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G L I   I M P U T A T I  D E L  P R O C E S S O  S. M. E. 

Cesare Previti,  l'avvocato e faccendiere al servizio di Berlusconi

Silvio Berlusconi. imprenditore,attuale premier italiano

 Renato Squillante, uno dei magistrati romani corrotti

Ascoltato dai giudici di Milano l'ex magistrato romano ribadisce
la sua innocenza: "I soldi in Svizzera erano dei miei familiari"

Imi-Sir, Squillante si difende: "Non sono un corrotto"

 


"Con Previti telefonate per giocare a calcetto" 

L'ex capo dei Gip di Roma piange parlando dei figli

 


MILANO - "Non sono un corrotto". L'ex presidente dei Gip di Roma, Renato Squillante, ha ribadito la sua innocenza, come già aveva fatto sabato l'onorevole Cesare Previti. Squillante è stato sentito per circa tre ore in videoconferenza dai giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano per il processo Imi-Sir. Tre ore in cui l'ex capo dei Gip di Roma si è difeso, ha pianto parlando dei suoi figli ("li ho coinvolti in questa vicenda e hanno avuto la carriera stroncata") e ha ammesso di aver pensato al suicidio. "Sono contento perché, dopo sei anni, ho finalmente avuto la possibilità di difendermi e di respingere le accuse" è il primo commento alla fine dell'interrogatorio.

Gran parte dell'udienza è stata caratterizzata dallo scontro con il pm Ilda Boccassini che ha chiesto all'ex magistrato romano di dar conto delle telefonate intercorse tra lui, Previti e Pacifico. "Se lei pensa che nelle telefonate si sia parlato di quello che pensa lei, se lo tolga dalla testa", ha sbottato Squillante per poi spiegare che, in particolare, le telefonate con Previti (anch'egli imputato nel processo) si devono esclusivamente al calcetto che giocavano due volte la settimana. Nient'altro, visto che lui non si era mai interessato della causa civile Imi-Sir, "io ho fatto penale tutta la vita".

"Santa Madonna", ha tuonato Squillante contro la Boccassini, "sono innocente e la mia non è una condizione bella, sono una persona infangata di cui tutti parlano. Non sono quel corruttore di cui tutti parlano".

Il pm è andato avanti chiedendo all'ex magistrato dei suoi rapporti con Franco Berlinguer, avvocato che seguiva la causa Imi-Sir. Squillante ha risposto che si trattava di "uno scocciatore" e che le telefonate riguardavano sempre affari che Franco Berlinguer voleva fare nei Paesi dell'Est, in particolare a Mosca. E anche con il figlio di Rovelli c'erano dei rapporti, ha spiegato Squillante, per l'amicizia che c'era con il padre e perché il figlio era preoccupato della causa di cui però Squillante dice di non essersi mai occupato.

L'ex giudice romano ha sostenuto di aver saputo di una transazione nella vicenda Imi-Sir al Quirinale, quando era membro dello staff del Presidente Cossiga e Sergio Berlinguer, fratello di Franco, segretario generale. "Io presumevo - ha spiegato Squillante - che le parti fossero a conoscenza di quella transazione. Tanto è vero che in un'occasione ne parlai con Rovelli. Ma mi disse che non sapeva. Dall'atteggiamento di Rovelli pensai che in realtà lui ne fosse a conoscenza anche se non me lo voleva dire. Fu Sergio Berlinguer che mi suggerì di consigliare alla famiglia Rovelli l'avvocato Francesco Berlinguer. Io lo feci, e poi non ho più saputo nulla".

Quanto ai movimenti sui suoi conti bancari svizzeri, l'ex magistrato ha sostanzialmente ricondotto tutto a "necessità private". L'apertura dei conti era insomma per gestire il patrimonio della sua numerosa famiglia. Squillante ha ribadito, con forza, che i suoi figli in tutta questa vicenda non c'entrano nulla e che lui ha commesso errori di cui chiede scusa, riferendosi al fatto che questi capitali fossero all'estero.

Riguardo poi i movimenti, ritenuti sospetti dalla Procura, dell'estate del '94, Squillante ha detto che erano finalizzati a convogliare il denaro sui vari conti riconducibili ai figli in una sola società, la Forelia, che poi venne intestata alla nuora russa ("Mi pento mille volte di averla messa in mezzo", ha detto Squillante).

Nell'ambito di questa operazione, Dionigi Reginelli, il legale elvetico incaricato di operare sui conti, avrebbe fatto "un guazzabuglio", facendo investimenti di sua iniziativa. In questo modo, secondo Squillante, si sarebbe ingenerato il sospetto che si trattasse di versamenti in contanti provenienti dall'esterno mentre, in realtà, il denaro sarebbe già stato parte del patrimonio.

