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"POTERE CON" O "POTERE SU"


La riflessione di Mary Parker Follett e l’idea di democrazia partecipativa

di Alessandra Lorini

 

Il volume di Raffaella Baritono "La democrazia vissuta" ricostruisce la biografia intellettuale di Mary Parker Follett, intrecciando le teorie politiche dell’America degli inizi del Novecento alle tensioni vissute da una generazione di donne – alla quale la Follett apparteneva – che affermarono la propria visibilità e autorevolezza pubblica come "esperte" ma anche come portatrici della differenza di genere.

      In questo mio intervento, prendendo spunto da questo stimolante lavoro di Baritono, cercherò di mettere a fuoco il concetto di democrazia vissuta, proponendo una lettura a tre livelli: 1) l’intreccio tra alcuni eventi storici dei quali la generazione della Follett fu testimone e le nuove definizioni di democrazia del periodo progressista; 2) la differenza di genere nel rapporto tra scienze sociali e democrazia; 3) un confronto tra il rapporto individuo-gruppo teorizzato dalla Follett con quello emergente nella riflessione di Hanna Arendt sulla segregazione razziale negli Stati Uniti degli anni cinquanta.


      Quando nasce Mary Parker Follett, in Massachusetts nel 1868, è da poco finita la guerra civile, coi suoi seicentomila morti, il Sud devastato, i neri liberi dalla schiavitù ma senza nessuna certezza che dalla libertà conquistata scaturisca la sicurezza economica e la cittadinanza politica. Nello stesso anno e Stato nasce il leader afroamericano W.E.B Du Bois, la cui critica radicale alla democrazia americana, che ricostruisce il Sud e riconcilia il paese a spese dei diritti umani e civili degli afroamericani, resta una delle più acute ed efficaci per tutto il Novecento.

 

   Pochi anni prima o dopo nascono anche Jane Addams, Ida Wells Barnett, Mary Ovington, Elsie Clews Parsone ed altre donne che si impegneranno nel social work e nella teorizzazione di una scienza sociale attiva, capace di costruire un discorso pubblico antirazzista e ugualitario.

 

Questa generazione è testimone di eventi quali la grande esposizione colombiana di Chicago del 1893, teatro straordinario della rappresentazione delle gerarchie razziali e politiche e della spinta espansionista che gli Stati Uniti seguiranno a fine Ottocento, entrando in guerra contro la Spagna e ottenendo il controllo delle Filippine, di Puerto Rico e Cuba.

È una generazione che assiste all’infuocato dibattito che organizzazioni come la Lega Anti-Imperialista promuovono scuotendo il paese sulle contraddizioni tra i fini della democrazia e la sua imposizione con la forza, schiacciando con la violenza il movimento indipendentista delle Filippine.

È anche una generazione che ha di fronte i grandi conflitti sociali e razziali dell’ultimo decennio dell’Ottocento, i grandi scioperi industriali e il fenomeno crescente del lynching, che l’opinione pubblica nazionale minimizza come fenomeno di "arretratezza" ma che si rivela invece un campanello di allarme di contraddizioni drammatiche tra teorie democratiche e radici della violenza sociale.

Angela Davis

 

      I primi due decenni del Novecento, il "periodo progressista", vedono il grande e lungo sciopero nel 1909-10 delle "20.000" sartine di New York, giovani operaie immigrate che si unirono all’International Ladies Garment Workers Union, lo stesso anno in cui viene fondata, sempre a New York, la più importante organizzazione interrazziale del paese, la National Association for the Advancement of Colored People, che fa del "Negro problem" un problema centrale della democrazia americana e non solo del Sud. Poco più di un anno dopo, il 25 marzo 1911, ancora a New York, un incendio distrugge la Triangle Shirtwaist Factory: muoiono 146 delle 500 ragazze che vi lavoravano, quasi tutte immigrate ebree dell’Europa centrale e italiane.


     L’opinione pubblica è sconvolta dalle scene di ragazze che cercano di sfuggire alle fiamme buttandosi giù dalle finestre del decimo piano, perché l’uscita di sicurezza era stata chiusa dal padrone per impedire che uscissero prima della fine dei turni. Questi eventi laceranti che entrarono nella memoria del movimento operaio internazionale portarono, di lì a pochi anni, alla giornata dell’8 marzo come International Women’s Day, per incidere nella memoria collettiva questi ed altri eventi tragici. Nel 1912 la generazione della Follett sarà testimone del grande sciopero tessile di Lawrence, nel Massachussets, come nel 1917 della propaganda bellica per la preparazione del pubblico americano all’entrata nel conflitto mondiale.

