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DIRITTO PRIVATO COMPARATO

Silvia Banchieri

“CONOSCERE COMPARANDO”  

18 maggio 1999

INDICE

1. COMPARAZIONE: SCIENZA O METODO? 

2. L' OGGETTO DELLA COMPARAZIONE 

3. SCOPO E FUNZIONI DEL DIRITTO COMPARATO 

4. IL METODO DEL DIRITTO COMPARATO 

5. LA COMPARAZIONE NELLE SCIENZE SOCIALI 

6. CONCLUSIONI 

 

 1. COMPARAZIONE: SCIENZA O METODO? 

     Successivamente al primo Congresso di Diritto Comparato tenutosi a Parigi nel 1900, la questione sulla determinazione del diritto comparato come scienza o come metodo assorbe gran parte dell’interesse scientifico e dottrinale dei giuristi. Tuttavia gli esiti di queste discussioni risultano alquanto sterili. 

Alcuni autori sostengono da subito l’inutilità e la futilità di tali speculazioni: tra essi ricordiamo David, Lambert, Mc Dougal, Schmitthoff, Gutteridge. Questi studiosi espongono le loro posizioni in maniera piuttosto generale, affermando solo la fungibilità dei termini "metodo" e "scienza", ritenuti intercambiabili. Tuttavia tale argomento non regge in quanto il metodo è un insieme di fasi razionali e successive seguite per giungere ad uno scopo preciso; la scienza è invece un insieme di conoscenze ordinate aventi un oggetto determinato, un ambito ed un metodo propri. La disputa è quindi prevalentemente teorica. Ci sono autori che aderiscono alla corrente che considera il diritto comparato come scienza autonoma, o per lo meno, come un metodo e una disciplina indipendente: ad esempio Capitant parla di " branca della scienza del diritto avente ad oggetto il ravvicinamento sistematico delle istituzioni giuridiche dei diversi paesi ", Radbruch di " scienza del diritto comparato " (entrambi affermano che il diritto comparato è una disciplina autonoma della scienza giuridica, ma, non offrendo validi argomenti a sostegno del loro pensiero, questa rimane una semplice affermazione); Saleilles, pur aderendo a questa impostazione, cade però spesso nella confusione tra metodo e scienza; Lambert inizialmente qualifica il diritto comparato come scienza autonoma (anche se successivamente cambierà opinione); Sauser-Hall considera il diritto comparato egualmente come scienza e come metodo; Weiss ritiene il diritto comparato come una scienza autonoma, affermando che esso non è soltanto un metodo ma anche uno scopo. 

     All’interno di tale raggruppamento poi, alcuni autori appartengono alla corrente che si pronuncia a favore del diritto comparato come metodo. Fra questi troviamo Lambert, Gutteridge (che inizialmente affermava che il diritto comparato era una scienza), David, per il quale il diritto comparato non può essere una scienza in quanto esso non è né una parte del diritto positivo né ha un campo proprio. Come si può notare alcuni di questi studiosi aderiscono anche al primo filone dottrinale per il quale il dilemma sulla qualificazione del diritto comparato come scienza o come metodo è senza importanza. 

     Ciò significa che in realtà la posizione dei comparatisti non sempre è facilmente e definitivamente catalogabile in una di queste correnti. Sempre all’interno di questa tendenza alcuni autori assegnano al diritto comparato una pluralità di scopi: Wigmore afferma che esso possiede tre oggetti e tre ambiti; Schnitzer sostiene che la comparazione rappresenta più di un metodo. 

Altri giuristi considerano invece il diritto comparato un metodo suscettibile di evolversi talvolta in una scienza. 

Infine un altro gruppo di studiosi, il cui principale rappresentante è Rothacker, concepisce il diritto comparato come una branca di una scienza comparativa generale nella quale rientrano altre discipline, come la linguistica comparata e la scienza comparata delle religioni. Oggi questa disputa ha perso intensità e vigore, anche perché forse avrebbero dovuto essere meglio chiariti i significati dei termini "metodo" e "scienza". In senso stretto un "metodo" è un insieme di procedure scelte per raggiungere determinati risultati; una "scienza", in senso stretto, è allora un certo campo d’indagine. 

     Fatte queste premesse, ci si può accorgere di come non esista un solo modo di comparare, essendoci la possibilità di usare metodi diversi; ed esiste inoltre uno specifico ambito nel quale la comparazione opera, occupandosi ad esempio della circolazione dei modelli e delle loro relazioni interne. Quindi sostenendo che la comparazione è un metodo, non si tiene conto del fatto che non esiste il metodo puro della comparazione, e che non è possibile cogliere lo specifico campo d’indagine. 

     Tuttavia il problema riguardante la distinzione fra metodo e scienza dei diritti comparati non è mai stato risolto con chiarezza, e questo per diversi motivi: innanzitutto perché pochi autori conoscono le condizioni per l’esistenza di una scienza autonoma dei diritti comparati. Il metodo comparativo è un procedimento sistematico utile all’ acquisizione di nuove conoscenze, utilizzabile in ogni campo del diritto ed i cui risultati possono essere applicati sia in campo teorico che in campo pratico. La scienza è invece il modo per spiegare le conoscenze acquisite in un campo proprio, ordinandole e classificandole. Perciò è fondamentale distinguere le soluzioni ottenute mediante il metodo per poter poi costruire la scienza dei diritti comparati. 

Il diritto comparato è una scienza perché, utilizzando il metodo, è in grado di evidenziare le relazioni fra i vari ordinamenti giuridici; cioè da una moltitudine di conoscenze particolari e frammentate è possibile passare alla conoscenza, prima dell’ordinamento giuridico, poi del sistema. La scienza dei diritti comparati deve quindi servire al collegamento, al coordinamento e alla classificazione degli elementi individuali nel tutto. Infatti una disciplina autonoma non ha solo un oggetto ed un ambito di ricerca propri, diversi da quelli delle altre scienze, ma ha il compito preciso di mettere ordine nel caos delle conoscenze per giungere ad un armonico insieme di regole. L’insieme coerente di conoscenze forma l’oggetto del diritto comparato. 

     Un altro motivo per il quale la distinzione fra metodo e scienza non è stata effettuata con chiarezza è che gli studiosi si sono sempre concentrati prevalentemente sulla micro-comparazione, tralasciando la macro-comparazione. La micro-comparazione è il confronto di regole o di istituti giuridici appartenenti a diversi sistemi; ha un obiettivo di analisi molto limitato ed un procedimento frammentario, che impediscono di cogliere il fenomeno giuridico nelle sue strutture fondamentali. Attraverso questa tecnica di studio si scopre solo come le singole particelle giuridiche siano simili in quasi tutti gli ordinamenti, e non possiedano quindi una struttura rilevante per l’analisi comparatistica. 

