La Sapienza", Roma

Fonte delle immagini: Regione Toscana, Porto Franco. Toscana. Terra dei popoli e delle culture, Campus "Le Culture della Parola e della Scrittura", Edizioni Polistampa, 2001

 

 

Un filo di Arianna per la letteratura comparata

Antonio Gallo

 

La letteratura comparata si dedica allo studio della letteratura nel senso più ampio del termine, all’interno di ogni possibile schema di ricerca interlinguistico, interculturale e interdisciplinare.

Questa disciplina letteraria si basa sul presupposto che lo studio dei singoli testi e delle relative culture viene arricchito enormemente dalla conoscenza di altri testi e culture che li circondano nel tempo e nello spazio. Il lavoro di confronto sistematico può essere fatto attraverso diverse prospettive come quelle del genere letterario, dei periodi e dei movimenti nella storia letteraria, nei temi e nei motivi dominanti o nel contesto del reciproco impatto di due o più culture nazionali o di intere civiltà.

La letteratura comparata offre agli studiosi la straordinaria possibilità di esplorare le correlazioni tra la letteratura e altre aree come l’ideologia, il colonialismo, gli studi culturali, i film e le arti visive, gli studi dei generi culturali, quelli religiosi, il pensiero politico e le scienze naturali e sociali.

In un mondo sempre più connesso ed interconnesso la letteratura comparata offre l’opportunità straordinaria di studiare le connessioni delle varie letterature viste da diverse prospettive. Chi sceglie di studiare una letteratura nazionale o regionale avrà modo di allargare i propri riferimenti in contesti molto più ampi. Ad esempio uno studio delle opere di Shakespeare troverà un più completo respiro se inserito nel contesto dello studio del teatro delle letterature europee.

Lo studio della letteratura comparata si realizza attraverso il confronto dei testi nelle lingue originali o in traduzione dando modo agli studenti di sviluppare una coscienza ed una consapevolezza unica e non ottenibile altrimenti. Si potranno affrontare utili ed inesplorate correlazioni tra la letteratura, la psicologia, la filosofia, la storia, le scienze e l’antropologia.

Lo studio e le conoscenza della letteratura comparata permette lo sviluppo delle facoltà critiche ed analitiche attraverso l’esplorazione dei testi letterari e non. Si potrà avere in tal modo una prospettiva del mondo meno parziale e più allargata valorizzando allo stesso tempo quelle che sono le caratteristiche delle culture locali e nazionali.

Ecco alcuni consigli a chi si accinge a navigare nel ‘mare magnum’ della letteratura comparata.

I nostri amici troveranno migliaia di siti riferiti a fatti, luoghi, eventi, uomini, personaggi, opere, ed è facile perdersi. Gli scarni appunti che seguono vogliono essere una sorta di filo di Arianna al quale il navigatore o il lettore, lo studente o lo studioso, potranno accompagnarsi per non disperdere le loro conoscenze, non perdere il loro tempo, trovare dei riferimenti certi, alla ricerca di nuove conoscenze.

Che cosa è la Letteratura Comparata? 

·      Uno dei tanti sistemi per studiare la letteratura

·       I sistemi tradizionali includono:

-   Criteri di critica intrinseca

-   Criteri di critica estrinseca

·       L’origine e le storia del termine

·       Le strategie e gli obbiettivi della letteratura comparata

·       I diversi tipi di confronto

·       Il problema della traduzione

·       Influenza nei confronti della intertestualità  

 

 

Una varietà di approcci 

·       la letteratura come fenomeno sociale

·       allo stesso modo di come non esiste un solo tipo di lettore, un solo tipo di pubblico, o di società, i quali reagiscono allo stesso modo alla letteratura, non c’è un unico approccio critico

·       lettori e critici diversi hanno diversi sistemi di approccio

·       la strategia critica preferita tende a riflettere gli interessi non letterari del critico

·       lo scopo della critica è quello di comunicare una parte o il tutto di un testo ad un pubblico specifico

·       l’obbiettivo di questa sezione di  biblio-net è quello di familiarizzare il lettore di una certa cultura con i contenuti dei testi scelti  

 

 

Critica intrinseca 

·       positivistica: raccolta scientifica di dati, fatti, statistiche

·       stilistica: descrizione dello stile; collegamenti tra stile e contenuto

·       formalista: crede in una scienza della letteratura; strutturalista: una ‘grammatica della letteratura’ con modelli ricorrenti

·       post-strutturalista: post-moderna, ‘decostruzione’: enfasi sulla giocosità; segni arbitrari; testualità e intertestualità

·       analisi assistita dal computer: concordanze, frequenza delle parole

·       lettura attenta: ignora tutti i contesti incluse quelle che possono essere gli intenti degli autori; adotta la posizione del ‘lettore implicito’

·       nuova critica: i testi sono unici; non possono essere paragrafati; la lettura=ricreazione della mente dell’autore nel lettore  

 

 

Approccio estrinseco  

 

·       biografico. usa diari, lettere

·       teoria ricettiva: tipi di critica; mutamenti nella percezione del pubblico; opinioni contemporanee sull’autore

·       psicoanalitico: distingue il testo di superficie da quello in profondità; porta alla luce i conflitti psicologici; lettura “freudiana”; “edipica”

·       nuovo storicismo: stregoneria & esorcismo in Shakespeare

·       ideologico/politico/polemico: critica marxista, lettura post-coloniale

·       femminista: come vengono affrontate le tematiche legate al sesso? Le donne leggono i testi in maniera diversa dagli uomini?  