 

      Gli intellettuali erano profondamente divisi sul rapporto tra democrazia e guerra. Riviste come la "New Republic" si schierano a favore, gli intellettuali socialisti, con alcune eccezioni importanti, si schierano contro. Ma le fratture si moltiplicano davanti al "Massacro di St. Louis, Missouri", del luglio del 1917, dove 125 afroamericani furono brutalmente uccisi da gruppi di scioperanti perché usati dai datori di lavoro come strike breakers.

Una suffragette arrestata

     L’opinione pubblica si divide profondamente anche sulle misure liberticide prese dal governo, come l’Espionage Act, del giugno 1917, che punisce chi condanna la guerra, e il Sediction Act, del 1918, che punisce le opinioni ritenute sleali o "antipatriottiche" (per "insulto" alla bandiera americana o alla divisa dell’esercito furono condannate 1.500 persone). Alla fine della guerra la "Paura Rossa" attraversa il paese e comporta ulteriori restringimenti delle libertà democratiche individuali e di gruppi, ora definiti un-American o anti-American, come gli Industrial Workers of the World.

     Per intellettuali come la Follett e Du Bois, entrambi allievi del filosofo pragmatista William James, la testimonianza di questi eventi si traduce in una definizione pragmatica, fortemente attiva, della democrazia: un processo, non un fine, in cui l’individuo è un essere sociale costituito da una pluralità di esperienze.

L’individuo – sessuato, diremmo oggi, e portatore di identità molteplici – vive la democrazia partecipando alla sua trasformazione e al suo ampliamento: "Il problema della democrazia", scriveva la Follett, "è sviluppare il potere attraverso l’esperienza e l’intreccio di tutte le attività concrete della nostra vita quotidiana". Nella definizione teorica della democrazia della Follett non c’è separazione tra teoria e prassi: è una democrazia partecipativa, la cui natura è diversa rispetto a quella dei numeri espressa dal sistema dei partiti politici.


      L’analisi che Baritono ci offre del complesso pensiero della Follett ci rivela una progressiva definizione di democrazia intesa non come organizzazione politico-istituzionale ma come metodo, come processo d’espansione delle volontà individuali. È un processo, non un fine, in cui il gruppo che rappresenta l’armonia si contrappone alla folla che agisce all’unisono e alla massa che è indifferenziata.


Ma vi è anche, implicita, una definizione prescrittiva del comportamento individuale. Infatti, l’individuo relazionale della Follett, come membro di un gruppo, deve essere attivo in modo costruttivo: deve cioè scoprire e contribuire con ciò che lo distingue dagli altri, con la sua differenza. Questo ruolo attivo, partecipativo, definisce anche il ruolo degli "esperti" in una democrazia. Ma come si rapportano gli esperti al popolo? È questa forse la domanda che mette a fuoco la ricchezza e l’attualità del pensiero della Follett.

 

      In primo luogo la distinzione che stabilisce tra i concetti di power with e power over. Mentre il primo esprime una forma di potere relazionale, il secondo è il potere come dominio. E in questa differenza entra in gioco il rapporto tra specificità di genere e teorizzazione politico-sociale. In altri termini, la soggettività della Follett, quale donna di quella generazione, appartenente alla classe media di origine anglo-scoto-irlandese, incide sul suo modo di essere scienziata sociale.


     È significativo che il suo percorso intellettuale avvenga fuori dal mondo accademico e che esprima la volontà di bruciare tutte le sue carte relative alla sua vita privata, elementi che si ritrovano in altre donne della generazione precedente alla sua che si muovevano in un universo intellettuale maschile. Come altre Mary Parker Follett scrisse articoli firmandosi "M.P. Follett", lasciando credere ai lettori che si trattava di un autore e non di un’autrice. Quella che molti definivano "una magra zitella bostoniana" sembrava centrare la sua elaborazione teorica sul concetto di relazione, celando l’apparente freddezza dei suoi rapporti familiari in quelle carte che fece bruciare.

New York, Una manifestazione per il voto alle donne ai primi del '900

Forse in questo rapporto sofferto di pubblico-privato si colloca la scelta della Follett di dedicarsi al social work invece che al lavoro accademico.
Era stata educata allo Harvard Annex (il college femminile che diventerà dal 1894 il Radcliffe College), come Du Bois aveva avuto come tutor lo storico Alfred Bushnell Hart ed era stata profondamente influenzata dalla filosofia di William James. Tuttavia, mentre Du Bois scelse inizialmente di stare in quella "torre d’avorio" accademica quale scienziato sociale pragmatista – dalla quale però si ritirerà per dedicarsi a un ruolo più attivo e incisivo osservando con orrore che non si poteva essere "uno scienziato sociale calmo, freddo e distaccato quando i Neri sono linciati, assassinati e affamati" – la Follett si dedicò al social work.

È una scelta questa comune ad alcune donne intellettuali della sua generazione educate in college femminili dove la superiorità morale femminile viene esaltata e l’idea di maternità si dilata come valore sociale.

