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Seduzione e tradimento

La moglie del soldato incontra La guardia del corpo

 

 

     Il sesso tra persone di razza diversa è tragico, non funzionerà mai. Il messaggio hollywoodiano classico è questo. Finché Spike Lee non ha diretto Jungle Fever (1991) questo messaggio xenofobo e razzista ci è stato trasmesso principalmente per gentile concessione dei film-maker bianchi. Il messaggio non è cambiato. Quando Hollywood ha cercato di realizzare la sua versione di Romuald e Juliette (Mama, there is a Man in Your Bed, Coline Serreau, 1989), un film sul desiderio interrazziale in cui la relazione tra una proletaria nera e un bianco benestante funziona, nessuna star bianca ha accettato la parte del protagonista. Se del fatto la stampa ha dato notizia, delle sue ragioni non si è fatta parola. E' evidente che gli attori bianchi temevano di perdere il loro status, di scatenare la furia delle spettatrici bianche che non vogliono vedere i loro "eroi" farsela con delle ragazze nere, o, Dio ci scampi, rischiare di essere presi per nigger lovers, per gente che nella vita reale ha un debole per i "negri". Dopo tutto, le donne bianche costituiscono un pubblico cinematografico capace di scrivere migliaia di lettere di protesta se nelle soap operas pomeridiane compare una storia d'amore tra un bianco ed una nera, un pubblico pronto a far sapere alle emittenti televisive che non è disposto a vederne né sul piccolo né sul grande schermo.

Tre scene del film "Romuald e Juliette" di Coline Serreau, 1989

 

Per la prima e unica volta nella storia del cinema l'oggetto del desiderio è una donna nera, robusta, del sottoproletariato e con figli.

 

Il film è bello, perché complesso, perché basato sullo scambio reciproco e non sulla favola romantica.

 

I protagonisti sono: Daniel Auteuil e Firmine Richard

Romuald e Juliette è unico proprio perché rappresenta l'amore interrazziale in maniera complessa, e perché apostrofa con coraggio la difficile materia delle relazioni sentimentali e sessuali tra partner che non appartengono alla stessa razza e classe. 

Il film di Coline Serreau mette bene in chiaro che, da solo, l'amore non basterebbe a far superare la differenza se il partner in posizione di potere - in questo caso il maschio bianco e benestante - non modificasse il suo modo di pensare, riconcettualizzando il potere, spogliandosi dei suoi atteggiamenti borghesi e via elencando. 

Via via che la loro storia d'amore progredisce, l'uomo è costretto a mettere in discussione la propria posizione, a chiedersi che cosa pensa di chi è diverso da lui e, soprattutto, in che modo si comporta con loro nella vita di tutti i giorni.

Dal momento che la donna nera da lui amata ha figli, parenti e vari rapporti d'amicizia, l'uomo deve anche imparare a lasciarsi coinvolgere sino in fondo nella comunità di cui lei fa parte. 

Avendo lavorato come donna delle pulizie nell'ufficio di Romuald, Juliette conosce il suo mondo e sa come funziona. Lui deve imparare a capire, apprezzare e rispettare quello di lei.

E' lo scambio reciproco a permettere al loro rapporto di funzionare, non la favoletta della fantasia romantica.

A differenza della pur "rara" eroina nera della tradizione hollywoodiana, la nera di Romuald e Juliette non è un esotico giocattolo sessuale , ma è una "mulatta tragica". Nel film francese è ben piantata e indossa quasi sempre dei comunissimi abiti da lavoro - non è assolutamente una "femme fatale". 

Forse è bastato questo perché nessun "divo" bianco se la sentisse di farle da partner. Secondo gli standard di Hollywood (film diretti da cineasti neri inclusi), una robusta donna nera può fare soltanto la parte della mammy/matrona, non può essere in nessun caso un oggetto del desiderio

     Pur volendo soddisfare i bisogni del mercato, non è escluso che prima o poi Hollywood realizzi la sua versione di Romuald e Juliette, ma è improbabile che mantenga la serietà e la complessità di prospettiva dell'originale. E' certo che verrà fuori un altro Sister Act (Emile Ardolino, 1992), cioè un altro film che spinge gli spettatori a considerare solo un po' "ridicola" qualsiasi donna nera il cui aspetto non è conforme alle tradizionali rappresentazioni della bellezza e che tuttavia è o diventa l'oggetto del desiderio di un maschio bianco. Al pubblico va fatto credere che è poco probabile che una donna del genere possa davvero essere scelta come compagna da un attraente maschio bianco. 