Nessun frutto di corruzione, quindi. Anche perché, rivendica a gran voce Squillante, "sarebbe sufficiente tirare le somme di quanto c'era prima e di quanto c'è stato dopo per capire che i conti tornano e che il resto sono solo illazioni".

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Le dichiarazioni di Lussemburgo sono una novità sui passaggi di denaro Fininvest-Previti-Squillante

Conti svizzeri e parcelle in nero le ammissioni del Cavaliere


di MARCO TRAVAGLIO

ROMA - "Ci sarà da divertirsi", annuncia Silvio Berlusconi in vista della seconda puntata delle sue "dichiarazioni spontanee", previste al processo-stralcio per l'11 giugno. Ed è probabile che sia così, dopo le singolari dichiarazioni dell'altroieri in Lussemburgo, poi subito rettificate in serata. Per la prima volta, dopo otto anni di inchiesta e 38 mesi di dibattimento, il Cavaliere ha parlato del vero oggetto del processo: non il prezzo della Sme, ma l'eventuale prezzo di due giudici, Squillante e Verde. E soprattutto il clamoroso bonifico di 434.404 dollari, che il 6 marzo '91 passa dal conto Polifemo (Fininvest) al Ferrido (Fininvest) al Mercier (Previti) al Rowena (Squillante). Berlusconi in parte rivela particolari inediti, in parte smentisce se stesso, in parte entra in rotta di collisione con le carte bancarie agli atti del processo.

Una banca in tribunale. "C'era una organizzazione che fungeva da banca, e che serviva tutti coloro che frequentavano il palazzo di Giustizia di Roma" (Ansa, 24 maggio, ore 18.37). "Il signor Pacifico eserceva un servizio finanziario per conto di clienti tra i quali diversi professionisti e magistrati. Questi servizi utilizzavano operazioni di compensazione in dare e in avere tra i vari clienti" (Ansa, 24 maggio, ore 22.23). L'"organizzazione" era dunque Pacifico. Il quale, al processo, ha specificato quale "servizio finanziario eserceva": trasportava di qua e di là dalla frontiera svizzera miliardi su miliardi per conto di amici, avvocati e almeno quattro giudici. Attività vietata fino al 1989 sotto il profilo valutario, e tuttoggi illegale sotto il profilo fiscale per le somme non dichiarate. Improbabile che lo facessero "tutti" . Quelli che risultano averlo fatto (e l'hanno anche ammesso) sono imputati a Milano. Parcelle in nero. "A un certo punto Fininvest ha continuato a pagare le parcelle per il lavoro estero allo studio Previti: quei 500 milioni sono stati uno dei tanti pagamenti... Noi abbiamo versato a una banca" . Attenti a quel "noi". Dal 1995, quando il pool di Milano cominciò a indagare su All Iberian, la società-madre del sistema off-shore del gruppo Berlusconi, la cosiddetta "Fininvest parallela", Berlusconi e i suoi portavoce hanno sempre negato di avervi a che fare. Anche perché da quei conti partirono anche i 23 miliardi finiti sui depositi personali di Bettino Craxi. Ma il Cavaliere niente, tetragono dinanzi a ogni accusa di falso in bilancio: "All Iberian? Mai conosciuta" (7-12-2000). Ora, all'improvviso, indietro tutta. Tre auto-smentite in un colpo solo: i conti Polifemo e Ferrido, e dunque la Fininvest occulta, sono roba sua; Previti veniva pagato con oltre 10 miliardi in nero, estero su estero (con conseguente evasione fiscale, sia di Previti sia di "noi" , cioè Berlusconi e sue aziende); i bilanci Fininvest erano falsi, visto che quelle "parcelle" non furono registrate.

Le spese di Cesare. "Se questi soldi fossero andati a Squillante, non li avrebbe ricevuti Previti, che invece ha dato prova di averli ricevuti, di averli spesi. Ci sono tutte le prove per tabulas". Ancora sui 500 milioni (434.404 dollari) targati Fininvest del 6 marzo '91, operazione con riferimento in codice "Orologio". Previti dice che Pacifico glieli portò in contanti in Italia, per le sue spese; e ne versò poi altrettanti a Squillante per fatti suoi. Ma Dionigi Resinelli, il vicedirettore della sua banca, la Darier Hentsch di Ginevra, giura in tribunale che Squillante aspettava con ansia quel denaro: "Mi aveva preannunciato l'arrivo dell'importo dalla Darier Hentsch (cioè da Previti). In precedenza avevamo concordato il riferimento Orologio" . E poi il riferimento per le "compensazioni" di Pacifico era "Oceano" . Solo quella volta Previti usò "Orologio" . Perché quel bonifico era per un altro: Squillante. Che infatti ricevette la somma nel giro di un'ora. Ora Berlusconi sostiene che Previti ha documentato spese per 500 milioni. Ma non è così: l'avvocato porta "pezze d'appoggio" originali, del 1991, per spese inferiori ai 30 milioni. Per il resto, solo dichiarazioni di artigiani, muratori, antiquari e personaggi vari che oggi dicono di ricordare di aver avuto soldi da Previti nel '91 per un totale di 500 milioni. Una sorta di autocertificazione a posteriori. Senza alcuna prova che i 500 milioni fossero gli stessi del triangolo Polifemo-Ferrido-Mercier.

