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VANDANA  SHIVA

la scienziata dell'ecologia sociale

biografia / opere / pagine scelte / interviste / critica

 

Biografia

Cecè Damiani  

     Vandana Shiva è nata a Dehra Dun, nell'India del nord da una famiglia progressista. Ha studiato nelle università inglesi ed americane laureandosi in fisica. Tornata a casa dopo aver terminato gli studi, rimase traumatizzata rivedendo l'Himalaya: aveva lasciato una montagna verde e ricca d'acqua con gente felice, poi era arrivato il cosiddetto "aiuto" della Banca Mondiale con il progetto della costruzione di una grande diga e quella parte dell'Himalaya era diventato un groviglio di strade e di slum, di miseria, di polvere e smog, con gente impoverita non solo materialmente. Decise così di abbandonare la fisica nucleare e di dedicarsi all'ecologia.

     Nel 1982 ha fondato nella sua città natale il Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali, un istituto indipendente di ricerca che affronta i più significativi problemi dell'ecologia sociale dei nostri tempi, in stretta collaborazione con le comunità locali e i movimenti sociali. Vandana Shiva fa parte dell'esteso movimento di donne che in Asia, Africa e America Latina critica le politiche di aiuto allo sviluppo attuate dagli organismi internazionali ed indica nuove vie alla crescita economica rispettose della cultura delle comunità locali, che rivendicano il valore di modelli di vita diversi dall'economia di mercato. L'incontro con le donne del movimento "Cipko", che abbracciano i tronchi che i tagliatori stanno per abbattere nelle foreste dell'Himalaya, ha permesso a Vandana Shiva di ampliare la comprensione di nessi tra ecologia e femminismo.  

Nel suo libro Staying Alive: Women, Ecology and Survival, pubblicato in Italia nel 1990 col titolo Sopravvivere allo sviluppo, la scienziata denuncia le conseguenze disastrose che il cosiddetto "sviluppo" ha portato nel Terzo Mondo. Lo sviluppo, o piuttosto il "malsviluppo", come lo definisce la scienziata, anziché rispondere a bisogni essenziali minaccia la stessa sopravvivenza del pianeta e di chi vi abita. Le conseguenze dello "sviluppo" sono la massiccia distruzione ambientale, un enorme indebitamento che spinge i paesi a fare programmi di aggiustamento strutturale basati sulla scelta di spendere meno in salute pubblica, scolarizzazione e sussistenza rendendo la gente più povera.  

Si verifica così la distruzione di culture e di altri modi di vivere per far posto a culture competitive il cui grado di civiltà è dato solo dal mercato. Il danno maggiore prodotto dalla civiltà industriale, secondo Vandana, è stata l'equazione donna-natura e la definizione di entrambe come passive, inerti, materia prima da manipolare. A suo avviso invece "le donne sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte". Per il patriarcato occidentale la cultura è altro dalla natura, dalla donna e così gli uomini hanno creato uno sviluppo "privo del principio femminile, conservativo, ecologico" e fondato "sullo sfruttamento delle donne e della natura".

India: autunno

Oggetto indiano in legno

Il verde dell'India

     Nel 1991 Vandana Shiva ha fondato Navdanya, un movimento per proteggere la diversità e l'integrità delle risorse viventi, specialmente dei semi autoctoni (native seeds) in via di estinzione a causa della diffusione delle coltivazioni industriali. Nella visione di Vandana Shiva, la riproduzione femminile e la riproduzione agricola sono due processi vitali che hanno la stessa capacità di sottrarsi e di resistere alla mercificazione. La possibilità delle donne di concepire e la possibilità dei semi di autogenerarsi sono entrambi processi naturali gratuiti, dove la legge del mercato è stata costretta a fermarsi. Ma come le donne sono state lentamente espropriate, attraverso la scienza maschile occidentale del loro corpo e del sapere sul loro corpo, così i contadini vengono espropriati del sapere sui loro semi.

