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D I C O N O   I N   I TA L I A   S U L  P R O C E S S O   S. M. E.

CHI ERA CONTRO GIOVANNI FALCONE : NOMI E COGNOMI FATTI DA ILDA BOCCASSINI

Da: www.rainews24.rai.it

"Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento. E' soltanto il più macroscopico paradosso della vita e della morte di Giovanni Falcone: la sua breve esistenza, come oggi la sua memoria, è stata sempre schiacciata dal paradosso, a ben vedere. Ce ne sono di clamorosi... Non c'è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E' stato sempre "trombatissimo". Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso".

Così Ilda Bocassini, la scorsa estate, ricordava Giovanni Falcone a 10 anni dalla sua morte: collega con il quale aveva condiviso una vocazione forte alla magistratura, vissuta come impegno civico totalizzante.

Oggi sostituto procuratore della Repubblica a Milano, ma napoletana di nascita, 53 anni, separata con due figli, la Bocassini non è personaggio da seconda linea. Impegnata nei processi di Mani Pulite e nelle inchieste sulla criminalità organizzata, per tutti nel Palazzo di giustizia milanese diventa ben presto "Ilda la rossa": appellativo che allude alla sua capigliatura, recentemente convertita ad un new look che ha sorpreso molti, e , secondo i maligni, alla sua fede politica. Ma prima di Milano, dei grandi processi di Tangentopoli, la sua carriera in magistratura ha alle spalle anni ancor più difficili, vissuti pericolosamente nella lotta alla mafia a Caltanissetta e culminati nell'inchiesta sull'omicidio Falcone.

E' lei a condurre buona parte delle indagini che risalgono ai materiali ed ai mandanti della strage di Capaci, è lei a raccogliere elementi fondamentali per fare chiarezza sulla strage di via D'Amelio. Coerente fino alla scontrosità, inflessibile nelle requisitorie, esigente con i collaboratori, a Milano si tuffa ben presto nell'inchiesta Duomo connection. Impermeabile al fascino dei riflettori, infastidita dai risvolti mediatici dei processi eccellenti che la vedono sostenere la pubblica accusa, è stata inserita dal settimanale francese L'Express fra le cento donne più potenti del mondo. Aspramente attaccata dai difensori degli imputati del processo Sme-Ariosto per la sua intransigenza, sfugge alle facili etichette di chi la inquadra politicamente e in una lunga intervista a Giuseppe D'Avanzo (Repubblica), nell'anniversario della morte di Falcone, ha toni polemici nei confronti di molti suoi colleghi, perché "la magistratura italiana addirittura scioperò contro Falcone nel 1991. Scioperò contro la legge che creava la Procura nazionale antimafia a lui destinata".

Abituata alla ricerca di chiarezza, fa nomi e cognomi: "Per bloccarne la candidatura (di Falcone all'antimafia, ndr.) - spiega - un togato del Csm,
Gianfranco Viglietta, di Magistratura democratica, esaltò in una lettera al presidente Cossiga l'"assoluta indipendenza" dell'antagonista di Falcone, Agostino Cordova, osservando che "i criteri per la nomina a importantissimi incarichi direttivi non prevedono notorietà o popolarità". Dunque, Falcone non era indipendente, ma solo "popolare" per Viglietta. Più esplicito in quell'accusa fu Alfonso Amatucci, anch'egli togato al Csm, per la corrente dei Verdi (cui pure Falcone aderiva). Scrisse al Sole-24 ore che Giovanni "in caso di designazione, avrebbe fatto bene ad apparire libero da ogni vincolo di gratitudine politica". Falcone era più o meno un "venduto" per Amatucci". E ancora, guardando a fuori il Palazzo, non risparmia dalle critiche esponenti di sinistra: "Leoluca Orlando Cascio (già sindaco di Palermo, ndr.), nel 1990, sostenne e non fu il solo, soprattutto nella sinistra che "dentro i cassetti della procura di Palermo ce n'è abbastanza per fare giustizia sui delitti politici". Quei cassetti, dove si insabbiava la verità sulla morte di Mattarella, La Torre, Insalaco, Bonsignore, erano di Falcone. Ritorna l'accusa di Amatucci e Viglietta: Falcone è un "venduto". Delle due l'una, allora. O quelle accuse erano fondate e allora non si beatifichi come eroe un magistrato che ha fatto commercio della sua indipendenza o quelle accuse erano, come sono, calunnie e gli artefici avvertano la necessità di fare pubblica ammenda. In dieci anni, non ho ancora ascoltato una sola autocritica nella magistratura e nella politica".  

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Antonio Di Pietro durante la manifestazione dei Girotondini, in cui chiese il referendum contro il Lodo Schifani.

Ferdinando Casini il giorno in cui fu approvato dal Parlamento l'anticostituzionale Lodo Schifani, legge varata per sottrarre Berlusconi al giudizio dei giudici  nel processo SME.

Il Pubblico Ministero Ilda Boccassini nel giorno in cui chiese le condanne per magistrati ed avvocati coinvolti nel Processo SME.

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Imi-Sir/Lodo Mondadori, il processo che pareva impossibile

L'UNITA' - di Antonio Cannata

Rinviata quattro volte, la sentenza del processo Imi-Sir arriva dopo 88 udienze. Il processo è partito dall'accusa di corruzione in atti giudiziari a carico dell' onorevole Cesare Previti, l'ex capo dei Gip di Roma, Renato Squillante, gli avvocati romani Attilio Pacifico e Giovanni Acampora, gli ex giudici romani Filippo Verde e Vittorio Metta, Felice Rovelli, figlio dell'ex presidente della Sir, e la vedova dell' industriale, Primarosa Battistella.

Sono due le tangenti finite nel mirino degli inquirenti. La prima di 67 miliardi di lire e relativa al giudizio Imi-Sir sarebbe stata versata dall'industriale Nino Rovelli. La somma sarebbe stata pagata, nell'arco di tre mesi durante il 1994, a Cesare Previti (21 miliardi), Attilio Pacifico (per 33 miliardi) e Giovanni Acampora (13 miliardi). Pari a 3 miliardi e 36 milioni di lire è, invece, la presunta tangente versata per il Lodo Mondadori

Secondo le ricostruzioni fatte dall'accusa sui complessi passaggi di denaro legati a questa somma, la tangente per il Lodo Mondadori sarebbe partita dai conti correnti riferiti alla società All Iberian per arrivare sul conto estero di Cesare Previti, il «Mercier».

Da qui un miliardo e mezzo avrebbe preso la via del conto corrente di Acampora, il «Careliza», dal quale 425 milioni rientrano nelle disponibilità di Cesare Previti che, sempre secondo le ricostruzioni dell'accusa, li avrebbe dirottati in seguito, dopo averli divisi un due tranche, sul conto corrente estero di Attilio Pacifico, il «Pavoncella». Da qui 400 milioni sarebbero stati fatti rientrare in Italia e consegnati da Attilio Pacifico all'ex giudice Vittorio Metta che del Lodo Mondadori fu il giudice relatore. Subito dopo la formulazione dell'accusa, cominciano le schermaglie procedurali: Previti e Pacifico chiedono a Carfì di 'astenersi' dal giudicare.

