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VANDANA SHIVA: PAGINE SCELTE

 

UN APPELLO IN OCCASIONE DELL'OTTO MARZO
DALL'INDIA PER PRESERVARE LE DIVERSITA' BIOLOGICHE E CULTURALI


marzo 2001, di Vandana Shiva, Beth Burrows, Christine von Weizsaecker, Jean Grossholtz, della fondazione Diverse Women for Diversity.

Noi donne, in tutta la nostra vibrante e favolosa diversità, siamo testimoni della crescita delle aggressioni contro lo spirito, la mente ed il corpo umano, e la continua invasione ed assalto contro la terra e le sue diverse specie.

E siamo infuriate.

Noi pretendiamo dai governi, dalle organizzazioni internazionali, dalle imprese multinazionali e dai singoli individui che condividono la nostra rabbia, che si confrontino con le crisi che scaturiscono dalle monocolture e dalla riduzione,
contenimento ed estinzione delle diversità biologiche e culturali.

Noi insistiamo affinché coloro che dovranno confrontarsi con queste crisi ascoltino e si facciano guidare dalle donne, dai popoli indigeni, dagli agricoltori e da tutti coloro che hanno sollevato queste problematiche nelle comunità locali.

Noi chiediamo che essi riconoscano coloro la cui saggezza, gestione, conoscenza e dedizione sono dimostrate dalla lotta per la preservazione delle diversità quali patrimonio dell'umanità.

* Diverse Women for Diversity (Donne Diverse per la Diversità) è un programma della Research Foundation for Science, Tecnology & Ecology, istituto fondato da Vandana Shiva a Dehra Dun, Uttar Pradesh, India, nel 1982.

 

Democrazia della terra: è la vera rivoluzione


     Ho fatto un sogno in cui la società umana si evolveva dall'avidità e dal consumismo della globalizzazione alla compassione e ad una Democrazia della Terra basata sulla conservazione.
La globalizzazione sta spingendo il mondo verso un apartheid del "vivere" e non "vivere", giacché gli elementi primari della vita - la biodiversità, il cibo e l'acqua vengono mercificati e privatizzati e le condizioni di base per la vita della gente vengono distrutte. Nella democrazia della Terra, la biodiversità e l'acqua saranno recuperate come beni comuni. Non ci saranno brevetti sulla vita e nessuna privatizzazione dell'acqua. Il diritto al cibo e all'acqua sarà parte dei diritti umani universali fondamentali di tutti, a prescindere dalla classe, dal sesso, dalla religione e dall'etnia.

     Come disse Gandhi "Sulla terra ce ne è abbastanza per i bisogni di tutti ma non per l'avidità di alcuni". Nessuno soffrirebbe la fame o la sete se fossimo tutti responsabili e disposti a dividere.

Nella democrazia della Terra, la diversità sarà la condizione per la pace e la cooperazione.
Nella democrazia della Terra, la nostra identità fondamentale sarà quella di cittadini della terra, parte della famiglia allargata di tutte le specie e di tutti gli esseri attualmente divisi da conflitti e guerre basati sulla razza e la religione.
     
In quanto cittadini della terra il nostro dovere di proteggere la Terra e il suo fragile sistema ecologico, circoscriverà il nostro sistema di produzione e consumo. La conservazione, e non il consumismo, sarà il segno del progresso umano.
    
Questo sogno di giustizia e pace, di sostenibilità e cooperazione sta già delineando un altro mondo, al di là della globalizzazione e della militarizzazione, oltre la paura e l'odio.
Il mondo e la visione del mondo delineati dalla globalizzazione corporativa sono chiaramente in declino - e si reggono solo tramite la forza bruta. I movimenti contro la globalizzazione corporativa che si sono riuniti a Porto Alegre, in Brasile, avevano come slogan "un altro mondo è possibile"
                                            Un altro mondo non è solo possibile, sta avvenendo. Mi riferisco alla costruzione della "democrazia della terra".

Ragazza indiana

 

Ragazze indiane

      La democrazia della Terra è centrata sulla terra. Ci ricolloca nella trama della vita della famiglia della terra - Vashudhaiva Kutumbakam in sanscrito. In quanto membri della famiglia della terra, le nostre responsabilità aumentano, ma anche i nostri diritti.
Le nostre responsabilità aumentano perché dobbiamo rispettare lo spazio ecologico per altre specie e dobbiamo smettere di operare come se le risorse del pianeta fossero solo di pochi membri delle specie. Il ricollocare gli umani nella famiglia della terra accresce i diritti di coloro che attualmente sono esclusi sia dall'acceso alle risorse vitali - biodiversità, sementi, medicina, acqua - che dalle altre risorse.

