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Mondher  Kilani

Integrazione, multiculturalismo, etnicità e cultura

 

 

Integrazione

     Prendiamo, per cominciare, il termine di integrazione, che nel contesto francese in particolare, ma per certi versi anche in quello di paesi come l'Italia, sembra identificare realtà contraddittorie. Per gli uni l'integrazione passa per l'adozione dei valori maggioritari: per realizzarla, taluni pensano, occorre preservare il modello repubblicano universalista. Come scrive Albert Grosser ne Les identités difficiles (1996), "La nozione di "integrazione repubblicana" segna molto precisamente il limite del rispetto dovuto alle differenze culturali, regionali, religiose, etniche". In questo senso, l'integrazione è identificata con l'assimilazione, termine ritenuto antinomico al riconoscimento delle differenze culturali.

     In realtà, non è così scontato che l'unità sia del tutto incompatibile con l'eterogeneità. L'esempio dell'immigrazione asiatica in Francia (cinesi, vietnamiti, cambogiani..) mostra che l'integrazione può risultare riuscita anche se limitata essenzialmente alla sfera economica, anche se il gruppo in questione continua a vivere in modo decisamente comunitario. Al contrario, gli immigrati di origine maghrebina, benché più prossimi dal punto di vista della storia e della cultura, non sembrano affatto così ben integrati nella società francese. 

Muhammad al-Qasimi

il pittore marocchino del "non figurabile"

 

Akacimi, 1988

Kacimi, 1994

La grotta dei tempi futuri, 1993

In questo particolare caso, anche se l'integrazione individuale è molto forte, come mostra un'inchiesta recente (1), il fatto che il gruppo massivamente e astrattamente identificato come maghrebino, non disponga di un progetto culturale  comune e ancor meno della capacità di mobilitare risorse per difendere i propri interessi collettivi (per assenza di istituzioni comunitarie o religiose rappresentative, di associazioni culturali, sociali ed economiche influenti) spiega il paradosso per cui esso è rifiutato e stigmatizzato come elemento particolarmente allogeno rispetto alla società francese. 

L'assenza di un profilo comunitario forte rafforza infatti l'immagine negativa  che la società maggioritaria francese tende aprioristicamente  ad avere a proposito degli "arabi" e dell'Islam, identificati come alterità radicali i cui valori sarebbero agli antipodi della civiltà "giudaico-cristiana". 

Si potrebbe perfino affermare che l'immigrato maghrebino è particolarmente respinto, malgrado i suoi tentativi di integrazione, proprio perché la sua presunta distanza culturale è innanzitutto una pre-costruzione della cultura maggioritaria francese.

     Sulla scia di altri, sarei tentato di porre la questione se un'integrazione riuscita, anche nel quadro unitario e universalista del modello francese, non passi attraverso il legame comunitario (nel 1995 il rapporto dell'Alto Consiglio dell'integrazione, intitolato "Legami culturali e integrazione", non esita a sostenere l'idea che l'integrazione passi per il riconoscimento della cultura dell'immigrato). 

Ripercorrendo la storia dell'immigrazione in Francia, in effetti si constata che la condivisione dei comuni valori della Repubblica non ha impedito l'espressione delle differenze e dei particolarismi da parte di gruppi come i polacchi, gli italiani, gli armeni, gli ebrei dell'Europa dell'Est, gli spagnoli, gli ebrei dell'Africa del Nord, i portoghesi. 

E inoltre il ruolo dello Stato repubblicano e laico, quale si è definito a partire dalla Terza Repubblica, non è stato quello di vietarsi qualsiasi intervento nel campo religioso, ma di garantire l'uguaglianza fra tutte le religioni e la libertà di praticarle.

 Norbert Rouland, autore di L'Etat français et le pluralisme (1995), osserva che "l'organizzazione comunitaria può attenuare lo choc dello sradicamento dell'immigrato e fungere da istituzione che media con la società globale. Mentre invece l'individuo isolato (com'è in parte nel caso dei giovani immigrati maghrebini delle banlieues svantaggiate) può diventare facile preda dei movimenti estremisti" (2).