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«Da due anni si fanno leggi solo per gli imputati eccellenti»

L'INTERVISTA AD ANNA FINOCCHIARO

L'UNITA'  

ROMA «Un’occasione mancata». La legge sul patteggiamento allargato era stata pensata per abbreviare i tempi dei processi. Adesso, dopo i giochi di prestigio del centrodestra, le sue norme rischiano di produrre effetti opposti.
Anna Finocchiaro ripercorre l’iter del provvedimento approvato dalla Camera, il passaggio dal sì iniziale del centrosinistra al voto contrario di ieri. L’ennesimo regalo della maggioranza di governo a Cesare Previti? «Le regole che si vogliono introdurre sono sbagliate a prescindere dalla loro utilizzabilità o meno nei dibattimenti milanesi - spiega la responsabile Giustizia della Quercia - Introducono, infatti, meccanismi che non semplificano i procedimenti. Mentre il cancro che mina il sistema giudiziario è rappresentato proprio dai tempi biblici dei processi».


La destra accusa l’Ulivo di aver fatto macchina indietro ossessionata dal caso Previti...

Avevamo contribuito con molto impegno all’elaborazione del provvedimento sul patteggiamento. Il nostro obiettivo era quello di allargare l’utilizzo di un istituto che ha contribuito ad accelerare i tempi dei processi. Ma, alla fine, non abbiamo ritenuto condivisibile l’impuntatura della maggioranza sulla sospensione del dibattimento per un termine "non inferiore a 45 giorni"...


In un primo tempo, però, l’Ulivo aveva detto sì ad una sospensione di 30 giorni...

Anche quel termine, secondo me, era sbagliato. I Ds, alla Camera, hanno presentato un emendamento che riduceva a 10 i giorni di sospensione del processo. I 45 giorni di congelamento del dibattimento, voluti dal centrodestra, scatteranno quando un imputato vorrà riflettere sull’opportunità di presentare istanza di patteggiamento. Una fase troppo lunga prevista da una norma che è profondamente sbagliata, quindi: rallenta i tempi della giustizia, in alcuni dibattimenti può risolversi nella reiterazione dell’istanza da parte di più imputati con conseguenze paralizzanti, contraddice l’esigenza di eliminare dal Codice ogni strumento che possa essere utilizzato per allungare i procedimenti...


La norma renderà più facile le iniziative dilatorie dei difensori, nella sostanza?

I difensori, legittimamente, utilizzano tutti gli strumenti offerti dalla legge per tutelare i loro assistiti. Ma noi, come legislatori, dobbiamo provvedere ad eliminare gli ostacoli che rendono farraginoso il cammino della giustizia...


L’esperienza dei processi milanesi ha spinto l’opposizione a mettere in primo piano l’efficienza rispetto alle garanzie?

Si può celebrare un processo giusto e celere mantenendo salde le garanzie degli imputati. I due principi non sono contraddittori. La norma che è stata approvata ieri, tra l’altro, ha incontrato l’opposizione del centrosinistra non sulla base del fatto che gioverebbe o non gioverebbe a Previti. Una legge è buona o non buona in sé. Si approva perché la si ritiene giusta, perché concorre a definire un processo garantito, celere ed efficiente. Se ci troviamo davanti una regola sbagliata il problema di capire a chi giovi è secondario. Se è sbagliata non deve entrare nell’ordinamento, punto e basta.


Castelli afferma che il centrosinistra vota solo a favore delle leggi che servono per mandare in galera Berlusconi, Previti o Bossi...

Quello che afferma il ministro è privo di fondamento. La storia dimostra che noi non abbiamo approvato alcuna norma contro Berlusconi, Previti o Bossi perché siamo in minoranza e perché non vogliamo affatto capovolgere per via giudiziaria il responso delle urne. I fatti, tra l’altro, dimostrano che vige la dittatura della maggioranza e che per due anni non si sono fatte altre leggi se non quelle che favoriscono gli imputati eccellenti. Non possiamo arrivare al paradosso della mistificazione...


Perché il centrodestra ha proposto l’allungamento dei termini per il patteggiamento e la conseguente sospensione dei processi?

A me, ovviamente, l’accanimento di questi giorni è sembrato sospetto. Ma il metro che ha guidato il centrosinistra, al di là dei sospetti che ognuno può avere, è stato uno solo. Ripeto: una norma deve essere giusta o sbagliata per tutti, a prescindere se Previti o Berlusconi possano utilizzarla.


Il ministro della Giustizia annuncia di aver chiesto a Milano la documentazione sui fatti denunciati da Previti...

L’intervista rilasciata ieri da Castelli è contraddittoria e, spesso, priva di senso. Il ministro, tra l’altro, fa confusione tra responsabilità penale e responsabilità politica. Castelli non può pensare di sottrarre alla responsabilità penale il presidente del Consiglio, come non può pensare di sottrarre alla giustizia alcun cittadino italiano. Nessuno è libero dal vincolo della soggezione alla legge.


Castelli afferma che il tribunale di Milano è una sorta di zona franca...

Indirettamente è lui che vuole imporre zone franche sotto il profilo della responsabilità penale. Cosa significa "solo il popolo può giudicare Berlusconi"? Siamo al paradosso di Cristo e Barabba e del popolo che volle libero Barabba. È questa la democrazia che ha in mente Castelli? E che senso ha chiedere l’acquisizione di atti dei processi milanesi alla soglia di una sentenza? Il ministro dovrebbe astenersi dal promuovere queste iniziative o, comunque, dovrebbe valutare i tempi. Nessuno nega il diritto del Guardasigilli di esercitare le proprie prerogative. Ma l’esercizio di queste deve svolgersi dentro un sistema di relazioni tra istituzioni che è delicatissimo. Ci vuole modo e, soprattutto, ci vuole misura.

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LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL LODO SCHIFANI

Sono riconoscibili alcuni leaders dei DS: Marida Bolognesi, Fassino e Mussi. 

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IL FOGLIO: LA  VERGOGNA  DEL  GOVERNO  CON  BOCCASSINI


"L'intima ipocrisia " di offrirle due poliziotti ogni mattina


Roma, 17 dic. (Ap.Biscom) - Una vergogna. Il Foglio non usa mezzi termini nel definire l'atteggiamento del Governo, che invia ogni giorno a casa del Pm Ilda Boccassini due poliziotti che le offrono un servizio di tutela, dopo averle negato la scorta.
Il magistrato milanese, aggiunge il direttore Giuliano Ferrara, che ha firmato con l'elefantino, "ha perfettamenteragione" nel rifiutare, ogni giorno, la tutela dei due poliziotti. E considerato che il pm "ha incastrato gli autori della strage di
Capaci, è nel pool contro Al Qaida, dirige l'accusa nei processi contro il premier, la sceneggiata dei due poliziotti copre di vergogna il governo che la mette in scena".
Vergogna, continua Ferrara, "è una parola grossa, ma non ce ne sono altre"; è stata usata da giornale "contro l'infedeltà costituzionale di una casta giudiziaria che nell'ultimo decennio ha preteso per sé il monopolio della morale" ma ora, aggiunge, "siamo costretti ad usarla" contro il Governo.
Il gesto del Governo rivela un' "intima ipocrisia": "due agenti inutilmente inviati a casa del pm sono due mani avanti
messe dal Governo nel caso succedesse qualcosa, sono la precostituzione furbesca di un alibi. Sono una vergogna quotidiana. Che non abbiamo alcuna intenzione di condividere".