     Non è escluso, tuttavia, che il pubblico possa finalmente vedere la versione americana di Romuald e Juliette. Di recente, infatti, Hollywood ha riscoperto (come fece nel periodo in cui film come Lo specchio della vita [Imitation of Life, Douglas Sirk, 1959] e Pinky, la negra bianca [Pinky, Elia Kazan, 1949] erano dei grossi successi), che i film dove si racconta una relazione interrazziale possono attrarre un pubblico numeroso e realizzare grossi incassi. 

Due esempi di film sulla relazione   interrazziale

 

La locandina di "La guardia del corpo", regia di Mick Jackson, 1992

 

La locandina di "La moglie del soldato", regia di Neil Jordan, 1992

 

Gli atteggiamenti suprematisti bianchi e i sentimenti macchiati di pregiudizio, che hanno tradizionalmente modellato i desideri degli spettatori cinematografici, possono essere sfruttati da un marketing intelligente; ciò che un tempo si considerava senza valore può trasformarsi in "biglietto vincente".

Oggi, la questione calda è quella della razza. In Black Looks, un libro che ho dedicato di recente ai temi della razza e della rappresentazione, sottolineo che, ridotta a merce, la negritudine sfrutta il tabù della razza; che in questa fase culturale ai bianchi e al resto di noi il mercato chiede di abbandonare pregiudizi e xenofobia (la paura della differenza) e di "mangiare serenamente l'altro".

Due esempi eccellenti di questa "ingestione" sono l'hollywoodiano La guardia del corpo (The Bodyguard, Mick Jackson, 1992) e l'indipendente La moglie del soldato (The crying Game, Neil Jordan, 1992).

Entrambi i film ruotano attorno a una storia d'amore che non rispetta i confini. La moglie del soldato intende esplorare i confini di razza, genere e nazionalità; La guardia del corpo quelli di razza e di classe. All'interno del loro particolare genere, entrambi i film hanno avuto un vistoso successo di pubblico. Eppure, La moglie del soldato ha ricevuto il plauso della critica, mentre La guardia del corpo è stato fatto a pezzi. Riviste come "Entertainment Weekly" hanno assegnato un punteggio "A" al primo film e un punteggio "D" al secondo.

Anche se rispetto agli standard artistici La moglie del soldato è indiscutibilmente un film superiore (recitazione migliore, intreccio più complesso, ottima sceneggiatura), gli elementi che lo fanno funzionare dal punto di vista del pubblico somigliano, più di quanto non ne differiscano, a quelli che fanno funzionare La guardia del corpo.

Entrambi i film raccontano una storia d'amore. Entrambi si occupano di un "desiderio" considerato tabù e sfruttano il tema dell'amore ai limiti.

     Oggi, quando la teoria critica e la critica culturale ci invitano a ridiscutere le politiche territoriali e a ripensare le questioni di razza, della nazionalità e del genere, film come questi si appropriano abusivamente di una sfida tanto cruciale mandandoci a dire che il desiderio, e non la sfera della politica, è il luogo della riconciliazione e della redenzione. E mentre i due film sfruttano un contenuto fortemente connotato in senso razziale, i loro registi negano che la razza conti. Sino a La guardia del corpo il pubblico americano non aveva mai visto un film hollywoodiano in cui un grande divo bianco si scegliesse come amante una nera, eppure la pubblicità del film ha insistito sul fatto che la razza non c'entra. Intervistato dalla rivista nera "Ebony", Kevin Costner ha protestato, "Non credo che qui la razza c'entri. Il film parla del rapporto tra due individui, e sarebbe stato un disastro se si fosse trasformato in un film sui rapporti interrazziali." E, nelle interviste in cui parla de La moglie del soldato, neanche Neil Jordan identifica razzialmente il personaggio della donna di colore. Lei è sempre e solo "la donna". Ad esempio, in un'intervista realizzata da Lawrence Chua per la rivista "Bomb", Jordan dice: "Fergus crede che la donna sia una certa cosa, per poi scoprire che è tutt'altro". Le due dichiarazioni mostrano sino a che punto questi maschi bianchi non abbiano messo in discussione la loro posizione e il loro punto di vista. Le pensatrici femministe e i critici della cultura progressisti hanno fatto osservare più volte che la supremazia bianca consente a chi esercita il privilegio bianco di non riconoscere il potere della razza, di comportarsi come se la razza non contasse, persino nel momento in cui collaborano a costruire e a conservare sfere di potere dove le gerarchie razziali sono fisse e assolute.

