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I  T E S T I M O N I  D E L   P R O C E S S O   S. M. E.

Tre ore e mezzo di deposizione al processo sul Lodo
Ascoltato anche Carlo Caracciolo


De Benedetti: "Comprata la sentenza Mondadori"
Il finanziere ricostruisce la vicenda che lo oppose a Silvio Berlusconi

MILANO - "La sentenza del Lodo Mondadori fu comprata". Lo ha detto Carlo De Benedetti nella sua deposizione fiume - dalle 14 alle 17.30 - durante l'udienza di oggi al processo sul Lodo Mondadori (ora riunito all'Imi Sir per decisione del presidente del collegio, Paolo Carfì). Sollecitato dalle domande dei pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, De Benedetti ha ricostruito la vicenda del braccio di ferro con Silvio Berlusconi e del passaggio di mano della casa editrice. "Incontrai Giulio Andreotti, che mi disse: 'Non potremo consentire la concentrazione nelle mani di una persona sola di Repubblica, Espresso e Mondadori - ha ricordato De Benedetti - dovrà intervenire la politica, nel senso di favorire una spartizione'".

Che la sentenza fosse stata comprata, De Benedetti ha raccontato di averlo saputo da Ripa di Meana, allora legale della Cir ed ex vice presidente di Mondadori che a sua volta sarebbe stato informato dall'allora presidente della Consob, Bruno Pazzi. Prima della sentenza Pazzi avrebbe detto: "La sentenza vi sarà sfavorevole" e lo stesso presidente Consob avrebbe parlato di 10 miliardi offerti ai giudici e della promessa di un posto all'allora presidente della Corte d'Appello Sammarco come membro Consob.

De Benedetti ha anche rivelato un particolare finora inedito: "Già nel 1990 Indro Montanelli avrebbe voluto lasciare il Giornale della famiglia Berlusconi e fondare un periodico, che si sarebbe dovuto chiamare Il Caffè, per la Mondadori. Io e Claudio Rinaldi avemmo degli incontri con lui, poi nel dicembre del '90 Montanelli sparì. Quando Rinaldi lo rivide, Montanelli gli disse che aveva avuto sentore del fatto che la sentenza Mondadori sarebbe andata contro di noi. E dunque rinunciò. Me lo ha detto Rinaldi pochi giorni fa".

Oggi è stato ascoltato anche Carlo Caracciolo. Durante l'interrogatorio c'è stato uno dei tanti scontri tra l'accusa e la difesa. Irritato, Carfì ha battuto violentemente i pugni sul banco, si è alzato assieme agli altri due giudici e ha dichiarato sospesa l'udienza. Caracciolo ha ribadito che sarebbe stato l'avvocato Vittorio Ripa di Meana a parlare con lui e con Carlo De Benedetti dell'anticipo della sentenza a favore della cordata Berlusconi. Caracciolo ha citato l'allora presidente della corte d'Appello di Roma, Sammarco, a quel tempo candidato da Giulio Andreotti alla presidenza della Consob, già nominato da De Benedetti nella sua deposizione.

(28 gennaio 2002)  

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Sme: caduta l'accusa resiste ancora l'accusatrice

Archiviata la presunta corruzione per la vendita del gruppo alimentare, nei confronti di Cesare Previti rimangono le vecchie deposizioni di Stefania Ariosto. Destinata, in appello, a tornare protagonista. Tra mille polemiche.

di  Maurizio Tortorella


Panorama, 27/11/2003

Lo chiamavano il processo Sme-Ariosto. Ora, per tutti, dovrà diventare per forza il processo Ariosto e basta. La sentenza di mezza condanna e di mezza assoluzione che sabato 22 novembre, a Milano, ha chiuso il procedimento di primo grado contro l'ex ministro Cesare Previti e gli altri imputati torna all'origine: cioè a Stefania Ariosto, alias teste Omega (cioè finale) della procura ambrosiana, e alle sue controverse denunce.
Dovrà essere così per forza: perché una settimana fa i giudici della Prima sezione penale, guidati dal presidente Luisa Ponti, hanno sentenziato che Previti (condannato a cinque anni di reclusione) e l'ex capo dei gip romani Renato Squillante (otto anni di prigione) sono stati legati da rapporti corruttivi, ma certamente non sull'affaire della Sme.