     Perciò è necessario cambiare il punto di vista. Solo la macro-comparazione può evidenziare le caratteristiche degli ordinamenti giuridici, le loro strutture fondamentali. Inoltre i risultati ottenuti con la micro-comparazione non sono mai stati elaborati ed utilizzati, ma sono rimasti sempre allo stadio di conoscenze frammentarie accumulatesi le une sulle altre, a causa dell'incapacità degli studiosi di trovare criteri validi di classificazione. 

E' anche per questo motivo che il diritto comparato è stato concepito spesso come metodo, ed è esattamente questo che distingue la micro dalla macro-comparazione, ed il metodo dalla scienza dei diritti comparati. L'oggetto del metodo consiste nell'ottenere e classificare osservazioni parziali; mentre la scienza dei diritti comparati ha il compito di ordinare tutte queste nozioni. Il metodo comparativo è il metodo della scienza dei diritti comparati e contribuisce alla creazione della stessa. E' inoltre opportuno distinguere, nell'ordinamento giuridico, gli elementi determinanti da quelli fungibili. Gli ordinamenti dotati degli stessi elementi determinanti vanno raggruppati in un sistema giuridico. E' anche in base alla diversità degli elementi che si determina la differenza fra micro e macro-comparazione. Innanzitutto nell'oggetto: la micro-comparazione esamina le particelle giuridiche elementari degli ordinamenti; la macro-comparazione studia le grandi strutture, gli elementi determinanti e gli ordinamenti. Poi nello scopo; quello della micro-comparazione è chiarire una specifica regola giuridica: quello della macro-comparazione è invece indagare le strutture fondamentali degli ordinamenti affinché si possano elaborare i grandi sistemi giuridici. Il metodo comparativo è stato compresso dalla moltitudine dei risultati ottenuti con la micro-comparazione a causa della mancanza di parametri idonei. I comparatisti ne hanno proposti alcuni ( ad esempio quello storico ), che però si sono rivelati inesatti. Gli strumenti idonei a classificare gli elementi all'interno degli ordinamenti sono quelli che provengono dalla distinzione tra elementi fungibili ed elementi determinanti. 

     E' necessario cioè passare dalla micro- alla macro-comparazione ed esaminare finalmente gli ordini giuridici. Le "particelle giuridiche elementari", cioè le norme ed i principi giuridici applicabili all'interno della società, sono quelle che formano gli ordinamenti. I comparatisti, errando nella loro valutazione, le hanno sempre considerate di eguale valore. Invece, per poter arrivare a conoscere fino in fondo l'essenza di un ordine giuridico, è necessario comprendere il ruolo che alcune di esse rivestono al suo interno. Infatti esse sono ordinate gerarchicamente e verticalmente, nel senso che al centro dell'ordinamento ritroviamo il nucleo degli elementi determinanti, il quale forma la struttura essenziale dell'ordinamento stesso; mentre attorno ad esso sono presenti gli elementi fungibili.

     Elementi determinanti ed elementi fungibili si distinguono dal punto di vista del loro significato. I primi sono direttamente collegati al sistema di valori sotteso all'ordinamento giuridico, attribuendogli un'individualità specifica, e determinando le sue strutture basilare; modificarli o sostituirli significherebbe trasformare la morfologia del sistema. I secondi, più numerosi, hanno però un'importanza secondaria, dal momento che contribuiscono solo a completare il profilo dell'ordinamento senza qualificarlo ulteriormente; essi sono fungibili nel senso che la loro modificazione o sostituzione lasciano intatto il nucleo fondamentale dell'ordinamento; la loro rilevanza, limitata ad un singolo istituto giuridico, è sussidiaria e periferica. Tuttavia sono gli elementi determinanti quelli fondamentali per la costruzione della scienza dei diritti comparati.

     Essi, caratterizzando ogni ordinamento giuridico, forniscono una teoria oggettiva e non arbitraria in grado di raccogliere gli ordinamenti in sistemi giuridici. La conoscenza della morfologia degli ordini giuridici, il loro confronto e la loro classificazione, sono gli scopi principali della scienza dei diritti comparati. Infine meritano un cenno le TESI DI TRENTO, le quali costituiscono un manifesto culturale sulla scienza della comparazione giuridica elaborato nel 1987 da alcuni prestigiosi comparatisti (F. Castro, P. Cendon, A. Frignani, A. Gambaro, M. Guadagni, A. Guarnieri. P. G. Monateri, R. Sacco). 

Attraverso la compilazione delle Tesi di Trento, gli studenti possono meglio apprezzare l'importanza e il significato degli insegnamenti comparatistici impartiti dalla Facoltà di Giurisprudenza di Trento, la quale privilegia da tempo questo settore di studio. Le 5 Tesi, concependo la comparazione come scienza giuridica, all'inizio specificano il ruolo della comparazione giuridica, la quale tende alla migliore conoscenza dei dati giuridici (I Tesi); poi continuano sostenendo che non esiste una scienza comparatistica senza misurazione delle differenze e delle identità che intercorrono fra i vari sistemi giuridici (II Tesi); il comparatista deve poi occuparsi dei vari fenomeni giuridici realizzatisi nel passato o nel presente in un'ottica storica, affinché la comparazione sia una scienza storica (III Tesi ; conoscere i sistemi giuridici comparativamente significa sia verificare la coerenza dei formanti di ogni sistema giuridico, sia controllare gli elementi che lo compongono ( IV Tesi ); infine la conoscenza di un sistema giuridico non è privilegio solo del giurista che appartiene al sistema giuridico (V Tesi).

 

2. L'OGGETTO DELLA COMPARAZIONE

     Dal 1910-1920 al 1960 circa si privilegiò la comparazione fra civil law e common law, soprattutto a causa della scoperta del common law da parte dei giuristi europei i quali ne furono già da subito entusiasti, e poi perché la sfida che derivava dalla difficoltà di quella comparazione spronava gli studiosi a proseguire nel migliore dei modi. Con la seconda guerra mondiale però, l'interesse dei comparatisti si sposta verso il diritto dei paesi socialisti, dell'Asia e dell'Africa, mentre, anche nei paesi socialisti si avvia lo studio comparato del loro diritto con quello dei paesi "capitalisti". Sono sorti anche interessi per lo studio del diritto dei paesi dell'America Latina. 

