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Donne e figure femminili

DISAGI E CARATTERIZZAZIONI NELLA STORIA, NELLA LETTERATURA, NELLE VARIE CULTURE E

 FEDI RELIGIOSE IN RAPPORTO AL MONDO AMERICANO

a cura di Oldea

 

Studio comparato dei testi: "Donne ai margini" di Natalie Zemon Davis (teoria)
"The Woman Warrior" di Maxine Hong Kingston
"Maggie, a girl of the streets" di Stephen Crane
"Lolita" di Vladimir Nabokov

 

Natalie Zemon Davis Professore di Storia all'Università di Princeton. Collaboratrice di Duby e Perrot per i quattro volumi de "La storia delle donne" 

      La storia delle donne è piuttosto ardua da ricostruire: ne possiamo comporre i tasselli solo tramite frammenti.
Detti popolari, testimonianze, diari, autobiografie, opere che parlano di loro diventano allora elementi preziosi per comprenderne le condizioni, diverse in base alle coordinate spazio-temporali, ma pur sempre difficili.
Vediamo dunque come la storia privata, l'immaginario comune e infine la letteratura americana, (anche quando contaminata da differenti retroterra culturali), abbiano nettamente delineato e talvolta trasfigurato l'immagine femminile: faremo questo attraverso uno studio comparato di testi storici e letterari.
Si prenda come punto di partenza il testo storico di Natalie Zemon Davis
"Donne ai margini: tre vite del diciassettesimo secolo", lavoro nel quale temi come la condizione femminile, le differenze religiose e sociali convergono come fili di un'unica trama.
 

La Zemon Davis, studiosa ebrea americana dei problemi causati dalle discriminazioni e dalle "diversità" sottolineate dalle "gerarchie di genere" nella storia, approda a questa interessante raccolta

"Donne ai margini" di Natalie Zamon Davis

biografica dopo una lunga e travagliata carriera nella quale crescita etica, impegno politico e discriminazioni religiose e di genere vissute sulla propria pelle, hanno contribuito a spostare l'attenzione degli intellettuali in questo senso e a rendere note quelle cose che le donne non hanno mai detto, il più delle volte perché non era loro lecito.
La personalità forte e ribelle della storica, in cui interagiscono tradizione e moderno dinamismo, vissuti in questo crogiuolo di popoli, razze e religioni che è l'America, influiscono nel sottolineare l'emotività e le forti differenze che delineano le donne di cui parleremo.
Le tre donne, Glickl bas Yehudah, Marie de l'Incarnation e Sybilla Merian, rispettivamente ebrea, cattolica e protestante, trovano nella scrittura il mezzo ideale col quale testimoniare i loro così diversi mondi di emarginate alla ricerca di se stesse e capaci, nonostante tutto, di grandi scelte.

 

Maxime Hong Kingston, scrittrice cino-americana

  

L'ebrea Glickl testimonia, (in lingua rigorosamente hiddish), la difficoltà di mantenere vive le tradizioni e il modo di vivere ebraici in una città come Amburgo, ove l'ebreo, nonostante le mirabili capacità affaristiche, è sempre e comunque un diverso di cui diffidare, spesso capro espiatorio di misfatti di cui non è colpevole.
Glickl vive anche il dramma della precoce vedovanza, il che rende la sua condizione ancor più critica: una donna sola (per di più ebrea!) con dei figli da far sposare, che deve mandare avanti dei grossi affari per vivere dignitosamente.
 
La Davis cela tra le righe una nota di predilezione per questa saggia ebrea che giudica gli europei "gente selvaggia" dalla sua posizione di "diversa" ed emarginata: anche lei come Glickl ha vissuto l'esperienza d'essere additata come "donna" ed "ebrea" cosa che ha rappresentato anche per lei motivo di disagi e, al contempo, uno stimolo per andare avanti mantenendo vive le proprie origini in un'America composita eppure così chiusa alle molteplici differenze etniche, religiose, razziali e di genere.