 

IL FOGLIO 

11 settembre, New York: cadono le Torri Gemelle. 20 settembre, Italia: per garantire maggiore sicurezza ai cittadini dopo i recenti accadimenti internazionali, il Governo Berlusconi taglia le scorte ai magistrati. Non a "tutti" i magistrati, ma soprattutto a quelli che in passato si sono esposti di più nella lotta alla mafia, e ad alcuni che nel presente sono impegnati in processi che coinvolgono come imputati il presidente del consiglio e una sua ristretta cerchia di collaboratori. Effetti deviati della globalizzazione? Vogliamo, dobbiamo crederlo. Il problema è che il nostro paese detiene un tristissimo record tra le nazioni occidentali, quello di giudici uccisi mentre svolgevano il loro lavoro.
Ma questo sembra non preoccupi il nostro governo, visto che si dà da fare per tagliare le scorte.
Un caso per tutti: quello del magistrato della Procura della Repubblica di Milano Ilda Boccassini, la donna che nel 1993 fece arrestare i responsabili dell'omicidio di Giovanni Falcone e della sua scorta. Ma come è possibile che tolgano la scorta a una donna diventata simbolo della lotta alla mafia? La realtà sembra proprio che superi la fantasia. Eppure lo scorso 20 settembre il ministro degli Interni, Claudio Scajola, ha firmato una circolare in cui veniva richiesta la riduzione del 30 per cento delle scorte assegnate a giudici e personaggi di spicco del mondo politico italiano. Per quale motivo? Dirigere i nuovi agenti ormai "disoccupati" verso nuove funzioni per "soddisfare le attuali condizioni generali di sicurezza". Obiettivo apparentemente nobile, specialmente se si crede che, come più volte ha affermato lo stesso ministro degli Interni, per molti la scorta è inutile ed è diventata uno "status symbol". Così è stato che, con nuovi mille poliziotti, per le strade italiane ci sono 150 nuove pattuglie a controllare il territorio. Ma non si può fare di tutta l'erba un fascio. Se tra i privilegiati delle auto blindate ci saranno di sicuro personaggi che non corrono grossi rischi e che godono a sproposito di privilegi di Stato, ci sono con altrettanta certezza uomini e donne che sono costantemente sotto il mirino della malavita organizzata. Ilda Boccassini è una di queste che, paradossalmente, ha visto la decurtazione della sua scorta. Sostituto procuratore della Repubblica a Milano, la Boccassini è il giudice che, nel 1993, ha incastrato i responsabili dell'omicidio di Giovanni Falcone. Un'impresa che le ha fatto guadagnare l'odio di Cosa Nostra. In più, Ilda la rossa (soprannome datole per via della sgargiante capigliatura) è attualmente impegnata nel processo Sme che vede coinvolti per questioni di corruzione, guarda caso proprio il premier Silvio Berlusconi e il suo avvocato Cesare Previti. Nessuno ha mai affermato che ci siano oscure manovre politiche dietro alla decisione di togliere la scorta al giudice milanese, ma la coincidenza e quanto meno imbarazzante. Tanto imbarazzante che lo stesso direttore del Foglio, il filo-berlusconiano Giuliano Ferrara, ha organizzato una campagna per far tornare la scorta alla Boccassini.
In Rete sono già nate tante iniziative spontanee di protesta, condivise anche da personalità molto importanti. Ma siccome siamo convinti che ricevere decine di migliaia di mail di protesta è molto più significativo che sentirsi i rimbrotti di
Dario Fo, ci mettiamo di mezzo anche noi. Dopo esservi letto lo speciale potete, se lo ritenete opportuno, far sentire la vostra voce al ministro dell'Interno Claudio Scajola e agli altri esponenti del governo, chiedendo che venga ripristinata la scorta per Ilda Boccassini e per gli altri magistrati.

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Ancora fango sulla Boccassini, Borrelli: «Il Quirinale ci tuteli»


L'Unità 14 dic 2001 - di Susanna Ripamonti  

Gli “house organ” della famiglia Berlusconi, “Panorama” e “Giornale” lo danno per certo. In una paginetta firmata da Lino Jannuzzi,e pubblicata dal settimanale di Segrate, si afferma che «c’è una lobby che lavora da tempo in Europa per isolare e incastrare Silvio Berlusconi» e fin qui siamo alla piatta ripetizione di ciò che il proprietario della testata afferma in sedi istituzionali. Ma il giornalista ritiene di avere le prove del complotto: la banda dei quattro, ovvero i terribili magistrati che Jannuzzi indica per nome e cognome: la pm milanese Ilda Boccassini, la parlamentare europea dei Ds Elena Paciotti, la procuratrice europea Carla Del Ponte e il pm spagnolo Carlos Castresana, si sarebbero incontrati la settimana scorsa a Lugano. Qualcuno li avrebbe visti «riuniti discretamente in un albergo». Jannuzzi prosegue sostenendo che «non ci vuole molta fantasia per indovinare cosa facessero...è scontato che i quattro di Lugano collaborano per trovare il modo di arrestare Berlusconi». A giudicare però, dal tenore delle smentite, non solo è fantasiosa questa ipotesi, ma lo stesso incontro è frutto di una allucinazione.

Il primo a far fuoco e fiamme è stato ieri mattina il procuratore generale di Milano Saverio Borrelli: «Intendo rivolgermi al Csm e al Capo dello Stato per chiedere una netta presa di posizione a tutela della onorabilità della dottoressa Ilda Boccassini e del prestigio dell'intera magistratura e di quella milanese, che gli articoli presentano come cospiratrice in una sorta di intrigo internazionale contro il Presidente del Consiglio». Prima di parlare il pg milanese aveva fatto una rapida inchiesta interna. Conclusioni: «Un incontro del genere non c'è mai stato. Il contenuto del tazebao di Lino Jannuzzi su “Panorama”, prontamente ripreso dal “Giornale”, è soltanto una abbietta e totale menzogna. Una menzogna che è talmente colossale che non può non essere conosciuta come tale anche da chi l'ha pubblicata, sebbene al momento rimanga relativamente oscuro il fine di tale pubblicazione, al di là del generico obiettivo di gettare manate di fango sulla magistratura in genere e su Ilda Boccassini in particolare».

Mentre Borrelli parlava coi giornalisti, nel suo ufficio era presente anche Boccassini, che evidentemente aveva appena fornito al pg tutti i necessari chiarimenti: «Ilda Boccassini non ha mai più incontrato Elena Paciotti dopo che la stessa è uscita dalla magistratura ed è diventata parlamentare europeo, non ha mai incontrato e non conosce Carlos Castresana, non ha mai più incontrato Carla Del Ponte dopo l'ultimo anniversario della strage di Capaci (23 maggio 2001). Ilda Boccassini non è mai stata in un albergo di Lugano nè la scorsa settimana nè mai».

«Per quello che abbiamo appreso telefonicamente - ha detto ancora Borrelli - Elena Paciotti non va a Lugano da circa 20 anni e l'ultima volta che Ilda Boccassini ed Elena Paciotti si sono incontrate in albergo risale a circa 10 anni fa. Nessun tipo di incontro, nè con questi personaggi nè con altri, Ilda Boccassini ha mai avuto per il fine indicato dall' articolo di Lino Jannuzzi».
«Se l' intenzione è quella di far saltare i nervi ai magistrati di Milano - ha concluso Borrelli -, non ci riescono. Se invece è quella di attizzare una campagna di odio contro un magistrato, allora ci riescono benissimo». Ma, aveva aggiunto Borrelli ai microfoni di Radio Popolare, «da una campagna stampa ispirata a questi toni, possono nascere rischi gravissimi per l’incolumità personale di Ilda Boccassini». E circa i motivi di questi attacchi, il procuratore generale ha ipotizzato: «O il fatto che il pm sia pubblica accusa in processi in cui sono imputati Previti e Berlusconi oppure il suo passato di lotta contro la mafia».