     Questo discorso è strettamente connesso con quello riguardante il raggruppamento dei sistemi giuridici in famiglie. Le differenze fra sistemi possono avere diversa portata e il comparatista sicuramente possiede gli strumenti necessari per misurarle. Tuttavia fra esse, le più profonde non sono certo quelle maggiormente evidenti dal punto di vista politico o giuridico, bensì quelle destinate a scomparire, eventualmente, solo con il passare del tempo, in quanto coinvolgono sia la mentalità che il modo di procedere dell'interprete. Nel momento in cui il comparatista individua differenze e somiglianze fra i vari sistemi considerati, egli redige anche una sorta di profilo dell'ordinamento esaminato in base alle sue caratteristiche. 

     E' nata, a questo proposito, una disciplina specifica, la sistemologia, la quale si occupa della raccolta dei dati utili a classificare i sistemi in base ai loro elementi permanenti (i quali si ricollegano spesso al processo storico subito dal diritto del paese considerato). Nonostante il fatto che gli elementi confrontati abbiano carattere relativamente stabile, tuttavia lo studioso di diritto comparato deve continuamente controllarli ed esaminarli perché essi potrebbero mutare. Per poter conoscere meglio i sistemi è necessario procedere al loro raggruppamento, ma per farlo bisogna preliminarmente classificarli. I criteri per classificare possono essere diversi, tanti quanti sono gli elementi considerati rilevanti al fine della suddivisione. 

     Basti pensare ad esempio alla storia, all'importanza delle varie fonti, al grado di sviluppo del sistema, ai valori basilari sui quali si fonda l'ordinamento, all'apparato concettuale fatto proprio dal sistema, ecc. Ma procedere in questo modo significherebbe non tenere conto di altri importanti elementi i quali potrebbero anche rendere molto difficoltosa la ricerca, quali, ad esempio, la stratificazione presente all'interno di ogni sistema (dovuta soprattutto alle vicende storiche, politiche, economiche e sociali subite dal diritto del paese considerato) o la dinamicità dei sistemi giuridici. Questi, infatti, cambiano in continuazione e molto velocemente. 

Le variazioni all'interno di un apparato normativo portano anche alla nascita di nuove figure giuridiche, le quali rendono estremamente complessa l'attività di classificazione. Comunque, al di là di questi problemi, la comparazione migliore è sicuramente quella che si svolge a livello di sistemi e non di modelli; il sistema è infatti qualcosa di concreto e di storicamente presente, mentre il modello è qualcosa di astratto e indeterminato. 

     Il comparatista ha comunque provveduto a raggruppare gli ordinamenti in base alle loro somiglianze e similitudini. Si ritiene che la classificazione più seguita in Italia sia quella proposta da René David negli anni '60, il quale contrappose i sistemi romano-germanici a quelli socialisti e di common law (oltre che ai diritti musulmano, indiano, dell'estremo Oriente, dell'Africa e del Madagascar). Tali sistemi sono oggi codificati; tuttavia la loro caratteristica principale non è questa, bensì quella per cui i giuristi si sono formati nelle università, in cui il diritto impartito derivava da quello giustinianeo e da quello canonico. 

     E' opportuno tracciare una breve descrizione delle tre famiglie: a) la famiglia romano-germanica è comprensiva dei sistemi che si sono sviluppati in Europa dal XIII secolo fino ad oggi. David l'ha chiamata così per evidenziare il fatto che i giuristi germanici hanno appunto studiato il diritto comune. b) i sistemi socialisti esistono invece più o meno da quando, con Lenin, la Russia avanzò verso una politica appunto socialista, improntata alla nazionalizzazione dei mezzi produttivi industriali e alla collettivizzazione di quelli agricoli. 

La vita era diretta dal partito comunista, che governava la società oltre che la politica, l'economia e la cultura. Questo modello si diffuse prima di tutto in Unione Sovietica, negli altri paesi socialisti europei, in Cina, nel Viet Nam, a Cuba ed anche in alcuni paesi africani. c) la famiglia di common law nasce in Inghilterra, quando i re normanni istituirono le corti regie, le quali giudicavano solo certe azioni tipiche indicate nel "writ" o "breve" con cui iniziava il processo. Ogni azione possedeva regole proprie sulle procedura, l'amministrazione, ecc. La regola che si adottava non era quella romana (difficilmente applicabile con le procedure inglesi), bensì il common law, cioè un diritto di natura consuetudinaria che si riteneva fosse comune a tutto il regno. I giuristi inglesi si formavano su questo diritto e non su quello romano. Anche dopo che la competenza delle corti mutò, rimase comunque traccia della loro attività. 

L' "equity" introdusse poi altre regole, estranee a quelle di common law, sotto forma di rimedi, che risultavano spesso influenzate dal modello romanistico. Sebbene le regole di common law ed equity siano poi state conglobate, tuttavia le norme che erano nate al loro interno continuano ad essere applicate diversamente le une dalle altre. Il sistema inglese si è diffuso negli Stati Uniti, in Canada, in India, in Australia, in Nuova Zelanda ed in numerose altre colonie. 

Nonostante il fatto che nella maggior parte dei paesi del mondo si adotti prevalentemente uno di questi tre sistemi, tuttavia alcuni paesi fondano il loro ordinamento giuridico su regole di diversa derivazione; David fa a questo proposito l'esempio dei sistemi asiatici (indiano, giapponese e cinese) e di quelli africani. In alcuni sistemi si assiste alla convivenza di elementi romanistici e angloamericani, e questi vengono definiti misti. La classificazione proposta da David venne subito accolta favorevolmente dalla maggioranza degli studiosi, i quali erano d'accordo nel raggruppare i sistemi in famiglie. Tuttavia tale impostazione è stata anche notevolmente criticata; si riteneva infatti che la suddivisione riguardasse principalmente l'Europa e l'America. 

     In effetti David, pur non negando l'interesse nei confronti dei modelli extraeuropei, ha comunque riservato loro un posto marginale all'interno della sua ricerca. Coloro che hanno mosso alla classificazione di David queste critiche, hanno anche proposto di dividere i vari sistemi in tre grandi famiglie, a seconda che essi siano influenzati dal pensiero religioso, da un potere politico rigido , oppure seguano un'evoluzione autonoma. 

