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Anna Salvo

I labirinti dell'eros

     Come nascono, in che modo si intrecciano i legami d'amore? Di certo - e già Platone lo sosteneva - il desiderio ha origine da uno stato di mancanza, di "povertà", che spinge il soggetto verso una ricerca di pienezza, di beatitudine, di soddisfacimento. Tuttavia, l'itinerario interno che fa di una persona, di un oggetto d'amore, la meta cui giungere non è mai lineare, né semplice. 

"Non potrei dire / di essere stato all'inferno / per amor tuo / ma spesso / mi trovai là / inseguendoti. Nei versi del poeta americano William Carlos Williams è magistralmente rappresentata la qualità inquietante del percorso d'amore, la sua natura dolorosa e infera. L'eros porta con sé il marchio di un patimento che deriva anche, o forse soprattutto, dall'essenza sfuggente, irraggiungibile, dell'oggetto d'amore. Il desiderio non sarà mai del tutto appagato: il bisogno, la domanda di soddisfacimento, continuerà a premere, chiederà - come ha sostenuto Jacques Lacan - "un ancòra". Si comprende quindi come l'immagine del labirinto venga spesso utilizzata per rappresentare la natura dell'eros: quando lo sguardo, o il tentativo di comprendere, scendono verso le zone più oscure dell'inconscio non è più possibile coltivare l'illusione o l'immagine augurale del "e vissero felici e contenti" con cui terminano molte fiabe. Non voglio con questo escludere che vi possano essere forme di pacificazione e di equilibri faticosamente ricercati, ma ciò che desidero sottolineare è la commistione, l'"impasto" che unisce libido e distruttività, Eros e Thanatos: non due entità distinte, in una separazione idealizzata in cui il desiderio esclude la morte, ma le due pulsioni intrecciate insieme, in una "confusione" che le rende inseparabili. 

     Solo adottando tale doloroso punto di vista potremo tentare di scavare nel mondo interno e di afferrare il senso e l'origine di molte inquietudini che attraversano le esperienze d'amore. Come spiegare altrimenti quello stato di estremo bisogno che si prova soprattutto verso un oggetto d'amore perduto, quello struggimento difficilmente traducibile in parole che ci fa talvolta balbettare "Senza di te, non vivo più"? O ancora, in che altro modo si può cercare di intendere quell'accanimento distruttivo  - non consapevole eppure tanto efficace - con cui anche individui non patologici si rivolgono contro l'oggetto amato per sbranarlo, per farlo a pezzi e per poterlo, infine, disperatamente rimpiangere? La passione quindi è connessa al percorso labirintico per via della sua non totale appartenenza alla solarità, alla bellezza e alla "beanza" del soddisfacimento: essa non è, di fondo, soltanto una promessa di felicità. 

A N N A   S A  L V O 

è psicoterapeuta di formazione psicoanalitica. Collabora con il Dipartimento di sociologia dell'Università degli studi della Calabria.
Per "Il Manifesto" si è occupata di temi di psicologia clinica, di cui attualmente scrive su "La Sicilia".
Ha contribuito a "
Verso il luogo delle origini" (La Tartaruga, 1992) ,
a "
Psicoanalisi al femminile" (Laterza, 1992). 
Con Gabriella Buzzati ha pubblicato "
Corpo a corpo" (Laterza, 1995). 
In edizioni Mondadori, nel 1994, è apparso "
Depressione e sentimenti".

     Tuttavia un altro interrogativo, apparentemente, semplice, si affaccia sullo scenario in cui l'eros si muove: cosa cerchiamo inseguendo la persona amata? La prima risposta, la più ovvia e scontata, porterebbe a sostenere che ciò che ci spinge  verso "quella" persona sono i sentimenti che al momento proviamo per lei, l'assoluta sicurezza che lei, proprio lei, risponda alle nostre attese, il desiderio che l'attrazione diventi reciproca. Tutto questo è, in qualche modo, vero, ma a tale semplice certezza si affianca il sospetto che l'innamoramento attuale, il desiderio di e per quella persona porti verso un passato remoto, verso un desiderio antico e indecifrabile. Passato e presente si intrecciano, si sovrappongono nel tempo dell'eros, che porta con sé tracce, configurazioni di qualcosa che abbiamo perduto e abbiamo urgenza di ritrovare. Freud ha più volte messo in evidenza come l'inconscio non conosca il trascorrere del tempo, come tutto in esso si collochi in una sorta di perenne presente. E allora anche la libido, il desiderio sessuale che attraversa e pervade tutto l'Es, non segue l'andamento di una freccia, ma piuttosto quello di un cerchio o quello di una spirale. Mi è spesso capitato di ascoltare, e non soltanto dai pazienti in cura, riflessioni, momenti di consapevolezza che riguardavano proprio tale "strana" collocazione nel tempo dell'oggetto d'amore: quasi che desiderare una persona non sia tanto una scoperta, quanto piuttosto un ritrovamento. Giulia diceva "Mi comporto come se lui dovesse essere qualcosa che già conosco. E allora pretendo che diventi il più possibile simile a quella cosa che neppure io so bene com'è, ma che c'è stata, che voglio riavere. E se non lo fa, mi arrabbio, ce l'ho con lui, ma non posso dirglielo, mi prenderebbe per pazza".

     Dalle parole di Giulia possiamo trarre un'altra considerazione, assai importante per intraprendere questa sorta di viaggio intorno al desiderio, ai modi in cui esso si manifesta, agli spostamenti, alle contorsioni che lo attraversano e, quindi, alle perversioni. Il desiderio infatti si nutre di fantasia, si alimenta di immagini, di scene, di vagheggiamenti, che danno alla sessualità la consistenza di una "vita sessuale". Se così non fosse - e quando così non è -, la sessualità umana si trasformerebbe in una serie di atti (di coiti, come si usa dire in ginecologia) orribilmente ripetitivi, assertivi al fine della riproduzione. Il godimento, il piacere, hanno infatti bisogno di una dimensione più umana, quella del gioco delle immagini, dei teatri interiori che prendono vita e si animano attraverso le fantasie sessuali. Per far meglio comprendere l'intreccio delle fantasie nella vita sessuale, ricorderò l'inizio di un  film intriso di sottile erotismo, Bella di giorno di Luis Buñuel. Una carrozza corre attraverso un bosco, si ferma, e Séverine, la protagonista, per ordine del marito viene legata ad un albero da due servi e frustata, mentre il marito le urla insulti. Uno dei servi si avvicina e, sotto lo sguardo degli altri due uomini, inizia a baciarla. La scena si sposta in un interno di casa borghese. Solo nel corso del film gli spettatori comprenderanno che la scena cui hanno assistito era una fantasia, un desiderio di Séverine, non un accadimento reale, ma che quella fantasia non è slegata dall'intreccio della vicenda rappresentata. 

 

Luis  Buñuel: LA RAPPRESENTAZIONE DEL DESIDERIO IRRAGGIUNGIBILE

Luis Buñuel sul set di "Bella di giorno" (1966). Protagonista: Caterine Deneuve 

Egli soleva dire: "Dammi due ore di attività al giorno, e passerò le altre ventidue ore in sogni" 

La cover in Francia di uno dei più famosi film di Buñuel "Il  fascino discreto della borghesia" (1972)

"L'età dell'oro" (1930), 

uno dei due film che Luis Buñuel sceneggiò e girò insieme al pittore surrealista Salvador Dalì. Il film causò rivolte nei teatri parigini per le scene di perversione troppo spinte.

     Questi temi saranno ripresi più volte nel corso del testo: averli enunciati ha per me il significato di indicare il bagaglio, gli strumenti con cui iniziare quel viaggio intorno all'eros necessario per comprendere in quali e quanti modi la perversione prende forma.

  Il nostos e gli intrecci d'amore

     In genere si pensa che la nostalgia sia un sentimento, un moto del cuore che si accompagna alla malinconia, alla tristezza. E ancora, che essa faccia parte di quelle sensazioni, difficilmente traducibili in parole, che attraversano il nostro mondo interno e riverberano, poi, sul modo di guardare la realtà. Tale consunzione dell'anima appartiene tuttavia anche ai modi in cui il desiderio si orienta: essa pervade il movimento, le oscillazioni che guidano la ricerca di un oggetto d'amore; si nasconde nelle fantasie erotiche, si lascia intravedere nei diversi inseguimenti, nelle fughe da e verso la persona amata. 

     Parlare di nostalgia è in qualche modo necessario per afferrare le qualità più profonde dell'eros e per comprendere poi come l'orientamento acquisti consistenza. O, per meglio dire, è necessario attraversare il paesaggio interiore della nostalgia per cercare di rispondere alla domanda: cosa vuole un perverso?

     La nostalgia nasce dalla memoria, da qualcosa che il presente non è in grado di restituire. Freud ha parlato di "uomini che..soffrono di nostalgia , ma non si ammalano". La nostalgia è allora un modo non necessariamente patologico di rapportarsi con ciò che abbiamo perduto, con ciò che poteva essere e non è stato, con ciò a cui abbiamo rinunciato. Il mondo greco ha sicuramente conosciuto i motivi del viaggio e del desiderio di ritorno: il nostos. Ulisse è, per eccellenza, l'uomo guidato, posseduto da questo stato d'animo. L'antichità classica, tuttavia, non ci lascia in eredità la parola come noi la conosciamo e la usiamo. 

