L' A N T R O  D E L L A  S I B I L L A

 

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Maria Antonietta Pappalardo

coordinatrice del Laboratorio Interculturale

 

    Salve, amici ed amiche, 

     mi chiamo Maria Antonietta, un nome lungo come quelli detestati da Troisi, avuto in sorte da una incolpevole nonna e da un padre tradizionalista, al quale alla fine mi sono affezionata. Non mi sono mai riconciliata, invece, con il mio cognome: Pappalardo; a causa del quale mi sono ritrovata a combattere con la bilancia fin dall'età di 14 anni pur pesando (allora!) solo cinquantaquattro chili.

     Per chi è interessato alle mie esperienze culturali, professionali e politiche, qui di seguito ho stilato un analitico (fin troppo) e aggiornato curriculum. Ma, poiché L'ANTRO DELLA SIBILLA vuole essere un Laboratorio di intercultura segnato dalla differenza di genere, vi narro il mio impatto con le culture "altre" sperimentato nei primi anni '60, che ha costituito una sorta di letto fluviale su cui si sono sedimentati  tutti i miei successivi incontri con gli stranieri e le straniere.

     Possiedo radici vaghe e culture multiple perché da quando sono nata  mi hanno spostata o mi sono spostata da un luogo all'altro. Da piccola ne soffrivo. Oggi ne sono felice, perché le radici forti alimentano una gabbia di soffocanti predestinazioni. Il marchio ricevuto alla nascita non fu propriamente esaltante. Mia madre non ricorda nulla del parto; ricorda solo la reazione di mio padre, il quale alla lieta novella esclamò: " 'Nata femmena!? E so' tre!", che, tradotto in un fiorentino-italiano davvero spoetizzante, vuol dire "Un'altra bambina!? E siamo arrivati a ben tre bocche di donna da sfamare!". Era il marchio della cultura patriarcale, che, attraversando indomita guerre e carestie anni '40, dovette arrendersi dinanzi alla potenza dei cromosomi femminili (dopo di me sarebbero nate altre due femmene) e quindi alla sciagurata mancanza dell'erede maschio. Erede di cosa mi è rimasto misterioso, visto che i miei genitori non hanno mai posseduto né case né terreni né conti in banca.

"La storia è uno specchio del passato e una lezione per il presente"    Proverbio persiano

     

     Figlia di un direttore del dazio autodidatta e di una sarta che voleva fare l'attrice, trascorsi l'infanzia e l'adolescenza in una dozzina di paesi del mezzogiorno da Solofra a Gesualdo, da Pomigliano d'Arco a Partinico, da Eboli a Montesarchio, fermandomi (inquietudine di mio padre permettendo)  a 18 anni per poter frequentare l'università. Ma l'università scelta non rimandava alla stasi, bensì ancora al viaggio (alla fuga?) o almeno al sogno di poter attraversare culture diverse da quelle occidentali appena assaggiate nei romanzi di Steinbeck,  Malraux, Dostovjeskij, Salgari e l'amata Pearl Buck.

     Parlo dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli, dove, già nel '700, insegnavano il cinese. Io mi sono accontentata dello studio del persiano e dell'arabo (che oggi, proprio quando potevano servirmi, ho dimenticato) e di una biennale risciacquata d'inglese (che mi ha dato in seguito il pane quotidiano).(1) 

 

Medina

Una miniatura persiana

   

      Perché scelsi le lingue del Medio Oriente? Perché lingue e letterature del mondo islamico? Sono domande a cui ancora oggi non so rispondere. Forse volevo allontanarmi da un'Europa aristocratica, colonialista, bigotta, che predicava diritti universali e ingurgitava razzismi giornalieri. Forse cercavo altre idee del sacro, altri ritratti di donna (tipo Sherazade delle Mille e una notte) distanti dall'insanabile contraddizione della vergine madre

 

La religione cattolica mi aveva resa una bambina cupa, profondamente infelice, che non mi somigliava. Tutte le cose che mi rendevano viva erano peccato, veniale o mortale: ridere a crepapelle con le mie sorelle, sfidare mio padre, ballare scoprendo gambe e mutandine, fare scorribande estive con i miei amici fino a tarda sera, comunicare le emozioni del mio corpo a mia madre, leggere libri messi all'indice,  ironizzare sulle sentenze degli adulti e dei professori, svelare agli estranei i segreti di famiglia che a me sembravano le uniche cose di cui andar orgogliosi, gridare parolacce e maledizioni quando la rabbia repressa esplodeva come lava che desertifica radici, cultura e tradizioni. Nello sforzo di rinunciare lentamente mi spegnevo. 