     
La globalizzazione corporativa sta trasformando la terra in un supermercato, e le risorse della terra in merci che possono essere comprate in un supermercato controllato da cinque giganti dei geni, cinque giganti del grano e cinque giganti dell'acqua. Questa è la ragione per la quale al World Food Summit, il riferimento al "diritto al cibo" è stato cancellato, al World Water Forum il "diritto all'acqua" è stato cancellato e nelle varie negoziazioni sulle risorse genetiche e la biodiversità i "diritti dei contadini" sono stati negati.
     
Nella Democrazia della Terra, i diritti alle risorse vitali naturali sono diritti naturali che discendono dal nostro essere membri della comunità della terra e non vengono dati dagli stati e non possono essere tolti dalle corporazioni. E tutti gli umani hanno gli stessi diritti al cibo e all'acqua, perché in quanto esseri ecologici, siamo tutti uguali - è il mercato globale che ci rende disuguali.
     
Il mercato globale ha accresciuto la ricchezza dei ricchi e la povertà dei poveri - ma ha disumanizzato tutti gli umani - i poveri perché spinti a livelli di esistenza subumana, o peggio perché viene negato loro il diritto alla sopravvivenza. I ricchi e benestanti stanno diventando disumani nel processo di accumulazione della ricchezza. Per riscattare la nostra comune umanità dobbiamo riconoscere che la nostra specie è diversa ma uguale all'interno della comunità della terra.
     
Il progetto di eguaglianza che è crollato con il muro di Berlino, e che è stato descritto come la fine della storia da Francis Fukuyama, era centrato sullo stato e basato sulle uniformità. L'uguaglianza nella democrazia della terra è radicata nella diversità e nell'auto-organizzazione decentrata che va dall'individuo alla comunità, dal paese al pianeta. Questa ricerca di un'eguaglianza basata sull'ecologia sta portando a cambiamenti radicali nella produzione e nel consumo.

    
La globalizzazione corporativa riduce la terra ad un supermarket di merci dove tutto è in vendita. Estingue i diritti fondamentali alla vita, ai mezzi di sostentamento e agli stili culturali diversi. I ricchi sono ridotti ad accumulatori e consumatori del supermarket globale, mentre i poveri e gli emarginati sono considerati non necessari e da buttar via. Gli umani, come agenti creativi che fanno e producono beni e servizi e attraverso quella produzione riproducono la vita, non trovano posto nel supermarket globale nel quale possiamo essere solo consumatori e non produttori. La globalizzazione corporativa è la fine della riproduzione e della produzione come elementi essenziali degli esseri della nostra specie. La democrazia della Terra è il modo per reclamare la nostra creatività e le nostre capacità produttive.

     
Nella sfera della biodiversità, la fine della creatività sta nei brevetti per la vita che portano alla pirateria e al brevettare il sapere indigeno, e da qui alla creazione di un monopolio di diritti nelle mani delle corporazioni occidentali che possono essere usati per impedire alle comunità indigene di accrescere la loro sapienza per produrre cibo e prevenzione sanitaria. I brevetti sui semi rendono illegale il conservare e riprodurre semi, spezzando così il ciclo della rigenerazione sia del raccolto che della conoscenza.
     
Nella sfera alimentare, la fine della creatività sta nella globalizzazione e industrializzazione dei sistemi alimentari, che eliminano i piccoli contadini dalla catena alimentare, distruggono le economie alimentari locali e le culture, lasciando tutti ignoranti sulla provenienza del cibo, su come sia stato prodotto e su quello che contiene. Nei buoni sistemi globalizzati non c'è posto per le persone che coltivano e producono cibo. Questa è una ricetta per rendere superfluo il 75% dell'umanità legato alla produzione alimentare.

     
La privatizzazione dell'acqua è un tentativo di rompere i nostri legami con l'acqua in quanto dono di natura, essenziale per tutte le vite, riducendola ad una merce che si può acquistare dalle corporazioni. Questo comporta la fine delle persone e delle comunità che conoscono i loro sistemi idrici, che hanno la responsabilità della conservazione dell'acqua e del mantenimento del ciclo dell'acqua, e che, attraverso la cura e la conservazione, ne assicurano riserve sostenibili.