Prove sparite e false. "Una parte della magistratura nasconde prove a favore, crea prove false" . Le presunte "prove a favore" sono gli interrogatori dei giudici D'Angelo e Casavola. Ma nessuno li ha "nascosti": noti in copia al processo Sme, fanno parte di un altro procedimento, a carico di Squillante, a Perugia. La cosiddetta "prova falsa" è la famigerata bobina del bar Mandara, su cui indaga la Procura di Perugia su denuncia di Previti e Squillante, per una presunta manipolazione. Comunque non contiene accuse a Previti e Berlusconi. E con l'eventuale manipolazione la "magistratura" non c'entra: a Perugia non c'è alcun magistrato indagato.

(26 maggio 2003)

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Silvio Berlusconi e Bettino Craxi alla fine degli anni '80

Un quadro dedicato a Ilda Boccassini

Il pool di "Mani pulite" nei primi anni '90: Di Pietro, Colombo e Davigo.

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Il collegio milanese stralcia la posizione del premier
La decisione dopo l'ennesima richiesta di legittimo impedimento

Sme, Berlusconi  processato a parte

Boccassini: "Previti è un bambino viziato. Non risentirò Prodi e Amato, su di loro accuse diffamanti"

MILANO - Silvio Berlusconi sarà processato a parte. Al processo milanese per la Sme la posizione del presidente del Consiglio è stata stralciata rispetto a quella degli altri imputati. "Non era possibile mantenere l'unità del processo - spiega la motivazione - che non può continuare nell'incertezza a causa degli impegni del premier". La decisione presa dal collegio della prima sezione penale arriva, infatti, dopo il quinto rinvio dell'udienza, a causa degli impegni istituzionali addotti dal premier. Un continuo slittamento criticato dal pm Ilda Boccassini: "Emerge chiaramente che vi è una volontà precisa di Silvio Berlusconi di non presentarsi in dibattimento".

La decisione del collegio milanese pare anticipare e, in qualche modo, influire anche sul lodo Maccanico, escludendo la posizione di Berlusconi e consentendo la prosecuzione del processo per gli altri imputati, tra i quali Cesare Previti. Non a caso i legali dei due imputati avrebbero preferito che si bloccasse l'intero processo in modo da evitare che si arrivasse a una seconda sentenza di condanna per Previti, nel timore che questa assumesse un significato anche nei confronti del capo del governo.

Che accadrà adesso? Il processo proseguirà senza il legittimo impedimento di Berlusconi che lo aveva rallentato per molti giorni. La prossima udienza è stata fissata al 23 maggio alle ore 10.00 e, in quella occasione, il pm Boccassini dovrebbe cominciare la sua requisitoria.
I giudici hanno respinto tutte le richieste di prove testimoniali e hanno disposto l'acquisizione solo di alcune prove documentali. Per quanto riguarda Berlusconi i giudici della prima sezione penale hanno quindi rinviato l'udienza al 19 maggio prossimo per formulare un nuovo calendario processuale.

Intanto Ilda Boccassini si affretta a dire no a tutte le richieste dei difensori degli imputati del processo Sme e in particolare a quella di un interrogatorio di Cesare Previti. "Si è dato già troppo spazio - attacca il pm - e se posso fare una battuta è come il primo figlio, un bambino viziato a cui si sono date tutte vinte". Parole che provocano una protesta formale da parte dei difensori del senatore forzista.

Poi la Boccassini torna sul processo e lo fa per dare voce alla propria contrarietà a risentire in aula Romano Prodi e Giuliano Amato. "Non possono riferire - spiega - nulla in più di quanto è già stato detto. Se poi questo è un modo per dare voce in aula ad accuse generiche, inconsistenti e diffamanti questa è una discussione in cui non entro".

(16 maggio 2003)

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LO SHOW DI BERLUSCONI AL TRIBUNALE DI MILANO IL 17 GIUGNO 2003

Il sudato comizio, dopo il quale non ha accettato il contraddittorio con Ilda Boccassini.

L'ambientazione curata da Fininvest: l'Aula Magna e non l'Aula del Tribunale, 12 telecamere, 30 microfoni, claque alle spalle che assentiva e gridava "Sivio!Silvio!" al momento opportuno.