     Il vocabolo fu coniato nel XVII secolo da un medico svizzero, Johannes Hofer, per dar nome ad un'affezione morbosa , quel desiderium patriae che assaliva i soldati di ventura lontani dal loro paese. Il desiderio del ritorno era tanto profondo, urgente e irrealizzabile da provocare uno stato di abbattimento, di languore, di pena interiore che poteva spingersi fino a lasciarsi morire. Il rimpianto per la patria lontana e la privazione dell'ambiente familiare giungono a provocare uno stato di malessere simile alla malinconia d'amore. In entrambi i casi, la memoria - come giustamente i greci avevano intuito - diviene l'artefice della sofferenza: ricordare uno stato passato di felicità, di appagamento, rende insopportabile il presente. Un secolo più tardi, Madame de Staël arrivò a sostenere che "la passione del ricordo è il più inquieto dolore che possa impadronirsi dell'anima".

Il tema dell'esilio, del dolore del ricordo, possiede comunque un carattere atemporale, non collocabile in questa o quell'epoca storica, se già nel Salmo 136, detto appunto dell'esilio, è scritto: "Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti e abbiamo pianto al ricordo di Sion". Il "mal del paese" è struggimento legato alla memoria, è desiderio di un ritorno non collocabile, è rimpianto, lacrime, quindi, difficoltà di vivere l'attuale. La patria perduta (quella per esempio del Nabucco di Verdi) è, insieme, l'oggetto del desiderio e la cura, il modo in cui alleviare le sofferenze. Ulisse, il soldato di ventura , il popolo d'Israele guariranno se riportati in patria, quando la dolcezza del paese tanto desiderato potrà tornare a consolare il cuore, a lenire le ferite, a interrompere, finalmente, il patimento.

     Io credo che a questo punto non sia difficile rintracciare affinità, neppure tanto nascoste, tra i sentimenti dell'esule e quelli di chi perde o ha perduto un oggetto d'amore.. L'amore infatti, come la nostalgia, costruisce "luoghi santi", non solo in senso figurato ma anche reale: si pensi al modo in cui si percepisce la casa della persona amata, il quartiere in cui essa è collocata, il percorso che vi conduce. Tutto diviene un bene prezioso e irrinunciabile, tutto parla dei propri sentimenti; le cose si animano, acquistano una particolare bellezza, un'unicità visibile solo agli occhi di chi ama. E' difficile, in questo caso, distinguere la beatitudine che il desiderio d'amore porta con sé dalla sottile aura di feticismo che circola tra gli oggetti legati alla persona amata.

     Eppure, talvolta, tale miracolo crolla: l'oggetto d'amore viene perduto e una sorta di catastrofe, di sensazione di fine del mondo invade chi subisce la perdita, chi è chiamato ad arrendersi di fronte alla fine di un sogno. Allora, come per Ulisse e il soldato di ventura, inizia un percorso di patimenti, un'esperienza interiore in cui si alternano moti del cuore differenti. Certezza del recupero, sogni di ricongiungimento prevalgono o soccombono in una specie di battaglia interna contro il vuoto della perdita, l'inaccettabilità del presente, lo sconquasso affettivo. Come un naufrago, come Ulisse, chi perde la persona amata desidera tornare "in patria", è mosso verso la propria Itaca da una nostalgia ingovernabile, che non accetta nessuna sostituzione.

     Credo che chiunque abbia vissuto tale esperienza sappia come ci si ingegni per non essere totalmente travolti dalla sofferenza, come si impari a fronteggiare il dolore straziante della perdita. Accade così che a fianco della vita quotidiana - banale e ripetitiva, in cui ci si muove quasi come automi - si costruisca spesso una vita "altra", fatta di fantasia, di sogni ad occhi aperti, di intrecci inventati. In questo altrove, in cui si è padroni e registi, la perdita non è mai avvenuta, la persona amata è ancora lì, presente: si coltiva allora una sorta di vita doppia, si passa dalla routine sempre uguale a se stessa alle fantasticherie della vita "inventata". Nonostante questi sforzi, però, ciò che abbiamo perduto rende distratto, assente il nostro essere nel mondo. La nostalgia diviene simile a una musica interna che ossessivamente fa sentire le sue note: dal pianissimo dei momenti di patimento velato, appena percepibile, al tempestoso della disperazione, del desiderio di morire. "Oh dolci baci, oh languide carezze! L'ora è fuggita. Io muoio disperato": le drammatiche parole della famosa aria di Cavaradossi nella Tosca non suonano eccessive nè retoriche a chi è catturato dalla nostalgia per un amore perduto.

     Accanto a questa modalità disperata e disperante di rimpianto chiuso, consapevole della perdita, vi è un'altra forma di nostalgia, più erratica, più vaga, più aperta. E' la delusione che prende talvolta l'esule al momento del ritorno in patria o l'indefinibile disappunto che si palesa in chi riesce, finalmente, a ritrovare l'oggetto perduto. Leonardo da Vinci scrivendo sul senso della pittura ha sostenuto che essa è "cosa mentale"; allo stesso modo, la nostalgia è, in questo caso, vicenda della mente, non riposa nella gioia dello sguardo che si appaga dei paesaggi familiari ritrovati. Nulla può guarirla, nessun rimedio, nessun farmaco, nessun oggetto può farla arretrare. Essa si dispiega senza una direzione precisa, vuole sempre raggiungere un altro luogo, cerca continuamente un oggetto diverso. Non conosce quiete, non sa cosa significhi sostare.

     (...) E così un sentimento che a prima analisi appariva soprattutto legato a esperienze dell'anima, a un sentire del cuore, ci rivela una consistenza che lo avvicina e lo connette alla vita sessuale. Mettere a fuoco tale stretta parentela è molto importante per poi comprendere in che modo si muove la perversione, dove si arresta e quale sogno impossibile insegue. 

 

Il tema delle perversioni è trattato da Freud nei seguenti testi:


1.
I tre saggi sulla teoria sessuale del 1905 rappresentano il fondamento teorico e unitario della sessualità. In questo saggio Freud fa emergere la portata della natura del bambino, della sua sessualità pregenitale e lo definisce: perverso polimorfo.
2.
Il problema economico del masochismo del 1924 è la revisione del concetto di masochismo, già interpretato come derivato da un preesistente sadismo sia nei Tre saggi sulla teoria sessuale da cui si evince anche che le perversioni, in particolare nell'articolazione su differenti piani in Un bambino viene picchiato (1919), si possono fondare sul sadismo e sul masochismo.
3.
Il feticismo del 1927, qui Freud elabora la parola Verleugnun, (rinnegamento, disconoscimento), diniego, che implica una vera e propria scissione dell'Io, ma sul significato di questo termine troviamo anche un altro lavoro interessante: L'organizzazione genitale infantile del 1923 e, infine, nel Compendio di psicanalisi del 1938; Freud distingue ulteriormente fra il concetto di rimozione e quello di rinnegamento, sconfessione, specifico della perversione.

 

  Fantasia e nostalgia

     Finora ho parlato della nostalgia nei confronti della patria, della persona amata, di oggetti in qualche modo reali. Immanuel Kant, molto prima che la psicoanalisi venisse a proporre una nuova visione del mondo, aveva intuito che chi soffre di nostalgia non rimpiange tanto un luogo quanto un tempo: la propria giovinezza, l'infanzia felice vissuta nel paese delle origini. Già per Kant, quindi, il sottile patimento prodotto dalla nostalgia non poteva essere guarito da alcun ritorno. E' infatti il tempo il vero nemico contro cui il nostalgico cerca disperatamente di combattere: non poter recuperare quella felicità è il dramma che non riesce ad accettare.

      Di quale desiderio di ritorno, o tentativi di ritorno, parla Freud? Nell'interpretazione psicoanalitica si verifica uno spostamento di messa a fuoco: i luoghi esterni - la patria, il villaggio, la casa - diventano paesaggi interiori, si trasformano in una vaghezza, la beatitudine dell'infanzia. Roberta, una donna di circa trent'anni, senza aver mai letto né Kant né Freud, diceva: "Allora io ero felice. Sono stata una bambina che ha avuto tutto: quelle attenzioni, quelle tenerezze, quelle cure che ti fanno sentire che non hai bisogno di altro. Ci penso sempre, non posso non pensarci. Così, ogni giorno devo tornare a casa, da mia madre e mio padre. E li odio, perché tutto è finito, e li rimprovero perché loro sono la causa della mia sofferenza".