Sia in La guardia del corpo sia in La moglie del soldato è l'identità razziale delle eroine nere "di sesso femminile" a dare a ciascun film il suo margine di radicalità. 

Ben prima di sapere che Dil è un travestito, gli spettatori de La moglie del soldato sono intrigati dal suo esotismo, che è marcato dalla differenza razziale.

Lei/lui non è una delle solite donne di colore; Dil incarna la figura della "mulatta tragica", posizione che Hollywood ha sempre assegnato a personaggi femminili di sangue misto sessualmente desiderabili.

Dato che prima di vedere il film molti spettatori non conoscono l'identità sessuale di Dil, probabilmente ciò che li attira al cinema è che la pellicola esplori razza e nazionalità come luoghi di diversità. 

Che Kevin Costner insista a dire che La guardia del corpo non parla di una relazione interrazziale pare ridicolmente arrogante se si pensa che folle di spettatori si sono messe in coda per vedere il film proprio perché descrive la relazione tra una nera e un bianco, personaggi affidati a grandi star, Costner e Whitney Houston.

Le spettatrici nere  (insieme a molti altri gruppi) sono andate in massa a vedere La guardia del corpo proprio perché sappiamo così bene che a Hollywood le politiche del razzismo e della supremazia bianca hanno sempre impedito che le donne nere fossero rappresentate come partner desiderabili dei maschi bianchi. 

E se questo non può accadere, allora è raro che una nera riesca ad avere un ruolo di protagonista in un film, visto che quasi sempre quel ruolo significa un coinvolgimento sentimentale con l'attore principale. 

 

Whitney Houston, protagonista nera

Kevin Costner, protagonista bianco

Costner e Houston in "La guardia del corpo"

      I personaggi di Dil (Jave Davidson) in La moglie del soldato e di Rachel Marron in La guardia del corpo, pur disegnati in modo non convenzionale in quanto oggetti d'amore di uomini bianchi, sono stereotipicamente ipersessuati, iniziatrici sessuali e donne d'esperienza entrambe. Dil è una cantante/prostituta (il film lascia nel vago la vera natura del suo ruolo di lavoratrice del sesso) e Rachel Marron è a sua volta una cantante/prostituta. Tradizionalmente, a Hollywood, le nere sensuali sono tutte puttane o prostitute e questi due film non spezzano la tradizione. Anche se Dil fa la parrucchiera e Marron si mantiene facendo la cantante, la loro attrattiva è sul terreno del sessuale. Come gli stereotipi razzisti/sessisti bianchi presenti nelle rappresentazioni massmediologiche ci insegnano, gratta la superficie della sessualità di una nera e troverai la puttana - una donna sessualmente disponibile, esplicitamente indiscriminata, incapace di fare sul serio, pronta a sedurre e tradire. Né Dil né Marron si prendono la briga di arrivare a conoscere l'uomo bianco di cui si innamorano. In entrambi i casi, è amore - o dovrei chiamarla "lussuria" - a prima vista. Emtrambi i film suggeriscono la sensazione di tabù causata dall'ignorare che la vera conoscenza dell' "altro" distruggerebbe il mistero sessuale, la sensazione di tabù causata dall'ignoto, dalla presenza di piacere e pericolo. Anche se è stato Fergus (Stephen Rea) a cercarla, Dil ci mette poco a trasformarsi nella sua iniziatrice sessuale e a farsene carico. Analogamente, Marron seduce Frank Farmer (Kevin Costner), la guardia del corpo che ha appena assunto. Entrambi i film lasciano intendere che l'attrattiva sessuale di queste due nere è così intensa che i due vulnerabili maschi bianchi perdono ogni volontà di resistere (anche quando Fergus deve vedersela col fatto che Dil non è biologicamente donna). Negli Stati Uniti, all'epoca dello schiavismo, i bianchi al governo che sostenevano che i neri andavano rispediti in Africa raccolsero delle petizioni che avvertivano del pericolo dei rapporti sessuali tra gli onesti uomini bianchi e le licenziose donne di colore, chiedendo specificamente che il governo "allontanasse da noi questa tentazione". Volevano che lo stato si assumesse il controllo delle loro passioni, affinché esse si potessero scatenare. La passione incontrollata tra maschi bianchi e donne di colore non è tabù. Lo diventa solo se dà origine a una relazione seria e duratura.