 

   

Problemi con gli approcci tradizionali 

·       troppi dati

·       troppo studio casuale

·       problemi con gli anniversari

·       celebrazioni per ritiro dalle attività

·       pubblicazione degli atti

·       abitudini continuate

·       nessuna metodologia scientifica sostenuta da una comunità che condivide metodi ed obbiettivi

·       la letteratura viene spesso usata per diffondere le proprie idee

·       lo scopo di molti critici è quello di celebrare, intrattenere o per soddisfare una vanità personale  

 

 

   

La letteratura comparata, invece 

·       richiede lavoro di gruppo per il quale si basa su:

·       esperti in vari settori

·       traduzioni

·       prospettiva storica

·       prende percorsi meno certi

·       si possono avere risultati inaspettati

·       nuovi contesti fanno sorgere nuove idee

·       con il risultato di ‘spiazzare’ ricerche di comodo  

 

 

Critica letteraria  

·       è sorta nel diciannovesimo secolo

·       oscilla tra descrizione e valutazione

·       applica due tipi di modello:

·       il critico come scienziato (spiega)

·       il critico come storico (capisce)

·       il concetto popolare di letteratura viene deciso in larga misura dalla nozione di unicità ed individualità, con gli autori che vengono giudicati per saper sviluppare nuove strategie o per anticipare nuove tecniche (‘modernità’)

·       la critica tradizionale tende ad essere centrata sull’autore  

 

 

Fattori di complicazione 

·       … molta letteratura si basa sull’ambiguità per fare effetto

·       … trasmette atteggiamenti e stati d’animo

·       … si indirizza ad un pubblico…

·       che condivide o riformula questi elementi

·       che confonde il linguaggio letterario e quello di ogni giorno con le immagini

·       e ne dedurrà, ad esempio, che il tempo e lo spazio nel teatro e nella narrativa sono gli stessi della realtà

·       questo processo di confusione è sia stimolante che produttivo  

 

 

Lo scopo della letteratura è quello di: 

·       diffondere falsità (Platone)

·       favorire la catarsi ( Aristotele)

·       compiacere ed essere utili ( Orazio)

·       far provare piacere ‘senza interesse’ (Kant)

·       rimpiazzare religione e filosofia (Arnold)

·       accrescere la consapevolezza sociale (Marx)

·       costringere la volontà a vivere (Schopenauer)

·       fornire una valvola di sicurezza (Nietzsche)

·       manifestare un trauma psicologico ( Freud)

·       esprimere bellezza e verità (Eliot)

·       essere sé stessi (Darrida)

 

 

La letteratura comparata

 

·       M. Arnold, 1848: “An attention to the comparative literature”

·       L. Cooper, 1920: “A bogus term, making neither sense nor syntax”

·       ( un termine artificiale che non ha né senso nè sintassi)

·       Tedesco: vergleichende Literaturwissenschaft, un termine che viene preferito dai Romantici

·       Francese: littérature comparée viene usato alla Sorbona dal 1816

 

 

Letteratura del mondo 

·       Il termine “Letteratura del mondo” venne usato per la prima volta da Goethe. Il concetto è:

          - Normativo: riflette il desiderio di selezionare ciò che ha un valore permanente ed incoraggia lo sviluppo di criteri appropriati

          - Prescrittivo: riconosce le influenze interlinguistiche e interculturali

          - Descrittivo: stimola e provoca l’interesse in ciò che avviene in altre culture

 

Alcune obiezioni

 

·       Ogni studio letterario implica giudizi comparativi

·       Il comparativista non ha particolari obiettivi

·       I risultati hanno un interesse di antiquariato

·       I singoli lettori spesso mancano della necessaria conoscenza per emettere giudizi informati su una base comparata

·       I comparativisi si atteggiano a storici e sociologi

 

 

Alcune definizioni chiave 

·       Gli studi letterari comparativi implicano confronti interculturali oltre le barriere linguistiche

·       Le letterature vengono studiate come letterature nazionali ma nello specifico in relazione l’una all’altra

·       Il contesto biografico immediato e le presunte intenzioni dell’autore sono in secondo piano

·       Il contesto sociale allargato è interessato in quanto ci sono paralleli e contrasti con altre società

·       Il comparatista è più vicino allo storico che allo studioso

 

La forza che spinge 

·       E’ la curiosità intellettuale (“avventure tra i capolavori”)

