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INTERVISTE A VANDANA SHIVA

 

Sostenibilità ambientale per un mondo migliore
Vandana Shiva al meeting di S. Rossore

FIAMMA LOLLI

     Vandana Shiva è in Italia per partecipare a «A New Global Vision», incontro mondiale su ambiente, cibo, salute, educazione e pace organizzato dalla regione Toscana nella tenuta di San Rossore. L'abbiamo incontrata in una pausa dei lavori.

Da anni lei non fa che ripetere le stesse cose su Ogm, sviluppo sostenibile, equa distribuzione delle risorse. Eppure l'attenzione dei media non cala...

Quando, nel 1987, cominciai ad occuparmi di questi temi nessuno, né nella comunità scientifica né in quella politica, ne aveva capito appieno la portata. Ci vollero cinque anni perché le cose iniziassero a cambiare, scientificamente e politicamente. Se l'attenzione non cala è perché quel che allora era solo un'anticipazione è diventato vero; basti pensare a ciò che sta succedendo in questi giorni nel vostro Piemonte. Del resto saper anticipare la realtà e prefigurarne gli sviluppi è una delle chiavi di volta del pensiero nonviolento.

Cosa vuol dire, oggi?

Promuovere e stabilire accordi multilaterali sempre più vasti e concreti che tutelino la biodiversità e favoriscano la sostenibilità ambientale per costruire un mondo migliore. Attenzione, però: parlare di multilateralità, come sempre più spesso fa l'Onu, presuppone che tutti i lati siano equamente forti. Rafforzare i singoli individui darà forti comunità, forti comunità come precondizione per nazioni forti, essenziali a una globalizzazione equa e giusta. Ma per realizzare questa giustizia dobbiamo saperla immaginare. Tradurre l'immaginazione in realtà è fondamentale per una globalizzazione nonviolenta, mentre la mancanza, l'incapacità di prefigurazione dei possibili scenari può solo portare nuove guerre.

Legare immaginazione e realtà? Su quale piano, in quale spazio?

La risposta è più semplice (non più facile) della domanda: bisogna agire prima che sia tardi. Se ci muoveremo in tempo, se grazie al dialogo riusciremo a prevenire conflitti distruttivi, non avremo più bisogno di nemici. A legare realtà e immaginazione è la nostra capacità di agire - e la sua necessità.  

Quando dice «nostra» si riferisce all'umanità nel suo insieme o ad una differenza di genere? Crede che la capacità delle donne di agire in modo differente, questa differenza che si fa azione, sia consolidata nel movimento?

In movimento nulla è mai consolidato: credo però che dalla nostra visibilità non si tornerà indietro. Abbiamo conquistato più spazio perché abbiamo iniziato a farci sentire: se smettessimo, lo spazio si chiuderebbe. Perciò la differenza di genere dovrà continuare ad essere uno dei temi centrali nel movimento. Non può né potrà esserci giustizia, né tantomeno pace, né ambiente, cibo, salute o educazione senza il contributo delle donne. Eguaglianza di possibilità, d'espressione, di diritti, anche questo è sostenibilità.  

Sempre più spesso, tutelare biodiversità e produzioni alimentari tradizionali locali si traduce nel trasportarle a grandi distanze, su camion o aerei. Non crede che ci sia una contraddizione?

È questione di dimensioni: se torniamo da un viaggio con qualcosa di tipico da condividere con un amico, niente di male. Il problema nasce quando il trasporto a distanza diventa modello, regola, e smette di essere eccezione. Che senso ha produrre specialità fantastiche se poi inquiniamo per farle conoscere? Giusta distribuzione delle ricchezze non significa solo equa ripartizione dei beni ma anche corretta circolazione di merci prodotte in modo rispettoso dell'ambiente.  

Quando si parla di giusto rapporto con la natura si finisce sempre per riferirsi al modo in cui la coltiviamo: sementi autoctone contro ogm, concimi organici invece che chimici... ma ambiente e cibo vogliono dire anche natura selvatica...