"La donna guerriero" (1976), di Maxime Hong Kingston

      La cattolica francese Marie, casalinga, giovane vedova e madre, vive improvvisamente l'esperienza del rapimento mistico e la visione del Verbo Incarnato, cosa che la spingerà a lasciare tutto, abbandonare il figlio, e partire per il Quebec a convertire i selvaggi indigeni come Madre Orsolina.
Il suo rapporto con la realtà selvaggia è quello di chi si pone come superiore rispetto ad un'altra cultura, al punto da pretenderne la cancellazione; l'emarginazione è, nel suo caso, una scelta che la porta dall'anonimato al sacrificio per gli altri.
La sua storia è in bilico tra realtà e visione e affascina perché ricca di scandagli interiori, proprio come vuole la tradizione letteraria dei mistici.
   Infine Sybilla Merian, forse la donna che fra le tre sentiamo più vicina al sentire moderno, dopo una rispettabile carriera da pittrice nella sua città natale, Amsterdam, compirà una scelta drastica, una rottura con la tradizione sotto ogni punto di vista: divorzierà dal marito che lei stessa aveva scelto, per partire con la figlia verso nuove esperienze spirituali e scientifiche: la vita in una comunità religiosa di labadisti, (la quale si rivelerà essere un vero fallimento piuttosto che un ritrovamento della vera fede), e la ricerca di insetti nel Suriname, utile base per gli studiosi degli insetti nei secoli successivi.

Anche lei si ritroverà a contatto coi "selvaggi", ma il suo rapporto con loro sarà basato sul rispettoso distacco e sull'osservazione interessata delle loro abitudini: Sybilla Merian avverte meno l'impatto con la diversità, non considerandola di per sé un male ma parte integrante della convivenza civile tra i popoli.

     Le tre storie sono dunque ben più che comuni diari: si tratta al contrario di vite vissute nell'ombra,  storie di sacrifici che hanno portato al confronto con il "diverso"e messo in discussione la solita routine. Quante altre donne hanno abbandonato tutto per studiare gli insetti del Suriname senza il timore di rompere con il proprio passato? Quante altre si sono spostate oltreoceano per evangelizzare i popoli indigeni? Ecco quindi come l'autorealizzazione personale, anche a favore della collettività, possa avvenire anche ai margini ai quali così spesso la donna è stata relegata.

Le storie di queste donne pongono un altro grande problema che avvertiamo già nell'ultima testimonianza, quella di Sybilla Merian: fino a che punto è giusto rimanere legati alle proprie origini, anche quando sono proprio loro che ci pongono dei limiti troppo stretti, loro che escludono le donne e la loro individualità e le spingono a cercare nuove vie d'uscita?

     Questo quesito è lo stesso che anche la scrittrice cino-americana Maxine Hong Kingston si pone nella sua originale scrittura, rivisitazione delle tradizioni, spesso molto crudeli, della Cina arcaica. Trattando il tema femminile, il testo che più ci interessa in questa sede è "The Woman Warrior", opera alquanto complessa, insolito intreccio di realtà e mito in cui la terribile condizione della donna nella Cina antica, spesso taciuta, come nel caso della "donna senza nome", viene denunciata e posta come base per la ricerca di un modello femminile che incarni il coraggio, la forza che le donne hanno imparato dal dolore.
Pubblicato negli Stati Uniti per la prima volta nel 1976, il testo della Kingston fece discutere sia per la complessità narrativa che per l'originalità del tema.

     L'opera è essenzialmente la ricerca da parte della scrittrice di una madre archetipica che non può essere ritrovata altro che in Cina, sua terra d'origine; ma la ricerca si fa estremamente ardua in una tradizione femminile che registra storie di neonate uccise o vendute e di donne violentate o lapidate.
Così, attraverso il conflittuale rapporto con la propria madre, e i miti e le storie di cui è portatrice, la Kingston viene a conoscenza della storia di una propria zia, suicidatasi in un pozzo col proprio bambino, figlio della "colpa" (o forse di uno stupro o di un incesto?), di cui tutti, dopo la sua morte, negano l'esistenza.