Prega e predica che, essendo il premier, "è più uguale degli altri" e che è una vergogna per il paese costringere un premier a venire in tribunale (sic!)

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17 giugno 2003

Anziché rispondere alle accuse attacca i giudici, Prodi, De Benedetti, Ariosto e Dotti
Comizio di Berlusconi in tribunale: "La legge è uguale per tutti, ma per me è più uguale perché io sono stato eletto dalla maggioranza degli italiani"


Il neoduce si rifiuta di rispondere alle domande del Pm in aula
 


Il 17 giugno, alla vigilia dell'approvazione in parlamento del "lodo Schifani", Berlusconi è comparso davanti al tribunale di Milano per la sua seconda "deposizione spontanea" in ordine al processo Sme, che lo vede coinvolto con l'accusa di aver corrotto i giudici per far fallire l'acquisto dell'allora azienda alimentare di Stato da parte dell'industriale De Benedetti.
Con la sicumera di chi sa di avere già in tasca il salvacondotto che lo mette al riparo da tutti i processi almeno finché rimarrà a Palazzo Chigi e forse anche oltre, e l'arroganza sfacciata dell'imputato che si erge ad accusatore ben sapendo che l'accusa non può rivolgergli domande ma solo stare ad ascoltarlo, il neoduce ha svolto il suo comizio di un'ora, sotto le telecamere delle sue televisioni, e poi se n'è andato rispondendo sprezzante al pm Ilda Boccassini, che gli ha chiesto se avrebbe accettato un interrogatorio sulle accuse che gli vengono contestate, che se i giudici vogliono interrogarlo devono venire a Palazzo Chigi, perché lui ha cose più importanti da fare.

Il comizio di Berlusconi era stato preparato con ogni cura, come uno show mediatico pianificato e diretto da una sapiente regia. Al neoduce era stato riservato il privilegio inedito di deporre nell'aula magna del tribunale, quella riservata alle cerimonie solenni. Una "sede anomala - ha osservato contrariata il pm Boccassini - questa è un'aula che è sempre stata usata per le celebrazioni". Allo show erano state riservate ben dodici telecamere e trenta microfoni, la cui dislocazione, come anche l'impianto delle luci, è stata gestita direttamente dai tecnici e dai curatori dell'immagine del neoduce, che hanno voluto perfino cambiare il tavolino a lui riservato, perchè "troppo piccolo". Non mancava neanche una nutrita schiera di manutengoli forzitalici a fare da claque al comizio del capo del governo e per sovrastare i suoi contestatori con cori assordanti di "Silvio, Silvio". Un'ambientazione, del resto, perfettamente coerente con la vanteria con cui il nuovo Mussolini ha sfacciatamente esordito, e cioè che se è vero che la legge è uguale per tutti è anche vero che egli è "un cittadino forse un po' più uguale degli altri, dal momento che la maggioranza degli italiani gli ha conferito la responsabilità di governare il Paese".

Al di sopra della legge
Sulla scia di questa arrogante premessa non ha esitato anzi ad attaccare frontalmente i giudici per avergli rifiutato l'udienza a Palazzo Chigi anziché a Milano (facoltà che gli sarebbe spettata come testimone, ma non come imputato qual è, ndr), perché - si è lamentato teatralmente adombrando un conflitto istituzionale a suo danno da parte del tribunale - "decidere che cosa possa essere accettato come impedimento e che cosa non possa essere accettato significa volersi sovrapporre al presidente del Consiglio su come debba governare il Paese. E questo lo trovo francamente inaccettabile".
Non contento ha invocato ancora una volta il suo ruolo politico per ergersi al di sopra della legge, quando ha rimproverato al tribunale che "non è uno spettacolo così degno che un premier si trovi imputato in un'aula di tribunale, perché ciò comporta una lesione del prestigio e dell'orgoglio dell'Italia. Io sono molto fiero del mio Paese. Buttando ombre e fango sul presidente del Consiglio si buttano ombre e fango sul Paese". Insomma, il danno all'immagine del Paese non sarebbe causato dal fatto in sé di avere al suo vertice un inquisito per gravi reati di corruzione, falso in bilancio, ecc., ma dal fatto che si tenti di applicare anche a lui la legge come a un qualsiasi altro cittadino. Davvero l'impudenza e l'arroganza di quest'uomo non hanno limiti! Ma del resto che cosa ci si poteva aspettare di meno, da chi sa che il più autorevole sostenitore della tesi che per salvare il "prestigio" del Paese occorreva bloccare i processi a carico del capo del governo, a costo di violare sfacciatamente la Costituzione, è nientemeno che il "primo cittadino" d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi?
Con queste certezze in tasca e senza possibilità di contraddittorio il comizio di Berlusconi si è potuto srotolare senza freni, evitando accuratamente di rispondere sui fatti per i quali è stato citato in giudizio, e cioè sui pagamenti dai conti esteri della Fininvest (ammessi anche dal funzionario Fininvest Livio Gironi) a conti di Previti e Pacifico, e da questi girati ai giudici Squillante e Verde per emettere un verdetto sfavorevole a De Benedetti sull'acquisto della Sme. In compenso ha sparato a zero e gettato fango su tutti quelli che lo accusano o che hanno testimoniato a suo sfavore, a cominciare dai magistrati inquirenti, che a suo dire hanno imbastito un processo in cui "manca il morto, manca l'arma del delitto e manca anche il movente", e alla cui base c'è solo "la fervida fantasia di chi ha inventato questo teorema", gettando su di lui "tonnellate di fango".

