CINEMA

  Mappa Cinema

chi

cosa

servizi

culture comparate

ritratti di donne

corsi di formazione

collaborazioni

progetti

links

news

Con Garbo. 

Un viaggio alla ricerca

 della Divina


di 

Maria Grazia Bevilacqua

 

 

Greta Garbo la Divina è la meno diva di tutte 

Greta Garbo è stata l'unica, vera leggenda della storia del cinema. La Divina è la meno diva di tutte. Non fu mai schiava dello star-system hollywoodiano. Detestava la pubblicità e la stampa, non concedeva autografi o interviste: le ultime sono del 1928 alla scrittrice Rilla Page Palmborg e del 1929 a Mordaunt Hall del New York Times. Fuggiva dai fotografi e dai fans di cui non apriva mai le lettere che le arrivavano a migliaia. Non sopportava le prove dei costumi di scena e non le importava niente degli abiti e della moda. Appena fuori dal set, si infilava i pantaloni, le giacche da uomo, camicia e cravatta, scarpe maschili dal tacco basso, creando così lei una moda, la moda-Garbo che influenzò tutte le donne della sua epoca. 

Era nata a Stoccolma nel 1905 e ha interpretato 28 film dal 1924 al 1941, anno in cui si ritirò per sempre dalle scene, a 36 anni, quando era al culmine della carriera e ancora bellissima.

L'hanno definita "il viso del secolo" e Mauritz Stiller, il regista svedese che la scoprì e fu il suo Pigmalione, le disse la prima volta che la incontrò e la mise davanti alla macchina da presa: "Il tuo è un viso che compare davanti a un obbiettivo una volta ogni cento anni". Nessun attore o attrice ha mai esercitato un tale magnetismo dallo schermo. Ogni suo film era un evento. E ancora oggi, vedendo alla televisione Mata Hari o Margherita Gauthier, La Regina Cristina o Ninotchka, ci accorgiamo di come la Garbo sia ancora moderna. Datati sono quasi tutti i suoi partners e le trame, ma mai lei. Grande attrice o donna dal fascino straordinario? "Grandi enigmi da Sfinge sui quali si sono affannati i critici, non solo di cinema, per decenni: Greta Garbo era una grande attrice o solo una presenza carismatica? E vi pare poco?" dice Alberto Arbasino.

Greta Garbo muore a 84 anni, il 15 aprile 1990, è domenica, il giorno di Pasqua. Al New York Medical Center, a Manhattan, il portavoce dell'ospedale non fornisce altri particolari. Così aveva raccomandato Greta, riservata anche nella morte. La notizia esplode nel mondo: programmi radio e televisivi vengono interrotti per annunciarla. Il giorno dopo le pagine dei quotidiani italiani e stranieri sono invasi dai servizi sulla Divina. Fellini la definisce "Fata severa" e "Fondatrice di un ordine religioso che si chiama Cinema".

Una bambina

 timida

Greta Lovisa Gustafsson era nata il 18 settembre 1905 a Stoccolma.

Era una bambina timida, le piaceva star sola e fantasticare "è molto più importante che giocare" diceva. "Un momento ero felice e l'attimo dopo molto depressa - confiderà in seguito - non ricordo di essere stata davvero bambina come molti miei altri coetanei. Ma il gioco preferito era fare teatro: recitare, organizzare spettacoli nella cucina di casa, truccarsi, mettersi addosso abiti vecchi o stracci e immaginare drammi e commedie".

A quattordici anni deve abbandonare la scuola perché il padre ha una grave malattia: alla fine di maggio del 1920, poco prima della morte, Greta lo accompagna in ospedale per un ricovero; devono attendere a lungo, in fila, in piedi; quando arrivano allo sportello un impiegato rivolge loro mille domande, vuole accertarsi che siano in grado di pagare. Anni dopo ad Hollywood Greta racconterà quell'esperienza al commediografo S.N. Bherman "Da quel momento decisi che dovevo guadagnare tanti soldi da non dover mai più essere sottoposta a una umiliazione simile".

