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 Perché gli uomini uccidono le donne

 

 

 

 

QUELLO CHE DICONO LE DONNE

 

 

Femminicidi e donne assassine. Chi ammazza chi, secondo le statistiche

Mara Gasbarrone

 

      Il più efferato femminicidio dell’anno, quello di Avetrana, sembrerebbe un caso di omicidio con attiva partecipazione femminile. Aspettando qualche decina di puntate di Porta a porta (e non solo), vorrei ricordare i casi su cui in questi anni si sono concentrati i riflettori dei media: Erica a Novi Ligure, la Franzoni a Cogne, Rosa e Olindo a Erba, Amanda a Perugia. Si potrebbe pensare ad una maggioranza di donne assassine.

Invece no: le assassine fanno audience (o lettori), per cui di loro si parla di più, ma le donne sono solo il 7% degli assassini volontari, fonte un autorevolissimo volume di 450 pagine, il Rapporto sulla criminalità in Italia del Ministero dell’Interno (pag. 126). Negli uomini c'è una propensione ad ammazzare 10 volte maggiore rispetto alle donne. A proposito di “diversità maschile”, non c’è che dire: questa è proprio evidente, evidentissima, e tutta negativa: niente di cui vantarsi.

      Ovvviamente non tutti gli uomini assassini ammazzano le donne, anzi per lo più gli uomini si ammazzano fra di loro: quando l’autore dell’omicidio è uomo, nei tre quarti dei casi la vittima è un altro uomo, “solo” in un quarto è una donna (pag. 128 del Rapporto, dati riferiti alla media 1992-2006). Tuttavia la percentuale delle vittime donne aumenta dal 20% del 1992-94 al 31% del 2004-2006.

Quando le donne uccidono, le vittime sono maschi nei 2/3 dei casi e la quota percentuale non aumenta, per tutto il periodo considerato. Non bisogna tuttavia dimenticare – aggiunge il Rapporto - che gli omicidi da parte di autore di sesso femminile sono una minima parte di quelli commessi e solitamente avvengono nei confronti del proprio partner.

Nella grande maggioranza dei casi, quindi, il bilancio della guerra fra i sessi a livello criminale vede le donne come vittime e gli uomini come carnefici.

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Uomini che odiano le donne. E le uccidono

Elettra Deiana      

   

      Mai titolo di romanzo ha avuto l’inquietante presa allusiva ed evocativa di quello di Stieg Larsson, un romanzo poliziesco che è soprattutto un affresco della cupa contemporaneità tecnologica in cui viviamo e dell’ancestrale, ricorrente bisogno maschile di far male alle donne. Male estremo, fino alle estreme conseguenze. Odiarle e dunque violentarle, seviziale, ucciderle, come il titolo fulminante di Larsson suggerisce e la drammatica cronaca di tutti i giorni documenta. Nel nostro Paese, per quel che ci riguarda. Ma altrove, in altri Paesi, è la stessa cosa.


      Personalmente non vorrei più parlare di quello che alcune donne hanno voluto chiamare, con pertinente neologismo, “femminicidio” e che ritorna come un incubo in ogni stagione. Con paurosi picchi estivi, sottolineano i cronisti. Come se il caldo rappresentasse un’attenuante. Ma mi sento sempre obbligata a riparlarne, di fronte a certi salti di qualità del misfatto; mi sento spinta a rompere la consegna del silenzio che, in altri momenti, cerco invece di impormi, dietro l’alibi che molte di noi hanno già detto tutto sulla violenza degli uomini. Che c’è da aggiungere? Forse, dicono alcune, bisognerebbe scavare di più nella vita delle donne e degli uomini, indagare meglio le metamorfosi del presente, gli oscuri grumi esistenziali che la società ormai liquida, come Zygmunt Bauman l’ha definita, non riesce tuttavia a sciogliere né a ricollocare in una dimensione di accettabile relazionalità. Che cosa rende, quando accade l’episodio di violenza, le une vittime e gli altri carnefici? Che cosa scatena la pulsione assassina, che cosa indirizza la mano omicida di un uomo?

 

      Uomini che uccidono le donne. Senza alcuna distinzione di latitudine e appartenenza culturale. Mentre le donne da noi continuano a essere ammazzate, il mantra del rumeno assassino di donne, per “istinto e cultura” tipici di quel Paese, ha dovuto per forza di cosa farla finita con la sua danza macabra sui set mediatici. Gli ultimi episodi, in particolare, hanno messo copiosamente in scena maschi di nascita e appartenenza italiana, quasi tutti legati da qualche vincolo di vicinanza – parentale o amicale o affettiva – alla vittima. Come da manuale. L’assassino, abbiamo sempre detto, al quasi novanta per cento dei casi di morte violenta di una donna, ha le chiavi di casa o, se suona, gli viene aperto. Bisognerebbe allora parlarne, della sparizione del rumeno assassino, che così ossessivamente per mesi, non molto tempo fa, ha occupato la vulgata della sicurezza delle donne. Servirebbe almeno a fare un punto di analisi, un passo di chiarezza, uno sforzo per una più chiara assunzione di responsabilità pubblica. L’uso politico della violenza contro le donne è uno dei lati particolarmente nefasti del problema. Ed è aspetto abietto della politica. Niente che abbia a che vedere con un’analisi seria riesce ancora, a parte le eccezioni che pure ci sono, a prendere diffusamente spazio né a mettere radici nella cultura, nell’informazione, nei dispositivi interpretativi della realtà di oggi.
      Uomini che uccidono le donne. E uomini che per lo più, quando non uccidono, tacciono, non hanno parola, pensano che la cosa riguardi solo l’assassino. Questa è una parte grande del problema. Non tutti ovviamente sono così. Mentre molti hanno cominciato a solidarizzare e prendono posizione inequivocabilmente dalla parte delle donne, altri hanno anche cominciato a interrogare il lato oscuro dell’essere maschio e del come, del perché questo lato – vero e proprio cuore di tenebra – operi, spesso inaspettatamente, nelle relazioni con l’altro sesso. Qui sta il vero punctum dolens della faccenda, quello su cui bisognerebbe scavare. Gli uomini, proprio loro, dovrebbero scavare, lavorare su sé stessi. Molto più diffusamente, radicalmente, pubblicamente di quanto accada.

LE DONNE DI VERMEER

1600

Vermeer, Donna con l'orecchino di perla

Vermeer, Donna alla spinetta

 

Eva Gabrielsson, che è stata compagna di vita di Stieg Larsson e, si dice, anche ispiratrice della trilogia Millenium, in un’intervista rilasciata al Venerdì di Repubblica del 23 luglio, spiega che per Larsson e per lei stessa la violenza sulle donne non fa altro che proseguire su un diverso terreno la discriminazione e l’ingiustizia delle quali le donne sono vittime nella società. Un po’, dice Gabrielsson, come la guerra secondo Von Clausewitz, che non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi. Mezzi estremi, appunto, come la morte può essere per una donna, in una società misogina come quella in cui viviamo, l’esito estremo della sua vita con un uomo o dell’incontro con un uomo. La violenza sulle donne è insomma intrinseca alla relazione tra i sessi, struttura l’intera società, e riguarda tutti e tutto: cultura, discorso pubblico, politica, rapporto di cittadinanza delle donne e degli uomini con lo Stato. Non può essere rubricata sotto il titolo “vicende private”, oppure “odio e passione”. Violenza Intrinseca e insieme specifica dell’epoca che viviamo.

Bisogna scavare nelle vite e riempirne lo spazio pubblico. Bisogna interrogarsi sul mondo di oggi, così pieno, concretamente e simbolicamente, di donne e di femminile, al punto da provocare uno stato latente o manifesto di crisi di identità e spaesamento nella parte maschile della società nonché, di conseguenza, nella vicenda personale di molti uomini. Stanno qui, almeno in parte non piccola, le radici di quella causa scatenante che, nella contemporaneità, riporta alla superficie in forma estrema l’atavica e ancestrale vocazione del maschio al dominio, al controllo alla punizione del corpo delle donne. Corpo sessuato. E’ saltata ormai da tempo la rassicurante – per gli uomini – divisione tra la sfera pubblica e quella privata; è saltato il confinamento delle donne nei perimetri nascosti della riserva domestica; è diminuito – o ha preso forme mimetiche – lo spirito di adattamento delle donne a tutto quello che viene dagli uomini.

     

       L’economia, la comunicazione, la pubblicità, tutte dimensioni che sono oggi globali e pervasive, sono ampiamente incentrate sulle donne, se ne nutrono e ne amplificano l’impatto fantasmatico sulla società mediatizzata. Il corpo femminile, la femminilità, l’eros, i sentimenti, la sfera emotiva, tutto ciò insomma che prima era tenuto segreto nei recinti della sfera privata, invade a dismisura e smisuratamente occupa lo spazio pubblico. Donne metabolizzate come tutto è metabolizzato negli immani processi della globalizzazione: siamo a questo punto. La differenza femminile è resa funzionale all’economia globale: un tema di analisi stringente, oltre che una fotografia inoppugnabile della realtà. Le donne sono oggettivate e mercificate in forme estreme e tuttavia – proprio perché messe al centro – appaiono incombenti e onnipresenti, non solo idoli ma spesso protagoniste dello spazio pubblico. Se in altre epoche la violenza si esercitava su un corpo femminile rimosso dalla dimensione pubblica e prigioniero nelle case degli uomini, oggi l’odio maschile si indirizza contro un corpo che sfugge via dalle regole del possesso individuale e occupa uno spazio che appare infinito e inafferrabile per chi pretenda di tenerlo sotto controllo: lo spazio dell’immaginario, della rete, della fiction, del reality. Anche se non è sempre il corpo in carne ed ossa ucciso a essere in fuga ma quello fantasmatico e perturbante dell’ossessione maschile, attraverso cui l’uomo guarda le cose che ha a portata di mano e le sente estranee. Le trasformazioni economiche e politiche di una società di mercato e la cultura mediatica di massa, con le sue diaboliche torsioni della realtà, e tutto questo accompagnato dagli effetti di quella che venne chiamata dalle femministe “la rivoluzione più lunga” (quella delle donne appunto), che segnò una cesura tra il prima e il dopo delle relazioni tra i sessi, hanno prodotto cambiamenti radicali e imprevisti, di cui a un certo punto è sfuggito il bandolo. Agli uomini in maniera evidente e plateale, perché non hanno voluto o non sono stati fino ad oggi capaci di farci i conti.   