La letteratura americana non è estranea né a storie in cui donne forti si ostinano a celare i padri dei loro figli illegittimi, uomini deboli nascosti dietro a rispettabili maschere, come nel caso della hawthorniana Hester Prynne, né al tema del suicidio per annegamento, attraverso il quale giovani disperate, come la Maggie di Crane, (di cui parleremo in seguito), cercano forse di lavare la loro colpa o la loro perdizione davanti a chi le condanna.

  Muovendosi nell'antichità cinese, ecco allora che la scrittrice scopre, grazie al racconto della madre, la leggenda della donna guerriera Fa Mu Lan, che viene come per magia portata via da uno strano uccello e condotta presso la casa di due vecchi (forse déi o eroi) per essere addestrata alla lotta più dura: Fa Mu Lan prenderà il posto di suo padre in battaglia e condurrà un vincente esercito di valorosi guerrieri, senza per questo rinunciare all'amore per il marito e alla maternità. Fa Mu Lan è il modello che ogni donna, anche non cinese, dovrebbe seguire nel mondo moderno per definirsi davvero "completa", anche se rielaborato in modo diverso: il mito della donna guerriera è una delle poche cose da salvare nella cultura cinese antica e da portare avanti, soprattutto in un'America popolata da "fantasmi", laddove con questo termine vengono definite le bizzarre e stereotipate figure americane.
Ma la scrittrice si chiede ancora dove ritrovare se stessa: nella freddezza decisa della madre Orchidea Coraggiosa o nelle incertezze della zia Orchidea di luna e nel suo impossibile rapporto col mondo e le abitudini occidentali? O ancora, nella forza della "zia senza nome" e di Fa Mu Lan o nella malinconica dolcezza della poetessa rapita Ts'ai Yen?

     Nella complessità dell'individualità femminile, l'integrazione in una terra come l'America non può avvenire altro che mantenendo alte le prerogative delle donne e selezionando il meglio di quanto le antiche tradizioni insegnano, conservando, insomma, le sfaccettature del proprio io composito e spesso alienato da una altrettanto composita realtà quale quella statunitense.
Finora si è parlato di integrazione, diversità etnico-culturali, di difficoltà che le donne hanno incontrato nel ritrovarsi in diverse realtà culturali, e sono state altre donne a parlarne, ponendo a servizio delle loro vice
nde la storia e la letteratura.  

Stephen Crane (1871-1900), iniziatore del realismo americano, scrisse "Maggie, una ragazza della strada" (1893)

Il romanzo di Crane "Maggie" scosse il pubblico, che lo accettò solo nel 1996, dopo la consacrazione dello scrittore. Nella foto: Crane nel 1896.

Stephen Crane fu corrispondente di guerra nei conflitti greco-turco e ispano-americano. Qui è ad Atene, 1897.

    Non necessariamente, però, dev'essere lo scontro con differenti realtà la fonte di emarginazione e condanna da parte della società: come nell'episodio della "zia senza nome", può essere proprio la comunità e la gente con cui si è sempre vissuti a mostrare il suo lato peggiore nella ricerca di un capro espiatorio. Stephen Crane, scrittore realista, ponte importante che lega il primo realismo americano e la nuova generazione di scrittori contemporanei, propone una figura, decisamente impressionistica, che appare a questo proposito particolarmente interessante, quella di Maggie.

     "Maggie, a girl of the street", opera collocabile nello sfondo di un'America post-industriale, scosse il pubblico al punto da essere accettata solo dopo l'effettiva "consacrazione" dell'autore, per poi ottenere successo dopo la ristampa del 1896. C'è chi ha parlato di "degenerazioni del realismo" che mettono a nudo i parametri spietati della società, riguardo alla scrittura di Crane: sta di fatto che, analizzando in modo quasi scientifico la società dal basso, Crane porta alla luce quello che sarebbe un comune fatto di cronaca, dando corpo alle figure, sottolineandone i caratteri e gli atteggiamenti, indovinandone i pensieri e, come osserva Gullason, velando il loro mondo di colori ricorrenti, sbiaditi come il giallastro del fumo, forti come il rosso sangue, certamente indicativi di situazioni e stati d'animo.

