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CRITICA ALLE OPERE DI VANDANA SHIVA

Finalmente ristampato!  

SOPRAVVIVERE ALLO SVILUPPO

Il libro Terra madre: sopravvivere allo sviluppo, di Vandana Shiva

Anna Schgraffer

      Quando il pensiero non è dominato dalla paura e dalla diffidenza, ma ispirato dalla compassione e illuminato dalla saggezza, allora possono nascere libri come questo.
L’edizione originale è del 1988 e apparve in Italia nel 1990, con il titolo Sopravvivere allo sviluppo. A quell’epoca non ebbe molta fortuna, fu pubblicato da una casa editrice piuttosto marginale che doveva aveva qualche problema di distribuzione. Mi ricordo l’impressione di sorprendente contrasto fra la superba statura intellettuale dell’autrice, il brillante livello politico del contenuto, e la pochezza della veste, combinata con la scarsa reperibilità dell’edizione. Ecco il mondo alla rovescia, pensai: era come se ci avessero regalato un prezioso gioiello avvolto in carta di giornale.
      Ora, a distanza di dodici anni, questo primo, importante saggio di Vandana Shiva viene ripubblicato con le dovute revisioni, che però sono poca cosa, quasi che il tempo sia rimasto fermo, se non tornato indietro. Viene pubblicato in veste più accurata da un editore tutt’altro che settoriale, Utet, e con un titolo che gli rende finalmente giustizia: Terra madre: sopravvivere allo sviluppo.

India, Ghat a PushKar

India, incantatore

India, Desnoke. Tempio dei topi

A parte alcuni dati numerici, è rimasto sostanzialmente immutato, poiché nell’arco di questi ultimi anni, di fronte al confermarsi di quelle valutazioni, c’è più che mai bisogno delle idee e della lucida visione di cui è testimonianza.  

All’inizio degli anni ’80, il nome di Vandana Shiva cominciò a circolare anche in Europa associato a quello del movimento “Chipko”. Chipko era nato come movimento di difesa e autodifesa collettiva di gruppi di donne indiane abitanti delle regioni montuose himalayane e legate alle foreste da una sorta di simbiosi, in un tipo di economia completamente diverso da quello dominante, l’economia di sussistenza.

Grazie alla quale le popolazioni delle zone rurali e di montagna si garantivano una sopravvivenza dignitosa senza essere opulenta, e soprattutto sostenibile per i secoli dei secoli. Quelle donne dunque diedero vita a un movimento perché volevano evitare che gli alberi e le foreste, da cui traevano collettivamente sostentamento tutte le famiglie, venissero tagliati dalle imprese multinazionali pronte a disboscare per fare spazio a coltivazioni di eucalipti e altre essenze con la mira di profitti a breve termine.

Due economie si scontravano; di queste, una chiedeva di essere lasciata sopravvivere in pace senza dar fastidio a nessuno e l’altra divorava sempre più territori e risorse, pretendendo di imporre se stessa come unica economia possibile.

Che quest’ultima pretesa fosse, anzi sia una forma inaccettabile di violenza, è uno dei temi principali che Vandana Shiva discute nella sua opera. Ma si tratta anche del confronto fra due visioni del mondo.

Perciò quelle donne, portatrici di una visione ispirata al valore del principio femminile presente anche nell’antica tradizione cosmologica indiana, cominciarono a legarsi agli alberi, nell’intento di fermare le motoseghe, cioè la distruzione delle proprie fonti di sostentamento sostenibile e anche la distruzione dei propri tesori di conoscenza e sapere, da noi definiti allora “alternativi”.  