  

      Sta qui infatti, in questi cambiamenti non elaborati della contemporaneità, la radice di antropologia umana che riporta alla superficie la ferina pulsione maschile all’assassinio di una donna. E sta qui il terreno fondamentale di una ricerca umana di nuove relazioni di civiltà tra donne e uomini che non si affidi soltanto ( soltanto) alla legge e alla punizione dei violentatori e degli assassini ma sperimenti la fatica della riflessione, della parola pubblica, del messaggio educativo, della pratica di convivenza, solidarietà, reciprocità tra gli uomini e le donne.
Lo sforzo maggiore (non unico ma maggiore) in questa direzione – sforzo di analisi, autoanalisi, pratica di dialogo, di parola pubblica, di assunzione di responsabilità politico-istituzionale – spetta oggi agli uomini. Ma questo è forse l’aspetto del problema che rende il problema senza soluzione.

Rivista di scienze sociali, N. 3 del 15 giugno 2010

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Il circolo degli uomini (sa della sua prepotenza, ma...)

Le riflessioni di alcuni maschi sulla violenza maschile

Lea Melandri


      Nel libro L'ultimo paradosso (Einaudi 1986), presentato come "un quaderno di appunti, note, osservazioni, pensieri sui problemi fondamentali dell'esistenza", Alberto Asor Rosa scrive: "Uomini. Sediamo da secoli in gruppo intorno ad una tavola - non importa se rotonda o quadrata - impartendo il comando cui la nostra funzione ci abilita, distribuendo il potere che il nostro ruolo ci assegna. Anche fra amici indossiamo corazza: i momenti più intimi della nostra conversazione passano tra celate accuratamente abbassate. Le nostre mani sono chele in riposo. Gli orgogliosi sanno fare tutto questo con dignità e fierezza, i vili lo ostentano codardamente per incutere timore: ma gli uni e gli altri stanno diritti solamente perché c'è una corazza a sostenere il filo della schiena o una spada a cui appoggiare il fianco stanco. Il nostro volto, il nostro corpo sono pur là, dietro quelle biancheggianti, livide spoglie. Ma non oseremmo pensare di rinunciare al nostro circolo e alle sue leggi neanche se ci fosse promessa in cambio una libertà sconfinata, una gioia senza pari. Sediamo, intenti a noi stessi, alla nostra forma, al nostro decoro, al nostro eroismo, alla nostra dignità: al nostro essere-per-sé, custodito da un simulacro d'acciaio e da una maschera di ferro. Intorno a noi ci sono soltanto o subalterni o buffoni: e tra essi mettiamo le donne, alle quali per giunta presumiamo di piacere e di dar piacere ostentando le virtù cavalleresche, ossia tutto ciò che più ci allontana da loro. A forza di tenere il corpo in armatura, ne risultiamo un poco rattrappiti, le giunture scricchiolano e nel muovere ci procurano dolore. Talvolta ci sorge il sospetto che il nostro sacrificio, offerto a divinità tanto astratte quanto crudeli come quelle che compongono la religione dell'ascetismo guerriero, sia scontato ed inutile, e persino oggi un poco patetico: ed aspiriamo ad uscire da qualche crepa della vecchia armatura, a scivolare furtivi sotto quel tavolo, per guadagnare la porta della riunione a uscire a respirare aria pura".

"Ma appena fissiamo lo sguardo nello sguardo dei nostri compagni, attraverso la fessura della celata…e vi scorgiamo la nostra stessa disperazione, la nostra prigionia, il nostro dolore, il nostro stesso smisurato orgoglio, il nostro disprezzo per tutti gli estranei alla cerchia - non appena sguardo con sguardo di nuovo s'incatena, subito il desiderio di libertà, l'ansia di gioia ci abbandonano -, e scopriamo che non potremo mai lasciarli… L'unico passo in avanti nella cultura degli uomini da due millenni a questa parte è stato la soppressione del re: ma questa soppressione non ha cancellato il circolo, se mai lo ha rafforzato, liberandolo della maglia più debole. Sono secoli che gli esseri umani maschili vivono così; e con questo modo di vita affonderanno".

      Ho ripensato a questo frammento e al destino del libro che lo contiene - giudicato dagli intellettuali più vicini all'autore come meritevole di restare in solaio, dove sembra effettivamente rimasto -, dopo aver letto su Liberazione il punto di vista di dieci uomini sul tema "Maschi, perché uccidete le donne? " (6/7 novembre 2005). Mi soffermo su due aspetti, che non finiscono di sorprendermi: la potenza - o prepotenza - che conserva tuttora la "neutralità", l'abitudine dell'uomo di pensarsi e di parlare come prototipo unico della specie umana; e, per un altro verso, la repentinità con cui essa può eclissarsi, come se avesse in effetti la leggerezza di una maschera che si può mettere e togliere a volontà. Negli scritti pubblicati dal giornale, l'idea di un dominio maschile che attraversa da sempre la sfera privata e pubblica, la consapevolezza delle forme più o meno violente con cui si è imposto il patriarcato, appaiono come verità incontestabili, dati della propria esperienza e della propria formazione culturale, analisi che sembrano essere state presenti da sempre, sia pure in modo diverso, nell'impegno politico di ognuno.

Se le donne hanno dovuto faticosamente, tra mille inganni e ostacoli, "prendere coscienza" di un'oppressione, peraltro evidente, e sopportare che questa lucidità si rivelasse estremamente fragile, pronta a scomparire dopo ogni piccola conquista, gli uomini, ragionando su una rappresentazione del mondo prodotta dalla storia dei loro simili hanno evidentemente una via di accesso più facile alla messa a nudo del sessismo, delle logiche d'amore e di violenza che lo sostengono, nonostante i progressi della civiltà.

 Perché allora quella difesa estrema, sempre meno convinta eppure ostinata, della neutralità, che si esprime non solo nel cancellare dalle analisi politiche il rapporto tra i sessi, ma anche in quella copertura che è la sua distorta collocazione tra le questioni sociali: emarginazione, cittadinanza incompleta, sfruttamento economico, beni comuni, ecc.?

Le donne sembra che stentino a "sapere" quanto è profonda l'espropriazione che hanno subito, quanto siano ancora lontane dalla percezione di sé come individualità intere, corpo e pensiero, quanto siano propense ad accontentarsi di una emancipazione che le porta sulla scena del mondo con le stesse attribuzioni per cui ne sono state allontanate: corpo, sessualità, maternità. Anche sulla violenza che subiscono quotidianamente, e che risulta essere ancora la causa prima della loro morte, cala spesso l'invisibilità, frutto di paure, intimidazioni, così come di desideri e fantasie amorose mal riposte. Per quanto riguarda gli uomini, viene invece il sospetto che "sappiano" e che sia proprio l'evidenza del privilegio toccato loro storicamente e diventato "destino", copione di comportamenti obbligati, a dover essere in qualche modo aggirata, perché colpevolizzante e quindi innominabile.

Vermeer, Donna che scrive

Vermeer, La lettera

      La comunità storica maschile ha visto cadere imperi, muraglie, confini, odi che sembravano irriducibili, eppure esita a far cadere le fragili pareti che separano la sua civiltà dalla porta di casa, l'immagine della sua "virilità" pubblica dalla posizione di figlio, fratello, padre, marito, amante.
Ma tutto ciò che scorre innominato sotto la storia rischia di diventare col tempo la galassia che la conduce a sua insaputa, che la ricopre via via di macerie e la tiene con lo sguardo rivolto all'indietro, cosicché la speranza finisce per confondersi con la nostalgia, e il corpo femminile, su cui ancora si pretende di esercitare un possesso indiscusso, diventa, immaginariamente, la terra feconda, incontaminata, di rinascite a venire.
Lo spazio che si è aperto su Liberazione, interrogando uomini e donne sul destino che li ha confusi e contrapposti, si spera che da piccolo rigagnolo di riflessioni inedite diventi un fiume capace di dare nuova linfa alla politica e di allargarne gli argini, prima che lo facciano distruttivamente il mercato, le guerre o il fanatismo religioso.

11 novembre 2005

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Perchè gli uomini uccidono le donne

MICHELA MARZANO

 

      Molti di questi definiti delitti passionali sono il sintomo del declino dell'impero patriarcale. La violenza non è solo di pazzi, mostri, malati. E poco importa il contesto sociale: non si accetta l'autonomia femminile. Si continua a chiamarli delitti passionali. Perché il movente sarebbe l'amore. Quello che non tollera incertezze e faglie. Quello che è esclusivo ed unico. Quello che spinge l'assassino ad uccidere la moglie o la compagna proprio perché la ama. Come dice Don José nell'opera di Bizet prima di uccidere l'amante: "Sono io che ho ucciso la mia amata Carmen". Ma cosa resta dell'amore quando la vittima non è altro che un oggetto di possesso e di gelosia? Che ruolo occupa la donna all'interno di una relazione malata e ossessiva che la priva di ogni autonomia e libertà?

      Per secoli, il "dispotismo domestico", come lo chiamava nel XIX secolo il filosofo inglese John Stuart Mill, è stato giustificato nel nome della superiorità maschile. Dotate di una natura irrazionale, "uterina", e utili solo - o principalmente - alla procreazione e alla gestione della vita domestica, le donne dovevano accettare quello che gli uomini decidevano per loro (e per il loro bene) e sottomettersi al volere del pater familias. Sprovviste di autonomia morale, erano costrette ad incarnare tutta una serie di "virtù femminili" come l'obbedienza, il silenzio, la fedeltà. Caste e pure, dovevano preservarsi per il legittimo sposo. Fino alla rinuncia definitiva. Al disinteresse, in sostanza, per il proprio destino. A meno di non accettare la messa al bando dalla società. Essere considerate delle donne di malaffare. E, in casi estremi, subire la morte come punizione.