 

  IL WTO DEVE ESSERE RIFORMATO


      Se vogliamo che smetta di terrorizzare i deboli e quelli che non hanno potere per imporre l'apertura di nuovi mercati a vantaggio dei paesi ricchi e delle corporation, il Wto deve essere riformato. Oggi esso non è concepito per disciplinare i potenti, nè è in grado di farlo. Ciò che serve urgentemente per portare giustizia ed equità nelle regole del mercato internazionale, per tutelare la sopravvivenza dei contadini del Terzo Mondo e per difendere i diritti alimentari dei poveri, è che si abbassino i costi di produzione e si impedisca una competizione impari con prodotti d'importazione i cui costi vengono tenuti artificialmente bassi grazie ai contributi.      Sono queste le questioni che dovrebbero avere la priorità al prossimo "ministerial meeting" del Wto, che si terra' a Cancun in Messico (10-14 settembre 2003). L'Uruguay Round (1994) dell'Accordo generale sul commercio e le tariffe (General Agreement on Trade and Tariffs) è stato fatto accettare al Terzo Mondo sulla base di una sola promessa: che i paesi ricchi avrebbero ridotto i propri contributi, abbassato le tariffe e creato delle opportunità di esportazione per i paesi poveri. Al meeting di Doha del novembre 2001 si e' fatto ricorso alla stessa promessa, aggiungendo come argomentazione ulteriore la minaccia del terrorismo. Stuart Harbinson, all'epoca presidente del Consiglio generale del Wto, ha ammesso: "C'e' in una certa misura la sensazione che gli eventi dell'11 settembre rappresentassero una minaccia al mondo e alle procedure istituzionali internazionali. E che fosse importante per le istituzioni multilaterali, non solo per il Wto, il fatto di apparire efficaci. Perciò ritengo ci fosse una pressione particolare sulle persone perchè conseguissero un risultato". E' evidente che il cosiddetto "Doha Round" non e' stato un negoziato, ma una farsa inscenata per "apparire efficaci". Esso è stato un tentativo di tenere vive le illusioni, non di regolare il mercato. Il fallimento di Seattle lo aveva reso necessario. * 

India, Japur. Negozianti

India, fiume Jamuna

     L'incapacita' e la mancanza di volonta' del Wto di regolare gli abusi del mercato da parte dei ricchi e potenti sono dimostrate chiaramente dal fatto che, dopo Doha, i contributi degli Usa e quelli europei sono in realtà aumentati. L'amministrazione Bush ha recentemente approvato una legge sull'agricoltura che accresce i contributi agricoli negli Stati Uniti del 10%, portandoli a circa venti miliardi di dollari all'anno. In Europa, gli attuali contributi saranno mantenuti fino al 2013. Allo stesso tempo, paesi come l'India sono stati costretti ad abolire importanti restrizioni (conosciute come restrizioni quantitative, o QRs) e hanno visto i loro mercati e i loro prezzi interni crollare, mentre il mercato è invaso da prodotti il cui basso prezzo è ottenuto artificialmente mediante forti contributi. A causa di un commercio ineguale legalizzato dal Wto, le importazioni agricole dell'India sono quadruplicate, da 1,04 miliardi di dollari nel 1995 a 4,16 miliardi di dollari nel 2000. 

      Mentre cresce il commercio mondiale che avvantaggia l'industria agro-alimentare del Nord, i coltivatori del Terzo Mondo stanno perdendo la propria capacità di sostentamento. Per esempio, il fatturato del caffè è salito da quaranta a settanta miliardi di dollari negli ultimi anni. Allo stesso tempo, il guadagno dei coltivatori di caffè è sceso da nove a cinque miliardi di dollari. I coltivatori indiani di cotone stanno perdendo la loro capacità di sostentamento in seguito a due fattori: la vendita sottocosto di cotone texano fortemente sostenuto dai contributi, e le sementi costose e inaffidabili come il cotone della Monsanto geneticamente modificato. Il vantaggio ottenuto dall'India grazie alle regole del Wto sulla liberalizzazione del mercato ha assunto la forma di suicidi tra i coltivatori e morti per fame. I doppi standard e le distorsioni del Wto sono evidenti. Ecco perchè persino la base vagamente democratica dei negoziati di Ginevra viene ormai sostituita da "mini-ministerials": a Sydney lo scorso novembre, a Tokyo questo febbraio. 

