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Donna, l'altra metà dell'arte

DOPO SECOLI DI "BUIO" SIAMO NEL "PERIODO ROSA"

Oggigiorno l'attività creativa delle donne non sorprende nessuno. Anzi, nel campo della critica d'arte, delle direzioni museali e delle soprintendenze, la presenza femminile sta diventando maggioritaria. Ma è solo a partire dal Novecento che "il diritto all'arte" viene esercitato in modo paritario, risultato di un cammino lungo e lentissimo per secoli, divenuto invece rapido, deciso e sicuro negli ultimi decenni.


 di Stefano Zuffi

     Ammetterlo non è gradevole, ma la storia dell'arte è stata per molti secoli una disciplina terribilmente maschilista, sia per quello che riguarda la "produzione" che per ciò che concerne la committenza, il collezionismo, lo studio, la tutela, in alcuni casi persino la semplice visione di soggetti ritenuti indecorosi per il gentil sesso. Il dibattito sulla condizione sociale delle donne che si sono dedicate alla pratica delle arti, sulle secolari discriminazioni, sull'eventuale esistenza di un "femminismo", distinto e diverso dall'abituale "virilità " o addirittura dell'esibito machismo della pittura e della scultura, ha generato un crescendo di interventi lungo un arco amplissimo che va dalla denuncia ideologica alla fiction romanzesca (si veda la celebrazione della tormentata figura di Frida Kahlo o il recente fortunatissimo libro di Susan Vrelan, La passione di Artemisia, passando attraverso i più diversi prodotti editoriali e saggistici. La recente pubblicazione di un denso volume di Martina Corgnati aggiunge un nuovo, importante contributo, ed è lo spunto per queste osservazioni.

     Si può serenamente dire che almeno fino alle soglie del XX secolo le presenze femminili fra gli artisti erano del tutto episodiche ancorché talvolta molto affascinanti; se è giusto ricordare il ruolo importante svolto da qualche grandissima donna nel campo del mecenatismo (si tratta ovviamente per lo più di regnanti, come ad esempio la marchesa Isabella d' Este, la regina Cristina di Svezia o la zarina Caterina II), del tutto assenti risultano scritti femminili nell'ambito delle ricerche storico-artistiche e della trattatistica. Da qualche decennio a questa parte il rapporto si è radicalmente modificato: con molto sollievo, si può affermare che la distinzione uomini/donne è caduta, e la sua attuale irrilevanza è il miglior risultato di un cammino lungo e lentissimo per secoli, divenuto invece rapido, deciso e sicuro negli ultimi decenni.
In Italia, come in tutto l'Occidente, non provoca alcuno stupore o curiosità particolare l'attività creativa delle donne, e nel campo della critica d'arte e delle direzioni museali, di sovrintendenza e anche di ministeri la presenza femminile sta diventando anzi maggioritaria. Le arti figurative, sia pure con netto ritardo rispetto alla letteratura, hanno in quest'ambito professionale e scientifico superato la musica, dove alcuni tradizionali feudi maschili, come ad esempio la direzione d'orchestra, resistono ancora. A quest'ultimo proposito, comunque, va sottolineata l'attività della Fondazione Adkins Chiti: Donne in musica, con sede a Fiuggi, brillante promotrice di iniziative, convegni e concerti.

Frida Kahlo

Artemisia Gentileschi

 

Superare la sessualità dell'arte

     L'evoluzione del ruolo della donna nei confronti dell'arte si misura anche nella intensissima ed estremamente variata proposta bibliografica degli ultimi anni.

     L'inizio di questo processo si colloca giusto venticinque anni fa, con la mostra L'altra metà dell'avanguardia curata da Lea Vergine a Milano nel 1980. Si trattò, allora, di una vera e propria rivelazione: per la prima volta appariva chiaro, attraverso capolavori decisivi, il ruolo delle artiste nello sviluppo dei movimenti dei primi decenni del secolo, con particolare evidenza nella Germania espressionista e nella Russia cubo-futurista e razzista.
Il periodo, va detto, era particolarmente propizio: il femminismo militante stava raccogliendo finalmente i giusti frutti, e, per adattare all'epoca una locuzione d'attualità, un'iniziativa che valorizzasse la componente femminile appariva senz'altro "politicamente corretta" al milieu socio-culturale.