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L'inizio dello show di Berlusconi: con la claque alle spalle, le luci della sua Fininvest, il sudore che cola e l'eterno doppio petto difficile da abbottonare.

La magnifica espressione, concentrata e triste, di Ilda che ascolta il soliloquio del premier italiano.

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Da accusato ad accusatore
Ha attaccato Prodi (all'epoca dei fatti presidente dell'Iri, protagonista della vendita della Sme alla Buitoni di De Benedetti), fingendo malignamente di non volerne parlare per rispetto alla sua funzione istituzionale europea ("Mi hanno consigliato di non pronunciare il suo nome in aula, ma non è colpa mia se era presidente dell'Iri..."). E ha parimenti attaccato De Benedetti, ritornando sulla presunta tangente che costui avrebbe pagato alla DC in cambio del contratto Sme, comportandosi in tal modo - ha detto il neoduce cercando l'ironia ad effetto con una maldestra citazione di un celebre film - "come Totò che voleva comprare il Colosseo".
Una particolare perfidia, al fine di screditarla, il cavaliere piduista l'ha riservata alla principale teste a suo carico, Stefania Ariosto, e al suo ex fidanzato e allora capogruppo di Forza Italia Vittorio Dotti. La Ariosto (il teste "omega") è una "mentitrice" e una "mitomane", una poveretta "assediata dai creditori", che "si presentava come una contessina, quando sua madre era casalinga e suo papà un impiegato", ecc. ecc. Quanto a Dotti, che aveva confermato alcune testimonianze della Ariosto, ce l'aveva con lui perché per le sue ambizioni politiche puntava a un ruolo all'interno di Forza Italia "ove si potesse mettere nei guai il presidente".
Non solo Berlusconi non ha risposto a nessuna delle accuse contestategli, ma si è pure permesso di fare lo strafottente ironizzandoci sopra. Come quando, nel ripetere con impareggiabile faccia tosta la favola che i soldi dai conti esteri Fininvest a Previti erano "acconti sulla parcella", ha detto - come se questa fosse una prova inoppugnabile a suo discarico - che se avesse voluto fare dei pagamenti in nero non avrebbe certo usato bonifici bancari, ma sarebbe bastato che si "frugasse in tasca", dal momento che poteva contare su un patrimonio di centinaia e centinaia di miliardi.
E quando al termine del suo comizio ha raccolto le sue carte per andarsene, e la Boccassini lo ha fermato chiedendogli se fosse allora disposto ad accettare un interrogatorio sui precisi fatti a lui imputati, e cioé i bonifici esteri sui conti di Previti e Pacifico, Berlusconi si è permesso l'ultimo insulto al tribunale, rispondendo che se volevano interrogarlo dovevano venire a Palazzo Chigi. Il pm ha ribattuto che essendo lui imputato e non testimone, "l'unica sede istituzionale è il tribunale". Al che il neoduce, accampando "urgenti motivi" per rientrare a Roma, si è dichiarato disponibile a fare altre dichiarazioni il giorno 25, "perché - ha detto senza paura di apparire ridicolo - non credo debba esserci neppure un'ombra su chi rappresenta il governo del Paese". Ben sapendo, naturalmente, che per quella data Ciampi avrebbe già firmato l'infame "lodo Schifani" che lo salva dal processo Sme e dagli altri ancora pendenti.

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L'UNITA'

"Cesarone", l'uomo che non doveva cadere mai


di Vincenzo Vasile

 

Cesare Previti, un avvocato-imbroglione diventato deputato, che anche nel Parlamento imbroglia votando al posto degli assenti e....ride. Una scena raccapricciante, di cui alcuni milioni di italiani (non tutti) si sono vergognati.