     Questi piccoli incontri riservati sono perfetti per costringere, minacciare e corrompere, e l'esito che producono, qualunque esso sia, è un oltraggio alla trasparenza e alla democrazia. * Mentre ci prepariamo al meeting di Cancun, le questioni della democrazia, del cibo, della fame e della sopravvivenza dei coltivatori dovrebbero essere prioritarie. L'agricoltura sostenibile e la coltivazione organica - insieme a restrizioni quantitative, leggi contro la vendita sottocosto di prodotti e leggi antitrust contro le corporation globali - sono l'unica garanzia per il sostentamento e la sicurezza alimentare nel Terzo Mondo. Eppure, mentre tutti i movimenti di coltivatori del pianeta chiedono le restrizioni quantitative, è in atto un tentativo concertato di sviare l'attenzione da questa questione - che imporrebbe un cambiamento nelle regole del Wto - alle questioni che invece aiutano a rafforzare il Wto. Dopo Seattle, la diversione dalle restrizioni quantitative e' stata creata con l'argomentazione dell' "accesso al mercato", secondo cui il Wto servirebbe a costringere i paesi sviluppati ad aprire i loro mercati ai paesi del Terzo Mondo. 

      Ora il discorso è passato ai "contributi". Il Wto, si dice adesso, serve a eliminare i contributi dei paesi ricchi. Questo e' chiaramente falso, per una serie di ragioni:
1. Le attuali regole del Wto hanno costruito una clausola "di pace" per i paesi ricchi fino al 2005 (articolo 13 dell'Accordo sull'agricoltura - Agreement on Agriculture).
2. La stessa categorizzazione dei contributi nell'Accordo sull'agricoltura definisce la maggior parte dei contributi negli Stati Uniti e nell'Unione Europea come "tabella verde" e "tabella azzurra". Tali categorie non sono considerate "distorcenti il mercato" e dunque non possono essere oggetto di ricorso da parte del Wto.
3. Pur essendo in corso la revisione interna dell'Accordo sull'agricoltura - cominciata nel 2001 - gli Stati Uniti hanno ulteriormente incrementato i loro contributi sull'agricoltura portandoli a 180 miliardi di dollari per i prossimi anni.
4. La recente decisione americana sugli accordi tessili dimostra chiaramente che gli Usa non si piegano al Wto quando esso va contro le lobby interne, un atteggiamento rafforzato dal nuovo ruolo militare degli Usa sin dall'11 settembre.

Fonte: Il Manifesto, 17 luglio 2003  



Agricoltura industriale e crisi idrica

     L’agricoltura industriale ha spinto la produzione alimentare a usare metodi che hanno determinato una riduzione della ritenzione idrica del suolo e un aumento della domanda d’acqua. Non riconoscendo all’acqua il suo carattere di fattore limitante nella produzione alimentare, l’agricoltura industriale ha promosso lo spreco. Il passaggio dai fertilizzanti organici a quelli chimici e la sostituzione di colture idricamente poco esigenti con altre che abbisognano di grandi quantità d’acqua hanno rappresentato una ricetta sicura per carestie d’acqua, desertificazione, ristagni e salinizzazione.
      Le siccità possono essere aggravate dal mutamento climatico e dalla riduzione dell’umidità nel suolo. La siccità provocata dal mutamento climatico – fenomeno che prende il nome di siccità meteorologica – è collegata alla carenza di precipitazioni. Ma anche quando la quantità di pioggia rientra nella norma, la produzione alimentare può risentirne se la capacità di ritenzione idrica del suolo è stata erosa. 

India, negozio d'argenti

 

I trasporti in India

Nelle zone aride, dove foreste e fattorie dipendono totalmente dalla capacità del suolo di mantenersi umido, l’unica soluzione è l’aggiunta di materia organica. La siccità dovuta a scarsa umidità del suolo si presenta quando manca la materia organica che serve a trattenere l’acqua nel terreno. 