     

Multiculturalismo

     Ma allora è vero che l'integrazione passa per quel multiculturalismo (come si dice con un termine statunitense apparso recentemente in Europa), che agli occhi di molti rappresenta la panacea dei numerosi problemi di integrazione che conoscono le società dell'Europa occidentale? In realtà, non è affatto certo: quella nozione è un guazzabuglio invocato a vanvera senza tener conto delle specificità dei contesti in cui la si vorrebbe applicare e senza chiarire quali siano le poste in gioco che essa implica.

     Così in Svizzera, in alcuni ambienti politici e culturali è invalsa l'abitudine di impiegare il termine di multiculturalismo, in luogo di federalismo, per descrivere le varietà sociologiche, politiche e culturali del paese. V'è qui un abuso del linguaggio nella misura in cui le realtà descritte hanno a che fare piuttosto con il principio della territorialità: territorialità politica, territorialità linguistica e territorialità religiosa, riconosciute e difese dalla Costituzione su scala cantonale e confederale, piuttosto che coesistenza egualitaria nel medesimo spazio di svariate culture, tradizioni, lingue, religioni. E' così che, per esempio, la frontiera linguistica nelle città o regioni bilingue della Svizzera, come Bienne o i cantoni di Friburgo, del Vallese e di Berna, è strettamente regolamentata dalle rispettive Costituzioni cantonali e garantita dalle autorità federali. Allo stesso modo la territorialità religiosa non ha impedito fino agli anni più recenti che nel cantone protestante di Ginevra si insediasse un vescovado cattolico; così come solo molto recentemente il cantone protestante di Vaud ha nominato un magistrato di confessione cattolica come prefetto di distretto (colui che rappresenta il potere esecutivo cantonale).

     In una manifestazione organizzata nel 1994 a Ginevra, sul tema della "Ginevra meticcia" (3), i promotori hanno esaltato il carattere pluriculturale della metropoli sul lago Léman. Ma, a guardare più da vicino, ciò che si è riusciti a mettere in evidenza è soprattutto il carattere internazionale della città, la sua tradizione di apertura e di tolleranza, e niente affatto il suo preteso carattere multiculturale, che non ha riscontri in nessuna pratica istituzionale o politica (per esempio, non v'è alcun riconoscimento dei diritti politici degli stranieri, né a livello comunale né a livello cantonale).

Allo stesso modo, l'affaire del "velo islamico", che, come in Francia, ha agitato nel 1996 la piccola repubblica, si è chiuso con una decisione del Consiglio di Stato (l'organo di governo cantonale), che intimava all'istitutrice incriminata di scegliere fra il foulard e l'insegnamento, con la motivazione esplicita del rispetto della regola della laicità nella scuola pubblica e quella implicita della preminenza dei valori giudaico-cristiani. 

D'altronde questo genere di reazioni non è affatto sorprendente perché non fa che obbedire al modello svizzero. Questo è il prodotto di un fragile equilibrio, il quale, essendo il risultato di una lunga lotta fra diverse componenti linguistiche, religiose e culturali, non è in grado di reggere un sovrappiù di diversità o di eterogeneità, che metterebbe in pericolo il modus vivendi, continuamente negoziato, fra le diverse componenti del paese. E' questo che potrebbe spiegare la forte "invisibilizzazione" degli stranieri nel paesaggio politico, culturale, religioso elvetico.

In contrasto con la Svizzera, si potrebbe forse sostenere, come alcuni fanno, che l'Olanda è un paese multiculturale? Certo, in questo paese gli stranieri godono, soprattutto sul piano culturale, di numerosi vantaggi: per esempio, ricevono sovvenzioni per produrre programmi per la radio e la televisione. 

Se hanno uno status legale, percepiscono, al pari dei nazionali, il sussidio di disoccupazione o il reddito minimo garantito e godono del diritto di voto attivo e passivo nelle elezioni municipali. Ma questo è sufficiente per affermare che tolleranza è sinonimo di uguaglianza e che l'Olanda è un paese multiculturale?

