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Ilda Boccassini e "i bambini viziati"

La lotta al potere corrotto nelle mani di una donna

 

Ritratto ProcessoImputatiTestimoni / Dicono in Italia  / Dicono all'estero

 

RITRATTO  DELLA 'ROSSA' DI NAPOLI

L'Espresso, ottobre 2002

     Si nasconde nei particolari il diavolo. Ed è di particolari, punzecchiature, vendette, continui rinvii e guerre di nervi che è vissuto per quasi tre anni il processo Imi-Sir-Lodo Mondadori. Anche l'ultima decisione di Ilda Boccassini, quella di pronunciare una requisitoria alla rovescia, aperta anziché chiusa dalle richieste di condanna, nasce da un particolare. Uno sgarbo di un avvocato. Roba da niente nei dibattimenti all'italiana. Materia per un procedimento per oltraggio alla corte in quelli che scorrono sul piccolo schermo nei serial americani.
Mercoledì 16 ottobre uno stanco Gherardo Colombo, rappresentante dell'accusa insieme alla Boccassini, entra nell'aula della quarta sezione penale. Ha i capelli arruffati e l'aria di chi è stato in piedi la notte per ristudiare le carte. Vicino a lui c'è Ilda "la rossa" (per via dei capelli): è sempre bella, ma il suo volto in sei anni di caccia alle toghe sporche porta i segni di un mestiere capace di incidere fin sui lineamenti e sulla loro dolcezza. I due pm non ne sono sicuri, ma pensano che quello sia il gran giorno della requisitoria. Solo una settimana prima il presidente Paolo Carfì ha chiesto alle difese se avevano qualcosa in contrario nel tenere udienza proprio il 16. E gli avvocati lo avevano guardato senza proferir parola. Tutti d'accordo. Ma solo in apparenza.

     Perchè il 16 si alza in piedi l'avvocato Giorgio Perroni, difensore di Cesare Previti, e spiega che anche quella udienza non s'ha da fare: l'onorevole cliente è impegnato, non può presenziare, sta in Parlamento. Bisogna rimandare tutto. Perroni sa di averla combinata grossa. Tenta di riparare. E fa peggio. Ricorda di aver proposto a Carfì una sorta di scambio: tu non fai iniziare la requisitoria e noi, in assenza di Previti, ti permettiamo di celebrare l'udienza, ma solo per leggere la tua ultima ordinanza. È a quel punto che per Ilda Boccassini diventa chiaro qual è l'obbiettivo delle difese. Grazie alla legge Cirami in via di approvazione in Parlamento gli imputati sanno che il processo Imi-Sir (almeno in tempi brevi) non partorirà una sentenza. E così puntano al colpo grosso: evitare che vengano anche pronunciate le richieste di condanna.  

 

E' stato dimostrato a Milano che a Roma c'erano giudici che vendevano la propria indipendenza e da anni stiamo qui a discutere dell'indipendenza dei magistrati di Milano che l'hanno svelato e non di quei giudici di Roma che, la loro indipendenza, se la sono venduta.

Ilda Boccassin

 

Sì, il diavolo si nasconde nei particolari. E tra gli articoli del codice di procedura penale, dove non sta scritto da nessuna parte che le pene si propongono dopo aver esposto indizi e prove contro gli imputati. C'è una lunga casistica di processi contro la criminalità organizzata in cui si è partiti dalle condanne. E questa storia, fatta di giudici corrotti (a Perugia due magistrati romani hanno già patteggiato la pena), di avvocati così amici dei magistrati da gestire i loro conti esteri, di soldi trasportati in contanti dagli spalloni utilizzati dalla mafia, cosa è se non crimine organizzato?
Così, quando rientra in ufficio, Ilda parlotta con Colombo, si consulta con Paolo Ielo, chiede consiglio a Francesco Greco e a Gerardo D'Ambrosio e quindi annuncia:
"Io sabato 21 presento subito le richieste di condanna". Per mettere un punto fermo. E per dare un segnale: il gioco è finito, tutti - politici compresi - si assumano le loro responsabilità.  

Una foto di Ilda Boccassini 

dei primi anni '90

Giovanni Falcone, l'amico del cuore di

 Ilda Boccassini

 

 Lei, del resto, alle sue non è mai sfuggita. Classe 1949, napoletana, due figli, un tempo di sinistra, già aderente a Magistratura Democratica, la corrente che abbandonò dopo che il Csm votò contro la nomina del suo amico Giovanni Falcone a coordinatore del pool di Palermo, Ilda Boccassini ha un carattere duro, spigoloso.  

A volte anche lunatico. Capace di cameratesche pacche sulle spalle dei colleghi, ma anche di memorabili sfuriate e lunghe freddezze. Con Giancarlo Caselli, oggi procuratore generale a Torino, prima capo della Procura di Palermo, è un viavai di alti e bassi. 

Con Saverio Borrelli, ex numero uno della procura di Milano, è stata prima quiete dopo la tempesta, e poi amore a tutto tondo. Con l'ex membro del Csm Armando Spataro, nemmeno una parola da dieci anni; solo oggi arrivano le prime timide aperture. Come tutte le persone di carattere, Ilda Boccassini ha un caratteraccio. Ma, per dirla con la superteste Stefania Ariosto, "è rigorosa prima con se stessa e poi con gli altri".

Il capitano Ultimo (quello che arrestò Totò Riina), dopo avere lavorato fianco a fianco per quasi due lustri, spiega: "Pur essendo una donna, per noi è sempre stata un soldato". E se a Palazzo di Giustizia hanno scelto per lei il diminutivo di "Bocassa", che richiama il nome di uno spietato dittatore centroafricano, per i suoi detective Ilda è sempre e solo "la dottoressa". 

Inevitabile che la sua strada incrociasse prima o poi quella dell'uomo che tutti in azienda chiamano "il dottore": Silvio Berlusconi. E non solo nell'inchiesta toghe sporche.  

     Siamo nel febbraio del '94, Forza Italia è appena nata, Ilda Boccassini vive blindata a Caltanissetta dove è stata volontariamente applicata (era in servizio a Milano) per dare la caccia agli assassini di Falcone. Davanti a lei e al procuratore Giovanni Tinebra il pentito Salvatore Cancemi ricorda che Riina ripeteva spesso di avere "Berlusconi e Marcello Dell'Utri nelle mani". Inizia così l'operazione Oceano, una gigantesca indagine alla ricerca di eventuali riscontri ai presunti contatti tra i vertici Fininvest e Cosa Nostra, poi sfociata a Palermo in un processo per fatti di mafia a carico di Marcello Dell'Utri. Ilda la segue per qualche tempo. Poi scadono i suoi due anni in Sicilia. Con Tinebra, il capo a Caltanissetta, i rapporti non sono più quelli di prima. Quando la Procura si è ritrovata tra le mani un secondo rilevante pentito, Vincenzo Scarantino, che parlava sia dei presunti rapporti tra la mafia e Berlusconi, sia dei retroscena dell'omicidio di Paolo Borsellino, Ilda Boccassini si è subito convinta della sua inattendibilità e lo ha messo per iscritto. A posteriori l'evoluzione dei processi per la strage di Via D'Amelio finirà per darle in buona parte ragione. Ma sul momento la discussione raffredda i legami. Ilda torna a Milano con molti rimpianti.

     Quelli per lei non sono mesi tranquilli. Il pool di Mani pulite è ancora popolarissimo. Buona parte della procura di Milano, Borrelli in testa, le è ostile. Colpa del suo carattere, delle sue opinioni, ma anche della sua bravura. Entrata in magistratura nel 1977, Ilda non ci ha messo molto a dimostrare di che pasta è fatta. All'inizio si occupa di rapine, delitti passionali e operazioni antidroga che la portano a ordinare blitz di centinaia di carabinieri nelle periferie di Milano. Sul finire degli anni Ottanta comincia a collaborare sull'asse Palermo-Milano con Giovanni Falcone. Con lui segue molte indagini sul riciclaggio del denaro sporco e, soprattutto, cerca di catturare l'imprendibile Gaetano Fidanzati, il boss siciliano che dalla latitanza inondava la metropoli di eroina e cocaina. Sulle sue tracce ci sono allora sia l'alto commissario antimafia - retto da Domenico Sica e dal suo vice, l'ex sostituto procuratore milanese Francesco Di Maggio - sia i carabinieri coordinati da Boccassini e Falcone. Intercettando l'apparecchio di una cabina telefonica si riesce a individuare Fidanzati in Sud America. Viene indetta una riunione nell'ufficio di Borrelli dove tra i vertici dell'alto commissariato e Ilda Boccassini va in scena uno scontro memorabile. Ilda e Falcone spingono perché prima di arrestare Fidanzati si tenti di ricostruire la sua rete di rapporti. Niente da fare. Il blitz scatta subito.

