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La filosofia africana

Il pensare africano come vitalogia  

Martin Nkafu Nkemkia

 

   Esiste un pensare africano?

  Quando si parla oggi del pensiero o delle filosofie africani, molti pensano subito che frequentando le biblioteche si possano trovare testi sull'argomento, ma costoro possono rimanere delusi non trovando monografie o opere di pensatori africani in campo strettamente filosofico. In Africa sono esistiti ed esistono pensatori di grandissimo rilievo in diversi campi, una schiera ricchissima di intellettuali africani in campo politico, scientifico e religioso ma questi non hanno la pretesa di essere dei ricercatori in campo filosofico.

   Si può far notare che alcune opere che portano il titolo di “Filosofia Africana” sono state scritte in gran parte da occidentali, molti dei quali missionari, che avendo vissuto in terra africana per tanti anni hanno tentato di portare alla conoscenza del mondo culturale occidentale il pensiero africano. Molti sono gli articoli scritti sul pensiero africano da africani ma spesso il problema che si incontra è quello della “lingua” da usare per mettere per scritto questo pensare africano, e questo resta il problema fondamentale. Le lingue africane non sono tutte scritte: non si studia a scuola una lingua africana in maniera scientifica. Ciò premesso, ci si può domandare in che modo una filosofia può dirsi africana. La stessa domanda può anche essere rivolta a tutte le altre culture. Si tratta di sapere quali sono le condizioni e le caratteristiche che consentono di parlare di una filosofia che sia europea, araba, asiatica o africana.

   Una filosofia è sempre legata ad una cultura, è sempre una filosofia determinata. In questo senso si può parlare della Grecia come culla della filosofia in Occidente, in quanto la filosofia è nata e si è sviluppata seguendo la cultura greca nella sua evoluzione. La riflessione filosofica nasce dal mettere in questione l'esistenza e il valore dell'uomo. Tale messa in questione non è tanto nel dubitare della realtà quanto nel dialogare con essa. Chi è l'Uomo, che cosa è il Mondo, chi è Dio? Sono domande che inducono alla riflessione filosofica, sono domande sul senso. Il filosofo è colui che cerca la verità, che pensa la verità nella sua totalità, ovvero la verità su queste domande e, dato che tutti gli uomini pensano, si può dire che in certo qual modo ogni uomo è filosofo “sui generis”. Tutti gli uomini possono rispondere a modo proprio alle domande riguardanti l'Uomo, Il Mondo e Dio.

In ogni caso, la sapienza accumulata nella tradizione orale costituita da miti, proverbi e racconti, riti, nomi, proibizioni e da tutte le manifestazioni della parola e del pensiero sono ciò che si può chiamare pensiero filosofico della tradizione orale africana. Non emerge qui il nome di qualche particolare personalità, ma il soggetto è la tradizione, la comunità, il popolo.

   I miti

Tutte le forme letterarie africane usano dei simboli anche se alcune storie sono più ricche di simboli di altre in quanto rappresentano tradizioni arcaiche. In genere ogni storia si struttura attorno ad un tema generale dal quale e verso cui tutto il racconto si svolge. Ogni mito  ha un senso profondamente religioso anche quando tratta di argomenti cosmologici ed antropologici. Tutti i miti hanno valore morale e religioso. Essi sono vere e proprie creazioni del pensiero aventi fondamento immaginativo e speculativo. Ogni mito nasce dalla vita e la sua struttura ha una logica ben precisa. In questo senso, i miti stimolano il pensiero e sono oggetto di speculazione.

  Proverbi e racconti

I proverbi ed i racconti, spesso di tipo eziologico o popolare, seguono un'altra logica. Mirano a giustificare lo stato attuale di ogni cosa. Se un bambino domanda come mai la capra cammina con quattro zampe e mangia sempre erba, il vecchio deve trovare una spiegazione convincente per non lasciare il bambino nel dubbio. Il racconto può essere detto eziologico quando risponde alla domanda: “perchè”, e dato che l'età dei fanciulli varia, e con essa la comprensione, il narratore alle volte usa un tono di voce variamente drammatizzante e un atteggiamento corrispondente alla verità del racconto. L'esempio e la testimonianza di vita che l'anziano conduce giocano un ruolo importante per la trasmissione del contenuto.

   Un racconto è detto popolare quando rientra nella tradizione. Nel racconto la storia non cambia a secondo dell'età e della maturità del bambino, i personaggi del racconto sono spesso gli animali che giocano il ruolo dell'uomo. Il bambino deve poi svolgere un suo lavoro mentale, un'astrazione intellettuale, perché in tale racconto non ci sono risultati o conclusioni. Alla fine del racconto, la domanda viene rivolta al bambino che deve tirare le proprie conclusioni. In questo senso i proverbi sono carichi di insegnamenti morali e determinano spesso la modalità dell'inserimento dell'individuo nella società.  