 

Muhammad al-Qasimi

Il pittore vive tra Parigi e Rabat e ha esposto a Bourges, Casablanca, Rabat, Parigi e New York

Kacimi, 1993

Il tempo dei narratori, 1994

     Negli Stati Uniti l'ideologia del multiculturalismo fu la risposta al fallimento del mito del melting pot, un'espressione che simboleggiava la magica trasformazione in americano di ogni immigrante che sbarcasse ad Ellis Island. Consapevole del divario tra l'immagine e la realtà, l'America di quest'ultimo decennio ha abbandonato i suoi antichi riferimenti per promuovere i valori del pluri- o multi-culturalismo, simboleggiato da un'immagine culinaria, il salad bowl (l'insalatiera). Dietro questa metafora c'è l'idea che gli Stati Uniti, come l'insalata, siano composti da numerosi "ingredienti" di culture. Benché mescolate come gli ingredienti di un'insalata, queste culture resterebbero distinte conservando i loro sapori particolari. In breve, ogni cultura contribuirebbe a suo modo al "sapore generale" della nazione americana.

     Di conseguenza, viene oggi considerato come politicamente corretto che ogni minoranza etnica, ma anche sociale (donne, omosessuali, handicappati..), intervenga per denunciare gli stereotipi, per correggere la propria immagine, per rivendicare posizioni sociali ed economiche, per contestare le ineguaglianze. La comunità degli afroamericani e quella dei nativi americani sono, per ragioni evidenti, all'avanguardia in tale battaglia. La loro azione si esercita particolarmente al livello dei programmi di insegnamento, laddove, per esempio, per gli afroamericani si tratta di ricollocare l'Africa e i suoi grandi personaggi nella storia mondiale e nordamericana e per i nativi americani di sottolineare la propria anteriorità storica o l'influenza del modello irochese sulla Costituzione americana. Parallelamente, l'affirmative act (le azioni positive), messo in piedi dal governo federale, si è dato l'obiettivo di correggere strutturalmente gli handicap e gli svantaggi subiti dai gruppi etnici e sociali minoritari.

      Ma un tal modello è destinato al successo? L'attuale offensiva contro l'affermative act e la messa sotto accusa del multiculturalismo da parte di taluni intellettuali e accademici americani - come Richard Bernstein, autore di un'opera dal significativo titolo di "Dictatorship of Virtue: Multiculturalism and the Battle for America's Future" (1994) - testimoniano della grande controversia che attualmente agita il paese e della crisi del modello multiculturale. La critica rivolta al multiculturalismo, oltre a mettere in discussione  il "politicamente corretto" ad esso connesso - sempre più percepito come un discorso egemonico, oppressivo e minaccioso per la democrazia e le libertà -, sottolinea come il culto delle etnicità produca effetti di disintegrazione dell'ideale nazionale e provochi la "ghettizzazione" dei diversi gruppi etnici. Certe manifestazioni del multiculturalismo, sostengono alcuni, producono addirittura risultati opposti a quelli perseguiti, vale a dire una maggiore marginalizzazione dei gruppi etnici svantaggiati. Così, per esempio, certuni lamentano il fatto che la promozione di programmi afrocentrici e l'adozione del vernacolo afroamericano nelle scuole accentuano la frattura tra comunità nera e le altre componenti del paese e rafforzano le forme di apartheid che conosce la società americana. 

Zaman Yasim

Un artista dell'Arabia Saudita che utilizza molti materiali per dare respiro allo spazio

Ballerina

Vecchio

     Di fronte a tali critiche o riserve, e soprattutto di fronte al problema di come sia possibile far sì che le diverse culture possano coabitare su un piano di uguaglianza, sono stati recentemente prodotti alcuni contributi utili a chiarificare il dibattito, e fra questi in particolare l'opera di Richard Taylor, "Multiculturalisme. Différence et démocratie" (1994). 

Lo studioso canadese pensa che la coesistenza di più culture reciprocamente esclusive e non rispettose l'una dell'altra non corrisponda al principio morale del multiculturalismo. A suo parere, in quanto emanazione della natura umana universale, tutti gli individui hanno uguale valore, meritano uguale rispetto e le medesime opportunità di realizzazione

La dignità di esseri uguali esige istituzioni democratiche non repressive, non discriminatorie e aperte al dibattito. Siffatto sistema politico e morale garantirebbe al tempo stesso l'espressione dei diritti universali e la protezione dei particolarismi culturali. E' una tale politica del riconoscimento che può fondare l'educazione multiculturale, promuovere il valore delle diverse culture e permettere di apprezzare le diversità non per se stesse, ma in quanto accrescono le possibilità e la qualità della vita. 