     Ciò che qui interessa è l'impressionistica resa dell'impietosa condanna della società contro una giovane donna che pecca nel credere al suo sogno d'amore. Il contesto del romanzo è quello dei quartieri poveri di New York, Devil's Row e Rum Alley, teatri di risse, rifugi di vagabondi e ubriaconi, dove vige la legge del più forte e non c'è spazio per sentimentalismi da donnicciole: la famiglia di Maggie conta, oltre che lei, due genitori ubriachi e un fratello violento e maschilista (come tutti gli uomini, in un contesto simile, devono essere).
     Sarà una colpa se per amore di Pete, un giovane barista amico del fratello, Maggie sognerà un amore da favola e abbandonerà la squallida realtà del suo lavoro di operaia e la famiglia che non le ha mai dato spazi né ascolto?
Pete diviene dunque il personaggio catalizzatore dei sogni frustrati di Maggie, e Crane sarà abile a descrivere la trasfigurazione della realtà operata dalla mente della giovane donna innamorata che tenta di rifuggire lo squallore e la povertà attraverso l'amore.

     La prevedibile rottura fra i due per volontà di Pete, perfettamente identificatosi nella figura del falso "uomo di mondo", porterà all' emarginazione e alla totale perdizione di Maggie che saranno la causa del tragico epilogo della vicenda che si conclude col finale (e oramai inutile) perdono della madre dinanzi alla figlia morta, "ironica e fatale necessità che domina la tragedia greca" come ha osservato Howells, che comprende l'ironico scarto tra la solennità della tragedia e i ceti trattati nel romanzo.

   La critica di Crane si rivolge contro la società ma anche contro i meccanismi e i ritmi spersonalizzanti e frustranti dell'era post-industriale in America, in cui le giovani operaie non hanno diritto ai sogni, per cui la sensibilità e la delicatezza di Maggie sembrano saltar fuori in un contesto sbagliato, quando invece ne sono il semplice risultato.

Se però nel caso di Maggie la sensibilità è causa di alienazione da una realtà insensibile, potremmo affermare che anche il volersi integrare nei ritmi incalzanti della società, secondo il fraintendimento del concetto di emancipazione femminile, può portare a figure letterarie degenerate, del tutto antitetiche alla fragilità che Maggie rappresenta: la Lolita di Vladimir Nabokov incarna perfettamente questo concetto. 

Il confronto tra mondo europeo e mondo americano viene qui reso in modo incisivo e Nabokov, che giunge in America nel 1919, dopo aver conosciuto a fondo la sua Russia e l'Europa, propone due figure, Lolita e Humbert, ciascuna specimen della propria cultura, ma entrambe, come osserverà il critico J. Bayley, da intendere come parodie della donna americana.

Vladimir Vladimirovic Nabokov (1899-1977) con la moglie. Di antica famiglia russa, emigrò in Occidente dopo la rivoluzione del 1917. Giunse negli Stati Uniti nel 1940 e divenne cittadino americano nel 1945.

 

      Lolita, a differenza delle figure femminili che abbiamo analizzato finora, non sente il bisogno di ricercare se stessa nella proprie origini o nei propri sogni, né vive il problema dell'emarginazione: sempre il Bayley affermerà che la condizione di orfana di Lolita è indice della mancanza di coordinate del personaggio, simbolo della debolezza della propria era.


Dolores Haze, questo il vero nome della ragazzina, sa come trattare gli adulti e compiacere ai desideri di un uomo mantenendo innocente la propria immagine, ed è questo che tutti sembrano considerare davvero importante: mantenere un'immagine dignitosa agli occhi di tutti celando la parte oscura della propria personalità.