Dopo la morte del padre va a lavorare in un negozio di barbiere e dopo qualche mese come commessa ai Grandi magazzini PUB di Stoccolma. Nell'estate del '22 incontrò il regista E. Petschler che era entrato nel reparto di modisteria per acquistare cappelli per il suo prossimo film. Greta gli chiese una parte e lui acconsentì; domandò alla direzione dei PUB un anticipo di ferie che le fu negato; decise di licenziarsi. Motivo: entrare nel cinema.

Interpreta per Bherman Peter il vagabondo, una pellicola scadente in cui fa la parte di una "bellezza al bagno". Poi supera una difficilissima selezione per studiare gratis tre anni all'Accademia Regia di Stoccolma. Dopo il primo semestre è scelta per un provino con Mauritz Stiller il più geniale e famoso regista svedese del momento. (Finlandese riparato in Svezia ventenne per renitenza alla leva, aveva diretto 40 film ed era noto in tutta Europa come innovatore della tecnica cinematografica - camera mobile, PP, immagini sovrapposte, iniziatore della commedia sofisticata - colto, egoista, ambizioso, omosessuale, narcisista, adorava la notorietà ed era un raffinato esteta). Sarà il maestro e il mentore, padre-manager-pigmalione. Greta ha 18anni, Stiller 40. Su suo suggerimento fa richiesta al Ministero degli Interni di cambiare il proprio cognome. Il 4 dicembre 1923 nasce Greta Garbo.

Marzo 1924, prima assoluta a Stoccolma di La Saga di Gosta Berlin dal romanzo di Selma Lagendorf, durata 4 ore; il pubblico lo apprezza, la critica lo demolisce; Stiller decide di farne una prima a Berlino dove raccoglie grande successo di critica e pubblico. A Berlino Greta è apprezzata da Pabst che si accinge a girare La via senza gioia e le offre una parte: il film diventerà uno dei classici da antologia del cinema e sarà il ponte per Greta verso Hollywood.

La stella che non

 voleva essere vamp

"Quando vedrete La Tentatrice perdonatemi. Tutto è sgradevole in questo film e per la seconda volta la mia parte è quella di una vamp, una donna seducente, distruttiva e senza scrupoli, un ruolo che detesto"

Scrive Greta agli amici in Svezia, in occasione del suo secondo film hollywoodiano del 1926.

Donna fatale dal passato torbido, destinata a catturare gli uomini e a distruggerli, questo è il clichè che la MGM aveva trovato per lei sin dai primi film. Greta contrattava, chiedeva di interpretare la parte di eroine positive, come Giovanna d'Arco, per esempio, ma il tycoon L. Mayer rispondeva sarcasticamente che le brave ragazze non interessano il pubblico. Dal 1927 al 1937 ha interpretato 20 film ed è sempre una seduttrice destinata a una fine tragica: spia russa, doppiogiochista e assassina in The Mysterious Lady (La donna misteriosa), aristocratica, viziata ammaliatrice che finisce per uccidersi in A Woman of Affairs (Destino), donna irresistible e moglie infedele in Wild Orchids (Orchidea selvaggia), The Kiss (Il Bacio), The Peinted Veil (Il velo dipinto). Prostituta in Anne Cristie ed etèra di lusso in Susan Lenox, her Fall and Rise (Cortigiana) e Camille (Margherita Gauthier). Finisce suicida in Anna Karenina, consumata dalla tisi in Margherita Gauthier, fucilata come pericolosa spia e traditrice in Mata Hari.