Vermeer, La lattaia

Vermeer. La merlettaia

Le battaglie femministe del secolo scorso avrebbero dovuto far uscire le donne da questa terribile impasse e sbriciolare definitivamente la divisione tra "donne per bene" e "donne di malaffare". In nome della parità uomo/donna, le donne hanno lottato duramente per rivendicare la possibilità di essere al tempo stesso mogli, madri e amanti. Come diceva uno slogan del 1968: "Non più puttane, non più madonne, ma solo donne!".

Ma i rapporti tra gli uomini e le donne sono veramente cambiati? Perché i delitti passionali continuano ad essere considerati dei "delitti a parte"? Come è possibile che le violenze contro le donne aumentino e siano ormai trasversali a tutti gli ambiti sociali?

Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all'uomo, tanto più l'uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l'unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L'uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa.

Si tratta di uomini che non accettano l'autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l'uccidono.

      Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del "declino dell'impero patriarcale". Come se la violenza fosse l'unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l'amore si dissolve e sparisce. Certo, quando si ama, si dipende in parte dall'altra persona. Ma la dipendenza non esclude mai l'autonomia. Al contrario, talvolta è proprio quando si è consapevoli del valore che ha per se stessi un'altra persona che si può capire meglio chi si è e ciò che si vuole. Come scrive Hannah Arendt in una lettera al marito, l'amore permette di rendersi conto che, da soli, si è profondamente incompleti e che è solo quando si è accanto ad un'altra persona che si ha la forza di esplorare zone sconosciute del proprio essere. Ma, per amare, bisogna anche essere pronti a rinunciare a qualcosa. L'altro non è a nostra completa disposizione. L'altro fa resistenza di fronte al nostro tentativo di trattarlo come una semplice "cosa". È tutto questo che dimenticano, non sanno, o non vogliono sapere gli uomini che uccidono per amore. E che pensano di salvaguardare la propria virilità negando all'altro la possibilità di esistere.

 

La Repubblica, 14 luglio 2010

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Gli uomini che uccidono le donne
Sostenendo che sia amore

Chiara Avesani

 

      I femminicidi, cioè le uccisioni di donne per il loro genere, sono molto aumentati nell'ultimo decennio. L’amore o la passione non c’entrano nulla. E nemmeno i “raptus”, che implicano una totale o parziale incapacità di intendere dell’assassino. Gli omicidi di donne non hanno a che fare con la follia, ma con una escalation di violenza, fino a uccidere. Queste morti sono premeditate.

I femminicidi, cioè le uccisioni di donne per il loro genere, hanno subito un incremento significativo nell’ultimo decennio. Secondo il rapporto del 2008 di Eures-Ansa, su “L’omicidio volontario in Italia”, uno su quattro avviene in famiglia e la vittima è una donna. Gli assassinii fra le mura domestiche sono più frequenti al Nord e la Lombardia è la prima in classifica. Il 70,7% dei femminicidi, nel 2008, è stato compiuto all’interno di contesti familiari e il 21,8% delle vittime di sesso femminile ha  tra i 25 e i 34 anni. Quando un uomo arriva a uccidere una donna spesso l’ha minacciata per lungo tempo. A volte la violenza è preceduta da episodi di stalking. Solo oggi, in poche ore, si registrano almeno tre casi: nelle Marche, un uomo denunciato per stalking dalla madre, a Verona un altro è stato arrestato per minacce alla ex compagna e a Genova un terzo in manette perché perseguitava la ex moglie.

      E’ fondamentale riconoscere e prevenire questi casi, fare formazione e sensibilizzare. Paola Perrone si è occupata delle iniziative per le pari opportunità della regione Piemonte fino al 2010 lavorando, tra le altre cose, a un progetto chiamato Melting lab per la prevenzione della violenza contro le donne e il sostegno alle vittime. “Il fenomeno dei femminicidi è certamente in crescita – conferma Perrone – anche se il dato del sommerso, cioè delle donne che non denunciano è complesso da valutare. La violenza domestica è un fenomeno sottostimato, mentre gli stupri fanno più notizia”. Ci sono infatti alcuni luoghi comuni da sfatare per poter valutare la realtà del fenomeno. “Si tende a immaginare che violenze, che possono anche sfociare nell’omicidio, siano compiute da estranei, quando spesso sono commesse da familiari o conoscenti. Inoltre, è sbagliato immaginare che i femminicidi riguardino solo contesti disagiati. Le violenze partono anche da uomini con un buon grado di istruzione e benessere economico”.

 

      Quali sono le cause di questa vera e propria persecuzione di genere? Secondo alcuni psicologi il motivo sarebbe da ricercare nello scarso potere che ancora oggi le donne hanno nella società. Secondo altri studi sociologici, invece, sarebbe la crescente autonomia economica e sociale femminile ad alimentare la spirale di violenza: quanto più la donna acquisisce diritti, dignità e cerca di affermarsi nella società, tanto più l’uomo si trova spaesato, in cerca di una propria identità. Si tratta di uomini che, indipendentemente dal loro status sociale, per propria debolezza, non accettano l’autonomia femminile e vogliono controllare e sottomettere la compagna per dimostrare che hanno potere.
“Non porrei la questione in questi termini – spiega ancora Paola Perrone. – In questo modo, anche implicitamente, si torna a attribuire la colpa alla parte femminile. Si identifica nuovamente nella donna un comportamento, seppur lecito, che sarebbe la causa della violenza. Questa è una mentalità insidiosa che involontariamente riconduce al luogo comune per cui la donna che subisce violenza “avrà pur fatto qualcosa per meritarlo”.

 

      Quali sono dunque i reali meccanismi? “A mio giudizio – chiarisce Perrone – vanno ricercati in due fattori. Il primo è la frequente riproduzione di modelli familiari vissuti in giovinezza: sono ricorrenti i casi in cui la persona è cresciuta in un contesto nel quale c’era un rapporto simile tra i genitori. Per questo è fondamentale inserire, come nei nostri programmi, anche l’aspetto dell’aiuto ai bambini che hanno assistito a violenze. In secondo luogo c’è certamente il senso di inadeguatezza dell’uomo e il suo desiderio di auto affermazione che si incanala in una volontà di controllo totale sulla vita di un altro. Ma non vorrei che passasse l’idea che, in qualche modo, la causa è il comportamento di autodeterminazione femminile. Le premesse su cui si deve agire sono proprio queste: l’acquisizione dei diritti, le pari opportunità, la pari dignità dei generi. E per capire quanto ancora siamo lontani dall’idea di uguaglianza basta guardare i dati recenti sulla differenza tra la retribuzione mensile di un uomo e di una donna a parità di mansioni: lo scarto è quasi del 20%”.

9 agosto 2010

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America Latina capitale dei femminicidi

 Simone Ovart*


Tra le prime cause di morte delle donne nel mondo c'è l’omicidio, Insieme con gli incidenti stradali, i tumori, la fame o l’AIDS. Nonostante gli omicidi si verifichino sia tra donne che uomini, l’alto tasso di morti femminili ha portato a coniare il termine “femminicidio”.
Non esiste ancora una definizione universalmente concordata e accettata di femminicidio: alcuni lo definiscono “genocidio di genere”, data la crudeltà con cui si manifesta la violenza sulle donne, altri parlano di “genocidio nascosto” per il numero impressionante di donne scomparse nel mondo. Io vorrei designarlo come “qualsiasi forma di violenza fisica o psicologica esercitata sulle donne in quanto tali”.

La caratteristica principale che accomuna i casi di femminicidio è la mancanza di valore e il disprezzo per la vita della donna, alla quale si aggiunge un’estrema brutalità realizzata attraverso stupri, torture, mutilazioni, spesso consumati in famiglia, per mano di parenti, compagni, conoscenti o amici. Purtroppo si tratta di un fenomeno trasversale che interessa tutte le classi sociali.

Anche alcuni Paesi in cui vige la Sharia (la legge islamica) sembrano non attribuire alcun valore alla vita delle donne; si può infatti parlare di “violenza di matrice religiosa legittimata dallo Stato” quando casi di omosessualità femminile o di abbandono del tetto coniugale da parte delle donne vengono condannati con la morte.

Tuttavia, non dobbiamo pensare che episodi di violenza siano estranei alla realtà italiana, dove donne e ragazze sono state spesso uccise in nome dell’onore, dell’amore, della gelosia o della passione, nell’ambito stesso della famiglia. Nel 2009 sono state assassinate per mano di un uomo 119 donne, 84 nel 2005, 101 nel 2006, 107 nel 2007, 113 nel 2008.

Il Paese europeo dove si registra il maggior numero di assassini di donne è il Belgio, che si trova all’ottavo posto nella classifica mondiale con una incidenza di 29,30 donne uccise ogni milione. L’Ungheria occupa il nono posto con una incidenza di 25,69. L’Italia si trova al 34° posto (su 40) con una incidenza di 6,57 per milione di abitanti donne. Il Regno Unito si classifica al 33° posto, con una incidenza di 7,65, la Svezia al 35° con una incidenza di 5,96.

La regione al mondo caratterizzata dal più alto tasso di femminicidi è l’America Latina: secondo dati recenti in Guatemala solo nel 2009 sono state uccise 789 donne (e questo stando ai dati della Polizia). Nel 2005 le vittime erano 665; in Colombia tra il 2002 e il 2006 sono state 377; in Cile dal 2001 al 2007 sono state uccise 330 donne; in Bolivia nel 2007 le uccisioni sono state 420; in Brasile nel 2006 solo a Rio de Janeiro, sono state uccise 300 donne. Si tratta di un fenomeno endemico risultante da tre fattori: machismo, impunità e povertà.