      Vandana Shiva è nata in India nel 1952. Dotata di un eccezionale intelletto, si recò a studiare fisica nucleare negli Stati Uniti; dopo la laurea si dedicò a un dottorato di ricerca sulle particelle subatomiche. A quel tempo pensava, come scrisse in seguito, che avrebbe trascorso ogni giorno della propria vita in compagnia delle particelle nucleari. Invece, dopo aver fatto un’esperienza molto istruttiva su quel che combina l’industria del nucleare nel mondo e soprattutto nei confronti della popolazione, a un certo punto voltò le spalle a una brillante carriera nel programma di energia nucleare del suo paese, poiché si era resa conto “che la gente era tenuta all’oscuro delle ripercussioni dei sistemi nucleari sui sistemi viventi”. Si dedicò quindi alla ricerca indipendente nell’ambito della scienza, della tecnologia e della politica ambientale. Nel 1982 fondò un istituto indipendente, la Fondazione di Ricerca per la Scienza, la Tecnologia e l’Ecologia (Rsft), per una ricerca di qualità volta ad affrontare le più importanti questioni sociali-ecologiche dei giorni nostri. In questo campo collaborava strettamente con le comunità locali e i movimenti sociali, soprattutto dell’India, in cui le donne erano (e sono) protagoniste, e infatti quando anni dopo (1993) le fu conferito il cosiddetto premio Nobel alternativo, il Right Livelihood Award, che vuol dire “per il Retto modo di vivere” (e viene consegnato nella stessa sede del premio Nobel, ma il giorno prima). Lei lo consegnò a sua volta alle donne delle montagne che avevano dato vita a “Chipko”.

      Il libro Terra madre è rilevante a più livelli. Sul piano politico immediato, è un articolato intervento sulla politica economica della cooperazione allo sviluppo, una dura denuncia nei confronti della Rivoluzione Verde, che viene fatta passare come soluzione al problema della fame nel mondo. L’intervento è particolarmente significativo poiché è una risposta che proviene da un’esponente dei/delle diretti/e interessati/e, una portavoce di gruppi rurali del Sud del mondo. La sua posizione è argomentata in base a fatti molto concreti, per esempio l’impoverimento reale che la popolazione rurale (nella fattispecie quella indiana) ha subìto in seguito alla Rivoluzione Verde che, al di là delle dichiarazioni filantropiche dei suoi promotori, per gli agricoltori e coloro che praticano l’economia di sussistenza nelle zone forestali è invece qualcosa da cui occorre difendersi. Per sopravvivere, appunto, allo “sviluppo”. Per questo introduce una parola di nuovo conio, entrata a partire dagli anni Sessanta nel lessico comune: la parola “malsviluppo”, in inglese maldevelopment (così come anche in francese), un ibrido da lei usato nel senso di “sviluppo sbagliato”, pur contenendo volutamente (come scrive Marinella Correggia, la traduttrice) un accenno alla sua natura di “sbagliato perché maschile” (in inglese male).  

Pescatori indiani

      Un altro motivo per il quale questo libro merita attenzione è quello della visibilità che esso rende al lavoro e al sapere delle donne indiane rurali e soprattutto al loro impegno e alla loro tenacia nel difendere e sostenere le condizioni per una sopravvivenza autonoma e dignitosa. Le persone che in quel movimento hanno agito e agiscono, lottano e fanno poesia per difendere le foreste e i propri stili di vita dall’assimilazione a un’economia e a una visione del mondo con pretese di validità universale, vengono citate per nome e cognome, da vere protagoniste, vengono messe insomma individualmente sul dovuto piano di importanza, e considerate altrettanto degne di attenzione di chi, come l’autrice, ha assunto una posizione di leader. Anzi, più degne: con una modestia tipica degli spiriti illuminati, Vandana Shiva tira indietro se stessa per lasciare che lo sguardo si posi sulle singole donne (e, se del caso, uomini) del movimento.