Tra tutte le divisioni di David, la più discussa è quella per cui egli, relegando gli studi dei modelli extraeuropei ad una posizione secondaria, ha concentrato la sua attenzione soprattutto sulla dicotomia fra common law e sistema romanista, la quale è ormai seguita da una minima parte di comparatisti. Sono stati infatti riconsiderati i legami storici fra il diritto angloamericano e quello continentale; si è scoperto che numerosi modelli passano dal sistema di common law a quello di civil law; si assiste alla nascita di un diritto uniforme al confine tra le due famiglie; infine gli studiosi hanno compreso che le differenze fra esse non riguardano tanto il contenuto delle norme, quanto piuttosto il piano dei concetti e dell'esposizione degli stessi. A parte le discussioni riguardanti il procedimento scelto da David per la classificazione dei sistemi giuridici in famiglie, è importante sottolineare l'apporto fondamentale dei suoi studi alla comparazione giuridica, e soprattutto il fatto di avere dato un nuovo impulso agli studi in questo settore divenuto ormai necessario alla maturazione ed al rinnovamento della scienza del diritto.

 

3. SCOPO E FUNZIONI DEL DIRITTO COMPARATO

     Scopo del diritto comparato, inteso come metodo scientifico della giurisprudenza, non è solo creare denominatori comuni che permettano l’adattamento del diritto alle varie realtà politiche, economiche, sociali, cioè compiere un’opera di unificazione e di armonizzazione degli ordini giuridici in un ordinamento. Esso assolve anche la funzione di confrontare ordinamenti diversi allo scopo di rintracciare i loro elementi determinanti per poterli poi classificare in sistemi giuridici; è questo lo scopo principale della scienza dei diritti comparati, ossia confrontare le varie unità di cui si compongono gli ordinamenti per elaborare i cosiddetti sistemi giuridici. 

     Elaborare i sistemi giuridici significa, innanzitutto, conoscere l’esatta posizione degli ordinamenti nell’universo giuridico, abbandonando quindi la visione territoriale e locale del diritto per abbracciare quella comparatistica, aperta all’interdipendenza e alla connessione fra gli ordinamenti dei diversi stati. La comparazione come scienza giuridica pone la sua attenzione sulle regole dei vari sistemi giuridici per stabilire fino a che punto esse si somiglino e fino a che punto differiscano, al fine di una migliore conoscenza dei modelli studiati comparativamente (Sacco sostiene che la vera scienza del diritto comparato, intesa come scienza giuridica, si occupa solo della ricerca e della misurazione delle differenze tra i vari ordinamenti, le quali devono essere condotti con metodi rigorosi). 

     Inoltre il diritto comparato non indica soltanto un processo intellettuale avente il diritto come oggetto e la comparazione come strumento. E’ necessario considerare anche l’elemento sovranazionale. In questo senso il diritto comparato è essenzialmente una comparazione comprensiva di diversi sistemi. La comparazione tra sistemi giuridici nazionali fra loro diversi, può avvenire a livello di macro-comparazione, cioè comparando lo stile e il modo di procedere di diversi sistemi giuridici, oppure a livello di micro-comparazione, ossia comparando singoli istituti giuridici dei diversi sistemi. 

     Tra le molteplici funzioni proprie del diritto comparato, quella primaria è la conoscenza (secondo Sacco il diritto comparato è una scienza pura, nel senso che essa non ha scopi diversi dalla conoscenza). Questa è la sua funzione essenziale, coincidente cioè con una conoscenza situata ad un livello critico superiore del dato giuridico preso in esame. Esso ha a disposizione un’amplissima gamma di modelli di soluzioni (a seconda dei diversi problemi da affrontare), sicuramente maggiore di quella di cui dispone la scienza del diritto, la quale si limita allo studio dell’ordinamento giuridico nazionale. 

Il diritto comparato arricchisce la quantità di soluzioni possibili, offrendo allo studioso l’opportunità di trovare conclusioni sempre migliori. Il diritto comparato offre inoltre del materiale che diviene per il legislatore uno strumento fondamentale per aumentare la qualità della legislazione. Quando l’analisi comparativa indica come un determinato problema venga risolto all’estero, non è corretto rifiutare la recezione di tale soluzione solo perché si tratta di una regola di elaborazione straniera e quindi non accettabile; la questione della recezione di istituzioni giuridiche straniere non inerisce infatti alla nazionalità ma solo al bisogno e alle finalità che potrebbero essere meglio perseguite adottando magari un modello straniero. 

’ poi opportuno non solo accertare se la soluzione straniera considerata abbia dato buoni risultati nell’ordinamento originario, ma soprattutto se essa si appropriata per il paese che si appresta a recepirla ( già dalla metà del XIX secolo in Germania il legislatore si avvalse di lavori preparatori comparatistici, prima quando si trattò dell’elaborazione di un diritto commerciale unitario, poi per l’unificazione del diritto civile, della procedura civile, del diritto fallimentare, del diritto penale e dell’ordinamento giudiziario. Non si considerò solo il diritto interno particolare, ma si tenne conto anche del diritto olandese, svizzero e austriaco. Dalla seconda guerra mondiale in poi, ogni avvenimento legislativo è stato sempre accompagnato da considerazioni e studi comparatistici). 

     Il diritto comparato può essere anche un ottimo strumento d’interpretazione delle norme di diritto nazionale, nel momento in cui si presentino appunto dubbi interpretativi oppure laddove ci sia la necessità per il giudice di colmare specifiche lacune dell’ordinamento giuridico (la giurisprudenza dei Tribunali superiori tedeschi si avvale, per l’elaborazione delle sue decisioni, di considerazioni comparatistiche, le quali hanno contribuito ad eliminare molte incertezze e a colmare numerose lacune che si erano formate nel diritto tedesco. Il metodo comparatistico viene qui utilizzato accanto ai tradizionali mezzi interpretativi; esso serve dunque, per sostenere una soluzione alla quale si era giunti precedentemente grazie all’utilizzo dei mezzi interpretativi tradizionali. Il Tribunale svizzero è più aperto ad argomentazioni comparatistiche, mentre la Corte di Cassazione francese è restia ad ammetterle). 

     Tuttavia la giurisprudenza non dà alle argomentazioni tratte dal diritto comparato l’importanza che esse dovrebbero avere nell’interpretazione del diritto. La situazione è diversa se si tratta di interpretare i principi di diritto entrati in vigore in modo uniforme in più stati, derivanti da trattati internazionali e finalizzati alla formazione di un diritto uniforme. In questo caso il giudice nazionale, nell’interpretare la norma interna, dovrà avvalersi dei risultati della comparazione, in modo da adattare il proprio diritto a quello internazionale. Tuttavia è un compito gravoso per il giudice interno, dal momento che egli raramente si trova a dover applicare il diritto uniforme. Un’altra importante funzione del diritto comparato è quella che esso svolge all’interno dell’insegnamento universitario. 