Vermeer, La mezzana

 Vermeer, Soldato con ragazza

 

Il femminicidio è possibile perché la donna viene discriminata dentro e fuori dalle istituzioni e se i Governi non riescono a prendere una posizione forte contro questa violenza e a garantire loro il diritto alla sicurezza in qualità di cittadine, essi si rendono inevitabilmente complici di queste barbarie. In Sud America sono soprattutto le donne indigene e le ragazze madri a subire queste violenze in quanto più vulnerabili poiché più colpite dalla povertà, quindi impossibilitate a permettersi gli alti costi della giustizia e molto spesso incapaci di farsi capire dalle forze di polizia perché parlano un’altra lingua.

In Messico dal 2006 al 2009 sono state assassinate ben 3726 donne. In particolare Ciudad Juárez, nello Stato di Chihuahua, è famosa non solo per essere la città simbolo della criminalità organizzata, ma anche per le centinaia di ragazze che vengono rapite e uccise.
A oggi si contano quasi 5mila assassini, tra cadaveri che affiorano dal deserto e ragazze scomparse e mai più ritrovate. Tutte le vittime subiscono lo stesso trattamento: rapite sulla strada del lavoro oppure mentre tornano a casa, violentate, torturate, mutilate e uccise.
Una delle cause di questo orribile fenomeno è soprattutto la coltre di omertà che circonda la città messicana e che coinvolge magistrati, giudici, politici e poliziotti, molti dei quali legati al narcotraffico e alla mafia locale.
La polizia e il Governo si nascondono dietro la giustificazione che le uccisioni e le sparizioni sono conseguenze di situazioni familiari compromesse o di imprudenze irresponsabili, mentre le madri delle vittime aiutate da organizzazioni internazionali per i diritti umani continuano a chiedere giustizia.

Molto importante è stata la sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani che nel novembre 2009 ha condannato il Messico per i femminicidi di Ciudad Juárez in quanto responsabile per la violazione del diritto alla vita, all’integrità personale e alla libertà personale nei confronti delle vittime di femminicidio. Lo stato messicano è quindi accusato di non aver adottato misure efficaci e immediate dopo la denuncia e la sparizione di queste donne a partire dal 1993.
La sentenza crea un precedente sul tema del femminicidio in America Latina e nel Centro America perché riconosce per la prima volta la violazione sistematica dei diritti umani delle donne.
In questo contesto assume grande importanza la Legge contro i femminicidi approvata il 9 Aprile 2008 dal Congresso del Guatemala che definisce il femminicidio come “la morte violenta di una donna in quanto tale, dal momento che avviene in un contesto di relazioni di disuguaglianza di genere che domina le relazioni tra uomo e donna”.
Essa identifica quattro tipologie di violenza contro le donne: femminicidio, violenza fisica/sessuale, psicologica ed economica. Riconoscendo il genere come primo motivo di crimine, la legge prende in considerazione le conseguenze di un sistema affetto da una forte misoginia, machismo e pregiudizi e costituisce un importantissimo traguardo nel contesto della violenza contro le donne, nonché un esempio da seguire internazionalmente per sostenere la causa femminile.

Tuttavia l’introduzione di nuove misure legislative non può essere l’unica soluzione per reprimere questo fenomeno. È necessario infatti puntare su un cambiamento di mentalità che parta dall’educazione, insegnando ai ragazzi a rispettare le donne e rendendo consapevoli le ragazze dell’esistenza di strumenti giuridici volti a tutelare i loro diritti. Occorrono quindi nuovi metodi di relazione educativa tra ragazze e ragazzi, cominciando dalla famiglia, passando poi alla scuola e infine al mondo del lavoro. Garantire il rispetto della donna là dove l'istruzione inizia è il primo passo da compiere per raggiungere questo ambizioso tra guardo. (20 Luglio 2010)

*Presidente Comitato Unifem Italia

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QUELLO CHE DICONO GLI UOMINI

 

 

Uomini che Uccidono le Donne Perché non Sanno Restare Soli

Cesare Rimini

 

      Le storie dell' uomo che non regge l' abbandono sono il segno del tempo che ha visto rovesciarsi la clessidra del potere maschile. Era lui che lasciava, che decideva, che aveva la comprensione della società per il suo tradimento, quella stessa società che emarginava la donna tradita e comunque separata. La parità tra i sessi era un' affermazione costituzionale, che, nella pratica, è stata teorica per anni. Ma quando l' indipendenza della donna è diventata la realtà del lavoro, l' uomo ha dimostrato la sua fragilità, l' incapacità di vivere la parità in modo forte e responsabile. E quasi quotidianamente si sono viste nell' uomo nevrosi, depressioni sfociate in patologie psichiche che hanno portato anche al delitto, l'ultimo stadio dell' insuccesso maschile. Ormai sembra che non ci sia più spazio per lo stupore, mentre le donne si battono per le pari opportunità nella vita come nel lavoro, è proprio la loro vita ad essere in pericolo per la reazione di chi non sa sopportare la realtà delle loro scelte, giuste o sbagliate che siano. La tragica vicenda di ieri a Gornate Olona, quella donna e quei due bambini uccisi dal marito e padre sono l' emblema di quello che sta succedendo. Storie drammatiche. Che a volte possono essere fermate prima dell' epilogo più violento. Per questo è indispensabile che l' aiuto sia dato ogni volta che viene richiesto, anche sottovoce. Per non lasciare senza risposta la richiesta di protezione e per fare in modo che queste richieste inascoltate non diventino l' occasione di un più grave pericolo.


8 agosto 2009 - Corriere della Sera

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Quando gli uomini uccidono le donne

Adriano Sofri

 

      Chi tenga il conto degli uomini che ammazzano le donne annovererà l'uxoricidio di Novi (Modena) in questa categoria, alla data del 3 ottobre. Alla data del 4, appena un giorno dopo e a qualche chilometro da lì, nel Piacentino, un uomo ha ridotto in fin di vita la sua convivente, trafiggendole la schiena con un forcone. Per questa voce, "Uomini che uccidono le donne", i dettagli sono secondari. A Novi l'uomo, 53 anni, che ha ucciso a colpi di mattone la moglie, Begm Shaneez, 46 anni, era, come lei, pachistano, e pachistano il figlio maschio, 19, che ha ridotto in coma a sprangate sua sorella, Nosheed, 20 anni. A Castelsangiovanni, sono italiani, piacentini ambedue, lui 60 anni, e lei 41. Sarà diverso il registro di chi invece tenga nota dei pachistani che ammazzano le donne o, rispettivamente, dei musulmani che ammazzano le donne. Gli uni avranno annotato in particolare l'assassinio di Hina, 20 anni, sgozzata nel 2006 dal padre a Sarezzo, Brescia, gli altri quello di Sanaa, 18 anni, sgozzata nel 2009 dal padre fin quasi a decapitarla, a Pordenone.

 

      Sono i casi più famosi in elenchi fitti. Ogni volta si ripeterà doverosamente che le generalizzazioni sono arbitrarie e disastrose. "I musulmani ammazzano le donne", o "i pachistani ammazzano le donne" - o, del resto, "i cristiani ammazzano le donne". Tuttavia, senza una misura convenzionale di generalizzazione, non sapremmo né ragionare né comunicare. Così, quando diciamo che "gli uomini ammazzano le donne", sappiamo naturalmente che non tutti gli uomini ammazzano le donne, ma intendiamo che parecchi uomini, e senz'altro troppi, ammazzano donne. In Italia, per esempio, l'anno scorso sono state assassinate (almeno, i dati non sono completi) 119 donne, 147 nel 2008, 181 nel 2006, più di 600 tra il 2006 e oggi. Se dicessimo che "le donne uccidono gli uomini" la generalizzazione sarebbe molto più infondata, dal momento che le donne che uccidono uomini sono una minima percentuale degli omicidi fra persone di sesso differente.

 

Vermeer, L'allegoria della fede

 

Vermeer, L'arte della pittura

 

Quella arbitraria dichiarazione - gli uomini uccidono le donne - allude anche, per eccesso, a un'altra verità: che gli uomini, anche quelli che si astengono con orrore dall'ammazzare e violentare e picchiare donne, se non sono ipocriti con se stessi e sono disposti a frugare nella propria formazione, sentono di avere a che fare con l'impulso che spinge i loro simili a quell'orrore. Se ne tengono a distanza dandogli nomi di sicurezza come "raptus" e follie. Sono tentato di dire che gli assassinii di donne stanno al maschilismo come gli attentati contro gli ebrei stanno all'antisemitismo.

Il succo della "Sonata a Kreutzer" è questo: che, secondo Tolstoj, chiunque può ammazzare la propria moglie. Lui non lo fece, però lo scrisse. Le uccisioni di donne, anche quando sono privati, anche quando sono l'opera di uomini miti - "tranquilli", diranno i vicini - e da un assassinio solo, sono efferati. A Novi di Modena, una ferocia infame si è compiuta così: due uomini, un padre e un figlio, si sono accaniti su due donne, moglie e sorella, ripetendo e però rovesciando il modo dell'agguato a Hina. Lì, la violenza del padre e dei suoi parenti maschi complici si era procurata poi il consenso, chissà quanto forzato e rassegnato, della madre di Hina. Qui, la madre di Nosheed ha dato la vita per proteggerla.

Ha fatto bene il ministro Carfagna a parlare di "deliri patriarcali". Fanno bene quelli che ricordano che il delitto d'onore è uscito dal nostro codice nel 1981 appena ieri (e dalle nostre teste, chissà) e che appunto gli uomini ammazzano le donne, e di preferenza le "loro" donne - mogli, fidanzate, amanti, come nella singolare espressione che estende la proprietà - "la mia donna" - oltre la data di scadenza - "la mia ex-donna". "Uccide la sua ex- fidanzata". (Ahimé, anche il comandamento, "la donna d'altri"). E se no le prostitute, che non sono di nessuno, dunque di tutti, dunque "mie".