Kandu, Donna (1978)

Kandu, Pensando (1977)

Leggende e favole (saggezza popolare)

   Le leggende o favole sono pure creazioni fantastiche che mirano ad un insegnamento morale e servono per coltivare la vita intellettuale favorendo la riflessione. Spesso sono storie vere del passato, degli antenati, che vengono tramandate di generazione in generazione. Il maestro che racconta è già un modello di certezza tradizionale e deve insegnare comportamenti buoni. L'allievo da parte sua dovrebbe capire quali possono essere i comportamenti negativi da evitare. Queste leggende sono spesso ricche di figure eroiche che hanno fatto propri i valori della vita del popolo del quale ognuno è chiamato a fare parte integrante, pronto anche a dare la vita per difenderlo quando fosse necessario.  

Riti e costumi

   I riti così come i costumi sono primariamente preghiere e modi di invocare la benedizione e la bontà del Creatore. Sono forme e modalità per celebrazioni liturgiche e sacrifici. Queste forme variano da clan a clan, da tribù a tribù, ma sia il contenuto che il fine sono gli stessi. Mediante queste usanze sia l'individuo che la collettività entrano in rapporto con la divinità e nella loro pratica si riconosce a quale popolo si appartiene. I riti ed i costumi caratterizzano un popolo ed il suo modo di pensare.  

Nomi di persone

I nomi di persone e di luoghi hanno sempre un significato e c'è sempre una storia che li accompagna. Così, ad esempio, il nome “Ndem mboh”, cioè “Dio il Creatore” allude all'eternità di Dio e fa sì che il finito, colui che porta questo nome, partecipi all'infinità dell'infinito. I nomi di persone e di luoghi caratterizzano la forma e il valore che rappresentano.  

 

 

Mentalità prelogica?

   Lévy-Bruhl ha chiamato "prelogica" la "mentalità primitiva", volendo con ciò caratterizzare un pensiero che non si sviluppa secondo la logica aristotelica basata sul principio di contraddizione, un pensiero per il quale "gli oggetti, gli esseri, i fenomeni possono essere, in un modo per noi incomprensibile, se stessi e, nel contempo, qualcosa d'altro". Esiste ormai una vasta gamma di opere di ricerca sulla mentalità dei popoli africani che sono giunte a dei risultati diametralmente opposti rispetto a quelli formulati dal primo Lévy-Bruhl, anche se, a nostro avviso, sono ancora pochi coloro che hanno raggiunto il nocciolo del pensiero bantu. Ricordiamo, ad es., Placide Tempels, missionario belga nel Congo dal 1933, che ha raccolto le sue osservazioni e le sue ricerche nel libro La Philosophie Bantoue, pubblicato nel 1945 e ancora oggi fonte primaria per gli studiosi, con il quale l'Autore ci presenta un sistema di pensiero dei popoli studiati diverso dal sistema basato sul principio di contraddizione.

A parte P. Tempels, che si è mosso in campo più strettamente filosofico, il contributo di altri autori ha arricchito maggiormente il campo etnologico e antropologico, da cui poi è possibile estrarre una filosofia africana. Comunque, alla cultura africana molto si deve ancora per quanto attiene il riconoscimento della dignità di pensiero e di filosofia.

L'età del "Pensare" africano

   Tutti gli uomini pensano ed il pensiero risulta essere una attività comune al genere umano, a tutti, indipendentemente dal colore della pelle. La differenza sta nella cultura. Sarebbe quindi un errore affermare che l'epoca del pensare tradizionale africano non abbia valore all'interno del sapere speculativo, nonostante i limiti della conservazione e della tradizione di tale modo di pensare. Il pensiero non ha colore né età, né è di ordine materiale, perciò, finché l'uomo vive, vive il pensiero. E antico quanto l'uomo ed è giovane quanto è giovane la vita.

   E' assurdo parlare di inferiorità o superiorità di una cultura rispetto ad un'altra, perché il diverso non ha termini di paragone e gli interessi culturali dipendono dalla condizione di vita di un popolo. A causa delle condizioni di vita dell'uomo, nella società tradizionale africana non si è avuto uno sviluppo delle scienze matematiche. geometriche e filosofiche in senso stretto. Per questo, come abbiamo già affermato, nel mondo tradizionale africano non si possono individuare filosofi in senso proprio. Nonostante questo, nel nostro studio terremo conto del pensiero tradizionale, scoprendo in esso i presupposti e la sapienza necessari a comprendere il pensare africano di oggi. Dato che il pensiero tradizionale è soprattutto orale, e sapendo che il discorso orale è più propizio alla riflessione rispetto alla scrittura, diviene spontaneo affermare che il discorso filosofico si svolge nel parlare dell'uomo di ogni tempo. Essendo ciascun uomo il risultato del proprio passato senza la sapienza popolare non vi è una vera corrente di pensiero.