     Negli ultimi anni la situazione è notevolmente migliorata, essendo stata riconosciuta la rilevanza degli studi comparatistici nella formazione degli studenti, i quali imparano così sia a rispettare le culture giuridiche degli altri paesi sia a conoscere meglio il diritto del loro ordinamento. Infatti il diritto comparato, superando le singole e specialistiche realtà nazionali, indica i valori trascendenti del diritto e della scienza giuridica; inoltre tenendo presenti le varie soluzioni offerte dai diversi sistemi giuridici moderni esso, attraverso gli strumenti di cui dispone, le osserva criticamente e le compara con quelle del sistema giuridico nazionale (in Germania si impartisce una generale "introduzione al diritto comparato" nel corso del normale insegnamento in quasi tutte le università, mentre è raro trovare materie più specifiche come quelle riguardanti ad esempio, un determinato sistema di diritto oppure un gruppo di sistemi giuridici. Difficilmente si assiste ad una comparazione a livello di istituti, cioè allo studio di un singolo campo del diritto che venga analizzato tenendo presenti i diversi sistemi che si desidera osservare. Tuttavia ci si può ritenere abbastanza soddisfatti di ciò che l’insegnamento universitario offre in Germania, anche se la strada da fare è ancora molta). 

     Gli scopi che il comparatista si pone possono ridursi fondamentalmente a tre: 

1) la comparazione come strumento di politica del diritto 

2) la comparazione come ricerca di storia del diritto 

3) la comparazione come analisi strutturale del diritto Ogni studioso può decidere di perseguire uno di questi tre fini o anche tutti quanti, dal momento che questi aspetti possono coesistere. 

Dietro l'attività comparatistica c'è il progetto politico, cioè la prospettiva di riforme all'interno dei singoli ordinamenti ( non necessariamente del proprio, in quanto i comparatisti sono normalmente abituati a muoversi all'interno di organismi anche multinazionali ). Queste ricerche si sviluppano nell'ambito di sistemi politici omogenei, avendo come oggetto ordinamenti che si ritiene abbiano raggiunto uno stadio piuttosto elevato di evoluzione. 

     Alcuni di questi paesi presentano inoltre esigenze riformistiche aventi come fine la razionalizzazione del sistema. Il diritto comparato viene da molti considerato una disciplina storica; spesso si afferma infatti che compito primario della comparazione è analizzare le relazioni storiche fra gli ordinamenti. Questa concezione nasconde però dei problemi in quanto troppo spesso si considera solo la storia politica tralasciando quella economica che, al pari della prima, sta dietro l'evoluzione degli ordinamenti. La comparazione misura, in questo caso, le analogie, le somiglianze, le differenze fra i differenti sistemi giuridici. 

Questo tipo di analisi strutturale del diritto, in base alla quale il sistema essenzialmente predomina sugli elementi che lo compongono, presuppone una concezione strutturale o normativa del diritto. Tutti questi fini della comparazione sono legittimi e non è possibile privilegiarne uno a scapito degli altri. La comparazione non è mai fine a se stessa; essa si definisce in base al suo oggetto e non in base alle sue metodologie, in quanto essa può utilizzare, di volta in volta, strumenti di conoscenza propri della sociologia del diritto o della storiografia giuridica.

 

4. IL METODO DEL DIRITTO COMPARATO

     Dopo il grande Congresso di Parigi del 1900, i comparatisti avevano concentrato la loro attenzione su un paio di questioni fondamentali: la prima era quella riguardante la qualificazione del diritto comparato come "scienza" o come "metodo"; la seconda si riferiva ai suoi scopi e ai suoi metodi. Per "metodi" si intendono, vagamente, gli indirizzi o interessi degli studi comparatistici; nel caso invece dell'alternativa fra diritto comparato come scienza o come metodo, quest'ultimo indica il mezzo, cioè qualcosa che serve per raggiungere determinati scopi; ma la parola "metodi" significa anche tecniche per fare comparazione al meglio delle possibilità. 

     Il principio metodologico sul quale si fonda il diritto comparato è quello della funzionalità; cioè non è possibile effettuare uno studio comparato fra elementi che non possono essere comparati. Questo principio si esprime nel senso che, nel diritto, si può comparare solo ciò che adempie alla stessa funzione. Tale impostazione si basa sulla considerazione che in ogni società il diritto ha il compito di trovare le soluzioni più adatte per problemi analoghi. 

Quando nell'ambito di una ricerca comparata non si trova ciò che si cerca, significa che bisogna riformulare il problema dal quale si è partiti; se invece, al termine dell'indagine, questa non ha portato ad alcun risultato, si può dire che l'ordinamento studiato e analizzato non presenta alcuna soluzione all'interrogativo di partenza. Tuttavia, è comunque utile chiedersi perché un sistema giuridico straniero non abbia prodotto una soluzione per un determinato problema: ad esempio, può darsi che essa sia stata ritenuta superflua; oppure che sia stata offerta dalla prassi senza aver però ottenuto alcun riconoscimento giuridico formale. 

In base la principio della funzionalità, è necessario liberarsi dai pregiudizi che ci influenzano nel momento in cui ci accingiamo a compiere un'analisi comparatistica. Esso però ci indica anche in quali settori del diritto straniero si debba indagare per trovare soluzioni corrispondenti o analoghe a quelle offerte dal nostro diritto. Bisogna inoltre evitare qualunque genere di limitazione avente ad oggetto il concetto di "fonte del diritto", nel senso che il comparatista deve servirsi delle fonti di cui si serve il giurista dell'ordinamento straniero, ed attribuirvi lo stesso valore che questi vi attribuiscono. Si deve poi tenere conto della legislazione, della giurisprudenza e della dottrina, senza tralasciare i legami del diritto che si analizza con la storia, la terra, la razza, il passato e il presente. Si tratta cioè di un'analisi comparatistica che ha riguardo di tutte le situazioni e condizioni che hanno portato alla nascita e alle trasformazioni dello specifico diritto straniero oggetto di studio. Talvolta può addirittura accadere che sistemi giuridici fra loro molto diversi, nonostante le differenze di evoluzione e di sviluppo, producano soluzioni identiche o per lo meno simili per problemi uguali. 