Cominciai a liberarmi "dalla" religione cattolica (o almeno "dai" suoi riti  sado-masochistico-sessisti) a sedici anni, grazie ad un prete di Eboli che voleva farmi confessare cose che non avevo ancora fatto ma soprattutto grazie ai discorsi e ai libri presi in prestito da Mario Aldo Toscano, un compagno di liceo davvero speciale, amico amato, amore amico. 

 

     Non trovai le risposte che cercavo nelle culture del Medio Oriente, nonostante la mia ammirazione per la tensione unitaria della religione bahà'i. Le risposte le avrei trovate decenni dopo, negli anni '90, rielaborando il mio stare al mondo insieme a Marjia Gimbutas, Michel Foucault, Luce Irigaray,  Chinua Achabe, Riane Esler, Jacques Derrida, Adriana Cavarero, bell hooks e Maria Zambrano. 

La scoperta, però, nei primi anni '60 di altre culture, altri racconti di storia, altre divinità, trasformò il mio sguardo sul mondo da assoluto a relativo. Non eravamo la Verità, noi europei, noi cristiani, noi cultura greco-romana. Eravamo una minoranza nel mondo. Se il potere era solo nostro, era un potere d'élite, privo di democrazia. Se il regno dei cieli era solo cattolico, era un regno dis-umano, nel senso che escludeva la maggioranza degli uomini, delle donne e dei bambini del pianeta. La scoperta della relatività della verità, della relatività della storia, della relatività dello stesso concetto di religione o cultura o nazione è stata per me la via maestra verso la libertà. Scoprivo, cioè, che libertà era innamorarsi senza rimorso delle "piccole verità" che ogni cultura contiene e che qualsiasi relazione può contenere.

 

"O voi che avete discernimento! In verità le parole discese dal Regno della Volontà di Dio sono per il mondo la sorgente della volontà dell'unità e dell'armonia. Non guardate alle differenze di razza; tutti siamo benvenuti nella luce dell'unità. Siate causa di consolazione e di progresso per l'umanità. Questo pugno di polvere, il mondo, è un'unica dimora per tutti; lasciate che vi regni l'unità. Abbandonate l'orgoglio, perché essa è causa di discordia; seguite ciò che porta all'armonia."       Bahà'u'llàh (2)

Copio queste parole di Baahà'u'llaàh dalla mia tesi di laurea "La religione Bahà'ì", una religione che ho sentito abbastanza vicina alla mia idea di Dio in quanto predica l'unità delle razze e chiama manifestazioni divine i rivelatori di tutte le grandi religioni, da Krishna a Buddha, da Zoroastro a Maometto, da Abramo a Confucio, da Mosè a Gesù, fino a Bahà'u'llàh.

 

Una delle opere del mio professore di persiano

 Alessandro Bausani

     

 

     Nella facoltà di persiano in tutto eravamo sei studenti  e il prof. Kiani (di madrelingua, si direbbe oggi) ci coccolava proprio come una madre (venne finanche al mio matrimonio), mentre il ruolo del padre geniale e temuto era ricoperto dall'ordinario di lingua e letteratura persiana, il leggendario (già allora) Alessandro Bausani. 