     Se Humbert diverte e stupisce al contempo per i suoi continui richiami letterari e psicanalitici, nel giustificare come davanti a un tribunale la propria irresistibile passione-profanazione verso le "ninfette" e nell'idolatrare una ragazzina superficiale come Lolita fino ad ucciderne il presunto "rapitore" degenerato Quilty, lei, l'oggetto di tanta passione, sembra essere solo una stupida ma scaltra divoratrice di gelati e opportunista davanti ad ogni situazione.

 Martin Amis sottolinea questo accostamento di sublime e ridicolo e, come L. Trilling, loderà il gioco, l'ironica ambiguità che pervade l'opera di Nabokov, il senso del grottesco con cui si tratta l'amore e la morte. Se Humbert appare dunque un "cimitero culturale", Lolita e la sua vanità non hanno tradizioni né spessore, al punto da apparire parodici rovesciamenti, immagini speculari di ciò che i più recenti ideali americani rappresentano e di come il moderno concetto di "donna libera" possa sfociare in stupida superficialità.

L'opera di Nabokov, scritta un secolo dopo la "Maggie" di Crane, scandalizzò il pubblico benpensante: Lolita assurge infatti a deviazione del perbenismo puritano ancora oggi residuo della mentalità statunitense.
Eppure Nabokov, come aveva fatto Crane quasi un secolo prima, rifugge ogni volgarità o efferatezza: il laconismo e la tecnica del "non-detto" in entrambe le opere è un punto di forza.
La Lolita che, ormai adulta (quindi priva di attrattive agli occhi di Humbert), ha saputo integrarsi nell'ipocrisia dei meccanismi sociali meglio di come avrebbe fatto un tempo, senza mai voltarsi verso la sua infanzia rubata e i sordidi baratti incestuosi dai quali otteneva tutto ciò che voleva, sostanzialmente non è cambiata nella sua venalità e indifferenza.

La copertina del manoscritto "Lolita" (1955), disegnata dallo stesso Nabokov, che aveva una vera passione per le farfalle: le collezionava, le studiava e le catalogava.

Sceneggiatura e cover del film-cult (solo da parte degli uomini!) di Stanley Kubrick (1962, Gran Bretagna). Interpreti: Sue Lyon, James Mason, Shelley Winters, Peter Sellers. Lo squallido lecca lecca a forma di cuore della protagonista fece epoca.

     L'ottusità e l'aridità interiore di Lolita è la base dei modelli negativi sui quali ancora poggiano i pregiudizi per cui l'emancipazione renderebbe la donna vittima di se stessa e schiava della propria libertà  (sessuale in primo luogo).
Tali pregiudizi sono il motivo principale per cui ancora oggi è giusto occuparsi dell'universo femminile, di come il passato che ha visto le donne emarginate le abbia rese più forti, in alcuni casi più sensibili e in altri ancora decisamente libertine e senza scrupoli: è ancora giusto guardare alle cause degli atteggiamenti forti e fragili, ma di certo sorprendenti, in ogni donna.
     In questo senso tutte le donne che abbiamo qui trattato sono solo istanze diverse dell'Io femminile, estremamente complesso e plurisfaccettato.



BIBLIOGRAFIA

  N. Zemon Davis, Donne ai margini:tre vite del diciassettesimo secolo
 
M. Hong Kingston, The Woman Warrior
  S. Crane, Maggie, a girl of the street
 
V. Nabokov, Lolita M. Hong Kingston, The Woman Warrior
  S. Crane, Maggie, a girl of the street
 
V. Nabokov, Lolita

su Nabokov:
  P. Quennel, Nabokov: his life, his work, his world (a tribute to Nabokov); all'interno di questo testo:
  A. Appel, Remembering Nabokov;
  J. Bayley, Under cover of Decadence;
  M. Amis, Sublime and Ridiculous;
 
M. Lilly, Homo Ludens.

su Crane:
  J. Cady, W. D. Howells as critic
  T. Gullason, Stephen Cranes' career.

su Kingston:
  E. Showalter, The new feminist criticism
  Mc Caffery, Postmodern fiction - pp.427-429 a cura di Susan Currier.

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