     Una furiosa lotta contro il tempo, un desiderio senza tregua di ritorno traspaiono dalle parole di Roberta: i suoi sintomi fobici - non poter restare sola, soprattutto nella sua casa di donna adulta - celavano un insaziabile bisogno di regressione. Come Pollicino, la paziente si sentiva "schiacciata" dalla casa dei genitori, verso cui comunque era "costretta" a tornare; il suo rancore nei loro confronti era quello di chi ha subito un atto di malvagità, un sopruso. Ecco quindi come tempo e spazio si confondono nella costruzione nostalgica: la casa (un luogo) diviene l'infanzia (un tempo). Non si tratta più, come per l'esule o per Ulisse, dell'evento reale del ritorno in patria ma del meccanismo psichico della regressione, di un viaggio all'indietro nel proprio tempo interiore.

     In che modo tale necessità di "tornare indietro" o, meglio, di "non andare mai avanti" si collega al tratto perverso? Rinnegare la realtà, fingere che non esistano le differenze è l'ambizioso e doloroso progetto del perverso. Sto parlando delle qualità psichiche profonde della perversione: ciò che la contraddistingue, che le dà vita, è l'impossibilità o l'incapacità di accettare i limiti; limiti costituiti dai confini che distinguono e separano il proprio Io da quello degli altri, un sesso dall'altro, una generazione dall'altra. Questo tema, centrale nell'interpretazione psicoanalitica, tornerà più volte nel corso del testo, sarà come quelle frasi che, diversamente svolte, ritornano continuamente in una composizione musicale.

     Per Roberta, come per molti nevrotici e come per molti di noi, il tratto perverso si lasciava intravedere nel desiderio onnipotente di fermare il tempo, di essere ancora e sempre "quella bambina felice" che ricordava di essere stata. L'adorazione dell'infanzia non lasciava spazio mentale ad un'altra esperienza, le faceva disprezzare tutto ciò che aveva nel frattempo costruito, esercitava su di lei un potere assoluto. Come un grande feticcio, l'infanzia gettava ombre sulla sua vita e nulla poteva sostituirla: era, insieme, un ideale e un idolo. E il rimpianto prendeva le sfumature di un sentimento colpevole, di qualcosa di cui vergognarsi, che poteva essere mostrato solamente attraverso una malattia, i sintomi fobici (come si è detto, il non poter rimanere da sola nella propria casa e la necessità di ritornare a quella dei genitori).

     Forse Roberta non era riuscita, da bambina, ad arricchire il proprio mondo interno di quella capacità di fantasticare, di costruire sogni ad occhi aperti che rendono più sopportabili le perdite. Ho già parlato di ciò accennando all'esperienza di chi affronta una delusione d'amore, la perdita di un oggetto amato. Ma tale capacità di costruire scenari interiori, dove il possibile e l'impossibile si incrociano e si sovrappongono, riveste nella nostra vita psichica un'importanza che va ben oltre quella del piccolo rimedio contro le pene d'amore.

     E' da molto piccoli, infatti, che si impara a far uso delle fantasie per riempire il vuoto di sentirsi soli, separati, espulsi da quella pienezza irripetibile che è, nella primissima infanzia, la diade madre-figlio. La madre è colei che dà origine al primo senso di solitudine e alla prima nostalgia. Fantasticare diviene allora per il bambino lo spazio-tempo in cui creare e ricreare pezzi di quel mondo perduto in cui passato e presente si confondono, dove realtà e desiderio coabitano senza urti. Attraverso tale esperienza il piccolo elabora il dolore della perdita, si prepara ad accettare che per quella pienezza, quella beanza, quella totale appartenenza reciproca non c'è ritorno. E il modo in cui il bambino si rapporta, in cui vive, nel mondo interno, tale esperienza originaria di separazione e di perdita è fondamentale per come poi si costruirà la soggettività. I segni lasciati da quest'esperienza continuano, coattivamente, a riapparire nel mondo affettivo adulto, seppure "travestiti" da altro: il primo oggetto d'amore e il modo in cui ne abbiamo accettato o meno la perdita si ripropongono nella vita adulta in forma di comportamenti e di sintomi, attraverso percorsi psichici contorti e complessi, talvolta perversi. Si tratta di una sorta di "pietra d'inciampo" contro la quale si va continuamente ad urtare, cadendo oppure conquistando nuove forme di equilibrio. La capacità di restare in piedi, di non rovinare nell'angoscia di una perdita mai elaborata è collegata con l'esperienza del fantasticare di cui si è già detto e che il bambino oppone al vuoto dell'originaria separazione.

     Ma quali sono le caratteristiche del mondo della fantasia, dell'"area di transizione"? Questa si pone come un "regno intermedio", come uno spazio di sospensione tra la realtà esterna  e il mondo interno del soggetto. "...avevamo la gioia che dà quel che non muta/ stavamo là in uno / spazio in mezzo tra mondo e balocchi": così, nella IV delle Elegie duinesi, con quella sapienza che non ha bisogno di conoscenza teoretica, Rainer Maria Rilke allude al carattere di sospensione proprio del fantasticare infantile. L'area di transizione non conosce infatti confini precisi, non può essere definita in termini puntuali. Il piacere che in essa si prova è molto simile al piacere della produzione artistica, dell'elaborazione culturale. Giocare con le immagini, con le idee, con le parole può assumere, in un individuo adulto, il significato profondo di una costruzione che aiuta a sopportare l'orrore del vuoto, lo strazio di una spaventosa e spaventevole condizione di solitudine. Fantasticare produce uno stato di "lieve narcosi": negli intrecci degli scenari inventati si diventa capace di sopportare il dispiacere, la delusione, l'insoddisfazione.

     Durante l'infanzia la presenza-assenza della madre - primo oggetto d'amore e quindi prima causa di nostalgia - diventa sopportabile grazie alla costruzione della sua figura in fantasia; alla presenza reale della madre il bambino impara ad accompagnare l'immagine fantasticata. E in questi sogni ad occhi aperti, in questi castelli in aria, il piccolo, come l'adulto, può continuamente mutare gli scenari e gli intrecci: le vicende fantastiche si adattano a molte manipolazioni, a infiniti cambiamenti. Si comprenderà ora meglio perché, a proposito di Roberta, ho connesso il non sapere o potere accettare la perdita dell'infanzia con la probabile scarsa esperienza del fantasticare. Ciò da cui dobbiamo separarci vive in noi attraverso la fantasticheria e, in tal modo, non è perso per sempre. Per la paziente, invece, quella perdita era tanto più grave e intollerabile perché era rimasta incatenata al dato reale: il suo rimpianto era una sfida accanita contro il tempo, era il segno di un dolore che non conosceva lenimento.

     Fantasticare ha sempre una tonalità nostalgica, che contiene in sé una sorta di cura contro l'assenza: affinché quest'ultima non divenga un coltello che lacera il cuore è forse necessario saper costruire, inventare mondi fantastici che ci aiutano a sopportarla. Ma in questi scenari sia il bambino che l'adulto si muovono come acrobati che camminano sul filo, in una condizione di perenne rischio, dove le regole del tempo e della spazio vengono continuamente violate. E ancora, gli intrecci, i mutamenti, le variazioni sempre possibili riportano all'antico desiderio, quello di essere tutt'uno con l'oggetto amato, di dominarlo, di possederlo, di manipolarlo.

    C'è in tutto questo qualcosa di perverso? La risposta è complessa. Certo, c'è qualcosa di perverso nel desiderare un'unione totale ed assoluta, una sovrapposizione indistinta con l'oggetto d'amore, nel negare i confini e i limiti della separazione. E ancora, c'è qualcosa di perverso nel confondere passato e presente, nella cerimonia della finzione, nel bisogno di dominio e di manipolazione. Tuttavia,  proprio la capacità di abitare in uno stato di "lieve narcosi", di "illusione legittima" si oppone a quella fascinazione perversa che pretende di sovrapporre realtà e desiderio. Poiché proprio in tale pretesa sta il nodo che il perverso non riesce a sciogliere. Semplificando, potremmo forse dire che per la perversione non esistono fantasie, ma solo azioni coattive; il desiderio è vissuto come un diritto e, in quanto tale, non accetta spostamenti né soddisfacimenti diversi. Come un diritto, esso pretende di esprimersi nella realtà, di essere tradotto in una visibilità concreta.

     Quanto tutto ciò sia "mortifero" l'ho capito dai sentimenti che io stessa provavo ascoltando Andrea, il paziente che vedeva il suo "vizio" condannato a divenire "una cartolina pornografica". Egli raccontava la sua necessità di essere punito dalle donne, il suo bisogno di abiezione, di mortificazione, di indegnità. Tutto questo si traduceva, di tanto in tanto, in "azioni sempre uguali", che seguivano un cerimoniale da lui prestabilito. Andrea pagava le donne per esigere il suo diritto ad "essere offeso". Dopo qualche seduta, centrata su questi temi, la mia attenzione su di lui cominciò a scemare: venivo presa da una sorta di sonnolenza, da una noia mortale. E proprio indagando su questo mio sentimento, attraverso quest'esperienza diretta, ho compreso quanto avevo studiato e letto circa il carattere plumbeo, inabissante, dissolutorio dell'azione perversa. La mia noia, il mio desiderio di dormire erano un tentativo di fuga da ciò che il paziente mi trasmetteva, il "sempre uguale" della morte. Il tono monotono di Andrea, la sua accuratezza nel descrivere i particolari - come di chi osservi ad un microscopio il movimenti di un batterio -, l'assenza di variazioni erano esattamente l'opposto della vivacità, della giocosità e dell'irriverenza delle fantasie erotiche.