 

       Se l’antropologa vittoriana Alice Fletcher costruì il suo ruolo pubblico come "madre degli Indiani", ora la Follett diventa la "madre" della scienza manageriale, passando prima dalla pratica del lavoro sociale quale pratica democratica, o democrazia vissuta.


      È da questa esperienza che partono le sue riflessioni teoriche della fase successiva. Sono i community centers in cui lavora i laboratori in cui vede gli individui sviluppare il senso di autocoscienza attraverso e non semplicemente nelle comunità in cui vivono. È da qui che si afferma la sua convinzione che il coinvolgimento attivo parte dal livello locale per poi raggiungere il livello più alto della politica. Come Jane Addams nella sua esperienza a Hull House, con i musei del lavoro e i playground per i figli degli immigrati, anche la Follett aveva una grande fiducia nella capacità taumaturgiche dei processi sociali e comunicativi.


      È per questo che a differenza degli scienziati sociali maschi, che dominavano il mondo accademico separato dalla società, per donne scienziate sociali come la Follett il rapporto tra oggettività scientifica e riforma sociale era inscindibile: la scienza non è solo osservazione ma anche esperimento sociale. Ciò andava contro lo scientismo imperante, che esaltava l’elemento quantitativo, il culto del dato numerico, nelle teorizzazioni sociologiche, tracciando i confini maschili dell’accademia rispetto alla pratica femminile del social work. Lo stesso avveniva anche in altre scienze sociali come l’antropologia, dove i teorici erano uomini e le donne erano le etnografe che raccoglievano i frammenti delle esperienze umane nel "lavoro sul campo", scavando nelle menti, interpretando i silenzi, carpendo il "privato" delle tribù indigene.


      Lo stesso avveniva nella psicologia accademica, che all’inizio del secolo è un campo esclusivamente maschile, all’insegna delle teorie dell’efficienza e del behaviorism. I teorici del controllo sociale agli inizi del Novecento si interrogavano sulle loro riviste accademiche, tribune esclusivamente maschili, se i conflitti di classe e i conflitti razziali che attraversavano il paese fossero crescenti e inevitabili e gli psicologi applicavano in fase di mobilitazione bellica i test di intelligenza alle reclute, giovani immigrati stranieri o figli di immigrati, per poi applicarli alla selezione del personale industriale. Tuttavia, il rapporto con la scienza resta ambiguo per le donne di quella generazione e anche della generazione seguente.

 

Un’ambiguità che si esprime nella definizione di sentirsi "neutre" dal punto di vista del genere. In questo una riflessione di Baritono su un paragone tra una risposta della filosofa Hannah Arendt e la percezione che la Follett aveva di sé come donna-scienziata appare illuminante (p. 85).
La Arendt, prima donna filosofa, intervistata nel 1964 da una rete televisiva tedesca, alla domanda su come si sentiva nel fare una professione solitamente riservata agli uomini rispose di essere "all’antica" perché era convinta che esistessero attività che non si addicevano alle donne come "dare ordini" che erano all’opposto delle "qualità femminili". Ma nel suo caso il problema non si poneva: aveva fatto solo quello che desiderava fare. Anche la Follett, osserva Baritono, avrebbe potuto dare una simile risposta. In fondo la studiosa americana aveva fatto ciò che desiderava fare: vivere la democrazia, nell’accezione partecipativa che ne aveva dato, costruendosi un ruolo di esperta di una tecnica per superare i conflitti promuovendo l’integrazione.

La filosofa Hannah Arendt

 

      Ma se proseguiamo questo confronto con la Arendt ci si accorge, a mio parere, del limite della percezione di "neutralità" della scienza rispetto al genere dello scienziato e dell’applicazione della propria esperienza e teoria ad altre realtà. Un esempio di questo scarto è l’articolo della Arendt Reflections on Little Rock, che la filosofa esule negli Stati Uniti pubblicò nel 1959 sulla complessa controversia dell’integrazione razziale. Il caso, famoso, si riferiva alla ragazza di colore la cui foto comparve su "Life" (1957) mentre rientrava a casa da scuola insultata da una folla di ragazzi bianchi. La Arendt si poneva la domanda di cosa avrebbe fatto lei se fosse stata una madre nera o se fosse stata una madre di pelle bianca che viveva nel Sud.

 

      Esaminando la discriminazione razziale distinguendo nello spazio privato, sociale e politico, la Arendt concludeva che l’uguaglianza sociale non poteva essere imposta poiché aveva origine nelle istituzioni politiche e solo in quella sede poteva essere imposta per legge.