Sul set

"Se mi sento osservata - dice nell'intervista concessa a Rilla Page Palborg - mi sembra di essere una sciocca che fa le smorfie davanti all'obiettivo e viene distrutta ogni illusione, si rompe l'incantesimo della scena che sto vivendo" Aveva imparato con Stiller a tenere il set protetto, a difenderlo dal voyerismo e dall'invadenza: quando lei recitava Stiller allontanava tutti, tranne l'operatore e gli attori che dovevano partecipare alla scena e faceva recintare il set con una tenda scura. Queste misure di protezione saranno poi sempre pretese dalla Garbo una volta a Hollywood.

Solo le persone indispensabili alla scena erano ammesse nell'aria del set. I registi in genere preferivano lavorare davanti alla macchina da presa e non dietro, ma la Garbo esige che se ne stiano ben nascosti al di là della cinepresa. Non ammette nessuno sul set, nemmeno i grandi nomi o i grandi capi della produzione. Appena si accorge che qualche estraneo la guarda smette di recitare e si rifugia nel camerino. Un giorno Mayer porta sul set di Gran Hotel un importante giornalista della catena Hearst e si nascondono nella cabina del suono: la Garbo li vede, smette di lavorare ed abbandona il set; a Mayer che cerca di imbonirla replica: "Io non andrei a spiare quel giornalista, dietro le sue spalle, mentre sta scrivendo un articolo".

E così cresce la leggenda della Garbo enigmatica, sfinge, misteriosa sconosciuta, remota e imperscrutabile.

Jimmy, un whisky con ginger ale a parte. 

E non fare l'avaro, baby.

Il 6 ottobre 1927 al Winter Garden Theatre a New York il cinema che era stato muto per tanto tempo si mette a parlare. Il film che si proietta quella sera è Il cantante di jazz. C'è subito chi profetizza che il sonoro non durerà. Dopo l'avvento del sonoro la Garbo interpreta ancora sette film muti, perché il direttore della Metro non ama il sonoro. Greta Garbo intanto continua a studiare l'inglese, a migliorare il suo accento, ad arricchire il suo vocabolario. Anna Cristie del '29 sarà il suo primo film sonoro, da un dramma di O'Neill abbastanza pesante e verboso; si racconta che quando Greta/Anna entra nello squallido bar del porto, sorregge una sgangherata valigia, è stanca, si siede a un tavolino e pronuncia la storica frase …Jimmy, un whisky con ginger ale a parte. E non fare l'avaro, baby… tutti sul set trattengono il respiro, compresi elettricisti e macchinisti.

Racconta l'attrice 90nne Lina Lattanzi che è stata "la voce italiana" della Garbo "Mentre la doppiavo, con davanti a me, sul leggio, le battute che dovevo recitare, scrutavo quel viso meraviglioso ed era come se i sentimenti, le emozioni affiorassero alla superficie, erano espressioni in minime sfumature, come sottili vibrazioni sottopelle: in un incresparsi della fronte , in una fuggevole piega all'angolo della bocca. Quando una scena passa e ripassa sullo schermo per 10, 20 volte, come accade nel doppiaggio, qualche errore o incertezza nella recitazione, nell'espressione del viso, si scoprono sempre. Con la Garbo questo non accadeva mai…"

 … "Greta Garbo aveva una voce profonda, grave con qualcosa di lontano, di nostalgico, ed era questa intonazione che mi sforzavo di imitare. Era una voce morbida e velata, evocatrice. Una voce duttile, che lei sapeva modulare in molte tonalità, a cui sapeva dare accenti duri e aspri nelle scene in cui si incolleriva, così come diventava freddo e implacabile il suo sguardo. Quando rideva, ma era raro, la voce diventava di gola, come sfocata e si perdeva. Era impossibile imitare quella risata…"  

Nella Regina Cristina "un viso di neve e di solitudine"

La Divina

 secondo

 

Roland  Barthes

La Garbo appartiene ancora a quel momento del cinema in cui la sola cattura del viso umano provocava nelle folle il massimo turbamento, in cui ci si perdeva letteralmente in un'immagine umana come in un filtro, in cui il viso costituiva una specie di stato assoluto della carne che non si poteva raggiungere né abbandonare. Alcuni anni prima, il viso di Rodolfo Valentino provocava dei suicidi; quello della Garbo partecipa ancora del medesimo regno di amore cortese in cui la carne sviluppa mistici sentimenti di perdizione.