Tre scene da "La guardia del corpo"

Il megasuccesso negli Stati Uniti si può spiegare solo per la novità della relazione interrazziale, che per i bianchi americani è ancora un tabù.

 

 

Il film americano ribadisce lo stereotipo che la relazione tra bianco e nera non funziona.

La guardia del corpo assicura al suo pubblico che, per quanto magico, sexy o eccitante possa essere, l'amore tra Rachel Marron e Frank Farmer non funzionerà. 

E se ci azzardiamo a immaginare che possa, c'è sempre il tema musicale a ricordarci che non sarà così.

Anche se il ritornello della canzone principale dichiara "Ti amerò per sempre", i testi di altre canzoni lasciano intendere che questa relazione è segnata fin dall'inizio.

L'amante, nel momento dell'addio, parla di "memorie dolci-amare, è tutto quello che porto con me"; poi dichiara: "sappiamo tutti e due che non sono ciò di cui hai bisogno"

Poiché non viene data alcuna spiegazione, il pubblico può presumere solo che a rendere impossibile questa storia d'amore sia la questione negata e taciuta della razza e dell'amore interrazziale.

 Convenzionalmente, dunque, La guardia del corpo seduce il pubblico con la promessa di una storia d'amore a lieto fine tra il maschio bianco e la donna nera per poi, solo a quel punto, illuminarci dicendoci che quella relazione era segnata

Questo messaggio può soddisfare gli spettatori xenofobi o razzisti che vogliono essere stuzzicati dal tabù pur sentendosi rinfrancati dal ristabilirsi dello status quo alla fine del film.

Gli spettatori suprematisti bianchi possono veder confermata dal film la loro insistenza sul pericolo dell'inquinamento razziale e della mescolanza delle razze, e i nazionalisti neri che condannano le relazioni interrazziali possono essere a loro volta soddisfatti. Il resto di noi viene lasciato semplicemente a chiedersi perché questo amore non possa realizzarsi.

Se lasciamo il terreno del cinema, è ovvio che le dinamiche del patriarcato capitalista suprematista bianco - che ha storicamente rappresentato le donne di colore come "compagne indesiderabili", anche se sono oggetti sessuali desiderabili, rendendo così socialmente inaccettabile per i potenti maschi bianchi la ricerca di relazioni serie con le nere - continuano a informare la natura delle relazioni sentimentali vigenti nella nostra società.

      Cosa ne sarebbe del futuro del patriarcato suprematista bianco se i maschi bianchi eterosessuali stessero davvero scegliendo di stabilire relazioni serie con le nere? Ovviamente, questa struttura verrebbe sovvertita. Non a caso, La guardia del corpo ribadisce questo messaggio. Frank Farmer è dipinto come un patriarca repubblicano conservatore, un difensore della nazione. Una volta lasciato il 'diavolo' nero che lo ha sedotto e stregato, ritorna al suo sacrosanto posto di custode della tradizione patriarcale della nazione. Nel film lo vediamo proteggere i bianchi e maschi funzionari di stato. Queste ultime scene lasciano intendere che amare una nera gli impedirebbe di onorare e proteggere una nazione.

     Ironicamente, sebbene metta in discussione la nozione di purezza nazionale mostrando che l'Europa non è più bianca, che i cittadini europei hanno culture e colori diversi, attraverso la caratterizzazione di Fergus, La moglie del soldato suggerisce anche che un irlandese bianco può tagliare i suoi legami con la nazione  e abbandonare il suo impegno nella lotta per la liberazione nazionale lasciandosi coinvolgere sentimentalmente da una donna di colore. Sebbene il film di Neil Jordan, a differenza de La guardia del corpo, suggerisca che rottura con l'identità nazionale può essere positiva, lo fa indicando che l'identità nazionale  cui si vuole rinunciare è un'identità in cui la libertà deve continuare a essere una lotta. In Inghilterra, lascia intendere il film, l'identità nazionale non è fluida, non è statica, non è così importante. In questo modo, il film addomestica il razzismo e il colonialismo imperialista della Gran Bretagna e la fa apparire come il luogo dove ciascuno può essere libero, non più confinato in una categoria. In questo universo mitico, il soddisfacimento del desiderio viene presentato come la massima espressione di libertà. 