     Intanto, è esplosa la Duomo Connection, uno scandalo fatto di mafiosi legati ai corleonesi, di appalti e mazzette. Gli uomini di Ultimo, per la prima volta in Italia, sono riusciti a documentare, filmando e intercettando, la vita quotidiana degli uomini d'onore al Nord. Sono saltate fuori storie di traffico di droga, ma anche i contatti con i politici che, passando per la massoneria, arrivano persino alla famiglia Craxi. Ilda procede come un treno. Macina indagini su indagini, ma fa tutto da sola. Non si fida di alcuni colleghi e non manca di sottolinearlo aumentando così le tensioni all'interno dell'ufficio. La situazione è talmente tesa che Borrelli, dopo aver assistito all'ennesimo scontro con Spataro, un altro magistrato dal carattere spigoloso, la estromette dal pool che indaga sulla criminalità organizzata. Nel settembre del '91 il procuratore scrive: "Boccassini è dotata d'individualismo, carica incontenibile di soggettivismo e di passione, non disponibilità al lavoro di gruppo". Sembra il capolinea. Invece Ilda, a poco a poco, comincia a maturare. Diventa più diplomatica. Più disponibile. Fino ad arrivare a riconoscere, nel 1997, che il provvedimento di Borrelli "era dettato da una sorta di ragion di Stato".  

Ma prima di giungere a quel punto molta altra acqua deve passare sotto i ponti. Soprattutto l'Italia deve conoscere la tragica stagione delle bombe di mafia.

  Quando muore Giovanni Falcone (1992), lei parte di notte per vegliare con gli amici carabinieri il cadavere dell'amico. Poi, a Milano, prende la parola in un'aula magna gremitissima, e come spesso le accade dice una verità, sia pure parziale, molto antipatica. Racconta come tutti, a partire dai colleghi, per arrivare sino "agli intellettuali del cosiddetto fronte antimafia", avessero accusato Falcone di essersi venduto quando nel '91 aveva accettato di andare a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia al fianco di Claudio Martelli. 

Le parole più dure, e ingiuste, sono proprio per Colombo, allora già impegnato in Mani Pulite al quale si rivolge direttamente: "Gherardo, anche tu diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale? L'ultima ingiustizia Giovanni l'ha subita proprio dai giudici milanesi che gli hanno mandato una rogatoria senza allegati (i verbali sui politici socialisti coinvolti in tangentopoli, ndr.). Giovanni mi telefonò quel giorno e mi disse: "Che amarezza, non si fidano del loro direttore degli Affari penali".  

Ovvio, quindi, che in occasione del suo primo rientro dalla Sicilia, nel '94, la Procura di Milano la circondi di freddezza. Ilda Boccassini accetta così al volo l'offerta di Giancarlo Caselli che la vuole a Palermo. La nuova esperienza dura però solo sei mesi. Anche lì, le incomprensioni non mancano: Ilda tra l'altro sostiene che è sbagliato dedicarsi più ai rapporti tra mafia e politica, che alla Cosa Nostra militare. Ma questa volta a spingerla a rientrare è soprattutto la lontananza dai due figli (un maschio e una femmina, avuti da un magistrato da cui si è poi separata) e la stanchezza per un'esistenza blindata. Certo, c'è la popolarità.

Saverio Borrelli, il capo del pool Mani pulite, che agli inizi non andava molto d'accordo con Ilda, ma poi si ricredette.

 

Ilda nell'aula del Tribunale di Milano  con il suo fedele collega e amico Gherardo Colombo

  Il "Times" e "L'Express" l'hanno inclusa, unica italiana, nell'elenco delle 100 donne più importanti al mondo, ma il resto è solitudine, scorte e vita da caserma. A Milano a farle da apripista verso la riconciliazione con i colleghi sono Francesco Greco e Gherardo Colombo.
Sì, proprio lui, Colombo. I due ex amici (cofondatori nel 1985 del circolo Società Civile cui apparteneva anche l'attuale ministro Giuliano Urbani) si incontrano per caso in ascensore. Gherardo saluta Ilda come niente fosse accaduto. Lei, sorpresa, scoppia in lacrime: "Ma come, mi saluti? Dopo quello che ti ho detto?". E lo abbraccia.

     Così quando il pool si trova per le mani la supertestimone Stefania Ariosto, Greco propone che sia lei a seguire l'indagine: per verificare le sue parole bisogna ricorrere a microspie, pedinamenti, intercettazioni. Solo lei, grazie all'esperienza siciliana, è in grado di farlo. Il 12 marzo del '96 scatta il blitz: finisce in carcere il capo dei gip del tribunale di Roma, Renato Squillante. E l'Italia scopre ufficialmente che anche Berlusconi è sotto inchiesta per corruzione giudiziaria. Da allora la "dottoressa"-"Bocassa" - "Ilda la rossa" diventa il bersaglio grosso. Il deputato forzista ed ex sostituto procuratore a Milano Tiziana Parenti l'accusa di aver offerto soldi a un pentito per coinvolgerla in un'inchiesta sul consumo di cocaina. I media della Fininvest fanno da grancassa. Ma Ilda è innocente e la Parenti viene rinviata a giudizio.

     Poi, i giornali berlusconiani la sbattono ancora in prima pagina per l'arresto di una donna somala accusata di traffico di minori e in parte scagionata dal test del Dna, disposto proprio da lei. "La Procura che rapisce i bambini", titola "Il Giornale". Massimo D'Alema, a quell'epoca presidente del Consiglio, legge l'articolo (poi considerato diffamatorio) e chiede ufficialmente scusa alla somala in nome del popolo italiano. 

Ischia, "la mia isola" - 

l' ha definita Ilda

 

Ischia, Punta Sant'Angelo

Ischia, Castello aragonese

Ischia, tramonto

Quando nel giro di pochissimi giorni Ilda risolve a Milano l'omicidio di un gioielliere di via Padova e di un tabaccaio in via Derna (due dei delitti più efferati del '99 che avevano permesso al Polo di gridare ancora una volta all'allarme criminalità) di complimenti invece non ne arrivano. 

Anzi, tutto il Parlamento insorge contro di lei perché si è permessa di esprimere solidarietà a Colombo per gli attacchi ricevuti dopo una celebre intervista in cui il magistrato ipotizzava che i lavori della commissione bicamerale fossero condizionati dal ricatto. Così i media ripartono alla carica. Ricordano una storia questa volta vera: come uno zio di Ilda, ex procuratore di Vallo della Lucania, sia stato condannato per concussione.  

Le denunce infondate nei confronti della Boccassini si moltiplicano con il risultato che il suo avanzamento di carriera a magistrato di Cassazione viene bloccato per mesi. Le lettere anonime contenenti proiettili, insulti e preservativi usati, sono centinaia

"Sono sicura che venti milioni d'Italiani pensano che io faccia processi politici", commenta sconsolata. Ma va avanti. La tranquillità la trova tra gli amici di sempre: Ottavia Piccolo, qualche regista teatrale, un paio di giornalisti che non si occupano né di politica né di giustizia. Niente mondanità, nessuna presenza alle cene milanesi tra avvocati e magistrati, mai una parola sugli imputati anche con le persone più fidate.

     In vacanza a Ischia ("La mia isola") viene però fotografata in compagnia di Cesare Romiti, che un suo ruolo da imputato in Tangentopoli lo ha avuto. 

Uno scivolone, una caduta di stile di una donna magistrato che si è sempre fatta onore di scegliere i rapporti sapendo l'importanza della legalità in tutto? Qualcuno interpreta la scelta di farsi vedere con Romiti come un segnale in stile siciliano lanciato a quelli della Fininvest. Come dire: attenzione, anch'io ho amici importanti. Il peggio deve ancora venire.  

Dopo l'11 settembre 2001 il ministero di Grazia e Giustizia decide di levarle la scorta. il provvedimento è controfirmato da Gianni De Gennaro, il capo della Polizia, un amicissimo che lei ha pubblicamente difeso dagli attacchi di forzisti del calibro di Lino Iannuzzi e Filippo Mancuso. Ilda ha paura. E lo dice. Le Jene di Italia 1 la pedinano mentre va a fare la spesa e, grazie a una telecamera, dimostrano quanto sarebbe semplice colpirla in ogni momento.

 Borrelli nel suo discorso di commiato alla magistratura la loda e attacca l'allora ministro dell'Interno Claudio Scajola. Lei gli risponde subito. Pubblicamente e con queste parole: "Grazie per aver tutelato anche la nostra incolumità: altri si devono vergognare".