Prima della Rivoluzione verde la conservazione dell’acqua era parte integrante dell’agricoltura indigena. Nel Deccan, in India meridionale, il sorgo veniva associato a leguminose e semi oleosi per ridurre l’evaporazione. La Rivoluzione verde ha scalzato l’agricoltura indigena a favore di monocolture in cui le varietà nane hanno sostituito quelle alte, i fertilizzanti chimici quelli organici e l’irrigazione artificiale le colture da pioggia. Il risultato è che i suoli si sono impoveriti di materiale organico indispensabile e le siccità provocate da scarsa umidità del terreno sono diventate un fenomeno ricorrente.

Nelle regioni esposte alla siccità, un sistema agricolo ecologicamente solido è l’unica via per una produzione alimentare sostenibile. Tre acri di sorgo utilizzano la stessa quantità d’acqua di un solo acro di risaia. Tanto il riso quanto il sorgo rendono 4500 chilogrammi di cereale. Con la stessa quantità di acqua, il sorgo fornisce una dose di proteine 4,5 volte superiore, quattro volte più minerali, 7,5 volte più calcio e 5,6 volte più ferro, e può fornire una quantità di alimento 3 volte maggiore del riso. Se lo sviluppo agricolo avesse tenuto conto della conservazione dell’acqua, il miglio non sarebbe stato definito un prodotto agricolo marginale o inferiore.

      L’avvento della Rivoluzione verde ha spinto l’agricoltura del Terzo mondo verso la produzione di frumento e riso. Le nuove colture richiedevano più acqua del miglio e consumavano 3 volte più acqua delle varietà indigene di frumento e riso. L’introduzione di queste coltivazioni ha avuto anche forti costi sociali ed ecologici. Il drastico aumento della quantità d’acqua utilizzata ha determinato l’instabilità degli equilibri idrici regionali. I massicci progetti di irrigazione e l’agricoltura a uso intensivo d’acqua, scaricando sull’ecosistema una quantità d’acqua superiore a quella sopportabile dal suo sistema naturale di deflusso, hanno portato a ristagni, salinizzazione e desertificazione. I ristagni si verificano quando la profondità della superficie freatica si riduce di una misura compresa tra 1,5 e 2,1 metri. Se in un bacino si aggiunge acqua più in fretta di quanto questo possa drenarne, la falda sale. Circa il 25% delle terre irrigate degli Stati Uniti soffre di salinizzazione e ristagni. In India, 10 milioni di ettari di terra irrigata con i canali è intrisa d’acqua e altri 25 milioni di ettari sono a rischio di salinizzazione.

dal testo "Le guerre dell'acqua",  Vandana Shiva, pag.114

 

  Le donne del Kerala contro la Coca Cola. L'acqua è un bene pubblico  


     Espulsa dal governo indiano nel 1977, la Coca Cola ha rimesso piede nel paese il 23 ottobre 1993, quando vi si insediava l'altra multinazionale americana, la Pepsi-Cola. Attualmente le due imprese possiedono novanta stabilimenti «d'imbottigliamento», che in realtà sono «di pompaggio»: 52 appartengono alla Coca Cola e 38 alla Pepsi-Cola. Ognuno di essi estrae da 1 a 1,5 milioni di litri d'acqua al giorno.
      Questo genere di bevande gassose presenta rischi certi, derivanti dallo stesso processo di fabbricazione. Prima di tutto gli stabilimenti d'imbottigliamento, pompando dalle falde, tolgono ai poveri il diritto fondamentale a procurarsi acqua potabile. Inoltre, generano rifiuti tossici che minacciano l'ambiente e la salute pubblica. Infine, producono bevande notoriamente pericolose per la salute - il parlamento indiano ha costituito una commissione parlamentare mista incaricata d'indagare sulla presenza di residui di pesticidi.

      Per più di un anno, nel distretto di Palaghat, nel Kerala, alcune donne delle tribù di Plachimada hanno organizzato sit in di protesta contro il prosciugamento delle falde freatiche provocato dalla Coca Cola. «Gli abitanti - scrive Virender Kumar, giornalista del quotidiano Mathrubhumi - si caricano sulla testa grandi quantità di acqua potabile, da andare a cercare sempre più lontano, mentre camion pieni di bevande gassose escono dallo stabilimento della Coca (1)». Per fare un litro di Coca Cola sono necessari nove litri di acqua potabile.