Alto, baffuto, ironico, irrequieto, chiacchierone in quattordici lingue, chiamato a tenere conferenze sull'islam in tutte le regioni del mondo, il prof. Bausani ricambiava poco il nostro amore. Da padre verace, si annoiava  con noi piccoli ignorantelli: amava l'altrove, l'imprevedibile, la sfida, ovviamente la ricerca. Si era convertito alla religione Bahà'ì, ma non parlava di questa sua esperienza, neppure con me che preparavo la tesi su questo argomento. Possedeva "buon senso" nell'accezione di Howard Gardner, come "capacità cognitiva, di livello superiore, di occuparsi di problemi in modo intuitivo, rapido e forse imprevedibilmente esatto". Per esempio, la sua risposta, nel 1962, ad una mia domanda sul conflitto tra palestinesi e israeliani suona oggi come una premonizione: "Si arriverà ad una soluzione? Ma non c'è una soluzione a questo tragico errore umano e politico. Io morirò tra una trentina d'anni, e la questione sarà ancora viva". Il prof. Bausani ci ha lasciati nel 1989 e nel dicembre 2001 siamo alla seconda - viva, mortifera, necessaria- intifada da quasi un anno.

    Tuffata nelle dorate e cavalcanti dinastie dei Medi, Achemenidi, Parti, Sasanidi, Safawadi, Abbasidi, Qajar, su su fino ai Pahlavi, riemergevo senza fiato al richiamo dell'armonioso Hafez e deviavo subito verso le quartine del passionale Omar Khayyam. Un mondo sconosciuto calava il suo ponte mobile nel mio cuore, eroico come quello romano dentro  la pagina agiografica degli storici, eppure carnale dentro il ritmo di una lingua enfatica che cantava con Saadi i sapori rubati ad una terra eternamente assetata di acqua e di sacro.(3)

 

 

 

 Shiraz, la tomba del poeta Saadi

Teheran, il bazar

    

      Questo fu il mio primo approccio  con il Medio Oriente, una sorta di "tappeto volante" che sor-volava paesi, generazioni e classi sociali e imponeva la stessa distanza sia dal dolore di Dario III per la distruzione di Persepoli, capitale del regno a primavera, che dal dolore delle madri sopravvissute alla furia del Macedone e rapinate in un sol colpo di figli, case, beni, città, dignità. 

Solo nel 1963, poco prima di laurearmi, andando in Iran con una borsa di studio insieme ad altri 24 studenti di varie università italiane, afferrai la differenza tra "l'immagine dell'altro" e "l' incontro con l'altro".

  Rimanemmo in Iran un mese. Nella prima settimana ci lasciammo abbagliare dal rosso dei tappeti mashhad in alberghi lussuosi, dal verde degli smeraldi egiziani  incastonati nel trono dello scià, dal tintinnio del cristallo con cui brindavamo alla tavola dell'ambasciatore italiano e dagli sfavillii  prismatici che intere pareti di specchi emanavano al nostro passaggio. Forniti tutti della media curriculare superiore a ventisette, noi studenti eravamo accolti come la giovane intellighenzia italiana: accompagnati, adulati, intervistati da giornali e TV. "Tutti laureandi? Avete visitato la nostra università? Vi sembra all'altezza delle vostre?"; oppure: "Cosa vi ha detto lo scià nell'accogliervi? E voi? Ma davvero gli avete parlato in persiano?"; e spesso, con nostra grande sorpresa visto che al governo il piccolo (in tutti i sensi) Fanfani era stato sostituito dal minuscolo (in tutti i sensi) Leone: "Italiani? Noi adoriamo l'Italia: la sua storia, i suoi fiumi, le sue fontane. La chiamiamo 'il giardino d'Europa'." 

Per meglio dire: eravamo controllati, vagamente temuti, recintati nel ruolo di turisti di riguardo, ai quali bisognava rinforzare l'immagine folcloristica di un paese industriale opulento, ben organizzato, politicamente unito, amico dell'Occidente ed in particolare amico dell'Italia, "sorella di antichi splendori" (secondo le parole dello stesso scià).(4) 

     Proprio questo capimmo, allorché, stanchi di specchi, diamanti e dichiarazioni ufficiali, chiedemmo ad Amir, l'autista del pullman dagli occhi di velluto marrone, di accompagnarci durante le ore libere nei luoghi "veri" della città. Nei pomeriggi, a piccoli gruppi, camminavamo instancabili nei quartieri popolari a sud di Teheran, chiacchierando nel nostro stentato persiano con chi lavorava agli angoli dei vicoli, con le donne che - allora molto varie nell'abbigliamento, chi con il chador e chi senza, chi con vesti tradizionali e chi europee - percepivamo più propense a raccontarsi e talvolta con i ragazzi che sotto portoni scrostati e maleodoranti fissavano attoniti le nostre minigonne e, ingoiando la saliva, domandavano: "Svedesi?". 