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LA LETTERA DI ILDA A GHERARDO COLOMBO SUL RITIRO DELLA SCORTA

Carissimo Gerardo,
ancora una volta mi hai dimostrato il tuo affetto e con te a fianco non sarò mai sola.
Sono consapevole che, anche in questi difficili momenti, potrò sempre contare sulla tua guida ed appoggio sia come capo dell'ufficio che come amico e questo mi rende più forte e serena.
So che sei preoccupato per la mia sicurezza ma ti assicurò che ho fatto e farò tutto quello che è umanamente possibile per evitare «spiacevoli» situazioni.
Non posso comunque che ribadirti la mia ferma decisione di rifiutare anche la nuova deliberazione del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica.
Come ho già avuto modo di comunicare per iscritto le decisioni prese dal comitato sono state dettate esclusivamente da «ragioni politiche» e non «tecniche»; ed invero la revoca dell'apparato di scorta è stata assunta e ratificata dal capo della polizia nonostante il parere negativo del procuratore generale e nonostante che nulla fosse cambiato rispetto al luglio 2001.
Non intendo, quindi, avallare decisioni inadeguate che metterebbero a repentaglio inutilmente la vita di giovani poliziotti, distogliendoli da incarichi più utili per la collettività.
D'altro canto lo stesso capo della polizia, prefetto De Gennaro, che conosco da tantissimi anni, ha sempre ritenuto che l'unico strumento efficace per un soggetto a rischio fosse un apparato di scorta e non certo una tutela.
Molte volte in questi dieci anni, ricordando i nostri colleghi uccisi dalla mafia, io e il prefetto De Gennaro abbiamo riflettuto sul punto, arrivando sempre alla stessa conclusione: si doveva fare di più. E' noto infatti che Paolo Borsellino andava a trovare ogni giorno la madre gravemente ammalata in via D'Amelio eppure nessun controllo è stato disposto in quella zona. Nessuna vigilanza fissa. Nessuna delimitazione sotto l'abitazione della signora Borsellino. Questo ha consentito ai criminali assassini di poter parcheggiare per un intero giorno la 126 imbottita di esplosivo. Un'autovettura che, probabilmente, non sarebbe sfuggita se quella zona fosse stata adeguatamente controllata.
Probabilmente, anzi sicuramente, il destino dei due colleghi era già segnato ma per ucciderli hanno dovuto alzare il livello dello scontro e creare a Capaci e in via D'Amelio delle scene di guerra.
A Capaci percorrevano quel pezzo di autostrada tre autovetture blindate, una di queste è stata colpita in pieno e ho ancora negli occhi quelle immagini di resti umani che ho voluto vedere per non dimenticare quando la sera del 23 maggio sono corsa a Palermo, ma l'autovettura di Giovanni ha resistito all'impatto; se non fosse stato alla guida sarebbe ancora vivo.
Ciascuno si assume la responsabilità di quello che fa e di quello non fa. Chi ha il dovere di proteggermi si è tirato indietro. Pazienza. Io e te, come tanti altri magistrati, crediamo nella cultura della legalità e abbiamo il dovere di salvaguardare i valori della Costituzione a qualsiasi prezzo. Per dirla con Biagi, non indosseremo mai una livrea.
Vorrei che tu trasmettessi questa mia lettera al prefetto di Milano.

Ilda Boccassini

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23 maggio 2003

Le condanne nella parte finale della requisitoria fissata per il 30 maggio, dopo le elezioni

Processo Sme, la Boccassini inizia dai documenti


"Inattendibili le dichiarazioni di Squillante e Pacifico" 

Le richieste, forse, nella prossima udienza, il 30 giugno

 



MILANO - Parte dai documenti questa volta Ilda Boccassini. Dalle carte che illustrano i passaggi di denaro da un conto all'altro, trasferimenti che sono alla base dell'accusa di corruzione in atti giudiziari per Cesare Previti, Renato Squillante e Attilio Pacifico. Sono le 14,30 quando il pm, carte alla mano, inizia la sua requisitoria. Prima, in mattinata, i difensori di Previti avevano cercato di farla escludere dal processo per le parole ("bambino viziato" da lei usate nei confronti del deputato forzista), ma la Corte ha respinto la richiesta e la procura ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di sostituirla.

Così, "Ilda la rossa" ha iniziato a parlare. Di richieste di condanna, per ora, non c'è traccia. Arriveranno probabilmente il 30 maggio, alla prossima udienza fissata per la requisitoria, quando i seggi che si apriranno domenica per le elezioni amministrative saranno chiusi da tempo. E spente saranno anche le inevitabili polemiche che il voto si trascinerà dietro. Poi sarà la volta della parte civile, il 6 giugno e quindi ci saranno le arringhe della difesa. E la sentenza, probabilmente, non arriverà prima della metà di giugno: più dopo che prima.

Intanto andrà avanti anche il processo a Silvio Berlusconi, la cui posizione è stata stralciata dal processo Sme dagli stessi giudici milanesi per "legittimi impedimeni del presidente del Consiglio". Domani ci sarà la seconda udienza del processo stralcio: sarà ancora dedicata al calendario, in attesa della deposizione di Silvio Berlusconi previste, a quanto si dice, per l'11 giugno.

Ilda Boccassini ha lasciato per ultime le richieste di condanna forse anche per evitare critiche, quelle stesse che le piovvero addosso quando al processo Imi-Sir-Lodo iniziò la requisitoria proprio partendo dagli anni di carcere che, secondo l'accusa, la corte avrebbe dovuto comminare agli imputati. Questa volta il pm parte invece dalle carte. Le mostra in aula. Sono schemi e riferimenti bancari che ricostruiscono il passaggio di circa 500 milioni di lire dai conti esteri Fininvest, Polifemo e Ferrido, sul conto di transito Mercier di Previti, fino al conto Rowena ai primi di marzo del '91.

Ma prima di tirare fuori le carte fa una premessa. "Dalla prima udienza preliminare sono trascorsi cinque anni, sono state spese tante, tantissime parole da parte della Procura, dei testimoni e degli imputati che hanno raccontato fatti accaduti tanti anni prima". L'unico modo per "districarci da tutto questo sono i fatti che sono raccontati da qualcuno ma che sono impressi sulla carta e raccontano nella loro cruda verità, quello che è successo", ha proseguito il pm. La Boccassini si riferisce ai documenti bancari e alle tracce che questi documenti lasciano. "Hanno in sé qualcosa in più - dice la Boccassini - se io stacco un assegno e qualcuno lo incassa resta una traccia immutabile nel tempo".

E i passaggi di questi assegni nessuno, finora, attacca il pm, li ha smentiti. "Questa ricostruzione - ha detto la Boccassini - non è stata smentita dalle difese e dai consulenti delle difese. Nessuno ha potuto contestare il dato documentale".

Il pm ha quindi confutato le giustificazioni rese durante il processo Imi-Sir/Lodo dagli imputati in merito a questo passaggio di denaro. "Le dichiarazioni rese da Pacifico e Squillante - ha detto il pm - sono inattendibili e prive di fondamento". Non solo. Il pm ha ribadito che le loro giustificazioni sono "inverosimili" e "prive di riscontri documentali e testimoniali".

Il pm si è soffermato anche su alcune stranezze della prima fase di indagini, come ad esempio il coniglio spellato recapitato in un pacco natalizio nel dicembre '95 al teste Stefania Ariosto. La Boccassini ha quindi messo in luce il trasferimento dei fondi appartenenti a Squillante dalla Svizzera al Lichtestein all'indomani dell'inizio delle indagini presso la Procura milanese.

"Wait and see", aspettiamo e vediamo. Questo l'unico commento del premier Silvio Berlusconi alla requisitoria del pm milanese.

L'Espresso, 23 maggio 2003

 

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ILDA  BOCCASSINI  NELLE  SUE  FUNZIONI  DI  PUBBLICO  MINISTERO  AL  PROCESSO  SME

 

 

 

 

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30 maggio 2003

Processo Sme, la richiesta del pubblico ministero. "Tre miliardi dalla Fininvest finirono a Squillante e Verde"
Boccassini: "Condannate Cesare Previti a 11 anni"

Per il pm commessi "reati gravissimi, e nessuno merita attenuanti"
Il legale del deputato forzista: "Una montagna di congetture"


MILANO - Ilda Boccassini ha chiesto 11 anni di pena per Cesare Previti al termine della sua requisitoria al processo Sme. Alla fine della lunga ricostruzione della mancata vendita dell'industria alimentare pubblica, il pm ha tirato le sue conclusioni: il deputato di Forza Italia, avvocato della Finivest ed ex ministro del governo di Silvio Berlusconi deve essere condannato per aver corrotto dei magistrati.

Insieme a Previti, dice la Boccassini, devono essere condannati tutti gli altri imputati: Renato Squillante, ex capo dei Gip di Roma, la pubblica accusa ha chiesto 11 anni e 4 mesi e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per il giudice Francesco Misiani la richiesta è stata di 6 mesi, per Fabio Squillante un anno e 6 mesi, per Mariano Squillante un anno e 10 mesi, per Attilio Pacifico 11 anni, per Filippo Verde (ex giudice) 4 anni e 8 mesi, per Olga Savtchenko 1 anno. Per tutti è stata chiesta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e per gli avvocati l'interdizione a esercitare per 5 anni.