Il principio morale del multiculturalismo si fonda sul rispetto: questo richiede da tutte le parti buona volontà, capacità di enunciare e discutere i disaccordi, e di distinguere tra disaccordi ammissibili e non ammissibili (per esempio, l'espressione di posizioni razziste e antisemite), infine disponibilità a cambiare, se necessario, la propria opinione per effetto di un'argomentazione convincente. 

In breve, la realizzazione del multiculturalismo dipende dal libero esercizio di queste capacità di discussione.

     In Francia, dove il solo termine di multiculturalismo suscita allarme, nondimeno sempre più si incontrano persone pronte a credere che questo progetto sia concepibile nel contesto francese. Per esempio: il già citato Norbert Rouland pensa che sul piano giuridico sia possibile un'interpretazione pluralista dello Stato unitario francese. A suo parere, le differenze possono esprimersi mediante la legge: egli ricorda che il Consiglio costituzionale ha ammesso che il legislatore possa trattare diversamente gruppi o persone che hanno situazioni diverse; e che certe norme possono non applicarsi in modo uniforme in tutto il territorio francese, senza peraltro rimettere in questione i principi repubblicani riguardanti l'uguaglianza dei cittadini. In ciò vicino alla posizione filosofica di Richard Taylor: Norbert Rouland pensa che "l'accettazione del pluralismo consiste nel tracciare un quadro in cui maggioranza e minoranze, legate dall'adesione ad alcuni valori comuni, entro un sistema di concessioni reciproche concordino nel considerare che le vie d'accesso a questi valori universali e alla loro espressione possano essere diverse e coesistere in condizioni d'autonomia relativa da determinare insieme".(4)

 

Etnicità

     Oggi il discorso politico e mediatico, in Italia e in Francia, assume solo la dimensione negativa dell'etnicità, per parlare dei massacri, delle guerre e degli altri comportamenti considerati come barbari, selvaggi, premoderni. Il qualificativo "etnico" suona sinistramente nelle espressioni "purificazione etnica", "pulizia etnica", "guerra etnica", "odii etnici". Inoltre, il senso comune e una parte dei media hanno la tendenza a considerare i "gruppi etnici" come entità quasi-naturali connotate dall'ancestralità e da primordiali legami di sangue, e di conseguenza ad associarli ad una differenza irriducibile che si incarnerebbe nei caratteri somatici ed esprimerebbe una "essenza" culturale premoderna (Rivera). In tal modo il termine di etnia è spesso usato come un eufemismo per dire razza senza pronunciare questa parola (Rivera). Sempre più frequentemente il discorso neorazzista in Europa ricorre al termine di etnia, come d'altronde a quello di cultura - su cui mi soffermerò più avanti - conferendo ad essi un significato di tipo razziale. Le Pen e l'estrema destra francese, per esempio, hanno preso l'abitudine di parlare di "etnia francese" e della necessità di difenderla contro l'invasione di altre "etnie". Certo, in altri contesti il vocabolario etnico viene adoperato per connotare realtà umane positive, per esempio la proliferazione di nuovi gusti e nuove pratiche quali la cucina "etnica", l'abbigliamento "etnico", la musica "etnica"; ma ciò si configura come nettamente marginale e soprattutto privo di effetti sulla percezione negativa della etnicità.

I tentativi di resuscitare la festa a mo’ di zombi sono diventati la regola nella nostra società del consumo, che ha trasformato questa istituzione in efficace argomento per vendere e in valore economico.

Mondher  Kilani

 

     Ora, come ha ampiamente mostrato un gran numero di lavori scientifici (Barth, 1969, Maselle e M' Bokolo 1985, Poutignat e Streiff 1995, Breton 1995, Martiniello 1995a, Bayart 1996), l'etnicità è essenzialmente una categoria costruita. E' un modello di percezione e di classificazione cognitiva che ricorre a elementi di identificazione - di cui il contenuto o il senso attribuito al contenuto sono mutevoli - allo scopo di costruire frontiere che agiscono come barriere semantiche fra i gruppi. Una volta che ci si è sbarazzati dalle connotazioni naturalistiche o addirittura biologistiche, l'etnicità non appare più come quella realtà primordiale che caratterizzerebbe le società premoderne, in particolare quelle africane, ma come una realtà che nella maggior parte dei casi rappresenta una risposta all'affermarsi della modernità, che si nutre delle categorie della modernità e che funziona secondo la razionalità moderna. Di qui il fatto che l'etnicità tende ad essere una categoria manipolata e utile alla manipolazione. Gli esempi di invenzione dell'etnicità non si contano e riguardano sia il periodo coloniale, con la moltiplicazione di etnonimi nella cartografia amministrativa coloniale, sia il periodo postcoloniale, quando l'etnicità viene usata come una delle strategie "in risposta alle nuove istituzioni e alle nuove regole di allocazione delle risorse" (Bayart, 1996: 45).