      E’ altresì un contributo interessante sul piano filosofico, poiché mette in discussione le pretese di validità e di superiorità di una scienza che in definitiva è solo un tipo particolare di scienza: la scienza meccanicistica e cartesiana. Una fra le tante possibili. Parallelamente, un’economia particolare, l’economia del capitalismo industriale, pretende di avere valore unico e universale e tenta, con le buone e con le cattive, di imporsi come l’economia tout court; la visione scientifica particolare e limitata del meccanicismo pretende di dominare anche screditando gli altri tipi e modi di sapere esistenti e relega così un’infinita gamma e ricchezza di conoscenze disponibili in posizioni subordinate, marginali e reiette. 

E’ di importanza fondamentale (e non finisce di stupirci) il fatto che al giorno d’oggi la scienza più astratta di tutte, la fisica quantistica, quella che ha raggiunto il più alto grado di distacco matematico e teorico dalla concretezza terra terra del vivere quotidiano, quella che più di ogni altra ha portato alle estreme conseguenze il volo di un pensiero distaccato dalla “vita”, riduzionista (poiché riduce la sostanza di cui siamo fatti a nient’altro che…formule e numeri), abbia finora reso giustizia in misura massima, fra le scienze naturali, alla grandiosa complessità della vita e della natura, nel rispetto del nostro sentire “l’universo come dimora”. (Per approfondire questo concetto si potrebbe leggere per esempio Il cosmo intelligente di P.C. Davies, un professore di fisica che si occupa di comprendere l’universo e anche di esporre ciò che ha compreso in modo da trasmetterlo a persone non addette ai lavori). 

      Scrive Vandana Shiva nella prefazione a un altro dei suoi libri, Tomorrow’s Biodiversity, del 2000 (ed. it. Campi di battaglia: biodiversità e agricoltura industriale, Edizioni Ambiente, 2001): “Dal punto di vista filosofico, posso dire che la mia formazione da fisico quantistico mi ha aiutata molto a occuparmi di questioni così complesse. Mentre la fisica classica di Cartesio e Newton descriveva un mondo formato da entità atomizzate, isolate e immutabili, la teoria dei quanti ha riformulato il mondo definendolo un insieme di sistemi interagenti, inseparabili e in costante cambiamento, dotato di potenzialità inestimabili piuttosto che di proprietà e fenomeni fissi. Sono queste caratteristiche di “inseparabilità” e “indeterminatezza” che ispirano il mio approccio ai sistemi naturali e all’impatto umano sull’ambiente. (…) Attraverso la lente della biodiversità il mondo si rivela molto differente e reclama un cambiamento nei modelli tecnologici e di mercato dominanti. Un passo necessario verso la sostenibilità.”

Non è un caso né una bizzarria perciò se la scienziata nucleare, nelle prime righe dell’Introduzione al suo primo libro, attacca parlando male dell’Illuminismo e della teoria del progresso, e nel terzo capitolo, Le donne nella natura, ci espone con attenzione e rispetto, cioè senza tacciarli di superstizione, alcuni fondamenti dell’antica visione cosmologica indiana, le tradizioni popolari ed esoteriche: il sakti, il principio femminile e creativo dell’universo, e il prakrti, la natura.  

In uno dei suoi scritti successivi, senza alcun bisogno di abbandonare il rigore del metodo scientifico, ma anzi proprio in virtù di esso, V. Shiva arriverà a fare piazza pulita di un altro dei nostri polverosi pregiudizi sulla mentalità indiana, da noi considerata retrograda a causa del rispetto per le vacche sacre. Neanche più la vacca sacra occidentale del pregiudizio contro le vacche sacre ci lascia adorare!

Affrontando la questione centrale della democrazia alimentare, infatti, in un altro dei suoi libri intitolato appunto Vacche sacre e mucche pazze: il furto delle riserve alimentari globali (ed. DeriveApprodi), Vandana Shiva riesce a rendere al massimo l’idea:

  “La mucca pazza, frutto di incroci transpecifici, è un “cyborg” secondo la femminista Donna Haraway, che aggiunge: “Preferirei essere un cyborg che una dea”. In India, la vacca è Lakshmi, dea della prosperità, e il suo letame è adorato come Lakshmi perché rinnova la fertilità della terra, nutrendola in modo naturale. La vacca è sacra perché è al centro della sostenibilità della civiltà agricola. La vacca come dea e cosmo simboleggia la cura, la compassione, la sostenibilità, l’equità. Dal punto di vista sia delle persone che delle vacche, io invece preferirei essere una vacca sacra più che una mucca pazza”.  