        

India, Jaisalmer. Incontri nei vicoli

Natura selvatica e natura coltivata sono un po' come femminile e maschile: il selvatico dovrebbe essere al centro, lì dove dovrebbero stare, più e più spesso, le donne, mentre il coltivato, così come il maschile, dovrebbe spostarsi un po' di più verso il femminile, il selvatico. Venendo qui ho visto la Torre di Pisa e ho pensato che è una buona metafora di ciò che il cibo è o dovrebbe essere: un'opera d'arte, antico frutto dell'opera umana, solida e meravigliosamente «confezionata» eppure dolcemente piegata verso la terra.  

 

RIFLESSIONE

MARIA DE FALCO MAROTTA INTERVISTA VANDANA SHIVA

Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell'ambiente e delle culture native, è oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi. Opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002] La paragonano a Jeremy Rifkin oppure a Bovè per far capire la sua importanza nel movimento new global. Niente di più smaccatamente falso e anche offensivo, perchè Vandana Shiva è una filosofa, una fisica, una scienziata che si occupa di ambientalismo sociale ed è seriamente la voce dell'Asia che rivendica i suoi diritti, che rifiuta la subalternità culturale ed economica al mondo occidentale.  

Madre indiana

Da anni è impegnata sui temi più scottanti della globalizzazione. La sua attività converge principalmente nell'istituto da lei fondato a Dehra Dun, in India: il Research Foundation for Science, Technology and Ecology (in Rete su www.vshiva.net), per la tutela della biodiversità, che ritiene la sola salvezza del subcontinente indiano e dei paesi poveri. Questa grassoccia, pacifica donna, con i capelli striati di bianco, sempre vestita con sari coloratissimi come vuole la tradizione della sua terra, combatte strenuamente, adducendo ragioni difficilmente contestabili in difesa della salvaguardia delle colture tipiche, minacciata dai prodotti imposti dalle multinazionali. Sue nemiche giurate sono la Monsanto, fusasi con la Cargill, la DuPont, la Grace e le altre multinazionali che praticano l'agrobusiness, contro le quali al pari della figura terrestre della Durga, il nome della Shakti, la divina energia femminile, la grande madre dai multiformi e contrastanti aspetti, scaglia le sue frecce infuocate, essendo convintissima che i loro prodotti siano dannosi alla natura e all'uomo. Laureata in legge e in fisica, ha ricevuto il Nobel alternativo per la pace nel 1993 per la sua lotta a favore dell'ambiente. Da dodici anni dedica la sua vita per la custodia del patrimonio agricolo indiano contro lo strapotere delle multinazionali biotecnologiche. E', tra l'altro, membro del movimento Chipko composto da sole donne che hanno lottato per anni contro la distruzione ambientale delle foreste himalayane e contro l'aumento della salinità lungo varie coste a causa dell'allevamento industriale di gamberetti. Le donne in India assumono un ruolo considerevole nelle conoscenze e nel lavoro dell'agricoltura. Sono le custodi della tradizione. Al Social forum europeo, tenutosi a Firenze dal 7 al 10 novembre 2002 alla Fortezza da Basso, Vandana Shiva è intervenuta su "La cultura riduzionista e la sperimentazione animale".

Maria De Falco Marotta: Dottoressa Shiva, cosa intende con cultura  riduzionista?

Vandana Shiva: I sistemi naturali, ovvero le infinite relazioni che legano le parti di un ecosistema, ed anche quelle di un organismo vivente, sono complessi. Molti tentativi fatti recentemente di governare a piacimento i processi biologici attraverso le cosiddette "biotecnologie", o modifiche genetiche, trascurando l'importanza di una selezione naturale che dura da centinaia di milioni di anni, ed applicando una visione "riduzionista" - o meccanicista - del vivente, si sono rivelati un fallimento. In India il 70% della popolazione vive in un'economia legata alla natura e non a un'economia mondiale basata sul libero commercio e sulla globalizzazione.