       Quanto al modo in cui il cristianesimo ha innovato nella condizione della donna (e dei bambini, soprattutto introducendo una tenerezza e più tardi un amore cavalleresco) e insieme ha accolto e perpetuato una soggezione patriarcale, e non di rado una veemente misoginia, è un fatto che oggi è più difficile adattare una cultura cristiana alla brutalità contro le donne. La quale troppo spesso si compie, ma contro la sua ispirazione. Ne abbiamo appena riparlato a proposito della più tradizionale delle pratiche contro le donne: le mutilazioni genitali - o d'altra parte dell'abbigliamento teso a occultare la vista della donna (che sia vista, e che veda, anche).

 

Per questi usi il relativismo per conto terzi richiama la complicità di nonne e madri infibulate e autrici a loro volta dell'infibulazione delle loro bambine, come se ne risultasse una loro responsabilità libera, e non la più trista prova del dominio patriarcale. Cui meravigliosamente si ribellano tante donne (le bambine, si erano sempre ribellate, e tenute ferme a forza come in una tortura), com'è successo l'altro ieri nel giardino mattatoio di Novi. Queste pratiche, tradizionali e patriarcali, e sconfessate (non sempre, del resto) dalle autorità di tutte le religioni, sono state però incorporate e fissate, e a volte inasprite, in molti paesi dalla tradizione islamica. Lo conferma proprio l'argomento invocato per smentirlo: cioè che costumi e prescrizioni misogine non appartengano al Corano, ma risalgano a prima dell'Islam. Esso è diventato il pretesto per una «riconquista» delle donne alla modernità: nella «rivoluzione» khomeinista che ha ricondotto in cattività le donne iraniane, o in quella taliban che la sta perseguendo.

 

      Ho letto la sterminata trilogia di Stieg Larsson diffidando, e ricredendomi. A cominciare dal titolo, "Uomini che odiano le donne", dunque le uccidono. A stare alle motivazioni che un gran numero di loro fornisce a se stesso e al pubblico, si potrebbe dire anche "Uomini che amano le donne", dunque le uccidono. (I francesi, campioni di eufemismo, hanno tradotto: "Uomini che non amano le donne"!). Larsson è stato un campione dell'impegno contro il razzismo e il fascismo nella sua Svezia. I suoi romanzi hanno finito per offrire la miglior chiave di interpretazione del recente voto svedese, segnato dal successo del partito xenofobo e nazisteggiante.

Se la libertà è misurata prima di tutto dalla libertà delle donne - la Scandinavia ne fu un esempio precoce e proverbiale, fino allo scherzo - l'immigrazione che trascina con sé il peso di una tradizione patriarcale e sperimenta nella nuova condizione lo scontro fra i suoi maschi e le sue donne, eccita lo spettro dell'aggressione e della rivalsa sulle donne libere. Due modi distanti e perfino opposti di "odiare le donne" rischiano di congiurare contro la loro libertà - e incolumità. La nuova demografia di Malmoe coincide strettamente con la sua nuova mappa elettorale. L'alternativa starebbe, all'opposto, nella congiura di donne libere e donne immigrate, cui leggi, istituzioni e forza pubblica dovrebbero mettersi al servizio.

 Pochi giorni fa, il 23 settembre, a Scandolara (Cremona) una donna indiana di 25 anni, Rupika, si è cosparsa di benzina a casa sua e si è data fuoco ed è morta. Aveva perso il lavoro, in un ristorante, e aveva paura, scaduto il permesso di soggiorno, di essere rimpatriata. Ho letto che in India l'aspettava un matrimonio combinato. Chissà. Non si può far a meno di pensare a una ragazza che si è data fuoco qui, dove si sentiva libera, per non tornare nel proprio paese, dove una solenne tradizione vuole bruciare vive le vedove sul rogo dei mariti morti.

Repubblica, 5 ottobre 2010

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Le ragioni di questo appello

 

L’appello che diffondiamo in questi giorni reca le firme di uomini provenienti dai più disparati percorsi politici, culturali, religiosi, sessuali, che hanno deciso di reagire in qualche modo ai terribili fatti di violenza alle donne che le cronache hanno riportato alla nostra attenzione negli ultimi mesi. Alcuni vengono da esperienze politiche tradizionali, altri vengono da movimenti studenteschi, pacifisti e ambientalisti, altri ancora hanno cominciato a riflettere su questi temi a partire da relazioni affettive o di amicizia o da scambi con il movimento delle donne.

Si tratta di percorsi semplicemente individuali. Ma anche di esperienze, spesso informali, di gruppi di autocoscienza e di discussione su diverse questioni (stupro, guerra, prostituzione, pedofilia). Esistono attualmente in Italia gruppi di uomini di questo genere in diverse città: “Uomini in cammino” di Pinerolo, “Maschile plurale” di Roma, “Maschile plurale” di Bologna, il “Gruppo uomini” di Verona, il “Gruppo uomini” di Viareggio, il “Gruppo uomini” di Torino, il “Gruppo uomini di Agape”, “Il cerchio degli uomini” di Torino, l’“Associazione uomini casalinghi” di Pietrasanta, a cui si aggiungono gruppi misti di uomini e donne “Identità e differenza” di Spinea, “La merlettaia” di Foggia, il “Circolo della differenza” di Parma, il “Gruppo sui generis” di Anghiari, il “Gruppo sul patriarcato” di Roma promosso dal “Forum Donne PRC”.

Queste occasioni di riflessione hanno dato vita a un ampia produzione di articoli, libri, incontri, convegni, sui temi della maschilità e dei rapporti tra i sessi (anche se finora con scarsa attenzione da parte dei media). Negli ultimi anni si sono infittite le occasioni di incontro e confronto a livello nazionale tra uomini e anche tra uomini e donne con alcuni appuntamenti oramai riconosciuti (ad Agape, Asolo, Anghiari fra gli altri).
Gli uomini che hanno attraversato queste esperienze non rivendicano estraneità rispetto alla storia a cui appartengono e non cercano rivincite riesumando vecchi trofei e valori patriarcali. Assumono la libertà conquistata dalle donne grazie al loro pensiero e alla loro pratica, come occasione per interrogarsi e scoprire cose nuove su di sé.
Ci auguriamo che questo appello non sia semplicemente un atto formale: ne proporremo la lettura e la discussione agli uomini che operano nella politica e nelle istituzioni, nelle università e nelle scuole, nei media, nei sindacati, nell’associazionismo, nei servizi, nelle comunità di immigrati, nelle realtà religiose. A tutti gli interessati diamo appuntamento per un incontro pubblico il 14 ottobre a Roma, per scambiare opinioni e elaborare ogni possibile ulteriore iniziativa. Intanto ci auguriamo che le adesioni continuino ad arrivare. Chi volesse aggiungersi ai firmatari può scrivere all’indirizzo: appellouomini@libero.it

Criminologia.it - Pubblicato in rete il 1.10.2006

 

 

La violenza contro le donne ci riguarda:
prendiamo la parola come uomini

 

Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle donne. Con dati allarmanti anche nei paesi “evoluti” dell’Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile.  Una recente ricerca del Consiglio d’Europa afferma che l’aggressività maschile è la prima causa  di morte violenta e di invalidità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni in tutto il mondo . E tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche.
Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne? Resta il fatto che esiste ormai un’opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti, individuali e di gruppo.

Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della propria sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo. Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.
L’affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si è esteso, con molte forme,  modalità e sensibilità diverse, in tutto il mondo.
La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo “scontro di civiltà” che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la logica della guerra e dello “scontro di civiltà” può essere vinta solo con un “cambio di civiltà” fondato in tutto il mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.

Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una larga e violenta “reazione” contraria al mutamento prodotto dalla rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne può essere interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di un’antica attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una “risposta” nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.
Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più vasta, soprattutto – ma non esclusivamente – da parte femminile.
La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici, eclatanti che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e sulla mente femminile.

Una ragazza incinta viene seppellita viva dall’amante, che non vuole affrontare il probabile scandalo. Un fratello insegue e uccide la sorella, rea di non aver obbedito al diktat matrimoniale della famiglia.  Un immigrato pakistano uccide la figlia, aiutato da altri parenti maschi, perché non segue i costumi sessuali etnici e religiosi della comunità. In alcune città si susseguono episodi di stupro da parte di giovani immigrati ma anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori di una ragazza lesbica a Torre del Lago.  Italiano l’assassino che a Parma ha ucciso con otto  coltellate la ex fidanzata, che perseguitava da qualche anno.  Ultimo caso di una lunga scia di delitti commessi in questi ultimi anni in Italia da uomini contro le ex mogli o fidanzate, o contro compagne in procinto di lasciarli. Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica), di continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo di matrice islamica e per le contraddizioni prodotte dalla nuova dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla nostra.

Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale non è stata e non è a tutt’oggi immune da questo tipo di violenza.  E’ anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza sessuale che viene dallo “straniero” risponda a un meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all’esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.

Si è parlato dell’esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli enti locali e dello stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un ipotetico “silenzio del femminismo” di fronte alla moltiplicazione dei casi di violenza. Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di  una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell’ordine patriarcale. Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva.

La violenza è l’emergenza più drammatica. Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.

Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà: il corpo femminile è negato con la violenza.

Vermeer, Suonatrice di liuto

Vermeer, La baronessa Rolin

 

 

Ma viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.). Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell’accademia,  nell’informazione, nell’impresa. Lo sguardo maschile – pensiamo anche alle organizzazioni sindacali – non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell’informazione, nel mondo del lavoro.

Una riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.  

(seguono firme di diecine di uomini)

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UOMINI CHE UCCIDONO LE DONNE

Robert Fisk

 

      E’ una tragedia, un orrore, un crimine contro l'umanità. I particolari degli omicidi - donne decapitate, bruciate vive, lapidate, pugnalate, folgorate, strangolate e seppellite vive per lavare l’"onore di famiglia” - sono terrificanti. Le ultime statistiche mondiali pubblicate dall’ONU nel 2007 parlano di circa 5.000 morti all'anno, ma in Medio Oriente e sudest asiatico molte associazioni di donne sospettano che le vittime siano almeno quattro volte di più.
La maggior parte delle vittime sono giovani, molti sono gli adolescenti, eliminati nell'ambito di un vile tradizione che risale a centinaia di anni ma che ora si estende su metà del globo.
L’ Independent ha condotto un’indagine durata 10 mesi in Giordania, Pakistan, Egitto, Gaza e Cisgiordania per raccontare questi crimini, che riguardano soprattutto donne giovanissime,spesso adolescenti. Tra le vittime ci sono anche degli uomini e, sebbene i giornalisti la descrivano come un’usanza prevalentemente musulmana, i delitti d’onore avvengono anche nelle comunità cristiana e indù.