     Nel momento in cui il comparatista si accinge a ricercare il materiale, c'è una questione che deve essere risolta, cioè quella riguardante la scelta dei sistemi che vanno inclusi nella comparazione. E' necessario limitarsi, altrimenti la ricerca potrebbe dare risultati non rilevanti. Questa considerazione deriva dal fatto che i sistemi giuridici giunti ad una piena maturazione possono essere stati oggetto di ricezione; nella misura in cui il sistema affiliato, cioè quello che effettua la recezione, mantiene le caratteristiche dell'ordinamento giuridico dal quale esso deriva, esso non sarà mai originale nel risolvere i problemi come lo è invece quello affiliante. Non è facile stabilire la misura di questa limitazione poiché essa dipende dall'oggetto della ricerca concreta. Se non si comparano singoli istituti ma gli stili di due sistemi, sarà sufficiente analizzare i presunti ordinamenti affilianti dei sistemi. 

Se invece si tratta di studiare singole questioni, come ad esempio problemi classici di diritto civile, si potranno considerare l'Inghilterra e gli Stati Uniti se la ricerca riguarda il sistema anglosassone; Francia e Italia se l'indagine verte sul sistema romanistico; Germania e Svizzera nel caso che si consideri il sistema tedesco. Per altre questioni devono invece essere adottati criteri diversi per selezionare il materiale che servirà allo studioso; a seconda del tipo di ricerca da svolgere, si dovranno esaminare gli ordinamenti dai quali derivano i diversi sistemi di diritto. La comparazione è comunque lo strumento che aiuta nella selezione dei materiali da ricomprendere nello studio. Essa però, essendo un'attività di tipo creativo, può iniziare solo al termine dell'analisi dei vari diritti nazionali. La prima fase del procedimento comparatistico consiste quindi nell'indagine dei singoli sistemi nazionali. Alla fine della ricerca sui sistemi legali bisogna redigere un resoconto oggettivo, cioè privo di osservazioni e di critiche personali, che descriva il sistema stesso, cosicché lo studioso che deve svolgere la ricerca comparata, possa conoscere il materiale adoperato nelle operazioni preliminari. 

     Ciò nonostante, non si fa una corretta applicazione del metodo comparato finché si svolgono solo delle semplici contrapposizioni fra le soluzioni ottenute nello studio iniziale dei singoli sistemi giuridici. La comparazione deve, in primo luogo, ricercare le differenze tra le varie soluzioni raccolte; in questo modo sarà possibile proseguire l'analisi comparata. Tuttavia la stesura di queste differenze, se fine a sé stessa, non è sufficiente: infatti la singola soluzione ottenuta dall'analisi del sistema giuridico, attraverso l'utilizzo di norme legislative, di decisioni giurisprudenziali e della dottrina, deve essere studiata alla luce delle altre soluzioni e non in relazione al proprio ordinamento giuridico (secondo Sacco la vera scienza del diritto comparato intesa come scienza giuridica, non ricerca le ragioni delle differenze o delle somiglianze tra gli ordinamenti giuridici confrontati esaminando la loro base politica, economica e sociale, ma lo fa, eventualmente, studiando le norme ed i principi che costituiscono ogni ordinamento, cioè la sistemologia).

     Inoltre attraverso il principio della funzionalità, che guida lo studioso nella ricerca su ogni sistema considerato, è possibile giungere ai risultati di queste ricerche. I diversi sistemi giuridici si possono confrontare solo se offrono al medesimo problema concreto le stesse soluzioni, cioè solo se rispondono alla stessa funzione. La funzione è quindi il presupposto essenziale per qualsiasi analisi comparata del diritto. 

Le soluzioni che si individuano nei differenti sistemi nazionali devono essere ricavate dal contesto concettuale, ed analizzate in base alla loro funzione, affinché possa essere attribuito loro un posto specifico nel processo comparatistico, indipendentemente dal fatto che esse derivino dall'interpretazione di una norma legale, da norme di legge o da una creazione giurisprudenziale ( a questo proposito è opportuno ricordare che il comparatista ha una visione dissociante nei confronti dei formanti e che una delle dissociazioni più importanti, difficilmente individuabile senza l'aiuto della comparazione, è quella fra le soluzioni operative e le formulazioni che si adottano per verbalizzarle; la comparazione permette di quantificare tale fenomeno ). 

Il procedimento comparatistico svilupperà poi una propria sistematica e dei concetti propri; il sistema deve risultare flessibile in modo da comprendere al suo interno categorie sufficientemente eterogenee. In questo modo esso comprenderà concetti più vasti di quelli che appartengono al sistema nazionale, dovendo richiamare le esperienze degli ordinamenti giuridici considerati e studiati. Questi concetti offrono anche soluzioni diverse per uno stesso problema, le quali possono essere confrontate tra loro. E' quindi possibile elaborare una scienza giuridica internazionale. 

Il diritto comparato ha contribuito a riconoscere che il diritto in generale poteva essere oggetto di una ricerca non limitata all'ambito nazionale. Esso aggiunge nuovi materiali che portano alla formazione di una dimensione internazionale del diritto.

 

5. LA COMPARAZIONE NELLE SCIENZE SOCIALI

     La comparazione è un’attività che si svolge nella vita quotidiana come nella scienza: si comparano le persone, gli oggetti, i prodotti dell’attività umana. Si compara esplicitamente ( ad esempio lo fece Aristotele quando procedette alla famosa classificazione dei regimi politici ), ma anche implicitamente e spesso inconsapevolmente ( come avviene appunto nell’attività di ogni giorno ). In questo senso comparare è l’esercizio che sta alla base di ogni attività conoscitiva. La comparazione è un valido strumento per raggiungere determinati obiettivi di studio e di ricerca: infatti, nell’affrontare gli aspetti fondamentali del processo conoscitivo ( come, ad esempio, la spiegazione di un fenomeno o la scelta fra più ipotesi tutte ugualmente plausibili ), la comparazione consente di individuare il risultato migliore grazie all’analisi ed al controllo di casi diversi.

      L’esplorazione delle modalità con cui la comparazione viene effettuata nella vita quotidiana può risultare molto utile per ricostruire, ad esempio, le caratteristiche degli individui e i valori dominanti di una certa cultura, ma anche per comprendere in che modo e attraverso quali procedure apprendiamo e organizziamo le nostre conoscenze. Alcuni atti di comparazione che compiamo nella vita quotidiana sono semplici confronti fra osservazioni diverse ; altri contengono il rilevamento di sensazioni ed emozioni personali; altri ancora risultano più complessi sia strutturalmente che dal punto di vista semantico. 