     Nel mondo sviluppato, il primo passo nella direzione della espropiazione è stato proprio quello di introdurre piante sterili costruite attraverso la biotecnologia in laboratorio, per aumentare la produttività e, in teoria, per limitare l'uso dei pesticidi. In realtà questa perdita di diversità biologica fa sì che le coltivazioni siano invece molto più vulnerabili agli attacchi dei parassiti e soprattutto costringe i coltivatori a ricomprare i semi per ogni semina. Come se non bastasse, le multinazionali agro-chimiche si impossessano dei semi selezionati dal lavoro millenario dei contadini del Terzo mondo, per analizzarli e registrarli con un vero e proprio brevetto, per rifarli in laboratorio e rivenderli a caro prezzo o obbligare i contadini di quegli stessi paesi a pagare il "diritto d'autore" dei semi, al momento della semina.

     Anche per aver denunciato tutto questo Vandana Shiva è stata premiata nel 1993 con il "Right livehood award", ritenuto il Premio Nobel alternativo.
Nello stesso anno ha scritto
Monocultures of the Perspectives on Biodiversity and Biotechnology, pubblicato in Italia col titolo Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, una raccolta di cinque saggi che riflette sulle cause della scomparsa della diversità e sulle sfide da vincere per contrastarla. In questo lavoro la scienziata sostiene che la diversità vivente della natura è un'alternativa alla monocultura, all'omogeneità e all'uniformità e corrisponde alla diversità vitale delle culture come fonte di ricchezza.

     Nei saggi sulla biodiversità e sulla biotecnologia scritti come documenti di lavoro per la Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, Vandana Shiva denuncia gli interessi che stanno dietro le biotecnologie, contesta che queste possano migliorare le specie naturali e sottolinea i problemi etici ed ambientali che esse pongono.

Nel 1995 ha scritto insieme all'economista tedesca Maria Meis il libro Ecofeminism, dimostrando ancora una volta che donne di culture diverse possono capirsi e lavorare insieme. Nel 1999 ha pubblicato Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi locali. E' del 2001 il testo Vacche sacre e Mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali. Vandana Shiva è attualmente considerata la teorica più significativa dell'ecologia sociale ed è una dei leader dell'International Forum on Globalization.

Tratto da "Donne di Scienza. 50 biografie dall'antichità al duemila" di Sara Sesti e Liliana Moro.
Milano, Edizioni Pristem - Università Bocconi, 1999  

 

Opere

a cura di Maria Antonietta Pappalardo

Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990; 

Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, 1995

Biopirateria, Cuen, Napoli 1999

Vacche sacre, mucche pazze, DeriveApprodi 2001

Campi di battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale, Edizioni Ambiente, 2001

Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo sviluppo)

Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, 2002

Le guerre dell'acqua , Feltrinelli, 2003

 

Schede informative sulle opere


  
Sopravvivere allo sviluppo

 

offre un'analisi degli effetti del modello di sviluppo occidentale da un punto di vista femminista ed ecologista, mettendo in relazione quattro aspetti tra loro interconnessi:

·  la natura

·  la donna

·  la distruzione ecologica

·  l'emarginazione femminile
       Le tesi della scienziata indiana possono essere così riassunte. La conoscenza scientifica moderna e lo sviluppo economico nati dalla rivoluzione scientifica in Europa hanno trasformato la natura in macchina (capp. primo e secondo). Lo sviluppo, o meglio il "malsviluppo", invece di rispondere ai bisogni essenziali, minaccia la sopravvivenza del pianeta. Nella cosmologia indiana non c'è dicotomia fra principio femminile e maschile, ma un equilibrio in cui uomo e donna sono un binomio dialettico in armonia (cap. terzo). Il legame tra sviluppo e scienza, inteso come massimizzazione del profitto, che ha distrutto il sistema di equilibrio indiano e impedito il rispetto della natura nelle sue differenze, sta distruggendo l'ecologia del pianeta (capp. quinto e sesto). 

      Come rispondere a questa devastazione? Mentre la distruzione è aggressiva dunque visibile, l'equilibrio e l'armonia non sono visibili, si sperimentano. Il mantenimento della vita ad opera delle donne nella tradizione indiana si basa su questa attività invisibile. 