Contemporaneamente, dalla Spagna, è arrivata l’indignata smentita e la promessa di querele di Castresana, che afferma che la notizia pubblicata dalle due testate della famiglia Berlusconi «è assolutamente falsa. Non ho mai partecipato a summit anti-Berlusconi, nè a Lugano nè in alcuna altra parte, nè la scorsa settimana nè mai». Il magistrato spagnolo aggiunge: «Non so chi sia il signor Lino Jannuzzi: non so quali siano le sue fonti, nè quale scopo persegua con questa sua falsa pubblicazione. Il giudizio sulle intenzioni che egli mi attribuisce è ugualmente falso. Per tutte queste ragioni, mi riservo - conclude - il diritto di esercitare le opportune azioni legali».

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  Giudici diversi dalla razza umana

IDA DOMINIJANNI

In una intervista allo «Spectator» di Londra Silvio Berlusconi, perseguitato dal fantasma del comunismo, sferra l'attacco più efferato alla magistratura e illustra il suo programma di politica estera per il mondo post-89: «imporre ovunque la libertà con la forza, sul modello della guerra in Iraq»

ROMA
«Cerco sempre di essere ironico nei miei discorsi», premette Silvio Berlusconi, e il guaio è proprio questo, che molte persone di buon senso reagiranno anche stavolta all'intervista rilasciata dal premier a Boris Johnson e Nicholas Farrell per lo Spectator di Londra scrollando le spalle di fronte all'ennesima boutade, o esterrefatti ma rassegnati di fronte all'ennesimo sintomo della follia del premier. Hanno questo tono, del resto, molte dichiarazioni a caldo degli esponenti dell'opposizione. Errore fatale.
Berlusconi non scherza affatto e la sua pretesa ironia ha un sapore sempre più agghiacciante, non recita la parte del fool e la sua follia è sempre più programmatica. Evidentemente a suo agio con due giornalisti stranieri ma per una volta compiacenti - cioè non appartenenti a quella stampa estera che il presidente del semestre europeo considera con disprezzo un «club romano di sinistra» -, l'uomo della Provvidenza si lascia andare a una compiuta e organica esternazione della sua weltanschauung politica, volta tanto al passato quanto al futuro. E non è «solo» questione di giudici, anche se stavolta l'attacco alla magistratura travalica il razzismo: «Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»

Se pure questa definizione dei magistrati, unita a quella sulla «gelosia» di giornalisti come Biagi e Montanelli («Erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto»), è certamente la parte dell'esternazione che più colpirà tanto l'immaginario collettivo quanto ciò che resta dell'articolazione dei poteri democratici, non è tuttavia l'unica ad alto tasso di gravità. Non è da meno infatti la ricostruzione della storia repubblicana che il premier fornisce. E soprattutto non è da meno la sua visione del mondo post-89 e della politica estera armata, tale da fare impallidire al confronto il fanatismo dei neoconservatori americani estensori della dottrina «preventiva» di Bush jr. Al nocciolo di entrambe c'è sempre la stessa ossessione anticomunista, maturata già «all'età di 12 anni», quando il giovane Silvio si rese conto che «il comunismo era l'oppressione più inumana e criminale della storia dell'uomo». E oggi, anno di grazia 2003 dalla nascita di Cristo e 14 dalla caduta del Muro di Berlino, «il comunismo non è morto: ci sono ancora più di un miliardo di persone nel mondo che vivono sotto il comunismo». Quanto all'Italia, trattasi secondo il suo premier di una democrazia anomala, in quanto infestata da un'opposizione «fatta di persone che furono comuniste e protagoniste del Pci, che era stalinista in origine». Persone che dopo l'89 sarebbero dovute finire sotto processo «per la complicità morale con i crimini del comunismo, dalla Cambogia a Fidel Castro a Milosevic». 

E che invece sotto processo ci hanno mandato lui, «perché la sinistra fece infiltrare i suoi uomini intutti i punti nodali dello stato, scuole, giornali, stazioni tv, magistratura». Sì che lui, nel `94, entrò in politica «con grande dispiacere», ma spinto dalla convinzione che «l'estrema sinistra sarebbe stata un disastro per l'Italia». Il solito salvatore della patria, che però stavolta getta la maschera senza alcun pudore: «Ero l'uomo più popolare in Italia perché ho creato la tv commerciale dal niente, un importante uomo d'affari, il proprietario della seconda catena di supermercati, un uomo di sport con molte vittorie, con cinque squadre non solo di calcio ma di hockey, pallavolo, rugby». Un faccendiere miliardario in carriera, in breve. Unto dal signore però, e amato dal popolo.

Miliardario e tuttavia senza macchia. I
l conflitto d'interessi? fandonie dell'europarlamento e dell'Economist, che «confonde le guardie con i ladri»: «Non ho mai guadagnato un soldo dalla mia vita nella politica. Ho messo i miei soldi nella politica, sì, per finanziare Forza Italia». Non solo. Ha dovuto vendere i suoi supermercati, per contrastare la strategia «BB, boicotta Berlusconi» della sinistra. Povera vittima. Diventato presidente del consiglio in mezzo a tantio ostacoli, la prima volta fu fatto fuori dai giudici, la seconda non ce la fa a governare perché non ha i poteri di Blair e ha ereditato «uno stato vecchio e obsoleto». In compenso ha già reso il mercato del lavoro «il più flessibile in Europa, sì, più flessibile di quello inglese».

Ma è ancora nulla al confronto di quello che il premier italiano, il presidente del semestre europeo, l'amico di Bush e Putin ha in animo di fare per il mondo, illuminato dal faro di una «gratitudine assoluta» per gli Stati Uniti che «ci liberarono dal nazismo e dal comunismo» rimettendoci «il 4% del loro Pil». Appoggiare la guerra in Iraq «è stato difficile perché avevo l'intera sinistra contro», perdipiù il nostro aveva qualche dubbio sulla sua necessità, ma ora si è convinto che «l'intervento in Iraq può essere paradigmatico per l'intera regione». Paradigmatico, proprio così. Perché in un mondo in cui «l'occidente è straordinariamente forte e promette di dare ai poveri del mondi cibo e acqua», il punto è «imporre Libertà e Democrazia» (con la maiuscola tutt'e due). E come si fa? Semplice. Si dice «al signor X o Y, in questa o quella dittatura, tu devi riconoscere i diritti umani nel tuo paese, e noi ti diamo 6 o 12 mesi o giù di lì, altrimenti interveniamo. Sì! Con la forza se è necessario. Perché è l'unico modo di mostrare che non è uno scherzo».

Non è uno scherzo infatti. Narra Berlusconi che fu al G8 di Genova che pervenne a questa visione delle cose. Era a cena, «facevo battute come al solito», chiedeva a Schroeder delle sue donne, vedeva Blair scherzare con Chirac e Putin scherzare con Bush, e pensò a quant'era finalmente diventato bello il mondo, «che meraviglia!» dopo la lunga guerra fredda, ed era felice, ma poi venne l'11 settembre a rovinargli il gioco.
Che bella serata era stata, «attorno a quel tavolo di Genova». Fuori da quel tavolo, in quelle stesse ore, il suo governo eseguiva il massacro della Diaz e le torture di Bolzaneto.