     Le donne adivasi (2) di Plachimada hanno iniziato ad organizzarsi poco dopo l'apertura dello stabilimento della Coca Cola la cui produzione doveva raggiungere, nel marzo 2000, 1.224.000 bottiglie di Coca Cola, Fanta, Sprite, Limca, Thums up, Kinley Soda e Maaza. Il panchayat locale (3) aveva concesso alla multinazionale, sotto condizione, l'autorizzazione ad attingere acqua con l'aiuto di pompe a motore.
       Ma la multinazionale, del tutto illegalmente, dopo aver scavato più di sei pozzi attrezzandoli con pompe elettriche ultra potenti, ha iniziato a pompare milioni di litri di acqua pura. Il livello delle falde è drasticamente sceso, passando da 45 a 150 metri di profondità.
Non contenta di rubare acqua alla collettività, la Coca Cola ha inquinato il poco che ne rimaneva convogliando le acque sporche nei pozzi a secco scavati nello stabilimento per sotterrare i rifiuti solidi.
Prima, l'impresa depositava i rifiuti in superficie, cosicché nella stagione delle piogge questi ultimi, disperdendosi fra risaie, canali e pozzi, costituivano una gravissima minaccia per la salute pubblica.
Oggi non è più così. Ma la contaminazione delle sorgenti di acqua resta un dato di fatto.

       Con le sue procedure, la Coca Cola ha provocato il prosciugamento di 260 pozzi, la cui trivellazione era stata eseguita dalle autorità per sopperire al bisogno di acqua potabile e all'irrigazione agricola.
In questa regione del Kerala, definita «il granaio di riso» proprio perché si tratta di un ecosistema ricco e molto ben fornito di acqua, le rese agricole sono diminuite del 10%. Il colmo è che la Coca Cola ridistribuisce agli abitanti dei villaggi, sotto forma di concime, i rifiuti tossici prodotti dal suo stabilimento. I test effettuati hanno infatti dimostrato che questi concimi hanno un'alta percentuale di cadmio e piombo, due sostanze cancerogene.

     Rappresentati delle tribù e dei contadini hanno denunciato non solo la contaminazione delle riserve acquifere e delle sorgenti, ma anche le trivellazioni senza criterio che compromettono gravemente i raccolti; hanno richiesto, in particolare, la protezione delle tradizionali sorgenti di acqua potabile, degli stagni e dei vivai di pesci, la manutenzione delle vie navigabili e dei canali, il razionamento dell'acqua potabile.
Invitata a fornire spiegazioni sul suo operato, la Coca Cola ha rifiutato al panchayat i chiarimenti richiesti. Di conseguenza, quest'ultimo le ha notificato la soppressione della licenza di sfruttamento delle acque. Per tutta risposta, la multinazionale ha cercato di comprarne il presidente, Anil Krishnan, offrendogli 300 milioni di rupie. Inutilmente.

      Tuttavia, mentre il panchayat le ritirava il permesso di sfruttamento, il governo del Kerala, da parte sua, ha continuato a proteggere l'impresa.
Non a caso le ha concesso circa 2 milioni di rupie (36.000 euro) a titolo di sovvenzione alla politica industriale regionale. La Pepsi e la Coca Cola ricevono aiuti simili in tutti gli stati in cui sono presenti. E questo per bibite il cui valore nutrizionale è nullo rispetto a quello delle bevande indiane tradizionali (nimbu pani, lassi, panna, sattu...) L'industria delle bibite gassose utilizza sempre più lo sciroppo di mais ad alto tenore di fruttosio. Non solo questo edulcorante è nefasto per la salute ma lo stesso mais viene coltivato per produrre industrialmente alimenti per il bestiame. Una grande quantità di mais viene quindi sottratta al consumo alimentare, privando alla fine i poveri di un prodotto di base essenziale e a buon mercato. Per di più, la sostituzione di dolcificanti estratti dalla canna da zucchero, come il gur e il khandsari, danneggia i contadini ai quali questi prodotti garantivano redditi e mezzi di sussistenza.

In sintesi, la Coca Cola e la Pepsi-Cola provocano, sulla catena alimentare e sull'economia, un impatto pesante che non si limita al contenuto delle bottiglie.  