Adattandosi alla forma mentis coloniale, agli stereotipi razziali, i corpi di uomini e donne di colore diventano il luogo, il campo da gioco, dove i maschi bianchi risolvono i loro conflitti rispetto alla libertà, i loro desideri di trascendenza. Agli occhi di Fergus, il prigioniero di colore Jody (Forest Whitaker) incarna l'umanità che i suoi bianchi compagni hanno perso. Sebbene sia un uomo fatto, Jody è infantile, innocente, un neoprimitivo.

Nell'intervista con Chua, Jordan conferma la sua intenzione di rappresentare come infantile, quando dice che nella relazione con lui Fergus "è come una madre". Jody altera il rapporto di potere tra lui e Fergus seducendolo emotivamente. Rappresenta l'emotività, e, come Dil (un altro primitivo), è ancora in contatto con i suoi sentimenti o la sua sensualità.

Il film calca sulla descrizione dei neri come esseri infantili e bisognosi di genitori/protettori bianchi. E anche se alla fine del film Rea tenta di capovolgere i ruoli, trasformando Dil in colei che accudirà Fergus e se ne prenderà cura, gli stereotipi razziali ricompaiono in entrambe le rappresentazioni.

Jave Davidson, che in "La moglie del soldato" interpreta il ruolo di Dil, un seducente travestito.

      Fergus "mangia l'altro" quando consuma la storia della vita di Jody, incluso il mitico apologo che modella la visione del mondo del nero, e poi ne usurpa il posto nell'affetto di Dil. Alla fine del film l'eroe bianco Fergus, non contento di aver cannibalizzato Jody, si appropria del suo racconto e lo usa per affermare il suo possesso di Dil. Jordan sostiene che "l'ossessione per Jody porta Fergus a rimodellare Dil a immagine dell'uomo che ha perso". I corpi neri, allora, sono come l'argilla: plasmabili fino a farli diventare tutto ciò che l'uomo bianco vuole che siano. Essi diventano l'incarnazione dei suoi desideri. E' lo stesso paradigma del colonialismo: avvolto da un'aura romantica, il colonizzatore entra nel territorio nero, occupandolo, impossessandosene per confermare la propria identità. Fergus non ammette mai fino in fondo la razza o il sesso di Dil. Come Costner e Rea nella vita reale, può fare dei corpi dei neri il sito del suo "radicalismo" politico e culturale senza per questo essere obbligato ad averne rispetto.

     Molte recensione di La moglie del soldato non hanno parlato di razza e quelle che lo hanno fatto hanno lasciato intendere che la forza di questo film sta nella sua volontà di ribadire che, in definitiva, razza e genere non contano; quel che conta è ciò che abbiamo dentro. Eppure, questo messaggio è smentito dal fatto che tutti coloro che sono subordinati al potere bianco sono neri. Anche se seduce suggerendo che può essere piacevole superare i confini, accettare le differenze, questo film (come La guardia del corpo) non scardina le convenzionali rappresentazioni del potere, della subordinazione e del dominio. Nel film i neri permettono ai maschi bianchi di ri-farli. E il travestitismo di Dil appare meno radicale quando lei, per soddisfare Fergus, si mostra pronta ad offrirgli la sua identità di donna senza neppure chiedergli una spiegazione. Le azioni di Fergus sono chiaramente paternalistiche e patriarcali. Dil dà quel tipo di amore alla Billie Holiday, "taci adesso, non spiegare", che misogini e sessisti hanno sempre sognato. Senza la sua complicità, Fergus non riuscirebbe ad appropriarsi di Jody.

Chi di noi trova adorabili i modi ribelli e coraggiosi di Dil nel corso del film, è sorpreso quando all'improvviso lei si trasforma nella tradizionale "piccola donna", disposta a tutto per il suo uomo. E' pronta persino a uccidere. La sua aggressività è convenientemente indirizzata contro la sola donna "reale" del film, Jude, che guarda caso è bianca. Nel momento in cui assume un ruolo materno nei confronti di Fergus, Dil passa dal ruolo di puttana a quello di mammy. Ma quando Dil è spinta a credere che Fergus si prenderà cura di lei, i ruoli d'un tratto si invertono. Alla fine del film, nella posizione di Dil non vi è nulla di radicale. Come "donna nera" che si prende cura del suo maschio bianco, ella incarna uno stereotipo razzista/sessista. Come "piccola donna" che accudisce e aspetta il suo uomo (non dimentichiamo che con Jody non è stata altrettanto paziente e fedele), incarna uno stereotipo sessista.

