CINEMA E FILOSOFIA

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Leggere il mondo attraverso le immagini


Si è chiuso a Lipari "Il vento del cinema"

Incontro-happening:  esplorare il legame tra filosofia e schermo

Cristina Piccini

 

     Il set è Lipari, isole Eolie, luogo amato e frequentato dal cinema. Lì sono passati Rossellini, Antonioni, Moretti e ora Enrico Ghezzi ha scelto quello che è un po' il capoluogo dell'arcipelago per la prima edizione di Il vento del cinema - Il cinema visto, pensato, amato, scelto dai filosofi. 

     Cinema e filosofia, insomma, il cuore pulsante di una settimana in cui l'happening e l'improvvisazione quasi jazz sono stati la cifra prescelta -rispetto agli accademismi rischio facile in queste situazioni - con la quale esplorare i percorsi possibili intorno a una relazione ambigua eppure ininterrotta. Quanto poi a doppio senso è da vedere. Julio Bressane, magnifico sguardo del cinema novo brasiliano, si è commosso camminando sui luoghi di Stromboli. Il suo ultimo film, appena finito, si chiama I giorni di Nietzsche a Torino, è esplicitamente filosofico almeno nella scelta del soggetto. Ma poi cosa significa fino in fondo? Seguendo il collage dei titoli proposti nel corso della settimana, alcuni all'aperto nell'anfiteatro della cittadina, è chiaro che la scelta tendenziosissima si immerge in una filosofia che è dentro al cinema al di là del soggetto scelto. 

     Bressane (Sermoes - A historia de Antonio Vieira) e De Oliveira (Palavra e Utopia) hanno entrambi lavorato intorno alla figura di padre Antonio Vieira, nato in Portogallo nel 1608 e morto in Salvador nel 1697, perseguitato dalla Santa Inquisizione perché contro la politica coloniale. Sono due punti di vista diversi e per certi aspetti complementari, comunque non "storici" nel senso di un'informativa didattica o di superficie quanto piuttosto dentro al meccanismo stesso della Storia. 

     Così, ad esempio, Bèla Tarr rappresenta ordine e caos come parti inscindibili nella natura del mondo nel suo Werckmeister harmoniàk giocando sull'equilibrio nella musica di dissonanza e armonia come parti uguali. Lui però se gli chiedi di spiegare il senso filosofico del cinema ti risponde che non è possibile, che sono linguaggi diversi. Come Otar Ioseliani, che pure nei suoi film ha indagato la casualità e gli strati multipli dell'esistenza. Jean-Luc Godard compone una suite filosofica nel suo Eloge de l'amour (e più in generale in tutto il suo cinema) parlando di sentimento, nostalgia, vita, vecchiaia e morte, senso del tempo e dello spazio speculari a quanto vive in Aprés la reconciliation della sua compagna Anne Marie Mièville, un'indagine su come conciliare paura, saggezza e desiderio ma anche accettazione del disordine della realtà che sfugge alle nostre proiezioni. Sono tutti questi film testi aperti alle interpretazioni, alle suggestioni più intime, a un approccio singolarissimo nel quale ognuno può ricomporre (e scoprire) altre letture.

Jacques Derrida

Michelangelo Antonioni con la moglie

 

     La sera si chiacchiera fino a notte fonda di cinema, si appassionano i tanti studenti ospiti della manifestazione, intervengono puntuali a ogni discussione snobbando l'attrazione del mare blu. Il cinema è (anche, ancora?) questo, piacere di scoprire qualcosa, emozionalità, dimensioni intime, un collettivo caleidoscopico distillato per tracce più che per linee nette. Spinta a nuove conoscenze, immersione nelle diverse forme della realtà che si compie attraverso il mezzo stesso, nella riflessione che fa su di sé, sulle sue potenzialità, sulla natura fisica di ogni fotogramma. Sarà allora per questo che i filosofi amano il cinema. 

     In un'intervista (sui Cahiers du cinèma) Jacques Derrida, che è anche "oggetto" di cinema nell'intenso film di Saafa Fathy (D'ailleurs Derrida), più che un ritratto un viaggio insieme al filosofo nei suoi luoghi, dice che nella sua prima adolescenza il cinema è stato un elemento vitale: "buona parte della cultura sensuale ed erotica deriva come è noto dal cinema. E' al cinema che si viene a sapere cosa è un bacio prima ancora di impararlo nella vita...". E ancora: "nei confronti del cinema nutro una passione, una sorta di fascinazione ipnotica, potrei restare ore e ore in una sala anche per vedere cose mediocri...". Emanuele Severino, filosofo e cinefilo che ama Gli uccelli di Hitchcock e Tempi moderni di Chaplin - ogni filosofo intervenuto ha scelto qualche film "del cuore" - ci dice che nel cinema si ritrova un'antica ritualità, quella che un tempo attraverso la festa arcaica serviva a costruire l'immagine della vita quotidiana per sfuggire "al dolore e alla morte". 

     Il cinema è allora quasi parte della riflessione filosofica, i filosofi lo amano come hanno dimostrato in questi giorni i partecipanti all'evento, da Giorgio Agamben a Massimo Canevacci, Manlio Sgalambro, Umberto Curi, Massimo Donà e molti altri che hanno intrecciato le parole filosofiche alle immagine ritagliate sullo schermo. Mentre i monitor ci rendevano partecipi alle lezioni di Gilles Deleuze "filmate" da Marielle Burkhalter tra il 75 e l'87 a Vincennes e a St. Denis. Dentro e fuori la filosofia e il cinema, in un flusso che è intuizione e per questo ogni volta scoperta del mondo, un'avventura che è sempre a sorpresa.