 

È un’icona per l’Italia dei condoni. Per quelli che non pagano le tasse. Come ha scelto di dichiarare - non importa se per necessità difensiva - a quella famosa udienza del processo di Milano. E le precisazioni ulteriori non servono a chiarire, ma ammiccano a tutto quel mondo per cui Cesare Previti è e rimane un mito: «No, non sono un evasore». Su quei miliardi - s’è vantato - saldò la sua coscienza di contribuente con un condono tombale. E poi, sottilizzando: «Non sono un evasore perché il fisco non mi contestò mai quella somma». Guai a chiedergli come avrebbe dovuto fare il fisco ad accorgersene, se i miliardi erano inguattati dentro a un bel po’ di conti esteri, intestati a nomi di - poca - fantasia, come «Oceano» per quell’amicone dell’avvocato Pacifico, quello che faceva, chissà?, «le compensazioni delle compensazioni», (altra battuta celebre, incomprensibile ai più, consegnata ai verbali d’aula).

Pazienza se non ci si capisce un’acca. Nella difesa di Previti al processo di Milano la logica non c’entra. Conta l'immenso repertorio di battute criptiche, conta la montagna di «garbugli» da «azzeccare» manzonianamente - Corti da ricusare, fumi di persecuzione da agitare, termini da far scadere - per meritarsi una continua «standing ovation» dal popolo di quelli che ammirano coloro che non pagano le tasse. E adorano chi gli insegna il trucco. E magari sfottono l’altra metà d’Italia con le trattenute in busta paga. Non è un caso che Alberto Sordi si ispirasse a lui, per l’ultimo progetto che meditava, di un film che completasse la sua Storia-affresco della parte oscura degli Italiani. Gente che non paga le tasse. E quando parla, ci vuole l’interprete, per decodificare, sotto i baffi di una risata sorniona, il «messaggio».

Filippo Mancuso di «messaggi» se ne intende. A Cesare Previti attribuì un «simul stabunt, simul cadent» rivolto a Berlusconi. (Insieme staranno in piedi, e insieme rovineranno). Precisamente: l’avvocato forzista Michele Saponara, citato dall’ex guardasigilli, essendo «onestamente attento al divenire dell’eterna questione Berlusconi-Previti, mi dice di sapere per certo che la preoccupazione di quest’ultimo (Previti) intorno alle note procedure di Milano era giunta a un tale punto di esasperazione da inviare all’altro (Berlusconi) una missiva di certissimo contenuto ultimativo. Nella quale, Previti latineggiava l’allusivo avvertimento».

Simul? Insieme? O è vero il gossip che dice che Berlusconi e Forza Italia l’avrebbero deluso, e infine «scaricato»? Funzionerà quel motto di Mancuso come profezia, ora che «il divenire dell’eterna questione» sembra arrivato al capolinea?

L’interessato - se glielo chiedessero - si può scommettere che risponderebbe con un sogghigno. Ce l’ha stampato nella faccia. In quella faccia che - dice - si trova «sotto processo» a Milano. E quando stira il labbro inferiore in quello che normalmente dovrebbe essere un sorriso, hai un bel dirti che Lombroso le sparava grosse, e Grace Kelly con un volto angelico ne fece più di Carlo in Francia. Ma il chiamiamolo sorriso di Cesare Previti si porta dietro un bruciante ricordo: di quando, nella campagna elettorale del 1996, illustrò il programma di governo suo personale e della coalizione proclamando: «Non faremo prigionieri».

Tutto in nome della «cultura politica del maggioritario»? No, la sua, di cultura - la sua: di Previti - affonda radici altrove. Come l’interessato ammette quelle volte che ha i suoi lampi di sincerità. Allorché, e capita sempre più spesso, «esce al naturale». Esempio giudiziario: della pubblica accusa al processo di Milano ha affermato che gli procura «un conato di vomito». Traduzione piuttosto drastica della teoria di Montesquieu sulla divisione dei poteri: il «giudiziario» che giudica; la politica che, se inquisita, vomita…

«Cesare - confida uno che in Forza Italia è arrivato dopo gli anni ruggenti - è ancora legato a quella stagione ruspante, muscolare, del gliela faremo vedere. Che non trova più molto "audience" in certi salotti finanziari e nell’elettorato di centrodestra, logorato più di quanto non appaia dall’appello di legalità e di ordine dei girotondi. Tendenze "antemarcia" che Berlusconi ha annunciato ai suoi di voler mettere conseguentemente sotto traccia». Anche se - prima che i guai di giustizia si addensassero - proprio quest’avvocato civilista di origine calabrese occupò la tormentata casella di «coordinatore nazionale» (nel 1994, e si chiamava segretario politico) del partito di maggioranza.

È, dunque, ben comprensibile come mai dalle colonne del "Corriere" - le prime due colonne a sinistra, quelle dell’editoriale, quelle che pesano - partisse qualche tempo fa (per rimanere sinora inascoltata) l’invocazione a «mettere gentilmente, fermamente alla porta» cotesto «modello di cittadino». Il quale, se si parla dei lontani anni Settanta, non fa troppo il misterioso: «Ero così di destra, ma così di destra, che persino Gianfranco Fini, quando mi incontra, mi chiama "il fascista"». Oppure: «Da ragazzo ero missino, come tutti i borghesi romani…». Proprio tutti?