      Il concetto di onore (ird in arabo) – l’onore della famiglia e della comunità – va al di là della religione e trascende la pietà umana. Le volontarie che lavorano nelle organizzazione per i diritti umani, ad Amnesty International, nelle associazioni delle donne e negli archivi dei mezzi d’informazione, ci dicono che la strage delle innocenti accusate di aver disonorato la famiglia si aggrava ogni anno che passa.
I delitti d’onore sono frequenti soprattutto tra i curdi d’Iraq, tra i palestinesi della Giordania, in Pakistan e in Turchia. Forse però questa sproporzione dipende dal fatto che in alcuni paesi la stampa è più libera di denunciare e compensa la segretezza che circonda gli stessi delitti in Egitto, dove il governo nega che esistano, e in altri paesi del Golfo e del Medio Oriente. Da molto tempo i delitti d’onore sono aumentati anche in Occidente: in Gran Bretagna, in Belgio, in Russia, in Canada. In molti paesi del Medio Oriente, le autorità sono complici di questi crimini e riducono o addirittura annullano le condanne degli assassini se le donne fanno parte della famiglia, oppure classificano gli omicidi come suicidi per evitare i processi.

Vermeer, Suonatrice di chitarra

 

Vermeer, Donna con collana di perle

 

E’ difficile mantenere la calma di fronte all’elenco sterminato dei delitti d’onore. Come si deve reagire davanti ad un uomo che violenta e poi, siccome è rimasta incinta, la uccide per salvare l’onore della famiglia, come è successo in Egitto?

Medine Mehmi, una ragazza turca della provincia di Adiyaman, a febbraio è stata sepolta viva sotto un pollaio dal padre e dal nonno perché “aveva amici maschi”. Aisha Ibrahim Duhulow aveva 13 anni nel 2008 quando, dopo essere stata accusata di adulterio, è stata trascinata in una buca scavata nel terreno, sepolta fino al collo e lapidata da 50 uomini. Il suo crimine? Essere stata violentata da tre uomini. A Daharki, in Pakistan, una ragazza è stata uccisa dai familiari mentre partoriva il suo secondo figlio. Prima di essere massacrata con un’ascia, le hanno tagliato il naso, le orecchie e le labbra. Il primo bambino, ancora piccolo, è stato trovato morto tra i suoi vestiti. La testa del neonato spuntava appena, mentre il torso era ancora nell’utero. I tre cadaveri erano in stato avanzato di decomposizione. Alcune donne volevano seppellirli, ma un religioso musulmano si è rifiutato di pronunciare una preghiera per loro perché trattandosi di una “donna maledetta e dei suoi figli illegittimi” sarebbe stato un atto empio.

Nell’agosto del 2008, in Belucistan, cinque donne sono state sepolte vive per aver commesso reati contro l’onore delle famiglie. Hamida, Rahima e Fauzia erano adolescenti. Degli uomini le hanno picchiate, le hanno sparato e le hanno gettate ancora vive in una fossa dove le hanno coperte di terra e di pietre. Altre due donne, di 45 e 38 anni, hanno fatto la stessa fine per aver protestato. Le più giovani erano colpevoli di aver voluto sposare uomini non scelti dalle loro famiglie.

Un parlamentare pakistano, Israrullah Zehri, ha dichiarato in aula che quegli omicidi facevano parte “di una tradizione secolare che bisogna continuare a difendere”.

Nel dicembre del 2003, a Multan, ancora in Pakistan, una ragazza di 23 anni, Afsheen, è stata assassinata dal padre perché, dopo un infelice matrimonio combinato, era fuggita con un altro uomo, Hassan. Afsheen veniva da una famiglia istruita di avvocati e ingegneri. “Le ho messo dei sonniferi nel tè e poi l’ho strangolata nel dupatta (una lunga sciarpa che fa parte del costume tradizionale delle pachistane)” ha confessato il padre alla polizia. “L’onore è l’unica cosa che conta per un uomo. Era la mia figlia preferita. Sento ancora le sue grida e avrei voglia di tagliarmi le mani e farla finita”. I parenti avevano trovato Afsheen a Rawalpindi in compagnia di Hassan e le avevano promesso che se fosse tornata a casa non le avrebbero fatto nulla. Mentivano.

 

(Internazionale, 8/14 ottobre 2010)

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Perché gli uomini uccidono le donne?
Lo so perché non l'ho ancora fatto.

di Pino Ferraro

 

       Perché gli uomini uccidono le donne? Credo di saperlo, ma non so dirlo. Sarà certo una scusa. Ma è la verità. Sento di saperlo, ma non so dirlo. La verità sta in questo scarto simbolico del dire, che ne custodisce il segreto, lo rivela, lo mente e ne autorizza la consegna. Una questione di ordine. Imposto dagli uomini. Certo da sovvertire, ma secondo quale altro spettro di significati e di valori, secondo quali altri spettri, che non siano nuovi fantasmi della mente pronti ad agitare brividi e violenze? Converrà allora saltare fuori dell'ordine, avanzare sull'extraordinario, in un mondo che produce già i suoi extra su tanti fronti, comunitari e sociali, sempre più vicini alla soglia di uno sconvolgimento culturale necessario. Fuori dell'ordine. Aprendo varchi alle periferie del Sé. A stabilire altre relazioni. Altre storie d'amore. Un altro modo di amare. Il punto è questo.


      Perché gli uomini uccidono le donne? Lo so, perché non lo ho "ancora" fatto. Il "non ancora" sta a dichiarare un già "fatto" da altri di cui faccio parte. Non so dirlo, perché sta, e sto, al fondo della trama simbolica in cui quel sapere organizza il suo potere. La neutralità non c'entra, perché mai il potere è di nessuno e mai è neutrale, quanto più invoca la sua fondazione sul nulla e sulla scelta decisionista. Ecco ci sono. Il nulla. Eccola la neutralità di parte, la paura del nulla. La paura di morire, di perdere l'oggetto cui si è ancorati, circoscrivendo un piccolo mondo privato. Non basta.


      Angela Azzaro lo ha scritto con una chiarezza che non lascia scampo. Non ci sono alibi di neutralità. Ditecelo, uomini, perché ammazzate le donne? Ognuno risponda, anche se dice di non aver ucciso, non ancora, anche se non si riconosce nel più efferato dei gesti. E non c'è neppure l'alibi di una scala di distinguo, per cui solo in fondo all'ultimo scalino ci si sporca di sangue le scarpe. C'è chi è sceso fino al pavimento o al sottoscala della miseria umana, c'è chi invece parla dal sesto piano, ma il palazzo è lo stesso. Tutti gli uomini sono Hans, ha scritto Ingebor Bachmann. Mi sono sempre ribellato a un tale richiamo e sempre ho dovuto capire che non si trattava di difendermi da quella accusa. Una questione di rappresentanza, non di rappresentazione. Ne sono un esponente, comunque sia e chiunque sia. Il punto di volta è questo. Non è più una questione personale, ma di rappresentanza di genere. Allora cambiare, cercare altre parole, dire un altro sapere di se stessi, per un'altra relazione a sé, non introspettiva: un sé senza se stessi. Una questione di luoghi. A cominciare dal luogo interiore, perciò dall'Ethos e dal daimon col quale coabitiamo. Occorre sapere perderci per qualche tempo, se vogliamo imparare qualche cosa da ciò che non siamo noi stessi. "Perderci", sì, "qualche volta", dire "sempre" sarebbe ancora un alibi; "qualche volta", cioè quando si incontra qualcuno o qualcuna che ti chiama Hans o che ti chiede perché gli uomini uccidono le donne, senza per questo cercare spiegazioni, ma altre relazioni. Un "perché" che non è domandare, ma un protestare e rifiutare, continuando ancora a cercare una relazione d'amore. Di un altro amore. Allora si tratta non semplicemente di che cosa ne sappiamo o crediamo di sapere, si tratta, piuttosto, di saper credere. Di rivedere questo rapporto, tra credere e sapere, sulla cui distinzione si è fondata la cultura maschile e su cui sempre ritorna, distinguendo. In maniera essenziale: si tratta non più di credere di sapere, ma di saper credere a chi ti sta davanti, la sua voce, il suo volto, la sua parola, la singolarità e la differenza. 


      Qualche volta, ogni volta, sempre di nuovo, davanti a un'altra. E non solo. Davanti a sé. La differenza non si dà mai in saldo, non è mai scontata. E' sempre a prezzo del dono. Inscambiabile. Né gli uomini possono "imitare" le pratiche delle donne. La loro cultura. Assurdo, oltre che "innaturale", un esproprio, quando non è una semplice intrusione. No, gli uomini devono restituire al mondo la loro differenza senza preponderanza, senza violenza. Sarà poi possibile, senza, rimettere in questione l'ordine che quella violenza salvaguarda e autorizza? Sarà possibile senza convocare su nuovi scenari sesso e società, desiderio e sentimento, passione e ragione? Come vedere insieme cosa accade nel mondo, come guardare il mondo con due occhi, con tanti occhi, che non siano quelli satellitari informatizzati di violenze e stupri? Gli occhi che informano non "fanno sapere", non producono conoscenze e atteggiamenti. Condividere vuol dire mettere insieme le proprie divisioni. Troppa cultura analitica ha continuato a separare per giustificare. Lasciando indiscusso e indiscutibile il rapporto tra eros ed ethos, registrando solo l'altro tra eros e thanatos.