M. D. F. M.: Sappiamo che lei avversa le sostanze chimiche per la cura di varie malattie. Ce ne spiega le ragioni?

V. S.: Nell'individuare le cause di alcune malattie, si apprestano medicinali, per cui le prove di tossicità sono inattendibili, con la conseguenza che nel mondo si susseguono scandali farmacologici e "danni da farmaci" incalcolabili (le malattie provocate dalle cure mediche sono diventate negli Stati Uniti ed in Germania la quarta causa di morte). Anche qui viene usata la stessa visione riduzionista, con un atteggiamento che vede negli animali non umani, soggetti di sperimentazione, l'equivalente di macchine da sfruttare secondo una logica di profitto. E' un atteggiamento che trova la sua origine in due momenti cardine della definizione dell'ideologia occidentale: la filosofia cartesiana e la rivoluzione industriale. Tale atteggiamento miope e violento si è imposto nel mondo cancellando o marginalizzando una visione molto diversa, quella delle culture e religioni indigene che, in paesi lontani e diversi tra di loro come l'Australia aborigena, l'America precolombiana o l'India, considerano gli animali come esseri senzienti, dotati di una propria dignità e portatori di valori autonomi, con cui la specie umana si trova a condividere le risorse dell'ambiente e del pianeta. Uno dei valori fondamentali del movimento new global è la salvaguardia delle diversità, l'affermazione concreta e incondizionata della dignità del non omologabile. Ma quello che dovrebbe essere oggetto di profonde riflessioni, è che ogni specie animale, ogni singolo animale, incarnano il diverso in maniera profonda e radicale, e quindi estremamente degna di rispetto e di tutela. Ogni animale rappresenta
un universo alieno, un mondo meravigliosamente difforme dal nostro, dunque prezioso e sacro
. Dobbiamo imparare a riconoscere come un'ingiustizia da combattere non soltanto l'oppressione di altri esseri umani - che sappiamo essere spesso effetto della globalizzazione - ma anche l'oppressione, ancora più diffusa, degli "altri animali", che trova nelle manipolazioni genetiche uno strumento nuovo e terribile. Questa cultura di violenza e di sopraffazione è incompatibile con questo movimento, il cui fine sono la pace e la giustizia.  

India, Taj Mahal

India, Hawa

M. D. F. M.: Lei viene considerata la paladina della biodiversità, specie dei paesi poveri: perchè?

V. S.: Le persone sono sopravvissute nel terzo mondo perché nonostante la ricchezza che è stata loro sottratta, malgrado l'oro e le terre che sono stati loro strappati, hanno ancora la biodiversità. Hanno persino quest'ultima risorsa sotto forma di semi, piante medicinali, foraggio, che ha loro permesso un accesso alla produzione. Ora quest'ultimo vantaggio dei poveri che sono rimasti deprivati dall'ultimo giro di colonizzazioni, apportate con mano soft dalle multinazionali, con la scusa che la globalizzazione conviene (a chi, a loro?) viene anch'esso portato via attraverso i brevetti. 

E i semi che i contadini hanno liberamente conservato, scambiato, usato, sono ritenuti proprietà delle multinazionali. Si stanno formando, attraverso l'Organizzazione Mondiale del Commercio, nuove forme di proprietà legale come i trattati sulla proprietà intellettuale (brevetti), le quali cercano di impedire ai contadini del terzo mondo di avere libero accesso alle loro stesse sementi, di poter scambiare senza impedimenti le loro stesse sementi. Cosicché tutti i contadini in qualsiasi parte del mondo dovrebbero comprare i semi ogni anno creando un nuovo mercato per l'industria globale delle sementi.  

M. D. F. M.: Lei tenta di portare allo scoperto la biopirateria, con quale risultato?

V. S.: La biopirateria costituisce una minaccia al già limitato accesso alle risorse sanitarie dei paesi del terzo mondo. L'80% dell'India risolve i propri bisogni sanitari grazie alle piante medicinali che crescono nel cortile di casa, nei campi, nelle foreste, e che la gente liberamente raccoglie. Nessuno ha mai dovuto pagare un prezzo per i doni della natura.
Oggi ciascuno di quei farmaci è stato brevettato e fra cinque-dieci anni potrebbe facilmente verificarsi una situazione in cui quelle stesse industrie farmaceutiche che hanno creato così gravi danni alla salute pubblica e stanno ora orientandosi verso prodotti salutari sotto forma di farmaci fitoterapici, medicina cinese, aromaterapia indiana, ne proibiranno l'utilizzo. Non hanno bisogno di venire in India e renderlo illegale perché prima di giungere a quel punto si sono già impadroniti delle risorse base, portando via le piante, depredando le riserve, servendosi dei mercati e lasciando la gente completamente sprovvista di accesso a queste risorse.