È senza dubbio un mirabile viso-oggetto; nella «Regina Cristina», che recentemente abbiamo rivisto a Parigi, il cerone ha lo spessore nevoso di una maschera; non è un viso dipinto, è un viso intonacato, difeso dalla superficie del colore e non dalle sue linee; in tutta questa neve, fragile e insieme compatta, solo gli occhi, neri come una polpa bizzarra, ma nient'affatto espressivi, sono due lividure un po' tremanti. Anche nell'estrema bellezza, questo viso non disegnato ma scolpito in una materia liscia e friabile, cioè perfetto ed effimero ad un tempo, raggiunge la faccia infarinata di Charlot, i suoi occhi di triste vegetale, il suo viso di totem.

Ora la tentazione della maschera totale (la maschera antica, per esempio) implica forse meno il tema del segreto (come è il caso delle mascherine italiane) che non quello di un archetipo del viso umano. La Garbo offriva una specie di idea platonica della creatura, e ciò appunto spiega come il suo viso sia quasi asessuato, senza per questo essere equivoco. È vero che il film (la regina Cristina è di volta in volta donna e giovane cavaliere) favorisce questa indistinzione; ma la Garbo non si impegna in nessun esercizio di travestimento; è sempre se stessa, sotto la corona o sotto i grandi feltri abbassati porta senza finzione lo stesso viso di neve e di solitudine. Il suo appellativo di Divina mirava indubbiamente a rendere, più che uno stato superlativo di bellezza, l'essenza della sua persona corporea, scesa da un cielo dove le cose sono formate e finite nella massima chiarezza. Lei stessa lo sapeva...

Tuttavia, in questo viso deificato, si disegna qualcosa di più pungente di una maschera: una specie di rapporto volontario e perciò umano tra la curva delle narici e l'arco delle sopracciglia, una funzione rara, individuale, fra due zone del volto; la maschera è solo una somma di linee, il viso invece è soprattutto richiamo tematico delle une alle altre. Il viso della Garbo rappresenta quel momento fragile in cui il cinema sta per estrarre una bellezza esistenziale da una bellezza essenziale, l'archetipo sta per inflettersi verso il fascino dei visi corruttibili, la chiarezza delle essenze carnali sta per far posto a una lirica della donna.

Come momento di transizione, il viso della Garbo concilia due età iconografiche, assicura il passaggio dallo spavento al fascino. Oggi, è noto, siamo all'altro polo di questa evoluzione: il viso di Audrey Hepburn, per esempio, è individualizzato non solo nella sua tematica particolare (donna-bambina, donna-gatta), ma anche dalla sua persona, da una specificazione quasi unica del viso, che non ha più nulla di essenziale ma è costituito da una complessità infinita delle funzioni morfologiche. Come linguaggio, la singolarità della Garbo era di ordine concettuale, quella di Audrey Hepburn è di ordine sostanziale. Il viso della Garbo è Idea, quello della Hepburn è Evento.

Fonte: Roland Barthes, Mythologies (1957)

 

   

TRE  MAGNIFICHE  ESPRESSIONI  DELLA  DIVINA

 "Anna Christie" Regia di Clarence Brown

"Come tu mi vuoi" Regia di George Fitzmaurice

 

"La modella" Regia di Clarence Brown  

 

Divina Lesbo

di
Antonella Lami

 

“La storia della mia vita è la storia di uscite secondarie e ascensori segreti e altri modi di seminare la gente che mi infastidisce perché mi ha riconosciuto”.

Sono parole di Greta Garbo , riportate dalla più recente biografia uscita in America (Garbo, a cura di Barry Paris) dedicata alla grande attrice svedese, che gettano luce sulla tenace e ostinata lotta che la Divina combatté, per oltre mezzo secolo, nel tentativo di sfuggire al suo stesso mito.