 

     Feticismo e chat rooms

Potremmo dunque ipotizzare che la figura della malinconia del postmoderno sia proprio il cibernauta. Come il flâneur baudelariano cercava rifugio nella folla proprio per quel suo sguardo estraniato, per la sua impossibilità di appartenenza ad una società ottimisticamente eccitata dalla rapidità del suo sviluppo tecnico (Benjamin, 1981), così il cibernauta conosce il lato oscuro dello sviluppo tecnologico e vi ci sprofonda, si adatta alla rapidità dei suoi cambiamenti, alla veloce obsolescenza di software e hardware, installando programmi sempre più aggiornati, ma solo lui, che frequenta il cuore nero delle chat, con un enorme dispendio di tempo ed energie che non producono niente, sa verso dove lo conduce il vertiginoso viaggio in cui trova sogni sperduti di un’umanità desiderante che annega nell’attrazione per il sex appeal dell’inorganico, per quella macchina-feticcio che diventa il vero, inerte interlocutore.

 

Fonte: Il nero virtuale, in AAVV, Athanor, (a cura di S. Petrilli), anno IX, nuova serie, n.1, Lecce, ed. Piero Manni

Nel linguaggio feticistico si esprime il fatto che, per un verso o per l'altro, la maggior parte delle cose che arredano il nostro mondo sembrano essere più di quel che sono, appaiono vive e attive quando dovrebbero essere solo dei prodotti inerti dell'attività umana, possiedono un'immagine capace di affascinare, sono protagoniste di storie edificanti e leggende epiche, dimostrano di avere potere su di noi, ci fanno innamorare. Un doppio scambio è caratteristico di queste figure del feticcio: ciò che dovrebbe essere solo una cosa inerte vi si presenta con i caratteri più intensi della vita e del potere; ciò che al contrario è vivo e riguarda la persona, come corpo, risulta ridotto a puro oggetto, cosa tra le cose. In questo scambio circolare tra la percezione della vita e della morte, del personale e dell'inorganico, si gioca uno straordinario potere di attrazione, erotico e teologico allo stesso tempo. Il suo motore segreto è l'assenza.

 Fonte: Ugo Volli, Fascino. Feticismi e altre idolatrie, Milano, Feltrinelli 1997

 

L'età dell'oro: senza alcun limite

     Da dove nasce il desiderio di essere un tutt'uno con l'oggetto amato? Perché, per alcuni individui, è così difficile accettare la separazione, colmarla con le fantasie? Qual è l'oggetto che il perverso non può sopportare di avere perduto? Per tentare di rispondere a queste domande occorre riconsiderare l'intera questione percorrendo un cammino a spirale piuttosto che uno diritto. Freud ha sostenuto che "amore è nostalgia", e non per qualcosa di vago, di indefinibile, ma per quel primo, originario, fondante oggetto d'amore che è il corpo materno. L'inconscio trattiene e mantiene vivo lo struggente desiderio di ritorno verso il "luogo in cui ognuno ha dimorato un tempo e che anzi è la sua prima dimora...il corpo della madre"

P A R A F I L I E

Si tratta di quelle manifestazioni patologiche della sessualità che sono state chiamate dapprima perversioni e poi deviazioni sessuali. 

Ad esse non appartiene più, da quasi trent'anni, l'omosessualità. Il nuovo termine vuole indicare che la deviazione (para) dipende dall'oggetto fonte di attrazione (filia).
Prima che nelle forme di rilievo clinico, se ne possono vedere nuclei non necessariamente patologici in soggetti che possono avere comunque difficoltà a vivere la relazione intima in modo anche emotivamente coinvolgente. 
Di solito si presentano associate ad un desiderio sufficiente, all'incapacità di investire in una direzione oggettuale definita e alla necessità di far fronte a sentimenti di vuoto. Nelle loro espressioni più benigne, le parafilie presentano ancora un certo grado di flessibilità e il soggetto non ne è imprigionato senza via d'uscita. 

Ciò invece avviene nelle forme parafiliche organizzate, le quali hanno una codificazione diagnostica ben definita


Secondo l'ultima edizione del "Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali" (DSM-IV) prodotto dall'American Association of Psychiatry: 

le caratteristiche essenziali di una parafilia sono fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che riguardano : 
1) oggetti inanimati; 
2) la sofferenza o l'umiliazione di se stessi o del partner; 
3) bambini o altre persone non consenzienti. 
Devono manifestarsi per almeno sei mesi

 

Il DAM-IV aggiunge che

"Per alcuni soggetti, fantasie o stimoli parafilici sono indispensabili per l'eccitazione sessuale e sono sempre inclusi nell'attività sessuale. In altri casi, le preferenze parafiliche si manifestano solo episodicamente (per esempio, durante periodi di stress), mentre altre volte il soggetto riesce a funzionare sessualmente senza fantasie o stimoli parafilici. Il comportamento, i desideri sessuali, o le fantasie causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell'area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree di funzionamento. 
Le fantasie parafiliche possono essere agite con un partner non consenziente, in modo da risultare lesive per il partner stesso. Il soggetto può andare incontro ad arresto e reclusione. 


I reati sessuali contro i bambini costituiscono una parte significativa di tutti i crimini sessuali riportati e i soggetti con esibizionismo, pedofilia e voyeurismo costituiscono la maggior parte dei criminali sessuali arrestati. Le relazioni sociali e sessuali possono essere danneggiate se altri trovano il comportamento sessuale vergognoso o ripugnante o se il partner sessuale del soggetto rifiuta di condividere le preferenze sessuali inusuali.
In alcuni casi, il comportamento inusuale (per esempio, atti esibizionistici o la collezione di oggetti feticistici) può diventare l'attività sessuale principale nella vita dell'individuo".
 

     "In quel corpo io sono stata": così mi diceva, quasi sottovoce, Luisa, una paziente che aveva difficoltà a sostenere il lutto per la perdita della madre. Tale struggente e "furioso attaccamento" non emerge facilmente alla coscienza, non fa parte di quei sentimenti di cui riusciamo, con agio e tranquillità, a far parola. Piuttosto, esso rimane nascosto, quasi sepolto nelle zone più profonde dell'inconscio e si pone come un segreto che tale deve restare.

La potenza di quel desiderio inconfessabile agisce però nell'apparato psichico, fa sentire la sua voce in modo contorto, complesso, difficile da districare, imponendosi come qualcosa che attraversa e perturba tutta la vita degli affetti. Ogni successivo amore, ogni successivo attaccamento, porta con sé le tracce della prima esperienza di attaccamento e amore, quella per il corpo materno.

"L'impressione organica di questo primo nostro godimento vitale fu certamente tale da rimanere scolpita in noi in modo indelebile" scrive Freud in "Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci". Il luogo delle origini, il corpo materno, circondato da un desiderio segreto e potente, si ripropone in tutte le esperienze d'amore, nel bisogno di protezione, di unione, di possesso reciproco, nella ricerca di quell'appagamento che si manifesta nel "sentirsi a casa". 

     La pienezza, la beanza che provenivano dal primo oggetto d'amore mettono in moto la ricerca di qualcosa di simile, di qualcosa che assomigli a ciò che abbiamo conosciuto. Di tutto questo, è ovvio, non siamo consapevoli, anzi, rimarremo spaventati e impietriti se mettessimo a fuoco l'evidenza di tale desiderio proibito. Non mi riferisco, in questo caso, a quell'amore-passione per la madre noto, non solo nella letteratura psicoanalitica, come complesso di Edipo. Parlo di un'epoca infantile più remota, di un attaccamento e di una passione più antichi, di un' "età dell'oro" che precede il triangolo edipico.

     Forse ricordare in che modo si è tramandato, nella cultura occidentale, il mito dell'età dell'oro aiuta a comprendere meglio la scelta di tale immagine a proposito di un complesso psichico. Esiodo e dopo di lui Platone ne Il politico raccontano di un'epoca mitica in cui gli uomini non dovevano fare alcuno sforzo per vivere, per nutrirsi: il grano cresceva senza che si dovesse fare fatica per coltivarlo. Virgilio, nella IV Bucolica, ritorna su questo tema, descrivendo con molti particolari la felicità e la pacificazione che regnavano nell'età dell'oro: le belve erano domestiche, la terra dava ogni tipo di frutto, gli uomini non erano impegnati in alcuna attività violenta o pericolosa. 

La vita stessa si svolgeva in maniera "autonoma" dall'intervento umano, secondo il concetto greco di automatos bios, cioè quella condizione in cui tutto accade senza che l'individuo desideri qualcosa o si impegni per essa: in questo regno dell'indistinto, la mancanza, il desiderio o il bisogno vengono cancellati. Per il poeta latino tutto questo è già accaduto in un'epoca originaria della civiltà umana, ma potrà tornare ad accadere.