Considerando le situazioni nell’ottica della relazione, come suggerisce la visione di un universo interconnesso, la domanda è sempre: come si configurano i rapporti di potere?

      Partendo dalla considerazione dei rapporti di potere, la terza linea parallela individuata dall’autrice è quella del patriarcato.

Arte indiana, Meera

Bikaner, Mani di donne sati

      L’instaurazione di un nesso concettuale fra scienza, economia politica e patriarcato, e cioè il nesso rappresentato dal tema della volontà di dominio unico, è apprezzabile come uno dei risultati fondamentali di questo libro. In altre parole: contiene una riflessione sul rapporto sviluppo-tecnologia-donne e sul rapporto scienza-natura-genere che riprende e approfondisce quella di Carolyn Merchant (La morte della natura, Garzanti, 1988) e quella di Evelyn Fox Keller. Il seguito della riflessione si può leggere nella raccolta di testi intitolata, con termine assai significativo, Monocolture della mente: biodiversità, biotecnologia e agricoltura “scientifica” (Bollati Boringhieri, 1995). L’andamento del ragionare è piuttosto circolare, alcuni lo trovano ripetitivo; io invece lo definirei meditativo, poiché torna e ritorna sullo stesso punto però ogni volta da un’angolatura, secondo una sfaccettatura un po’ diversa, girando in tondo come il falco che scruta dall’alto la preda planando in cerchi lenti sulla campagna per buttarsi infine in picchiata, come i pensieri di Shiva che catturano fulminei il punto della questione, illuminandolo.

      Purtroppo, questo libro non è stato riproposto per il suo valore storico ma per la insuperata attualità dei suoi temi. Oggi lo “sviluppo” incombe con ancor più temibili minacce sulla gente dell’India che vive di agricoltura e di sussistenza: lo denuncia per esempio la scrittrice Arundhati Roy (autrice del romanzo Il dio delle piccole cose e del saggio La fine delle illusioni), ricordando in un recente intervento che dal 1947 ad oggi, in India, secondo stime ufficiali ci sono stati circa 56 milioni di sfollati senza risarcimento per cause ambientali. Altro che politica dello sviluppo.
      Vandana Shiva nel frattempo ha pubblicato una serie di altri saggi tutti interessantissimi ed è stata insignita di una considerevole quantità di premi e riconoscimenti in vari Paesi e a livello internazionale per l’approfondimento del paradigma ecologico e per avere unito la ricerca all’azione. E’ stata fra coloro che hanno promosso il Social Forum Mondiale di Porto Alegre ed è “una delle voci di maggior prestigio sulle tematiche più controverse della globalizzazione”. Credo che nessuno comunque si azzardi a definirla una contestatrice no-global.

Fonte: UNA CITTÀ n. 108 / Novembre 2002, www.unacitta.it  

 