 

La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell'insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società.

Edward B. Taylor

Cultura

     Si inventa l'etnicità, ma si inventa anche la cultura (R. Wagner, The invention of Culture, 1975), una categoria che per lungo tempo è stata associata al contenuto primordiale e intangibile dell'etnicità. Oggi le culture stanno per sostituire gli Stati e le nazioni in quanto grandi soggetti a confronto, costituendosi come strumenti di affermazione identitaria e come rifugi immaginari. Finché era garantita la supremazia dell'Occidente e finché questo riusciva ad imporre i propri modelli economico-sociali e politici (il capitalismo, il socialismo), il discorso non verteva sulla "guerra delle culture". Tanto è vero che il periodo che va dal dopoguerra fino alla fine degli anni Settanta è quello in cui ha potuto svilupparsi il discorso che parlava di dialogo tra le culture e auspicava l'avvento di una cultura mondiale che si nutrisse delle differenze e si arricchisse in virtù della molteplicità. Ma da quando la situazione mondiale si è nuovamente inasprita e da quando la mondializzazione e la globalizzazione dispiegano i propri effetti distruttivi, è diventata un'idea dominante quella della cultura come immaginario valore-rifugio e si è determinato lo "choc delle culture", (5) come espressione e risultato degli squilibri e delle disparità a livello internazionale.

     Ancora una volta si tratta di un problema legato ad un'illusione: l'illusione della corrispondenza fra unità culturale e organizzazione politica, fra unità culturale e risultati economici, fra unità culturale e definizione della democrazia e dei diritti dell'uomo, fra unità culturale e pratica religiosa. Accade allora che si sviluppino convinzioni come quelle del "matrimonio riuscito" fra confucianesimo (o buddismo) e sviluppo economico, dell'incompatibilità dell'Islam con le forme del capitalismo e della democrazia, del felice connubio fra i valori occidentali e i diritti universali dell'uomo.. "L'illusione 'culturalista' ritiene che una cultura si componga di un corpus, stabile e conchiuso, di rappresentazioni, di credenze e di simboli, i quali avrebbero una forte "affinità" con opinioni, atteggiamenti, comportamenti precisi" (Bayart, 1996: 46-47).

Ora, se è vero che esistono delle pratiche culturali, è invece arduo affermare che esista una cultura a-storica. Prendiamo l'esempio della "cultura francese" della quale taluni ambienti xenofobi enfatizzano la presunta omogeneità e vetustà. L'identità francese è qualcosa che viene costantemente rimodellata e il suo "genio", così come quello di ogni altra cultura, sta nel fatto d'aver assimilato i valori di ondate successive di immigranti. 

Allo stesso modo occorre relativizzare la dimensione culturale del "miracolo giapponese": esso discende infatti non tanto da una "essenza" nipponica (i valori del confucianesimo, l'istituzione della "impresa-famiglia", l'ideologia paternalista che lega l'imperatore ai suoi sudditi, la pretesa sottomissione dell'individuo allo spirito collettivo), quanto piuttosto alla congiunzione, tutto sommato recente risalendo agli anni Trenta, di un insieme di fattori storici, economici, ideologici e culturali. Come sottolinea Jean- François Bayart, "nessuna cultura si è trasformata quanto la cultura giapponese per effetto degli scambi e dell'influenza delle culture straniere" (1996: 26). 

La naturalizzazione del modello giapponese corrisponde in gran parte all'immagine costruita da un Occidente impegnato in una sfrenata competizione economica con quel paese. L'immagine opaca ed essenzialista del Giapponese vale, malgrado tutto, a marcare la sua estraneità ed a riaffermare la legittimità dell'Occidente rispetto all'invenzione della modernità e all'esercizio della sua leadership.