M. D. F. M.: Lei insiste sulla difesa del cibo. Ma oggi non si è più liberi di scambiarsi o di provare quello che mangia l'indiano o l'eschimese, senza per questo diventare "biopirati"?

V. S.: E' in atto una concentrazione del potere privato sul cibo di  dimensioni che nessuno avrebbe potuto immaginare. La Monsanto ha acquistato un controllo immenso sul sistema alimentare globale. E' il commerciante più grande di grano e controlla intorno al 50% della produzione complessiva di cereali. Questo enorme potere economico in combinazione con le biotecnologie e il regime dei brevetti crea, se la gente non reagisce, un sistema in cui nessuno avrà la possibilità di decidere che cosa mangiare. E per me niente rappresenta un totalitarismo più profondo della negazione di queste libertà. Oggi siamo testimoni di una concentrazione senza precedenti del controllo del sistema agro-alimentare internazionale in cui convergono essenzialmente tre aspetti: il check-up dei semi, il controllo dell'industria chimica, la sorveglianza delle innovazioni biotecnologiche attraverso il sistema dei brevetti. Questa convergenza di fattori spesso prende semplicemente la forma della fusione delle grandi imprese; un supporto importante è quello dell'accordo del Wto che allarga il loro potere sia al nord che al sud. Il diritto al cibo, la libertà di disporre del cibo è una libertà per la quale la gente dovrà lottare come ha lottato per il diritto al voto. Solo che non vivi o muori sulla base del diritto al voto, ma vivi o muori sulla base del rifiuto del diritto di disporre di cibo.

M. D. F. M.: Ma cosa si può fare per contrastare questo potere?

V. S.: So che è stato più volte spiegato a quanti si preoccupano dei pericoli dell'ingegneria genetica che le loro perplessità interferiscono con il diritto al cibo agli affamati del terzo mondo. Questa per me è un'assoluta menzogna. E' una menzogna a livello scientifico, politico ed economico. E' una menzogna perché l'ingegneria genetica non ha nulla a che
vedere con l'aumento della produzione di cibo,
ha invece molto da ricavare da una maggiore vendita di prodotti chimici legati alle sementi che hanno proprietà resistenti agli erbicidi e ciò riduce i contadini ad essere eternamente dipendenti da cinque multinazionali al mondo.  

M. D. F. M.: Il suo impegno per i contadini dell'India è iniziato nel 1987, dopo una riunione a Ginevra che la scandalizzò per quanto udì circa le applicazioni dell'ingegneria genetica e sulla brevettabilità della vita. Cosa ha fatto in particolare?

V. S.: Per la logica stessa della loro espansione e l'accumulazione del capitale, le multinazionali non si fermano davanti a nessun ostacolo. Tornata a casa, ho cominciato a dire a ogni contadino di farsi una riserva di semi, invitandolo ad orientarsi verso un'agricoltura autonoma, basata su sementi proprie coltivate sul proprio suolo.

India, Bikaner. Lavoratrici stradali.

Deserto Jaisalmer. Donne tribali.