Il mito dell'età dell'oro contiene quindi una nostalgia per il passato e un desiderio per il futuro. In tal senso è simile a quelle tracce mnestiche che permangono segretamente nel nostro inconscio, a testimonianza della pienezza assoluta data in dono dal corpo materno.

Luisa era "stupefatta" quando ricordava la promiscuità, la contiguità di pelle e di umori che l'avevano legata, un tempo, al corpo della madre. E anche noi rimaniamo disorientati quando tale segreto desiderio di ritorno prende maggiore consistenza, quando lo sentiamo nominare o si pone dentro di noi come un pensiero sia pure fuggevole. 

Perché questa paura, questo spaesamento, questo fastidio? Perché, in qualche modo, il principio di realtà, l'Io ci suggeriscono l'impossibilità di tale ricongiungimento, in quanto siamo consapevoli che è avvenuta una frattura, una separazione. Su tale desiderio, su tali fantasie cade la legge dell'interdizione.

(...) L'età dell'oro, la nostalgia per quella pienezza che non conosce confini può dar luogo ad operazioni psichiche differenti. Può divenire un feticcio - come nel caso di Roberta -, un oggetto da mantenere immobile, così come è stato, un simulacro inamovibile, una cerimonia carica di idolatria. E può acquistare, invece, una consistenza più duttile, può dar luogo a movimenti di allontanamento, non solo a manifestazioni di attaccamento feroce: è allora possibile accettare oggetti sostitutivi, negoziare la perdita. Perdere, disgiungersi, abbandonare, non rappresentano necessariamente un crollo, una catastrofe: il depresso e, per altri versi, il perverso sono invece convinti proprio del contrario. Entrambi non sono capaci di conoscere e comprendere le oscillazioni, i movimenti di andata e ritorno che il desiderio compie quando investe un oggetto d'amore. Senza fratture, senza lacerazioni, senza incrinature.

     Giulia nutriva per la madre un affetto assoluto, un'adorazione piena di dolcezze. Aveva "scelto" di ammalarsi - dall'età di quattordici anni il suo rapporto con il cibo era divenuto assai problematico - piuttosto che "incrinare" quell'amore con sentimenti ambivalenti. "Mia madre mi capisce senza parlare" diceva nei primi tempi della terapia "le basta uno sguardo per sapere ciò che penso, come mi sento. Mi aiuta, mi sostiene; è molto diverso dallo stare vicino a una persona. Non so spiegare questa cosa che è più, molto più dell'affetto". Da piccola, Giulia era presa da profonde crisi di disperazione quando la madre usciva di casa. Si recava allora in camera da letto, guardava i vestiti della madre e piangeva, pensando che forse non sarebbe tornata mai più, che forse era morta. 

     (...) Riprodurre quell'antico rapporto, riattualizzarlo e pretenderlo nel presente soddisfa, probabilmente, anche il desiderio onnipotente di dominare il trascorrere del tempo, di fermare l'avvicinarsi alla e della morte. Eppure, nonostante le pericolose implicazioni che ho cercato di illustrare, la nostalgia del corpo materno non appartiene solamente a chi produce sintomi, alle persone malate, ai perversi, per esempio. Essa impregna la vita psichica di ciascuno di noi, agisce sotterraneamente, riverbera sulla nostra vita affettiva e sessuale.

     "Non posso neppure darvi l'idea della grande influenza di questo primo oggetto sulla scena di tutti gli oggetti successivi, degli effetti profondi che esso produce, nelle sue trasformazioni e sostituzioni, fin nelle zone più remote della nostra vita psichica": così scrive Freud nell' "Introduzione alla psicoanalisi". (...) La vita sessuale, con le innumerevoli fantasie che l'accompagnano, può essere intesa come un tentativo di costruire e ricostruire quell'antica felicità.

     Costruire e ricostruire: vorrei richiamare l'attenzione sul significato di questi due verbi. Essi si pongono come una possibile linea di confine fra un tratto marcatamente perverso e uno più sano. Costruire e ricostruire sono, appunto, le operazioni che la perversione non riesce ad accettare: essa non accetta la perdita, la separazione, il trascorrere del tempo. L'età dell'oro si pone, nell'economia perversa, non come qualcosa da reinventare, come una ricerca di nuovi oggetti, ma come un diritto cui non si può rinunciare. Si ricorderà il senso di noia mortale, l'inquietante sonnolenza che mi era trasmessa da Andrea quando raccontava le sue cerimonie perverse, quando, con la precisione di un biologo, descriveva gli atti sessuali nel corso dei quali doveva essere punito. Cosa mancava ad Andrea? Io credo gli mancasse la duttilità, la capacità di reinventare il piacere, la giocosità delle fantasie erotiche. Andrea era prigioniero della ripetizione: tutto doveva essere sempre uguale. Egli era la vittima ma anche il padrone: veniva picchiato, insultato, umiliato, ma era lui che "dava gli ordini", era lui che imponeva, pagando, che tutto ciò gli fosse fatto. La sessualità era per lui una sorta di oggetto morto. La madre, il primo oggetto d'amore, viveva in lui come un feticcio, come un idolo. La separazione, la fine dell'età dell'oro era stata vissuta come una colpa tremenda. Nessun nuovo oggetto poteva sostituirla: Andrea non sapeva costruire e ricostruire. La nostalgia, che, come ho già detto, è "cosa della mente", non riusciva a portarlo verso qualcos'altro e lo teneva incatenato, imbrigliato, nel desiderio più antico.

CRASH: EROS  E  TANATHOS  IN  AUTOMOBILE

La scena clou di "Crash", in cui il protagonista è sessualmente attratto dalla moglie appena morta in un incidente automobilistico

IL ROMANZO

 

 

 

Il profondo senso di catastrofe

che aveva gravato come i fanali

sospesi sulle mie precedenti escursioni autostradali, si era

affievolito.

 

La presenza di Vaughan, aleggiante intorno a me lungo

le sopraelevate affollate di traffico, mi convinceva che una

 

qualche chiave all'imminente conflagrazione automobilistica

finale fosse pur possibile trovarla.

 

Le sue foto di atti sessuali, di sezioni di griglie di

radiatori e di cruscotti, di congiunzioni tra gomito e cornice

 

cromata di finestrini e tra vulva e

chiesuola di strumentazione, riassumevano le possibilità di

 

una nuova logica creata da quegli artefatti moltiplicatori,

 

erano i codici di un nuovo connubio fra sensazioni e possibilità.

James G. Ballard, Crash

 

James Ballard, in Crash, individua l'incidente come “metafora estrema per una situazione estrema”, dove l'uomo in automobile, oltre che potente simbolo sessuale, è metafora delle condizioni della società tecnologizzata; simbiosi di organico e di inorganico, naturale e artificiale, fisiologico e macchinale, pulsionale e inanimato.

 Ballard vede nella quantità smisurata di incidenti d'auto la forma del “cataclisma pandemico istituzionalizzato in tutte le società industriali”. 

Per questo, Crash è una sorta di atlante immaginario di Eros e Tanathos in automobile, e ne contiene tutte le  inquietudini e le ebbrezze.

La cover del film (James Spader e Holly Hunter)

Rosanna Arquette

James Spader e Elias Koteas

David Cronenberg, il regista-cult di Crash (1996), canadese, il quale trova nel romanzo di James G. Ballard pane per le proprie ossessioni: la nascita di nuove forme di sessualità indotte dalla tecnologia, il rapporto perverso e autodistruttivo tra eros e civiltà. Ricordiamo, tra gli altri: Scanners (1981), La zona morta (1983), La mosca (1986), Inseparabili (1988), M. Butterfly (1993), eXistenZ (1999).

 

   

     Il "filo del desiderio" - si ricordi che anche Teseo porta con sé un filo nell'affrontare la prova del labirinto - parte dalla madre per spostarsi, per cercare, ancora e sempre, qualcosa che reinventi la felicità perduta. Andrea non conosceva la duttilità, l'oscillazione, la capacità di giocare tra il desiderio di ritornare e quello dell'andare. E' proprio tale oscillazione, infatti, che rende possibile, in ciascuno di noi, il procedere della vita amorosa, l'estendersi, il dilatarsi del desiderio che, come un viaggiatore d'altri tempi, cerca nuove mete. Certo, anche in noi agisce la nostalgia del ritorno, la memoria di quell'antica felicità. Però ne possiamo accettare la perdita (...).