      In altri termini per la Arendt il problema era contenere la discriminazione razziale nella sfera sociale, impedendo che passasse nella sfera politica o in quella personale o privata. Per la Arendt il governo non aveva alcun diritto di interferire coi pregiudizi e le pratiche discriminatorie esistenti nella società ma aveva il diritto e il dovere di impedire che queste pratiche fossero legalmente applicate. Per questo era convinta che si dovesse cominciare a intervenire, invece che nel campo della segregazione scolastica, in quello delle esistenti leggi sui matrimoni misti che nel 1959 esistevano in 29 Stati dell’Unione.

 

      La sua esplicita presa di posizione contro l’integrazione scolastica forzata sollevò un’ondata di critiche da parte del mondo liberal e degli intellettuali afroamericani. Il fatto è che la Arendt partiva dalla sua esperienza di ragazza ebrea che i compagni di scuola facevano sentire indesiderata, condizione psicologica che per lei era più difficile da sopportare, in quanto problema di carattere sociale, che non un’aperta situazione di persecuzione, che era invece un problema di carattere politico. Secondo la Arendt, se fosse stata lei una madre nera del Sud, non avrebbe sottoposto i propri figli a una tale umiliazione. D’altro lato non accettava la posizione di quei liberals che ritenevano non realizzabile l’abolizione delle leggi contro i matrimoni misti a causa delle resistenze dei bianchi, convinta come era che il razzismo fosse ben diverso dal pregiudizio razziale. Ma tra le centinaia di interventi duramente critici che il suo articolo suscitò, la Arendt ne raccolse solo uno che le fece più tardi confessare che si era sbagliata e che aveva cambiato idea.
 

      Si trattava dell’intervento dello scrittore afroamericano Ralph Ellison, l’autore di Invisibile Man, il quale spiegava le critiche alla Arendt con la "olimpica autorità" con cui si poneva l’autrice che non coglieva la profondità dell’atteggiamento dei genitori di colore a tale riguardo. Questo punto attrasse l’attenzione della Arendt perché Ellison metteva a fuoco gli aspetti "eroici" impliciti nella battaglia di integrazione dei Neri, di gente che doveva vivere all’interno di una società di cui condivideva gli ideali senza essere da questa riconosciuti.


      La chiave di lettura dell’esperienza dei Neri era l’ideale di sacrificio, cosa che la Arendt non aveva colto, perché non aveva nessuna idea di ciò che passava nella mente dei genitori quando mandavano i loro ragazzi ad affrontare una tale ostilità. Era un "rito di iniziazione": il doversi confrontare con i terrori della vita sociale. Molti genitori neri chiedevano al ragazzo di affrontare questo terrore precisamente perché era un nero americano e, in quanto tale, ci si aspettava che imparasse a dominare le tensioni interne create dalla sua condizione razziale. Una richiesta che poteva apparire molto dura, ma se falliva la sua vita lo sarebbe stata ancora di più.

 

 Ora la Arendt aveva capito l’ideale del sacrificio individuale per una condizione di gruppo. Un aspetto che le era sfuggito perché usava le categorie che la sua esperienza soggettiva di ragazza ebrea europea le aveva suggerito. In altri termini, si era accorta che quei ragazzi neri non erano paragonabili ai ragazzi ebrei che aveva conosciuto in gioventù spinti dai genitori a entrare in gruppi nei quali non erano desiderati.Un’esperienza alla quale sua madre l’aveva sottratta e che ora la Arendt pensava applicabile ai figli dei Neri americani.

La filosofa statunitense aveva anche capito il significato di "nuda violenza", avendola vista in azione nella società americana dal 1959 al 1966, nel Sud come nel Nord: le grandi rivolte dei ghetti neri, le marce guidate dal reverendo King nel Sud, i tre studenti del Nord assassinati in Mississippi, tra i quali il figlio del giudice ebreo che nel 1941 aveva firmato i documenti di immigrazione della Arendt.

Forse anche la Follett se avesse vissuto l’esperienza della Arendt avrebbe accettato i limiti delle categorie politiche quando applicate al sociale. Comunque mai come ora la riflessione sul pensiero di questa straordinaria scienziata sociale americana che fa Baritono è attuale.

Martin Luther King e Malcolm X


      Oggi che il rapporto tra guerra e democrazia profondamente ridefinisce entrambi, in cui la crisi della democrazia rappresentativa sembra scavare un solco incolmabile tra le decisioni di pochi e i grandi movimenti, in cui i temi del dissenso e del consenso democratici si riducono spesso a televendite di opinioni espresse in un linguaggio calcistico, il richiamo della Follett all’idea di "potere con" opposto a "potere su" è di vitale importanza. È l’idea di un potere relazionale non basato sull’oppressione ma sul dialogo di identità diverse, una democrazia partecipativa che non si fonda sul confronto superficiale di opinioni ma scardina l’idea stessa di egemonia.

La democrazia o diventa partecipativa o si trasforma in post-democrazia.

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  Questa pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 1 settembre 2007

 

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