Agra, Festa della primavera

M. D. F. M.: Per questo ha fondato la Navdanya Conservation Farm?

V. S.: Navdanya significa nove semi, ed è il nome che ho dato al nostro programma di conservazione e di salvaguardia della biodiversità agricola e dei semi nativi. Lavoravo già da dieci anni in quest'ambito, però ogni volta che parlavo delle risorse genetiche, la traduzione nella lingua parlata localmente tendeva a ridimensionare ciò che dicevo. Io volevo dire
che nella pianta c'erano gli atomi ma per la gente non aveva senso perché non rientrava nella loro visione del mondo. Poi un giorno mentre stavo raccogliendo semi in una remota area tribale, vidi un campo in cui crescevano nove coltivazioni diverse e, iniziando a contarle chiesi al contadino che senso aveva questo tipo di coltivazione. Egli mi rispose che quel metodo di coltivazione si chiamava Navdanya, erano i nove semi che riflettono anche l'equilibrio cosmico. Per tale motivo, bisognerebbe sempre coltivare nove specie diverse, che sono un'insieme di semi oleosi, leguminose (proteine), cereali (fonte di energia). Il numero nove, inoltre, esprime il livello più alto di diversità e sempre il nove è un numero sacro nella cosmologia indiana.

M. D. F. M.: Il suo ultimo libro ha un titolo angosciante: Il mondo sotto brevetto. Crede davvero che sia così?

V. S.: Il mio libro è una denuncia contro la politica americana dei brevetti applicati ovunque e in ogni campo (perfino su animali e vegetali), primo passo verso il monopolio. Noi abbiamo Il diritto di vivere senza brevetto. Contesto l'idea di proprietà intellettuale, perchè impoverisce la società, soprattutto nel terzo mondo. All'inizio degli anni '80 John Moore si rivolse all'ospedale della University of California per farsi curare un cancro alla milza. Nel 1984 il dottore che lo aveva in cura brevettò una sequenza del suo Dna senza chiedergli l'assenso e la cedette alla Sandoz. Le stime dell'effettivo valore economico di questa sequenza superano oggi i tre miliardi di dollari. Nel 1947 la proprietà intellettuale copriva poco meno del 10% delle esportazioni statunitensi, nel 1994 questa voce superava il 50%. La vicenda di Moore e del suo Dna è una conseguenza della brevettabilità degli organismi viventi, che discende
dall'accordo sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio (Trips) firmato in sede Wto, e che ha globalizzato le leggi sui brevetti d'origine statunitense, le quali considerano il vivente alla stregua di un'invenzione. Un concetto che impoverisce la società umana da un punto di
vista etico, ecologico ed economico. I brevetti negano il sapere in quanto fenomeno collettivo che procede per accumulazione e vi oppongono diritti privati che attribuiscono le innovazioni a singoli individui. In questo equivoco, vi è il fondamento della biopirateria, cioè l'utilizzo dei sistemi di proprietà intellettuale per legittimare il possesso e il controllo esclusivi di risorse, prodotti e processi biologici usati per secoli nelle culture non-industrializzate che, all'improvviso, sono private dell'enorme ricchezza della propria biodiversità, spesso unica loro garanzia di sussistenza. Il continente indiano è il più grande esportatore mondiale di riso aromatico superfino, il basmati, coltivato da secoli e gelosamente custodito. Nel 1997 la Rice Tec Inc., con sede in Texas, ottenne il brevetto numero 5663484 sui chicchi e sul patrimonio genetico del riso basmati: un brevetto che, se rigorosamente applicato, vieterebbe ai contadini di coltivare, senza il permesso e il versamento di royalties alla Rice Tec, le varietà di riso sviluppate da loro e dai loro avi nel corso dei secoli. Ed è solo un esempio tra i tanti. Le leggi internazionali non possono ignorare tali distorsioni.

M. D. F. M.: Comincerà un'altra battaglia, a livello mondiale, con l'aiuto dei giovani del movimento new global?

V. S.: Numerosi movimenti di cittadini nel mondo chiedono un congelamento del Trips per permetterne la revisione prima che tale accordo venga applicato ai Paesi in via di sviluppo. Una revisione che tenga conto del dibattito in corso sui temi dei brevetti sulla vita, e che agevoli l'introduzione di un rigoroso protocollo sulla biodiversità, per mantenere un equilibrio tra diritti e responsabilità nel settore delle biotecnologie. Non posso rimanere indifferente a tali oneste rivendicazioni.  

Fonte: Il grillo parlante (per contatti: grilloparlante@mbservice.it) n. 41 del 23 novembre 2002.

La pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 26 maggio 2005

 

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