Nel 2003, le autorità sanitarie del distretto hanno informato gli abitanti di Plachimada che l'acqua, ormai inquinata, non poteva essere usata per scopi alimentari. Le donne erano state le prime a denunciare questa «pirateria idrica» nel corso di un dharna (sit in) di fronte ai cancelli della multinazionale. Nato per iniziativa delle donne adivasi, il movimento ha attivato, non solo a livello nazionale, ma mondiale, un crescendo di solidarietà. Incalzato dall'espandersi del movimento e dalla siccità che ha ulteriormente aggravato la crisi idrica, finalmente, il 17 febbraio 2004, il capo del governo del Kerala ha ordinato la chiusura dello stabilimento della Coca Cola. Le alleanze arcobaleno, nate inizialmente tra le donne della regione, hanno finito con il coinvolgere tutto il panchayat. Non solo, quello di Perumatty (nel Kerala), ha presentato, in nome del pubblico interesse, un'istanza contro la multinazionale presso il tribunale supremo del Kerala.
Il 16 dicembre 2003, il giudice Balakrishnana Nair ha ordinato alla Coca Cola di smettere di pompare illegalmente dalla falda di Plachimada.

India, Jesalmer. Le donne vanno ogni sera al pozzo, unica fonte d'acqua nel giro di chilometri.

 

India, Jasalmer. L'attesa al pozzo è molto lunga e le donne. stanchissime, tornano a casa che è buio.

       Le motivazioni della sentenza valgono quanto il verdetto stesso. Il magistrato ha infatti voluto precisare: «La dottrina della pubblica sicurezza si basa innanzi tutto sul principio per cui alcune risorse come l'aria, l'acqua del mare, le foreste abbiano, per l'insieme della popolazione, un'importanza così grande che sarebbe totalmente ingiustificato farne oggetto di proprietà privata. Le suddette risorse sono un dono della natura e dovrebbero essere messe a disposizione di tutti in modo gratuito, indipendentemente dalla posizione sociale. Poiché tale dottrina impone al governo di proteggere queste risorse, in modo che l'insieme della collettività possa usufruirne, nessuno può autorizzarne l'utilizzo da parte di privati o a fini commerciali [...]. Tutti i cittadini senza eccezione sono i beneficiari delle coste, dei corsi d'acqua, dell'aria, delle foreste, delle terre fragili da un punto di vista ecologico. In quanto amministratore, lo stato, per legge, ha il dovere di proteggere le risorse naturale [le quali] non possono essere trasferite alla proprietà privata».

     In sintesi: l'acqua è un bene pubblico. Lo stato e le sue diverse amministrazioni hanno il dovere di proteggere le falde freatiche da uno sfruttamento eccessivo, e la loro inazione in materia è una violazione al diritto alla vita garantito dall'articolo 21 della Costituzione indiana. La Corte suprema ha sempre affermato che il diritto di usufruire di un'acqua e di un'aria non inquinate fa parte integrante del diritto alla vita stabilito dal suddetto articolo. In altre parole, anche in assenza di una legge che regoli specificamente l'utilizzazione delle falde freatiche, il panchayat e lo stato sono tenuti ad opporsi allo sfruttamento intensivo di queste riserve sotterranee.
E il diritto di proprietà della Coca Cola non si estende alle falde situate sotto le terre che le appartengono. Nessuno ha il diritto di appropriarsi della maggior parte dell'acqua, e il governo non ha alcun potere di autorizzare un terzo privato ad estrarne tali quantità. Da qui i due ordini emessi dal tribunale: entro un mese la Coca Cola dovrà progressivamente smettere di pompare acqua per suo uso; passato questo termine, il panchayat e lo stato garantiranno l'applicazione della sentenza.

      La rivolta delle donne, che sono il cuore e l'anima del movimento, è stata ripresa da giuristi, parlamentari, scienziati e scrittori... Il movimento si è esteso ad altre regioni, dove la Coca e la Pepsi pompano le riserve acquifere a danno degli abitanti. A Jaipur, la capitale del Rajahstan, dopo l'apertura, nel 1999, dello stabilimento della Coca Cola, il livello delle falde è passato da dodici metri di profondità a trentasette metri e cinquanta. A Mehdiganj, una località a venti chilometri dalla città santa di Varanasi (Bénarès), è sceso di dodici metri e i campi coltivati attorno allo stabilimento sono ormai inquinati. A Singhchancher, un villaggio del distretto di Ballia (nell'est dell'Utar Pradesh), lo stabilimento della Coca Cola ha inquinato definitivamente acque e terre. Ovunque la protesta si organizza.