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"E' ORA DI SVEGLIARSI": PER NOI STESSI, PER I NOSTRI FIGLI, MA ANCHE

 PER NON VANIFICARE L'EROISMO DI ILDA BOCCASSINI

 

G  R  A  Z  I  EI  L  D  A

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Ha detto proprio così. Ampi stralci dall'intervista-choc


Tra virgolette: I processi e la sinistra, la democrazia, l'Iraq e la telefonata di Gheddafi, l'Economist e Montanelli... I passi cruciali dell'intervista del Presidente del Consiglio al settimanale inglese.

 


Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista rilasciata da Silvio Berlusconi a Boris Johnson e Nicholas Farrell, nella versione italiana riportata da «La Voce di Rimini». Il testo completo in inglese - sostanzialmente simile - si può leggere all'indirizzo: www.spectator.ko.uk

 


Il complotto della sinistra

«La gente non considera la storia della politica italiana. Per mezzo secolo l'Italia è stata governata da una coalizione di cinque partiti che erano di origine democratica e pro-occidente, i cristiano-democratici, i socialisti, i repubblicani, i social-democratici e i liberali. Il sistema italiano ha prodotto 57 governi in poco meno di 50 anni. Io sono a capo del cinquantasettesimo governo e per la prima volta in cinquanta anni ho la grande maggioranza in entrambe le Camere del Parlamento. Successe che nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino, il partito comunista, la Sinistra, era stata sconfitta dalla storia, non fu processato per la complicità morale con i crimini del regime comunista - che loro avevano sempre appoggiato, dalla Cambogia a Fidel Castro a Milosevic - e venivano appoggiati perché la Sinistra ha sempre avuto un'attrazione fatale per la dittatura, sapete, e non furono portati in tribunale perché la Sinistra fece infiltrare i suoi uomini in tutti i punti nodali dello stato, cioè le scuole, i giornali, le stazioni TV, la magistratura, nel sistema nervoso centrale dello stato. Invece di essere processati, usarono le loro infiltrazioni per portare in tribunale tutti gli altri partiti, a cui la storia aveva dato ragione».

Perché è entrato in politica?
Sono entrato in politica con grande dispiacere, ma nel 1994 ho pensato che l'estrema Sinistra sarebbe stata un disastro per l'Italia. (...) Ero l'uomo più popolare in Italia perché ho creato la Tv commerciale dal niente ed ero un importante uomo d'affari, perché ero un uomo di sport con molte vittorie. (...). Ho costruito piccoli paesi ed ero il proprietario della seconda più grande catena di supermercati - tutti gli italiani lo sapevano. Ero alla guida di un movimento popolare (...).

Perché tutti i commentatori lo attaccarono?
Credo ci sia un elemento di gelosia (...). Tutti questi giornalisti - Biagi, Montanelli - erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi volevano essere. Dunque, dato che loro non mi sono politicamente affini, si è sviluppato un sentimento irrazionale tra giornalisti italiani molto famosi. (...)

Perché ha appoggiato la guerra in Iraq?
Abbiamo avuto molti dubbi sulla necessità di questa guerra, e abbiamo cercato di evitarla, ma quando abbiamo visto che gli Usa e l'Inghilterra, nostri tradizionali alleati, avevano deciso di fare la guerra, noi siamo stati solidali nei loro confronti. Facciamo l'esempio di un nostro fratello che si lancia in un affare dopo che per tre mesi gli abbiamo chiesto di desistere - beh, è mio fratello, e lo appoggio, anche se non al punto di pagare le sue perdite! (...).

Democrazia con la forza
(...) «Dato l'enorme e paradossale successo del fondamentalismo, perché non parliamo più apertamente della comunità di democrazie? Sì, perché non riformiamo l'Onu? Diciamo che al signor X o Y, in questa o quella dittatura: tu devi riconoscere i diritti umani nel tuo paese, e noi ti diamo 6 o 12 mesi o giù di lì, altrimenti interveniamo. E possiamo farlo perché non c'è una forza contrastante.(...). Vi dico la verità, se vivessi in un Paese dove non ci fossero le elezioni, diventerei un rivoluzionario, se non un terrorista. E questo è perché io amo troppo la libertà, e senza libertà un uomo non è un uomo. Non ha dignità. E così oggi siamo capaci, con Russia e America insieme, di guardare a tutti gli stati del mondo, e valutare la dignità di tutta la gente del mondo, e possiamo dar loro dignità e libertà. Sì! Con la forza se necessario! Perché è l'unico modo di mostrare che non è uno scherzo. Abbiamo detto a Saddam, fallo, o noi arriviamo, e siamo arrivati e l'abbiamo fatto. Non posso dire da quale paese mi è arrivata una telefonata nei giorni scorsi, ma mi ha chiamato un importante leader e mi ha detto: «Farò qualsiasi cosa gli americani vogliano, perché ho visto cosa è successo in Iraq, e ho avuto paura». (Il portavoce di Berlusconi ha indicato che il leader in questione era il Colonello Gheddafi). (...)


Perché l'Economist crede che Lei non sia adatto a governare l'Italia?
L'Economist ha fatto un grande e colossale errore confondendo le guardie con i ladri. Ha preso i protettori della democrazia e della libertà per i ladri, e ha preso i ladri per le guardie. Non ho mai guadagnato un soldo nella mia vita dalla politica. Ho messo i miei soldi nella politica, sì, per finanziare Forza Italia (...).

E' giusto approvare leggi che la salvano dai processi?
(...) Soltanto l'8 per cento degli italiani ha fiducia in questa magistratura. Questo perché hanno capito ciò che l'Economist non ha ancora capito. Dunque questo è sembrato il solo possibile rimedio. E non casi chiusi, ma sospesi durante il periodo di servizio allo stato. Io ero contro. Non lo volevo. (...).

Perché l' opinione pubblica `non la capisce' all' estero?
Credo che l'80 per cento dei giornalisti siano di Sinistra e abbiamo rapporti molto stretti con l'informazione estera, e hanno tutti un club a Roma. (...) Non capiscono la nostra magistratura. Guarda cosa è successo ad Andreotti che era stato condannato a 20 anni.

Andreotti sette volte primo ministro, non era un mafioso?
Ma no, ma no. Andreotti è troppo intelligente. Guardate, Andreotti non è mio amico. Lui è di Sinistra. Hanno creato questa menzogna per dimostrare che la Democrazia Cristiana che è stata per 50 anni il partito più importante nella nostra storia non era un partito etico, ma un partito vicino alla criminalità. Ma non è vero. E' una follia! Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro, devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche- Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana. (Ndr: nella versione dello Spectator, qui segue un'ultima frase: «E' per questo che ho iniziato un processo di riforma totale»).

Il Manifesto 5 settembre 2003 

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Antonio Di Pietro, 2 agosto 2004

 

Cari amici,
in questi giorni sono state rese pubbliche le motivazioni della sentenza del processo Imi-Sir Lodo Mondadori.
Per conoscere la verità dei fatti,  rendersi conto di tutte le bugie che fino ad oggi Silvio Berlusconi ha propinato agli italiani e per scuotere tutte le coscienze, anche noi dell'Italia dei Valori, abbiamo deciso di
contribuire a pubblicizzare questi atti.
Per chiunque fosse interessato a leggere le motivazioni del processo può cliccare sulla nostra home page (www.antoniodipietro.it) dove c'è una sezione dedicata a questi documenti, che possono essere consultati e
scaricati in versione pdf.
 Io vi consiglio caldamente di leggerli, così avrete una nuova prova che il nostro lavoro ed il nostro impegno civico sono necessari per ristabilire una Giustizia sempre più minacciata da quei personaggi che oggi sono a capo del
Governo.