      Una visione femminile (anche nell'uomo) dunque, permette di vivere in una logica della sopravvivenza, in cui alla pianificazione a breve termine si sostituisce una visione di lungo periodo (cap. settimo). "Le donne del Terzo Mondo hanno conservato quelle categorie di pensiero e di azione che rendono possibile la vita e quindi la giustizia e la pace. In tutto il mondo, i movimenti ecologisti, i movimenti femminili e quelli pacifisti possono ispirarsi a queste categorie in quanto forze di opposizione e sfida alle categorie dominanti del patriarcato occidentale, che oggi governa il mondo in nome dello sviluppo e del progresso, ma al tempo stesso distrugge la natura minacciando così la vita di intere culture e comunità." (Introduzione, XXX)

 

 

   Vacche sacre, mucche pazze

 

      La famosa scienziata Vandana Shiva, che partecipa ai grandi meeting no global, in questo libro parla delle interazioni tra il libero commercio mondiale e la qualità dei cibi che mangiamo. Accusa le multinazionali, attraverso una documentazione interessante e un linguaggio appassionato, di imporre alimenti tossici ai popoli della terra con strumenti culturalmente inappropriati. Reclama, facendo proposte realizzabili fin da domani, il diritto ad un cibo sano autogestito.

 

 

Campi di battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale

 

      Il dibattito sull'impiego dei prodotti dell'ingegneria genetica in agricoltura è caratterizzato dall'insistente ricorrere di argomentazioni che diventano quasi luoghi comuni. Una di queste presenta gli organismi geneticamente modificati come una sorta di soluzione miracolosa per il problema della fame nel mondo. In questo volume Vandana Shiva ripercorrere le ragioni che sottendevano l'impostazione del modello agricolo industrializzato della 'rivoluzione verde' e quelle che oggi vengono portate a sostegno del biotech. E con tenacia le smonta, svelando i fallimenti e i nuovi rischi proposti da un'agricoltura pensata al di fuori dei contesti ambientali e sociali in cui verrà praticata, un'agricoltura che globalizza i costi ma non i benefici.

 

 

   Monocolture della mente

 

      Vandana Shiva avvia qui una riflessione sulla protezione della biodiversità, sulle implicazioni della biotecnologia e sulle conseguenze per l'agricoltura della preminenza a livello mondiale del sapere scientifico occidentale, una riflessione che affronta in un quadro unitario i problemi dello sviluppo, dell'ambiente e della posizione delle donne nella società. Il pensiero scientifico occidentale ha portato a un sistema di monocoltura che viene oggi imposto al Sud del mondo a spese delle tradizionali esperienze indigene, più fondate ecologicamente e in grado di garantire un'agricoltura e un allevamento realmente sostenibili. Largo spazio è dedicato nel libro alla distruzione attualmente in corso della foresta tropicale, sostituita da monocolture introdotte nel nome della produttività, e ai processi d'impoverimento e cancellazione del tessuto sociale che si traducono in un inevitabile isterilimento dell'ambiente.

      Nel discutere i limiti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Biodiversità del 1992 (riportata in appendice), l'autrice denuncia gli interessi che stanno dietro le biotecnologie, ne contesta le pretese di migliorare le specie naturali e sottolinea i problemi etici e ambientali che esse pongono.

 

 

   Biopirateria

 

      Il punto di partenza dell'analisi di Vandana Shiva è il fatto che la colonizzazione sia oggi più che mai all'opera e continui a minacciare l'ecologia del pianeta nascondendosi dietro nuove forme; il capitale, scrive la filosofa indiana, cerca nuove colonie: gli spazi interni del corpo delle donne, le piante e gli animali (la biodiversità).
      Si tratta di un processo di colonizzazione perché al centro di ogni scoperta ci sono atti di pirateria: i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale sono il modo in cui, cinquecento anni dopo Colombo, l'espropriazione, ugualmente violenta, viene resa naturale;
la biodiversità viene così ridefinita innovazione biotecnologica per far apparire meno discutibile la brevettabilità delle forme di vita e nascondere questo processo.