Secondo il magistrato il dibattimento ha dunque dimostrato "la gravità dei reati" tanto che nessuno può meritare neppure le attenuanti generiche. "Le accuse sono gravissime", ha detto la pubblica accusa, che ha poi aggiunto: "La tenuta dello stato di diritto, in democrazia, è l'unico baluardo che consente alla democrazia stessa di continuare ad esistere, e se si viola questo principio può essere in gioco la democrazia stessa".

La Boccassini ci ha messo quasi tutto il giorno a ricostruire le indagini e la vicenda che ha portato alla mancata vendita della Sme (industria alimentare controllata dall'Iri presieduta a quei tempi da Romano Prodi) a Carlo De Benedetti. Il punto finale di quella vicenda - dall'offerta dell'Ingegnere alla discesa in campo di Berlusconi chiamato da Bettino Craxi a mettere in piedi una cordata concorrente - è, dice l'accusa, la corruzione dei giudici che respinsero la richiesta di De Benedetti di citare in giudizio l'Iri.

E per la prima volta il magistrato parla della Fininvest, e dunque dei tre miliardi ricevuti da Previti da parte di quella azienda che sarebbero poi finiti sui conti dei giudici Verde e Squillante. E così, ripercorrendo le fasi della vendita di azioni Sme, l'accusa sostiene che l'avvocato Pacifico conosceva prima del suo deposito (19 luglio 1986) la decisione dei giudici e quindi la sentenza di primo grado che riguardava la vendita del comparto agroalimentare dell'Iri.
Un'indentica operazione, inoltre, sarebbe stata fatta anche da Barilla (della cordata di Berlusconi), per un importo di 750 milioni, che attraverso l'avvocato Pacifico sarebbero andati a Verde. Un altro miliardo, invece, attraverso i conti di Previti e poi di Pacifico, sarebbe arrivato a Squillante.

Nella requisitoria Ilda Boccassini parte da Squillante, presunto beneficiario della tangente, spiegando che l'ex capo dei gip di Roma aveva aperto un proprio conto corrente in Svizzera fin dall'84. Quindi ripercorre il percorso investigativo che nel 1995 porta la Guardia di finanza a scoprire che Squillante si recava all'estero per motivi finanziari. Il pm ricorda che Fabio e Mariano Squillante, anche loro imputati nel processo, chiusero una società e ne crearono un'altra e che dopo l'episodio del bar Tombini Fabio Squillante e la moglie, anche lei imputata nel processo, andarono in Svizzera e prelevarono una somma poi trasferita in Liechtenstein. Solo nel 2001 "abbiamo saputo - dice il pm - che si trattava di 10 miliardi di lire".

La Boccassini parla anche del viaggio negli Stati Uniti di alcuni magistrati romani, pagato da Cesare Previti. Dal 1986 al '91, sostiene, vengono depositati in Italia 17 miliardi e 800 milioni di lire. Il magistrato elenca tutti i versamenti effettuati da Marco Iannini che, dice, prelevava i soldi dallo studio di Previti in via Cicerone e li versava sui conti: "Vi sembra irreale che la Ariosto abbia visto denaro sul tavolo attorno al quale c'erano Renato Squillante, Attilio Pacifico e Cesare Previti? La risposta è no. La Ariosto dice che i magistrati frequentavano l'abitazione di Previti" e questo, secondo l'accusa, sarebbe dimostrato dal fatto che fu proprio Previti a pagare il viaggio a cui aveva partecipato Filippo Verde negli Stati Uniti.

Ma per Alessandro Sanmarco, uno degli avvocati del deputato forzista, tutto questo è "una arrampicata su una montagna di congetture, con vertiginose cadute nel vuoto giudiziario più assoluto". E ancora Sanmarco parla di "una richiesta paradossale per un imputato innocente", e sottolinea che "l'accusa ha voluto compensare il numero degli anni con l'incertezza del reato".

 

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Ilda Boccassini e Cesare Previti, per il quale Ilda ha chiesto e ottenuto la pena a 11 anni di carcere.

 

Un collage di Ilda con i due potenti che ha osato e osa perseguire: Silvio Berlusconi e Cesare Previti

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Manifesto, 26 giugno 2003

«Su di noi tonnellate di fango»

Al defunto processo Sme Ilda Boccassini accusa il premier e i veleni sparsi contro i giudici: «Quello stesso stato che Berlusconi intende rappresentare». Per pm e parti civili il lodo Schifani è «palesemente incostituzionale»
Francesco Catanzaro


MILANO  «Come cittadina, speravo di vedere oggi in quest'aula di tribunale Silvio Berlusconi. Ho creduto alle parole del presidente del consiglio, che aveva garantito al tribunale la sua presenza per oggi. Invece non c'è». Ilda Boccassini non dimentica le vane promesse che Silvio Berlusconi aveva posto a coronamento del suo monologo reso ai giudici del processo Sme una settimana fa. Perciò, prima di entrare nel vivo della delicata questione sull'incostituzionalità della norma che sospende i processi per le cinque massime cariche dello Stato, l'esordio del pm, ad apertura di udienza, è tutto per il presidente del Consiglio: 

«Ogni imputato ha la facoltà di mentire. Sono state gettate tonnellate di fango su questo tribunale, su questa procura, su di me, Ilda Boccassini, e sui miei collaboratori. Cioè su quello stesso stato che proprio Berlusconi, nella veste di presidente del consiglio, intende rappresentare». Se questi sono i presupposti, la conclusione non può che essere una: il Tribunale invii alla Corte Costituzionale l'eccezione di incostituzionalità del Lodo Schifani (ex Maccanico), la legge appena approvata dal governo a tempo di record per sottrarre Berlusconi ai suoi guai giudiziari. Lo chiedono a gran voce la Procura milanese e le parti civili. 

Basta considerare che con la nuova normativa si è creata una posizione di privilegio di un individuo rispetto agli altri cittadini, per capire che essa è «palesemente incostituzionale». Ma non solo. Oltre al principio dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, sono molte altre le norme a cui il presidente del consiglio si sottrae: la ragionevole durata del processo, il diritto alla difesa in giudizio, l'obbligatorietà dell'azione penale, il principio del giudice naturale, e, infine, il principio in base al quale ai ministri (così come dovrebbe essere anche per il presidente del consiglio) non viene consentito alcun privilegio sui reati comuni. Tutti principi sanciti a chiare lettere dalla Carta costituzionale, principi che però vengono aggirati dalla nuova normativa blocca processi. Senza contare che, come sottolinea il pm Gherardo Colombo a termine di un lungo intervento denso di considerazioni tecnico-giuridiche, si tratta di una legge approvata per via ordinaria. Ma c'è dell'altro: il magistrato fa anche notare come la nuova norma sia in contrasto con alcuni articoli della Costituzione europea relativi alla salvaguardia dei diritti dell'uomo.

Le accuse della difesa

Altrettanto preciso nei riferimenti alla giurisprudenza, ma ancora più duro nelle sue valutazioni è
Giuliano Pisapia, legale di parte civile per la Cir di Carlo de Benedetti. Sull'attività giurisdizionale - lamenta il legale nella memoria presentata ai giudici - prevale il ruolo personale di carattere istituzionale, il che significa applicare «un privilegio inaccettabile sulla base dei nostri principi costituzionali».

Ovviamente opposto il parere di
Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, seduti un giorno in tribunale nella veste di avvocati del premier, il giorno dopo alla camera come deputati di Forza Italia. A loro modo di vedere, i pm e le parti civili «sono fuori tema», perché il tribunale, stando alla nuova normativa, avrebbe dovuto sospendere immediatamente il procedimento, senza concedere alle parti di sollevare alcuna questione. «La legge è già entrata in vigore», si lagna Ghedini. «Proseguire il processo significa violare la legge che ne stabilisce la sospensione», rincara Pecorella, puntando il dito contro il pm Boccassini, accusata di considerazioni «di natura politica».

Lunedì processo in letargo

E, sul tema immunità, la loro è una visione quantomeno singolare. Sospendere un processo è un istituto «assolutamente ordinario», dice Pecorella, che è anche Presidente della Commissione giustizia alla Camera. Nessun conflitto, quindi, con la Costituzione: «Le cinque massime cariche dello stato hanno responsabilità e funzioni tali - osserva il legale- che non possono essere paragonate alle condizioni abituali di normali cittadini che affrontano un procedimento». Anche per il collega Ghedini «il presidente del consiglio non viola alcun principio di uguaglianza», perché l'immunità è una norma stabilita fin dal 1983, ma solo per i membri del Csm, «persone che non sono state neppure elette dal popolo», conclude il difensore, facendo suo il luogo comune coniato dal suo datore di lavoro.

Ma dopo quattro ore di infuocati interventi tra accusa e difesa, il collegio presieduto da Maria Luisa Ponti non prende nessuna decisione, riservandosi di entrare nel merito per lunedì prossimo. Che dunque sarà il giorno delle sospensioni: alle nove e trenta per il processo stralcio Sme a carico del solo Berlusconi, che rimarrà fermo almeno fino al termine della legislatura (2006). Poi, alle dieci, sarà la volta del troncone principale, anch'esso destinato a una lunga sospensione per effetto del patteggiamento allargato, norma che sarà in vigore da domenica 29. Il contentino offerto dal governo a Cesare Previti, che, almeno per il momento, non può ancora godere di vera e propria immunità come il suo amico Silvio Berlusconi.