 

D I C O N O   A L L ' E S T E R O

Da www.clarence.com

11 settembre, New York: cadono le Torri Gemelle. 15 settembre, Italia: per garantire maggiore sicurezza ai cittadini dopo i recenti accadimenti internazionali, il Governo Berlusconi taglia le scorte ai magistrati. Non a "tutti" i magistrati, ma soprattutto a quelli che in passato si sono esposti di più nella lotta alla mafia, e ad alcuni che nel presente sono impegnati in processi che coinvolgono come imputati il presidente del consiglio e una sua ristretta cerchia di collaboratori. Effetti deviati della globalizzazione? Vogliamo, dobbiamo crederlo. Il problema è che il nostro paese detiene un tristissimo record tra le nazioni occidentali, quello di giudici uccisi mentre svolgevano il loro lavoro.
Ma questo sembra non preoccupi il nostro governo, visto che si dà da fare per tagliare le scorte. Un caso per tutti: quello del magistrato della Procura della Repubblica di Milano Ilda Boccassini, la donna che nel 1993 fece arrestare i responsabili dell'omicidio di Giovanni Falcone e della sua scorta. Ma come è possibile che tolgano la scorta a una donna diventata simbolo della lotta alla mafia?
 

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Panoramica sui giornali stranieri

"Il parlamento italiano ha assicurato l'immunità al primo ministro Silvio Berlusconi fino alla fine del suo incarico approvando una legge che protegge le cinque più alte cariche dello stato. Il processo in cui Berlusconi è accusato di corruzione verrà bloccato prima dell'inizio della presidenza italiana dell'Unione europea, il primo luglio", annuncia il New York Times, e con esso i quotidiani di mezzo mondo.


Qualche giorno dopo l'approvazione della legge sull'immunità il País interviene con un secco editoriale. "Silvio Berlusconi si è costruito su misura un vergognoso riparo per proteggersi, finché sarà primo ministro, dai processi per corruzione e reati fiscali". È vero che la nuova legge, "che si somma ad altre leggi recenti come quella sulle rogatorie e quella sul legittimo sospetto", è simile a quella di molte democrazie europee, prosegue il quotidiano spagnolo. "Ma Berlusconi, facendosi beffe dei giudici durante la sua difesa al tribunale di Milano, ha cambiato le regole quando il gioco era già cominciato. In pieno processo ha utilizzato la sua maggioranza in parlamento per approvare in tutta fretta la nuova norma che lo mette, temporaneamente, al di sopra della legge".

Sull'Independent Peter Popham firma un lungo articolo che è insieme il ritratto di un leader e di un paese. Se l'approvazione della legge sull'immunità ha suscitato in Italia "una reazione popolare pari a zero", non è solo perché Berlusconi ha potuto contare su un'ampia maggioranza che ha fatto di tutto per far passare la legge in tempi rapidi. È anche e soprattutto perché gli italiani hanno voluto evitare la "brutta figura" di avere un primo ministro sotto processo proprio durante il semestre di presidenza dell'Unione europea: "uno spettacolo vergognoso, un disastro che doveve essere evitato a tutti i costi". "Eleggere come primo ministro un uomo che molte persone, in Italia e all'estero, considerano nella migliore delle ipotesi un maneggione, e nella peggiore un criminale legato alla mafia, non è imbarazzante o vergognoso", prosegue Peter Popham. "Ma che lo stesso uomo venga processato e condannato sulla base di queste circostanze, mentre rappresenta il proprio paese a livello internazionale, questa è una cosa che molti - inclusi diversi rappresentanti dell'opposizione e il capo dello stato - considerebbero un'intollerabile situazione di imbarazzo per la nazione. È questo l'enigma tutto italiano con cui bisogna fare i conti per comprendere il successo di Silvio Berlusconi. È questo il clima di relativismo morale in cui il Cavaliere è vissuto e ha prosperato". Grazie a questo clima gli stessi italiani che avevano sostenuto i giudici di Mani Pulite poco dopo hanno potuto eleggere Silvio Berlusconi. "Berlusconi è riuscito a far credere agli italiani due cose che lo riguardano che sono in netta contraddizione": da un lato quella di essere un brillante uomo d'affari che si è fatto da sé, dall'altro di essere la povera vittima delle persecuzioni del sistema giudiziario. Quanto alla presidenza dell'Unione, secondo Popham sarà "il tipo di evento alla portata di Berlusconi e dei suoi milioni di sostenitori: un grandioso circo politico, pieno di gente elegante, bella musica, fiori e sullo sfondo un bel paesaggio italiano. Perché è la bella figura che fa girare il mondo".

Anche il Los Angeles Times, in un lungo articolo apparso sull'edizione domenicale, rileva l'anomalia italiana. "In tutta Europa non esiste un uomo politico in carica così pittoresco e così al centro delle polemiche come Silvio Berlusconi", scrive Tracy Wilkinson. "In quale paese dell'occidente un imprenditore può accumulare grandi ricchezze, possedere un impero mediatico, diventare primo ministro, essere imputato in un processo, cambiare le leggi che non gli piacciono e continuare a fare tutto ciò potendo contare su un considerevole sostegno popolare? In un paese dove i governi cadono come le foglie in autunno e il dibattito politico è una commedia, Berlusconi ha dimostrato di fronte ai suoi avversari una grande abilità e una straordinaria tenacia".

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La lettera aperta del settimanale inglese al premier italiano
"L'opinione pubblica ha diritto ad avere risposte"


L'editoriale dell'Economist:
"Le nostre domande a Berlusconi" 

La Repubblica, 1 agosto 2003

ROMA - Un editoriale di una pagina e mezzo e un dossier che racchiude 28 domande. Eccolo l'affondo dell'Economist a Silvio Berlusconi. Una stoccata, firmata dal direttore del settimanale Bill Emmot, che dipinge così Berlusconi. "Si tratta di un ricco uomo d'affari che usa il suo potere politico per favorire le proprie attività imprenditoriali, sia bloccando le indagini giudiziarie sul suo conto sia emanando nuove leggi e norme nel proprio interesse. Per il settimanale, Berlusconi "rappresenta un oltraggio al popolo italiano e al suo sistema giudiziario e un caso estremo di abuso da parte di un capitalista della democrazia all'interno della quale vive ed opera. Ben lungi dall'essere, come sostiene, l'uomo che sta creando una nuova Italia, egli è un eccellente rappresentante e perpetuatore del peggio della vecchia Italia". Un'editoriale che è solo l'antipasto delle 28 domande che il settimanale rivolge al premier, centrate sulle questioni irrisolte delle sue vicende giudiziarie.

Il settimanale, ricorda il recente iter giudiziario del presidente del consiglio, la legge sulle rogatorie, la condanna di Cesare Previti, la legge che concede al primo ministro e alle alte cariche dello Stato l'immunità per il periodo di permanenza in carica, il blocco delle rogatorie del ministro dela giustizia Roberto Castelli. Una raffica di accuse alle quali, scrive l'Economist, deve essere data una risposta. In primis all'opinione pubblica. Da questo nasce l'idea del dossier del settimale inglese. Risposte, dunque. Le chiede l'Economist e, dice il settimanale inglese, "sono dovute all'opinione pubblica".

