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VENEZIA 2008 - DONNE IN MOSTRA

Federica Vacchetti

     Rispetto alla scorsa edizione, questa 65esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia mi è sembrata più ricca di presenze femminili, a tutti i livelli. Non a caso i due film che mi sono piaciuti di più sono statti diretti proprio da due donne, anche se al momento dubito fortemente che saranno mai distribuiti in Italia. Ma procediamo con ordine, cominciando dalle registe, sempre troppo poche.

L’unica in concorso era l’americana Katharyn Bigelow, che da circa vent’anni è riuscita ad entrare nel ristretto novero dei grandi registi dei film di azione, un genere da sempre ritenuto appannaggio maschile, con opere quali Blue steel (1990), Point break (1991), Strange days (1995), e che ora passa ad un altro genere maschile per eccellenza, la guerra.

La regista è senz’altro brava, dotata da un talento visivo fuori dal comune (ha studiato per anni pittura ed arti figurative) e sa bene come usare la macchina da presa, però il suo The hurt locker, che è piaciuto molto alla critica, è stato giudicato un film ambiguo.

Scritto dal reporter di guerra Mark Boal (un suo articolo ispirò Nella valle di Elah di Paul Haggis, presentato a Venezia lo scorso anno), il film racconta la vita quotidiana di una squadra EOD (Explosive Ordinance Disposal) dell’esercito USA impegnata in Iraq, ovvero un team di tre soldati specializzati nella ricerca e nella neutralizzazione delle mine.

Girato come un documentario, con scene ricche di tensione e violenza, anche se un po’ ripetitivo, data la natura delle missioni, The hurt locker sembra a tratti un film di propaganda quando mostra il coraggio (incoscienza?) e l’abilità dei militari, ma Katheryn Bigelow in conferenza stampa si è dichiarata apertamente contro la guerra e nel suo film emerge chiaramente l’incapacità di questi soldati a reinserirsi in una vita normale una volta tornati a casa.

Sono ritratti come dei dissociati, dei pazzi esaltati, che nel tempo libero sono capaci solo di ubriacarsi e di fare a botte e che nel mezzo di una guerra sanguinaria che li vede protagonisti pensano a come sarebbe bello avere un figlio: tutto ciò perché per loro “la guerra è una droga”, come si legge all’inizio del film.

La regista Kathryn Bigelow

La locandina del suo film The hurt locker

Una scena da Les plages d'Agnès

La regista Agnès Varda

Come accade spesso, anche quest’anno i film più belli erano fuori concorso.

     Fra essi quelli che mi hanno colpita ed emozionata maggiormente sono stati i film di due registe francesi: Agnès Varda e Sylvie Verheyde, che speriamo possano circolare anche nel nostro paese.

 Agnès Varda, classe 1928, è tornata alla Mostra di Venezia ventitré anni dopo aver vinto il Leone d’oro con Senza tetto né legge.

E vi è ritornata con un capolavoro: il documentario Les plages d’Agnès racconta la vita e l’opera della grande regista francese, attraverso spezzoni di film, vecchie fotografie, incontri con persone (il fratello, i figli, gli amici, i pescatori di Sète, il paese nel Sud della Francia dove la famiglia di Agnès si rifugiò durante la guerra), ricordi legati ai protagonisti del teatro e della Nouvelle Vogue francesi e soprattutto al suo amato marito Jacques Demy.

Un documentario autobiografico di rara bellezza e sensibilità, dove arte e vita si intrecciano con molta emozione e nessuna retorica, in una sorta di Memorie di una ragazza perbene cinematografiche.

     Delicatezza e sensibilità sono anche la cifra stilistica di Stella della giovane regista francese Sylvie Verheyde. Stella ha undici anni e abita in un appartamento sopra il bar gestito dai suoi genitori, due persone squallide e immature che la trascurano. Saranno la nuova e prestigiosa scuola media da lei frequentata, l’incontro con la nuova amica Gladys, figlia di due esuli intellettuali ebrei argentini, e soprattutto la scoperta del mondo dei libri a salvarle la vita. Scritto dalla stessa regista,  che si è ispirata ai suoi ricordi della scuola media, Stella è un film emozionante, coinvolgente, fresco e sincero, che deve molto alla simpatia della giovanissima e bravissima attrice protagonista, Léora Barbara.