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24 novembre 2003

Parla il pm milanese: 

"I processi hanno dimostrato che la giustizia era in vendita".

"Ma ora i corruttori dovrebbero fare le leggi per riformare la magistratura"
di Giuseppe D'Avanzo

MILANO - "È qui per fare il gioco del "chi ha vinto e chi ha perso"? E allora sieda lì e cominci ad annotare quel che io ho vinto...". è un'Ilda Boccassini rilassata e ironica. Non disdegna qualche sarcasmo amaro e sembra divertirsi nel riassumere tutti gli esiti paradossali dei processi milanesi, le analisi e i commenti politici, e no, che hanno provocato in queste ore. Il pubblico ministero finge, pensosa, di raccogliere le idee e poi enumera le sue "vittorie" contandole con un gesto infantile sulla punta delle dita. "Vediamo, che cosa ho vinto io? Ho vinto i weekend".

"Finalmente, dopo anni, potrò tirare il fiato tra sabato e domenica e starmene con i miei figli e i miei amici", racconta ancora Ilda Boccassini. "Per i legittimi impedimenti degli imputati i processi Lodo Mondadori/Imi-Sir e Sme, dall'udienza preliminare in poi, e parlo quindi di anni, si sono celebrati sempre tra il sabato e il lunedì. I giudici dei due collegi almeno, una settimana sì e un'altra no, potevano riposare, io e Gherardo (il pubblico ministero Colombo, ndr) ogni fine settimana, invece, dovevamo saltare da un processo a un altro. Dal "Lodo" allo "Sme". Dallo "Sme" al "Lodo". Non è una vittoria da gettare via, il weekend. Non le pare? Un'altra vittoria che mi viene a mente è che, forse - e dico forse, per carità - non sarò più indagata. Da quando sono cominciati questi dibattimenti mi sono ritrovata indagata come non mi era mai capitato nella mia carriera professionale.
Indagata a Brescia. Di fatto, indagata a Perugia. Indagata dagli ispettori del ministero. Un po' indagata, diciamo la verità, anche dalla Corte di Cassazione, addirittura a Sezioni Unite e per due volte perché, alla fin fine, la richiesta di trasferire altrove il processo milanese per legittimo sospetto censurava anche i miei comportamenti di pubblico ministero in aula e la correttezza del lavoro durante l'istruttoria. Indagata, infine, dal consiglio superiore della magistratura dove alcuni membri laici hanno chiesto più volte un'inchiesta disciplinare nei miei confronti. Senza conseguenze. Se non una:la promozione a consigliere di Cassazione che i magistrati del mio concorso hanno ottenuto senza problemi, io ho dovuto attenderla - chissà perché - quattro anni" .

Ilda Boccassini ora appare incerta se dire o non dire, se continuare "il gioco". Decide di continuarlo. "Ho certamente
vinto una partita con il presidente del Consiglio...". S'interrompe. Volutamente, malignamente, per vedere l'effetto che fa. Ride dell'attesa nervosa che le sue parole sollecitano, e finalmente continua: "Il presidente del Consiglio dice di aver ricevuto 35 lettere di minacce di morte. L'ho surclassato. Io, questa partita, l'ho vinta alla grande, e per decine e decine di lettere di vantaggio... E' contento? Ora al gioco del "chi ha vinto e chi ha perso" potrà aggiungere anche il mio elenco..." .

E se mettessimo da parte il sarcasmo, propongo, per fare qualche considerazione seria su quello che, secondo molti, è un "cambio di stagione"? Ancora un tono sarcastico, e una risata allegra. "Si deve essere distratto o non ha letto i giornali oggi. Finalmente si può voltare pagina, è scritto ovunque. Tutti vogliono voltare pagina. Anch'io voglio voltare pagina e gettarmi alle spalle questi due benedetti processi".

Bene, dico, voltiamo pagina, ma almeno vediamo che cosa c'è scritto in quella pagina. Non le pare?
Ilda Boccassini finalmente si fa seria. "Per vedere che cosa c'è scritto, bisogna voler leggere. Ilda Boccassini finalmente si fa seria. "Per vedere che cosa c'è scritto, bisogna voler leggere. E' proprio questa volontà che sembra debole e assai poco diffusa. Secondo molti, i due processi di Milano - Lodo Mondadori/Imi-Sir e Sme - sono stati soltanto l'ennesimo, ultimo episodio del conflitto - decennale - tra politica e magistratura. Per me non sono questo. Non lo sono mai stati.
Per me, nel corso del tempo, sono inaspettatamente diventati una "prova di sopravvivenza" che metteva in gioco la stessa legittimità della magistratura a svolgere la sua funzione al servizio dello Stato. Vede, anche nel processo che si è concluso sabato, come nel processo Mondadori, ci siamo trovati a dover dimostrare non solo la colpevolezza degli imputati, ma il diritto stesso della magistratura a raccogliere fonti di prova, a promuovere un processo. Mi sembra che abbiamo ottenuto con grande fatica il risultato di riconfermare una certezza che rischiava di andare perduta: le garanzie del processo (imparzialità del giudice, il contraddittorio, la pubblicità, l'habeas corpus, la non presunzione di colpevolezza, la motivazione dei provvedimenti, la durata ragionevole...) non proteggono gli imputati dall'accertamento dei fatti, ma sono stati pensati per difendere il merito del processo. 

Ci siamo riusciti, e lo dico con soddisfazione. Perché non era un risultato scontato e non devo ricordare, proprio io, le interferenze che questo processo ha subito, reati declassati, procedure riformate... Una volta si pensavano leggi ad hoc per far fronte a gravi fenomeni criminali, penso all'associazione per delinquere di stampo mafioso. Nel caso dei processi milanesi, l'obiettivo è parso essere soltanto fermare i dibattimenti. E tuttavia, questo riguarda ancora i modi dei processi milanesi, ma non la sostanza. Le confesso che tengo di più alla sostanza, ma per afferrarla bisogna tener conto dei fatti che i dibattimenti hanno confermato, al di là di ogni ragionevole dubbio e fatta salva la presunzione di innocenza a cui hanno diritto gli imputati condannati oggi in primo grado. Ho la sensazione che chi vuole voltare pagina, quei fatti non vuole vederli, vuole nasconderli come polvere sotto il tappeto. Ma io sono un po' tignosa, si sa, e preferisco ricordarli. 

Tre processi (ai processi Lodo Mondadori e Sme, va aggiunto il processo di rito abbreviato scelto dall'imputato Giovanni Acampora) hanno dimostrato che è esistita "una lobby di magistrati e avvocati" che ha condizionato a Roma gli esiti dei processi. E' un fatto che i corruttori dei giudici erano in possesso addirittura di bozze di sentenze e che su quelle bozze erano annotate le correzioni da fare. E' un fatto dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che alcuni di quei giudici era non "occasionalmente", ma "stabilmente" retribuiti per venir meno ai loro doveri di imparzialità e indipendenza. E' un fatto che i processi hanno dimostrato, attraverso documenti bancari, il prezzo della corruzione. Non è una conclusione che mi rende felice, anche se giudici corrotti e corruttori dei giudici sono stati condannati con pene gravissime, pesanti come magli. Al contrario, sono amareggiata e preoccupata" .

"Sono amareggiata - continua Ilda Boccassini - perché se la giustizia può essere messa in vendita per un così lungo periodo di tempo addirittura nella capitale del Paese, quel Paese vede minacciato lo Stato di diritto, il fondamentale diritto dell'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Sono preoccupata perché affiora, nel dibattito sollevato dalle sentenze di Milano, soltanto il desiderio di voltare pagina e non vedo spuntare da nessuna parte la voglia di porre rimedio a quel pericolo. Mi chiedo: per molti anni è stato possibile comprare giudici e sentenze come se la giustizia fosse un mercato dove vince chi è più sleale, chi ha più risorse e meno scrupoli. Come è possibile che nessuno se ne sia accorto? Come è possibile che quei giudici, ritenuti oggi corrotti, abbiano sempre collezionato le eccellenti valutazioni dei consigli giudiziari? Che cosa non ha funzionato? Che cosa non funziona nel nostro sistema di controlli, di promozioni, di verifiche del lavoro e delle responsabilità? Non vale la pena che ognuno di noi si ponga queste domande? Non deve essere soprattutto la magistratura a riflettere e magari a fare scelte coraggiose e forse impopolari? Qual è il costo che noi magistrati siamo disposti a pagare nel nostro lavoro quotidiano al fine di preservarne l'autonomia? Mi chiedo: voltare pagina, significa anche gettarsi alle spalle la patologia che i processi di Milano hanno portato alla luce? Significa far finta che nulla sia accaduto, che tutto va per il meglio? Ma meglio chiudere qui questa conversazione. Mi accorgo che sto diventando troppo seria e invece la situazione è grave, è vero, ma non seria, come si dice".