     Laddove c'è sintomo, invece, non c'è possibilità di rinuncia. Elisabetta aveva amato la madre di una passione totale, l'aveva accudita e assistita nella lunga malattia che l'aveva portata a morire. Ridotta alla condizione di un corpo inerme, ella era consegnata "nelle mani" della figlia, quasi come un neonato completamente affidato alle cure materne. Chi era la madre e chi la figlia? In realtà, fin dall'adolescenza, Elisabetta aveva preteso di far da madre a sua madre; la "ossessionava" con continue telefonate, cercandola dappertutto quando non la trovava  in casa. Non stimava il padre: lo considerava un individuo insignificante, un ospite indesiderato all'interno della famiglia; i fratelli erano figure pallide, relegate sullo sfondo. Lei, l'ultimogenita, era "l'unica figlia" di sua madre: la loro intesa era perfetta, "a quell'amore non mancava nulla ". Durante la malattia, allontanò i suoi fratelli e si impossessò completamente della madre, ritornando ad abitare per lunghi mesi nella casa dei genitori. Piero, l'uomo con cui viveva, si recava più volte al giorno a trovarla, a portare il suo aiuto, a sorreggerla. Ma, quando la madre morì ed Elisabetta tornò alla loro casa, Piero le comunicò la propria incertezza circa il loro legame e decise di andarsene. Le ripeteva "Tu non mi hai mai amato. Io sento che qualcosa tra noi non ha funzionato. Ho bisogno di prendere tempo, di capire". Cos'era accaduto? Piero era in qualche modo cosciente della gelosia che provava verso la passione che aveva legato la paziente alla madre. L'amore di Elisabetta per lui gli sembrava quasi inesistente se paragonato alla forza potente e assoluta di quel sentimento antico, di quel patto indissolubile. Dopo qualche mese si riavvicinò alla paziente, chiedendole però un legame diverso, e cioè di poterla vedere solo quando lo desiderava. Elisabetta iniziò allora a tormentarlo , a pretendere ciò che lui in quel periodo non riusciva a darle per poterlo "accusare" delle sue mancanze.

     In che modo il dolore, lo struggimento per la perdita agivano in Elisabetta? La morte della madre aveva portato a galla sentimenti remoti, mai risolti: quel legame, così appagante, senza limiti, in cui l'una poteva prendere - psichicamente - il posto dell'altra, mostrava tutta la sua carica distruttiva. Come Giulia col cibo, Elisabetta aveva scagliato contro il compagno tutto il suo odio, il suo rancore, il suo desiderio di annientamento. La perdita doveva essere denegata, e non solo nel senso della morte della madre: ciò che la paziente non riusciva a sostenere era la fine di quel primo legame, che viveva nel suo interno come un ideale mai abbandonato. Un dolore quasi senza nome, carico di morte - come carica di morte era la vita sessuale di Andrea -, prendeva il posto della nostalgia, che sa accettare, invece, il distacco, la fine di qualcosa. Si tratta forse di una "falsa nostalgia": non c'era infatti  in Elisabetta un oggetto perduto, assente, ma la riproposizione angosciosa di una immobilità carica di pena, il tentativo di falsificare la perdita, di opporsi al trascorrere del tempo. La madre, così idealizzata, così perfetta, era diventata un feticcio. Ricordarla era l'equivalente di venerarla, in un miscuglio senza ordine e senza confini di cose che erano state ma non erano più, che lei desiderava ma che non potevano più esistere. Lo stesso esercizio del ricordo, della commemorazione, era attraversato da un che di infero, di demoniaco: non vi era nel suo ricordare alcun aspetto vitale, vibrante, ma piuttosto "l'immobilità dolorosa del sadomasochismo".

     Ho parlato a lungo di Elisabetta, scendendo molto nel suo mondo interno, perché vorrei, attraverso lei, far comprendere come il tratto perverso si nasconda e percorra i territori psichici di molti di noi. La paziente non presentava sintomi: era una giovane donna con un lavoro abbastanza soddisfacente, con una vita relazionale sufficientemente buona. Chiese un aiuto terapeutico solo per "capire meglio il suo rapporto con Piero". Di certo, non apparteneva alla "grande scena" perversa, nel senso che non aveva mai agito il suo tratto tramite quei comportamenti o quelle coazioni che tradizionalmente sono riferite alla perversione. Il suo feticcio era interno, non si traduceva nella necessità di manipolare un reale oggetto-feticcio per giungere al godimento. Il suo sadomasochismo non aveva bisogno di frustini o di altri strumenti di tortura, ma si esprimeva nella cerimonia della riproposizione immobile e angosciosa della madre-idolo. (...)

 

Gustave Flaubert 

1821-1880

IL LABIRINTO DELLA NOSTALGIA

 

 

"La passione del ricordo è il più inquieto dolore che possa impadronirsi dell'anima"

 

Madame de Staël

____________

 

Viaggiò.

Conobbe la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto la tenda, la vertigine dei paesaggi e delle rovine, l'amarezza delle simpatie troncate.

Ritornò.

Frequentò la società, ed ebbe altri amori ancora. Ma il ricordo incessante del primo glieli rendeva tutti insulsi; e poi la veemenza del desiderio, la freschezza stessa delle sensazioni era perduta. Anche le sue ambizioni intellettuali erano appassite. Passarono anni, e lui sopportava l'inoperosità dell'intelligenza e l'inerzia del cuore. 

 

Gustave Flaubert

"L'educazione sentimentale"

 

Madame de Staël

1766-1817

 

  Perdita e ritrovamento

Nella civiltà latina, l'arte di costruire ponti era considerata un'attività sacra. Essa superava infatti quella inviolabilità della natura che per gli antichi romani era manifestazione divina. Unire ciò che era separato doveva allora rispondere ad un carattere di sacralità : il pontefice era un sacerdote, un costruttore di ponti collocato tra la sfera umana e quella divina. Ho voluto ricordare questa antica connotazione dell'arte di costruire ponti perché essa riguarda, in qualche misura, anche il modo in cui lavora l'apparato psichico. Noi costruiamo ponti tra le fantasie e la realtà percepita, tra il desiderio e le mete, tra la "nostalgia chiusa" e il vagheggiamento di oggetti-altri, sostitutivi di ciò che abbiamo perduto. 

     Tornando sul concetto dell'età dell'oro, in che senso la sua fine rappresenta una perdita? In un duplice senso, poiché essa si pone non soltanto come la rinuncia al primo oggetto d'amore, ma anche come una ridefinizione di sé. Il bambino, in quel primo e originario rapporto con la madre, coltiva una rappresentazione di sé grandiosa, onnipotente, immortale, e, soprattutto, non differenziata. La separazione e l'esperienza di perdita lo portano ad accettare ed elaborare che esiste un "dentro" e un "fuori", che al bisogno di possesso e di dominio occorre sostituire il desiderio, che a quella ricerca di quiete e di beanza occorre perlomeno affiancare l'impegno necessario a "costruire" un affetto. Nulla gli è più dato in dono, come compenso della sua grandiosità e magnificenza, nulla è più oggetto di pretesa: il limite e i confini restringono e delimitano l'onnipotenza.

     Ho di proposito accentuato, nell'esposizione, la drammaticità di tale processo perché volevo far intendere che in esso vi è rinuncia, e quindi vi è il dolore e lo struggimento che ogni rinuncia comporta. Tuttavia questa pena è necessaria perché il bambino esca dal caos, dall'indistinto, da quel macigno mortifero che è il narcisismo, ed è proprio questa pena che la perversione rifiuta ostinatamente di affrontare: nel suo territorio la rinuncia è una catastrofe, il limite una minaccia insopportabile, la differenziazione un fallimento. Pur di non affrontare l'esperienza di perdita, il perverso accetta il peso dei propri sintomi, l'angustia irrespirabile della ripetizione, l'immobilità angosciosa della stagnazione.

Cosa rimane, infatti, a chi è capace di elaborare la separazione, a chi accetta la fine dell'età dell'oro? Non resta soltanto il dolore, la pena, la nostalgia. Il guadagno di questa tappa, necessaria alla salute psichica, è rappresentato dalla capacità di procedere avanti, di cercare altri oggetti, in qualche modo sostitutivi; e ancora, dalla ricchezza delle fantasie, dalla duttilità dell'immaginario erotico. Dalla capacità di elaborare la separazione deriva un ulteriore beneficio; quella sorta di divertimento mentale, psichico ed esistenziale che è dato dal "costruire ponti". Ciascuno di noi, infatti, anche senza averne consapevolezza, getta ponti tra passato e presente, fra fantasie e realtà, tra desiderio e soddisfacimento. E parlo di divertimento perché penso che siano proprio i ponti mentali e affettivi che ci procurano il senso di movimento e delle nuove avventure, rendendo l'esistenza non noiosa, non asfittica, non troppo buia.

     D'altra parte, oltre alla molteplicità delle sostituzioni il processo di separazione porta anche con sé - quanto più ci si avvicina al tratto perverso - il falso sollievo dei ritrovamenti. Si ricorderanno le parole di Giulia a proposito del ragazzo con cui ebbe la sua prima storia d'amore: "Mi comporto come se lui dovesse essere  qualcosa che già conosco". Giulia voleva forse parlare di quella sensazione vaga e inquietante che dà il ritrovamento. Ritrovare qualcosa di perduto è, in effetti, un'operazione illusoria: ciò che troviamo nelle vicende amorose ed erotiche è un oggetto nuovo che riesce, in qualche modo, a sostituire quello antico. Sostituire non equivale a ritrovare. Volere ad ogni costo "ritrovare" significa non essere agili in quella capacità di costruire ponti affettivi che garantisce la nostra salute psichica. La necessità del ritrovamento può essere interpretata come segnale di un attaccamento feroce e non negoziabile al primo oggetto d'amore e, insieme, al proprio narcisismo. E un oggetto così narcisizzato scivola inesorabilmente verso la dimensione del feticcio.