      Io lo so perché gli uomini uccidono le donne, ma non so dirlo. Ne sono perciò capace. Ed è questa la verità: gli uomini uccidono le donne non perché abbiano paura della crescita del potere femminile, sarebbe come ammettere che gli uomini ammazzano le donne allo stesso modo in cui si ammazzano tra loro. Sarebbe come riconoscere alle donne lo stesso ordine e uso del potere degli uomini. Certo è una ragione. E' anche una questione fisica. Di uso della forza bruta. Forse è più certo che gli uomini soffrono un potere che non sanno riconoscere o lo riconosco a tal punto con i propri codici che rispondono con la violenza di cui il loro potere è capace. Ci deve essere qualcosa custodita dentro la relazione d'amore. Ed è a sua rovina. La donna diviene sempre un "corpo d'eccezione". La parità che pure si invoca, sul piano giuridico, riguarda le quote di rappresentanza (quale?!), non certo quella del corpo proprio, che resta nei confronti delle donne, per gli uomini un corpo d'eccezione. Se ne può fare di tutto. Prenderlo, usarlo, occultarlo, farlo a pezzi o non considerarlo affatto, è lo stesso. Corpo intendo anche il corpo che piange come piange, che ride come ride, che cammina come cammina, che si guarda come lo guardano… E' l'uso dell'amore che autorizza e spiega queste stragi. E' la relazione d'amore che permette queste stragi. Il fatto è che si ammazza "per amore". Ma non è amore, non più, se mai lo è stato e lo è qualche volta un amore che sa credere. E' questo l'inciampo. Si ammazza "per amore", all'interno dell'uso che un tale dispositivo d'ordine autorizza. Su questo piano scivolano come biglie tutte le altre considerazioni e non si riesce a tenerle. Convocano al confronto sesso e società, amore e comunità, possesso e proprietà, cupidigia e amore. Si ammazza per amore, per possessione, per gelosie, per omertà. Allo stesso modo in cui si dice che le guerre si fanno nel nome di Dio, per religione e per democrazia.

 

      Tornano qui le altre considerazioni sostenute su questo giornale dalla Melandri e dalla Ingrao, diversamente. Il fatto è che bisogna spezzare questo intreccio di connivenza estetizzante, e psicanalizzante, tra amore e guerra. La psiche forse va scombinata e cambiata. Ci servono altre culture di luoghi interiori. Certo va messo via quanto fin qui abbiamo chiamato amore e che continua a fare stragi di donne, amate, innamorate, volute, ripudiate. Bisogna imparare un altro amore. Una questione anche di luoghi, per questo è una questione interiore, del sé come luogo dell'io, ethos, ancora, perciò una questione politica, di luoghi comuni cioè. Di case. Si arriva sempre tra gli spazi di casa. Si arriva sempre all'abitare e al coabitare. Quando si parla di casa, non basta parlarne per mattoni evidentemente, se non in ragione della qualità della loro disposizione. Ma questo a chi importa? Una questione di spazi e di stanze non interessa. E gli sfrattati che sono "cacciati" dalle case. Sarebbe opportuno parlare di queste cose cominciando dalle case, da luoghi e spazi, da stanze e di distanze.


      Bisogna imparare ad amare. Un altro amore. Cominciare a pensare alla educazione sessuale non in termini contraccettivi, ma come educazione alla differenza. Fare della differenza un sentimento. Sentirla. Non enunciarla. L'etica deve fare i conti con l'amore che fin qui ne è stato l'inciampo. Fin qui ne è stato fuori, pericoloso per lo stato. Meglio la famigliarità, l'amicizia di chi si divide le cose, non certo la condivisione che mette insieme le proprie divisioni. L'etica è stato il discorso del padre al figlio, da Aristotele a Savater. Che sia Vittorio (Nicomaco in greco) o Diego, è lo stesso. Il giusto mezzo. L'amore è stato lasciato di qua dall'etica. Agli omosessuali è stato riconosciuto e censurato, agli uomini e le donne è stato invece registrato con firma, chiuso in un contratto, comprensivo di clausole di rescissione. Dietro quelle mura può succedere di tutto. Il fatto che le uccisioni di donne per mano dei "loro" uomini sale il livello della questione sociale, impone che si trovi un'etica a più voci. Un'etica della differenza.


Penso ad una relazione d'amore restitutiva, quando si restituisce all'altro il proprio essere così come si è, senza voler essere altro, riconosciuto per l'unico e solo di là dal dono d'amore. Senza proprietà. Dove ci sia il possesso senza la proprietà. Dove si possa dire da una parte e dall'altra "mia e non di me". Per dirlo anche più a gran voce, penso ad un amore senza futuro, ad una relazione d'amore senza futuro e inattuale. Senza domani. Solo presente e viva.
Quando la si programma, la relazione d'amore cede il posto all'economia dello scambio.
Per tutto questo ci mancano le parole, ci manca la società, le distanze, gli spazi, i luoghi. Ci mancano le maglie simboliche, perché una relazione d'amore tra differenti chiede di un sapere e un dire differente. Imparare ad amare forse anche morire diversamente. Con diritto. Non per mano di altri.

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Femminicidio: perché gli uomini uccidono le donne?

Filippo Nicolini

 

      Ho già scritto della violenza nei confronti delle donne ma forse l’ondata di follia assassina che ha riempito le cronache degli ultimi mesi impone qualche ulteriore riflessione su un fenomeno che spesso viene proposto dai mass media come l’esasperazione patologica di un sentimento, come una passione in grado di superare i confini del razionale per dilagare incontrollata in un territorio oscuro e primitivo, quasi bestiale. Per questo non mi trovo d’accordo con definizioni del tipo “amore criminale” o “delitto passionale” ma preferisco usare il termine “femminicidio”, parola coniata per le centinaia di donne vittime della spietata guerra tra narcotrafficanti che affligge il territorio messicano di Ciudad Juarez ma ormai traslata nei vocabolari sociologici di tutto il mondo.

Certo, passionale riporta etimologicamente al greco “pathos”, letteralmente sofferenza, termine che imprime su di sé l’immagine del sentimento più profondo, pulsionale, quello che si ribella e si svincola dal controllo della ragione e della volontà.

Vermeer, Donna con brocca

 

Vermeer, Donna dormiente

 

 Quello che non permette di tollerare la frustrazione del rifiuto, dell’abbandono, del distacco. Quello che esprime il rabbioso tormento del maschio privato del suo potere assoluto sul corpo e sulla mente della femmina. Quello che mostra l’invidia e il rancore dell’uomo nei confronti di donne che, conclusa la fase del coinvolgimento e del desiderio, mostrano di considerarlo un essere indisponente.

Dietro le quinte di un comportamento delittuoso c’è comunque sempre una storia malata.

Non è facile, però, trovare una spiegazione logica e univoca del perché un individuo possa produrre un comportamento così estremo. Contrariamente a quanto accade per la maggior parte degli omicidi, in questo tipo di delitti il movente sembra essere l’attaccamento amoroso, un attaccamento morboso, deformato, possessivo, sciupato e lacerato da continui litigi e incomprensioni, ritmato da sfoghi aggressivi e plateali pentimenti.

Tra le pieghe di queste relazioni spesso si sviluppa una violenza silenziosa, subdola, fatta di ricatti psicologici e morali, di continue mortificazioni che genera, giorno dopo giorno, un penetrante vincolo con l’aggressore difficile da accettare ma altrettanto difficile da sciogliere perché, paradossalmente, diventa “normale”.

Dietro le quinte di un comportamento delittuoso c’è comunque sempre una storia malata e l’omicidio non è altro che la tragica, esasperata risoluzione di un rapporto patologico la cui degenerazione si riflette sull’amore alterandolo, soffocandolo, uccidendolo. In un’alta percentuale di casi viene evocata l’aggravante della gelosia, di quella cieca paura del tradimento, dell’abbandono, dell’umiliazione reale o simbolica che ferisce l’orgoglio e l’egoismo maschile e che si esprime nelle forme moleste della rabbia e della vendetta.


      Negli autori di crimini passionali prevale frequentemente una personalità borderline con tutto il suo carico di disgregazione emotiva, di insicurezza, di rabbia repressa che esplode nel momento in cui la vittima cerca di sottrarsi alla funzione che inconsapevolmente ricopre. In altre parole l’assassino, temendo contemporaneamente da un lato la simbiosi e la perdita della propria identità e dall’altro l’abbandono, cerca di controllare le componenti irrisolte della propria personalità attraverso il dominio e il possesso della sua compagna. Se vede allontanarsi, anche in modo allucinatorio, questo suo punto di riferimento vive l’angoscia che le sue certezze possano crollare e si sente perso.


      L’origine, osservando il fenomeno in un’ottica clinica, affonda le sue radici nell’infanzia e riporta a due temi prevalenti. Quello dell’attaccamento incerto e insicuro del bambino nei confronti della figura materna e quello del vuoto affettivo e della mancanza di cure fisiche con conseguente fissazione sul desiderio di un amore fusionale che impedisce la strutturazione di un sentimento adulto. L’amore maturo e strutturato si fonda infatti su un rapporto sano e gratificante con i propri genitori e sul positivo superamento di tutte le fasi dello sviluppo psico-affettivo e sessuale. Del resto l’uomo incontra durante la sua vita numerose separazioni. Da quella originaria, dal ventre materno, a quelle dell’infanzia e dell’adolescenza, fino a quelle vissute attraverso i cambiamenti del proprio corpo. La capacità di accettare e di elaborare tali distacchi è determinata proprio dall’acquisizione, a livello simbolico, di un nucleo protettivo adeguato a cui far riferimento nel momento del bisogno. Se ciò non avviene le separazioni vengono vissute come qualcosa di catastrofico poiché la perdita dell’oggetto d’amore corrisponde alla perdita di se stessi. Paura, solitudine, incoerenza, rifiuto e abbandono possono quindi generare insicurezza, scarsa autostima, dipendenza affettiva. Così, solo attraverso processi compensatori di deformazione, cancellazione e generalizzazione, diventa possibile ridefinire la realtà in modo da renderla più prevedibile, più tollerabile, più aderente ai propri bisogni dando significato al proprio senso di incompiutezza e cercando nell’altro qualcuno con cui integrarsi, con cui completarsi.