Ritiratasi al culmine della fama e del successo nel 1941, dopo aver girato il film “Non tradirmi con me” , la Garbo si stabilì a New York, dove passò gli “ultimi” cinquant’anni di vita (morì il 15 aprile 1990) a evitare, meglio che poteva, i riflettori e la curiosità dei suoi ammiratori.

Fin dal suo ritiro dalle scene, si scatenò un forte interesse intorno alla vita privata, solitaria e riservatissima della Garbo, che continua tuttora: in particolare, le voci sui suoi amori saffici con amiche e personaggi dello star system si sono intrecciate con le ricerche effettuate dai biografi e dai semplici fan della grande diva sui materiali personali, come lettere e diari, lasciati dalla Divina.

È proprio dal ritrovamento degli scritti intercorsi per quasi trent’anni tra la Garbo e la scrittrice spagnola Mercedes de Acosta, che è partita la regista svedese Lena Einhorn per realizzare un film-documentario, Loving Greta Garbo, che ricostruisce la burrascosa storia d’amore tra le due donne.

Il film, appena presentato al 13° Festival Internazionale di film con Tematiche Omosessuali, “Da Sodoma a Hollywood”, tenutosi a Torino dal 13 al 19 aprile, sarà proiettato anche al 15° Festival gay-lesbico che si svolge tra Milano (dal 30 maggio al 5 giugno, al cinema Pasquirolo) e Bologna (dal 5 al 9 giugno, cinema Lumière). La trama si basa sul corposo materiale biografico (55 lettere, 17 cartoline, 15 telegrammi che si sono scambiati la Garbo e la de Acosta dal ’31 al ’59) rimasto segreto fino all’anno scorso.

 

Tre acconciature di Greta Garbo


Nota in passato come “fidanzata” di altre mitiche dive, da Marlene Dietrich alla ballerina Isadora Duncan, la de Acosta era una fascinosa scrittrice spagnola che si vantava di “poter strappare qualsiasi donna al marito”.

Il film della Einhorn non si limita solo a fare chiarezza su una storia intricata, fatta di passione e amicizia, ma anche di folli gelosie e ambiguità (pare che la Acosta abbia anche pensato di ricattare la Garbo, che sapeva ossessionata dalla preoccupazione di difendere la propria vita privata, con le lettere che si erano scritte); la regista svedese si occupa anche dell’infanzia della Garbo, gli anni difficili trascorsi a Stoccolma, ripercorrendo le tappe più significative della luminosa carriera dell’attrice, dalla consacrazione dei successi hollywoodiani alla decisione del ritiro, con la scelta di eclissarsi e di vivere in solitudine, la sua parte più impegnativa, il film più lungo che abbia mai interpretato, sul quale ammiratori e semplici curiosi non cessano di interrogarsi.

 

Greta Garbo nel film "Mata Hari" di George Fitzmaurice  

Ma chi era 

Mata Hari?

 

 Ce lo dice Colette

 

E' alta, elegante, i capelli e gli occhi neri, coperta di gioielli, sia pure falsi. Margherita Gertrude Zelle, nata in Olanda il 7 agosto 1876, morta nel carcere di Vincennes il 15 ottobre 1917.

Ha una prima giovinezza agiata, con buoni studi (lo si verificherà al tempo dei suoi successi: è colta, parla oltre all'olandese, il francese, il tedesco e l'inglese; è sicura di sé); poi la morte della madre e il fallimento del padre che l'abbandona; a 18 anni è sola senza denaro né lavoro: si sposa con un ufficiale dell'esercito olandese che ha superato i 40 anni ed è in procinto di partire per Giava. Gertrude lo segue ma è l'inferno; ha due figli di cui uno muore mentre la bambina si salva. Dopo 6 anni rientrano in Olanda dove Gertrude presenta subito istanza di divorzio, la ottiene ma la bambina viene affidata al marito. Tutti i suoi sforzi per riaverla non approderanno a nulla. Di nuovo sola si trasferisce a Parigi dove guadagna qualcosa posando nuda come modella. 