     Quindi se è vero che ogni atto di comparazione ha un proprio grado di complessità, è opportuno individuare un criterio per stabilire tale grado. Per cominciare sarà utile enucleare gli elementi strutturali che compongono i vari atti di comparazione, cioè: oggetto proprietà stati punti del tempo L’oggetto è l’elemento su cui verte la comparazione; la proprietà è l’aspetto sul quale si opera il confronto; lo stato è il particolare modo di presentarsi della proprietà; il tempo è l’elemento che consente di effettuare un raffronto fra resoconti osservativi riferiti a punti del tempo diversi anche se non specificati (ad esempio, nelle frasi " Marco è alto più di Anna " e " Marco è più elegante di Giovanni ", sono riscontrabili due oggetti diversi, cioè Marco e Anna nella prima, Marco e Giovanni nella seconda; una proprietà i cui stati vengono confrontati, ossia l’altezza nel primo caso, l’eleganza nel secondo. Invece, nella frase " Marco è cresciuto ", troviamo un elemento in più, quello del tempo). 

     La comparazione può quindi essere definita come quell’operazione mentale di confronto degli stati diversi di uno o più oggetti riguardo ad una stessa proprietà. Specificare che la comparazione è un’ "operazione mentale" è molto importante, dal momento che alcuni neo-positivisti tendono a ridurla all’uso di qualche tecnica di controllo logico, disinteressandosi degli aspetti concettuali. E’ questo l’orientamento di coloro che sono portati a restringere l’obiettivo della comparazione alla sola spiegazione ( la quale può essere uno degli scopi della comparazione ma non l’unico ). Ma è necessario considerare anche il soggetto conoscente, cioè quello che opera l’atto di comparazione.

     Dopo aver individuato tutti gli elementi logici, è possibile classificare le varie forme di comparazione. Essa è sincronica, quando si considerano eguali o equivalenti i punti del tempo ai quali si riferiscono gli stati confrontati; è diacronica, quando invece si tiene conto della dimensione temporale. Per entrambi questi tipi di comparazione esistono gradi di complessità diversi, individuati sulla base del numero di elementi considerati. Tuttavia esistono anche atti di comparazione non riconducibili a tale divisione: sono le forme asincroniche, nelle quali i punti del tempo in cui avviene il confronto non sono equivalenti; e quelle acroniche, in cui i punti del tempo non sono esplicitati, anche se talvolta facilmente individuabili. 

     La comparazione può inoltre essere micro-analitica, se gli oggetti confrontati sono individui o gruppi di individui ( in questo caso si ricorre spesso a tecniche statistiche di analisi; è uno stile di comparazione diffuso, ad esempio, nei sondaggi trans-nazionali e in quelli di ambito nazionale ); e macro-analitica, se vengono confrontati sistemi complessi come società o culture ( è uno stile di comparazione diffuso nel diritto comparato e nell’analisi comparata dei sistemi politici; non prevede il ricorso a tecniche statistiche di analisi ma riporta semplicemente in forma discorsiva i risultati della comparazione; ad esempio, ne fece uso Tocqueville nel confrontare le forme di stato e di governo degli Stati Uniti con quelle della Francia ). 

     Infine, nella comparazione ecologica, si confrontano unità territoriali sovra-nazionali, nazionali, sub-nazionali, attraverso la consultazione di dati censuari o elettorali organizzati ed elaborati con tecniche statistiche. La comparazione è perciò un’operazione di confronto tra stati su una o più proprietà; quindi non si comparano fra loro né gli oggetti né le proprietà, bensì gli stati. Questi possono essere anche fittizi cioè non rilevati empiricamente. Gli oggetti devono invece essere confrontati tra loro sulla base dei loro stati su una stessa proprietà (ad esempio, non è comparabile l’altezza di Anna con l’eleganza di Giovanni). 

Inoltre due oggetti sono comparabili solo se presentano almeno una proprietà in comune. Non è comunque necessario confrontare fra loro solo oggetti apparentemente simili, nel senso che dopo aver individuato la proprietà sulla quale operare il raffronto è possibile comparare anche oggetti molto diversi. Comparare non significa infatti accoppiare (anche se tale convinzione è molto diffusa sia fra gli studiosi che nel senso comune), ma semplicemente confrontare per rilevare differenze e affinità. Il concetto di comparazione come confronto fra stati ha, come si può notare, un’estensione piuttosto ampia. 

     Importante è anche la distinzione del concetto di comparazione da altri concetti facenti parte del medesimo campo semantico. Innanzitutto la classificazione, che fraziona l’estensione di un concetto in classi (per la suddivisione deve essere utilizzato lo stesso criterio o "fundamentum divisionis"); poi la definizione lessicale, che stabilisce un nesso tra un termine designante un concetto e altri termini designanti il medesimo concetto. 

Entrambe queste attività non postulano il ricorso ad un confronto esplicito fra stati. Anche nella descrizione inoltre non si procede a raffrontare gli stati, ma si indicano solo gli stati di un oggetto su una o più proprietà. Con la similitudine si instaura invece un rapporto di eguaglianza fra due o più oggetti senza specificare la proprietà interessata dal confronto. Nella vita quotidiana il ricorso alla similitudine è frequente. Anche l’analogia, infine, non riguarda le proprietà ma l’eguaglianza di rapporto fra due coppie (A sta a B come C sta a D), oppure fra tre soli oggetti (A sta a B come C sta ad A). La comparazione è solo una fra le tante attività che si possono svolgere in una ricerca. 

     Quest’ultima è infatti un insieme di procedure cognitive e pratiche condotte in modo organizzato, e finalizzato a soddisfare alcune esigenze conoscitive. Non è però possibile considerare la ricerca comparata un settore in cui si ricorre ad uno specifico metodo, in quanto le procedure utilizzate variano a seconda dell’oggetto di studio e delle finalità dello studioso. 

     Alcuni autori inoltre, definiscono "comparate" solo le ricerche aventi ad oggetto più sistemi, oppure più dati raccolti in società o nazioni differenti ( è l’orientamento prevalente nelle scienze sociali ). Altri ritengono "comparate" solo le ricerche che prendono in considerazione più nazioni o una sola purché sia diversa da quella dell’autore della ricerca. E’ comunque possibile distinguere dal concetto di comparazione in generale, un concetto più specifico, quello di "comparazione trans-contestuale", la quale si riferisce al confronto di uno stesso oggetto in due punti del tempo distanti tra loro. E’ una forma comparativa diffusa nelle scienze sociali. 