 

 

 

 

Teheran, Nov. 1963, Sono all'Ambasciata italiana

Teheran, nov. 1963 Sono in un vicolo della periferia della città con il barbiere di strada

     

     Conoscemmo  finanche Teheran by night. Amir ci depositava davanti a locali tradizionali, economici ma dignitosi e tornava a casa, raccomandandoci con voce apprensiva di prendere al ritorno il taxi, che, al contrario dell'Italia, costava pochissimi ryal. La mattina del settimo giorno salì alla guida un nuovo autista. Disse che non sapeva dov'era Amir, ma, quando gli chiedemmo di condurci in luoghi fuori programma, rispose: "No, mi dispiace. Non posso neppure indicarveli, mi licenzierebbero come hanno fatto con Amir"

    Lasciammo Teheran dopo due giorni per andare prima sul Mar Caspio, dove mi rifiutai di provare il caviale di Beluga preso con un taglio cesareo alle storione appena pregne, e poi verso sud, oltre le dune rossonerastre del deserto Dasht-e-kavir. Molto più belle di Teheran erano Persepoli insepolta, Isfahan dai minareti oscillanti, Shiraz capitale della poesia, Abadan frenetica e triste con le sue enormi piattaforme petrolifere. 

Eppure sono le facce di Teheran quelle che mi sono rimaste negli occhi: innanzi tutti Amir dai begli occhi generosi, ma anche Leyla dalle magiche mani, una studentessa universitaria che mi parlò della poetessa allora vivente Farough Farrokhzad e mi fece promettere che dopo la laurea sarei andata ad insegnare italiano a Teheran; e Mahmud "il cocciuto", che mi accompagnò tre volte al bazar dallo stesso mercante per convincerlo a darmi un braccialetto d'argento per mia sorella Clara a metà prezzo; e mamma Malike, che in una stradina semibuia captò i miei occhi terrorizzati dall'assedio di un gruppo di adolescenti  dalle dita in calore e sull'uscio della sua casa-stanza mi invitò con un gesto a tavola, dove la paura si tramutò in allegria e mangiai il più saporito kebab(5) innaffiato di tè che sia mai  esistito in tutta l'Iran.

 

Io so che ora un bambino sta piangendo,

pieno di tristezza per l'abbandono della madre;

ma, colpita al cuore e disperata, 

io sono sul sentiero del mio desiderio.

Il mio amico e il mio amore sono la poesia

ed io vado a trovarla.

Farough Farrokhzad, poetessa iraniana

dal poema "La casa abbandonata"(6)

La traduzione dal persiano è mia

  

 

 Il viaggio in Iran scavò dentro di me una certezza e un dubbio, che poi hanno accompagnato tutte le scelte della mia vita. 

     La certezza è questa: la scelta primaria di ogni uomo e di ogni donna è politica e va al di là delle culture, delle etnie, delle religioni, in parte degli stessi partiti, talvolta al di là della classe sociale di appartenenza. Non al di là del sesso, che non è assimilabile (e chi lo assimila è in malafede) a queste categorie sovrastrutturali. La scelta primaria è: da che parte stai. Dalla parte di chi ha o di chi non ha? Dalla parte dei colonialisti o dei colonizzati?  Dalla parte di chi scrive la storia, il vincitore di turno, o dalla parte di chi non ha voce pur avendo fatto ugualmente la storia? Nei contesti specifici della scelta: sei dalla parte dei bianchi o dei neri, degli uomini o delle donne, degli adulti o dei bambini, degli  umani o degli animali? Dalla parte di chi lotta per conservare  o di chi lotta per rendere meno ingiusta l'ingiustizia? Dalla parte di chi può lottare o di chi è stato deprivato degli strumenti di lotta? Durante il mese di permanenza in Iran il gruppo dei 25 studenti non si divise in base a visioni razziste ma in base a questa scelta primaria, che è molto più di un sistema di convinzioni.  Si struttura giorno dopo giorno fino a somigliare a qualcosa di fisico, pur nascendo dalla mente: è una metapupilla che ingrandisce  quello che vuoi ingrandire e rimpicciolisce, fino ad annullarlo dal proprio orizzonte, quello che non vuoi vedere.  