   Anche se non abbiamo nessun nome da proporre in campo filosofico, inteso in senso accademico, applicheremo un proverbio africano: “Una testa sola non contiene la sapienza”, volendo riferirci all'unità tra il passato ed il presente e stabilire così nelle menti di tutte le generazioni i criteri del nostro pensare.  

Dove dobbiamo cercare la sapienza se non nella vita dei nostri padri e nel loro Dio?

Riguardo al senso della vita, le società tradizionali africane hanno riflettuto abbastanza e c'è sempre da imparare dall' “anziano”, dal “saggio” del villaggio, ma, dato che per esigenze sistematiche la filosofia deve essere rigorosa e critica, non possiamo parlare a una filosofia africana se non in senso lato (anche perché gli “anziani” trasmettono solo oralmente i loro valori e pensieri). 

Il carattere rigoroso del nostro procedimento è una specificazione sistematica della riflessione sul dato della tradizione dei nostri padri. Molti sviluppi e tendenze seguono questo procedimento per una costruzione fruttuosa del pensare africano capace di raggiungere tutti gli africani di ogni tradizione e cultura.  

Il pensiero tradizionale ci rimanda alla saggezza popolare costituita di miti, proverbi e racconti presenti in ogni società tradizionale africana. Per poter raggiungere tutti i popoli, la scrittura resta la via maestra. Oggi più che mai i mass media ci consentono di conoscere gli altri popoli e le loro usanze, e con ciò anche il loro pensiero. I media veicolano molte teorie su un popolo senza, spesso, coglierne la vera identità, mentre solo questa consente di costruire un dialogo, mediante i valori autentici di ciascuna cultura. 

Per questo motivo è opportuno fissare alcuni criteri e parametri entro i quali distinguere una teoria filosofica da altre teorie (sociali, politiche ed economiche). Questa distinzione ci consentirà di rimanere nel tema e di classificare le teorie secondo ciascuna disciplina.  

Kandu, Donna (1979)

Kandu, Scultura (1977)

   Il pensare come scienza ha valore scientifico e universale, e come tale vale per ogni epoca, per ogni popolo e per ogni cultura. Dobbiamo vedere se in molti aspetti e teorie del pensiero non siano già presenti concetti d'ordine tipicamente speculativo che meritino di essere conosciuti per edificare il sapere universale.  

Aspetti della civiltà africana  

A. Hampaté B  

   Nel processo di mutamento culturale delle società tradizionali, avviato dallo scontro-incontro con l'Occidente, si sono verificati e continuano a verificarsi alcuni fenomeni particolari che dagli studiosi vengono designati con termini quali: disintegrazione culturale, deculturazione, detribalizzazione, vuoto culturale, integrazione culturale, selezione, fusione, ecc. Penso che sia bene dire brevemente di ognuno di essi.

Disintegrazione culturale - La cultura di un popolo, quando non si trovi sconvolta da periodi di crisi particolari, costituisce un complesso unitario, nel quale valori, istituzioni, usi, costumi e tecniche formano un tutto coordinato e sistematicamente integrato. La discrepanza tra i vari elementi, quando non raggiunge un grado troppo elevato, viene superata dall'adeguarsi del sistema o delle sue parti alle tensioni che si sono generate, e dalla sua capacità di assorbirle; in pratica, sia le discrepanze che le tensioni da esse generate, in tali casi, fanno parte della dinamica culturale, anzi ne sono la molla.

Quando però una cultura tecnologicamente evoluta, come è quella occidentale, si scontra con un'altra a basso livello tecnologico, come sono quelle etnologiche, il primo fenomeno che comunemente si verifica è quello della disintegrazione della cultura tecnologicamente più debole.

   Il processo di disintegrazione può raggiungere una portata e un'estensione più o meno vaste, ma quasi mai totali; prima o poi la cultura tradizionale reagisce e dà la sua risposta. “Alla crisi disintegrativa - scrive il Lanternari - succede di norma, dopo un più o meno prolungato periodo di rielaborazione, l'apprestamento di una risposta adeguata, che dà via alle forme di reintegrazione culturale ” (Lanternari 1974, 16).

La crisi di disintegrazione è molto dolorosa e spesso provoca fenomeni di vero e proprio sconvolgimento.

L'effetto disintegrante è, certo, ancora più consistente. Quando ad essere attaccati sono i valori morali, le norme sociali o i riti, come storicamente è avvenuto con l'azione dei missionari, i quali spesso nel condannare si sono basati più sul pregiudizio e la mancanza di conoscenza che non sulla realtà dei fatti.