La domanda che sorge spontanea è perché Berlusconi se lo sia tenuto appresso, un tipo così. Per le ragioni inconfessabili cui allude Mancuso, connesse al processo di Milano? O anche per fraterni e antichi legami? Oppure avrà ragione un’altra transfuga di Forza Italia, la palermitana Cristina Matranga, che più semplicemente spiegò alla "Stampa" il 29 settembre 1994: «Dicono che Previti sia l’avvocato degli affari illegali di Berlusconi? È vero…».

La memoria di Previti, abbastanza disponibile a rivangare il passato remoto in camicia nera (seppure, puntualmente smentito dai superstiti del Pli, un giorno millantò d’aver fatto parte in gioventù della Direzione liberale), trascolora invece riguardo ai tempi più recenti. Spesso lui tira in ballo la fatalità. Scartabellando archivi si rileva, per esempio, che per via di un fonema palatale - per effetto della somiglianza del suono di una "D" e di una "T" - il suo nome fu associato alla loggia P2. A differenza di Berlusconi, (tessera 1816, codice E. 19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, data di affiliazione: 26 gennaio 1978), Previti non risulta nella lista che fu trovata nella villa di Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi. Ma davanti a Villa Wanda, residenza del Maestro Venerabile della loggia delle trame e dei misteri, alle ore 13,40 del 23 maggio 1988 una pattuglia della Digos annotò sul brogliaccio dei devoti visitatori un «avvocato Cesare Previdi, di Roma, senza documenti». Previdi, non Previti, si intende. Anche se c’è da dire che di «avvocati Previdi» non ne risulta neanche mezzo negli elenchi del Foro della capitale.

Si conoscono dagli anni Sessanta con Silvio, come un giorno ricordò lo stesso Previti, intervistato. Poi posticipò l’incontro, chissà perché, di un decennio. All’epoca di una complicata connection - madre di tutti gli affari - da cui Berlusconi intascò nientemeno che la villa di Arcore. Apparteneva ai marchesi Casati Stampa. Ma l’ultimo discendente maschio ebbe l’idea di tornare in anticipo nella sua casa romana al numero 9 di via Puccini, la sera del 30 agosto 1970, e imbracciando un fucile da caccia al cospetto d’una classica scena di adulterio, uccidere la moglie, Anna Fallarino e il picchiatore fascista Massimo Morenti, che i giornali dell’epoca definirono il «suo amante», e infine di togliersi la vita.

Il trentasettenne avvocato civilista Cesare Previti curò dapprima gli interessi degli eredi Fallarino, poi passò alla parte avversa, la marchesina minorenne Annamaria. Di cui diventò pro-tutore. Ricorderà, intervistato da Giorgio Bocca: «In quei giorni avevo avuto un lavoro dalla Edilnord di Silvio, e gli dissi: Berlusconi, lei deve farmi un grande piacere. Sì, e quale? Mi comperi la villa san Martino dei Casati Stampa ad Arcore. Ma, avvocato, che me ne faccio? Ho i miei affari in città. Venga a vederla. E alla fine lui mi fece una proposta tipicamente sua: Me la lasci provare, ci sono le vacanze di Pasqua… La provò e non se n’è più andato". La occupò, per nove anni fino all’80, senza fare alcun rogito, con la marchesina - residente nei Caraibi - che, ignara continuava a pagare le tasse, mentre l’imprenditore «parvenu» con la sua corte si installava nella villa portandovi pure uno stalliere mafioso, e la sottoponeva a radicali ristrutturazioni.

La villa diverrà la reggia e insieme il quartier generale berlusconiano. Mentre i primi passi del «miracolo italiano» di Berlusconi continueranno a portare per lungo tempo il segno della devota ed efficace assistenza della famiglia Previti. Sin dai primi passi di Silvio nel grande giro. Il padre, Umberto, commercialista missino di Reggio Calabria, romano d’adozione, risulta essere l’ultimo degli amministratori dell’Edilnord, la società sorta dal nulla in Svizzera, intestata alla cugina e alla zia di Silvio, e poi messa in liquidazione proprio dal padre di Cesare. E sarà sempre Umberto Previti a curare da quelle ceneri la nascita della Fininvest Roma e l’aumento del capitale sociale da 20 milioni a 50 miliardi. Cesare siede dapprima nel collegio sindacale della Fininvest srl. Si fa le ossa. Poi entra nei consigli di amministrazione della Standa, di Euromercato, di Mediolanum, assurge alla vicepresidenza della Fininvest Comunicazione e della Rti.