La strada della prostituzione sembra aperta ma Gertrude non è una donna che si arrende: vitale, fantasiosa, intelligente, molto bella. Durante il sofferto soggiorno a Giava aveva studiato la civiltà indonesiana, in particolare la danza sacra e decide di reinventare se stessa: si fa ballerina sacra di danze indù che, rimasta orfana, è stata allevata nel tempio di Shiva. Ammette il matrimonio con un ufficiale olandese come unica concessione alla sua vita passata. Il suo nuovo nome è Mata Hari "L'occhio dell'aurora". Pagato il pedaggio di lunghi giri tra gli impresari teatrali, come è usuale che accada, riesce a portare le sue danze sui più importanti palcoscenici ed a raggiungere in breve il successo. Oltre a concepire il sacro come una grande enfatizzazione dell'eros, intrattiene rapporti con un numero stupefacente di veri o presunti amanti da cui non ha difficoltà ad ammettere che accetta i doni. 

Le piacciono molto i cavalli e si impegna in un allevamento di purosangue

Greta nelle vesti di Mata Hari

Il vero volto di Mata Hari

Grande curiosità e soprattutto grande indignazione susciterà una sua esibizione, nuda su un cavallo bianco, al garden party di Natalie Clifford Barney. Fa frequenti tournèe nelle principali capitali d'Europa, dove porta spettacoli studiati e programmati da lei. Lo scoppio della guerra la coglie a Berlino dove sta cercando di organizzare al Metropole un grande spettacolo e benché lei sia neutrale tutto diventa più difficile. Dalla Germania va ad abitare in Olanda, poi di nuovo a Parigi, la città che considera sua. Ed è proprio a Parigi dove matura o si vuol far maturare il suo "destino" finale di spia.

Nel '17, l'anno più duro della guerra, la smisurata vastità del massacro fa crollare l'esercito russo e anche in Francia si diffonde un disperato desiderio di rivolta. Le autorità lo chiamano "disfattismo". I processi per disfattismo alla corte marziale non si contano e le esecuzioni sommarie di disertori sono migliaia. Qualcosa che distragga l'opinione pubblica da tutto questo come, ad esempio, il processo a una donna bellissima, ricca, misteriosa, alla donna più celebre d'Europa, sola, può essere utile. I servizi segreti, come li conosciamo oggi, stanno nascendo, tra l'altro con molte polemiche sulla loro utilità. 

Sembra certo che Mata Hari, per l'amicizia con persone molto influenti da entrambe le parti in conflitto, sia stata variamente contattata. Ma non emergerà mai nessun fatto che giustifichi l'enfatizzazione scatenata intorno al suo caso. Viene arrestata il 12 febbraio; rinviata a giudizio il 24 luglio, il processo si svolge a porte chiuse, con gli atti rimasti segreti; si concluderà in soli due giorni con la condanna a morte, avvenuta il 15 ottobre '17. La sua ultima dichiarazione in attesa della sentenza "Vi prego di ricordare che non sono francese e che mi riservo il diritto di coltivare le relazioni che voglio. La guerra non è una ragione sufficiente per impedirmi di essere cosmopolita. Sono neutrale, ma le mie simpatie vanno alla Francia. Se questo non vi convince, fate ciò che volete"

 Fonte: Laura Mariani, En travesti. Sarah Bernardt, Colette e le altre Ed. Il Mulino 1996

continua con "I film di Greta Garbo" > 

Pagina creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata nell'ottobre 2006

                      

                                                     

 

L'Antro della Sibilla, Trav. Cuma I, 66  80070  Bacoli (Napoli)

ma.pappalardo@virgilio.it

© Copyright 2002 Tutti i diritti riservati