E si arriva così al cuore dell'intero ragionamento del settimanale inglese. Il processo Sme, che "riguarda il tentativo riuscito di Berlusconi di bloccare nel 1985 la vendita della Sme a Carlo De Benedetti, nonostante fosse già stato firmato il contratto". L'Economist la vede così: "Al di là delle accuse su ciò che venne fatto, forse l'aspetto più interessante della vicenda Sme è che né Berlusconi né la sua impresa beneficiarono direttamente del blocco della vendita. Non comprarono la società al posto di De Benedetti , né l'hanno fatto finora. Eppure fecero di tutto per impedire a quest'ultimo di acquistarla".

A che scopo? "Per ammissione dello stesso Berlusconi fu perché glielo aveva chiesto l'allora primo ministro, Bettino Craxi. I motivi erano allora ideologici? No, il defunto Craxi era segretario del partito socialista e da fautore, quale si proclama, del libero mercato, Berlusconi dovrebbe essere favorevole alle privatizzazioni. La ragione vera è che Craxi aveva promulgato un decreto che consentiva alle televisioni di Berlusconi di costruire le reti nazionali che oggi gli danno il monopolio quasi totale delle trasmissioni commerciali. Un altro processo, conclusosi nel 2000, rilevò che negli anni '91-'92 le compagnie di Berlusconi avevano effettuato elargizioni illecite su conti correnti controllati da Craxi per 23 miliardi di lire. In altre parole per Berlusconi la politica è stata uno strumento per garantirsi il successo in affari".

Chiede risposte l'Economist. Ma, nel silenzio del premier, l'unica cosa che arriva è la voce dell'ufficio legale della Fininvest che annuncia "un esito giudiziario".

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Lettera aperta a Silvio Berlusconi
Jul 30th 2003
Da Economist.com

Silvio Berlusconi
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Palazzo Chigi
370 Piazza Colonna
Rome 0018

Caro Sig. Berlusconi,

Io sto scrivendo a Lei per porre delle domande alle quali io credo che il pubblico abbia diritto di sentire le risposte.
Come questo non sempre succede nei tribunali italiani, tali domande dovrebbero essere poste e dovrebbero avere delle risposte in pubblico.

Il 18 Giugno, il parlamento italiano ha approvato un progetto di legge per accordare l'immunità penale ai possessori dei cinque uffici più alti di stato, incluso il presidente dello Stato e il presidente del Consiglio. Ora è una legge. La legge si applica anche se un processo era cominciato prima che il titolare della carica fosse eletto. L'effetto più immediato della nuova  legge è che il processo su un fatto penale nel quale Lei è coinvolto — il caso di SME, nel quale Lei è accusato di corruzione di giudici — è stato sospeso finché Lei non sarà più il primo ministro. Il processo ricomincerà di nuovo, solamente se Lei non fosse più eletto ad uno degli altri uffici che beneficiano dall'immunità. Ma la legge è stata contestata alla corte costituzionale.

Il 28 Aprile 2001, noi pubblicammo una storia di copertina intitolata "Perchè Silvio Berlusconi è disadatto a condurre l'Italia" ed un'inchiesta giornalistica di quattro-pagine "Una storia italiana". Noi gli spedimmo una lettera il 11 aprile 2001, contenente 51 domande che affermavano: “L'Economist intende pubblicare brevemente un servizio speciale sulla Sua carriera di affari e sulle varie inchieste su di Lei e le Sue società che sono state eseguite dalla magistratura italiana durante gli ultimi sette anni”. Lei non rispose.

Lei presentò un documento per diffamazione contro L'Economist alla corte di Roma il 2 maggio 2001. Come Lei saprà, questa corte non si è ancora pronunciata sul suo documento.

Alla luce di quanto sopra, noi stiamo scrivendo a Lei come lettera aperta e La sfidiamo a rispondere al nostro ulteriore elenco di domande nello stesso modo: in maniera aperta e pubblica. La nostra lettera comprende sei sezioni come segue:

1. L'affare SME

2. Le Sue dichiarazioni spontanee

3. La denigrazione di Romano Prodi

4. La Sua richiesta di medaglia d'oro

5. Le Sue altre prove

6. La Sua precedente carriera in affari

 

Noi aspettiamo ansiosamente la Sua replica

Distinti saluti

Bill Emmott - Redattore The Economist

 

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Berlusconi, l'uomo che sarebbe re, affronta l'imbarazzo del tribunale

Articolo apparso su "The Guardian" del 6 maggio 2003 a firma Sophie Aire

Cavaliere mira a portare con se' i suoi nemici, se trovato colpevole di corruzione di un giudice. Ieri Silvio Berlusconi ha stabilito un precedente di dubbia fama nella  storia legale italiana, diventando il primo Pimo Ministro in carica ad  apparire al suo processo.

"Sono orgoglioso, ripeto, sono orgoglioso della mia condotta" ha deotto il miliardario uomo d'affari accusato di aver corrotto un giudice con 85.000 sterline per fermare la vendita a Carlo De Benedetti, proprietario di Buitoni, del gigante dell'alimentazione SME, di proprieta ello Stato.

Il signor Berlusconi, aiutato dai giganti dell'alimentazione Barilla e Ferrero, afferro' l'affare facendo un'offerta piu' alta per la SME. Se era orgoglioso della sua condotta, non poteva dire lo stesso di Romano Prodi, il presidente della Commissione Europea, o Bettino Craxi, passato Primo Ministro. Mentre l'Italia sta per assumere la presidenza dell'Unione Europea in luglio, il commento non ando' inosservato anche a Brussel.

Gesticolando appassionatamente dietro il banco degli imputati, il signor Berlusconi ha detto ad un'aula di tribunale straripante che il signor Prodi, anche lui presidente di una compagnia azionaria chiamata IRI, ha cercato di vendere il gigante alimentare al signor Benedetti ad un prezzo eccessivamente basso. Gli avvocati del signor Berlusconi hanno presentato una lettera di un uomo d'affari chiave, implicato, dicendo che il signor Prodi stava personalmente

tentando di dare l'affare al signor Benedetti.

Il signor Berlusconi sostenne anche che il signor Craxi, l'allora Primo Ministro socialista, l'aveva supplicato di fare un'offerta per il gigante alimentare come un piacere allo stato italiano.

"Non avevo nessun interesse diretto e Craxi mi supplico' di intervenire perche' credeva che l'operazione danneggiasse lo Stato" asseri' il signor Berlusconi.

Per assicurare che gli altri nomi di alto profilo fossero trascinati in tribunale, gli avvocati del signor Berlusconi hanno chiamato 1800 testimoni, includendo molte figure chiave in politica, per testimoniare in tribunale, cosi' prolungando il processo di mesi, proprio quando stava per concludersi.

Corre voce che il signor Prodi sia l'unica persona che potrebbe raccogliere i resti se il governo del signor Berlusconi dovesse implodere, ma lui ha rigettato i commenti. "Non mi preoccupo. Questo non e' il mio processo." disse dopo un fine settimana a Bologna. I suoi sostenitori dissero che il signor Berlusconi stava "sparando una pistola scarica".

Il confronto nell'aula del tribunale e' stato un cambio di linea di condotta da parte del Primo Ministro, che ha mantenuto la distanza dal processo in corso da tre anni. Ha tentato di rigettare allegazioni di corruzione come parte di una cospirazione comunista da parte dei giudici di Milano "toga rossa", deterninati a distruggere il suo governo conservatore.

E' stato visto una una mossa diserata fatta da un uomo che sente il cappio di una condanna per corruzione stringersi intorno al collo e che deve confrontare il prospetti di perdere il primo posto in Italia per una seconda volta in un decennio.