Perché?, chiedo.
"Non vede? Le acrobazie di quello che lei chiama il "cambio di stagione" sono stravaganti fino al paradosso.
E' stato dimostrato a Milano che a Roma c'erano giudici che vendevano la propria indipendenza e da anni stiamo qui a discutere dell'indipendenza dei magistrati di Milano che l'hanno svelato e non di quei giudici di Roma che, la loro indipendenza, se la sono venduta. La corruzione dei giudici dovrebbe imporre un confronto sulle correzioni da applicare al sistema giudiziario, al suo ordinamento, ma quelle riforme sembra siano anche nelle mani di chi ha corrotto quei giudici. Non trova che siano spassosi, i paradossi italiani?" .

Repubblica, 24 nov 2003

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LETTERA DI UNA GIORNALISTA A ILDA BOCCASSINI

www.dols.net  2-07-2003

Il processo Sme forse non si farà, alla legge sarà impedito di fare il suo corso. Ma non cala il sipario sulla verità. 

di Donatella Papi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Gentile Signora Boccassini,
spero le giungano la mia solidarietà e il mio più sentito ringraziamento per il ruolo svolto e per il modo come ha sostenuto l'esercizio delle sue funzioni.
Le confesso che all'inizio del Processo Sme avevo di lei l'immagine che le avevano cucito addosso: "Ilda la rossa", il magistrato di sinistra che fa politica nelle aule dei Tribunali. All'epoca ero una moderata di centrodestra, che ha sempre cercato di votare dove ha ravvisato la cultura della democrazia, dello stato di diritto, della legge uguale per tutti.

Oggi mi sento una cittadina partecipe della coscienza con la quale vanno difesi la democrazia, lo stato di diritto, la legge uguale per tutti. A questa presa di posizione ha contribuito il lavoro onesto di tanta gente, il suo particolarmente.

Ho letto il resoconto della sua ultima requisitoria. Qualcuno l'ha definita un urlo alla luna nera, una protesta civile, il tentativo finale di proteggere almeno, soffocato il processo con una legge palesemente incostituzionale, la limpidezza del lavoro della Procura di Milano, lo spirito di servizio e la correttezza degli addetti in toga e in divisa.
Con parole mie, voglio dirle che ho sentito la sua amarezza, la rabbia e la frustrazione che derivano dal subire la prepotenza del potere che vuole tacitare lei, il Pool di Milano. E la giustizia, impedendole di fare il suo corso.

Da donna a donna, mi consenta di dire che ho notato come anche lei sia cambiata. All'inizio del processo, questa notte lunga e nera della Repubblica, era una ragazza fulva e spavalda. Oggi è una signora, una bella Signora, ma la sua immagine racconta più delle parole il peso del lavoro svolto, le ansie e le preoccupazioni. Per questo mi permetto di scriverle, per esprimerle la mia solidarietà e rassicurarla, poiché sul processo Sme forse è calato il sipario, forse non si arriverà a sentenza, ma il verdetto etico, morale, civile è una verità che è uscita dall'aula per raggiungere la coscienza di tanta gente.

Un verdetto che non riguarda un uomo, un' azienda, episodi di corruzione, ma l'inaccettabile sopraffazione di chiunque s'illuda di piegare ai propri fini una democrazia, di sostituire al principio del confronto l'affronto, alla regola del rispetto delle leggi l'imposizione di leggi speciali che sono l'olocausto della civiltà. In questo caso siamo di fronte alla disperazione incontrollata, al cerchio di fuoco, ma i rischi non cambiano. Dobbiamo cambiare noi quando è necessario riconoscere il sopruso e l'inganno a cui opporre la ferma lucidità della ragione.

Quando e come si è creato il corto circuito e si è spezzato il gioco del potere? Non entro nel merito del processo per questioni di conoscenza degli atti e competenza in materia. Ma anche perché penso che l'evidenza dei due pesi e delle due misure, dei due ruoli (il suo di pubblica accusa e quello dell'imputato di massima istituzione) e del diverso senso di responsabilità si siano resi evidenti quando il potere ha ritenuto di eludere l'iter processuale e ha impugnato due armi. La prima un lodo stravolto nell'originaria formulazione, piegato a salvacondotto personale e imposto agli italiani. La seconda, assai peggiore, l'arma della delegittimazione, del fango e delle minacce per screditare il lavoro, l'impegno, la toga nel suo caso. Quando si arriva a questo si è raggiunto il livello più basso, più grave, più dannoso.

La ringrazio signora Boccassini per il modo come lei ha reagito al fango, alle minacce, al tentativo di delegittimazione e di tacitazione, alla paura. Potrei usare molti aggettivi e tante espressioni. Ma la cosa più meritevole da far notare è che lei, pur sotto pressione e sotto scorta, ha continuato a fare il suo lavoro, con impegno, con determinazione e compostezza. E' così che "Ilda la rossa" ha dimostrato una verità altrettanto fondamentale e utile: è la qualità delle persone che fa la differenza e che, sì, vi sono casi in cui non tutti sono uguali di fronte allo Stato… ma per eccellenza e non per difetto. Come lei ha ben spiegato "ogni imputato ha la facoltà di mentire e di non rispondere, però qui si tratta del presidente del Consiglio, che dovrebbe rappresentare quello Stato che rappresento anch'io, nel mio ruolo di pubblica accusa". E sostenendo che allora diventa poca cosa se Ilda Boccassini è coperta di fango, riceva minacce, è soggetta a una campagna di delegittimazione, perché non è una questione personale ma di ruoli, lei ha dimostrato il diverso modo di interpretare il requisito essenziale del senso di responsabilità in chi rappresenta lo Stato. Lei, signora Boccassini, ha scelto di continuare ad esporsi in nome della verità e della giustizia. L'imputato ha scelto di eludere e di farsi votare uno scudo in difesa di interessi personali. Due pesi e due misure, due ruoli ma una sola dignità.

Il processo Sme forse non si farà, alla legge sarà impedito di fare il suo corso. Ma non cala il sipario sulla verità. Per questo non sia amareggiata e non senta vano il suo impegno, anche se ho ben capito che nemmeno questo epilogo giacobino la farà flettere di un millimetro. La immagino già al lavoro. Ecco, pensi che il suo impegno è un buon esempio per tanta gente e il suo coraggio farà sentire tanta gente meno indifesa. Sul piano istituzionale, il lavoro suo e del Pool ha prodotto il risultato migliore: la trasparenza, consentendo agli italiani di poter avere fiducia nella giustizia e negli amministratori della giustizia. Il tutto senza innescare instabilità e tensioni. Il miglior servizio al Paese e la migliore risposta alle numerose sollecitazioni del Capo dello Stato.
Le auguro ogni bene e di agire nella massima serenità. Quanto al processo Sme, per noi gente semplice gente comune, il verdetto c'è già stato.
Grazie e buon lavoro. 
Donatella Papi

Chi e' Donatella Papi
Giornalista per Gioia (dal 1978 al 1988 Gioia con la qualifica di Redattore e poi Caposervizio). Ha scritto interviste e ritratti di gente dello spettacolo e personalità, ha svolto inchieste su temi di costume e sociali, si è occupata di programmi televisivi e media, di cultura, scienze e medicina, salute e bellezza. In particolare ha seguito la fecondazione artificiale fin dall'inizio della nuova tecnica e sul tema ha pubblicato due libri.
Ha collaborato con Gente, dove si è occupata di politica, attualità, spettacolo; inviato speciale de "Il Giornale" con le Direzioni di Indro Montanelli e Vittorio Feltri; ha svolto mansioni di caposervizio della pagina tv e media e si è occupata di politica, telecomunicazioni e media, spettacolo e attualità; Capo Ufficio Stampa del Ministero delle Comunicazioni, responsabile della comunicazione, dell'immagine e dei rapporti con le istituzioni. Ha curato in particolare l'organizzazione di convegni e manifestazioni, si è occupata del Sito Internet del Ministro e del Ministero; portavoce del Ministro delle Comunicazioni, On. Salvatore Cardinale; responsabile delle Relazioni Esterne dell'Agenzia Ansa, dove si è occupata dell'immagine, della comunicazione e dei rapporti istituzionali; ha seguito il lancio di Ansaweb, la divisione per i servizi multimediali; ha svolto attività di assistente dell'Amministratore Delegato.

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 Panorama, 13-1-2004

 La Corte costituzionale dichiara illegittimo il lodo Schifani

 

Con la sentenza n. 24 del 2004 la Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 2, della legge 20 giugno 2003, n.140 ed ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1 e 3, della predetta legge n. 140 del 2003.

La Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 1 della legge n. 140 del 20 giugno 2003.
Per intenderci, a essere stata giudicata incostituzionale è la prima parte del cosiddetto Lodo Maccanico o Schifani in base al quale si stabiliva la sospensione dei processi penali nei confronti delle cinque più alte cariche dello Stato "in corso in ogni fase, stato o grado, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione, fino alla cessazione delle medesime cariche o funzioni".
Secondo i giudici, l'articolo 1 del Lodo è in palese contrasto con gli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 24 (diritto di difesa) della Costituzione italiana.

AMMISSIBILE IL REFERENDUM
La Corte costituzionale è pervenuta anche alla conclusione che il referendum proposto da Italia dei Valori di Antonio Di Pietro per l'abrogazione dell'intero articolo 1 della legge 140 del 2003 sull'immunità delle cinque più alte cariche dello Stato è ammissibile perché il suo oggetto non rientra nelle materie per le quali l'articolo 75 della Costituzione vieta una consultazione popolare (le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali) e perché non viola i principi integrativi fissati dalla stessa Corte in passate occasioni.
Esulta Antonio di Pietro: «Noi dal primo momento abbiamo sostenuto che questa legge fosse incostituzionale, illegittima e immorale. Oggi noi siamo soddisfatti perché avevamo visto giusto».
«A questo punto - ha aggiunto - occorre valutare se (il referendum) sia ancora necessario ». Soddisfatta anche l'Associazione Nazionale Magistrati: «La sentenza della Consulta evidenzia la fondatezza delle perplessità circa i profili di incostituzionalità formulate a suo tempo dall'Associazione nazionale magistrati » ha dichiarato il segretario dell'Anm Carlo Fucci.

 

 

I L  P R O C E S S O  S.M.E.:  S I N T E S I

Il processo Sme, divenuto insieme al gemello Imi-Sir/Lodo Mondadori il simbolo dello scontro tra potere politico e magistratura, e' arrivato a sentenza dopo quasi 4 anni di fase dibattimentale contrassegnata da aspri scontri e polemiche. Queste le tappe salienti dell'iter processuale.

Febbraio 1995 - Stefania Ariosto apre il capitolo ''toghe sporche'', facendo rivelazioni prima ai militari della Finanza, poi direttamente ai magistrati della Procura di Milano, in qualità di testimone. Tra mille esitazioni, appunti e ricordi, la bionda confidente rivela quello che sa su giudici romani, politici, avvocati e bustarelle.

Autunno 1995 - Partono le indagini in Procura a Milano. Grazie alla collaborazione dell'Ariosto, gli inquirenti individuano un primo passaggio di denaro, risalente al marzo '91: quasi 435 mila dollari partiti dal conto Ferrido di Fininvest e piovuto in pochi giorni sul conto Rowena dell'ex capo dei gip di Roma, Renato Squillante, dopo essere rimbalzato anche sul conto Mercier intestato a Cesare Previti. Le indagini proseguono, e vengono scoperti altri due bonifici, entrambi dell'88, rispettivamente di 800 milioni e di un milardo di vecchie lire, che nel maggio l'uno e nel luglio l'altro partono dal conto zurighese di Pietro Barilla per arrivare nelle disponibilità di Attilio Pacifico. Dalla somma ricevuta, Pacifico gira 200 milioni a Filippo Verde (il giudice a capo del collegio che nel 1986 annullò l'affare Iri-Buitoni per l'acquisizione della quota di maggioranza della Sme), 850 milioni a Cesare Previti e, infine, 100 milioni a Squillante. Versamenti che, per la Procura, coincidono con le tappe dell'infuocata battaglia giudiziaria sulla compravendita Sme.

Novembre 1998 - Dopo tre anni di indagini, inizia a Milano davanti al gup Alessandro Rossato l'udienza preliminare, che si conclude circa un anno dopo con il rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Renato Squillante, Attilio Pacifico e Filippo Verde. Tutti accusati di corruzione in atti giudiziari proprio per quei versamenti girati estero su estero in coincidenza con le fasi cruciali del contenzioso Sme.

8 marzo 2000 - Inizia davanti ai giudici della prima sezione penale (collegio formato dal presidente Maria Luisa Ponti e dai giudici Guido Brambilla e Carmen d'Elia) il processo denominato Sme-Ariosto. Un inizio faticoso, scandito da scontri e battaglie procedurali tra accusa e difesa ancora prima che cominci la fase delle testimonianze.

Autunno 2001 - Nell'aula Sme irrompe la nuova normativa sulle rogatorie, la prima di cinque leggi approvate dalla maggioranza di governo di cui fanno parte gli imputati Berlusconi e Previti destinata a pesare sull'andamento del processo.

Il primo a chiedere che le rogatorie finite nel fascicolo di dibattimento siano considerate inutilizzabili perchè prive dei requisiti formali richiesti dalla nuova legge è Previti. Ma i giudici respingono. Il parlamentare ricusa il collegio che lo giudica. Ma anche questa richiesta viene bocciata in Appello. Nel frattempo, si pone un'altra questione, destinata ad acuire lo scontro tra potere politico e magistratura: quella relativa alla scadenza del giudice a latere Brambilla, destinato al Tribunale di Sorveglianza a partire dal 9 gennaio 2002.

Dicembre 2001 - In pieno periodo natalizio, il Ministro della Giustizia Roberto Castelli dispone per Brambilla il trasferimento immediato, che annullerebbe tutto il processo a quasi due anni dal suo inizio. Ma la Corte d'Appello di Milano, presieduta da Giuseppe Grecchi, prende una decisione opposta a quella del Guardasigilli: il processo in corso va salvaguardato, Brambilla sia applicato a tempo pieno nella Corte della prima sezione penale.

Gennaio 2002 - In occasione dell'apertura dell'anno giudiziario, Francesco Saverio Borrelli, ormai prossimo alla pensione, incita i suoi colleghi a ''resistere, resistere, resistere''. Per Berlusconi e Previti è questa la prova della sussistenza, a Milano, di una ''grave situazione locale''.

5 novembre 2002 - Dopo un burrascoso iter tra Camera e Senato, mentre i girotondini assediano Palazzo Madama e l'opposizione grida allo scandalo, il ''legittimo sospetto'' diventa legge, la legge Cirami. Ed e' subito applicato a Milano, dove i processi Imi-Sir/Lodo -Mondadori e Sme si fermano.

27 gennaio 2003 - Il colpo di scena arriva dal Palazzaccio, dove, dopo una giornata e mezzo di discussione, le Sezioni Unite della Cassazione emettono il verdetto decisivo: nessuna grave situazione locale, i processi restano a Milano. La reazione politica e' durissima: Berlusconi parla di ''decisione politica'' e di ''partita truccata''.

16 maggio 2003 - Il collegio giudicante del processo Sme, alla vigilia della requisitoria del pm Ilda Boccassini, stralcia la posizione processuale di Berlusconi.

30 maggio 2003 - Il pm Boccassini conclude la sua requisitoria, chiedendo condanne pesantissime: 11 anni per Previti, 11 anni e 4 mesi per Squillante, 11 per Pacifico, 4 anni e 8 mesi per Verde.

12 giugno 2003 - Approvata la nuova normativa sul patteggiamento allargato, che prevede, se richiesto dagli imputati, uno stop del processo di 45 giorni, tempo ritenuto sufficiente per poter decidere se patteggiare o meno la pena.

20 giugno 2003 - Il Lodo Schifani (ex Maccanico), che blocca i processi per le cinque più alte cariche dello Stato, diventa legge. Processo-stralcio Sme bloccato per Berlusconi. 

Giugno 2003 - "Sostituite in udienza il pubblico ministero Ilda Boccassini". E' questa la richiesta depositata dai difensori di Cesare Previti e annunciata ai giudici del processo Sme nel corso dell'udienza. L'istanza fa riferimento a diversi capitoli della vicenda, dal fascicolo di indagini 9520 ad altri aspetti legati al procedimento. Inoltre, stando a quanto di apprende, la richiesta che arriva 'ad un passo' dalla requisitoria del pm, farebbe riferimento anche a quel ''bambino viziato'' con il quale Ilda Boccassini, venerdi scorso, aveva apostrofato l'ex ministro chiedendo al Tribunale di non consentirgli di essere interrogato.  

29 giugno 2003 - Processo Sme fermo fino al 3 ottobre per effetto della norma sul patteggiamento allargato, richiesta da quasi tutte le difese.

Estate 2003 - Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, i due pm titolari del processo, vengono denunciati dal cosiddetto ''Comitato per la Giustizia''. Per entrambi, l'accusa e' di abuso d'ufficio, in relazione alla gestione del fascicolo 9520, faldone di indagini dal quale sono scaturiti i due processi denominati ''toghe sporche''.

3 ottobre 2003 - Riprende il processo nell'aula milanese. La difesa Previti chiede che sia avocato il fascicolo 9520 e che i due pm si astengano, perchà colpevoli di ''conflitto di interesse'' per il fatto di essere oggetto di un'indagine pendente a Brescia nei loro confronti e contemporaneamente accusatori nell'aula del processo Sme. I giudici respingono. La stessa richiesta viene allora rigirata alla Procura Generale, che però la boccia nuovamente. E' questo lo spunto per ricorrere nuovamente in Cassazione, dove lamentare nuovamente una ''grave situazione locale'' degli ambienti giudiziari milanesi tale da giustificare la rimessione (trasferimento) del processo a Brescia.