Insomma, al contrario di quanto per anni è stato sostenuto dai magistrati dell'accusa, Previti non ha affatto «comprato» la sentenza romana che sulla Sme, nel giugno 1986, aveva dato torto a Carlo De Benedetti. Quella sentenza, che poi sarebbe stata confermata da altri giudici, sia in Appello sia in Cassazione, aveva negato la validità a un precontratto con il quale l'Ingegnere pretendeva di acquisire la società alimentare dall'Iri di Romano Prodi. Secondo quanto hanno stabilito i giudici milanesi, quella decisione era corretta e la presunta corruzione «non sussiste».

Così, caduta la vicenda Sme, si torna ad Ariosto e alle sue accuse. Eppure, fin dal 1996, erano stati gli stessi pm milanesi a bollare la teste con l'aggettivo «inconferente». Cioè incapace di apportare elementi, praticamente inservibile, inutile. Per l'esattezza, l'espressione era stata usata dal pm Piercamillo Davigo, lo stesso che agli inizi dell'inchiesta Toghe sporche (secondo quanto la stessa Ariosto aveva scritto nel suo libro La gazzella e il leone) avrebbe garantito alla teste «un'operazione di ingegneria giuridica al fine di dare la massima discrezione al progetto», per poi lasciare la pratica ai colleghi Ilda Boccassini e Gherardo Colombo.

Certo, la procura ha portato prove a conferma delle sue accuse. Prove che evidentemente hanno convinto i giudici. Per saperlo con certezza bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, ma apparentemente l'indizio decisivo è stato quello dei 434 mila dollari che nel giugno 1991, dal conto Mercier di Previti, furono versati sul conto Rowena di Squillante. «Un'operazione di compensazione finanziaria fra Italia e Svizzera, concordata con l'avvocato Attilio Pacifico» aveva dichiarato Previti, giurando di ignorare che il conto destinatario del bonifico appartenesse al giudice Squillante. «Una mazzetta» ha deciso al contrario la sentenza milanese. Ma poi la stessa sentenza ha annullato la tesi della corruzione sull'unica vicenda giudiziaria individuata, la Sme.
E allora per che cosa sarebbero stati pagati quei dollari? È un mistero. «Di più, è un paradosso» sostiene Alessandro Sammarco, avvocato di Previti, «perché in quel 1991 l'unico procedimento romano contro la Fininvest, e cioè un'indagine su una presunta diffamazione, non venne fermato, ma anzi fu accelerato dall'ufficio dei gip».
Si torna così al «teorema Ariosto»: quello di una lobby romana, fatta di avvocati corruttori e di magistrati corrotti all'ombra della Fininvest di Silvio Berlusconi. Non è difficile prevedere che presto torneranno tutte le polemiche sulla credibilità della teste Omega, nonché su quella che gli avvocati di Previti ritengono la sua «illegittima gestazione» da parte della Guardia di finanza tra febbraio e luglio 1995.
Per quasi sei mesi, infatti, la teste aveva subito interrogatori «coperti», in qualità di confidente delle Fiamme gialle milanesi: il primo verbale ufficiale, davanti a un magistrato, sarebbe stato scritto solamente il 21 luglio 1995. Uno dei punti più controversi di quel periodo riguarda l'ipotesi che, comunque, la procura di Milano venisse regolarmente informata di quanto la teste andava raccontando.
Attraverso l'interrogatorio dei due ufficiali della Finanza che nel 1995 avevano tenuto i contatti con l'Ariosto, un anno fa si era scoperto in effetti che la procura milanese pareva avesse ricevuto numerose «note informative», destinate a due magistrati milanesi: l'ex procuratore aggiunto Gerardo D'Ambrosio e il sostituto Margherita Taddei.

In quel momento, però, la teste era ancora una confidente, nascosta sotto la sigla «Olbia». Questo elemento ora diventa fondamentale, perché nel gennaio 2003 la Corte di cassazione, rigettando l'istanza di trasferimento del processo Sme a Brescia, aveva comunque dichiarato che «se la procura avesse gestito la fonte Ariosto per più di qualche mese senza lasciare alcuna traccia agli atti, non c'è dubbio che sarebbe illegittima l'utilizzazione di quelle dichiarazioni».
Così il punto centrale è questo: la procura di Milano gestiva o no la confidente Olbia? I magistrati lo hanno sempre negato. I due finanzieri, successivamente interrogati in aula al processo Sme-Ariosto, avevano fatto una imbarazzata marcia indietro: «Non si trattava di relazioni scritte, ma orali».