Le prospettive che venga condonnato sono "molto, molto alte", ha detto James Waltson, scienziato politico dell'Universita' americana di Roma.

Il signor Berlusconi e' stato forzato ad affrontare questa minaccia la scorsa settimana quando il suo alleato Cesare Previti, un precedente Ministro della Difesa, e' stato condannato a 11 anni per corruzione di giudici che lo aiutarono a " concludere" degli accordi di diversi milioni di sterline negli anni '80. Il processo e' stato visto come l"antipasto"o il preannuncio al processo del signor

Berlusconi, che dovrebbe concludersi piu' tardi quest'anno. Il signor Berlusconi, nominato dalla rivista Forbesil terzo piu' potente miliardario del 2002, e' stato forzato fuori ufficio dopo meno di un anno nel 1994, dopo che era stato incriminato per frode e corruzione. Ha fatto battaglie contro un sacco di minori investigazioni per frode, la maggior parte delle quali sono state respinte, sin dalla sua elezione con una vittoria schiacciante nel maggio 2001.

Ha sempre rigettato le allegazioni, protestando che e' stato "perseguitato invece che perseguito" dai giudici. Ha detto che il potere e' andato alla testa dei giudici di Milano da quando i processi di "Mani Pulite" hanno epurato la vecchia classe politica nei primi anni '90.

L'ultima svolta nel processo di corruzione del Primo Ministro ha mandato l'intera classe politica italiana in spasmo di paura per il possibile danno ed imbarazzo di condanna di corruzione durante la presidenza dell'Unione Europea. Il Primo Ministro ha ammonito all'inizio dell'anno, in un caratteristico discorso infocato in televisione, che , se condannato, non lascera' il suo posto. Potrebbe, invece, indire le elezioni all'ultimo momento per confermare che sara' ancora il leader scelto degli italiani ed in effetti prevalere sul tribunale.

Come il Primo Ministro, molti italiani sono convinti che i giudici di Milano sono dei guastafeste, che tentano di rovesciare il governo conservatore. Ed in una terra stanca di, e abituata a scandalidi corruzione, molti preferirebbero evitare la crisi costituzionale che si profila, anche se cio' significa che la giustizia verra' fermata.

Il quotidiano piu' venduto "Corriere della Sera"  ha ammonito che il Cavaliere "governa ora con la spada di Damocle sopra il capo" ed ha richeisto una legislazione d'emergenza per dare alle massime cariche del governo immunita' contro prosecuzione ed "evitare una guerra devastante per tutti"

Alternativamente l'Italia potrebbe mettere il processo del Primo Ministro sotto ghiaccio fino a quando egli non sara' piu' in carica. Ma la frammentata opposizione italiana di sinistra ha ammonito che sarebbe uno scandalo per il Primo Ministro tirarsi fuori adesso dal processo di corruzione. "Berlusconi parla di immunita' (da prosecuzione). Quello che vule e' impunita'." ha detto PieroFassinocapodei Democratici di Sinistra.

Membri del pubblico hanno scagliato ingiurie mentre il Primo Ministro se ne andava, fuori dall'edificio del tribunale,di era fascista. "Lasciati processare, buffone" grido' un membro irato della folla. "Farai la stessa fine di Ceausescu” (il dittatore rumeno).

The Guardian (tradotto da Cesarina Lalvani)

 

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Duro attacco del quotidiano francese Le Monde al premier italiano
"I guai giudiziari del Cavaliere riguardano l'Europa"

"Berlusconi per guidare la Ue non ha leadership morale"


E in Lussemburgo La Voix scrive: "Scappa dalla giustizia"

ROMA - Un editoriale in cui sostiene che Silvio Berlusconi non ha "l'indiscussa leadership politica e morale" necessaria per guidare l'Europa e un'intervista ad un nemico storico del premier italiano, l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Così Le Monde va all'attacco del futuro presidente della Ue e rinforza la presa di posizione dell'Economist per cui  Berlusconi è "inadatto" a presiedere l'Unione.

Il titolo del quotidiano francese è chiaro: "Il caso Berlusconi" così come la tesi: "L'Europa che deve molto all'Italia, avrebbe potuto sognare di essere guidata da un uomo dall'indiscussa leadership politica e morale. Non sarà questo il caso". E Le Monde descrive un Berlusconi "in un momento particolarmente difficile, mai come ora sotto i riflettori della giustizia del suo Paese".
L'editoriale di Le Monde si apre con una premessa: "Venendo dalla Francia, le lezioni di morale sulle relazioni tra la politica e la giustizia, e più precisamente sull'atteggiamento di questa a indagare sui vertici dello Stato, non sono necessariamente le benvenute". Ma fatta la dovuta premessa, l'analisi è impietosa. La presidenza italiana inizia il primo luglio in "un momento particolarmente delicato: crisi economica quasi generale, identità politica scossa dalla questione irachena, infine, momento chiave per le nuove istituzioni", che dovranno garantire il funzionamento dell'Europa a 25.

E' dunque in questo panorama che comincerà il semestre italiano, con Berlusconi oggetto di un'azione, "una volta di più, della giustizia milanese": "I capi di imputazione sono gravi - scrive Le Monde - Il primo ministro e futuro presidente dell'Unione rischia da tre a otto anni di carcere. Lui smentisce, contrattacca, 'si indigna', si dice vittima di un complotto fomentato da una manica di 'magistrati faziosi'. Vuole guadagnare tempo, per ottenere la prescrizione. E, confermando la sensazione che dà di essere entrato in politica per proteggersi dalla giustizia, cerca di far passare un progetto di legge che gli garantirebbe l'immunità giudiziaria, almeno temporaneamente".

Ricordati i guai giudiziari, il quotidiano sottolinea che tutto ciò "riguarda l'Europa", avendo Berlusconi chiamato in causa "due uomini, che la giustizia milanese ha scagionato. Romano Prodi e Giuliano Amato, rispettivamente presidente della Commissione europea e vice presidente della Convenzione. L'attacco quanto meno cade male, perché annuncia relazioni poco serene tra il futuro presidente dell'Unione e due dei responsabili con cui dovrà collaborare strettamente".

Ma l'"anomalia" Berlusconi non finisce qui, conclude Le Monde, ricordando che da due anni "il patron di Forza Italia promette di risolvere il conflitto di interessi, aberrante e scioccante per la democrazia, tra la sua occupazione delle tre principali emittenti private del Paese e la sua funzione di premier. Si attende sempre una decisione soddisfacente su questo argomento, come, più in generale, un gesto che indichi che uno degli uomini più ricchi del Paese separa radicalmente gli interessi del suo gruppo da quelli dello Stato".

Il tutto condito con un'intervista ad Oscar Luigi Scalfaro che esprime tutta la sua "preoccupazione" per l'atteggiamento del premier. ""Se - dice l'ex capo dello Stato ai lettori di Le Monde - per difendere i propri interessi personali bisogna assestare colpi di clava alle istituzioni, si rischia di attentare alla vita democratica italiana".

Ma le spine della stampa internazionale non sono finite per Berlusconi che oggi, è stato accolto in Lussemburgo, da un articolo del quotidiano La Voix intitolato: "L'echappe du Cavaliere", "La fuga del Cavaliere". Anche La Voix tira in ballo i problemi giudiziari del premier e lascia intendere che la visita al premier lussemburghese serve per scappare ai giudici. "Fra la giustizia e l'Europa - è il commento del quotidiano - Silvio Berlusconi ha scelto l'Europa".

(24 maggio 2003)  

 

Pagina creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

 

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