      Ma va sottolineato che, nella maggior parte dei casi, le autorità pubbliche reagiscono con violenza alle manifestazioni. A Jaipur, per esempio, il militante pacifista Siddharaj Dodda è stato arrestato nell'ottobre 2004 per aver partecipato ad una marcia che chiedeva la chiusura dello stabilimento. Al prosciugamento dei pozzi si aggiungono i rischi di contaminazione da pesticidi. Il tribunale supremo del Rajahstan ha proibito la vendita delle bibite prodotte da Coca e Pepsi, perché queste ultime si sono rifiutate di fornire la lista dettagliata dei componenti, quando alcune analisi hanno dimostrato la presenza di pesticidi pericolosi per la salute (4). Le due multinazionali hanno presentato ricorso alla Corte suprema dell'India, ma questa ha rifiutato l'appello e ha convalidato la richiesta del tribunale del Rajahstan, ordinando la pubblicazione della composizione precisa dei prodotti fabbricati dalla Pepsi e dalla Coca. A tutt'oggi, queste bevande sono proibite nella regione.

      Uno studio, condotto nel 1999 da All India Coordinated Research Project on Pesticide Residue (Aicrp), ha dimostrato che il 60% dei prodotti alimentari venduti sul mercato è contaminato da pesticidi e che il 14% ne contiene dosi superiori alla quantità massima autorizzata. Una tale constatazione rimette in discussione il mito secondo cui le multinazionali privilegerebbero la sicurezza e l'affidabilità, il che le renderebbe degne di una fiducia rifiutata al settore pubblico e alle autorità locali! Questo pregiudizio elitario contro l'amministrazione pubblica di beni e servizi ha contribuito a fare accettare la privatizzazione dell'acqua. In India, come altrove nel mondo, il ricorso ai privati impedisce di fornire acqua di qualità a un prezzo abbordabile. Il 20 gennaio 2005, in tutta l'India, attorno agli stabilimento della Coca Cola e della Pepsi-Cola, sono state organizzate delle catene umane. Tribunali popolari hanno notificato agli «idro-pirati» l'ordine di lasciare il paese. Il caso di Plachimada dimostra che il potere del popolo può avere la meglio su quello delle imprese private. I movimenti per la difesa delle acque, peraltro, si spingono ben oltre.

      Vogliono parlare anche delle dighe, e del grande progetto di collegamento fluviale i cui piani, che prevedono la deviazione del corso di tutti i fiumi della penisola indiana, suscitano un'opposizione crescente (5). Denunciano le privatizzazioni incentivate dalla Banca mondiale e la privatizzazione della fornitura di acqua a Delhi (6). Bisogna infatti sottolineare che il saccheggio non potrebbe aver luogo senza l'aiuto di stati centralizzatori e corporativi.

      La battaglia contro il furto dell'acqua non riguarda solo l'India. L'eccessivo sfruttamento delle falde freatiche, i grandi progetti di deviazione dei corsi d'acqua pregiudicano la conservazione della Terra nel suo complesso. Per avere un'idea della posta in gioco, bisogna sapere che se ogni punto del pianeta ricevesse la stessa quantità di precipitazioni, con la stessa frequenza e secondo lo stesso schema, ovunque troveremmo le stesse piante e le stesse specie animali. Il pianeta è fatto di diversità. Il ciclo idrologico dei pianeti è una democrazia dell'acqua - un sistema di distribuzione al servizio di tutte le specie viventi. Dove non c'è democrazia dell'acqua, non ci può essere vita democratica.

Note:

(1) Virenda Kumar, «lettera aperta al capo del governo», Mathrubhumi, Thiruvananthapuram (Kerala), 10 marzo 2003.

(2) NdT: il termine Adivasi designa le tribù autoctone nelle quali non esiste un sistema di caste.

(3) Il consiglio che esercita l'autorità nel villaggio.
(4) Le bevande contenevano diversi pesticidi tra i quali il Ddt.
La commissione del governo ha concluso che questi residui erano «nei limiti normativi» accettati in India... Nelle bottiglie di Coca o di Pepsi consumate negli Stati uniti o in Europa non si trova alcuna traccia di pesticidi.

(5) Arundhati Roy, The Cost of Living, Modern Library, 1999.

(6) Per il ritrattamento delle acque, il cantiere è stato affidato a Degremont, filiale del gruppo Suez. A Delhi, negli ultimi anni il prezzo dell'acqua è aumentato di dieci volte.

 

  Fonte:  Il Manifesto, Marzo 2005

 

La pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 26 maggio 2005

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