      Il dubbio, che in parte deriva dalla precedente certezza, è invece questo: esistono davvero le culture? Esiste davvero una cultura europea, una cultura italiana, una cultura mediorientale, una cultura persiana? O piuttosto, essendo ogni singola cultura una mescolanza incessante di elementi culturali provenienti da tante etnie e da tante classi sociali appartenenti a quelle etnie, chiamiamo cultura un insieme di  elementi specifici che il potere di turno fa emergere dal miscuglio, valorizza secondo canoni precostituiti, rafforza attraverso la lingua, le leggi, i miti e i riti, tramanda nell'educazione attraverso selezioni spietate di documenti storici,  letterari, artistici, scientifici, tecnologici ed infine li esporta all'estero in sintesi folkloristica? Viaggiando in lungo e in largo per l'Iran, osservammo, proprio come ci accadeva in Italia mutatis mutandis, che i persiani di origine  curda, sparsi sulle alture confinanti con l'Iraq e la Turchia, non avevano niente in comune  - né miti storici, né feste religiose, né lingua, né economia, né vita quotidiana - con i ricchi abitanti di Shiraz, ma neppure con i proletari delle periferie di Teheran, e men che mai con i pescatori  del Mar Caspio o con i persiani di cultura nomade che si spostavano lungo gli assi dei grandi deserti iraniani.

 

 

 

Bambina persiana di cultura curda

Bambini persiani di cultura nomade

Bambina persiana di cultura turca

     

 

     A quali popolazioni e a quali classi sociali si riferiva, quindi, lo scià Reza Pahlavi quando con noi parlava del popolo persiano e dei suoi bisogni? Si riferiva ad un popolo-sintesi di tutte le culture e le classi? No, non esiste un popolo-sintesi se non come macchietta (tipo "italiani spaghetti e mandolino"). Si riferiva piuttosto all'élite di un paio di gruppi etnici che contavano nel 1963 e sui quali egli contava per portare avanti i suoi piani. Proprio come facevano nello stesso anno, magari preferendo la dizione "classi sociali" a "élites etniche", Karamanlis in Grecia, Ben Bella in Algeria, Erhard in Germania, Belaunde Terry in Perù, Ikeda in Giappone e il nostro Giovanni Leone in Italia. Proprio come fa oggi il governo Berlusconi, il cui primo pensiero è stato il varo della legge che detassa chi eredita grandi patrimoni, e il governo Bush junior che butta all'aria l'accordo di Kyoto per compiacere le grandi industrie inquinanti.

 

     Portare a casa questa certezza e questo dubbio ha significato, nei decenni che sono seguiti, incontrare "l'altro da me" tenendo presente:

a. che "l'altro da me sono io stessa", dal momento che sono insieme portatrice della cultura italiana ufficiale e della cultura "altra", quella non ufficiale (oltre che della cultura femminile); proprio come in Iran ero la turista ortodossa durante gli incontri programmati dall'alto e la turista apostata durante gli incontri programmati dal mio desiderio. Questo vuol dire che anche lo straniero ha almeno due identità: quella collettiva, ufficiale, più o meno folcloristica, e quella individuale, e che spesso le due identità sono in lotta.

 

b. che "l'altro da me per antonomasia è l'uomo" e ci convivo fin dalla nascita. Non ho bisogno di incontrare lo straniero per scoprire un'altra visione del mondo. L'altro da me è il padre, il fratello, il professore, il marito, l'amante, l'amico, il nemico, lo stupratore,  l'astronauta, il soldato, il casalingo, il figlio. In qualunque veste "l'uomo è altro da me" come "io donna sono altro da lui", a prescindere dal paese/dai paesi in cui casualmente lui ed io siamo nati. Questo sentimento della differenza sessuale (che con la consapevolezza e la relazione tra donne diventa azione politica) è presente in tutte le donne del pianeta e offre un terreno di comunanza straordinario.