 

La regista Sylvie Verheyde

La locandina del film presentato a Venezia Stella

 

La protagonista Lèora Barbara

     Rimanendo in Francia, è piaciuto molto anche l’ultimo film di Claire Denis, che in passato ha firmato opere apprezzate come Nenette e Boni (1996), Beau travail (1999) e Vendredi soir (2002),ma che nel 2004 aveva deluso con L’intrus. Il film di quest’anno, 36 rhums, racconta la storia di quattro persone. Lionel (Alex Descas) guida la metropolitana a Parigi. Dopo la morte della moglie, si è occupato da solo della figlia piccola, ma ormai Josephine (Mati Diop) è una giovane donna, che però non riesce a staccarsi dall’amato padre. L’amica Gabrielle (Nicole Dogue) è una taxista di mezza età, da tempo segretamente innamorata di Lionel; completa il quartetto il vicino di casa Noè (Grégoire Colin), innamorato invece di Josephine. Claire Denis è molto brava nel descrivere i rapporti tra queste persone sostanzialmente sole e il legame morboso tra padre e figlia, che però nel finale viene superato al meglio. 35 rhums avrebbe meritato una maggiore attenzione.

 

I protagonisti di 35 rhums

 

La regista Claire Denis

L'attore Alex Descas

In un lussuoso quartiere di Buenos Aires, che funziona come una piccola città in miniatura sorvegliata da vigilantes privati, un gruppo di bambini e adolescenti affidati dai loro ricchi genitori in viaggio alle cure di una domestica sono in pratica abbandonati a se stessi.

 Trascorrono il tempo annoiandosi e facendo atti di vandalismo nella case dei vicini.

Solo la dolce Sofia (Eleonora Capobianco) si dissocia da queste azioni ed è anche l’unica ad accogliere gentilmente l’elemento estraneo, ovvero il giovane fratello della domestica, in visita per qualche giorno.

Cinque anni dopo la sua opera prima (Ana y los otres, 2003), l’argentina Celina Murga torna a Venezia con Una semana solos, in cui analizza il tema delle differenze di classe dal punto di vista di bambini e ragazzi della ricca borghesia che vivono in una gabbia dorata, del tutto incapaci di rapportarsi con gli altri.

L’argomento è senza dubbio interessante, affrontato anche da La zona (2007) di Rogrigo Plà, ma quest’ ultimo film è troppo lungo e ripetitivo.

Una scena del film Una semana solos.

La regista argentina Celina Murga

     I coniugi Paolo Benvenuti e Paola Baroni (già presenti a Venezia nel 2003 con Segreti di Stato), hanno realizzato Puccini e la fanciulla, che prende in esame un episodio poco conosciuto della vita del grande compositore: il suicidio avvenuto nel 1909 a Torre del Lago, di una giovane cameriera, accusata ingiustamente di essere la sua amante. Si tratta in sostanza di un film muto, praticamente senza dialoghi, tranne la lettura delle lettere che i personaggi si scrivono durante lo svolgimento del dramma. Come tutti i film di Benvenuti, anche questo non è facile, ma molto poetico, ovviamente ricco di musiche e con splendide location.

      L’incantevole (giustamente presentata proprio così in conferenza stampa) attrice Natalie Portman ha presentato a Venezia la sua opera prima come regista, ovvero Eve, un cortometraggio di soli venti minuti nel quale racconta la serata romantica di due ultraottantenni interpretati da Lauren Bacall e Ben Gazzara. Una “piccola” delizia che lascia ben sperare per il futuro di Natalie: una giovane attrice di grande talento, al tempo stesso modesta e affascinante, ma soprattutto una donna intelligente e impegnata nel sociale a favore delle donne meno fortunate di lei. Ha dichiarato di aver sostenuto recentemente progetti per la scolarizzazione delle bambine e ragazze di alcune zone dell’Africa, perché attraverso l’istruzione passa l’emancipazione femminile, per fare in modo che le donne possano avere una vita migliore per se stesse e i propri figli.