     So che la parola feticcio incute paura: spaventa riconoscere al proprio interno assetti affettivi in cui si intravede la dimensione feticistica. Di certo preferimmo usare questo termine per designare persone dalla vita sessuale disturbata, malata. Eppure, come ho già cercato di mostrare, il feticcio assume anche una dimensione psichica che non necessariamente si traduce nel culto di oggetti materiali indispensabili all'eccitamento sessuale. Esso getta la sua ombra sui modi in cui la perdita è stata accettata ed elaborata: in tal senso, la figura materna può divenire un feticcio sul cui altare vengono sacrificati molti affetti.

     Vorrei affidare alla parole di Gustave Flaubert la narrazione di una perdita non elaborata, di una separazione mai del tutto accettata, anche se, nel caso del protagonista de "L'educazione sentimentale", non si tratta del legame con la figura materna ma di un amore, del primo amore da uomo adulto.

Viaggiò.

Conobbe la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto la tenda, la vertigine dei paesaggi e delle rovine, l'amarezza delle simpatie troncate.

Ritornò.

Frequentò la società, ed ebbe altri amori ancora. Ma il ricordo incessante del primo glieli rendeva tutti insulsi; e poi la veemenza del desiderio, la freschezza stessa delle sensazioni era perduta. Anche le sue ambizioni intellettuali erano appassite. Passarono anni, e lui sopportava l'inoperosità dell'intelligenza e l'inerzia del cuore.

 

     Ho riportato per intero l'avvio dell'ultima parte di quello splendido romanzo convinta che la bellezza della prosa di Flaubert possa riuscire molto meglio di ogni concettualizzazione a descrivere le ferite che rimangono aperte quando si vive prigionieri di ciò che è stato. Federico, il protagonista, non scioglie il legame con la donna che ha amato in condizioni impossibili. In qualche modo ella diventa un feticcio: gli "altri amori" non riescono a scalfire il dominio che il ricordo di lei esercita nel suo mondo affettivo. E infatti Federico è costretto a sopportare "l'inoperosità dell'intelligenza e l'inerzia del cuore". Tale inerzia, tale immobilità, tale ancoraggio rendono i tentativi di allontanamento viaggi senza partenza. Usando l'immagine del ponte, potremmo dire che Federico non riesce a costruire passaggi, ponti nel suo mondo affettivo: il suo cuore è inerte, la sua intelligenza oziosa.

 

     Ricordare, per Federico come talvolta per molti di noi, acquista il significato di un desiderio onnipotente che pretende di tenere insieme tutti i pezzi. E' interessante sottolineare come gli antichi e desueti termini "rimembranza, rimembrare" abbiano una radice etimologica che rimanda al termine indoeuropeo "membru". In esso si esprime la nostalgia di riunire parti separate, di ricostruire un tutt'uno. Ricordare - dal latino recordari - contiene un importante riferimento alla parola cor (cuore) , luogo dove per l'antichità romana aveva sede la vita sentimentale e intellettuale: l'atto della memoria non è solo manifestazione mentale, ma anche, e forse soprattutto, emotiva o affettiva. Ricordare può esprimere nostalgia, desiderio di un passato irripetibile, ma può anche divenire ossessione del ritrovamento, prigionia del passato. E quando prevale quest'ultimo aspetto, non si è più capaci di fantasticare, di vagheggiare, ma si diviene ostaggi di un desiderio prepotente che nega la perdita e pretende il ritrovamento.

 

RIMEMBRANZE


"Cangiando spesse volte il luogo della mia dimora, e fermandomi dove più dove meno o mesi o anni, m'avvidi che io non mi trovava mai contento, mai nel mio centro, mai naturalizzato in luogo alcuno, comunque per altro ottimo, finattantochè io non aveva delle rimembranze da attaccare a quel tal luogo, alle stanze dove io dimorava, alle vie, alle case che io frequentava; le quali rimembranze non consistevano in altro che in poter dire: qui fui tanto tempo fa; qui, tanti mesi sono, feci, vidi, udii la tal cosa; cosa che del resto non sarà stata di alcun momento; ma la ricordanza, il potermene ricordare, me la rendeva importante e dolce. Ed è manifesto che questa facoltà e copia di ricordanze annesse ai luoghi abitati da me, io non poteva averla se non con successo di tempo, e col tempo non mi poteva mancare. Però io era sempre tristo in qualunque luogo nei primi mesi, e coll'andar del tempo mi trovava sempre divenuto contento ed affezionato a qualunque luogo."

         Così scrive Giacomo Leopardi a proposito delle "rimembranze" Firenze, 23 luglio 1827

"Zibaldone"

 

     Ho più volte fatto riferimento, in questo capitolo, alle fantasie, a quell'aria intermedia sospesa tra il mondo interno e la realtà esterna. E' ora necessario introdurre il concetto di "oggetto transizionale" per distinguerlo dall'oggetto-feticcio. Per farlo, parlerò di un "piccolo vizio" di Maura, una giovane donna trentenne che svolgeva, in modo impetuoso, una brillante attività intellettuale. Quando scriveva, quando conversava con i suoi amici, quando pensava chiusa nella sua stanza, Maura arrotolava piccole strisce di carta e le teneva tra le dita toccandole continuamente. Non tutta la carta era adatta, per lei, a questa attività: la migliore, quella che aveva scelta come più soddisfacente, era una carta patinata molto morbida e liscia. "Non creda" mi disse quando mi svelò questo "minuscolo" segreto "che io lo faccia solo quando sono triste o in ansia. E' qualcosa che accompagna soprattutto i momenti di piacere intellettuale, è un vizio che rende più piacevole pensare, scrivere. Mentre la mia testa lavora, la mia mano sinistra costruisce rotolini".

 

     I rotolini erano per Maura un oggetto transizionale. Come non connetterli, infatti, a quell'attività manipolatoria che molti bambini esercitano su pezzetti di stoffa, strofinandoli, toccandoli, gustandone la consistenza e gli odori? E come per i bambini vi è un solo pezzetto di stoffa che viene eletto a oggetto di transizione, per Maura un solo tipo di carta poteva prestarsi al suo "minuscolo vizio". Non solo i bambini, quindi, ma anche molti adulti - non necessariamente persone che mostrino qualche forma di disagio psichico - si trovano spesso a far uso di un oggetto transizionale. Qual è la sua funzione? A cosa serve? Anch'esso, come lo spazio transizionale, si pone in un'area intermedia tra sé e il mondo, anch'esso testimonia a favore di quel lavoro psichico e mentale che si pone come un argine contro il dolore della perdita e dell'abbandono. Esso tuttavia non possiede solo le caratteristiche di un oggetto luttuoso: nei suoi confronti il bambino (ma anche l'adulto) esprime un tenero attaccamento. E' qualcosa di caldo, di rassicurante, di molto piacevole, ma non è un oggetto erotico: esso, infatti, "deve sopravvivere all'amore istintuale, e anche all'odio", come ha sottolineato Winnicot, lo pscicoanalista che ha più di ogni altro contribuito alla comprensione dell'oggetto transizionale. La sua funzione è legata all'esperienza del gioco, alla capacità di fantasticare, di creare scenari sempre nuovi. 

 

     

American Association of Psychiatry

LE  PERVERSIONI  O  PARAFILIE

Nel capitolo delle parafilie vengono inclusi l'Esibizionismo (esposizione dei genitali), il Feticismo (uso di oggetti inanimati), il Fretteurismo (toccare o strofinarsi contro una persona non consenziente), la Pedofilia (focalizzazione dell'interesse sessuale su bambini prepuberi), il Masochismo Sessuale (ricevere umiliazioni o sofferenze), il Sadismo Sessuale (infliggere umiliazioni o sofferenze), il Feticismo di Travestimento (indossare abbigliamenti del sesso opposto) e il Voyeurismo (osservare attività sessuali). 

Esibizionismo 

In questa parafilia, il soggetto prova piacere mostrando i propri genitali ad un estraneo e talvolta anche masturbandosi. Di solito egli non mette in atto tentativi di ulteriore attività sessuale. L'insorgenza avviene spesso prima dei 18 anni, anche se la manifestazione può avvenire più avanti nell'età. Perché la diagnosi sia soddisfatta, deve manifestarsi per almeno sei mesi e le fantasie, gli impulsi o i comportamenti sessuali devono causare disagio importante al soggetto e una compromissione in aree importanti del suo funzionamento, quali quella sociale o lavorativa. Queste ultime specificazioni valgono per la definizione compiuta di tutte le diagnosi di parafilia. 