Anche l'indagine sulla presunta condotta illecita dei due pm milanesi Boccassini e Colombo, che la procura di Brescia ha aperto in maggio e concluso il 10 novembre con una richiesta di archiviazione, arriva alla stessa conclusione.
Ma la difesa di Previti insiste: il controllo della procura sulla confidente ci fu. Per provarlo evidenzia due documenti. Il primo è una relazione di servizio scritta da uno dei due finanzieri che otto anni fa avevano gestito la fonte Olbia: il maggiore Alessandro Falorni. Il 13 marzo 1995, Falorni annullava un rapporto di servizio, verosimilmente destinato alla procura, sulla base di una richiesta del pm Taddei, che, come Falorni annotava in calce al documento, gli chiedeva di «approfondirne alcuni aspetti».
Il secondo documento è una lettera del comandante del Nucleo della polizia tributaria milanese, Roberto Piccinini

L'ufficiale, in una lettera indirizzata tre mesi fa agli avvocati di Previti che gli avevano chiesto copia integrale delle carte riguardanti la «confidente Ariosto», rispondeva che non poteva disporne perché «destinate a esclusiva utilizzazione nell'ambito dell'ufficio del pubblico ministero».
Per Previti i due documenti provano che tra febbraio e luglio 1995 la procura di Milano ha seguito direttamente l'iter delle rivelazioni provenienti dalla «fonte anonima» Ariosto. E quindi tutto quello che la teste ha dichiarato è stato illegittimamente utilizzato nel processo Sme. Che, anche per questa polemica annunciata, in appello tornerà inevitabilmente a chiamarsi Ariosto.

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Carlo De Benedetti, che ha testimoniato: "La sentenza del Lodo Mondadori fu comprata"

Il voto in Parlamento sul Lodo Schifani, grazie al quale Berlusconi si era sottratto al processo. Il 13 gennaio la legge è stata definita "incostituzionale" dalla Consulta.

Stefania Ariosto, la testimone da cui è partito tutto il processo contro Previti-Berlusconi

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Scambio di accuse sulle forze dell'ordine

Boccassini-Napolitano, botta e risposta al veleno

di Mauro Bottarelli (aprile 1998)  

Il duro j'accuse del pm milanese Ilda Boccassini contro il Ministro dell'Interno Giorgio Napolitano riguardo la direttiva sui corpi speciali, che punta a dislocare sul territorio le forze investigative (Sco, Ros e Scico), non ha tardato a scatenare un vespaio di polemiche. Il pm milanese, che non esita a dire a gran voce che «le porte di Mani pulite si sono già chiuse», sostiene che «l'azione penale diventerà una scatola vuota. Entro pochi mesi sarà impossibile indagare». E aggiunge: questa mossa del governo «realizza i progetti della destra» e «pregiudica il lavoro delle Procure», segnando un decisivo «passo indietro». «Ai pm» sottolinea inoltre la Boccassini, riferendosi alla bozza della Bicamerale «stanno sottraendo gli strumenti effettivi dell'azione penale, la possibilità concreta di fare indagini e istruire processi, basti pensare al 513, alla smobilitazione di Pianosa e Asinara, all'attenuazione del 41 bis, all'abolizione dei reati come il falso in bilancio, allo scioglimento dei nuclei specializzati di investigazione e alle norme di tutele della privacy». 

Dopo una tempesta di interventi, nel tardo pomeriggio di ieri è giunta la risposta del grande accusato. Secondo Napolitano, la Boccassini attribuisce alla direttiva su Sco, Ros e Scico «intendimenti che mi sono del tutto estranei e contenuti diversi da quelli che la stessa direttiva presenta. Non ritengo opportuno raccogliere insinuazioni che mostrano nell'intervista grave mancanza di senso del limite e dell'obiettività». Per Napolitano «quella direttiva non comporta affatto né lo scioglimento né l'annientamento dei servizi centrali e interprovinciali istituiti nel 1991 con funzioni peraltro solo "relative a delitti di criminalità organizzata". «La direttiva» conclude «provvede semplicemente a ridefinire i compiti rispettivi dei servizi centrali da un lato e di quelli interprovinciali dall'altro». Secondo il relatore sulla giustizia in Bicamerale, Marco Boato, il contenuto dell'intervista rappresenta una «analisi devastante» che è «oltre ogni limite di correttezza istituzionale». Emergerebbe infatti «una visione totalizzante di complotto universale al di là di ogni soglia costituzionale e di ogni più elementare deontologia giudiziaria». Secondo Boato, questa «è l'ultima, per ora, di una escalation del pool di Milano contro il mondo politico-istituzionale, che sembra inarrestabile». Lapidario il paragone del deputato di Fi Marco Taradash, secondo il quale Ilda Boccassini e il pool di Milano sarebbero come gli "squatters", anzi "sguatters".