Vale anzi la pena di ricordare che durante gli anni '70 particolarmente nutrita è la schiera di artiste (ricordiamo Marina Abramovic, Carole Schneemann, Gina Pane, Rebeccca Horn, Laurie Anderson, Hannah Wilke, e Ana Mendieta) che aderiscono alla body art internazionale, grazie a performances rimaste celebri, in alcune delle quali il corpo femminile veniva polemicamente esibito o dolorosamente ferito, diventando connotazione irrinunciabile dell'intervento artistico.

Una performance di Marina Abramovic

Un'opera di Ana Mendieta

 


      Gli anni '80, caratterizzati anche dagli esiti delle campagne femministe, si chiudono simbolicamente con un'altra pietra miliare, il volume di scritti di Linda Nochlin Women, Art, Power and other Essays (1988). La brillante e appassionata studiosa vi inserisce un saggio fondamentale, esplicitamente aperto dalla domanda centrale: Why have there been no great women artists? (Perché non ci sono state grandi donne artiste?) La risposta della Nochlin è molto equilibrata. Da un lato, stigmatizza duramente la tenace e perniciosa convinzione secondo la quale dedicarsi alle arti figurative è stato considerato per secoli, forse millenni, sconveniente. Dall'altro, però, mette in guardia dalla tentazione di cadere nell'eccesso opposto, e cioè di voler a tutti i costi recuperare dall'oblio figure storiche di artiste francamente secondarie, e studiarle solo in virtú del loro ''essere donne", e non per l'intrinseca qualità delle loro opere. In altri termini, la Nochlin comprendeva che l'epoca del femminismo storico si era chiusa, e proponeva perentoriamente di superare ogni pregiudizio "sessuale" riguardo all'arte. Proposito generoso, ma difficile da perseguire: tanto più che, proprio nello stesso anno 1988, veniva distribuito nelle sale cinematografiche un bel film, inevitabilmente romanzato, sulla vita di Camille Claudel, la prima grande scultrice della storia, impersonata da Isabelle Adjani, con Gérard Depardieu nel ruolo di Rodin, marito celebre, ma anche ingombrante e traditore.

In Italia, nello stesso periodo, l'interesse per l'arte "al femminile" viene riacceso grazie a Sofonisba Anguissola, la "virtuosa" ritrattista cremonese del secondo Cinquecento (sia detto per inciso, una delle non numerose artiste dei secoli passati certamente confrontabile per esiti e importanza con i coevi colleghi maschi), con le due sorelle anch'esse pittrici e una vita lunga e particolare.

Ben presto tuttavia, subito siamo ricascati nel solito dualismo: agli studi specialistici, culminati in una bella mostra a Cremona (con tappe anche a Washington e Vienna, 1994), si sono affiancati articoli e scritti d'interpretazione psicologica e sociale (fra i quali si segnala, anche per la qualità di scrittura, il libro di Flavio Caroli Sofonisba e le sue sorelle pubblicato da Mondadori nel 1987, al quale lo stesso studioso faceva poco dopo seguire, ma con un più preciso intento di ricerca critica, il catalogo delle opere della specialista di nature morte Fede Galizia, pubblicato da Allemandi nel 1989), che hanno aggiunto poco o nulla alla considerazione storico-critica dell'artista, spostando invece l'accento sul"personaggio".

  Nel corso degli anni '90, mentre appaiono sempre più lontane le battaglie e le conquiste del femminismo della generazione precedente, può essere interessante osservare un crescente numero di "donne-critico" che si occupano di "donne artiste": citiamo Vera Fortunati, curatrice della mostra dedicata a Lavinia Fontana, brava pittrice del Seicento bolognese (1994), e Gioia Mori, autrice della monografia sulla fascinosa Tamara de Lempicka (Giunti, 1994); Martina Corgnati, con uno studio su Meret Oppenheim (Skira, 1998); Orietta Pinessi, che ritorna su Sofonisba Anguissola scegliendo il significativo titolo di Un "pittore" alla corte di Filippo II (Selene Edizioni, 1998).