 

c. che il razzismo, pur essendo presente in tutto il mondo, come costruzione ideologica è "un affare occidentale", o meglio "un affare europeo". Nasce in Europa e prende slancio nell'ottocento, perché risolve la contraddizione tra i valori egualitari affermatisi con la Rivoluzione francese e lo sfruttamento/dominazione imposti dall'industrializzazione e dal colonialismo. Oggi il razzismo riprende piede, perché l'economia globalizzata ripropone scenari uguali e diversi secondo la coppia binaria superiorità/inferiorità e dominazione/ sfruttamento. E' davvero triste vedere gli italiani, massimi esperti in emigrazione, abbandonare le denominazioni di "esuli", di "rifugiati" per definire lo status degli stranieri poveri e coniare i nomi del nuovo razzismo socio-culturale  - i "vu' cumprà", gli "immigrati", gli "extracomunitari", i "clandestini" -, collocando in cima all'elenco dell'odio di volta in volta gli islamici, i negri, gli zingari, i bosniaci, gli albanesi, i marocchini. Con l'apocalittica strage delle Twin Towers di New York, il ciclo avvia la sua seconda corsa rimettendo in cima "gli islamici", con grande gioia dei due cattolici più pietosi d'Italia, il cardinal Ruini e Baget Bozzo.

 

d. che gli stranieri e noi per gli stranieri non sono/siamo tutti uguali, perché la storia non è acqua. La pretesa "uguaglianza" è, ancora una volta, una mistificazione della sinistra amante degli idilli purché rimangano teorici. Gli incontri tra un italiano e una/un giapponese e l'incontro tra un italiano e una/un somalo avvengono su basi  completamente diverse. La storia è scritta sul corpo più che nei libri. Come la storia ha concorso alla formazione dell'identità della donna (sesso+storia= identità di genere) fino a rendere arduo oggi disgiungere gli attributi femminili assegnati dalla natura dagli attributi assegnati dal patriarcato, così la storia ha determinato la diversità identitaria dei popoli colonizzati (come i somali), la diversità dei popoli colonizzatori (come l'Italia) e la diversità dei popoli che hanno conosciuto l'insensatezza della guerra ma non il cancro del colonialismo (come i giapponesi).

 

  Questo per me vuol dire:

che nessun membro - uomo o donna - dei popoli colonizzati è completamente libero dalla masochistica educazione all'invidia (e quindi all'odio represso o agito) verso i popoli colonizzatori ricevuta nel passato e con forme diverse in epoca postcoloniale;

  che nessun membro - uomo o donna - dei popoli colonizzatori è completamente libero dalla sadica educazione  al disprezzo verso i popoli colonizzati ricevuta nei secoli passati e con forme diverse in epoca postcoloniale.

 

     Ecco, se partiamo da questo grado di chiarezza storica e ci allontaniamo in Italia (come in Europa) sia dalle paure delle destre ("Ci stanno assediando!", "Dio, la cultura italiana mi perde la verginità"), che dalle arretratezze delle sinistre ("Sono uguali a noi... ma non c'è altra soluzione che integrarli", "Sono uguali a noi...ma guai a farli uscire dal 'conveniente' cerchio dell'assistenza"), forse cominciamo a relazionarci come culture complesse e come individui poliedrici. 

E' ora che "noi" italiani (e noi tutti cosiddetti "occidentali") cominciamo ad ascoltare,  a studiare e a far emergere i "loro racconti" della storia, dell'agricoltura, della scienza, della medicina, della letteratura, della comunicazione, dell'espressione artistica; del femminismo. Ci siamo formati per secoli e secoli sui "nostri" racconti, sul nostro punto di vista. E' ora che "decolonizziamo la nostra mente" mettendo in comparazione il punto di vista dell' "(ex?)colonizzatore" con quello dell' "(ex?)colonizzato" per tentare di accedere a forme di verità storico-discorsive e a forme politiche di reale democrazia.