Feticismo 

Si tratta dell'uso di oggetti (calze, mutande, reggiseni, stivali, ecc.) per raggiungere l'eccitazione. Di solito vengono strofinati o annusati durante la masturbazione, o fatti indossare al partner durante il rapporto sessuale. Il feticcio ha importanza fondamentale per l'eccitamento e per l'erezione che non avviene in sua mancanza. Il suo esordio è solitamente precoce. Si colloca nell'adolescenza anche se il feticcio può essere stato connotato di significati particolari nella prima fanciullezza. Una volta insorto, tende ad acquisire caratteristiche croniche. 

Frotteurismo 

Di solito in luoghi affollati (marciapiedi dove transita molta gente o mezzi affollati di trasporto pubblico) per potersi sottrarre dai rischi di essere arrestato, il soggetto si strofina o tocca una persona non consenziente. Le zone più coinvolte sono i genitali, i seni, le cosce e i glutei. L'esordio è di solito nell'adolescenza. Il comportamento ha un picco di intensità tra i 15 ed i 25 anni ed in seguito la sua frequenza si riduce progressivamente. 

Pedofilia 

Un soggetto di almeno 16 anni e di almeno 5 anni più vecchio della vittima che pratica attività sessuale con bambini prepuberi è definito pedofilo. Di solito è espresso da soggetti con età più avanzata da quella della tarda adolescenza. L'attrazione verso le femmine, che è la più frequente, coinvolge solitamente bambine tra gli 8 ed i 10 anni, mentre quella per i maschi coinvolge ragazzi un po' più grandi. Il DSM-IV annota: " i soggetti con pedofilia che sfogano i propri impulsi con bambini possono limitarsi a spogliare il bambino e a guardarlo, a mostrarsi, a masturbarsi in sua presenza, a toccarlo con delicatezza e a carezzarlo. Altri, comunque, sottopongono il bambino a fellatio o cunnilingus, o penetrano la vagina, la bocca o l'ano del bambino con le dita, con corpi estranei, o con il pene e usano vari gradi di violenza per fare ciò. Queste attività vengono di solito giustificate o razionalizzate sostenendo che esse hanno valore educativo per il bambino, che egli ne ricava piacere sessuale, o che era sessualmente provocante - argomenti comuni anche nella pornografia pedofilica. I soggetti possono limitare le attività ai propri figli, a figliastri, o a parenti, oppure possono scegliere come vittime bambini al di fuori della propria famiglia. Alcuni pedofili minacciano il bambino per evitare che parli. Altri, specie coloro che abusano spesso di bambini, sviluppano complicate tecniche per avere accesso a loro, che possono includere: guadagnare la fiducia della madre, sposare una donna con un bambino attraente, scambiarsi i bambini con altri pedofili o, in casi rari, adottare bambini di paesi sottosviluppati o rapire bambini ad estranei. Tranne i casi in cui il disturbo è associato a Sadismo sessuale, il soggetto può essere attento ai bisogni del bambino per ottenere l'affetto, l'interesse e la fedeltà del bambino stesso e per evitare che questi riveli l'attività sessuale. 
l disturbo inizia di solito nell'adolescenza, sebbene alcuni pedofili riferiscano di non essere stati eccitati dai bambini fino alla mezza età. 
La frequenza del comportamento pedofilico varia spesso a seconda dello stress psicosociale. Il decorso è di solito cronico, specie in coloro che sono attratti dai maschi. 
Il tasso di recidive dei soggetti con Pedofilia con preferenze per i maschi è all'incirca doppio rispetto a coloro che preferiscono le femmine. 

Masochismo Sessuale 

Vi si esprime l'atto reale di subire umiliazioni, percosse, di essere legato e fatto soffrire. Vi sono masochisti turbati dalle loro fantasie che possono essere evocate durante la masturbazione o il rapporto sessuale, ma non vengono agite. 

Sadismo Sessuale 

Vengono svolte azioni che provocano sofferenza psicologica e fisica alla vittima e che sono sessualmente eccitanti per il sadico. Possono essere limitate a fantasie fastidiose per il soggetto durante l'attività sessuale che implicano la necessità di esercitare un controllo completo sulla vittima e sul suo essere terrorizzata dal fatto che si possano tradurre in atti reali. 
I comportamenti possono essere messe in atto con un partner consenziente, ma spesso con soggetti non consenzienti. 
Si esprimono con condotte che tendono ad umiliare la vittima, a imprigionarla, percuoterla, torturarla, fino anche ad ucciderla. 
L'esordio si colloca prevalentemente nella prima età adulta e acquisisce i connotati di cronicità. La gravità degli atti sadici aumenta di solito con il passare del tempo.

Feticismo da travestimento 

E' di solito un collezionista di indumenti femminili con i quali si traveste. In questa situazione si masturba associando l'atto alla fantasia di essere sia il maschio soggetto, sia la femmina oggetto della sua fantasia sessuale. 
Alcuni maschi indossano biancheria intima femminile sotto gli abiti consueti, altri si vestono da donna e si truccano. 
Di solito, ma non necessariamente, è eterosessuale.

Voyeurismo 

Si tratta dell'osservare soggetti di solito estranei quando sono nudi o sono impegnati in attività sessuali per ricavare eccitazione. Spesso hanno la fantasia di avere un'esperienza sessuale con la persona che guardano di nascosto. Nella sua forma più grave, il voyeurismo costituisce l'unica forma di attività sessuale possibile. Esordisce solitamente prima dei 15 anni e tende alla cronicità.

     Il bambino non dimentica, nel corso del tempo, l'oggetto del suo primo gioco, però non lo rimpiange: il ricordo di quella prima esperienza è come sospeso, ne rimane una memoria non dolorosa.

 

     Crescere attiva la capacità di investire in maniera più larga e diffusa su tanti altri oggetti, non impone - se non in condizioni di sofferenza e disagio psichico - di trattenere per sempre o di ritrovare necessariamente quell'oggetto.

 

Gli anni, in condizioni sufficientemente buone, insegnano al bambino, e poi all'adulto, a giocare molti giochi. 

 

Cos'è, invece, un feticcio? 

 

E' un oggetto immobile, disanimato, è una prigione che impone di catturare, dominare, racchiudere.

 

Il feticcio è solo apparentemente un oggetto di piacere: nel profondo, attraverso di esso si esprime il desiderio onnipotente di controllare. 

 

Non è duttile, non è affatto giocoso, non accetta il vagare del desiderio, ma lo tiene in ostaggio, ancorandolo ad una e una sola esperienza. 

 

Eros e Tanathos si affrontano e si scontrano nell'economia psichica del perverso, ma questa battaglia è sempre sovrastata da un irriducibile desiderio di dominare e controllare. 

 

Ho più volte cercato di mettere in luce tale aspetto e più volte, nel corso del libro, tornerò a parlarne: cogliendo questa esigenza interna, infatti, si compie un buon passo avanti nella comprensione del tratto perverso. 

 

Chi ha necessità di un feticcio, psichico o materiale, esprime il bisogno inconscio di mantenere intatta l'illusione di una perfetta fusione  con il primo oggetto d'amore, con il corpo materno.

 

Il perverso non prova nostalgia perché non accetta il trascorrere del tempo, perché l'età dell'oro è per lui ancora presente, perché non riesce ad elaborare l'uso di limiti e differenze. 

 

Si può allora comprendere cosa si nasconde sotto l'ossessiva ragioneria del dominio: a quella sorta di caos indifferenziato che sopravvive nel suo interno, il perverso contrappone, quasi di necessità, l'esasperato, continuo, irrinunciabile bisogno di controllo.

 

Fusionalità, indeterminatezza, assenza di confini sono, in qualche modo, il temibile e idoleggiato terreno da cui nasce, poi, il desiderio di dominare, il convincimento interiore di "essere l'unico regista". 

 

Il feticcio è allora qualcosa di più esteso e inquietante rispetto alla necessità di ricorrere, per l'eccitamento sessuale, a oggetti inanimati, quali stivali, fazzolettini, bustini di pizzo, da indossare o da far indossare al partner.

 

Questa immagine di maniera del feticismo non è errata, ma non basta per comprendere la complessità e le contorsioni degli avvitamenti perversi.

 

 Feticcio è, talvolta, e forse il più delle volte, un'immagine interna: la figura materna o l'infanzia, come ho cercato di far comprendere riferendo alcuni modi interni di Giulia e di Roberta. 

 

E tuttavia, alcuni tratti della grande strategia perversa non appartengono soltanto all'economia psichica delle persone malate, di chi esprime attraverso i sintomi il proprio disagio interno. 

 

Essi riverberano negli affetti di molti di noi, compaiono nelle nostre fantasie, si nascondono nelle pieghe delle nostre scelte sentimentali, si lasciano intravedere in ciò che Freud ha chiamato "psicopatologia della vita quotidiana". 

 Fonti: 1. Salvo Anna, Perversioni femminili, Mondadori, Milano, 1997; 2. Il sito www.psychomedia.it;  3.  Articoli scientifici dell' American Association of Psychiatry; 4. Alcuni siti dedicati ai registi Luis Bunuel e David Cronenberg.

 

Pagina creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

 

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