      Ma nella costruzione di questa realtà soggettiva e allucinatoria possono mescolarsi e confondersi quelli che S. Karpman definisce i ruoli del “triangolo drammatico” e cioè quelli della Vittima, del Salvatore e del Persecutore. L’illusione di essere indispensabili all’altro può progressivamente trasformarsi in un’ossessione che, spinta all’eccesso nel tempo e nello spazio, può trasformare l’individuo in persecutore attraverso il controllo rigido e la colpevolizzazione o attraverso un amore esasperato e soffocante. E se la missione fallisce diventa poi facile indossare la maschera della vittima trasformando la partner nella causa di tutti i propri mali, in colei che nonostante gli sforzi e l’impegno ha negato l’amore offertole chiudendo il cerchio e riproponendo il modello del rifiuto e dell’abbandono con tutto il suo carico di rabbia, impotenza, animosità e disperazione. Per tale motivo quasi mai questo tipo di crimini è frutto di un raptus omicida anche quando il delitto si presenta irrazionale, illogico, folle. Seppure il gesto appare spropositato questa forma di delitto si differenzia dall’atto impulsivo proprio perché è frutto di una progressiva corrosione della volontà, di una distorsione affettiva che paralizza il potere del controllo e del senso critico, di un rabbioso tormento a lungo rimuginato che in un momento diventa realtà. La morte è un mezzo di controllo estremo, un potente strumento di potere e di superiorità, un delirante atto di giustizia e di liberazione interiore e la lucidità è il cinico correlato necessario per godersi tutta la scena…


      Comunque sia, per vendetta o per punizione, per paura dell’abbandono, della solitudine, per sospetto o per collera, ad analizzare a fondo le statistiche, chiudere una storia lasciando il proprio partner equivale ad avere circa il 30% di probabilità di essere perseguitate, molestate, minacciate, picchiate o addirittura uccise da lui. I maltrattamenti e le vessazioni il più delle volte sono lunghi e articolati, fatti di messaggi ingiuriosi, richieste assillanti e ossessive ad ogni ora del giorno e della notte, appostamenti e persecuzioni con incursioni negli spazi privati delle vittime. Per questo dal 2009, seguendo le orme di molti Paesi europei, ma non senza difficoltà e con la diffidenza di molti politici e giuristi, anche in Italia è stato finalmente codificato il reato di stalking. Finalmente perché è ormai confermato da studi e statistiche che chi uccide, violenta o picchia una donna che conosceva bene, l’aveva già minacciata o perseguitata almeno una volta.


      È agghiacciante pensare che nel mondo occidentale la maggior causa di mortalità femminile è per mano di un uomo e che una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, è stata vittima di qualche forma di violenza. Tradotto in numeri fa ancora più impressione. Sei milioni 743mila le vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita, sette milioni 134mila quelle che subiscono o hanno subito violenza psicologica. Anche i dati sullo stalking mettono i brividi: in poco più di un anno dall’entrata in vigore della legge gli arrestati sono stati oltre 1.200 e i casi segnalati oltre 7mila.


      Certo, la violenza sulle donne è un fenomeno che si perde nella notte dei tempi, tanto deplorevole quanto diffuso, espressione di una cultura che nonostante decenni di femminismo, emancipazione, liberazione, pari dignità e pari opportunità continua a considerare la donna una proprietà privata del maschio. “Qualcosa” che gli appartiene e sulla quale può esercitare un potere e un diritto assoluti, magari con la scusa di non essere stato capito, di non volerla perdere, di amarla troppo. Per questo è assolutamente indispensabile che anche le donne imparino a riconoscere la gravità delle violenze e a prevenirne gli effetti eliminando radicalmente la tendenza a lasciar correre, a giustificare i comportamenti aggressivi evitando illusioni salvifiche e materne, riconoscendo la propria autonomia, la propria indipendenza, la propria libertà e non temendo la propria solitudine. E se in questo fossero aiutate direttamente e indirettamente da strutture in grado di avviare anche dei percorsi di sostegno e di recupero terapeutico delle personalità violente, forse questa mattanza potrebbe, gradualmente, essere circoscritta ed eliminata e non solo mitigata.

 

 (dott. Filippo Nicolini, psicoterapeuta area sessuologia clinica)

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Le donne e quella sacra violenza. Pregiudizi e religione

Enzo Mazzi

 

      Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si è svolta ieri si sono sprecate analisi, denunce, propositi, programmi. Ma la violenza è stata declinata per lo più in termini fisici. Le ferite del corpo sono gravissime ma non sono le sole. Poche le analisi e le denunce e i progetti per eliminare la violenza che si annida negli snodi profondi delle culture, nei modelli consueti di comportamento quotidiani, delle strutture ideologiche rituali simboliche delle religioni compresa quella cristiana e cattolica.

      Quasi un tabù è ad esempio la violenza del “sacro” contro le donne. Talvolta viene allo scoperto come quando si accusano le donne che abortiscono di essere assassine e si scomunicano e si torna a chiedere per loro il carcere. Ma più spesso è sottile, pervasiva e strisciante. I roghi delle streghe si sono spenti ma non si è spento il progetto politico che c’era dietro e cioè l’annullamento della soggettività femminile come soluzione finale per il dominio moderno sulla natura e sulle coscienze.

La donna che ha potere sulla vita è in sé una concorrente pericolosa di ogni sistema di dominio, non soltanto di quello religioso.

 

      Non solo l’Inquisizione cattolica ha acceso i roghi. I rappresentanti della nuova scienza medica contribuirono sistematicamente con la loro consulenza specifica al controllo del limite di tollerabilità biologica delle torture delle streghe. Lo fecero per danaro, ma anche per strategia politica: volevano mani libere nella loro sperimentazione e puntavano al monopolio della medicina e al controllo sulla sua organizzazione, sulla teoria e sulla pratica, sui profitti e sul prestigio. Il rapporto con la natura di cui erano portatrici le streghe fu annullato dai roghi e non è stato più recuperato. La modernità ha così percorso la sua strada di divaricazione dal naturalismo femminile fino a giungere all’attuale dominio aggressivo e violento dell’individuo verso il resto del mondo, in una guerra di tutti contro tutti regolata e paradossalmente moderata dal ricatto atomico.

 

      È indispensabile una vera e propria riparazione storica in tutte le culture e religioni, in tutti gli ambiti di vita, per i misfatti compiuti contro le coscienze femminili fin dalla più tenera età, contro la loro dignità, i loro saperi, le loro anime e i loro corpi, la loro capacità generativa e creativa, allora e solo allora sarà possibile una vera pacificazione del mondo. Sono ancora troppo poche le realtà che come le comunità di base mirano a scoprire, sradicare e combattere la violenza contro le donne che si annida negli snodi profondi della società, della cultura e della vita e in particolare nelle strutture del sacro.

 

l’Unità, 26.11.2009

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Jan Vermeer

(Maria Antonietta Pappalardo)

Può una donna non amare Vermeer? Ho scelto questo pittore per questa pagina dedicata al femminicidio come antitesi della crudeltà maschile verso le donne. Nessun altro pittore ha amato e rispettato le donne come l'olandese Jan Vermeer. Siamo nel lontano 1632 quando egli nasce a Delft (Olanda) da un mercante d'arte. A soli 21 anni, tra difficoltà e resistenze da parte della suocera, sposa Catharina Bolnes, sua musa ispiratrice. Avrà 15 figli (di cui 11 sopravvissuti ) e vivrà in continue difficoltà economiche, perchè quasi nessuno compra i suoi dipinti. Il suo soggetto privilegiato sono le donne: compaiono 40 volte contro le 14 volte in cui compaiono gli uomini. Non sono modelle: sono donne di famiglia, parenti, serve. Esse sono ritratte nella tranquilla ma attiva quotidianità domestica: fanno le faccende, ricamano, suonano, tessono, dipingono, scrivono, ricevono lettere d'amore, si addobbano anche quando sono incinte. Il pittore, più che dalla loro bellezza, appare stregato dalla  ricchezza dei talenti dimostrati dalle donne della sua casa e dall'affettuosa concentrazione con cui esse affrontano ogni impegno, sia esso manuale o intellettuale. Infatti le donne di Vermeer non sono mai belle secondo i canoni convenzionali, ma hanno un'intensità, direi una verità, che cattura lo sguardo. L'estrema economia dei loro gesti e la riservatezza delle loro espressioni creano una atmosfera intima, nostalgica e insieme piena di mistero.

Vermeer muore d'infarto a soli 41 anni, coperto di debiti, mentre la moglie raggiungerà la notevole soglia degli 87 anni. Il grande pittore ha pagato questa sua predilezione per il soggetto femminile - sempre vestito, domestico, operoso, dignitoso, talentuoso - con più di duecento anni di completo oblio. Non è un caso che non possediamo alcuna effigie della sua persona e che a noi siano pervenute solo una quarantina di opere. I critici - tutti maschi - lo disprezzavano in quanto  'soggiogato' dalle donne di famiglia e quindi si rifiutavano di valutare positivamente finanche la sua tecnica pittorica, la sua ossessione della prospettiva, la speciale luminosità dei suoi gialli,  dei suoi azzurri e delle sue perle.

Solo alla fine dell'ottocento uno studioso, Théophile Thoré- Bürger, lo riporterà in vita e pian piano crescerà l'interesse intorno all'artista.

Noi donne, appena lo incontriamo, lo amiamo alla follia. E' incredibile che ci abbia comprese e valorizzate un uomo del '600 e coloro che abbiamo al fianco barcollino ancora, dopo più di trecento anni, nel 'continente nero' della femminilità.

 

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La pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata

nel novembre 2011

Mappa Sociologia                 

 

L'Antro della Sibilla, Trav. Cuma I, 66  80070  Bacoli (Napoli)

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