Per poter stabilire se una ricerca è comparata bisogna considerare la frequenza con cui viene usato tale tipo di comparazione ed anche le intenzioni dell’autore della ricerca, nel senso che è necessario domandarsi se l’autore consideri la comparazione lo strumento più adatto al raggiungimento degli obiettivi della ricerca. La comparazione, essendo chiamata a misurare i dati fattuali degli ordinamenti considerati, può inserirsi molto bene all’interno delle scienze sociali, rivolte anch’esse al fatto quanto la comparazione. 

     Per accertare la veridicità o la falsità di determinate asserzioni è necessario controllarle comparando. Innanzitutto, la comparazione giuridica, analizzando i vari modelli nelle loro diversificazioni e connessioni, offre alla sociologia i risultati di tali indagini affinché quest’ultima vi attinga (secondo Rodolfo Sacco il compito delle scienze sociali è la ricerca delle cause non giuridiche [ cioè politiche, economiche, sociali ] dei mutamenti che subiscono i vari modelli). Inoltre il sociologo, occupandosi non solo di come circolano i vari modelli ma anche di quali sono le cause (economiche, culturali, sociali, ecc.) che stanno alla base di tale circolazione, può trovare nella comparazione un importante aiuto. 

     La ragione che ci obbliga a comparare è il controllo; la comparazione è quindi un modo per controllare le ipotesi riguardanti l’analisi sociologica del diritto. Nessuno sostiene che il metodo comparato sia un’entità a sé stante; esso è parte integrante del metodo delle scienze sociali in generale. I politologi attribuiscono usualmente alla comparazione la caratteristica di metodo specifico delle scienze sociali. 

      Questa tendenza si manifestò per la prima volta nella metà dell’ottocento nella linguistica comparata, all’interno della quale la comparazione veniva utilizzata per poter ricostruire fasi di sviluppo di una lingua non documentate, e per poter ordinare i vari sistemi linguistici. Ciò favori’ l’adozione del metodo comparato anche nelle altre scienze sociali, ed esso venne successivamente concepito come confronto fra società intese globalmente. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 si svolse un dibattito dottrinale dal quale emersero principalmente due posizioni diverse. 

     Alcuni studiosi consideravano il metodo comparato una forma di controllo delle ipotesi meno certa del metodo sperimentale in quanto nelle scienze sociali l’oggetto di studio è difficilmente manipolabile. Altri sostenevano invece l’inesistenza di un metodo comparato partendo dalla constatazione che non era possibile ridurre la comparazione a un’unica finalità a ad un unico ambito conoscitivo. Tenendo conto del fatto che la comparazione è un’attività che può essere utilizzata con finalità diverse, all’espressione "metodo comparato" vengono attribuite accezioni diverse (anche se spesso si intende un confronto fra sistemi complessi, cioè culture, nazioni, società). 

     Gli evoluzionisti (seconda metà del 1800) ritenevano che il "metodo comparato" avesse finalità descrittive ( individuazione di somiglianze e differenze fra sistemi linguistici, sociali, culturali), o classificatorie (collocamento di un certo sistema in una determinata fase di sviluppo). I sostenitori contemporanei dell’esistenza del "metodo comparato" riducono la comparazione a quella macro-analitica e quest’ultima alla spiegazione causale, cioè ritengono che tale metodo consenta lo sviluppo o il controllo di ipotesi circa relazioni causali. 

     Per comprendere meglio il suo utilizzo in questo ambito è opportuno porsi una domanda esemplificativa: mele e pere sono comparabili? Esse lo sono rispetto ad alcune proprietà in comune , ma non lo sono rispetto ad altre. Mele e pere sono comparabili come frutta, in quanto commestibili e inoltre come entità che crescono sugli alberi; non sono invece comparabili, ad esempio, quanto alla forma. Sulla base di questo esempio, si nota come la domanda debba essere formulata in un altro modo: mele e pere sono comparabili rispetto a quali proprietà o caratteristiche, e non comparabili rispetto a quali altre proprietà o caratteristiche? Da ciò si può comprendere come l’atto del comparare assimili e diversifichi nei limiti: cioè le comparazioni che si compiono sono quelle fra entità con attributi in parte condivisi, quindi simili, e in parte non condivisi, quindi non paragonabili.

 

6. CONCLUSIONI

     L'uso della comparazione fa parte della tradizione appartenente ai giuristi, ed è anzi fondamentale per la conoscenza del diritto stesso. Essa infatti stimola la circolazione dei modelli giuridici, contribuisce alla sostituzione di quelli meno validi con altri migliori, anche se la sua funzione principale resta quella della conoscenza del dato giuridico. Tuttavia l'attenzione del giurista non può e non deve fermarsi allo studio né del solo dato giurisprudenziale, legislativo o dottrinale, ma è necessario collocare in modo appropriato ognuna di queste tre dimensioni al fine di avere una corretta visione d'insieme. 

E' opportuno cioè, tenere presente l'esistenza di questi formanti e attribuire loro la giusta importanza. Il diritto non è un fenomeno statico, eterno e immutabile, bensì realistico e dinamico, in continua mutazione; in questo senso la comparazione aiuta lo studioso di diritto a percepire le interazioni fra un sistema e l'altro, le connessioni e le dipendenze. Essa contribuisce a mantenere vitale l'interesse nei confronti della scienza giuridica, soprattutto attraverso il suo insegnamento nelle Facoltà universitarie.

 

Bibliografia

Constantinesco, "INTRODUZIONE AL DIRITTO COMPARATO", Torino, 1996

Gambaro, "SISTEMI GIURIDICI COMPARATI", Torino, 1996

Zweigert-Kotz, "INTRODUZIONE AL DIRITTO COMPARATO. VOL. I: PRINCIPI FONDAMENTALI ", Giuffré, Milano, 1992

Sacco ( a cura di ), "L'APPORTO DELLA COMPARAZIONE ALLA SCIENZA GIURIDICA", Giuffré, Milano, 1980

Gorla, "IL DIRITTO COMPARATO IN ITALIA E NEL "MONDO OCCIDENTALE" E UNA INTRODUZIONE AL "DIALOGO CIVIL LAW-COMMON LAW", Giuffré, Milano, 1983

Roberto Fideli, "LA COMPARAZIONE", FrancoAngeli, Milano, 1998

Giovanni Sartori e Leonardo Morlino (a cura di), "LA COMPARAZIONE NELLE SCIENZE SOCIALI", Il Mulino, Bologna.

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