 I diritti di proprietà intellettuale infatti si basano su un concetto molto restrittivo di innovazione perché trasformano diritti comuni in diritti privati e innescano un processo che si fonda sull'esclusione delle idee e delle innovazioni che nascono nei commons intellettuali; in questo modo distruggono la diversità intellettuale quando si suppone rappresentino una ricompensa e un riconoscimento della creatività.
      Essi trasformano in proprietà privata il sapere prodotto in ambito pubblico e lo riconoscono come sapere solo quando la conoscenza e l'innovazione generano un profitto, e non quando conoscenza e innovazione rispondono ai bisogni sociali; così i fini della creatività divengono profitto e accumulazione, e il concetto di bene collettivo perde valore perché il denaro è l'unico metro del valore scientifico.

 

 

 

   Il Mondo sotto brevetto

 

      Il libro e' una denuncia contro la politica americana dei brevetti applicati ovunque e in ogni campo (perfino su animali e vegetali), che costituisce il primo passo verso il monopolio. L'opinione della Shiva è che il mondo ha il diritto di vivere senza brevetto. L'idea di proprietà intellettuale è sbagliata, perché impoverisce la società - soprattutto nel terzo mondo - a livello etico, ecologico ed economico. Un solo esempio: all'inizio degli anni '80 John Moore si rivolse all'ospedale della University of California per farsi curare un cancro alla milza. Nel 1984 il dottore che lo aveva in cura brevettò una sequenza del suo Dna senza chiedergli l'assenso e la cedette alla Sandoz. 

      Le stime dell'effettivo valore economico di questa sequenza superano oggi i tre miliardi di dollari. La vicenda di Moore e del suo Dna è una conseguenza della brevettabilità degli organismi viventi, che discende dall'accordo sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio (Trips) firmato in sede Wto. I brevetti negano il sapere in quanto fenomeno collettivo che procede per accumulazione e favoriscono diritti privati che attribuiscono le innovazioni a singoli individui. In questo equivoco c'è il fondamento della bio-pirateria, cioè l'utilizzo dei sistemi di proprietà intellettuale per legittimare il possesso e il controllo esclusivi di risorse, prodotti e processi biologici. Ma questi sono usati da secoli nelle culture non-industrializzate, le quali, all'improvviso, sono private dell'enorme ricchezza della propria biodiversità, spesso unica loro garanzia di sussistenza. 

 

 

   Le guerre dell'acqua  

 

     Il libro si apre, ironicamente, con una nota citazione di Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale che nel 1995 espresse una previsione inquietante: "Se la guerre di questo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo prossimo avranno come oggetto del contendere l’acqua". Ma la retorica dell' “oro blu” sbandierata dai paladini del neoliberismo cela la vere cause della scarsità d’acqua: quelle che la scienziata chiama “lo sviluppo distruttivo” e “l’ecologia del terrore”. Ovvero l’interruzione del ciclo dell’acqua attraverso la deforestazione, l’attività estrattiva, la diffusione dell’agricoltura industriale esportata dalla Rivoluzione Verde nei paesi del Sud, la sostituzione dei sistemi di conservazione e distribuzione delle comunità locali con l’assunzione statale del controllo delle risorse idriche, la deviazione dei fiumi e la costruzione di faraoniche dighe. 

      Nei fatti, dice Vandana Shiva, le guerre dell'acqua non sono di là da venire: esse sono già in corso in Israele, India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana e Stati Uniti. Sono per ora conflitti politici celati o repressi. Per esempio, nel Punjab una delle ragioni del conflitto che negli anni ottanta ha provocato oltre quindicimila morti è stata il continuo disaccordo sulla spartizione delle acque del fiume. Poi hanno attribuito gli eccidi e gli scontri alla rivolta sikh. Chi controlla il potere preferisce mascherare le guerre dell’acqua travestendole da conflitti etnici e religiosi. Sono travestimenti facili perché le regioni lungo i fiumi sono abitate da società multietniche che presentano una grande diversificazione di gruppi umani, lingue e usanze.

 

 

La pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 26 maggio 2005

 

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