 

Lauren Bacall, protagonista di Eve

 

 

Natalie Portman è la regista di Eve

Ben Gazzara, protagonista di Eve

    

Una scena da La fabbrica dei tedeschi

Cristina Cosentino ha scritto con il regista Mimmo Calopresti il toccante e molto ben riuscito documentario La fabbrica dei tedeschi, che racconta, attraverso un’accurata ricostruzione fatta con testimonianze e interviste, la tragedia della ThyssenKrupp di Torino, nella quale nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 persero la vita sette operai.

Ad esso strettamente collegato è l’altro documentario ThyssenKrupp blues, diretto da Pietro Balla e Monica Repetto. Carlo Marrapodi, trentenne calabrese, vive da sette anni a Torino, dove lavora come operaio alla ThyssenKrupp.

Nell’aprile 2007 la dirigenza tedesca decide di chiudere lo stabilimento torinese. Nel giugno 2007 Carlo viene messo in cassa integrazione, per poi essere richiamato inaspettatamente quando lo smantellamento degli impianti è rimandato a fine anno. Il giorno della tragedia Carlo aveva fatto il turno pomeridiano. Alla chiusura definitiva dello stabilimento di Torino, torna in Calabria. I due registi hanno seguito Carlo per mesi, a partire dal maggio 2007, e quindi hanno anticipato almeno in parte la cronaca, realizzando anche una interessante inchiesta sulle condizioni degli operai.

Quest’anno la Coppa Volpi per la migliore attrice è andata alla francese Dominique Blanc, ottima interprete di L’autre di Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic.

Tratto dal romanzo L’occupation di Annie Ernaux, il film narra le vicende di una donna di quarantasette anni che lascia il suo compagno molto più giovane, con il quale resta comunque in buoni rapporti.

Quando però tempo dopo scopre che lui ha un’altra donna della stessa età di lei, entra in crisi e, travolta dalla gelosia, comincia a fare ricerche ossessive per scoprirne l’identità.

 

Dominique Blanc, migliore attrice 2008

Anne Hathaway, protagonista di Rachel getting married di Jonathan Demme

Debra Winger, che interpreta la madre

 

Fino all’ultimo la vincitrice sembrava essere Anne Hathaway, già ammirata e apprezzata a Venezia due anni fa ne Il diavolo veste Prada.

Anne è la protagonista dell’ultimo film di Jonathan Demme, regista di opere famose come Il silenzio degli innocenti (1991) e Philadelphia (1993), ma anche di interessanti documentari presentati proprio alla Mostra del cinema di Venezia, come The agronomist (2002) e Jimmy Carter man from plains (2007).

In Rachel getting married, scritto da Jenny Lumet, figlia del regista Sidney Lumet, Anne Hathaway è Kym, una giovane modella in crisi che da circa dieci anni entra ed esce da centri di disintossicazione per problemi di droga.

Torna per un week end nella casa della sua borghese famiglia nel Connecticut, in occasione del matrimonio interrazziale della sorella Rachel (Rosemarie Dewitt).

 Ha così modo di rivedere i genitori, divorziati da anni, e di affrontare problemi personali e conflitti familiari che nascondono una tragedia.

Jonathan Demme ha dichiarato di essersi ispirato alle opere corali del grande Robert Altman per raccontare questa storia familiare, ma Rachel getting married è un film abbastanza convenzionale a livello di trama, mentre originale è lo stile: infatti è girato per buona parte con la macchina da presa a mano, come se fosse un video amatoriale casalingo delle nozze. Questa pellicola ha poi il merito di aver riportato sul grande schermo Debra Winger, una delle attrici americane più brave e famose degli anni Ottanta, che recita in modo perfetto la parte della madre fredda e impassibile di Kym e Rachel.