 

     In sintesi, dobbiamo tutti, uomini e donne di tutte le latitudini, iniziare il cammino lento della liberazione reciproca dal paradigma superiorità-dominio-assistenza/ invidia-odio-gratitudine

Per i tre quarti delle popolazioni del pianeta ci deve essere una terza via rispetto al ghetto o alla fuga di cui lo zairese Sony Labou Tansi parla nei suoi romanzi sul mal di vivere in epoca postcoloniale. 

Il Laboratorio interculturale L'Antro della Sibilla nasce come strumento di ricerca 

di questa terza via. Se vuoi cercare insieme a noi, sei il benvenuto, sei la benvenuta.

 

"L'abbiamo resa tanto folle questa terra, che non possiamo neanche più pensare di trovare un colpevole, una ragione storica, una comprensione culturale. L'unica cosa è la fuga. Fuggire all'interno della foresta, o in America, è la stessa cosa. Basta non vedere e non essere costretti a ricordare".

Sony Labou Tansi, scrittore zairese(7)

da "La vita e mezza" 1990

 

 

 

1 Nel 1960, quando mi iscrissi all'Orientale, si sceglieva: una lingua quadriennale (e scelsi il persiano), una lingua triennale (l'arabo), e una lingua biennale europea (e scelsi l'inglese).      

2 La religione Bahà'i ebbe origine in Iran nel 1844, quando il Bab annunziò che sarebbe venuto un altro insegnante divino, Bahà'u'llàh. Nato nel 1817 e morto nel 1892, Bahà'u'llàh ha scritto otto volumi di testi mistici e per tutta la sua vita subì persecuzioni, carcere, esilio. La comunità bahài conta oggi cinque milioni di credenti sparsi in tutto il mondo grazie soprattutto all'opera instancabile del figlio di Bahà'u'llàh, Abdul'Bahà. In questa religione non esiste il clero; la comunità è autogovernata da consigli elettivi a partire dal livello locale. Valorizza le donne fin dalle sue origini e oggi il 37% dei consigli elettivi è di sesso femminile.

3 Hafez (Shams-od-Din Muhammad Hafez, XIV sec.), Omar Kayyam (XII sec.) e Saadi (Mosleh al-Din Saadi Shirazi, XIII sec.) sono i più grandi poeti della letteratura classica persiana.

4 Nel 1963 regnava Mohammed Reza Shah Pahlavi, l'ultimo scià, il quale nel gennaio 1979 fu costretto a lasciare l'Iran a causa della crescita dell'opposizione, la cui direzione era stata presa dall'Ayatollah Khomeini. Il 1° aprile dello stesso anno fu proclamata la Repubblica islamica dell'Iran, che, nei fatti, fino ad oggi, ha sostituito lo scettro dell'impero con quello della religione, peggiorando le condizioni della popolazione, soprattutto di quella femminile.

5 Il kebab è un piatto di manzo e pollo con riso servito a parte.

6 La poetessa Farough Farrokhzad (1933-1967) ha scritto tre raccolte di poesie: "La prigioniera", "Il muro", "Ribellione". Lasciati il marito sposato a sedici anni per volere dei genitori e il suo unico figlio, Farough inizia il suo percorso di liberazione come donna che non accetta la prigionia del velo, della forzata modestia femminile, della creatività repressa, diventando un punto di riferimento sia per altre poetesse che per tutto il movimento delle donne. "La poesia - ella dice - è una cosa molto seria per me. E' una responsabilità che io sento di dovere alla mia stessa individualità. E' una sorta di risposta che dovrei dare alla mia vita."

7 Sony Labou Tansi nasce nel 1947 a Kimvanza nell'attuale Zaire, ma già da piccolo si trasferisce a Brazzaville, capitale del Congo, per proseguire gli studi. Diventa insegnante d'inglese, ma utilizza il francese per scrivere. Il suo primo romanzo, "La vita e mezza", esce nel 1979; nel frattempo si dedica anche alla poesia e al teatro, campi in cui riscuote un grande successo. Dal 1979 dirige a Brazzaville il teatro Rocado Zulu.

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Aggiornato: 20- 12 - 2009

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