Tre scene del film "La moglie del soldato" di Neil Jordan

(1992)

 

I due protagonisti: Forest Whitaker (nel ruolo di Jody, il soldato inglese nero) e Stephen Rea, l'eroe bianco e sensibile.

Forest Whitaker (Jody) e Miranda Richardson (Jude)

  Jave Davidson

Il regista di "La moglie del soldato" Neil Jordan

 

Per buona parte di La moglie del soldato, il pubblico ha l'occasione di vedere un film che manda a gambe all'aria molte delle nozioni identitarie convenzionali. Il soldato britannico è nero. La sua ragazza si rivela un travestito.

 Fergus non ci pensa due volte ad abbandonare il suo ruolo di combattente per la libertà nelle file dell'IRA (organizzazione dipinta semplicisticamente come niente di più che un gruppo di terroristi) per diventare un lavoratore modello. 

Al meglio, buona parte del film ci invita a riflettere sui limiti delle politiche identitarie, mostrandoci come desiderio e sentimenti possano scardinare ogni idea prestabilita di chi siamo e cosa vogliamo.Eppure, nelle scene finali del film, sembra che Fergus e Dil non desiderino altro che occupare ruoli di genere sessisti.

Lui si riconverte nel maschio bianco passivo, taciturno, incapace di emozioni, "razionale", un'identità a cui ha cercato di sfuggire per tutto il film. E Dil, non più ribelle e coraggiosa, è la donna nera oggetto sessuale e nutrice.

D'un tratto eterosessismo e stile di vita da coppietta coniugale vengono invocati come ideali - alla faccia della differenza e dell'ambiguità.

Abbandonate le letture complesse dell'identità, ogni cosa torna al suo posto. Non c'è da stupirsi, dunque, che gli spettatori che amano il cinema commerciale abbiano trovato accettabile questo film.

In una cultura che svalorizza sistematicamente la femminilità nera, che considera utile la nostra presenza solo finché serviamo gli altri, non appare sorprendente che il pubblico debba amare un film che ci reinscrive simbolicamente in questo ruolo.

Dico simbolicamente perché il fatto che Dil sia in realtà un maschio nero indica che nel migliore dei mondi suprematisti, patriarcal-capitalisti, imperialisti bianchi, la presenza femminile non sarebbe necessaria. 

Può essere cancellata (non c'è bisogno che le donne nere esistano) o distrutta (lasciamo pure che il maschio nero ammazzi brutalmente la donna bianca, non perché è una terrorista fascista, ma perché è biologicamente donna).

 Poiché ritenevo che Jude fosse innanzitutto una fascista, da principio la sua morte non mi è sembrata un massacro misogino. Riconsiderando con occhio critico la scena del suo assassinio, ho capito che la rabbia di Dil è diretta contro Jude perché Jude è una donna biologica.

Non può essere soltanto il fatto che ha usato il suo aspetto femminile per intrappolare Jody, perché Dil si serve esattamente degli stessi mezzi. 

Per concludere, nonostante alcuni magici momenti di trasgressività, in questo film c'è molto di conservatore, persino di reazionario.

Messa crudamente, La moglie del soldato lascia intendere che i travestiti odiano e vogliono distruggere le "vere" donne; che i maschi bianchi eterosessuali vogliono così disperatamente una mammy nera da arrivare ad inventarsela; che i maschi bianchi sono persino disposti a rimangiarsi la loro omofobia e a entrare in relazione con un maschio di colore pur di ricevere quegli umili servizi domestici che solo una donna nera può fornire; che i veri omosessuali sono dei bruti e dei picchiatori; e infine che il mondo sarebbe un luogo migliore e più piacevole se noi tutti smettessimo di articolare razza, genere e pratica sessuale e ci trasformassimo semplicemente in tante coppie bianche eterosessuali che non vanno in giro a scherzare con i cambiamenti di ruolo o le inversioni di identità. Questi messaggi reazionari corrispondono a tutti i messaggi conservatori in tema di differenza proposti in La guardia del corpo.