Agli interventi delle studiose italiane possiamo aggiungere, a titolo di esempio, il nome di Bettina Baumgártel, curatrice della deliziosa mostra itinerante (Dússeldorf-Monaco-Coira, 1998-99, con una autonoma appendice a Roma) su Angelika Kauffmann, figura veramente interessante di pittrice internazionale proto-neoclassica. Mentre l'arte contemporanea, spente le fiammate del femminismo, raggiunge serenamente la parità anche nelle quotazioni di mercato, grazie alle ricerche delle studiose si viene così formando un nucleo veramente selezionato di grandi artiste del passato.

Camille Claudel,

la più grande scultrice della storia

Sofonisba Anguissola

in un Autoritratto

Angelika Kauffmann

in un ritratto di Don Kurtz

     Il fatto che sia in costante crescita il numero di donne fra le fila degli storici e dei critici d'arte, oltreché nei ruoli dirigenziali dei musei e delle sovrintendenze, non può certo stupire se si osserva l'evidentissima preponderanza delle studentesse universitarie rispetto al numero degli studenti.

 

Italiane le più numerose

     L'antologia dell'eccellenza è drastica, pur se doverosa: dal Rinascimento all'Impressionismo, quando le cose cominciano davvero a cambiare le donne artiste veramente grandi, quelle insomma che possono essere considerate a tutti gli effetti vere professioniste dell'arte, su cui si concentra l'attenzione della critica, si possono enumerare sulle dita di due mani: Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Artemisia Gentileschi, la simpatica olandese Judith Leyster, Rosalba Carriera, Elizabeth Vigée Lebrun, Angelika Kauffmann, Mary Cassatt e Berthe Morisot. Come si vede, una componente molto significativa è italiana, e in effetti tale si conferma anche allargando l'orizzonte a una sorta di irriverente e forse ingiusta "seconda scelta": fra le pittrici dal tardo Rinascimento fino alla fine dell'Ottocento (vogliamo provare? Catharina van Hemessen, Mary Beale, Plauitilla Nelli, Clara Peeters, Fede Galizia, Margherita Caffi, Giovanna Garzoni, Maria Sybilla Merian, Josefa de Avala y Cabrera, Rachel Ruysch, Giulia Lama, Marguerite Gérard, Marie Guillemine Benoist, Rosa Bonheur, Eva Gonzalés) la presenza italiana resta nettamente maggioritaria per quantità e qualità.

Tamara de Lempicka,

Adamo ed Eva

Elizabeth Vigée Lebrun,

Anatole Bronchiart

 

Fede Galizia,

Un'opera

 

 

Uomini ingombranti

      A questo punto, peraltro, viene alla ribalta un ulteriore problema: in molti casi ci si rende conto che l'attività e le vicende biografiche delle artiste si intrecciano fin troppo strettamente con quelle di artisti (maschi) a loro legati: ricompare il solito dualismo arte/vita. Ed ecco quindi "rileggere" il rapporto padre/figlia, non solo tra Orazio e Artemisia Gentileschi, ma anche tra Prospero e Lavinia Fontana, o tra Jacopo Robusti (il Tintoretto) e Marietta, tra Rachel Ruysch e il padre Friedrich, noto scienziato e imbalsamatore; il già citato legame tra le sorelle Anguissola; addirittura l'inversione dei ruoli madre/figlio tra Suzartne Valadon (oltretutto modella di Toulouse Lautrec e Renoir) e Maurice Utrillo; l'amore coniugale o comunque la condivisione degli affetti (Judith Leyster e Jan Molenaer, Gabriele Múnter e Kandinskij, Sonia e Robert Delaunay, Mariane von Verefkin e Alexej Javlenskij, Benedetta Cappa e Marinetti, Georgia O'Keeffe e il celebre fotografo Alfred Stieglitz, Antonietta Raphael e Mario Mafai, fino alla storia emblematica di Natalija Gontcharova e Michail Larionov, con il quale convive tutta una vita per sposarlo a 74 anni), il rapporto contrastato, che sfocia in crisi dagli esiti talvolta drammatici (Camille Claudel e Rodin, Meret Oppenheim e Max Ernst, Frida Kahlo e Diego Rivera), fino alla tragedia che accomuna Jeanne Hébuterne e Modigliani o il caso particolare di Berthe Morisot, che sposa Eugène, fratello del suo pigmalione Edouard Manet, con la complicazione del rapporto fra quest'ultimo ed Eva Gonzalés.