Questo esempio vale a confermare che l'ascrizione ad una identità culturale da parte di un'altra serve ad identificare e separare il "noi" dal "loro". Esso inoltre mostra che la cultura, come l'etnicità, non esiste in quanto struttura, ma come uno "stato d'animo", un fatto della coscienza che organizza le differenze e le eterogeneità fra le società, e fra gli individui e i gruppi sociali all'interno di una società. Ciò equivale a dire che le culture non riflettono un'unità reale (Rivera), ma esprimono uno stile di vita, un insieme di simboli condivisi dagli individui che ne fanno parte, simboli ai quali però essi non danno necessariamente il medesimo contenuto e neppure la stessa interpretazione.

La minoranza etnica dei Nativi americani negli Usa lotta soprattutto in campo storico-educativo.

Capo cheyenne

Bambini indiani d'America

Donna cheyenne

      In tal senso è del tutto abusivo parlare, per esempio, di "cultura islamica" come di un blocco monolitico, poiché dietro l'apparente unicità del modello di riferimento si esprimono modi d'essere, estetiche della vita i quali, al di là di qualsiasi contenuto primordiale, partecipano di un gioco di corrispondenze formali. Dietro il referente "islamico" si profila la pluralità degli universi sociali e culturali e la discontinuità dei comportamenti e degli atteggiamenti nella vita quotidiana.

      In realtà, la cultura è anzitutto un oggetto intellettuale, il prodotto di una rappresentazione, che può essere quella del gruppo che si auto-descrive, quella che distingue il "noi" da il "loro", oppure quella dell'antropologo che studia un certo gruppo. Ed è in tal senso che occorre riallacciarsi alla tradizione dell'etnologia la quale - va ricordato - privilegiando il concetto di cultura ha voluto trascendere l'intenzione descrittiva e tassonomica contenuta nell'espressione classica di "usi e costumi" e sottolinearne, per contrasto, il carattere di progetto di costruzione del senso. Edward B. Taylor fu il primo ad offrire una definizione scientifica di cultura, nettamente diversa dalla nozione gerarchica e sostantivista di "civiltà", che egli preferirà abbandonare. Quanto a Franz Boas, egli assume esplicitamente da Taylor il concetto di cultura, con lo scopo di mostrare l'assurdità dell'idea, all'epoca dominante e contenuta nella nozione di razza, di un legame tra tratti fisici e i tratti della civiltà. Per Boas la nozione di cultura è indispensabile poiché consente di spiegare la diversità delle società umane senza ricorrere alla nozione di razza.

Note

Inchiesta dell'Istituto nazionale di studi demografici (INED), i cui risultati sono stati pubblicati nel 1995. Questa inchiesta mostra in particolare la rilevanza dei matrimoni misti, un tasso assai basso di pratica religiosa e la predominanza dell'uso della lingua francese fra i giovani maghrebini.

2  Norbert Rouland, "Multiculturelle. Enquête sur la République", in Libération, 21 ottobre 1996: 5.

3 Questa manifestazione ha dato luogo ad una pubblicazione: L. Aubert (a cura di), 1996, Genève métisse: de la ville internationaleà la citépluriculturelle.

4 "Multiculturelle. Enquête sur la République", op. cit.

5 In un articolo apparso in Foreign Affairs, Samuel Huntington annuncia gravemente che il XXI secolo sarà dominato dallo "choc delle culture". Questo testo è stato ripreso in versione francese da Libération (23 settembre 1993), col titolo "Il est temps de voir les failles entre les civilisations".

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Fonte del testo: Kilani Mondher, "Qualche nota introduttiva su integrazione, multiculturalismo, nazione, etnicità e cultura" in Gallissot René e Rivera Annamaria "L'imbroglio etnico. In dieci parole chiave", Edizioni Dedalo, 1997, pp. 9-23 con il taglio delle pagine 17-18 riguardanti la parola "Nazione"

Fonte delle immagini delle tele di Muhammad al-Qasimi e di Zaman Yasim: www.aljazira.it

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Mondher Kilani è professore ordinario dell'Istituto di antropologia culturale e sociale di Losanna, nonché direttore dello stesso IAS. Opere principali: Antropologia, Ed. Dedalo, 1994; L'invenzione dell'altro, Ed. Dedalo, 1997   

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