      Non a caso, le somiglianze tra i due film sfuggono a quei critici che vanno in estasi per La moglie del soldato e che invece demoliscono o ignorano La guardia del corpo. Eppure, per certi versi, sembra logico che sotto il patriarcato capitalista suprematista bianco La guardia del corpo sia stato bocciato dalla critica. Infatti, nonostante l'intreccio convenzionale, la sua rappresentazione della negritudine in generale e della femminilità nera in particolare è di gran lunga più radicale di qualsiasi immagine di La moglie del soldato. La convenzionale collocazione hollywoodiana delle nere in ruoli servili è capovolta. Di fatto, Rachel Marron è benestante e Frank Farmer viene assunto per servirla. Per quanto utopica, questa inversione mette in discussione gli stereotipi dominanti in tema di razza, classe e gerarchie di genere. Quando Frank Farmer decide di fare tutto il possibile per proteggere la vita di Marron (negli Stati Uniti, quanti sono i film in cui la vita di una nera è considerata preziosa, degna di protezione?), la porta a casa del proprio padre, che la avvolge nelle sue cure patriarcali. Di nuovo, questa rappresentazione è una rottura radicale rispetto agli stereotipi razzisti vigenti. Non può trattarsi di mera coincidenza se un film che attraverso la sua rappresentazione della femminilità nera rompe in modo significativo le norme razziste e sessiste viene liquidato dai critici, mentre un altro film che reinscrive immagini razziste e sessiste viene osannato da tutti. Pur lasciando tradizionalmente intendere che i rapporti interrazziali sono destinati a finir male, La guardia del corpo resta un film che interviene in modi concreti e significativi nel campo della razza e della rappresentazione.

      I molti che sono andati a vedere La Guardia del corpo, in alcuni casi rivedendolo parecchie volte, non possono semplicemente pensare che tutti coloro che lo hanno recensito non fossero consapevoli di questa sua capacità. Poiché la vita dei neri e la femminilità nera non sono tenute in alcuna considerazione, è probabile che i critici abbiano semplicemente pensato che i momenti di radicalità presenti nel film andavano ignorati per segnalare che Hollywood può cambiare - che gli individui possono realizzare interventi importanti. Il megasuccesso economico di La guardia del corpo ha messo l'accento sul fatto che produttori, registi e divi possono usare il loro potere per produrre cambiamenti significativi nell'area della rappresentazione, anche se, come nel caso di Costner, non riconoscono il valore di tali cambiamenti.

      Nonostante i difetti, La moglie del soldato e La guardia del corpo sono opere coraggiose, che dicono molto su razza e genere, differenza e identità. Purtroppo, entrambi i film risolvono la tensione della differenza, dei mutamenti di ruolo e di identità, riconfermando lo status quo. Entrambi indicano che l'alterità può essere il luogo dove i bianchi - in entrambi i casi, i maschi - se la vedono con la loro identità in crisi, con il loro desiderio di trascendenza. In tal modo perpetuano l'imperialismo e il colonialismo culturale dei bianchi. Pur avvincenti nei momenti in cui celebrano la possibilità di accettare la differenza, imparando e crescendo attraverso mutamenti di posizione, prospettiva e identità, questi film, in definitiva, seducono e tradiscono.

 

Fonte: bell hooks, Elogio del margine, Razza, sesso e mercato culturale, Traduzione e introduzione di Maria Nadotti, Feltrinelli, 1998, Cap. 10 pag. 139-151

bell hooks  (volutamente minuscolo)

afroamericana, nata a Hopkinsville, Kentucky, nei primi anni cinquanta, è oggi una delle figure di spicco del femminismo e del pensiero radicale statunitensi. Distinguished Professor di Inglese presso il City College di New York, è autrice di numerosi saggi di teoria e critica culturale, perché, come ama dire "La tematica che oggi richiede il massimo della nostra attenzione è quella della rappresentazione". Sessismo e razzismo, i due sistemi che convogliano l'odio contro l'alterità incarnata da donne e non-bianchi, hanno infatti un loro subdolo terreno di applicazione a tutto campo proprio nelle cosiddette - più o meno commerciali - produzioni culturali: cinema, letteratura, musica popolare, cronache giornalistiche, moda, pubblicità, televisione. Il saggio "Elogio del margine" (1998), da cui è tratto il capitolo n.10, raccoglie alcuni interventi della filosofa che vanno dal 1991 al 1994.

Pagina creata e curata da Maria Antonietta Pappalardo

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