Dora Maar, pittrice e compagna di Picasso

Max Ernst, compagno di Meret Oppenheim

La coppia Frida Kahlo e Diego Rivera

 

E' innegabile la ricerca morbosa del gossip, come se ancora una volta si debba avvolgere la figura delle donne artiste fra gli effluvi seducenti ma spesso un po' equivoci della cronaca rosa, anzi, appena possibile, anche di quella nera.

Sono in effetti situazioni intricate, con un elenco che potrebbe continuare a lungo, e dalle quali pochissime grandi artiste del passato sono riuscite a esimersi: possiamo citare Rosalba Carriera e Mary Cassatt sulle quali, per converso, incombe lo spettro dello "zitellaggio".

Una brillantissima svolta è stata impressa dal bel libro di Mary Ami Caws che fin dal titolo e dalla riuscitissima copertina double-face annuncia la volontà di uscire dal cerchio sempre più soffocante di figure maschili anche professionalmente dominanti: Dora Maar with or without Picasso (Thames and Hudson, 2000). Finalmente Dora Maar si smarca in dribbling dalla ossessiva ombra del grande Pablo e viene restituita, non senza un pizzico di sarcastica solidarietà femminile, alla sua dimensione di brava e coraggiosa pittrice e fotografa.

Certo, a ricerche raffinate si mescolano costantemente i prodotti di fiction (si vedano i film e i libri ispirati alle figure di Artemisia Gentileschi e Frida Kalhlo): ma allora cosa dovrebbe dire Leonardo del Codice da Vinci o Vermeer della Ragazza con I'orecchino di perle?) ma sono le logiche dell'attenzione del pubblico, che è legittimamente sollecitato anche da aspetti romanzeschi.

Un esempio di grazia ed equilibrio è la recente pubblicazione delle "memorie" di Elizabeth Vigée Lebrun, venuta precipitosamente in Italia per sfuggire alla rivoluzione, curate con garbo e competenza da Fernando Mazzocca.

Sempre più vicini alla parità

      Siamo ormai ai nostri giorni, e osservando il panorama editoriale non riusciamo a dare del tutto ragione a Martina Corgnati che, nell'introduzione al suo denso e documentato volume, si rammarica perché "la letteratura sull'argomento è ancora molto povera, specie in confronto a quanto è stato prodotto negli ultimi trent'anni nei paesi anglosassoni". Forse, dato che la studiosa si riferisce alle artiste dell'ultimo secolo, si potrebbe partire da un confronto tra l'Italia e l'estero non con "quanto si è prodotto" nell'editoria specializzata, ma propriamente nell'arte "al femminile", e questo già potrebbe spiegare la maggiore incidenza di studi, mostre, monografie, saggi dedicati all'arte contemporanea. Viceversa, si può segnalare che Selene Edizioni propone la collana L'Altra metà dell'arte, ideata da Tiziana Agnati e diretta da Daniela Bigi e Lia Giachero, interamente dedicata a biografie e approfondimenti sulle donne artiste, e giunta già a tredici titoli, mentre nelle collane Carte d'artista e miniaure anche Abscondita continua a dedicare ripetute attenzioni agli scritti e a all'attività delle artiste. Queste pubblicazioni, associate a un libro di larga diffusione come Arte al femminile di Simona Bartoleria sono la conferma di un’attenzione ormai diffusa e condivisa.

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La pagina è stata creata da Maria Antonietta Pappalardo e pubblicata nel dicembre 2009

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