UN'ALTRA DIFFERENZA: VANDANA SHIVA

a cura di Istituto Internazionale dello Sviluppo Sostenibile

      Una diversa definizione di differenza è quella di Vandana Shiva, filosofa e scienziata indiana. Il suo pensiero offre spunti significativi nel momento in cui, prendendo come riferimento l'esperienza indiana, riflette su due aspetti relativi all'avvento della monocoltura. La sua ipotesi di partenza è il fatto che uniformità e centralizzazione siano alla base della vulnerabilità e della rottura ecologica e sociale. Quali sono, si chiede, le ragioni filosofico-epistemologiche che spingono l'uomo occidentale a ridurre tutto a 'uno', schiacciando le prospettive diverse a causa della necessità di controllare il sapere e il potere? Esiste, insito nel sistema dominante, risponde la Shiva [Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995], un legame tra sapere e potere che si fonda su un insieme di valori affermatisi col capitalismo mercantile. Questo stretto legame crea diseguaglianza e dominazione, per il modo in cui il sapere è generato e strutturato, e per il modo in cui esso è legittimato e, al tempo stesso, delegittima le alternative possibili. Così il potere è inserito nella prospettiva che vede il sistema dominante come una tradizione universale e l'universale diffuso come sistema aperto.

      L'esperienza indiana mostra che anziché modellare la società sulla base della foresta, come accade nelle culture locali, la vita della foresta viene regolata in base a quella della fabbrica. Al posto del pluralismo culturale e biologico, la fabbrica produce monocolture insostenibili in natura e nella società. In questo modo la diversità organica lascia il posto all'atomismo frantumato e all'uniformità. La foresta naturale, nella sua diversità, è vista come un 'caos', mentre la foresta fatta dall'uomo è 'ordine'. E così i nuovi costi ecologici sono lasciati fuori come esternalità, facendo apparire produttivo un sistema inefficiente e distruttivo.

       Dunque natura e cultura sono ben distinte: la natura è aperta alle possibilità di scelta; la cultura costringe entro ruoli determinati dal potere come utile del più forte. La scienza occidentale moderna, infatti, non permette di essere valutata ma solo accettata. Questo suo limite, secondo la Shiva, porta il sistema dominante dentro una crisi dai molti risvolti:
a) è profondamente imbevuto di economicismo, e pertanto è sicuramente insensibile ai bisogni umani; 

b) le implicazioni politiche di questo sapere non garantiscono né l'uguaglianza né la giustizia;

c) separa la saggezza dal sapere; 

d) è un sapere colonizzante e mistificatorio e cela la colonizzazione sotto la mistificazione; 

e) rifugge dalla concretezza, svalutando i saperi concreti e reali; 

f) impedisce l'ingresso e la partecipazione ad una pluralità di soggetti; 

g) trascura moltissimi percorsi per conoscere la natura e l'universo: è una monocoltura della mente". 

      La democratizzazione del sapere diviene dunque una precondizione della liberazione umana, visto che il sapere contemporaneo esclude l'umano dalla sua struttura. Si tratta di imparare a conservare la diversità, cosa che diverrà possibile solo quando essa venga assunta come logica stessa della produzione. Occorre dunque pensare in termini di biodemocrazia, che significa riconoscimento del valore intrinseco di tutte le forme di vita e del loro diritto alla vita.

      Nell'analisi della Shiva le relazioni di potere sono ben chiare. Il punto centrale non è quello di trovare i contenuti di una natura femminile, ma di una cultura "umana", che includa diversità e disordine. In termini filosofici Vandana Shiva non concepisce la natura come un'essenza, ma come un insieme di possibilità non conoscibili. Il confine tra natura e cultura, che nel suo pensiero può apparire netto, le è utile a tracciare gli aspetti di quello che chiama sistema dominante, senza costringerla a definire una natura unica e ontologica. Tuttavia per noi europee o, più generalmente, occidentali, si pone una domanda: il nostro 'sistema dominante', per usare le parole di Vandana Shiva, o la società in cui viviamo può essere aperta alle possibilità offerte dalle trasformazioni in atto? Essa comprende al suo interno gli strumenti per aprirsi alle differenze e eliminare le disuguaglianze?
 