     Attrici superbe come nel film del messicano Guillermo Arriaga, già sceneggiatore di Amores perros, 21 grammi e Babel, ora al debutto alla regia con The burning plain, che intreccia i destini di un gruppo di personaggi che vivono in luoghi e tempi diversi: la madre Gina, la figlia Sylvia e la nipote Maria. Gina è interpretata da Kim Basinger; Sylvia da ragazzina è l’esordiente Jennifer Lawrence, che per questo ruolo ha vinto il Premio Mastroianni come migliore interprete emergente; Sylvia da adulta è la splendida Charlize Theron.

 

Charlize Theron

Charlize Theron sul tappeto rosso  del 2008

 

 

Kim Basinger

      Fra le italiane ricordiamo il grande talento di Alba Rohrwacher, nella difficile parte di un’adolescente malata di mente in Il papà di Giovanna di Pupi Avati, e la bellezza sensuale di Caterina Murino nella divertente commedia Il seme della discordia di Pappi Corsicato.

       Ma soprattutto le quattro simpatiche e brillanti protagoniste del delizioso Pranzo di ferragosto, ovvero Valeria De Franciscis Bendoni, Marina Caciotta, Maria Calì e  Grazia Cesarini Sforza, tutte fra gli ottantacinque e i novantatrè anni.

Scritto, diretto e interpretato da Gianni Di Gregorio, già aiuto regista di Matteo Garrone e cosceneggiatore di Gomorra, ma regista esordiente a sessant’anni, il film narra una storia quasi autobiografica: figlio unico, vive con la madre vedova ultranovantenne in una bella casa del centro di Roma e la vigilia di ferragosto è costretto ad ospitare la madre e la zia dell’amministratore del condominio e la mamma di un amico medico.

Trascorrerà diverse ore infernali, ma forse non troppo, visto il sorprendente finale. Pranzo di ferragosto è una commedia commovente e spassosa al tempo stesso, un gioiellino assolutamente da non perdere.

     Deludente invece l’ultimo film di Ferzan Ozpetek, tratto dal romanzo Un giorno perfetto di Melania Mazzucco, che racconta la cronaca di una strage familiare. La regia è piatta, quasi televisiva, e anche la sceneggiatura non convince, piena di soluzioni francamente discutibili.

Allora, come ne esce l’universo femminile dai film visti alla mostra? Purtroppo non bene. Nella migliore delle ipotesi, le donne sono in crisi, sole, confuse, disilluse, tradite; se va male sono povere, in lutto o picchiate, violentate, uccise.

Ma la speranza c’è. Viene dalle ultraottantenni decise a fare ciò che amano e a godere la vita finché il destino concede loro tempo, come Agnès Varda, Lauren Bacall e le protagoniste di Pranzo a ferragosto. Oppure ci sono le ragazzine, piccole donne forti e determinate, non ancora piegate dalla vita.

Alba Rohrwacher, protagonista de Il papà di Giovanna

Una scena da Il pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio

Caterina Murino, nel film Il seme della discordia

Come Stella, che riesce a sfuggire allo squallore della vita dei suoi genitori e a conquistarsi un futuro migliore (Stella); Sofia, che rifiuta  la violenza e aiuta il diverso (Una semana solos); Maria, che si mette in cerca della madre e si impegna a far riavvicinare i suoi genitori (The burning plain). Ecco, pensando a loro, avvertiamo un moto di orgoglio, di ribellione, di speranza.

 

Una protagonista de Il pranzo di ferragosto

Fonte: Articolo ripreso, con alcuni tagli, da Leggere Donna, bimestrale di informazione culturale della Casa Editrice Luciana Tufani, direttrice Gabriella Imperatori. Nuova serie, N.137, novembre-dicembre 2008

Sito web: www.tufani.it

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Pagina creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata il 18 gennaio 2009

 

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