La resistibile ascesa coincide con una gran tessitura di pubbliche e private relazioni. In breve diviene il personaggio cruciale introdotto nella cerchia giusta, sempre a braccetto con influenti magistrati, intimo di Bettino Craxi, che in quel periodo con Berlusconi ha un reciproco e proficuo rapporto di sostegno. Ottiene la vicepresidenza della Selenia, industria bellica del gruppo pubblico Iri. Ristruttura una torre spagnola sull’Argentario. Compra uno yacht di 29 metri, il mitico Barbarossa. E spicca il volo. Figura da più di vent’anni nella hit parade dei contribuenti romani. Anche se poi si scoprirà che il grosso delle tasse non le paga, per sua stessa ammissione, spinto da necessità difensiva al cospetto delle accuse di corruzione. (Ma c’è chi vi vede anche una sfida e un’ammiccante rivendicazione verso tutto un mondo sensibile ai modelli dell’illegalismo diffuso).

Tasse che vanno, tasse che vengono. Gente che non le paga. Ma le fa pagare alla marchesina di turno. E a noi tutti. Come abbiamo visto, i primi passi del «cursus honorum» previtiano coincidevano,infatti, con quello strano rinvio alle calende greche del pagamento e del rogito per la villa di Arcore, che portò la marchesina Casati a sborsare l’importo delle tasse miliardarie dovute al fisco dall’acquirente. C’è da stupirsi se Oscar Luigi Scalfaro un tipo così non lo volle alla Giustizia, dove Berlusconi l’aveva piazzato nell’elenco originario del suo primo governo, quello del ’94? Ripiegò sulla Difesa, divenendo in questa maniera, seppur per breve tempo, il ministro dei Carabinieri. E proprio in quel periodo Previti ha detto ai giudici di Milano di aver risparmiato qualche miliarduccio, sottratto al fisco.

La storia successiva è nota, oggetto del processo. Molte delle scene raccontate nelle carte si svolgono proprio nei salotti dove regna Cesare Previti. Al Circolo canottieri Lazio, sul Lungotevere Flaminio, che è un po’ un suo feudo, avvenivano, secondo la superteste Ariosto, gli scambi di denaro con i magistrati. C’è quel siparietto da antologia con Renato che sbadatamente non ha preso la sua busta gonfia di banconote, e Cesare che lo richiama indietro: «A Rena’, te stai a scorda’ questa…». Battuta che fa il paio con un famoso «A Fra’, che te serve?», che veniva rivolto da un grande palazzinaro a un potente elemosiniere dc, quando sembrava che non dovesse mai finire la Prima Repubblica.
Traghettatore della Seconda, Previti - il metodo Previti - trasforma il mezzo in scopo, ed eleva a sistema quelle tecniche di evasione, quelle elusioni, quei raggiri di norme e codicilli, e le leggi ad hoc, e il calendario della Camera sfruttato per far saltare le udienze, e i mille illegalismi istituzionali. Non è un caso se «i luoghi di Previti» hanno fatto ancora fino a qualche tempo addietro da set per il film iper-realistico e soffocante che abbiamo vissuto. Lo studio legale di via Cicerone è il posto dove a un Antonio Di Pietro, stressato dalle inchieste e ricattato, venne offerto un ministero per farlo tacere. Ed è la sede dove grossi faldoni di «articolati» e di «emendamenti» di leggi concepite per cortocircuitare il sistema-giustizia vengono sfornati a getto continuo dagli sherpa per le commissioni parlamentari.

Uno dopo l’altro, gli espedienti, però, si sono risolti male, sia nel processo di Milano, sia - in fondo - in Parlamento. Non ha funzionato il previsto «tabula rasa» delle rogatorie internazionali. I giudici hanno interpretato con rigore le norme sul legittimo sospetto. Finiti i giochi di prestigio, la stella di Cesarone è via via impallidita, lanciando qualche bagliore assai poco rassicurante sull’impero di Arcore, che pure egli stesso aveva fornito di una reggia. Quel «modello di cittadino» è, in verità, per un decennio che - almeno cronologicamente - va a concludersi, il «modello» di certa Italia. Un paradigma di certa politica e di un blocco sociale, oggi non più solidissimo. Ma i due, quei due, crolleranno assieme? O divideranno le loro strade? Siamo così abituati a vederli in coppia, - il buon Mancuso parla di «una banda», e Previti nel tentativo di smentirlo gli ha ricordato di averne fatto parte - e non si riesce a immaginarli separati.

L’uno rovinato da una sentenza. L’altro aggrappato alla zattera di palazzo Chigi. Magari pronto a ghermire un’altra reggia, il Quirinale, con qualche nuovo sherpa al fianco, pronto ad offrirgli altro, indispensabile, «know how» per sfangarla a forza di trucchi e di gelidi sorrisi.

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