Deculturazione - Può essere indicata con il termine “ deculturazione ” l'azione, a volte organizzata e pianificata, altre volte inconsapevole, tendente a demolire la cultura tradizionale per sostituirla con una nuova. Storicamente essa non si è mai realizzata interamente perché, per la reazione della cultura tradizionale, essa ha dato luogo ad un processo integrativo, a seconda dei casi, integralista o nativista.

Detribalizzazione - La detribalizzazione è la condizione ottimale perché si verifichi la deculturazione. Spesso è scelta di proposito e pianificata dagli agenti esterni di mutamento. Esempi tipici di detribalizzazione possono essere considerate le reducciones organizzate dai gesuiti nel Paraguay e i “villaggi cristiani ” sorti nel secolo scorso in Africa, istituiti dai missionari per sottrarre i catecumeni e i neofiti all'ambiente “pagano ” e offrire loro un ambiente “cristiano”. Le reducciones furono distrutte dai bandeirantes paulisti dopo le stragi del 1628-29; i “ villaggi cristiani ” furono abbandonati dagli stessi missionari che non ritennero più opportuno che i convertiti si distaccassero dal loro ambiente tradizionale.

La completa detribalizzazione oggi si verifica per gruppi di poche persone, singole famiglie o individui, per periodi più o meno lunghi, o anche in modo permanente, attraverso fenomeni di inurbamento o di emigrazione, per motivi di lavoro o di studio.

Vuoto culturale - Nei casi più drammatici della crisi descritta si può giungere al verificarsi del così detto “vuoto culturale ”. Esso corrisponde a quel momento critico in cui i membri di una società, con il crollo del sistema socio-culturale tradizionale, vengono a perdere la fiducia nei valori e nelle norme tradizionali e tuttavia sentono quelli importati come estranei, quindi non si sentono integrati in nessuna cultura.

Integrazione culturale. - L'acculturazione non è un'azione unidirezionale attuata da una cultura “più forte” che dà, nei confronti di una “più debole” che riceve, e tanto meno è un processo di semplice sostituzione di alcuni elementi culturali con altri. Essa è un processo creativo dialettico a due sensi. Tutte e due le culture (o più) che entrano in rapporto danno e ricevono.  

Kandu, Testa di donna (1976)

Kandu, Scultura (1976)

Se sono evidenti i cambiamenti prodotti dall'Occidente nelle culture tradizionali, altrettanto evidenti sono gli influssi di queste sulla cultura occidentale. Si pensi per esempio agli influssi dell'arte “primitiva” su quella europea (Modigliani, Picasso, Gauguin, e tutta la corrente dei fauves), della musica negra, negro-americana e latino-americana su quella occidentale, della mistica indiana sulla mentalità e pratica di vita dei giovani occidentali, delle varie arti marziali tradizionali dell'Estremo Oriente sul costume sportivo e sulla cinematografia occidentale. Per non parlare dell'influenza sulla cultura occidentale di uomini come Gandhi, Martin Luther King, Mao, Castro; di movimenti negro-americani, come i Black Power, i Black Muslims, ecc. Anche i reciproci rapporti politici ed economici delle nazioni occidentali sono stati profondamente mutati dal sorgere dei giovani stati del Terzo Mondo.  

La reciprocità e la dialettica sono caratteristiche essenziali della natura del rapporto interculturale.  

La fase negativa del processo acculturativo, quella della disintegrazione, non ne è che un momento. Sotto la pressione dello scontro, la compattezza del sistema culturale si incrina. A volte si sconquassa, e può sembrare che il colpo sia tale da provocarne la distruzione. Ma la storia ci insegna che, a meno che non avvenga l'eliminazione fisica della società nei suoi membri, la cultura prima o poi reagisce. Allora inizia un processo di reintegrazione degli elementi nuovi e, perciò di elaborazione  e di strutturazione di un sistema socio-culturale che risponda alla mutata realtà di vita.  

Selezione e fusione. Quando una cultura viene a scontrarsi o incontrarsi con un'altra, non tutti gli elementi nuovi apportati dal di fuori vengono assunti ed integrati. Altresì non tutti gli elementi della cultura tradizionale vengono sopraffatti e distrutti. Per ciò che riguarda gli apporti esterni si verifica una selezione.

  Alcuni elementi vengono rifiutati, altri accettati e rielaborati con funzione diversa da quella originale, altri infine vengono accettati, recepiti, fusi con quelli tradizionali superstiti ed integrati in un unico sistema socio-culturale, che risulta diverso sia da quello tradizionale, sia da quello straniero.

Come si è detto in precedenza, questa azione è reciproca e vale per tutte e due le culture che sono entrate in contatto. Dopo l'evento culturale nessuna delle due sarà più uguale a prima.  

 

 Pagina creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 6 gennaio 2005

 

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