Fonte: Il Manifesto, 6-6-2001  

 

Un "regista

 filosofico":

 

 

 Krzysztof Kieslowski

di Nicola D’Antonio

 

1. In generale, e la filmografia indicata da Cabrera(1) lo dimostra, ogni tipo di film può essere interpretato in chiave di concettimmagine. Alcuni registi si prestano però di più, perché esplicitamente si propongono il fine di mettere in relazione il particolare (l’esperienza umana) con l’universale (l’idea come forma del possibile).

Uno di questi è stato senza dubbio il polacco Kieslowski. La particolarità del suo cinema sta nel fatto che intenzionalmente egli si pone lo scopo di rappresentare la concreta esperienza umana in rapporto alla domanda fondamentale, potremmo filosoficamente dire che Kieslowski condivide il rapporto heideggeriano tra ontico ed ontologico, qui ed ora la domanda sul mio essere è la domanda sull’essere coincidono.

Se consideriamo la sua filmografia non possiamo che essere convinti di ciò.

Il Decalogo (10 piccoli film sui comandamenti) trattano il rapporto tra l’uomo e i valori in cui deve credere, mettendo in scena i comandamenti in un condominio della periferia di Varsavia in piena Polonia comunista, facendo intrecciare da un film all’altro storie ed esistenze diverse, ma non perdendo mai di vista lo scopo: agire in relazione a che cosa? Pensiamo, per esemplificare, al Primo ("Io sono il signore dio tuo") e al Quinto ("Non uccidere"), dove le azioni dei protagonisti sono segnate da un destino ineluttabile, di cui essi stessi vagamente hanno sentore.

La "Trilogia dei colori" è ancora più perfetta ed esplicita da questo punto di vista: i tre colori della bandiera francese, ma anche le tre parole d’ordine della rivoluzione (libertà, uguaglianza, fraternità). Tre esperienze diverse e possibili, calate in vissuti contemporanei, conosciuti, verificabili. Personaggi che agiscono condizionati dal contesto, rispetto al quale trovano esperienze diverse, divergenti, del tutto opposte, ma con le quali devono necessariamente confrontarsi. Quindi abbiamo tre rappresentazioni di esperienze umane in situazione distinte in tre film diversi, ma alla fine, in Film Rosso, l’ultimo della trilogia, scopriamo i sottili legami tra l’uno e l’altro e il senso filosofico generale, segnato dal caso, dall’infortunio, da un intervento casuale.

In tutti i suoi film lo sguardo di Kieslowski è rigoroso, potremmo definirlo cartesiano se questo non contrastasse con la sua posizione "patica" (ma Cartesio è proprio "apatico"?).

Il rigore consiste oltre che nella nettezza della rappresentazione, che paradossalmente contrasta con le situazioni problematiche dei protagonisti, nel fatto che egli rappresenta delle esperienze adeguandosi al loro svolgersi, non ci sono fratture o eventi straordinari, lo straordinario ha la forma del vivere quotidiano, fatto di avvenimenti che si sommano impercettibili fino a scoprire il loro cuore autentico e quindi straordinario. Diversamente da quanto potrebbe sembrare, lo spettatore alla fine è coinvolto emotivamente, si pone le stesse domande dei protagonisti e cerca insieme a loro una possibile risposta. Per questo il suo cinema è patico: mostra una situazione, ci coinvolge, ci spinge a domandare.

2. Che cosa rende la "Trilogia dei colori" efficace a rappresentare e sviluppare il concettimmagine, oltre a ciò che già è stato detto?

a. La chiara identificazione di ogni singolo film con un problema filosofico (nel senso "patico"): fino a che punto siamo veramente liberi (Film Blu, 1993); come può l’identità coniugarsi con l’uguaglianza (Film Bianco, 1993); che cosa può voler dire donare se stessi agli altri (Film Rosso, 1994)?

b. I personaggi sono strettamente legati a situazioni, anche geografiche, specifiche, sono cioè situazioni riconoscibili, plausibili. In quel contesto un essere umano può veramente muoversi in quel modo e decidere in quel senso.

c. La chiave di rappresentazione è personale-individuale, è il singolo che prende le decisioni, ma vi è sempre un alter ego dialettico che le condiziona; si agisce, cioè, sempre in situazioni comunicative.

d. L’elemento filosofico universale sta nel fatto che i protagonisti agiscono sempre in relazione a valori più generali, rispetto ai quali decidono una possibilità piuttosto che un’altra. Agiscono autonomamente, ma in realtà avvertono il senso assoluto della loro azione, quindi il margine ristretto della loro scelta autonoma: ci sono sempre gli altri, il destino, il caso, la scelta fortuita.

e. Riferimenti filosofici possibili: Marx (Manoscritti del ’44), Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger.

 

Nota

1. E’ qui presentata schematicamente un’ipotesi di applicazione didattica del concettimmagine di Cabrera [Da Aristotele a Spielberg, B. Mondatori, 2000] alla "Trilogia dei colori" del regista polacco Kieslowski.
Il lavoro è nella prima fase di elaborazione; saranno gradite osservazioni, critiche ed ogni eventuale spunto o condivisione di esperienze didattiche da parte dei lettori. 

Indirizzo e-mail: nicodanto@hotmail.com.

 Krzysztof Kieslowski, Trilogia dei colori: "BLU"

Krzysztof Kieslowski, Trilogia dei colori "ROSSO"

Krzysztof Kieslowski, Trilogia dei colori "BIANCO"

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