Fonte: http://iisd1.iisd.ca/pcdf/1996/shiva.htm

 

 

In difesa della diversità biologica (e culturale)

Domenico Basa

      «BIODIVERSITÀ vuol dire diversità della vita: in pratica, la ricca varietà di forme viventi che popolano il nostro meraviglioso pianeta. Ma la biodiversità è allo stesso tempo anche una fabbrica di vita, perché oltre a rappresentare le infinite facce che il mondo vivente può assumere, determina anche le condizioni necessarie a far sì che ciò avvenga. Diversità biologica e culturale sono intimamente legate e interdipendenti. Quella biologica, di fatto, comprende anche secoli di evoluzione culturale, perché il genere umano è coevoluto con le altre specie nei diversi ecosistemi del pianeta: la diversità biologica ha plasmato le diverse culture del mondo. L’erosione della diversità biologica e l’erosione della diversità culturale costituiscono le due facce di un unico problema. Entrambe sono minacciate dalla globalizzazione di una cultura industriale basata su conoscenze riduzionistiche, su tecnologie meccanicistiche e sulla mercificazione delle risorse».

     
Sono le prime righe dell’ultimo libro di Vandana Shiva, Campi di battaglia.Biodiversità e agricoltura industriale, pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente. La Shiva è una fisica di formazione, e – come scrive – si immaginava una vita a osservare particelle. In realtà, ha da tempo lasciato il suo lavoro di scienziata di base per buttarsi nella mischia, a occuparsi di pace, donne e agricoltura. È diventata, come si usa dire, una critica della globalizzazione, una delle più ascoltate e citate. In Campi di battaglia torna su un tema a lei caro, l’ingegneria genetica. Il dibattito sull'impiego dei prodotti biotech in agricoltura, sostiene la Shiva, è caratterizzato dall'insistente ricorrere di argomentazioni che diventano quasi luoghi comuni. Una di queste, tutta da dimostrare, presenta gli organismi geneticamente modificati come una sorta di soluzione miracolosa per il problema della fame nel mondo. Non è la prima volta che a questo proposito si sente parlare di miracolo; anche la prima industrializzazione dell'agricoltura (la cosiddetta "rivoluzione verde") avrebbe dovuto risolvere il "problema", ma con le sue conseguenze – sottolinea la scienziata indiana – stiamo ancora facendo i conti. Così, in questo volume, ripercorre le ragioni che sottendevano l'imposizione del modello agricolo industrializzato della "rivoluzione verde" e quelle che oggi vengono portate a sostegno del biotech. E con tenacia implacabile si applica a smontarle.

      Vandana Shiva denuncia i fallimenti e i nuovi rischi che intravede in un'agricoltura pensata al di fuori dei contesti ambientali e sociali, un'agricoltura che globalizza i costi ma non i benefici, accentuando le disparità tra Nord e Sud del mondo. Le testimonianze riportate dall'autrice sugli impatti dell'agricoltura industriale, in particolare nel subcontinente indiano, costituiscono un atto d'accusa che
mette in evidenza i processi di distruzione del maggiore patrimonio di cui sono in possesso i paesi del Terzo Mondo: la biodiversità.  L'industrializzazione dell'agricoltura – ricorda l’autrice – va a sostituire pratiche fondate su una millenaria conoscenza dell'ambiente e sulla conseguente capacità di usarne le risorse senza comprometterle, traendo dalla natura tutto ciò che essa offre. Una sostituzione che spinge verso l'estinzione non solo specie animali e vegetali, ma anche culture e assetti sociali radicati, con effetti devastanti e irreversibili. Un punto di vista radicale e alternativo: sono queste le ragioni che animano il movimento di Seattle.

 

L'ECOLOGIA DEL TERRORE

di Miriam Tola

      "Le guerre dell'acqua", l’uscita italiana dell’ultima fatica di Vandana Shiva, fisica ed economista cresciuta in India, nella valle del Doon, anticipa di qualche settimana il Forum alternativo mondiale dell’acqua (Firenze 21-22 marzo www.cipsi.it/contrattoacqua/forum- acqua), organizzato in risposta al terzo Forum mondiale dell’acqua (Kyoto, 17-22 marzo), creatura di istituzioni internazionali come il Consiglio mondiale dell’acqua e il Global Water Partnership nati per volere della Banca mondiale e delle multinazionali che controllano il mercato idrico. Un evento, quello fiorentino, a cui Vandana Shiva, una habitué degli appuntamenti di “movimento”, non può certo mancare.