17 novembre 2003 - La sesta sezione penale della Cassazione respinge la richiesta di rimessione di Previti: il processo Sme, ormai giunto alle fasi conclusive, rimane a Milano.

21 novembre 2003 - Ilda Boccassini, contrariamente alle attese, rinuncia alle repliche dell'accusa. Dichiarazioni spontanee di Pacifico e Previti, che esordisce così nel suo intervento: ''Non mi difendo, ma accuso''. I giudici della prima sezione penale, dopo aver dichiarato ''chiuso il dibattimento'', si ritirano in camera di Consiglio per il verdetto, arrivato dopo otto ore.

22 novembre 2003 – Il verdetto dei giudici: Cesare Previti condannato a 11 anni, il giudice Vittorio Metta a 13 anni, il giudice Renato Squillante a 8 anni e mezzo, l’avvocato Attilio Pacifico a 11 anni, l’avvocato Giovanni Acampora a 5 anni e sei mesi, per Filippo Verde non è stata accolta la richiesta di 10 anni di carcere della Boccassini ed è stato assolto.

(ASCA) - Milano, 22 novembre 2003

ULTIMISSIME

13 gennaio 2004 - La Corte costituzionale dichiara illegittimo il Lodo Schifani (ex Maccanico) e tutto ritorna in discussione.

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9 marzo 2004, Corriere della sera

Sme, depositate le motivazioni della sentenza

ROMA - Sono state depositate le motivazioni della sentenza Sme. Il documento spiega le ragioni della colpevolezza degli imputati condannati e ribadisce l'attendibilità dei testi, incluso Stefania Ariosto.

GLI IMPUTATI - Il parlamentare di Forza Italia Cesare Previti, insieme ad altri due imputati, l'ex capo del gip di Roma Renato Squillante e l'avvocato Attilio Pacifico, era stato assolto dall'imputazione specifica che riguardava le presunte tangenti a giudici per bloccare la cessione del colosso agroalimentare pubblico Sme al gruppo Cir di Carlo De Benedetti nel 1985 - mentre era stato condannato per il cosiddetto caso Ariosto. Questo, dal nome del teste d'accusa Stefania Ariosto, riguardava la presunta corruzione di giudici a Roma all'inizio degli anni 90, in particolare per un versamento di 434.000 dollari che nel marzo '91 sarebbe andato da un conto attribuito alla Fininvest a conti esteri riferibili a Previti a Pacifico e poi infine al giudice Squillante.

 

 

SQUILLANTE - Per i giudici l'ex capo dei gip romani Renato Squillante assolveva «in specifico l'incarico di pagatore nei confronti di altri colleghi». Se Squillante era il pagatore, aggiunge il giudice nelle lunghe motivazioni, «non poteva che essere lui stesso il collegamento tra gli erogatori e gli altri magistrati cui proporre di farsi corrompere o anche solo nei cui confronti attuare un intervento o comunque una indebita ingerenza». Secondo il giudice «è corretta la formulazione accusatoria che attribuisce a Squillante una condotta di vendita della funzione dietro corrispettivo, individuando il genius di atti che effettivamente appartengono alla sia specifica, sia generica competenza di un magistrato appartenente ad un assai rilevante ufficio giudiziariò.

CORRUZIONE DEVASTANTE - «La corruzione di un magistrato è devastante». È quanto sostiene nelle motivazioni della sentenza il giudice Luisa Ponti, presidente del Collegio che presiedette il procedimento a carico, fra gli altri, di Cesare Previti, Silvio Berlusconi e Renato Squillante. Nel valutare il trattamento sanzionatorio applicato agli imputati poi condannati, il giudice sottolinea che «la corruzione di un magistrato, che per denaro o per altra utilitá sottomette il proprio dovere di imparzialitá e terzietá agli interessi di parte che agitano i piano processuale, è devastante, inoltre per lo stesso sistema democratico stabilito, in cui il valore essenziale della giurisdizione è proprio quello della autonomia e imparzialitá del giudice».

VERDE - In relazione invece alle assoluzioni per il caso Sme i giudici sostengono che «la sentenza del giudice Filippo Verde assolto dall'accusa di corruzione non presenta di per se né sotto il profilo del comportamento di Verde né sotto quello del contenuto decisiorio alcuna anomalia, tanto meno significativa di un precedente accordo corruttivo che fosse specifico per tale atto». Sempre per Sme, continuano le motivazioni, «conclusivamente non c'è prova in questo contesto dibattimentale che possa collegare l'asserita ricezione della somma di almeno 200 milioni di lire ad un previo accordo di messa a disposizione aprioristica da parte di Verde della propria funzione giudiziaria a favore di Previti che nella specie avrebbe agito per conto della Iar cordata guidata da Silvio Berlusconi».

ARIOSTO ATTENDIBILE - Nella prima parte della sentenza, viene invece sancita l'attendibilità della Ariosto, la teste chiave dell'accusa, nei confronti della quale - dicono i giudici - «si è scatenata ... una inevitabile reazione aggressiva e tendenzialmente distruttiva sia sul piano mediatico che su quello processuale, veramente straordinaria e inusuale...». La sentenza di primo grado su Sme, che chiuse un dibattimento durato tre anni e otto mesi, fu la seconda condanna di Previti per corruzione in un anno. L'accusa aveva chiesto per l'ex ministro della Difesa 11 anni di reclusione per corruzione giudiziaria. L'assoluzione dalla contestazione del caso Sme accoglieva parzialmente le istanze delle difese e, secondo fonti legali, in prospettiva favoriva la posizione del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, imputato separatamente per entrambi i capi di imputazione nello stesso procedimento, sospeso per lui per effetto del "Lodo Schifani", poi annullato dalla Consulta. Il processo al premier riprenderà il 16 aprile.

FININVEST INTERESSATA - Dalla sentenza emerge comunque che la Fininvest, società posseduta dalla famiglia del presidente del Consiglio, era interessata alla vicenda Sme. Il giudice Luisa Ponti dopo avere ricordato che nel corso di una delle sue lunghe dichiarazioni spontanee «Silvio Berlusconi ha detto che lui non aveva alcun interesse nella vicenda giudiziaria dopo avere ottenuto, in sostanza, attraverso l'offerta poi formalizzata Iar, che il ministro delle partecipazioni statali bloccasse l'esecuzione delle intese intervenute tra De Benedetti e Prodi», il giudice ricorda che, invece, «di fatto la Iar, di cui era azionista la Fininvest assieme a Barilla, è intervenuta in tutti i gradi del giudizio definito». Non solo la Iar «convenne in altro giudizio l'Iri». In conclusione «non si può dire che la Fininvest non avesse interesse alla vicenda giudiziaria originariamente attivata da Buitoni, vicenda di cui ebbe modo di occuparsi certamente Previti che era il legale di riferimento per tutte le cause Fininvest a Roma».

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IL  PROCESSO:  LE  INCHIESTE  IMI-SIR  e  LODO  MONDADORI

 

IMI - SIR    Al centro dell'inchiesta Imi-Sir c'è una presunta tangente di 66 miliardi che sarebbe stata versata nel 1994. Secondo i pm milanesi, Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, la famiglia del petroliere Rovelli avrebbe consegnato somme ingenti agli avvocati Previti (21 miliardi), Pacifico (33 miliardi) e Acampora (13 miliardi) per "aggiustare" - corrompendo, secondo l'accusa, i giudici romani Squillante, Verde e Metta - la causa tra la Sir di Rovelli e l'Imi. Causa che fruttò alla famiglia del petroliere mille miliardi.

LODO MONDADORI  L'inchiesta Lodo Mondadori riguarda un pacchetto di azioni in mano alla famiglia Formenton che passarano nelle mani della Fininvest grazie ad una sentenza della Corte d'Appello che, secondo l'accusa, sarebbe stata anch'essa "aggiustata". La vicenda del lodo arbitrale sul contratto Cir-Formenton inizia nel 1989, quando tre arbitri vengono incaricati di dirimere la controversia tra Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton che riguardava la vendita alla Cir da parte di Formenton di 13milioni e 700mila azioni Amef contro 6 milioni e 350mila azioni ordinarie Mondadori. Il lodo arbitrale fu favorevole alla Cir: Silvio Berlusconi prese la presidenza di Mondadori e De Benedetti conquistò il controllo del 50,3% del capitale ordinario Mondadori. Il 24 gennaio 1991, però, la Corte d'Appello di Roma, presieduta dal giudice Valente e composta dai magistrati Vittorio Metta e Giovanni Paolini, dichiarò che l'intero accordo, e quindi il lodo arbitrale, era da considerarsi nullo.  

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