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DOPO L'INFAMANTE ACCUSA DELLA PARENTI

«Sono notizie destituite di ogni fondamento. Evidentemente le inchieste condotte dalla Procura di Milano continuano a fare paura. 

Non é certo questo un modo efficace per fermarmi, 

ne devono escogitare altri.

Ilda Boccassini

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Clamorosa iniziativa della parlamentare di Forza Italia

La Boccassini al sole ad Ischia, la Parenti la denuncia da Roma

La chiama in causa per aver gestito il pentito Veronese affinchè accusasse la Parenti di aver fatto uso di sostanze stupefacenti (PAOLO MOSE', 2-7-1997)  

Ischia - Mentre il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Ilda Boccassini, se ne stava tranquilla a riscaldarsi al sole di Ischia, da Roma sono giunte pesanti accuse a lei rivolte dall'onorevole Tiziana Parenti. Una iniziativa che ha tranciato il bel sole isolano e il buonumore del pubblico ministero "Ilda la rossa". A scatenare le violente rimostranze della deputata di Forza Italia le indagini che si sarebbero messe su con l'intento di far parlare un noto pentito che trafficava a livello internazionale con la droga, tale Angelo Veronese. La Parenti in una conferenza stampa ha riferito che la Boccassini avrebbe contattato il pentito per chiedergli di fare ammissioni nell'ambito delle indagini che si stanno sviluppando a Genova e che hanno portato all'arresto di un colonnello e di un maresciallo dell'Arma per distruggerla, per bloccarla e fare apprezzamenti poco lusinghieri sul pool milanese. Secondo la Parenti il pentito era manovrato contro di lei per tapparle la bocca, tanto é vero che Veronese sostiene che la Boccassini pochi giorni dopo la trasmissione "Moby Dick" di Santoro, avvenuta nel novembre scorso, gli disse: «Veronese, la faccia un po' tacere, perchè io so che lei riesce a farla tacere... perchè sta rompendo un po' troppo, perchè ha detto delle cose in diretta che non doveva dire...». Infatti la Parenti in quella trasmissione fu abbastanza critica nei confronti dei magistrati milanesi sollevando numerosi interrogativi. Ma a scatenare la Parenti é un'intercettazione telefonica assai delicata e che ha scatenato il putiferio nel mondo politico. Un colloquio tra il Veronese e la sua ex compagna. Il pentito dice alla donna: «...vogliono "inculare" la Parenti». Risponde la donna: «Cosa vogliono fare?». E Veronese: «Vogliono far saltare la Parenti... Di Pietro e company». La donna: «Poverina». E lui: «Vogliono delle dichiarazioni che io non ho alcuna intenzione di dare». Una intercettazione veramente brutta che potrebbe mettere in una situazione non certamente felice il pm Boccassini. Ma la Parenti incalza con nuove rivelazioni: «Se qualcuno ha paura di Tiziana Parenti che non conta nulla ma é una voce libera, vuol dire che siamo proprio al regime. Sono convinta di essere stata pedinata, ho avuto un furgone bianco davanti casa per diversi mesi. Ho anche chiesto il perchè di tutto questo e mi é stato risposto che ero sotto controllo perchè ero un soggetto a rischio. Ma qui mi devono proteggere dalle istituzioni dello Stato».

La Boccassini sentita ha risposto con toni altrettanto duri dichiarando di non aver mai interrogato Veronese e né di averlo mai incontrato e né avuto rapporti. «Sono notizie destituite - ha detto - di ogni fondamento. Appena avró avuto cognizione diretta di queste dichiarazioni denunceró Veronese per diffamazione e per altri eventuali reati. Evidentemente - ha concluso - le inchieste condotte dalla Procura di Milano continuano a fare paura. Non é certo questo un modo efficace per fermarmi, ne devono escogitare altri». Pronta la risposta di alcuni senatori di Forza Italia che hanno chiesto al Ministro della Giustizia Flick l'azione disciplinare nei confronti del pm Boccasssini dopo le sconvolgenti rivelazioni dell'on. Parenti. «Tutto questo anche al fine - si legge nella nota dei senatori di Forza Italia - di ottenere la sospensione cautelare del magistrato, come richiesto dalla Parenti. Le vittimistiche giustificazioni della Boccassini, che indica nelle dichiarazioni del pentito Veronese una manovra tesa a delegittimare l'intero pool milanese, dimostrano l'affanno difensivo di chi non ha reali argomenti da contrapporre».  

Da www.ilgolfo.it  IL GOLFO Quotidiano di Ischia e Procida

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