      Il suo libro si apre, ironicamente, proprio con una nota citazione di Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale, che nel 1995 affermò: “Se le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del Ventunesimo avranno come oggetto del contendere l’acqua”. Peccato che la retorica dell’“oro blu” sbandierata dai paladini del neoliberismo celi la vere cause della scarsità d’acqua: quelle che la scienziata chiama “lo sviluppo distruttivo” e “l’ecologia del terrore”. Ovvero l’interruzione del ciclo dell’acqua attraverso la deforestazione, l’attività estrattiva, la diffusione dell’agricoltura industriale esportata dalla Rivoluzione Verde nei paesi del Sud, la sostituzione dei sistemi di conservazione e distribuzione delle comunità locali con l’assunzione statale del controllo delle risorse idriche, la deviazione dei fiumi e la costruzione di faraoniche dighe. 

La ballerina indiana Devi Kumari

Un insieme di fattori, spiega la scienziata indiana, che hanno favorito fenomeni come la desertificazione e la salinizzazione e portato il pianeta all’attuale crisi idrica e alle guerre cominciate, non da oggi, in tutto il mondo.

Dal Punjab alla Turchia dove nel 1989 l’allora primo ministro Turgut Ozal minacciò di tagliare la fornitura d’acqua alla Siria se non avesse espulso il Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan. Dal Medioriente in cui l’apartheid dell’acqua a danno dei palestinesi alimenta il conflitto con Israele, fino al conflitto per le acque del Nilo tra Egitto ed Etiopia e all’idro-jihad lanciata dalle popolazioni nomadi del Tigri e dell’Eufrate contro il gigantesco progetto fluviale di Saddam Hussein.

Tutte si consumano in assenza di un quadro giuridico internazionale in grado di risolverle e, nel frattempo, il paradigma del mercato spinge la liberalizzazione del commercio dell’acqua come ricetta per superare la crisi idrica.

 La trasformazione dell’acqua in merce, attraverso quella privatizzazione che ha “le sue radici nell’economia dei cowboy”, è la strategia strenuamente perseguita da organismi sovranazionali come il Wto (World Trade Organization), la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale che da tempo legano la concessione dei prestiti alla deregulation.

Tra gli effetti più evidenti della privatizzazione, attacca Vandana Shiva, ci sono l’aumento delle tariffe e la mancanza di garanzie di qualità. A Casablanca il prezzo dell’acqua si è triplicato, nel Regno Unito le bollette si sono gonfiate del 67 per cento tra l’inizio e la metà degli anni novanta.

In India l’acqua Evian, prodotta dalla Britannia Industries e venduta a 2 dollari al litro, quasi il doppio del minimo salariale locale, è uno status symbol tra le famiglie ricche che spendono dai 20 ai 209 dollari al mese per acquistarla.

A Johannesburg, dove la Suez Lyonnaise des Eaux controlla la fornitura idrica, la qualità dell’acqua si è abbassata di pari passo con l’innalzamento dei prezzi. Eppure è ancora possibile fermare questo processo.

Lo dimostrano casi come quello di Cochabamba, regione divenuta il simbolo della lotta per il diritto all’acqua

     Qui nel 2000 un imponente movimento ha bloccato la città per giorni per protestare contro la privatizzazione e, nonostante la repressione poliziesca, ha costretto l’azienda Bechtel a lasciare la Bolivia.  

Le guerre dell’acqua
Vandana Shiva
Milano, Feltrinelli, 2003
pp. 128,  13,50 euro

La pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 26 maggio 2005

 

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