·       Friedrich Schlegel: Senza contesto “le diverse parti della letteratura moderna sono inspiegabili” (1795/6)

·       Matthew Arnold: “Dappertutto ci sono connessioni; dappertutto ci sono esempi: nessun singolo evento, nessuna singola letteratura può essere adeguatamente compresa se non in relazione ad altri eventi, ad altre letterature” (1857)

·       Lilia Furst: la letteratura comparata ha “una visione più equilibrata, una prospettiva più vera di quanto possa essere il risultato di un’analisi isolata di una singola letteratura nazionale” (1969)

 

Tipi di comparazione 

·       un tema in contesti successivi (le letteratura Arturiana attraverso le epoche)

·       relazioni tra culture (Shakespeare in Francia)

·       la grande sintesi (Dante o Shakespeare come esempi di letteratura ‘europea’ o ‘mondiale’)

·       la storia dei generi e dei temi (il sonetto, la vendetta)

·       intertestualità (ogni testo contiene tracce di testi precedenti)

 

Carattere (o caratteri) nazionali? 

·       la lingua letteraria può essere molto intollerante:

·       “I slept a deep sleeep” (stile buono o cattivo?)

·       specificità latina ( strade diritte)

·       ornamento francese (piacevole ma facile)

·       vigore tedesco ( forte ma dominante)

·       flessibilità inglese ( tollerante ma ambigua)

·       pompa italiana … e così via

 = valutazioni profonde o pregiudizi superficiali?

 

 

Uomo al telaio

Donne in un campo di thé

 

Influenza letteraria 

 

·       Facile da provare che Racine lesse Euripide, Buchner Shakespeare; difficile contestare che Goethe possa aver letto Marlowe

·       Implica una relazione gerarchica

·       Maggiore o minore originalità, suggerisce una scala di valori, incoraggia la distinzione tra autori ‘minori’ e ‘maggiori’

·       Si rifà  ad una visione lineare della storia

·       Suggerisce continuità, ‘tradizione’, un tranquillo retaggio di sfondi intellettuali

·       Relazione positiva con la biografia

·       Dà potere al critico e lo fa diventare detective

·       Riduce il ruolo del lettore

·       Crea confusione a causa delle idee in voga,  della cultura popolare, luoghi comuni, richiesta di genere, prestiti consapevoli e non

 

Intertestualità 

·       L’ultima parola alla moda?

·       Un’alternativa di moda all’influsso?

·       Presuppone che ogni testi si lega l’uno all’altro

·       Dà potere al lettore dandogli:

·       La possibilità di ritenere la biografia irrilevante

·       Rimuovendo la centralità del lettore

·       Mettendo in discussione l’idea convenzionale di tradizione

·       Mette in evidenza il fatto che i temi e gli stili sono proprietà comuni

·       Rimuove:

·       La distinzione tra ‘influenze genuine’ e ‘luoghi comuni’

·       Ha bisogno di provare l’influenza di un autore sull’altro

·       Rischia di sopravvalutare i presunti prestiti

 

L’autore decentrato 

·       L’interesse nell’autore è venuto a mancare nel ventesimo secolo

·       Non più in uso la differenza tra ‘minori’ e ‘maggiori’

·       Il termine ‘originalità’ non è più d’aiuto

·       Le abitudini di lettura dell’autore poco interessanti

·       Il lettore deve avere la libertà di formulare una risposta indipendentemente dai problemi legati all’influenza

·       I ‘prestiti’ hanno pochi effetti sulla qualità

·       Il testo ha una importanza maggiore del suo creatore

·       Lo studio della letteratura deve smettere di promuovere un umanesimo ormai superato

 

La traduzione letteraria 

·       Una delle principali obiezioni che si fanno alla letteratura comparata è il suo riferimento alle traduzioni

·       “Perde gran parte delle sue qualità essenziali nella traduzione”

·       “Il verso non può essere adeguatamente riproposto”

·       “Il traduttore può introdurre nuovi significati”

·       “Due traduzioni possono sembrare due opere diverse”

·       “Una traduzione deve essere non familiare”

·       Ma noi accettiamo una Bibbia tradotta…

·       …che è la traduzione di una traduzione di una traduzione (Ebraico>Greco>Latino>Inglese)

 

Tipi di traduzione 

·       traduzione letterale

·       parafrasi

·       imitazione

·       adattamento

·       interpretazione

·       critica letteraria

 

Cose da fare e da non fare 

·       fare: confrontare i dettagli piuttosto che il tutto

·       confrontare il simile col simile

·       distinguere tra gli elementi moderni, di avanguardia e tradizionali (cronologia)

·       mettere a fuoco le ‘possibilità interessanti’ piuttosto che i ‘fatti’ e le ‘verità’

·       non fare: impiegare formule troppo affidabili

·       visualizzare tutto nei testi letterari come al di là di ogni dubbio.

 

 Fonte: Una nuova sezione letteraria di Biblio-net

 

Pagina creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

 

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